L'uccisione pietosa/3

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3. Morte liberatrice

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Nella Bibbia, che omettendo le troppo frequenti manifestazioni di una semi-barbarie etnica parecchie volte millenaria nella sua parte storica, è invece in quella poetica il vero "libro dei libri", si legge che Giobbe, colpito senza alcuna sua colpa o demerito dall’ira di Dio, e fatto esempio immortale agli uomini di quel che possa essere la forza d’animo fra le miserie dell’esistenza, steso sul suo letamaio, coperto di piaghe schifose, impoverito, tradito, schernito, esclamasse per confortarsi: "Homo natus de muliere, brevi vivens tempore, repletur multis miseriis", ma da eroe, da stoico non pensava a liberarsene colla morte. Affrettare la fine delle proprie pene è infatti una ribellione, per il credente, contro Dio che crea, predispone e vuole il dolore, mentre pel miscredente è una rivolta contro la Natura, le cui leggi inflessibili pongono il Male fra le condizioni indispensabili dell’Essere e intercalano la Morte individuale come anello necessario nella circolazione eterna della Vita universale.

La malattia è lesione o disintegrazione dell’essere corporeo, ed è perciò sempre o quasi sempre accompagnata dall’elemento dolore. Un medico di altissimo ingegno, un maestro della penna, che univa alla vasta coltura biologica una magìa vera di scrittore, un precursore in molte indagini sperimentali odierne, un vero apostolo della Scienza della Vita - nomino Paolo Mantegazza - ci ha lasciato un libro di divulgamento scientifico, La Fisiologia del Dolore, che non ha avuto continuatori nè imitatori, e che io vorrei fosse letto da tutti i medici della nuova generazione perchè contiene pagine di raro acume analitico e dettami di elevatissima morale. Il mio indimenticabile maestro ed amico vi ha dedicato quattordici capitoli alla descrizione dei dolori onde può essere sventurata la umana creatura, e forse non li ha descritti e neppur nominati tutti!

Dal lato fisico son da ricordare, in primo luogo, i dolori traumatici da ferite, contusioni, lacerazioni, distacchi, spappolamenti di organi o di parti del corpo, come accade nei grandi disastri ferroviarii, nelle odierne battaglie, negli infortunii sul lavoro. Vengono, in secondo luogo, i dolori spontanei dei morbi comuni, che colpiscono coi loro processi infiammatorii o distruttivi o compressivi la sensibilità generale dolorifica, risiedente in quasi tutti i tessuti del nostro corpo: essi raggiungono un’acutezza estrema in dati tessuti ed organi. Seguono i dolori degli organi speciali di senso. Si pongono in calce i patimenti che dipendono dall’insoddisfazione degli istinti fondamentali, la fame e la sete; meno acuti, ma sentiti fortemente da certi individui, i dolori dell’istinto sessuale.

Dolori patologici acerbissimi son quelli di molte neuralgie; la sopraorbitale, la facciale, la intercostale, la sciatica, la coccigea per i nervi esteriori, la nefralgia, la gastralgia, certe enteralgie o splancnalgie per i nervi interiori, raggiungono in taluni soggetti l’acme della sofferenza. Altrettanto forti sono in certi casi la emicrania, l’otite, il glaucoma, l’angina pectoris, la colica renale, la colica epatica, la ostruzione intestinale, il carcinoma dello stomaco e quello specialmente dell’utero e del retto, certe forme di artrite e di gotta, i tumori endocranici, le rachialgie da tumori entro lo speco vertebrale, certe spondiliti comprimenti i nervi radicolari, certi tenesmi rettali da ragadi o da proctalgie, a volte il tenesmo vescicale da litiasi, senza dire dei cancri della bocca lingua e laringe. Fra le malattie acute arrecano dolori talvolta atroci la rabbia, il tetano, la meningite, certe encefaliti letargiche, l’idrocefalo rapido. La lista tremenda non è completa, ma bastano queste enunciazioni per darci l’imagine delle grandi miserie cui è soggetta la povera Umanità.

