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L'ombra di Pope

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Io mi stava una mattina Se nocchier d'aspra procella
Link alla raccolta Questo testo fa parte della raccolta Rime d'alcuni Arcadi più celebri


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ABATE CARLO FRUGONI

A S. ECC. CO: MYLORD

ROBERTO DI HOLDERNESSE.[1]

POEMA.

DEgna di nome, e d’Apollineo canto
     Volgea la Notte, che da l’alta Giuno,’
     Cui son le fasce, e l’auree cune in guardia
     Mandata in terra, e fra mill’altre eletta,
     5Il mio prode Signor d’Adria su i lidi
     D’alma Prole beò; la sacra Notte;

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     Dè fervid’estri, e de i pensier felici
     Tacita madre, che d’argentea luce
     L’azzurro manto e la stellata chioma
     10Oltr’uso aspersa, de l’eccelso Parto
     Per l’ampie vie del Ciel ridea superba.
     Libero spirto, e de i soavi studj
     Fortunato cultore io nel riposo
     Del pigro Mondo meditava i versi,
     15Che son vita d’Eroi. Su l’auree carte,
     Che le commosse immagini, e i nascenti
     Carmi pronte a raccor stavanmi avanti,
     De l’ore mute regnator tranquillo
     Il Silenzio pendea; mentre la dotta
     20Vigile Cura del nemico Sonno
     Da me lungi tenea l’umide penne,
     E i papaveri suoi stillanti obblìo.
     Ma perchè uguale a l’argomento illustre
     Valor non era in me, come chi cerca
     25Conforto altronde, e favellando segue
     I moti del desìo, dissi: Oh se dato
     Or te mi fosse aver presente e destro,
     Pope, o divino Cigno, o troppo presto
     Tolto a l’Inglese suol, reso a gli Dei
     30Che tanto somigliavi! Ah! se preghiera
     De i Vivi laggiù scende, e se pur lice
     Risolcar l’onda, che non ha ritorno,
     Lascia, o nato a le Muse ardente ingegno
     Lascia per poco le secrete sedi,
     35E da i bei mirti del ridente Eliso
     In questo cheto orror, che solo guarda
     La bianca Luna, e de le conscie stelle
     Il vagabondo vigilante coro,
     Vieni, e m’inspira, onde il beato Evento
     40Da me cantato su le Ausonie corde
     Ne i divin modi tuoi piaccia a te stesso.
     Ratto il Priego gentil volò, nè seppe

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     La via negargli il tenebroso stagno,
     Nè la suprema in adamante scritta
     45Legge de i Fati, che sul nero margo
     Rigida, sorda, inesorabil siede.
     Invisibili avea piume, che a tergo,
     Gli pose Apollo, e d’invincibil forza
     Le armò contra il terror, contra i perigli
     50Del vietato cammin. Vide i sereni
     Placidi campi, i lieti luoghi, e vide
     La grand’Ombra onorata, e la potèo
     Facile al desir mio ne l’aure vive
     Fuori condur de la quìete eterna.
     55Ella quassù lieve ascendea varcata
     L’eburnea porta de i notturni Sogni,
     Donde dal grembo de le arcane cose,
     Pieno de l’opre e de i destin venturi,
     Tornò a i Compagni, e a le Dardanie prore
     60Con la Cumea Sibilla il pio Trojano.
     Per lo agitato in ondeggianti cerchj
     Aereo vano il suo venir, qual fida
     Nunzia, precorse l’armonía di Pindo,
     Quella, che uscendo, quando a Febo piace,
     65De la lira Dircèa dal curvo seno
     Suole udita bear Mortali, e Numi.
     Candido tutta la involgea d’intorno
     Lume, che poi rompendo in larghe rote
     Piena di deità l’immortal’Ombra
     70Tale m’offerse alfin, qual grave, e lieta
     In man la cetra, e su la chioma avendo
     La prima fronda del Britanno alloro,
     Fra il maggior Greco, e fra il maggior Latino
     Siede, e ragiona ne l’Elisia valle.
     75Me, che per onorarlo al suol cadea
     Vinto da riverenza, in dolce vista
     Per mano prese, e tenne; e in me conversi
     Gli occhi vivaci, donde un doppio uscìa

