L’erede fortunata/Atto III

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Atto III

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Atto II Appendice

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ATTO TERZO.

SCENA PRIMA.

Strada con casa di Pemcrazio. Fiammetta di casa, poi Trastullo C).

Fiammetta. Oh poverina me! Che sussurro, che strepito è mai in questa casa! La signora Rosaura si vuole ammazzare, il signor Pancrazio si vuole impiccare, la gelosa sbuffa, l’affettato smania; vi è il diavolo in questa casa, non si può più vivere, non si può più durare. Di tutto ciò è causa quel poco di buono di mio fratello; egli ha sedotto lo sciocco di Arlecchmo; egli ha fatto introdune il signor Florindo, egH ha precipitato questa famiglia. Ma eccolo per l’appunto. (1) Veda» Appendice. [p. 578 modifica]

Trastullo. Oh, sorella...

Fiammetta. Bella cosa veramente avete fatta, signor fratello! Sarete contento; i vostri padroni vi daranno la mancia.

Trastullo. Perchè? Che e’ è stato?

Fiammetta. Che e’ è stato, eh? La casa Aretusi è in rovina per causa vostra. Voi avete introdotto di nottetempo il signor Florindo. Fu sorpreso dal signor Pancrazio, ed egli ebbe la temerità di dire che la signora Rosaura, di lui invaghita, l’aveva colà invitato ad illeciti amplessi. Fortuna che il signor Ottavio ancora non l’ha saputo; ma se arriva a saperlo, poveri noi!

Trastullo. Come! Il signor Florindo ha avuto Y ardire di fare un azione così cattiva? Questi non sono stati i nostri patti. L’ho introdotto in casa per bene, e non per male; per far meglio, e non per far peggio. Ho procurato che egli parli colla signora Rosaura per disingannarsi, se ella non gli corrisponde; acciò, riconoscendo dalla medesima la sua disgrazia, lasciasse di aspirare alla morte o alla rovina del signor Pancrazio. Alla famiglia Aretusi io ( 1 ) voglio bene; sono stato allevato da bambino dal signor Pancrazio, e me ne andai di casa sua per un capriccio di niente, e non ostante mi ha sempre fatto del bene: adesso conosco l’errore che ho fatto, benché senza malizia; me ne pento con tutto il cuore, e spero che il cielo mi darà il contento di rimediare agli errori della mia ignoranza collo studio della mia sagacità. (parte

SCENA II.

Fiammetta, poi Arlecchino che esce di casa.

Fiammetta. Volesse il cielo ch’ei dicesse la verità. Bel servizio far vorrebbe a me ancora questo gentilissimo mio fratello! Vorrebbe darmi un grazioso marito! Sciocco, ignorante, buono da nulla...

Arlecchino. Fiammetta, dov’ è el sior Ottavio?

Fiammetta. Che cosa vuoi dal signor Ottavio? (I) Zana: le. [p. 579 modifica]

Arlecchino. Una cossa de gran premura. Bisogna che lo trova, per raccontarghe tutto quel ch’ è successo tra siora Rosaura, sior Florindo e el patron vecchio.

Fiammetta. Oh sì, che faresti una bella cosa! 11 signor Ottavio non lo sa, e tu glielo vorresti far sapere?

Arlecchino. Siguro che bisogna che ghe lo fazza saver. Tutta stanotte non ho mai dormido, pensando che ho fat mal a no ghel dir ieri sera.

Fiammetta. Per qual ragione?

Arlecchino. Perchè el m’ha dito che ghe conta tutto.

Fiammetta. Ma questo non glielo hai da dire.

Arlecchino. Cara muier in erba, compatissime, ma bisogna che ghel diga. Son un omo de parola; quando prometto, mantegno.

Fiammetta. In queste cose non si mantiene la parola. Non vedi qual disordine nascerebbe, s’egli lo risapesse?

Arlecchino. Nassa quel che sa nasser, el l’ha da saver.

Fiammetta. Si irriterà contro il signor Florindo, e forse forse lo sfiderà alla spada.

Arlecchino. So danno (i).

Fiammetta. Prenderà collera colla signora Rosaura.

Arlecchino. So danno.

Fiammetta. Farà disperare suo padre.

Arlecchino. So danno.

Fiammetta. E vuoi che lo sappia?

Arlecchino. El l’ha da saver.

Fiammetta. Bene; giacché vedo che sei un mulo ostinato, va al tuo diavolo, che non voglio più vederti, ne sentirti parlare.

Arlecchino. Come! Ti me descazzi?

Fiammetta. Un uomo indiscreto della tua sorta non merita l’amor mio.

Arlecchino. Son qua, vita mia, farò tutto quel che ti voi ti.

Fiammetta. Non voglio che tu dica nulla al signor Ottavio della povera signora Rosaura, perchè ci va della sua riputazione. (I) Ben., qui e più (Otto: a 30 danno. [p. 580 modifica]

Arlecchino. Ma come hoio da far a no lo dir?

Fiammetta. Non si parla.

Arlecchino. Patirò.

Fiammetta. Orsù, alle corte: io ti comando che non lo dica. (Con costui bisogna far cosi). (da sé)

Arlecchino. Ti comandi?

