L’astrologia e la consegna del bastone al Capitano generale della Repubblica fiorentina

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Eugenio Casanova

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L'ASTROLOGIA E LA CONSEGNA DEL BASTONE

AL CAPITANO GENERALE DELLA REPUBBLICA FIORENTINA.


Fra le cerimonie che si celebravano in Firenze al tempo della Repubblica merita di essere specialmente ricordata quella in cui il Sommo Magistrato consegnava solennemente al Capitano generale delle sue genti il bastone d’abeto e la bandiera gigliata, insegne del comando.

Dell’ordine tenuto in questa funzione, del corteggio, dei discorsi ci serbarono memoria nel Cerimoniale della Repubblica Fiorentina gli araldi Francesco Filarete e Angelo Manfido1 in vari capitoli, uno de’ quali fu pubblicato dal Giorgetti in questo Archivio storico2. Altro è invece l’argomento di questo scritto; il quale ha per scopo di dare soltanto brevi notizie sul momento scelto a questa solennità e sulle pratiche seguite per osservare il punto propizio; notizie che trovammo nei pochi documenti del nostro B. Archivio di Stato, che vengono da noi pubblicati per la prima volta.

Dopo avere scelto e condotto il Capitano generale della Repubblica, i Magistrati, preposti alle cose della guerra, [p. 135 modifica]solevano commettere al loro astrologo e ad altri ancora di ricercare nel corso degli astri il punto in cui, promettendo il Cielo ogni cosa felice, potevasi senza alcun timore dare all’eletto l’obbedienza dovuta al suo grado.

Prisca usanza era questa, che conveniva a quella civiltà, e che quindi era forse osservata in tutti i nostri Comuni. Per Firenze, i Dieci di Balia ne affermano l’antichità in una lettera del 21 di settembre 14783; e la loro asserzione non può essere da noi messa in dubbio, sebbene i documenti che ci ricordano questo costume non siano se non dell’ultima metà del secolo XV, perchè tale consuetudine collegavasi con molte pratiche simili che solevano essere fatte in occasioni solenni dai nostri maggiori: i quali, infatti, si facevano ancora dare il punto tanto per gettare le fondamenta di una fortezza4, quanto per determinare il momento opportuno ad un assalto5.

Dovunque avesse luogo la cerimonia del bastone6, da qualunque magistrato fosse compiuta, l’opera dell’astrologo era richiesta. E sappiamo che come in Firenze sulla ringhiera del Palazzo dei Priori il " Conte Niccola Orsino, conte di Pitiglano, prese el bastone adi 24 di giugno, con electione dello astrolago a hore 18 ½, anno 1485„;7 e il 1° giugno 1498 a Paolo Vitelli " diessi el bastone a hore 14 ½ con costellatione pervigiliata da l’astrolago „8; [p. 136 modifica]cosi prendevasi ancora il punto quando l’esercito fiorentino, raccolto nei campi, già fronteggiava il nemico, e il Capitano doveva essere investito del comando dai Commissari della Repubblica. E gli astrologi, gelosi quant’altri mai dei loro privilegi, erano sempre intenti a farli osservare; e di ogni caso, di ogni fenomeno si servivano per richiamare all’antica consuetudine il Magistrato, talvolta dimentico di loro. Ad esempio valga il fatto che la mattina del 29 settembre 1453, approfittando dello spavento che avevano incusso nell’animo di tutti i cittadini "terremoti terribilissimi et spaventevoli „ sentiti in Firenze circa la mezzanotte del 28 al 29, essi, riconoscendo in questo caso l’influsso degli astri, ricordavano ai Signori Priori l’antico costume, e facevanli soprassedere alla cerimonia del bastone, già ordinata, fino a tanto che i tempi fossero diventati propizi9.