Dopo i fisici, i dolori morali, che parrebbero dover essere meno intollerabili, e che tuttavia alcune volte superano in fierezza gli stessi dolori organici a seconda della personalità che li avverte. Il Mantegazza metteva qui i dolori sensuali misti a piacere, (il solletico, il prurito, i pervertimenti sessuali sadici e masochistici); indi i dolori del sentimento e quelli morali di persona prima (offese all’amor proprio, al sentimento fondamentale di proprietà, e a tutti gli egoismi). Elencava in seguito la paura e il terrore; i dolori di persona seconda (offese all’amore, agli affetti famigliari e sociali ed al sentimento di religione e di patria); la nostalgia; la malinconia; la noia; l’ipocondria; in ultimo, i dolori intellettuali.

Si va, in questa enumerazione, dai dolori biologicamente più sentiti, da quelli che dipendono dalla lesione delle strutture dove è la fonte della vita organica, ai meno sentiti sotto l’aspetto vitale, cioè a quelli che derivano dall’offesa dei sentimenti etici ed estetici. Ora, è evidente che lungo questa scala l’eutanasia dovrebbe avere limiti ragionevoli, quantunque la suscettibilità individuale possa portare le offese ai sentimenti meno corporei e più ideali, quale il patriottico od il religioso, in primissima fila, cioè alla fase di assoluta intollerabilità ed al parossismo della disperazione. Ma pur lasciando all’individuo la valutazione soggettiva del limite cui può giungere la sua tolleranza (ed in taluni casi il limite dell’uno parrà sempre troppo imaginario ad altri), l’eutanasia per reazione definitiva al dolore si propone, nell’idea dei suoi sostenitori, esclusivamente la liberazione legittima da quelle sofferenze fisiche, che per consenso universale son ritenute le più forti, le più acerbe, le meno sopportabili. Chi più, chi meno, la immensa maggioranza degli uomini ne ha fatto o ne può fare personale esperienza; i dolori unanimemente creduti più afflittivi son quelli che nella massima parte dei casi costituiscono il segno sicuro di processi distruttivi dello stame vitale. La cosa non è sempre vera; ma, checchè sia, è naturale, è logico il desiderio di liberarsene per sempre, di finirla una bella volta, o per mano propria o per mano altrui: o eutanasia suicida, o eutanasia pietosamente omicida. E invero, il concetto della morte liberatrice si trova costituire il nucleo di qualsiasi pensiero o tendenza consapevole al suicidio. Già l’infelicissimo Giacomo Leopardi, che poetò su due dei più celebri suicidi dell’Antichità, su Bruto minore e su Saffo, e più volte aveva meditato di troncare colle proprie mani l’Iliade perenne dei suoi "mali" e delle sue "sventure", aveva scritto frasi impareggiabili su questa motivazione:

"In luogo che un’anima grande ceda alla necessità, non è forse cosa che tanto la conduca all’odio atroce, dichiarato e selvaggio contro sè stesso e la vita, quanto la considerazione della necessità e irreparabilità dei suoi mali, infelicità, disgrazie, ecc... Io, ogni volta che mi persuadeva della necessità e perpetuità del mio stato infelice e che, volgendomi disperatamente e freneticamente per ogni dove, non trovava rimedio possibile, nè speranza nessuna... concepiva un desiderio ardente di vendicarmi sopra me stesso, e colla mia vita, della mia necessaria infelicità inseparabile dall’esistenza mia, e provava una gioia feroce ma somma nell’idea del suicidio".