Fiammetta. Comando.

Arlecchino. Bisogna obbedir. (I)

Fiammetta. E se parli, meschino te.

Arlecchino. Cossa me farastu?

Fiammetta. Ti scaccerò come un birbante (2), e mi mariterò subito con un altro.

Arlecchino. No parlo più per cent’anni.

Fiammetta. Bravo. Così mi piaci.

Arlecchino. Ma quando concluderemo el negozio?

Fiammetta. Ne parleremo. Fatti vedere obbediente ai miei ordini, e poi parleremo.

Arlecchino. No voi che ti dighi, parleremo. Voi che ti dighi, faremo.

Fiammetta. Oh! ecco il padrone.

Arlecchino. Cospetto de bacco! No ti vuol che ghe diga niente?

Fiammetta. Provati!

Arlecchino. Pazienza! No parlerò.

SCENA III.

Ottavio di casa e detti.

Ottavio. (Da che mai procede la nuova confusion di Rosaura? Non la capisco. Mi guarda appena, e sfugge quasi il mirarmi. Mio padre ancora parmi agitato oltre il solito. Il non averli io iersera aspettati, non merita tanto sdegno; alfine mi sono giustificato), (da sé) Voi altri, che fate qui? (a Fiammetta ed Arlecchino (I) Pasq. e Zatta: obbedir? (2) Zalta: birbone. [p. 581 modifica]

Fiammetta. lo vado per un affare della padrona.

Arlecchino. E mi andava cercando de vussioria.

Ottavio. Che vuoi da me? (’)

Fiammetta. (Fa cenno ad Arlecchino che taccia.)

Arlecchino. Gnente... (mostrando acer soggezione di Fiammetta)

Ottavio. Parla, di’, che cosa vuoi?

Arlecchino. Aveva da dirghe un non so che... ma no ghe digo altro.

Fiammetta. (Oh che bestia!) (da sé)

Ottavio. Voglio che tu mi dica ciò che dir mi dovevi; altrimenti ti bastonerò.

Fiammetta. (Fa cenno ad Arlecchino che taccia.)

Ottavio. (Se n’accorge) Come! Tu gli fai cenno che taccia? (a Fiammetta)

Fiammetta. Io no, signore.

Ottavio. Presto, parla. (alzando il bastone)

Arlecchino. Dirò (2)... la sappia...

Fiammetta. (Fa i soliti cenni.)

Ottavio. Fraschetta, me ne son occorto. (a Fiammetta) Parla. (ad Arlecchino)

Arlecchino. La sappia, sior, che el sior Florindo...

Fiammetta. O via, che gran cosa! 11 signor Florindo vorrebbe per moglie la signora Rosaura.

Ottavio. Non altro?

Arlecchino. Gh’ è qualcoss’altro.

Ottavio. Dimmelo tosto.

Fiammetta. Che tu sia maledetto! (minacciando Arlecchino di soppiatto)

Ottavio. O narrami tutto, o ti rompo l’ossa di bastonate. (ad Arlecchino)

Arlecchino. A ste maniere obbliganti chi poi resister, resista. Sior Florindo e siora Rosaura i era in camera a scuro...

Fiammetta. Non è vero niente.

Ottavio. Taci, (a Fiammetta) E che facevano? (ad Arlecchino (I) Bett.: Cosa euoi? (2) Ben. e Pap.: Dirò, sior. [p. 582 modifica]

Arlecchino. Domandèghelo a vostro padre, che l’ è insatanassado.

Ottavio. Ah sì, me ne sono accorto. Mio padre smania e Rosaura arrossisce.

Fiammetta. Non gli credete...

Ottavio. Taci, bugiarda.

Arlecchino. E mi son sta quello che l’ha introdotto a scuro.

Ottavio. Tu, disgraziato?

Arlecchino. Ma mi no so gnente.

Fiammetta. E uno sciocco, non sa cosa che si dica. (aJ Ottavio)

Arlecchino. Se i ho visti mi in camera tutti tre.

Fiammetta. E per questo?

Ottavio. Che cosa faceva Florindo in casa? (a Fiammetta)

Fiammetta. Era venuto per discorrere col padrone.

Arlecchino. Non è vero gnente; anzi el padron non l’aveva da saver.

Ottavio. Ah, che pur troppo dalla sciocchezza di costui, e dall’artifizio con cui vorresti palliarmi la verità, rilevo quanto basta per assicurarmi della mia sventura, (a Fiammetta) Rosaura è un’infedele, e quelle renitenze che ella dimostrava per me, non procedevano da virtù, ma dal cuore prevenuto. Misero Ottavio, donna infida! Non me l’avrei creduto giammai!

Fiammetta. Mi creda, signor padrone...

Ottavio. Taci, donna indegna, e da me aspetta il premio dovuto alle tue imposture.

Fiammetta. Ma senta...

Ottavio. No, non ti ascolto. Mi sentirà Rosaura, mi sentirà quelr infida. (entra in casa)

Arlecchino. E cussi hoio fatto ben, o hoio fatto mal?