Certo essi alla richiesta dei Magistrati della Repubblica rispondevano coscienziosamente e nulla trascuravano che potesse importare all’esito felice dell’impresa ch’erano chiamati a favorire colle loro pratiche. Studiavano il corso delle stelle e, trovato coi loro calcoli il punto propizio, ne davano per iscritto notizia minuta e precisa al Magistrato e lo confortavano a non dipartirsi in nessun modo dai loro precetti, perchè non fallisse per colpa sua l’opera del Capitano cui doveva essere dato colle note insegne il comando degli eserciti10. Di tali precetti è monumento prezioso la lettera che a Lorenzo de’ Medici, sindaco eletto a dare il bastone ad Ercole d’Este, scrivevano il 26 settembre 1478 i Dieci di Balia11. Nella quale gli dicono di essere stati confortati a mandargli la polizza stessa dell’astrologo affinchè egli possa osservare diligentemente il punto designato, che sono le ore sedici e un quinto; e lo esortano ad attenersi strettamente alle loro [p. 137 modifica]istruzioni essendo di somma importanza che la cerimonia si compia in quell’ora precisa e non prima; perchè tutti i punti precedenti a quello determinato sono nefasti. Che se, per trovarsi in aperta campagna e per essere privo dei mezzi di misurare con esattezza il tempo, egli non potesse osservare quel punto con quella diligenza che gli raccomandano, anzichè correre il rischio di anticipare d’un sol minuto l’ora indicata, la lasciasse pure trascorrere, avendo pur sempre cura di dare principio alla cerimonia in un momento vicino quanto più fosse possibile a quello dete minato. Tali furono gli ordini che al magnifico Lorenzo diedero quei prudenti magistrati; i quali però, forse pieni di terrore, non si curarono in quella circostanza di cercare se quella pratica minuta ed esatta potesse in qualche modo recare pregiudizio alle operazioni militari; anzi lasciarono che le loro terre cadessero in mano del nemico; che, di fronte ai continui progressi di questo, l’esercito rimanesse inoperoso, non per altro che per dar tempo di compiersi alla congiuntura che gli astrologi avevano pronosticata felice. Onde il buono Ammirato, che conobbe questo documento, acceso di giusto sdegno, imprecò alla supertizione del tempo che consigliava quegli uomini, pure amantissimi della patria, a trascurarne in tal modo i più santi interessi !12.

Accanto a questo, altri fatti dimostrano che il Magistrato non era sempre si ligio ai dettami dell’astrologia e che spesso li poneva in non cale. E questo contegno scusavano la facile [p. 138 modifica]dimenticanza di un costume che nessuna rubrica dello Statuto, che nessuna provvisione contemplava, e le gravi ragioni di Stato. Abbiamo difatti già avvertito che il 29 settembre 1153 in seguito a terremoti sentiti nella notte, i Signori cedettero alle esortazioni degli astrologi e contromandarono l’ordine di celebrare la ceriamnia del bastone ch’essi avevano dato la vigilia stessa ai Commissari al campo. Ai quali, dopo che li avevano avvisati della elezione di Sigismondo Pandolfo Malatesta a Capitano generale delle loro genti, e dopo che avevano partecipato a questo la sua nomina13, avevano il 28 settembre già mandato le seguenti istruzioni: «Circa la parte della obedientia di messer Sigismondo,... gl’abbiamo dato et diamo la obedientia, governo et titolo di Capitano generale et così voglamo ch’egl’abbi in segno di quello il bastone... Et così per queste vi commettiamo che con ’l nome di Dio glelo diate a ogni sua voluntà, aciò che niente manchi che cognosca essere utile al buono governo delle nostre genti et a conseguire il fine disiderato delle imprese disegnate. Et così con quelle parole et modi che vi parranno convenienti gli direte et farete...»14. E chiaro che, dettando queste parole, non ricordavano di dovere interrogare le stelle prima di venire a quella funzione e [p. 139 modifica]di non dover già rimettersi in tutto alle deliberazioni e al volere dei Commissari e del Capitano in faccenda che alla civiltà del tempo pareva si grave ed importante. Vennero in buon punto quei terremoti per richiamarli all’antica usanza, alla quale certo non gli avrebbero fatti pensare le istanze ed i mormorii di maestro Paolo, loro astrologo, e dei colleghi di lui15; e diedero ordine di soprassedere alla consegna del bastone fino al 10 di ottobre, nel qual giorno soltanto era il «punto da fare tale acto»16. L’ordine, aihmè! giunse troppo tardi: i Commissari, appena ricevuta la lettera del 28 settembre, eransi affrettati ad eseguire gli ordini in essa contenuti e ne avevano dato notizia ai Signori. I quali poco si crucciarono invero della inosservanza dei noti precetti ed anzi trassero buoni auguri dalle promesse di Sigismondo, dall’allegrezza di lui e del campo, dal felice principio dell’impresa, «che è il segno et agurio buono», dicono essi, compendiando in queste poche parole tutta la loro incredulità in fatto d’astrologia17.

