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L'ultimo rifugio di Dante Alighieri/Parte prima/IV

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IV


Una breve notizia latina di cronaca ravennate inserta nell’Historia miscella di Bartolomeo dalle Pugliole, ricorda la morte di Guido Minore da Polenta al 23 gennaio 1310:«Dominus Guido Senex de Polenta moritur.»[1] A costui si doveva la potenza della famiglia. Uomo avveduto in pace, instancabile in guerra, avea cercato di trasfondere le sue virtù, e, diciamolo pure, i suoi vizi ne’ suoi nove figliuoli, Lamberto, Ostasio e Bernardino, di cui abbiamo parlato; Francesca, l’eroina della tragedia malatestiana e del canto di Dante; Samaritana moglie a Bernardino conte da Cunio; nei due naturali Guiduccio, ricordato nel testamento di Lamberto, e Bannino pieno di senno e di valore. Degli ultimi due poi, Bastardino e Nasitto (anche questi certamente naturali[2]) si trova ricordo in documenti autentici del 1273, 1305, 1307 e 1316.[3]Ma procediamo solleciti per tornare a Guido Novello che in questi anni sembra ritirato dagli uffici pubblici. Appena infatti troviamo il [p. 14 modifica]suo nome registrato al 22 luglio 1312, fra i delegati ad eleggere il Rettore della chiesa di S. Stefano in Mercato[4].
Intanto Arrigo VII procedeva nella sua conquista italiana. Presa Milano e cinta la corona ferrea nel gennaio del 1311, s’estese su Cremona, Lodi, Brescia, Pisa e Genova. Piegò poi alla volta di Roma tenuta dalle milizie napoletane. Allora Roberto in tutta furia ordinò a Lamberto Polentano d’assoldare quanti più poteva uomini in Romagna e di portarsi sollecitamente a Roma[5]. Lamberto ubbidì, ma giuntovi trovò tutta la città piena di rumore e agitata dal conflitto degli Orsini guelfi coi Colonna ghibellini. Le sue milizie furono ben presto, come tutte le altre, travolte nelle lotte intestine, cosicché non valsero a tenere indietro Arrigo che s’impadronì di Roma e vi si fece incoronare il penultimo giorno del giugno 1312[6].
Con miglior fortuna di Lamberto avea guerreggiato in quel tempo Bernardino sotto le mura di Sogliano castello munitissimo e disperatamente difeso. Ottenutolo finalmente dopo tre mesi d’assedio, lo aveva fatto spianare sin dalle fondamenta, «Castrum ― si legge negli Annali Cesenati ― insigne erat et magnis palatiis et turribus præemunitum et ducentis fumantibus capax.»[7] Di là, Bernardino con duemila fanti ed ottocento cavalieri era poi passato in Toscana, per portare aiuti alla repubblica fiorentina sempre contro Arrigo. Arrivato nel Valdarno superiore assalì prima gl’imperiali chiusi in Leccio e in San

Mezzano, occupò i due luoghi, poi ebbe a discrezione la torre sopra Incisa, sull’Arno[8]. Girò quindi in largo presso Ganghereto per impedire la ritirata d’Arrigo da quella parte. Questi finalmente levò l’assedio a Firenze, che grata nominò Bernardino Podestà pel primo semestre del 1313; ma nell’onorifica carica non durò, còlto da morte ai 22 di aprile. [p. 15 modifica]Gli avvenimenti intanto precipitavano e con loro la fortuna ghibellina. Arrigo VII, dopo l’assedio di Firenze e una non breve sosta tra Poggibonsi e Pisa, per un’ambascieria di Federico re di Sicilia (che gli portò danari e promise soldati) accettò di condurre la guerra contro Roberto, nel regno di Napoli. Partì da Pisa il 5 agosto 1313, passò sotto Siena e, accampatosi a Monte Aperto, fu assalito dal freddo della terzana. Allora si fece portare a Buonconvento sperando nella salubrità dell’aria. Aggravò invece e il 24 dello stesso mese morì.[9]
A questa morte svanivano i sogni e le speranze dei Ghibellini e di Dante. Pel trionfo d’Arrigo questi s’era adoperato con tutte le forze; avea scritto un’epistola ai principi d’Italia, ai senatori di Roma, ai duci e ai popoli, esortandoli eloquentemente ad obbedire Arrigo, di cui vantava l’anima e la virtù;[10] avea scritto al 31 marzo del 131 i contro ai Fiorentini, che si preparavano a difendersi da Arrigo anziché sottometterglisi, parole di fuoco, e, più che minaccia, maledizione o sentenza di anatema;[11] avea finalmente scritto due settimane dopo (16 aprile) allo stesso Arrigo, invocandolo Santissimo trionfatore, re dei Romani per divina provvidenza e scongiurandolo ad avanzare contro Firenze.[12] Questo dettava l’esule stimando santa l’opera dell’Imperatore e per l’immenso desiderio di rientrare nel bell’ovile ove dormì agnello! Anzi si era accostato forse alla sua città persuaso che non fosse lontana l’ora in che vi sarebbe rientrato. Le due [p. 16 modifica]ultime lettere furono dal Casentino, dove Dante era andato, dopo aver veduto e inchinato l'Imperatore forse in Lombardia[13].
La lettera ai Fiorentini ha in calce:«Scriptum prid. Kal. Aprilis in finibus Thusciæ sub fontem Sarni, faustissimi cursu Henrici Cæsaris ad Italiam anno primo»; la lettera ad Arrigo ha in calce:«Scriptum in Tuscia sub fonte Sarni XIV Kal. Majas, MCCCXI divi Enrici faustissimi cursus ad Italiam anno primo». Ora si discute se Dante scrivesse quelle lettere dal castello di Porciano, dei conti Guidi (posto veramente a pochi chilometri dalla fonte dell'Arno e allora in finibus Tusciæ perchè sottoposto al Falterona, nell'ambigua delimitazione tosco-romagnola dei possedimenti de' conti Guidi) o da Poppi per richiamo d'altre lettere attribuite a Dante.
Alla prima opinione alcuni oppongono i versi di Dante, in cui si legge che l'Arno