Fiammetta. Va al diavolo, bestia, asino, talpa, tronco, macigno, nato per disgrazia ed allevato per la galera. (entra in casa)

Arlecchino. Tutta sta roba a conto de dota. Voio andar a trovar mio cugnà, e finche (’) la cossa è calda, voio che concludemo sto matrimonio. (fiarte (I) Zatta: cugna; finchi.

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SCENA IV.

Camera in casa di Pancreizio. Ottavio e Rosaura.

Ottavio. Lasciatemi, ingrata.

Rosaura. Deh fermatevi, siete in errore.

Ottavio. Più non ascolto le vostre false lusinghe.

Rosaura. Sono innocente.

Ottavio. Perfida, è questa la ncompensa con cui premiate la finezza dell’amor mio? V’amo quanto l’anima mia, vi desidero più della vita, eppure vi cedo a mio padre, per non levarvi la vostra fortuna...

Rosaura. Ma io...

Ottavio. Tacete. E voi, ingrata, tradite me ed il mio genitore, vi date in braccio ad un nostro nemico, l’introducete di notte nelle vostre stanze.

Rosaura. Non è vero...

Ottavio. Tacete, dico. Il servo, non volendo, mi ha svelato ciò che mi si voleva tener nascosto. Fiammetta, quanto più voleva coprire (’), tanto più spiegava la reità vostra.

Rosaura. Eppur con tutto questo sono innocente.

Ottavio. Qual prova avete voi della vostra innocenza, a fronte di tante accuse, ài tanti testimoni uniformi?

Rosaura. Posso la mia innocenza autenticar col mio sangue.

Ottavio. Questa espression da romanzo non accredita punto la vostra fede. Parto, per non più rimirarvi.

Rosaura. Ah Ottavio, per pietà, non mi abbandonate. (lo prende per il lembo dell’abito)

Ottavio. Lasciatemi.

Rosaura. Non lo sperate.

Ottavio. Perfida! (si libera con oiolenza, e vuol fuggire da lei)

Rosaura. Dove, Ottavio?

Ottavio. A principiare le mie vendette col sangue dell’indegno

Florindo. (parte (I) Bett.: coprirvi.

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SCENA V.

RosAURA, poi Lelio.

Rosaura. Oh me infelice! Il pericolo della vita d’ Ottavio è maggiore d’ogni mia disgrazia.

Lelio. Che ha mio cognato, che getta hioco dagli occhi?

Rosaura. Signor Lelio, avete voi fatto nulla per me? Avete fatto pentir Florindo dell’indegna impostura?

Lelio. Gli manderò il cartello della disfida. Oggi dovrà battersi meco.

Rosaura. Accorrete in soccorso d’ Ottavio, che con Florindo vuoi cimentarsi.

Lelio. Siete voi innamorata del signor Ottavio?

Rosaura. Sì, il nostro amore è ormai a tutti palese.

Lelio. Mi rallegro dell’onore che avrò di una sì gentile cognata.

Rosaura. Signor Lelio, non ci perdiamo in cose inutili. Vi raccomando la vita d’Ottavio. (Amore, tu che lavorasti un sì bel nodo fra due sventurati, ma fidi amanti, tu lo difendi da’ maggiori insulti dell’ingrata fortuna). (da sé, parte

SCENA VI.

Lelio, poi Beatrice.

Lelio. E un bel capitale avere una sì graziosa cognata; ella merita le mie attenzioni. Tutto farò per lei. Mi batterò per essa, occorrendo. Al primo incontro... Florindo... saprà chi sono.

Beatrice. (Ecco quell’ostinato, che non mi vuol dare le mie gioje). (da sé)

Lelio. Oh, signora consorte, che fate qui? Questa volta siete venuta un poco tardi.

Beatrice. Perchè tardi?

Lelio. Perchè, se venivate prima, mi avreste veduto complimentare colla signora Rosaura.

Beatrice. (Mi va tentando, ma conviene aver prudenza), (da sé) E [p. 585 modifica] bene, se io avessi qui trovata la signora Rosaura, avrei anch’io unite alle vostre le mie urbanità (’).

Lelio. Se io avessi con essa parlato con tenerezza?

Beatrice. Né ella sarebbe capace d’ascoltarvi, né voi di parlarle con tai sentimenti.

Lelio. Ma io non son uno che fa il cascamorto con tutte?

Beatrice. Siete un uomo prudente, un onesto marito.

Lelio. (Costei vorrebbe le gioje). (da iè)

Beatrice. Se ho detto qualche cosa, è stato l’ cimor che mi ha fatto parlare; per altro ho di voi tutta la stima e il rispetto.

Lelio. Eh, io non merito la vostra stima, ne il vostro rispetto.

Beatrice. Via, non mi mortificate più.

Lelio. Mortificarvi? 11 cielo me ne liberi.

Beatrice. Dite, mio marito, mi fareste un piacere?

Lelio. Volentieri; comandate.

Beatrice. Oggi avrei da fare una visita ad una dama; mi dareste le chiavi delle gioje?

Lelio. Ditemi in tutta confidenza: avete fatto (2) giudizio?

Beatrice. Sì, davvero (3).

Lelio. Siete più gelosa?

Beatrice. No, non dubitate.

Lelio. Lo sarete più per l’avvenire?

Beatrice. No certamente.

Lelio. Se mi vedrete parlare con qualche donna, mi tormenterete?