Non altrimenti si comportarono i Dieci di Balia alcuni anni dopo, quando fu dato il bastone al Duca di Ferrara. Abbiamo già riferita l’istruzione che diedero a Lorenzo de’ Medici per procedere a questa cerimonia; ma prima di pensare a lui essi avevano scritto, il 20 di settembre 1478, ai Commissari: «Domane crediamo sarà costi il m. m. Io. Iac.°18. Porta a cotesto ill.mo Cap.° la bandiera et il bastone per parte de’ suoi ex.mi S. Manderenvi anchora noi la nostra; il [p. 140 modifica]bastone, basterà quello medesimo. Insieme colla S. M. concorrerete in nome della città a insegnirlo dell’uno et l’altro segno et honorarlo quanto più possibile vi sarà. Non crediamo a questo apto19 vi bisogna altra special procura o «mandato, havendo voi in ogni cosa costi tucta la nostra auctorità, che è in effecto tutta l’auctorità della città nostra»20. Colle quali istruzioni, senza curarsi delle stelle, rimettevansi a quello che avrebbero fatto i loro ufficiali. Ma, ripensando poi agli ordini dati, presto si ravvidero; e consigliati da gravi ragioni politiche diedero subito ordine di soprassedere all’esecuzione dei medesimi. Le condizioni dell’esercito e della Repubblica richiedevano allora che andasse al campo un uomo autorevole, che incitasse i condottieri a compiere il loro dovere e suggerisse ai Commissari e al Capitano generale quei provvedimenti che potevano rialzare le sorti della Repubblica, troppo abbattute dal Duca di Calabria. Quest’uomo era Lorenzo de’ Medici; la cui venuta avrebbe destato i sospetti dell’accorto nemico, se non fosse stata nascosta sotto le false sembianze della cerimonia che appunto in quei giorni doveva essere celebrata. Ma, prima che si ponesse in cammino, i Dieci non fecero mai parola di lui, come se avessero temuto che il duce nemico indovinasse le ragioni per le quali un tanto personaggio muovevasi da Firenze. La vigilia stessa della partenza ne tacevano ancora il nome, quando commettevano ai Commissari di mandargli incontro per buon tratto di via una scorta numerosa e forte. Ai 26 di settembre soltanto ne diedero chiaramente avviso con una lettera che ben dimostra che scopo della andata di lui non era la celebrazione di quella cerimonia, ma bensì cosa assai più grave21.

[p. 141 modifica]E di fronte alle gravi ragioni di Stato erano trascurate la superstizione e i dettami dell’astrologia. I Signori non negarono il titolo, gli onori, l’autorità di Capitano generale al condottiero che poteva procurare la salvezza dello Stato; nè, quando fu necessario, si curarono di quella funzione e del tempo in cui doveva aver luogo. Francesco Sforza fu nel 1438 investito di quel comando e di quel grado fin dal giorno in cui fu firmata la convenzione che lo conduceva agli stipendi [p. 142 modifica]della lega fatta da Venezia e da Firenze contro il Duca di Milano22; troppo peso aveva la sua spada, perchè la Signoria ardisse mettere a repentaglio la salute della Repubblica con un rifiuto a una condizione ch’egli aveva forse imposta alla sua condotta!