È vero che il grande Recanatese non mirava a liberarsi tanto dalle sofferenze corporee, dalla insormontabile iperestesia meteorica che lo faceva saggiare e poi aborrire tutti i climi d’Italia, dai suoi perenni patimenti fisici, quanto dalle "orribili malinconie", dai "tormenti" procuratigli dalla sua "strana imaginazione", dalle delusioni che fin dalla giovinezza lo avvilirono, dalla insoddisfatta sete di amore e dalla non raggiunta mai indipendenza economica che lo rendeva schiavo degli altri; insomma, da tutto un complesso di "infelicità" morali, che lo avevan condotto a quella da lui stesso denominata "filosofia disperata". Generalizzando però i termini di "mali" e di "sventure" da Leopardi tanto spesso usati, non si può escludere che nella sua quasi apologia del suicidio, molte volte ricorrente nei suoi scritti e pensieri, non gli sia balenato alla mente il principio, caro agli antichi, dell’eutanasia anche per sfuggire alla malattia deturpante il fisico e perturbante la ragione. Dico agli antichi, chè egli li proclamava "sempre più grandi, magnanimi e forti di noi" di fronte all’"eccesso delle sventure" e alla "considerazione della necessità di esse"; e come tutti i grandi Umanisti del Rinascimento prestava loro un culto fervoroso e convinto. Ma intanto ciò che sappiamo sulla enorme facilità di quei lontani preparatori della Civiltà Occidentale nel suicidarsi, ci lascia perplessi sulla loro forza d’animo nel sopportare il dolore anche fisico.

Chi si uccide per mali insopportabili o insanabili lo può fare in due momenti psicologici: o trascinato dal dolore, che gli turba e oscura la coscienza e lo porta all’atto impulsivo di darsi la morte, che è quello denominato da Appiano Buonafede il "suicidio furioso"; o condotto dalla considerazione della intollerabilità del male e dell’inestimabile vantaggio di liberarsene di propria mano, sfuggendo con deliberato proposito al proprio penoso destino, e avremo quello che il Buonafede medesimo chiamava e disapprovava come "suicidio ragionato". Sarà difficile nei casi singoli stabilire dove termini la fredda riflessione, la libera volontà, la "ragione", e dove cominci la irriflessione, l’impulso sragionato, il "furore". Il suicidio veramente "ragionato" sarà solo quello che viene eseguito per un principio filosofico, per una fede religiosa, come facevano i seguaci di Egesia il Cirenaico, e, a quanto sembra dalle vecchie storie e leggende, i Pitagorici, i Cinici, gli Stoici, più tardi gli stessi martiri del nascente e contrastato Cristianesimo.

Tutta l’Antichità classica è piena di suicidî in tal modo "ragionati"; in realtà essi spettano pertanto all’eutanasia, alla "morte buona" preferita al male fisico. Il Buonafede riferisce al suo Cap. VI, § 6°, di "coloro che si uccisero per malattie, e di alcuni fra questi, che il fecero assai tranquillamente e ragionatamente", e ne dà moltissimi e illustrissimi nomi. Citiamo Aristarco, che si sanò in tal modo la sua idropisia; Erasistrato, cui parve insopportabile la cecità; Pomponio Attico, che preferì alla febbre l’autochiria; Silio Italico, che si liberò di un tumore maligno ricusando ogni cibo; Albuzio Silo, oratore dei tempi di Augusto, che vistosi diventar vecchio e acciaccoso, radunò il popolo in piazza nella sua Novara e, perorata la necessità di finirla, si lasciò morire d’astinenza; ciò che fece pure Cornelio Rufo ai tempi tempestosi di Domiziano. Anche Tullio Marcellino, amico di Plinio, che pur in età ancor giovine preso da "morbo non incurabile, ma lungo e molesto", ubbidì alle persuasioni di uno stoico, e già indebolito dal male si fece consumare le forze a furia di bagni caldi. A sua volta Svetonio parla di un sofista, che stanco di lottare contro una malattia importuna radunò il popolo, gli spiegò le ragioni che lo inducevano ad uccidersi, ne fu approvato, ed eseguì il suo proposito.

Plinio, parlando del suicidio del suo amico Cornelio Rufo, ci dà in modo squisitamente classico la giustificazione del suicidio per malattia. "Cornelio Rufo molte ragioni aveva di vivere: l’ottima coscienza, l’ottima fama, l’autorità grandissima, la buona famiglia e i veri amici; ma una suprema ragione, che ai sapienti è in luogo di necessità, lo spinse a morirsi, perchè di così lunga e iniqua malattia era afflitto, che quelle grandi ragioni di vivere furon vinte dalla ragione di morire" (Lib. I, Epist. 12a).