Beatrice. Non vi è pericolo.

Lelio. Sospetterete di me?

Beatrice. Nemmeno.

Lelio. Bene; quando è così, vado dalla signora Rosaura. (finge partire)

Beatrice. Andate pure con libertà.

Lelio. Ma no, è meglio ch’io vada a divertirmi con Fiammetta. (come sopra)

Beatrice. Fate quel che v’aggrada.

Lelio. Mah! Colle donne di casa non ci ho gusto; vi è una certa forestiera poco lontano, anderò a trattenermi con essa. (I) Bett.: uniti ai vostri i miei convenevoli. (2) Pap.: messo. (3) Bett: SI, l’ho fatto. rr [p. 586 modifica]

Beatrice. Divertitevi a vostro piacere; basta che qualche volta vi ricordiate di me.

Lelio. Ma lo dite veramente di cuore?

Beatrice. Lo dico sinceramente.

Lelio. Come avete fatto a far sì gran (’) mutazione?

Beatrice. Caro marito, mi sono illuminata.

Lelio. Lode al cielo; tenete, questa è la chiave delle vostre gioje, e questo è un anello di più che vi dono; ma avvertite, mai più gelosia.

Beatrice. No certo.

Lelio. Mai più sospetti.

Beatrice. No sicuro.

Lelio. Mai più seccature.

Beatrice. No assolutamente.

Lelio. (2) Imparino i mariti, come si fa a castigar le mogli. 11 bastone è cosa da gente villana, e le rende anzi più ostinate che mai; ma il toccarle nell’ambizione è una medicina che opera a tempo e guarisce infallibilmente. (parie)

Beatrice. Se ogni volta che mi pacifico con mio manto, mi donasse egli un anello, vorrei farlo andare in collera almeno una volta il giorno, (parte

SCENA VII.

Florindo, poi Ottavio.

Florindo. Grand’azzardo è stato il mio! Mi pento quasi della temeraria insistenza...

Ottavio. Ponete mano alla spada. (col ferro in mano)

Florindo. Che pretendete?

Ottavio. Punire la vostra temerità.

Florindo. Non vi riuscirà si facilmente, (mette mano e si battono) Ohimè, son ferito.

Ottavio. Il vostro sangue pagherà l’offesa che alla mia casa faceste.

Florindo. (S’appoggia ad un sedile presso la casa di Pancrazio. (I) Betl.: fallo di voi sì gran. (2) Neil’ed. Beli, queste parole di Lelio sono fra parentesi.

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SCENA Vili.

Lelio e detti.

Lelio. Trattenete i colpi; a me appartiene il duello. (ad Ottavio)

Ottavio. Siete venuto tardi. Egli è ferito per le mie mani. (entra in casa)

Lelio. (Spiacemi aver io perduta la gloria di sì bel colpo. Mia moglie mi ha di soverchio trattenuto colle sue femminili sciocchezze), (da sé)

Florindo. Amico, abbiate pietà di me.

Lelio. Siete mortalmente ferito?

Florindo. Non lo so. Il colpo l’ebbi in un fianco. Vado spargendo il sangue. Soccorretemi, per cortesia.

Lelio. E cosa da cavaliere soccorrere chi chiede aiuto. Se non isdegnate l’offerta, vi farò mettere nel mio letto; così abbrevierete il cammino.

Florindo. Accetto volentieri le vostre grazie. (So ch’io vado nelle memi de’ miei nemici, ma la ferita non mi permette l’andare altrove). (entra in casa di Panaazio)

Lelio. Non è senza mistero, ch’io l’introduca nella nostra casa. Potrà più facilmente disdirsi dell’ingiurie proferite contro Rosaura. (entra in casa

SCENA IX.

Il Dottore, poi Trastullo (I).

Dottore. Io non dormo la notte, pensando al testamento di mio fratello. Son anni che si aspetta questa sua eredità. Non già che io gli augurassi la morte; ma era poco sano, doveva morire, e Rosaura doveva essere l’erede. Rosaura doveva sposar mio nipote ed io doveva essere il tutore, il curatore e l’amministratore della pupilla e dell’eredità. Poh! Avrei fatto il buon negozio! Pancrazio mi ha rovinato. Ma per bacco baccone, non ha (I) Vedasi Appendice. [p. 588 modifica] d’andar così la faccenda. Se il disegno di Trastullo non avrà buon effetto, troverò io il bandolo per venire a capo di tutto.

Trastullo. (Ecco il signor Dottore... Adesso è il tempo di piantar la carota). (Ja sé)

Dottore. Io, che ho saputo inventar tante cose per aiuto degli altri, non saprò farlo per me? Oh, se lo saprò fare!

Trastullo. Signor padrone, appunto io andava cercando di vossignoria.

Dottore. Buone nuove?

Trastullo. Cattive.

Dottore. Già me l’immaginava. Farò io, farò io.

Trastullo. Prima di fare, bisogna pensarvi.

Dottore. Eh, chiacchiere! Mio nipote ha parlato colla signora Rosaura?

Trastullo. Le ha parlato.

Dottore. Dice non volerlo?

Trastullo. Circa a questo, è un pasticcio che va poco bene; ma v’ è di peggio.