tra brutti porci, più degni di galle

che d'altro cibo fatto in uman uso,

dirizza prima il suo povero calle,[14]


e, ritenutili per fermo allusivi ai conti di Porciano, dicono che il poeta non avrebbe potuto scrivere così se fosse stato loro ospite. Avanti tutto converrebbe provare che qui Dante allude veramente ai Signori e non piuttosto, come del resto è assai probabile, agli abitanti in genere[15]. Ma concensso anche che alluda proprio a'Signori non troviamo ugualmente accettabile il parere di coloro i quali, appunto per questi versi, pensano che il luogo donde l'Alighieri scrisse le [p. 17 modifica]lettere citate non potesse essere Porciano. [p. 18 modifica]Pagina:L'ultimo rifugio di Dante Alighieri.djvu/34 [p. 19 modifica]

IV. — Romena.

D’altra parte perchè discutere se Dante scrisse da Poppi o da Porciano le epistole ai Fiorentini e ad Arrigo, sulla fede delle lettere a Margherita di Brabante? Il poeta rimase e vagò lungamente pel Casentino. Nella Commedia se ne trovano cenni e descrizioni minute e stupende, specialmente nel canto di mastro Adamo,[16] in quello di [p. 20 modifica]Bonconte da Montefeltro[17], in quello di Guido del Duca, ecc.[18], cenni e descrizioni che dimostrano che Dante non passò solo di là, ma vi fece lunga sosta, tanto che variamente v'ammirò fenomeni da lui con lirica potenza ritratti come le nebbie e l'uragano su Pratomagno, e l'infuriare dell'Archian rubesto, poi il mormorare lieve de' ruscelletti

.... che da’verdi colli del Casentin discendon giuso in Arno facendo i lor canali freddi e molli; 3) ricordò la Verna, il Falterona, Camaldoli e Fonte Branda di Romena, e Romena e Campaldino (Certomondo), ed altri luoghi ancora. L’Alighieri potè dunque benissimo scrivere la lettera ai Fiorentini l’ultimo di marzo e la lettera ad Arrigo il 16 aprile del 1311 da Porciano e un mese dopo da Poppi dettare le lettere a Margherita di Brabante. Sulla via, lungo l’Arno, che mette capo a Bibbiena, sorgono l’uno e l’altro castello e sono fra di loro distanti poche ore di cammino." Perchè dunque intralciare queste semplicissime e naturalissime notizie in una rete di dubbi e d’ipotesi spesso campate in aria?

