L'origine delle idee

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9 giugno 2020 75% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Poemetti e poesie varie (Carlo Gastone Della Torre)
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L’ORIGINE DELLE IDEE

all’abate di condillac

Τῶν ἁμόθεν γε, θεά, θύγατερ Διός, εἰπέ καἰ ἡμῖν.

Omero, Odiss., lib. i, v. 10.



     E qual nuovo mi s’apre arduo sentiero
che teme Euterpe di calcar? Da lunge
miro le balze d’altissima rupe,
cui molto intorno le profonde selve
5spargono orror di sacra nebbia, e tutto
aspreggiano i dumeti ispidi il fianco.
Pur di timida luce un fioco raggio
vacilla intra le fronde, e il cammin segna;
qual se fra nubi al viator si mostri
10la bicorne de’ vaghi astri regina,
allor che nel suo corso umido vince
fredda notte autunnale i dí giá manchi.
Cingono il monte orrende valli e lungo
fragor di vorticose onde e lamento
15d’Eco in vote caverne. Ah non è questa
la vestita di fiori erta di Pindo!
Questa non è la garrula Aganippe,
che tra’ lauri febei mormora e fugge!
     Dunque l’impresa lascerò, né baldo
20mi renderan le vigilate notti,
e dell’acuto Gallo e del pensoso
Anglo le carte con man tarda vòlte,
su cui l’irrequieto avido spirto,
in un tenace meditar, pascendo
25va l’onorato di saper desio?

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     Ah! non fia ver, che dove rara o nulla
orma stampò fra gl’intricati dumi
la poetica rota, ivi si frange
da dotto auriga il faticoso calle,
30s’avvien che in petto il revolubil sangue
d’altre scintille ricercar si senta
che dell’estro volgare, ond’hanno vita
sogni e versi d’amor vòti di cose.
Sul fantastico carro ecco giá sale
35tacita, il guardo in sé raccolta e chiusa,
color di sapienza, in negri veli,
e con severa man Filosofía
modera il corso delle lievi rote.
Gl’indocili destrier, fumo e faville
40dalle anele spirando ampie narici,
fan bianco il freno di sdegnose spume,
e invan con lui contrastano; ma l’asse
d’annoso alloro al non usato pondo
di tante deitá curvasi e stride.
     45Tu m’odi, illustre pensator, che lume
si largo in grave ragionar diffondi
sull’arcane dell’alma opre, e del senso
tutte le varie facoltá ne trai,
ond’ella intende, si ricorda e vuole;
50odi com’io tuoi detti orni e gli altrui,
indagator delle composte idee,
col verso audace, e lo sospinga ed alzi
de’ dipinti fantasmi oltre la sfera
nella deserta region del nudo
55pensier, che in se medesmo entra e si pasce.
     Così, per l’arte di Ieron, si mira
mezzo ripien di limpidissim’onda
sferico vase, e per l’angusta gola
tenue canna di rame immersa, e chiusa
60l’elastica addensar mole dell’aure,
che, il liquido premendo umor soggetto.

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per lo cavo del tubo, ignote vie
lo sforzano tentar, finché, volgendo
accorta man la bucherata chiave,
65l’onda repente fuor ne schizza in alto
argenteo sottilissimo zampillo,
che di minuti sprazzi al mobil vento
largo irrorando va le penne, e quasi
di ricadere al proprio centro oblia,
70Da che spiegò l’eterno Fabbro in enti
le nude forme, che in bell’ordin poste
rideano in cima al creator pensiero,
Ei delle cose le materie prime
alla Natura vigile commise
75segretamente, e per compagno il Tempo,
re dell’ore volanti, a lei fu dato
a far palese la bell’arte e il mondo
del pensoso silenzio in sen cresciuto.
L’antica delle cose arbitra e madre
80al gran lavor de’ multiformi obbietti
tacita intende, e di sí fine trame
empiendo va la variata tela,
che invan lincea pupilla immobilmente
sul finissimo ordito esplora, e segue
85il lieve striscio della spola artefice.
Ma con man pronte l’instancabil veglio
a poco a poco la tela operosa
va dal subbio versatile svolgendo,
e di Natura il magistero accusa.
90Vano è però ch’io rintracciar presuma
fra la densa caligine que’ primi
tratti del senso e del pensier, che nella
alma bambina il vital moto ormeggia,
quando dell’uom le raggruppate forme
95l’antico germe a sviluppar comincia,
e il triplice inegual fibroso lobo
del celabro crescente allo spirto apre