In tempi assai più presso a noi, sono esempî famosi di eutanasia spontanea il Cancelliere di Federico, Pier delle Vigne, che divenuto cieco e pien di malanni si spezzò la testa contro un muro cosicchè Dante lo punì col metterlo nel suo "Inferno", ed Elisabetta d’Inghilterra, la Regina-Vergine [?], che prescelse morirsi di inedia. A tale proposito, bisogna ricordare che per due o tre secoli gli Inglesi, "maturamente e con indifferenza e costanza" si suicidavano ragionatamente, così da riescire notissimi suicidofili nel loro "spleen". Sappiamo tutti come infierì in Europa la manìa, talora anche troppo discorsiva, del suicidio dopo la comparsa delle celeberrime opere di Goethe su Wilhelm Meister, di Foscolo su Jacopo Ortis; ma in quel tumulto di passioni ultra-romantiche, la motivazione del dolore fisico, della malattia, si era dileguata: non è ricomparsa che in tempi recentissimi, non sappiam bene se anche negli statuti di quei "Club di suicidi" (per meglio dire, di "suicidofili") che si lesse essersi fondati qua e là, specialmente nei due paesi dalle massime stravaganze, nel Nord-America e in Russia.



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Dopo il morbo che minaccia, più o men davvicino, e arreca la morte, portando con sè quale suo quasi immancabile segno di ammonizione il dolore, ecco l’agonia che la precede di poco, ne annunzia in forma terrifica la imminenza, e a poco a poco precipita la umana creatura nel Nulla o... nel Tutto!

Il pensiero si rivolta istintivamente - e Tommaso Moro, Francesco Bacone e Maurizio Maeterlinck se ne sono resi gli interpreti - all’idea che quei dolori accompagnanti quasi sempre la malattia possano turbare il paziente fino all’ultimo respiro. Purtroppo l’infelicità umana è così fatta, che vi sono casi in cui il malato passa senza pausa di pace dalle sensazioni violente del suo male a quelle supposte non meno atroci dell’agonia. Nello stesso campo neurologico vi sono malattie spaventose nella loro implacabilità; le quali provocano fino all’ultimo o almeno per lunghissimo tempo dolori acerrimi, insopportabili, senza remissione, senza possibile difesa. Tali sono in molti casi l’angina di petto, le convulsioni della rabbia o del tetano, lo stritolamento o le fratture della colonna vertebrale, le ferite con sezione totale od emisezione, nonchè certe affezioni croniche del midollo, il carcinoma delle vertebre, certe sifilidi meningitiche e cerebrali, alcuni tumori dell’encefalo, massime nella fossa anteriore.

Abbiam visto come lo spettacolo degli sforzi fatti da un organismo morente per conservare il supremo alito di vita, inducesse i pensatori positivisti Inglesi del XVII Secolo a pretendere il diritto di accelerarne la fine. Tutte le agonie sono terrificanti se il malato non ha del tutto perduta la coscienza od ha ancora sufficiente potere di resistenza. Tale è particolarmente il caso degli individui sani colpiti da improvviso trauma, caduti dall’alto o schiacciati da un pesante veicolo, da una frana, da una valanga; dei giovani ancora forti e robusti, atterrati da un colpo di coltello o di fucile; degli stessi fanciulli, nei quali tutti la vita è nel suo vigore e sembra disposta a resistere unguibus et rostris alla imminente Nemica. Come non compiangerli, sapendoli destinati fatalmente alla morte; come non correre col pensiero alla loro liberazione più sollecita e sicura! Quante madri, quanti padri, ascoltano con angoscia e spasimo atroce il grido monotono del loro bimbo che muore per meningite o per idrocefalo, e non ha peranco offuscata la coscienza così da versare in quel torpore che già sa di morte, e da non più avvertire la pressione che il processo morboso esercita sulle terminazioni dei nervi endocranici sensibili! Quanto straziante non è pei parenti il sibilo orrendo del fanciullo, che si spegne asfissiato dalle pseudo-membrane della difterite, e pare chiedere, col suo sguardo vitreo e spaventato, agli infelici genitori, al medico impotente, che gli ridiano l’aria di cui si sente mancare!

