L’Ulisse/Canto primo

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Canto primo

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Omero - L’Ulisse (Antichità)
Traduzione dal greco di Ludovico Dolce (1573)
Canto primo
Canto secondo


ERANO TUTTI i Greci ritornati
A le lor patrie, à le natie contrade;
Tutti quelli dico io, che fur campati,
Ò d’altre morti, ò da le Frigie spade.
Sol vivea lunge à i cari tetti amati
Ulisse, e non per sua sceleritade:
ma sol perché Calisso lo teneva,
Seco per forza, e di lui tutta ardeva.

Costei ch’era una fata, o Ninfa audace
Data à i diletti, e ne’ suoi amor fervente
Desiava goderselo con pace
Infin ch’egli vivea, perpetuamente
Onde percossa d’amorosa face
Con inganni, e lunsinghe, era possente
Di trattener, havendolo sì caro,
Un Re prudente, un cavalier sì raro.

Ma non solo ad Ulisse era la sorte
Contraria lunge alla sua propria terra,
Ma da gli amici dentro à la sua corte
gli era resa molestia, e fatto guerra.
E Nettunno oltre à ciò l’odiava forte
Sì, che ’l ritorno à la sua patria serra.
Il quale in Ethiopia un dì fu gito
À un solenne a lui fatto alto convito.

Intanto sù, nel regno almo, e celeste
Gli Dei sendo a consiglio radunati,
Si ricordò dell’homicida Oreste
Giove Signor, e padre dei beati;
Il qual, per far degne vendette, e honeste
Del suo gran padre, e primo fra i lodati
Levò di vita da giust’ira scorto
Lui, che ’l proprio cugino havea già morto.

Giove dunque formò parole tali
E disse: O quanto ingannano la mente
À creder gl’ignoranti egri mortali
Che i mal, ch’eßi patiscano sovente,
Procedano da noi santi, e immortali,
Da’ quai cosa non viene ingiustamente
Perché cagion de’ loro affanni, e doglie
È l’ignorantia, e le lor torte voglie.

Com’è avenuto al traditor d’Egisto,
Il qual fuor d’ogni debito, e ragione,
Come crudel, come malvagio, e tristo,
La mogliera sposò d’Agamennone,
E uccise lui per non perder l’acquisto,
Che fatto havea della Real magione.
Onde Oreste, benché non molto in fretta,
Fè della morte sua degna vendetta.

Et io che conosceva il suo pensiero
Esser così perverso, e così rio:
L’avisai pel celeste messaggiero,
Eloquente, e fedel, ministro mio,
Che non facesse l’adulterio, e fiero
Fosse al cugin, che pagherebbe il fio:
Perché vendicator ne fora degno
Il figlio, e racquistar vorrebbe il Regno.

Così fece Mercurio interamente
L’officio, che da me gli fu commesso;
Ma non gli pote dar sì buona mente
Ch’ei lasciasse di far l’indegno eccesso.
Hor con giusto gastigo pate, e sente
Quel mal, di ch’egli fu ministro espresso.
Conchiudo, che non debbono i mortali
Recar à noi le cause de i lor mali.

La bella Palla con parole accorte
Al padre de gli Dei così rispose:
Padre, e rettor de la celeste corte,
Che solo opere fai giuste, e pietose:
Egisto si perì di degna morte,
poiché la mano à sì rio fatto pose:
E così pera ancor ciascun, che fia
Ripien di crudeltate, e fellonia.

Ma io gelosa del mio Ulisse sono,
Nè potrei dir quanto mi pesa, e dole,
Ch’un cavalier sì valoroso, e buono,
Quant’altro veggia raggirando il Sole,
Calisso Ninfa (à cui già non perdono)
Con arte, e con lusinghe, e con parole,
Lo ritiene in un’isola serrata
Da l’onde, e da costei sola habitata.

E pur vorria ch’Ulisse si scordasse
De la patria à perpetuo suo piacere,
Sì, che tutto ’l suo tempo consumasse
Da lui sbandito, et in altrui potere.
Cui più caro saria, che gli lasciasse
Il fumo solo d’Itaca vedere,
Che viver immortal presso à colei,
Ch’ei non ama diletti, e manco lei.

Per questo gli saria la morte grata
Più tosto, che gradir le costei voglie.
Intanto gli è la casa depredata,
Et ogni sua sostanza gli si toglie
Da gli amici, che tengon molestata
La sua cara, fedele e casta moglie:
Che, come s’egli fosse giunto à morte
Cercano à gara haverla per consorte.