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l’armonizzato albergo. Eppur le leggi
onde si tien la spirital sostanza,
100misteriosamente, al corpo unita
nelle mobili fibre han certa base
e lor mercé le varie idee son cónte,
prole dell’alma, ora motrice, or mossa.
Dunque, sí tosto che serpeggia il moto
105per la fibrosa region de’ nervi,
uopo è che l’alma senta. Or quanto fia
quel senso ottuso che risponde al primo
lieve sgropparsi e germinar del corpo?
D’intelligenza il minor grado è questo;
110come nell’alvo prigioniero esiste
nel suo grado minor d’organo il feto,
rude principio di lavor non mai
appien lodato, ed in ragion del lento
crescer del sensitivo ordin di fibre
115stendesi ancor d’intelligenza il regno.
O del maggior britanno alma pensosa,
che, fissando i mortali occhi nell’etra,
l’etá del mondo vi leggesti, e il peso,
qual eri allor che l’embrione, appena
120di vital aura palpitante e caldo,
dal ciel scendesti ad informar? Piú fosca
ti rifasciava tenebria di senso
e stupidezza, che non ha la selva
del vegetante popolo animato
125sotto equivoche forme ascosto in mare,
capriccio di Natura. Il picciol corpo,
foggiato omai collo scader de’ mesi,
la lunga notte e il carcere materno
esce abborrendo nel purpureo giorno.
130Varcano allor co’ multiformi obbietti
per le cinque de’ sensi aperte vie
mille di suono, di sapor, di luce
e d’odori, e di quanto il corpo tocca.

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(misto il vero col falso) all’alma idee,
135che in sé ritien la ricordevol fibra;
ma il vago umor, che la nutrica e stende,
appena impressi i lievi solchi adegua,
come, aspreggiata dal batter di remo,
si ricompone in un istante al riso
140la glauca faccia del tranquillo mare.
Quinci a noi di que’ primi anni sol resta
una confusa rimembranza; e l’uomo,
che poi superbamente erra col vasto
pensier del mondo sul dedaleo aspetto,
145ed osa, armato di seste e di cifre,
assalir nel geloso antro Natura,
dirti non sa quando ragion, da bruto
lui distinguendo, gli facesse in fronte
albeggiar de’ suoi raggi il primo lume,
150la stupida d’error nebbia vincendo,
che piú che a’ bruti stagion lunga intorno
a noi s’appasta. In insensibil guisa
per armonici gradi il vital sugo,
disviticchiando del sensorio i fili,
155il pian viscoso ne distende, e l’alma,
che per mezzo di quel sente e ragiona,
vien lentamente di seguirne astretta
il tacito sviluppo, ond’ella arriva,
né il come sa, di sue potenze all’uso.
     160Come se densa l’orizzonte occúpi
nugola, allor che la volubii terra
dall’ombre emerge della propria notte,
non ponno in fondo alla tessuta in rete
membrana delle facili pupille
165pinger del sol la gialleggiante rota
i rai, che assorbe il cupo aere e disvia,
sicché in languide tinte il volto appena
segnano di Natura. Alfin si scioglie
repente il nembo sul meriggio, e tutti