Dai quali fatti si può dedurre che, quantunque i tempi comportassero ancora che si credesse nella astrologia, quegli uomini sagaci non riponevano in essa una fiducia illimitata e aiutavano gli influssi delle stelle colla scelta prudente di un condottiero che in sè raccogliesse tutte le virtù di un buon capitano, nè fermavansi a ricercare qual grado di favore potesse godere nei Cieli.

A chi tuttavia chieda perchè, in massima generale, quella cerimonia si celebrasse, facile è rispondere che con questo si contentava la superstizione del volgo, il quale voleva sapere assicurato l’esito felice della guerra, cui accingevasi il Comune; voleva sapere protette e favorite dagli Dei le sue armi. E così i magistrati soddisfacevano a questo desiderio, forse coll’intima speranza che, non meno che gli antichi Romani, le loro genti da quegli auspici traessero fede maggiore, maggior coraggio a difendere e ad onorare la Repubblica. Ma ahimè! questi loro voti segreti, se pur li formarono, furono pur troppo delusi dalla maggior parte dei condottieri e degli stipendiati. I quali non erano più cittadini che dovessero salvare la patria o con lei cadere, ma mercenari, cui premevano egualmente Firenze ed i nemici di lei; erano genti, già avvezze al tradimento ed allo spergiuro che prestavansi a fare parata di sè in quel giorno [p. 143 modifica]solenne, ma non lasciavansi cogliere da commozione, che avrebbe potuto essere dannosa ai loro interessi non meno che alla loro persona. I Capitani generali stessi non nutrivano altri sentimenti che quelli dei loro uomini; e, ricevendo, in un giorno o propizio od infausto, con quelle insegne il comando supremo, d’altro non curavansi che di accrescere il loro stato per mezzo di quel bastone d’abeto, di quella gloriosa bandiera gigliata!





DOCUMENTI.

I.


(R. Archivio di Stato in Firenze. - Riformagioni. - Signori. Carteggio: Missive, Registri, I Cancelleria n.° 38, a c. 147 t.°).

Commissariis campi.



Spectabiles concives car.mi Noi vi scrivemo hiersera quanto fu di bisogno risponcendo a la vostra ultinna de’ di 26 et dipoi non abbiamo vostra lettera, né a noi occorre dirvi altro di nuovo. Questa solo vi facciamo per darvi notitia come questa mattina sentendosi da m.o Paolo et da altri la commissione che v’abbiamo data di dare il bastone al ma.co s. messer Sigismondo ci anno ricordato che per insino adi diecj d’ottobre non e’ è alcun punto da fare tale acto, ma tutti sono punti contrarli. Et ànnoci confortato a iure differire il dare del bastone insino a quel tempo. Et così ci contentiamo che si facci. Et in questo mezo faremo vedere con più diligentia quale et quando sarà il punto buono et darenvene notitia acciò che lo facciate allora. Et nondimeno è nostra intentione che la sua M.tia abbia l’obedientia et il governo et sia Cap.o generale et così eserciti quello uficio come se avesse avuto il bastone. Et però sarete con la Sua M.tia et con quelle parole et modi che vi parranno migliori li darete notitia di questo che vi scriviamo et faretelo rimanere contento che soprasegga al dare di decto bastone ceme è detto; non obstante che a voi et allui abbiamo per altre scripto che voi glele diate a sua posta; avisandovi che la nocte passata dopo le cinque hore ci cominciorono terremoti terribilissimi et spaventevoli, quali non furono mai più uditi per huomo che ci sia, con guastamente di molte case et edifici. Donde è proceduto che c’è stato ricordato questa cattiva dispositione de’ Cieli che corre al presente et debba correre anchora alchun di .....
Dat. Florentie die xxviiij septembris 1453 hora 17.