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     Lucido, acuto, penetrante raggio,
     80Tal per le vie de la virtù visiva
     Tessute in sottil rete ardor m’infuse,
     Che mente nuova in me, spirito nuovo
     Sorse improvviso, onde il nettareo suono
     De la sua voce, qual d’invitte navi
     85Guerriero portator, l’ampio Tamigi
     L’udiva un tempo, d’ascoltar fui degno,
     E de gli Dei poco minor divenni.
Perchè, dicea, me che in amabil pace
     Laggiù passeggio de la Elisia chiostra
     90L’etere puro, ed il purpureo giorno,
     Sciolto da i sensi, e pur dell’arti amante
     D’obblio nemiche, che vivendo amai,
     Perchè me chiami, e preghi, or che dovuto
     A le giuste speranze, a i giusti voti
     95Tenero Pargoletto a l’Adria in riva
     L’antica d’Holdernesse inclita stirpe,
     Vera d’eroi propago, orna, e rinnova?
     Tu pur poeta sei; nè di te poco
     Grido fin laggiù venne, ove altro cielo,
     100Altro benigno Sol noi cinge, e pasce
     Scarche del denso velo agili forme.
     Quanto di te fra i verdi lauri annosi
     Del sacro bosco, ove talor l’immenso
     Di Venosa Cantor meco s’asside,
     105Non si parlò tra noi? Vede egli, come
     Felicemente tu sul Tosco plettro
     Porti i latini modi, e il nuovo stile
     Tingi de lo splendor di sua favella:
     Sel vede, e il narra, e con piacer l’ascolta
     110Il popolo minor de l’Ombre attente,
     E le tue lodi, ed il tuo nome impara.
A questi detti, che poteanmi forse
     Tentar d’orgoglio, arse l’onesta guancia
     Di sincero rossor. Qual mai, risposi,

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     115Di voi stessi laggiù tanta vi prese
     Dimenticanza, che di me potesse
     Venir parola di Colui, che seguo
     Da lunge adorator delle grand’orme,
     Per cui volgendo in oro i dì famosi
     120Ebbe il Pindaro suo l’età d’Augusto?
     Come non tutto l’occupò presente
     L’alta tua gloria, o Vate, onde negato
     A quante in Pindo poi lingue fioriro,
     Ebbero il Flacco suo l’Angeliche Muse?
     125Troppo a me doni, e qual chi sua ricchezza
     Scorge da immenso pullular tesoro,
     Per donar largo impoverir non temi.
     Com io te non dovea con caldo priego
     Chiamar da i tuoi bei seggi, or che i promessi
     130Devoti carmi, e dal desìo tardati,
     Che uscisser degni de le mie dimore,
     Alfin del mio Signor la nuova Prole
     Desta col bel vagire, anzi securi
     Dal nero dente de la invidia bieca
     135Chiama nel puro aperto dì, che primo.
     L’aureo de i giorni suoi giro incomincia?
     Scrivo, tu ben tel sai, scrivo a l’egregio
     Celebrato Roberto: a lui non sono,
     Tua mercè, ignote[2] del Meonio carme
     140L’eroiche forme, del tuo stil costrette
     Sentir le leggi, ed il felice impero.
     Per te[3] de i fiori d’Elicona sparso
     Filosofico ei corse alpestro calle
     Su i forti vanni del febeo concetto:
     145Per te egli udì, come[4] d’un crin reciso