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170dell’aria i campi balenando indora
la pittrice settemplice del mondo;
e il rozzo pastorel le ciglia inarca,
alto veggendo sull’umil capanna
quell’astro che dal monte escir non vide.
175Cosí l’uom, che nascendo accoglie e serra
pingue ignoranza in raddoppiate bende,
al lungo impero della cieca dea
di sottrar non s’avvede il proprio spirto,
finché pieni di forza a lui non vibra,
180sul cammin tenebroso della vita,
raggi la lampa di ragion, che in pugno
gli accese un nume, e l’aleggiar nudrio
della fugace etá. Crede ciascuno
innato de’ suoi sensi il facil uso,
185benché di lunga esperienza ei sia
il tardo frutto; e tal error giá festi,
con lucido discorso, altrui palese
tu che, di nostra umanitá men carco,
al vol ti mostri del sublime ingegno,
190o meditante Condillac, maestro
de’ pochi arditi che l’aereo albergo
tentan del metafisico sapere;
e di vederti non isdegno a fianco
l’itala musa, che vestir tuo magno
195argomento di grazia ama, e di suono
severamente armonioso, e forse
col bel volto virgineo al tuo pensiero,
dolce ad un tempo e flebil ricordanza,
l’amabile Ferrando ella richiama.
200Certo non mai di gravi sofi il nome
fu, nell’antica e nella nostra etade,
a Febo ingrato, e culto anzi ed altare
nelle pensose selve han da’ poeti,
e proprio seggio dalle muse in Pindo.
205Io che fin da’ prim’anni osai con franco

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piede spiarne ogni recesso, io vidi
un antro colassú di lievi tufi
e di pomici scabro aprir le fauci
immani sotto l’ederosa rupe,
210e di giocondo orror pascer la mente.
Ivi medita il saggio; ivi non foglia
in ramo la stridente aura percote,
non si lamenta augello, onda non suona.
Mirabil simulacro ivi s’estolle
215privo di sensi, ma non d’alma. In carne
trattabile addolcito, il pario marmo
finge tenera ninfa, e il verde opaco
de’ molti lauri, e i rugginosi massi,
che le stan dietro, biancheggiar da lunge
220la fan, qual luna cui la notte intorno
spiega, in mammola tinto, il largo velo.
Te, Prometeo novello, entro la muta
grotta covante oscuritá vid’io
pender sull’opra che scolpí tua mente
225indagatrice, e d’un braccio colonna
farti alla fronte, cui di grave empiea
rughe il lungo analitico pensiero,
finché, quasi da sonno alto riscosso,
punicea rosa dal materno stelo
230rimovi, e destro alle femminee nari
la tenera fragranza offri di maggio.
Al tocco soavissimo repente
svegliasi l’alma, che d’ogn’altra idea
priva il gelido informe immobil sasso,
235e tutta, all’urto incognito cedendo,
corre alle nari provocate, e trae
in sen coll’odorose aure la vita.
     Cosí, qualor co’ primi raggi il sole
feria l’egizia pietra, ond’era tratto
240del giovin figlio dell’Aurora il volto,
parca che redivivo in piè tentasse

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colle due man sul soglio avito alzarsi
il rettor negro delle squadre eroe,
mentre le labbra per mirabil arte
145metteano voce di lungo lamento,
quasi accusando di sua morte acerba
la bionda madre che l’ascolta e plora.
Ma gli altri sensi nel rigor si stanno
del freddo marmo, e l’olezzar soltanto
150di schietto gelsomin, d’aurea giunchiglia,
o d’atro stagno il grave alito cria
piacer nell’inesperta alma o dolore,
le nervee fila dolce vellicando
cogli effluvi, rotondi, o coll’urto aspro
155pungendo d’inclementi atomi acuti.
Tu allor nel duolo e nel piacer le fonti
d’ogni nostra m’additi opra e pensiero,
fonti che il grande stagirita in vista
quasi per nebbia al Peripato pose,
160ma poscia in piú profonda ombra ravvolte
sparvero, e surse dell’innate idee
l’alto edificio, e colá dentro in folla
le vuote astrazion presero corpi,
e di diva beltá, d’eterni rai,
165sublime sognator, Plato le cinse,
finché del ver l’acuto anglo seguace,
con un tranquillo ragionar, le mura
atterrò del fantastico delubro,
e le nude ombre e i lievi simulacri
170galleggianti pel vano aere e le forme
in nebbiosa di Lete aura fûr sciolte.
Io, dietro all’orme tue, l’anglo medesmo,
non che l’oscuro stagirita e quanti
a lento passo misurâr le Stoe
175col cittico Zenon, mi lascio a tergo;
né solo veggo che dal senso all’alma,
qual per ottica cella i pinti rai.