Cfr. Ew. REPETTI, Dizionario geografico storico della Toscana (Firenze, 1833-46), V, 583, e CARL BENI, Guida illustrata del Casentino (Firenze, 1881), 51, 62, ecc. Nel Casentino si raccolgono due leggende su Dante: che gemesse qualche tempo imprigionato nel maschio della rocca di Porciato che si s’innamorasse d’una donna che era gossula. Non si sa che l’Alighieri nei viaggi in Casentino si fermasse a Romena. E certo ad ogni modo che la lettora atrilita a lui, indirizzata ad Oberto e Guido per la morte d’Alessandro di Romena, è apocrifa. I ta round quest’ultimo nella Commedia come falsificatore del fiorino. Cfr. Scritti su Dante di fis. Tones (Vina, 1872), I, pp. 213-259. - RODOLFO RENIER (Giornale storico della lett. VIII, 1881, p. 113) dopo aver detto che le lettere attribuite a D. sono ormai quasi tutte più o sette, strive: Sulle tre almeno che dice di aver conosciute Giovanni Villani, sembra non vi dubdio: o in questo gineprain di apocriti chi ci assicura che su quelle parole appunto

  1. ↑ Rer. ital. script., XVIII, 321.
  2. ↑ Mancano all'albero genealogico compilato dal Passerini. V. Litta, Famiglie celebri italiane - Polentani - tav. II.
  3. ↑ Fantuzzi, Mon. rav., III. 304, 189 e 197.
  4. ↑ Fantuzzi, Mon. rav., V, 179.
  5. ↑ Carrari, ad ann. - Rossi, Hist. rav., 527.
  6. ↑ Muratori, Annali d'Italia (Milano, 1744), VIII, 63. - P. Villari, I Fiorentini, Dante e Arrigo VII, nella Nuova Antologia (Tom. CIII, 1889, p.225).
  7. ↑ Nel Rer. It. Script., XIV, 1133. - Carrari, ad ann.
  8. ↑ Albertino Mussato, Historia Augusta nei Rer. Ital. Script., N. 473
  9. ↑ Sorprende che da qualche scrittore moderno sia presa sul serio la leggenda ch’ei morisse di veleno, smentita da tutti gli antichi, come il Mussato, Guglielmo Ventura, il Ferreto, Tolomeo da Lucca, Giovanni da Cermenate, ecc.
  10. ↑ La lettera non ha le indicazioni del tempo e del luogo in cui fu scritta. Quasi tutti però sono d’accordo nel ritenerla dettata sullo scorcio dell’anno 1310. Vedila nelle Prose e poesie liriche di Dante Alighieri per cura d’Aless. Torri (Livorno, 1842), Vol. V, e con le Epistole, nelle Opere minori di D. A. a cura di Pietro Fraticelli (Firenze, Barbèra, 1879), Vol. lll, 440. Nessuno, che noi sappiamo, ha mai dubitato dell’autenticità di quest’epistola. Soltanto ora lo Scartazzini, Prolegomeni della Divina Commedia, Lipsia, 1890, p. 101, azzarda queste parole: «Sull’autenticità di questa epistola non fu mai sollevato alcun dubbio, nemmeno dal Bartoli, che è tutto dire. Dal canto nostro confessiamo di non avere piena convinzione dell’autenticità; ma non vogliamo essere i primi a sollevare dei dubbi.» Bisogna convenire che questo sistema di critica è d’una novità singolarissima! Se lo Scartazzini ha buone ragioni, le faccia valere. Se non le ha, non aggiunga confusione alla matassa con simili suggestioni.
  11. ↑ Torri, Op. min. di D. A., V, 35-42; Fraticelli, Op. min. di D. A., III, 450-59.
  12. ↑ Torri, Op. min. di D. A., V, 47-61; Fraticelli, Op. min. di D. A., III, 464-475.
  13. ↑ Nella epist. ad Arrigo VII Dante scrive; Nam et ego, qui scribo tam pro me quam pro aliis, celat decet imperatorum majestatem, benignissimum vidi et clementissimum te audivi, quum pedes tuus [...] tractarunt, et labia mea debitum persolverunt, ecc. Lo Scartazzini, Prolegomeni ecc., p. 105, espone le varie possibilità che Dante si recasse ad inchinare Arrigo a Losanna, o ad Asti, od a Milano. Altri ammettono che l'incontro possa essere avvenuto mentre l'Imperatore si trovava all'assedio di Cremona. La questione è insomma di tal natura che coi documenti che s'hanno, non so potrà mai risolvere! Intanto per far più presto, l'Imbriani (Scritti Danteschi - Firenze, 1891 - p. 156) dice l'epist. evidentemente apocrifa!!
  14. ↑ Purgatorio, XIV, 43-45.
  15. ↑ Vedi le note dello Scartazzini a quella terzina nel Commento alla Div. Commedia (Lipsia, 1874-82), Vol. II, 241, nelle quali sono citate due opinioni del Witte (Blatter für lit. Unterhaltung. Lips. 1838, pag. 666 e seg., e Dante-Forschungen, Halle, 1899, p. 470).
  16. ↑ Inferno, XXX.
  17. ↑ Purgatorio, V.
  18. ↑ Purgatorio, XIV.