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II.

(Ivi. Dieci di Balia. Carteggio: Missive, Registri, n.° T, a e. 90 bis).

Die xxvj sept. 1478.

Laurentio de Medicis.


Mag.ce collega com.e noster. Mandianti in questa la poliza di mano dello astrolago nella quale è segnato il punto che si debba dare il bastone a cotesto ill.mo Cap.o Siamo stati confortati a mandartela perchè più a punto possiate observare; perchè è stimato d’importanza gravissima, perchè dopo quelle 16 hore, che sono segnate, et maximamente nel punto disegnato il Cielo promette ogni cosa felice; ma innanzi a quelle hore 16 ogni cosa è in contrario. Non ci pare per cosa alcuna che si pretermetta alcuna diligentia che v’acostiate più a quello punto che è possibile. E difficile et specialmente costi, secondo crediamo, misurarlo così ad unguem; ma vuoisi in ogni modo passare le 16 bore et mettere ogni industria possibile per acostarsi il più che si può a quello punto disegnato.



Note

  1. R. Archivio di Stato in Firenze. - Carte strozziane. - Antico numero 113: «Ceremoniale della Rep.ca fiorentina, e Memoria de’ trattamenti, e rinfreschi fatti dalla medesima, scritto per Francesco Filarete, Araldo della Rep.ca dall’anno 1450 al 1522, e da Angelo Manfidio, araldo similmente». Titolo di Luigi Strozzi.
  2. Documenti pubblicati in appendice della memoria intitolata «Lorenzo de’ Medici capitano della Repubblica fiorentina», nell’Arch. stor. ital., serie IV, tomo XI, pp. 318-320.
  3. R. Arch. di Stato in Firenze. - Riformagioni. - Dieci di Balia. Carteggio. Missive, Registri, n.° 7, a c. 75. Vedi a pp. 140 nota 3.
  4. Fu infatti preso il punto per gettare la prima pietra della fortezza di s. Giovanni in Firenze; e Francesco Guicciardini ne dà curiose notizie in una lettera scritta da Bologna al fratello Luigi il 21 luglio 1534 (R. Arch. di Stato in Firenze. Strozziana. Filza 129, a e. 195), pubblicata in parte nell’Inventario delle Carte strozziane del R. Archivio di Stato in Firenze, tomo I, p. 539. Firenze, Galileiana, 1884.
  5. Nella guerra di Pisa, l’anno 1404, i Fiorentini mossero all’assalto di Vico Pisano dopo avere avuto il punto dall’astrologo. Vedi Strozzi, Indice di cose laiche, nell’Archivio di Stato in Firenze, a e. 21.
  6. R. Arch. di Stato in Firenze. - Riform. - Dieci di Balia. Cart. Miss, Reg. 7, a c. 75.
  7. Cerimoniale cit., a c. 17 t°. Il verbo prese è ripetuta nel testo.
  8. Ivi, a c. 31: così il Filarete aveva scritto prima, poi corresse, «a hore 14 ¾». Nel margine della c. 15 t°, descrivendo la cerimonia celebrata il 4 ottobre 1481 sulla ringhiera medesima per dare il bastone a Costanzo Sforza, signore di Pesaro, l’araldo scrisse: «Adi 4, hore 17 ⅓. in giovedì, prese el bastone»; e, sebbene non lo dica, è certo che quell’ora fu indicata dall’astrologo.
  9. Doc. I.
  10. Doc. II.
  11. Ivi.
  12. Scipione Ammirato, Istorie fiorentine (Firenze, stamp. Nuova di Amador Massi e Lorenzo Landi, 1641), tomo III, p. 127, libro XXIV: «Mentre Cacchiano si batte, e i Fiorentini sono attenti a pigliar il punto dell’Astrologo per l’hora, e il di nel quale il bastone al Generale si dovea consegnare, non prima quasi dell’oracolo disposti, hebber balia di poter ciò fare, che a’ 27 del mese dopo le 16 hore: scrivendo i X a Lorenzo de Medici, che diligentemente quel punto osservasse; nel quale il Cielo ogni cosa felice promettea, dove avanti alle 16 hore rovina e pericoli venivano minacciate grandissime. Queste si fatte superstizioni mi fanno credere haver indotto per avventura in quei tempi il dottissimo Giovanni Pico a scrivere dodici libri contro questa generazione d’huomini ...»,