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l’idee s’aprono il varco, e delle cose
sol cosí ponno colorar l’imago;
280ma giungo a penetrar che dal senso hanno
le facoltá dell’alma istessa origo,
e che memoria, paragon, giudizio,
meraviglia, bisogno, odio ed amore
tutto è sentir. Attenzion, desio
285dell’intelletto e del voler nell’opre
varie ravviso dominar; ma cinge
le qualitá dell’alma ognora il senso,
che tutte in lei col fiuto unico in pria
destolle, e indarno ei si trasforma e fugge,
290quasi invisibil fatto entro i composti
pensieri, e l’istantaneo abito, e il fosco
delle tiranne passion velame,
ch’io pur l’inseguo, ed afferrando teco
la strettamente intesta aurea catena
295dell’analisi lenta, oltre men vo,
non dubbio sulle sacre orme, ed alfine
della difficil veritá m’indonno.
Cosí da’ forti lacci, onde fu stretto
dal biondo Atrida, l’indovin del mare
300Proteo pastor delle natanti foche,
invan con sua fallace arte tentava
disciogliersi e fuggir. Quinci da prima
si fe’ lion folti-barbato, e drago
indi, e cinghiale immane irto, e pantera,
305e sciolse poi le vecchie membra in fonte
liquidissimo, e surse in ramoruto
albero, ed acre crepitò qual fiamma;
finché, nulla giovando, al primo volto
sdegnosamente fe’ ritorno il glauco
310profeta, e ruppe alle venture etadi
co’ fatidici detti il fosco velo.
Tu godi intanto alla marmorea ninfa
or dell’orecchie, or del palato ed ora

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dell’indotte pupille aprir le vie
315e chiudere a talento, e per tal guisa
or disgiungendo, or accoppiando i sensi,
il principio esplorar d’ogni pensiero
nell’alma, che profumo in pria se stessa
e suono crede e sapor vario e tinta;
320né sé distingue dagli esterni obbietti,
finché non anco i membri agita e scalda,
liberamente col purpureo sangue
circolando la vita. Alfin giá tutto
sull’epiderme elastico diffuso
325spiegasi il tatto, e l’acerbette poma
della candida ninfa alza il respiro.
Scossa dal duolo e dal piacer l’inerte
fibra s’accorcia, ed una man solleva,
che, ricadendo sull’eburnee membra,
330si striscia irrequieta, e di se stessa
interroga ogni parte, e le risponde
la propria ognor soliditá: — Son io. —
Non cosí fanno l’altre forme, a cui
le pieghevoli dita errano intorno,
335ond’è pur forza che da sé disgiunte
le riconosca l’alma, e del suo corpo
entro i confin l’immensitá racchiuda,
che gli altri sensi limitar non sanno.
Ma cieca e sorda, senza fiuto e gusto
340l’alabastrina vergine, giá carne,
brancola incerta, e il luogo muta e i passi,
e dello spazio ad acquistar l’idea
giunge a fatica, e curiosa intende
a novelle scoperte il vigil tatto.
345Ad ogni passo, che nel molle grembo
snoda della freschissima verdura,
spunta un piacer. Le lisce pietre, i fiori
svèlti dal prato e le tornite frutta
si foggian entro la man cava, e sotto

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350le flessibili dita esploratrici,
che delle varie qualitá fan certa
l’alma, e sulle trattabili figure,
geometrizzando lentamente, i semi
svolgon dell’alto meditar; ma serpe
355fra cosí belle nozion l’errore,
e ne’ palpati corpi il caldo, il gelo,
e il fluido trasporta e l’aspro e il molle,
che modi son dell’irritabil fibra,
e fuori di se stessa esce anco l’alma
360ad amar negli obbietti il piacer suo.
Mentre di questo avidamente in traccia
qua e lá move la ninfa, il dolor viene
l’incauta ad erudir. Ruvido tronco,
che in larghi giri le ferrigne barbe
365divincola sul suolo al piè s’oppone;
v’urta ella, e cade. Di sanguigne stille
la mano, il fianco e le nevose gambe
rosseggiano alcun poco, e le diresti
indico avorio cui sottil pennello
370con grandin rara di purpurei punti
il bel candore a violar cominci.
Cosí la téma, ignoto affetto in pria,
in sen le nasce, e del piacer combatte
le soavi lusinghe; e, se pur cede,
375di provvido consiglio a sé non manca,
e il pronto ingegno la soccorre o il caso,
e d’incurvo bastone arma la destra,
onde tentar la trepidata via,
che industria è figlia del timor. La bella
380tu stesso or guidi del castalio fonte
alla piú lieta sponda, ove dall’arte
fu vinta la salvatica natura,
e in facile meandro i culti bossi
guidò l’ortense architettor. La molle
385anima d’occidente erra sui fiori,