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     Con versi, che dettar le Grazie stesse,
     Potea cantarsi l’ingegnoso furto;
     E per te[5] quella infin, ch’eterna piove
     Da le liriche tue sonore forti,
     150Ambrosia beve, che gli Dei non hanno.
     Or se tu parte in me spirar pur nieghi
     Del tuo bel fuoco, nè al mio labbro l’arti
     Che a te fur note, di piacergli insegni,
     Dove me tanto paragone aspetta,
     155Che osar mai posso? Il ben avezzo orecchio
     I degneri versi a sdegno avrebbe.
     A questo mio pregar, cortese in atto
     L’Ombra sorrise, e lampeggiò tre volte
     Più che mai bella intorno. Indi repente
     160Me rivolgendo nel suo vivo lume,
     Come se nuda di corporeo pondo
     Me ad uom non data agilità movesse,
     Seco m’alzò, per vie, che al bel tragitto
     Cedean lievi, e serene. Il breve folco,
     165Che segnai seco pel celeste vuoto,
     Rapidamente precedean volando
     Le messaggiere Dionèe colombe,
     Che con noi ratto là drizzando l’ali,
     Dove il nato giacea nobil Fanciullo,
     170Si posar su la Cuna; e pria versati
     Vagamente su lui dal roseo rostro
     Fior molli, e misti d’odorose foglie
     D’Idalio mirto, alto silenzio imposto,
     Il colorato varìante collo
     175Come intente ad udir, volsero a lui,
     Che riparlò l’armonìosa lingua,
     Che sola parleriano i Numi in Terra.
Odi, o Figlio, a dir prese, odi, o d’altero
     Padre delizia, e dono, e nato appena

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     180Questa tua gentil’alma, or’or partita
     Dal fronte eterno de le pure idee,
     Rivolgi al sacro ragionar de i Vati.
     Come prime parlaro al chiuso in fasce
     Magnanimo Pelíde, a te primere
     185Parlin le dotte Muse. Ad esse Giove
     Sul primo varco de l’uman vìaggio
     Le vite de gli Eroi diede in governo.
     Questa, ove nasci, e fai d’un vago Germe
     Lieto il paterno generoso Tronco,
     190Almo Garzon, non è, non è l’invitta
     Patria, che al tuo natal dovea Natura.
     Da te lungi ella giace, ove a Lei cento
     Ingegni, ed arti dolcemente in grembo
     Nudre Minerva, ove Nettuno, e Marte
     195Dividono con Lei l’onor de l’armi,
     E lo scettro de l’onde, e il fren de i venti,
     Ma de la patria cuna oh come il danno
     Ti compensar gli Dei! Questa, ove nasci,
     È l’augusta, immortal d’Adria Regina,
     200Quella, che quassù parmi invitta, e chiara
     Sorgere al par di Lei, che sul Tarpèo
     Sedea donna del Mondo, e del suo nome
     La sicurezza, ed il terror ponea
     Su la Romana Consolar bipenne:
     205Quella, che per mutar lungo di tempi
     Da i saggi Padri ne i miglior Nepoti
     Grande, e a sè stessa ugual sempre rinasce,
     Sede d’intatta libertà, maestra
     Di felice consiglio, unica in tante
     210De gli agitati regni aspre vicende,
     Che a tutti cara per antico esempio
     D’imperturbabil fè, tranquilla tesse
     De’ suoi destini l’ammirabil corso.
     Ma tu, Figlio, non sai, quanta prevenne
     215Questi del tuo Natal fausti momenti

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     Fama del Padre tuo, cui tutta ferve
     L’indole patria, e il natìo genio in volto.
     Mentre occulta ancor’eri, e dolce speme,
     E dolce peso del materno fianco,
     220Del Re, che tanta dal Tamigi spande
     Guerriera fama, Messaggiero augusto
     Lo accolser queste avventurate arene,
     Che ancor tutte il suo grido empie, ed onora.
     Quanta in tanto splendor di sangue, e d’avi,
     225E di supremo onore in lui grandezza
     Vera di cuor! Qual di modestia velo!
     Quanta di tratto, e di gentil costume
     Amabil grazia, che spontaneo fea
     Il plauso universal venirgli incontro,
     230E l’ossequio miglior, che d’amor nasce
     Qual candor d’alma! Qual pensar sublime,
     Qual di facondia dono! E qual d’aperte
     Ospiti soglie, e di lodate mense
     Instancabile lusso! E qual da mille
     235Faci imitanti il dì per le sue stanze
     Diffusa luce, e sfavellante gioia
     Ne le gioconde notti al Genio sacre!
     Il piacer de la vita a i Saggi caro
     Seco abitar parea tra il nobil’uso
     240De le fortune, e il signoril disprezzo
     Del servo a suoi voleri oro, che altrove
     Tiranno regna su le umane voglie.
     Quale, e quanto però nel dì[6], che solo
     Tutti illustrar potea, non fè vedersi
     245Quando il real carattere, onde impresso
     Dovea mostrarsi all’immortal Senato,