  13. R. Arch. di Stato in Firenze. - Riformagioni. - Signori Cart. Miss. Registri, I Cancelleria: n.° 38, a c. 144 t.°-145: «Commissariis campi. ... Et a ciò che per effecto si dimostri la fede che noi habbiamo sempre avuta nella persona del s. Sigismondo, vi diciamo che noi siamo contenti, come ne richiedete, che lui sia Capitano generale del nostro exercito et cosi possa comandare con quella auctorità et con quelle preeminentie che a tanta dignità si conviene et si come ne’capitoli facti con lui gli fu promesso. Et però significherete alla sua M. quanto si dice; gli darete in titolo et in segno di tale au/torità nel nome dell’altissimo Dio a sua posta il bastone, confortandolo et pregandolo che queste nostre cose posate sopra le spalle della sua sapientia vogla con sperientia mostrare a questo popolo quello che moltissime volte la sua M. et per sue lettere et per sua parte ci è stato significato, . . . Dat. Fior, die xxvij septembris 1453, hor. 3 noctis». — E ivi, a c. 145 t.°: «... Come per l’ultima scrivemmo a’ nostri Commissarii, noi vi diamo et concediamo et confermiamo quella auctorità de l’essere governatore et capitano del nostro exercito et commettemo loro che in segno di ciò nel nome dello eterno Dio vi dessono il bastone, si come pe’ capitoli fermati fra la Y. M. et il nostro Comune vi fu promesso ...».
  14. Ivi, a c. 147: «Dat. Flor. die xxviij septembris 1453, hor. 4».
  15. Doc. I.
  16. Ivi.
  17. R. Arch. di Stato in Firenze. - Riform. - Sig. Cart, Miss., I Cane, n.° 38, a c. 150 t.*: «Commissariis campi. Rarissimi nostri. Rispondendo alle vostre ultime lettere che sono de’ di xxx del passato et de’ di 2 del presente, verremo solamente agli effecti. Et prima vi diciamo che non obstante che noi v’avessimo scripto che voi soprasedessi di dare il bastone al mco s. Sigismondo, nondimanco, poi che gliel’avete dato, ne siamo contenti, poi chè la sua S.a se ne contenta; et insieme con la sua M. et con voi ci rallegriamo del conforto che scrivete che per la sua S.a et per cotesto campo se n’è preso, sperando che sarà stato in buon’ora et in buono punto, et maxime veduto il felice principio, ch’è il segno et agurio buono come scrivete; et così piaccia a Dio farlo succedere di bene in meglio .... Dat. «Fior., die iij octobris 1453, hor. 2».
  18. Giovanni Jacopo Simonetta, segretario e oratore dei Duchi di Milano.
  19. Cosi nel testo per atto.
  20. R. Arch. di Stato in Firenze. - Riform. - Dieci di Balia. Carteggio, Miss. Reg. n.° 7, a c. 73.