Ond’ella per levar tal peste via,
E allontanar queste pungenti spine,
Voluto ha, che da loro à lei si dia
Spatio, pria ch’à le nozze l’alma inchine,
Ch’una tela, che tesse tuttavia,
Con le sue mani, sia condotta al fine:
Ma quanto il giorno la pudica tesse,
Tanto la notte accortamente stesse.

Così conserva la sua castitate
Pur aspettando, che ’l marito torni;
Nè resta, che non vengan consumate
Le cose sue fra tante notti, e giorni.
Tu sai pur padre, ch’ami la bontate,
Come i tuoi sacri altar fe sempre adorni
Delle vittime usate, Ulisse mio,
È sempre fu religioso, e pio.

Dunque perché sei verso lui sdegnato,
se dir conviensi, ò sempiterno sire?
Sappi ò Palla, ch’Ulisse ho sempre amato,
Giove rispose, e sian lontane l’ire,
Ch’osservator l’ho sempre ritrovato,
Del culto mio, quanto si possa dire.
Seco Nettunno è irato, et odia lui,
Più che giammai mortale odiasse altrui.

E l’odio à lui fin da quel giorno prese,
Nè d’altronde maggior prender potea,
Alhor che qui privo dell’occhio rese
Polifemo, che solo in fronte havea:
E di tanto favor gli fu cortese,
Che se ben navigare ei lo vedea,
Uccider non lo volse, ò farli guerra,
Mà sol lo tien lontan dalla sua terra.

Hor voglio ben, che ponga giù lo sdegno
Nettunno, e lo porrà, voglia, ò non voglia,
E che ritorni Ulisse nel suo Regno,
E in tutto da quell’Isola si toglia.
E perche tu, sei di fiorito ingegno,
Permetto a te, che questo nodo scioglia:
À cui più d’altro un tale ufficio lice,
Che l’hai sì caro, e sì li sei fautrice.

Io sò, diß’ella, che ’l ritorno grato
Sarà d’Ulisse à tutti quanti i Dei,
Però che sia da te padre mandato
Mercurio entro quell’Isola vorrei:
Che ’l tuo fermo volere, e ’l tuo mandato
Del ritorno di lui spieghi a colei,
Che ’ntanto n’andrò in Itaca, e ’l figliuolo
D’Ulisse ritrarrò d’affanno, e duolo.

Io farò che Telemaco, diletto
Da me, come figliuol d’un huomo tale
Ottenga, ch’à malvagi sia interdetto
Di più seguir in fargli danno, e male:
E fatto questo così buono effetto,
Che forse è ’l più importante, e principale,
In Pilo manderollo, ò in Sparta bella,
Per intender di lui qualche novella.

Ciò detto havendo, ella dal ciel discese,
Essendo armata, e havendo un’hasta in mano,
E di Mente la forma intera prese,
Ch’era un famoso, e degno Capitano.
Và in Ithaca, ch’alcun non gliel contese,
Che ’l contender sarebbe stato vano:
E con quell’hasta in man si fu fermata
Del palagio d’Ulisse in sù l’entrata.

E mentre mira, una gran turba vede,
Ch’eran quei, che cercavan per mogliera
La bella donna, che con tanta fede
Serbava à Ulisse castitate intera.
Vede, che questo, e quel superbo siede
Nella gran sala, che le nozze spera.
Poste le mense, e da diverse bande,
Vede, che s’apprestavan le vivande.

Chi mesce il vino, chi divide e parte
Le carni, ch’eran rare, et odorate:
Chi questa cosa, e chi quella comparte,
In vasi d’oro, e in tazze ricche, e ornate,
E giunge l’una, quando l’altra parte
E son più d’una volta replicate;
E fra costor Thelemaco sedea,
Guardando pur se ’l padre suo vedea.

Guardava pur, se ’l padre suo vedesse,
Che giorno, e notte, il giovane bramava;
Che sgombrar quell’Harpie tosto facesse,
Onde sua facultà si consumava:
E con la sua venuta si potesse
Quetar la madre, ch’ogn’hor sospirava,
E mentre il suo ritorno aspettar vuole
Si consumava, come ghiaccio al Sole.

Mentre, che così pensa gli occhi gira,
E star con l’hasta in sù la porta aßiso
Mentre, qual buono augurio, vede, e mira,
Onde subito fé sereno il viso.
Lassa la mensa, et à lui si ritira,
Perché troppo d’offenderlo gli è aviso,
Lassando lui sù quella porta stare,
Che molto era tenuto d’honorare.