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e la soave liquida fragranza
ai vezzeggiati calici depreda.
     Tempo è che i sensi ora ammaestri il tatto,
che del ver lentamente s’assicura,
390e giá di nuovo la fiutante fibra
delle lievi si pasce aure odorate,
né da se stessa l’anima divide
le soavi delizie delle nari,
finché non resta fra l’eburnee dita
395un fior che ver’le guance a caso alzato
fa che l’alma un novello organo scopra
dell’olezzante venticel ministro.
Le nari allora dalla mano istrutte
distinguon la viola, il timo ibléo,
400la menta e il fior del maurusiaco cedro,
e la pestana rosa, e la ginestra
onor delle romite alpi e del bosco.
Prometeo intanto alla gentil Pandora
dell’echeggiante timpano le vie
405schiude; ed ella si crede ora il lamento
di solitaria tortorella, ed ora
il suono onde la selva alto frascheggia,
o il torrente precipita, o del cielo
a lei disopra la gran porta tona;
410né mai di tanto inganno ella s’avvede,
se de’ corpi sonori alcun non tocca.
— Prendi, ninfa gentil, questa ch’io t’offro
delfica lira, cui temprò Sofia,
del ver maestra, l’animose corde,
415e l’alme Grazie inghirlandâr di fiori;
prendila, e giovi ad isvelarti il cavo
tortuoso sentier che mette all’alma
le melodiche voci e il vario suono. —
Cosí dicendo, alle man cieche affido
420l’armoniosa concava testudo,
ed ella ignara l’agita, e ne morde

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le tese fila con l’erranti dita,
e attonita n’ascolta il tintinnio,
che non sa donde in lei scenda e penetri,
425se pria non tocca del capace orecchio
il flessuoso margine, ed in quello
trasporta il suon che le sedea nell’alma.
Ma, come tocca le loquaci corde,
cosí toccar vorrebbe augelli ed acque,
430e la stridula auretta, e del Tonante
la folgor tòrta, onde rimbomba Olimpo.
Quinci agli uditi suoni ella distende
invan le braccia, e lor s’accosta invano,
e con l’orecchio e con la fida destra.
435quantunque cieca, de’ sonori corpi
la varia sede e le distanze impara.
Alfin la nebbia, ond’era grave il ciglio
dell’amabile ninfa, con un cenno
il creator filosofo discioglie.
440Giá la bruna palpebra in due si fende,
e del celeste fuoco, ond’ebbe vita,
la parte piú sincera entro il bel giro
de’ negri occhi amorosi arde e sfavilla.
Tutta allor s’empie la foresta, e tutta
445l’aura d’un dolce fremito che sembra
un sospiro d’Amor. Germi novelli
mette il rorido suol, che d’esser visti,
poiché gli altri fûr tocchi, ardono a gara,
e sul tremolo gambo a lei fan cenno.
450Zefiro mollemente in dolci nodi
il crin le aggira, e in placida laguna
per farle specchio si ristagna il fonte.
Tratta di sé, per meraviglia, il nuovo
teatro delle cose ella contempla,
455e colla man l’occhio addestrando, i luoghi
e le figure ne conosce, e il moto,
e le varie grandezze. Il tatto agli occhi,

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e gli occhi al tatto or son maestri e guida,
e insiem rivolti a mille obbietti e mille
460fanno all’alma tesoro ampio d’idee.
Arbitra omai di quattro sensi, e dotta
dell’uso lor, l’improvvida donzella
rischi non teme, e ravvenir non cura,
finché la voce delle spente voglie
465s’alza di nuovo imperiosa, e forza
è che si pieghi a soddisfarla. I suoi
molti perigli la fan saggia, e il duolo
d’ogni suo fallo ammonitor severo
fa che da lui la malagevol arte
470apprenda del gioir. . . . . . . .