  21. Il 21 settembre 1478 i Dieci, che il 20 avevano mandato ai Commissari la lettera da noi riferita, scrivevano di nuovo ai medesimi (R. Arch. di Stato in Firenze. - Riform. - Dieci di Balia. Cart. Miss. Reg. n.° 7, a c. 75): «Hiersera vi scrivemo et credemo che, secondo che insino a quella hora s’era ragionato, il mag.co m. Giovan Iac.o dovessi essere costì stasera per le cagioni vi «scrivemo. Dipoi è paruto di observare in questa cerimonia del bastone quello che sempre è stato consueto: che lo Astrologo ne dia il tempo; il quale ancora non è dato. Il perchè si soprasederà tanto che s’intenda; et noi, subito che ne haremo cosa certa, ve ne aviseremo et manderemo di qua uno in compagnia del predecto mag.co m. Giovan Iac.o a questo alto proprio insieme con voi. Cosi è paruto a declo mag.co m. Giovan Iac.o et pare ancora annoi per nobilitare la cosa; non perchè si possa fare per persona più nobile che voi, ma parrà più stimata la cosa mandando uno per questo proprio ...». E il 23 ivi, a c. 83): «. . . Dello strolago habbiamo havuto il punto per dare bene le bandiere et bastone a cotesto ex.mo Cap.o, che è domenicha proxima a hore 16 et 1° quinto. Sarà costi a quella hora il mag.co m. Ioamiac.o Simonetta et chi noi manderemo per decta cagione. Sarete però avisati di tucto inanzi, tanto che lo saprete per prepararvi ...». In lettere, trascritte a c. 86, 87 t° del medesimo registro, accennavano ancora, ma non più chiaramente, ad un sindaco che avrebbero mandato col Simonetta; e non lo nominavano finalmente se non nella lettera del 26 settembre (a c. 90 bis) quando Lorenzo s’era già posto in cammino. Ed in questa ultima si scorge la vera cagione della partenza del Magnifico: «. . . Sarà costi Lorenzo de’ Medici in compagnia del mag.co m. Gian Iacopo Simonetta, informato di tucte le cose dell’uficio nostro et d’ogni nostra intentione; il perchè saremo brevi, riferendoci nelle cose più gravi alla sua voce ...». Non altrimenti scrivevano all’Estense stesso, il medesimo giorno (Ivi): «... Non daremo tedio in rispondere altrimenti alla V. Illma S., essendo venuto costi il mag.co Lorenzo de’ Medici, nostro collega; dal quale molto meglio intenderete la nostra intentione, che non la scriverremo.»
            Nessuno, pare, ebbe allora sentore di questa missione del magnifico Lorenzo od il Filarete dà notizia della cerimonia colle seguenti parole, nelle quali accenna pure al poco vantaggio che i Fiorentini trassero dalla condotta dell’Estense, incolpando di un tal risultato soltanto l’asta della bandiera che era senza ferro; mentre non v’ha dubbio che avrebbe imprecato alla condotta dei Dieci, se l’avesse conosciuta. Dice adunque (Cerimoniale cit., a’ c. 15, in margine): «A questo Duca quando ebbe el bastone, gli si mandò in campo al Poggio Imperiale. Fu sindaco Lorenzo de’ Medici e dielli la insegna del gigli e ’l bastone; la quale insegna, per mancamento di lancia, si tolse una i lancia sanza ferro; e pertanto augurai poco per noi operarsi, come fu».
  22. Archivio storico italiano, serie I, tomo XV: Documenti per servire alla storia della milizia italiana dal XIII sec. al XVI raccolti negli Archivi della Toscana e preceduti da un discorso di Giuseppe Canestrini, pag. 149. — 1438, febbraio 19: «. . . Item i prediti ambassadori etDiexe de Balia... prometano al dito signor Conte essere contenti ex nunc, che ad ogni sua volontà del prefato Conte el se possi scriver et intitulare capitanio generale della liga ... ei ex mine concedeno al prefato Conte luti quelli honori, dignità et preminentie, che alchun altro capitanio generale, o locotunente, altra maggior dignità de officio potesse bavere ....»,