Dottore. Che cosa v’ è?

Trastullo. La ragione Aretusi e Balanzoni è sul momento di dover fallire.

Dottore. Oh, diavolo! Come lo sai?

Trastullo. Conosc’ella il signor Pandolfo Ragusi?

Dottore. Lo conosco, è un mercante di credito.

Trastullo. Il suo complimentario è un mio grand’amico e padrone da tant’anni, che ci siamo conosciuti da bambini. Egli mi ha confidato con segretezza, che da più lettere viene avvisato il suo principale del fallimento di questa ragione. Onde è andato in questo momento a trovare un donzello, per far bollare e sequestrare al signor Pancrazio per un credito di diecimila ducati.

Dottore. Povero me! Questa è la mia rovina! Ma mi pare impossibile come mai una ragione così forte può essere precipitata da un momento all’altro! Trastullo, non sarà vero.

Trastullo. Senta, ho dubitato ancor io: questo fatto mi dispia [p. 589 modifica] cerebbe infinitamente, non già a riguardo del signor Pancrazio, ma di vossignoria... Sa che cosa ho fatto? Sono andato alla posta, ho domandato se vi erano lettere dirette alla ragione Aretusi e Balanzoni; ve n’erano tre; i ministri della posta mi conoscono, e sanno che sono servitore de’ parenti; sanno ancora che sono un galantuomo, onde mi hanno dato le lettere, e le ho qui meco.

Dottore. Che cosa pensi di fare di quelle lettere?

Trastullo. Mi era quasi venuta la tentazione di aprirle e di leggerle, per venire in chiaro della verità. Ma ho poi pensato che a me non conviene; che però le porto al signor Pancrazio, e da lui sentiremo...

Dottore. Ma Pancrazio potrebbe occultarle; lasciale vedere a me.

Trastullo. Vuol ella forse aprirle?

Dottore. Sì, può essere che si scopra ogni cosa.

Trastullo. Non vonei poi...

Dottore. Che temi? Leggiamole, e poi gliele daremo.

Trastullo. Se ne awederà, che saraimo state aperte.

Dottore. Proviamo se si possono aprire con cautela.

Trastullo. Non saprei; vossignoria è il mio padrone: quel che ho fatto, l’ho fatto unicamente per vossignoria; queste son tre lettere, faccia quel che vuole. (gli dà tre lettere)

Dottore. Trastullo, vedo che hai dell’amor per me; ti sono obbligato. Osserva con che facilità ho aperta la prima! (apre una lettera)

Trastullo. (Lo credo ancor io, è sigillata apposta). (da sé)

Dottore. Leggiamo: Signori Aretusi e Balanzorìi Compagni, Ve"^^i^ «^^- Parigi 4 Agosto 1749. Vi do avviso, come la ragione Pistolle e Sandou ha mancato, e fatto da’ deputati del fallimento il bilancio, si trova non esservi per li creditori un 5 per ì 00. Voi altri siete in perdita per tal mancanza di 30.000 franchi, e perciò gli altri vostri creditori hanno fermato nelle mani de’ vostri corrispondenti tutti gli effetti di vostra ragione. Ciò vi serva di avviso, e vr B. L. M. q^^^^ ^ Duellon.. [p. 590 modifica]

Trastullo. Che die’ella?

Dottore. Trentamila franchi? E una bagattella! Sentiamo quest’altra, (apre e legge) Signori Aretusi e Balanzoni Compagni, VeLivorno 6 Settembre 1749. Ieri furono vedute alla vista di questo porto le vostre due navi provenienti da Lisbona, cariche per conto vostro. Erano già per entrare, ma combattute da un fiero libeccio, sono andate a picco alla punta del molo. In questa piazza si parla che una tal perdita possa produrre il fallimento, onde tutti s’allarmano contro di voi. Che vi serva di regola, e vi B. L- ^- Claudio Fanali.

Dottore. La cosa va peggiorando di molto.

Trastullo. Se le dico, è un fallimento terribile.

Dottore. Schiavo, signora eredità. Sentiamo l’ultima, (apre e legge) Signori Aretusi e Balanzoni Compagni, Venezia ecc. Milano 8 Settembre 1749. Monsieur Ribes, ministro di questo vostro Banco, è fuggito ed ha portato via tutto il vostro capitale; perciò in questa città alla vostra firma per ora sarà sospeso il credito, e i vostri creditori vi trarrano immediatamente le lettere di cambio per saldare i loro conti; non manco di rendervi avvisato, e vi B. L M. Pompejo Scalogna.

Dottore. Pancrazio è rovinato.

Trastullo. Poveretto! Anderà a chieder l’elemosina.

Dottore. Come, diavolo, si sono combinate tante disgrazie in una volta?

Trastullo. E adesso i creditori di Venezia salteranno su, e gli porteranno via il resto.

Dottore. E Rosaura resterà miserabile.

Trastullo. Se il signor Fiorindo la sposa, vuole star fresco.

Dottore. Oh, mio nipote non la sposerà.

Trastullo. Già lo faceva più per la dote, che per l’amore. [p. 591 modifica]

Dottore. Si sa; mìo nipote non è sì pazzo. Dove sarà egli? Vorrei trovarlo; vorrei avvisarlo; non vorrei che s’impegnasse.