E quante persone assennatissime, moralissime, affezionatissime, circondando il letto di un loro caro che sta morendo, non si augurano in cuor loro di non più udire quel rantolo cavernoso, di non più vedere quegli inutili aneliti di una lenta, indeprecabile agonia!... Tutti questi spettatori angosciati provano il folle impulso di impetrare dal Cielo in cui credono e che pur tuttavia rimane impassibile, o dal medico che potrebbe pure cedere ad un sentimento di pietà, che facciano finire quegli strazi delle loro creature.

Se non che, nei casi di malattie esaurienti o cachettiche, il termine "agonia", preso nel senso largo di lenta, inesorabile dissoluzione della personalità fisica e psichica, non può svegliare l’idea di un dolore così acuto; e l’eutanasia non potrebbe essere invocata quale mezzo di finire dei patimenti che non si rappresentano forse più alla coscienza, nè come dolore fisico, nè come angoscia morale. In quanto a quest’ultima, noi assistiamo talora in Psichiatria al penosissimo decorrere di certe melanconie presenili in forma di psicosi ansiose, con intenso delirio di rovina, nelle quali la "lenta agonia" si cela sotto le apparenze psichiche fatte di torture morali, di fobie, di idee rattristanti, di terrori, di disperazione, ora tremendamente agitata ed ora sinistramente muta nelle sue espressioni e nella ricerca incessante della morte quale ultimo scampo. In tutti questi casi, c’è da augurare ai poveri infermi, o l’incoscienza della demenza assoluta, o anche un morbo letale incidentale che soppraggiunga a liberarli da tanta desolazione.

Bisogna intanto rilevare che nella grandissima maggioranza, nella quasi totalità, gli ammalati gravi, o aggravati, quando abbiano il conscio pensiero della prossima fine, o le famiglie, quando veggono spegnersi un loro caro, domandano insistentemente alla Medicina di fare il possibile per prolungare quella esistenza in pericolo. Nessun medico si rifiuterà allora a tale opera di pietà, anche se ha la convinzione scientifica di nulla potere, e forse anche se sa che i mezzi di cui dispone varranno soltanto ad allungare di pochi istanti quella impari lotta della Vita contro la Morte. Nobilissima la già ricordata risposta di Desgenettes al Bonaparte: ma non pare che fosse appropriata al caso miserando di quei poveri militari appestati; nel medico dell’Armata di Siria, più del biologo, parlava lo specialista chirurgo, conscio fin d’allora delle vite salvate con sapienti tagli, o con previdenti legature vasali, o con restauratrici operazioni.

Se la Medicina, come Igiene, si propone di conservare la salute e, come Terapia, di restaurarla, nel che si esauriscono tutti i suoi sforzi, dato pure che a tale programma sacrosanto non corrisponda sempre il suo potere, è dubbio assai che in caso di morte imminente essa possa tardarne molto l’avvento, possa poi "allungare la vita" in forma sodisfacente restituendole qualche po’ del benessere derivante dalla sua attività funzionale. Io sono anzi quasi certo che contro quei mali inesorabili, che attentano alle fonti medesime della energia vitale nell’individuo, noi siamo del tutto impotenti. Non si vorrà certamente credere che delle iniezioni di muschio, di caffeina o di olio canforato (queste ultime venute oggi di moda in ogni evenienza ed usate talvolta senza criterio!), abbiano la forza di allontanare l’inevitabile momento. In un canceroso, in un tubercoloso corroso dai bacilli, in un dissanguato, in un paralitico all’ultimo stadio del marasma, quali mezzi possiede la Scienza medica per trattenere la fiamma vitale, più di quanto le concedano i miserabili poteri di un organismo in via di dissoluzione?