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     Vestìa le sue parole, e il suo sembiante?
     Cinto di trionfal pubblica pompa
     Mirabil fu vederlo in giovin chioma
     250Coraggioso Orator, mentre in lui ferme
     La maraviglia, ed il piacer tenea
     De i gravi Padri le pensose ciglia,
     Elette gemme di Nestorei detti
     Versar dal petto, e fa parlando fede,
     255Che aspettar gli anni non è d’alma eccelsa,
     Vaga di cominciar dove son l’altre
     Le vie di gloria di finir contente.
     Figlio, sin da le fasce intender mostra
     L’onor di tanto Padre, e a lui sorridi.
260Anzi a conoscer la tua Madre bella,
     Che a far più chiari di tua Cuna i pregi
     Ben nata germogliò Bastava Pianta,
     Impara, o Figlio, con gentil sorriso:
     La bella Madre tua, cui dier le Grazie
     265Il rider parco, e il favellar leggiadro,
     Diè Teti il dolce scintillar, che mette
     Dal vivo azzurro de le sue pupille,
     Tersicore i bei moti, Ebe l’intatto
     Fior de la fresca età, Palle il senno,
     270I vezzi Citerea, Giuno il decoro.
     Al felice favor de le sue cure
     Crescan gl’imbelli tuoi giorni immaturi:
     assida, il suo t’istilli
     Tranquillo, accorto spirito soave,
     275Come Aurora in un fior molle rugda:
     Ella te cos’I tuoi sonni lusinghi, il breve pianto
     Tronchi sul labbro coi materni baci,
     Formi le incerte voci, e i vacillanti
     Passi assicuri. Ella ver te da Gnido
     280Quei, che tanto somigli, alati Amo;
     Volar vegga sovente, desìosi

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     Teco d’aver sotto il suo vago ciglio
     Parte de’ giuochi tuoi, de’ tuoi trastulli.
Poi quando te fiorir di forze, e d’anni
     285L’Angelico ciel vedrà, prendanti in cura
     L’arti cultrici. Di Natura i doni
     Schiudansi in te, come in terreno aprico
     Si manifesta de’ benigni semi
     La vital’aura, e la virtù natìa,
     290I tuoi grand’Avi intendi, e poichè avrai
     L’antica fama di lor’alte gesta
     Da tante, e sì lontane età raccolto,
     Volgiti al più vicino, e caro esempio,
     Studia il gran Padre tuo, che può bastarti
     295Per tutti solo, e d’uguagliarlo agogna,
     Prendi da l’opre sue la viva legge,
     Che de la vita perigliosi, e cinti
     D’aspre fatiche a te i sentier rischiari,
     E t’additi fedel, come s’adempia
     300Quanto attende da te, quanto aver dee
     il Re, la Patria, e quel, che chiudi e volgi
     Ne le onorate vene egregio sangue,
     Cresci, o nobil fanciullo, e già presaga
     IDe’ tuoi spledidi eventi al sen ti stringa
     305La Gloria nostra, a rispettarti apprenda
     L’instabile Fortuna. Oh quanta sei
     Giusta speme de’ tuoi! Ma che più parlo?
     Me la Notte abbandona. Ecco dal Sole
     Omai, qual’aureo innondator torrente,
     310La settemplice madre de i colori,
     La nova luce a scaturir vicina
     Me d’alto fere, e sforza i lieti alberghi
     D’Eliso riveder, pien de’ tuoi Fati,
     Che taciturna ancor caligin vela.
315Disse, e in Ciel sorse il giorno, e l’Ombra sparve,

Note

  1. Per la Nascita del suo Primogenito, essende Ambasciatore in Venezia l’anno 1745.
  2. L’egregia versione d’Omero in versi inglesi di Pope.
  3. Saggio dell’Uomo.
  4. Il Riccio rapito.
  5. L’altre sue liriche eccellenti Poesie.
  6. Il solenne giorno dell’Ingresso, e del pubblico Ufficio, che fece Sua Eccell. in qua lità di Ambasciatore Straordinario alla Repub blica di Venezia.