Trastullo. Di queste lettere, per amor del cielo, non dica niente.

Dottore. Non dubitare, le terrò celate.

Trastullo. Bisognerà che le sigilliamo, e che le diamo al signor

Pancrazio.

Dottore. Sì, gliele daremo a suo tempo. Prima vo’ vedere se mi riesce un colpetto, che ora mi passa per la mente.

Trastullo. Qualche bella cosa degna del suo spirito.

Dottore. Andiamo dal signor Pancrazio.

Trastullo. Guardi che non le faccia qualche mala grazia.

Dottore. Fa una cosa. Tu sei da lui ben veduto. Vallo a ritrovare. Senti prima se ha traspirato niente. Poi digli che mi hai persuaso a fare con lui un aggiustamento, e se lo vedi disposto a trattare con me, viemmi a chiamare dalla finestra, che sarò dal libraio. Fammi un cenno, e vengo subito.

Trastullo. Sarà servita. Farò tutto pulitamente.

Dottore. Caro Trastullo, se la cosa riesce secondo la mia intenzione, ti darò una ricompensa che non l’aspetti.

Trastullo. Sarà per sua grazia, non per mio merito.

Dottore. Via, non perder tempo.

Trastullo. Vado subito. (La cosa va bene, che non può andar meglio). (da s’è, entra in casa di Pancrazio)

Dottore. Trastullo è un grand’uomo. Mi ha fatto un servizio veramente segnalato. Se m’imbarcava in una lite, stava fresco. Queste lettere mi hanno illuminato, e Trastullo ne ha il merito. Ora, giacche Pancrazio ha da perdere tutto, vo’ veder se mi riesce di prevenire in qualche parte i suoi creditori. (parte

SCENA X.

Camera in casa di Pancrazio. Florindo e Lelio.

Florindo. Vi ringrazio, signor Lelio, del buon ufficio che praticato mi avete. La ferita è assai leggiera. Posso andarmene liberamente. [p. 592 modifica]

Lelio. Se siete un uomo d’onore, prima di partire di questa casa dovete rendere la riputazione alla signora Rosaura.

Florindo. Sì, lo farò. Per un atto di giustizia verso quell’onorata figlia, e per un atto di gratitudine alla vostra bontà.

Lelio. E rinunzierete alle pretensioni che avete sopra di lei?

Florindo. Oh, questo poi no. Rosaura deve esser mia.

Lelio. Ditemi, che cosa vi stimola? Che cosa vi spinge (’)? Rosaura, o la sua dote?

Florindo. Rosaura merita essere amata, e la sua dote non è cosa da disprezzarsi.

Lelio. Circa a questo, io sono indifferente. Il mio impegno restringesi solamente a fare che risarciate il suo onore. (2)

SCENA XI.

Ottavio e detti.

Ottavio. Qui Florindo?...

Lelio. Venite, signor cognato, e dalla voce istessa del signor Florindo rileverete non essere vero, quanto si è della signora Rosaura creduto.

Ottavio. Voi non foste nelle sue camere la scorsa notte? (a Florindo)

Florindo. Vi fui.

Ottavio. Dunque...

Florindo. Vi fui, ma senza sua colpa.

Ottavio. Perchè introdurvi?

Florindo. Per comodo di favellare con essolei (3).

Ottavio. Con qual lusinga?

Florindo. Con quell’istessa che voi nutrite nel cuore.

Ottavio. Commetteste un’indegna azione.

Florindo. Se non siete soddisfatto, sono in grado d’attendervi ad un secondo cimento.

Lelio. Oh via, basta così. Non si parli più del passato. Il sangue sparso dal signor Florindo basta a risarcire 1 offesa. (I) Beli.: chi vi obbliga? (2) Bett. aggiunge: « Fior. Son pronto a farlo ». (3) Bett.: Per aver comodo di leco lei favellare. [p. 593 modifica]

Ottavio. Rosaura dunque non ha avuto parte nell’introdurvi? (a Florindo)

Florindo. No, vi dissi, e ve lo ripeto.

Ottavio. (Oh me infelice! Ed io l’insultai, la caricai di rimproveri e di minaccie!) (da sé)

Florindo. Mi troverete degno di scusa, allorché vogliate riflettere che amore suggerisce talvolta de’ passi falsi... (a Ottavio)

Ottavio. Sia amore o sia interesse che abbiavi consigliato, disingannatevi, poiché Rosaura non sarà vostra in eterno.

Florindo. Chi potrà a me contrastarla?

Ottavio. Io.

Lelio. Signori miei, torniamo da capo?

Florindo. Tutta l’arte di vostro padre non basterà a sottrarla...

Ottavio. Né i raggiri del vostro zio l’acquisteranno.

Florindo. E poi non crediate ch’io sia avvilito per una lieve ferita.

Ottavio. Né io tarderò lungamente a replicarvi i miei colpi.

Lelio. Signori, siete nelle mie camere...

SCENA XII.

Il Dottore e detti.

Dottore. Nipote, voi qui? Voi in questa casa?

Florindo. Sì, signore, sono in casa della mia sposa.

Dottore. Piano, piano con questa sposa.

Ottavio. Lo dice troppo presto.

Florindo. Lo dico, e cosìC) sarà...

Lelio. Signor Dottore, questi due rivali s’ammazzeranno.

Dottore. Florindo é giovane di giudizio.

Lelio. Sì, ma si è battuto una volta...

Dottore. Si è battuto?

Lelio. Ed é rimasto ferito.

Dottore. Come? Da chi? Nipote mio... (I) Bett.: e lo. [p. 594 modifica]

Florindo. Niente, signor zio, la cosa è passata bene.

Ottavio. Ma non anderà così sempre.

Florindo. No certamente. Anderà peggio per voi.

Lelio. Li sentite? (a/ Dottore)

Dottore. E che sì, che si disputa fra voi due il possesso della signora Rosaura?

Florindo. Per l’appunto, voi lo sapete.

Dottore. Ma si disputa invano.

Lelio. Amici, siete pazzi a battervi per una donna. La vita è una sola e le donne sono in abbondanza.

Dottore. Florindo mio, vi consiglio a mutar pensiero.

Florindo. Come?

Dottore. Che diavolo volete fare di una donna che non vi ama?

Florindo. Mi consigliereste a lasciarla?

Dottore. Sì certamente.

Florindo. E perdere con Rosaura anco la dote?

Dottore. Vi consiglierei abbracciare un progetto, che abbiamo concertato col signor Pancrazio.

Florindo. In che consiste?

Dottore. Rinunziare a tutte le nostre pretensioni, e prendere per noi diecimila ducati in tante belle monete, subito contate a prima vista.

Ottavio. Bellissimo è il progetto! Comodo e vantaggioso per tutti noi.

Lelio. Io l’accetterei immediatamente.

Florindo. Ed io non son sì vile per accettarlo.

Dottore. Fate a modo mio, accettatelo.

Florindo. No certamente.

Dottore. Sentite. (Fatelo sopra di me. So quello ch’io dico). (piano a Florindo)

Florindo. Non isperate di lusingarmi.

Dottore. Badate a me. (La ragione Aretusi e Balanzoni potrebbe fallire). (piano a Florindo)

Florindo. Compatite, non è da vostro pari il discorso.

Dottore. (So quel ch’io dico; la cosa è in pericolo. Non lasciamo il certo per l’incerto). (come sopra [p. 595 modifica]

Florindo. Che novità, che timori?

Dottore. (Ecco Pancrazio. Prendete questi fogli, leggeteli piano e poi risolvete). (dà a Florindo le tre lettere, il quale si ritira a leggerle piano.

SCENA XIII.

Pancrazio C), Rosaura e detti.

Pancrazio. Ebbene, signori, siamo accomodati?

Ottavio. Il signor Florindo è ostinato.

Lelio. Diecimila ducati gli paiono pochi.

Florindo. Stimo la signora Rosaura... (dal suo posto)

Dottore. Leggete, leggete, e poi parlerete. (a Florindo)

Pancrazio. Orsù, se le cose non si accomodano per questo verso, le finiremo in un altro. Che cosa dice il testamento? Che se la signora Rosaura prenderà me per suo sposo, sia erede del tutto. Non è così?

Dottore. E vero, ma sul testamento si poteva discorrere.

Ottavio. E la signora Rosaura non è disposta per un tal matrimonio.

Pancrazio. Caro Ottavio, taci. Non era disposta per me, perchè sperava di aver te; ma vedendo che tu non la vuoi, e che ora con un pretesto ed ora con un altro procuri liberartene, ha risoluto di darmi la mano. Non è vero, cara Rosaura?

Rosaura. Verissimo, son vostra, se mi volete.

Ottavio. Ah Rosaura, voi di mio padre?

Florindo. Come?... (avanzandosi con premura)

Dottore. Avete sentito? (a Florindo)

Lelio. Uno sproposito ne cagiona sempre degli altri.

Florindo. Voi sposerete il signor Pancrazio? (a Rosaura)

Rosaura. Sì signore, lo sposerò.

Pancrazio. Guardate che maraviglie! Ella mi sposerà.

Ottavio. Oh Dio! mi sento morire. Sposatevi pure; andrò da voi lontano, non mi vedrete mai più. (I) Vedali Appendici. [p. 596 modifica]

Rosaura. (Misero Ottavio! Mi fa pietà). (éa sé)

Florindo. Signore zio, è questo l’aggiusteimento che mi diceste avervi il signor Pancrazio proposto?

Dottore. Il signor Pancrazio mi manca di parola.

Pancrazio. Vi manco di parola, perchè il vostro signor nipote non si contenta.

Dottore. Sentite?

Florindo. Spiegatemi, di grazia, la qualità del progetto.

Pancrazio. Il progetto era questo. Che la signora Rosaura sposasse Ottavio mio figlio, che il signor Dottore e il signor Florindo rinunciassero ad ogni pretensione sul testamento, e in premio di questa rinuncia io gli dessi subito belli e lampanti diecimila ducati.

Florindo. (Che non gli sia palese il contenuto di queste lettere?) (al Dottore)

Dottore. (Accettate, accettate). (piano a Florindo)

Ottavio. Se la signora Rosaura sposa mio padre, che cosa potete voi pretendere? [a Florindo

Rosaura. Ed io per la quiete comune lo sposerò.

Ottavio. Ah! non lo dite, per carità.

Lelio. Sarebbe un matrimonio fatto per disperazione.

Dottore. (Avete letto le lettere?) (piano a Florindo)

Florindo. Orsù, non voglio allontanarmi dai consigli del signore zio. Accetto i diecimila ducati, e son pronto a far la rinunzia. (a Lelio)

Lelio. Bravissimo: evviva.

Pancrazio. Caro signor genero, guardate che di là v’ è un notaro. Ditegli che venga.

Lelio. Vi servo subito. (parte)

Ottavio. (Ah, voglia il cielo che ciò s’adempia). (da sé)

Dottore. Presto, signor Pancrazio, non perdiamo tempo. (Prima che si pubblichi il fallimento). (da sé)

Pancrazio. Subito, subito. Orsù, signori, vengano avanti.

[p. 597 modifica]

SCENA XIV.

Un NoTARo, Trastullo, Arlecchino con tre sacchetti di mille zecchini l’uno, ed altri che portano il tavolino con l’occorrente per iscrivere.

Ottavio. Rosaura, sarete mia?

Rosaura. Una perfida, un’infedele non è degna della vostra mano.

Ottavio. Compatitemi, per pietà. Pancrazio (1). Signor notare, ha ella fatto la scrittura come abbiamo concertato col signor dottor Balanzoni?

Notaro. Sì signore, ho fatto quanto basta. Pancrazio (2). Favorisca di leggerla.

Notaro. Sono tuttavia d’accordo? Pancrazio (3). Sì, signore, anche il signor Florindo acconsente.

Notaro. Favoriscano dunque. Voi altri servirete per testimoni. Voi come vi chiamate? (a Trastullo Trastullo (4). Trastullo Gamboni, quondcun Ficchetto, per servirla.

Notaro. (Scrive il nome di Trastullo) E voi?

Arlecchino. Arlecchin Battocchio, ai so comandi.

Notaro. Del quondam?

Arlecchino. Sior?

Notaro. Figlio del quondam?

Arlecchino. Mi el sior quondam no lo cognosso.

Notaro. Vostro padre è vivo o morto?

Arlecchino. Mi non lo so, in verità.

Notaro. Come non lo sapete?

Arlecchino. Non lo so, perchè mio padre non ho mai savudo chi el sia.

Notaro. Siete illegittimo?

Arlecchino. Sior no, son bergcunasco.

Notaro. Costui è un pazzo. (I) Bett.: « Pant. Sior nodaro, hala fatto la scrittura, come che avemo concertò col sior dottor Balanzoni > » (2) Bett.: « Pant. La faeorissa de lezer ». (3) Bett.: « Pani. Sior sì, anca sior Florindo acconsente ». (4) Bett.: » Brighella. Gambon, quondam Ficchetto, per servirla >, [p. 598 modifica]

Pancrazio. C). Lo lasci andare e ne prenda un altro.

Arlecchino. Oh che nodaro ignorante! Noi sa gnanca scriver el me nome? Ghe digo che me chiamo Arlecchin Battocchio, el ghe va a metter quondam illegittimo.

Notaro. Come vi chiamate voi? (ad un servitore)

Servitore. Titta Maglio, quondam Orazio.

Notaro. (Scrive il nome del servitore.)

Arlecchino. Cossa vuol dir quondam? (al servitore)

Servitore. Non lo so neppur io (2).

Arlecchino. Mi ghe zogo, che no lo sa gnanca el nodaro.

Notaro. Voi dunque sarete i testimoni di un contratto di rinuncia, che fanno questi signori a favore della signora Rosaura ecc. Costituiti avanti di me notaro infrascritto, ed alla presenza degli infrascritti testimoni, l’eccellentissimo signor dottor Graziano Balanzoni, dottor dell’una e dell’altra legge...

Dottore. Avvocato civile e criminale.

Notaro. Ci s’intende.

Dottore. Favorisca di mettere i miei titoli.

Notaro. La servo: avvocato civile e criminale (scrivendo) e l’illustrissimo signor Florindo jìrdenti, come eredi sostituiti dal testamento del quondam signor Petronio Balanzoni, rogato negli atti miei, ecc. e considerando che se la signora Rosaura adempie la condizione testamentaria sposando il signor Pancrazio Aretusi, come era disposta e pronta ad eseguire, perdono la speranza di conseguire parte veruna di detta eredità, però convenuti sono di ricevere per una volta solamente ducati diecimila veneziani da lire sei e soldi quattro per ducato, di ragione di detta eredità, lasciando in libertà la signora Rosaura di sposarsi a chi più le parrà e piacerà, per evitare che ella non facesse un matrimonio forzato, stante l’età decrepita del signor Pancrazio... Pancrazio (3). Questo decrepita è un poco troppo, signor notaro; bastava dire avanzata. (I) Bett.: « Pani. La lo lassa andar, la ghe ne Ioga un altro >. (2) Bett: (Non lo so gnanca mi). (3) Bett. « Pani. Sto decrepila xe un poco Iroppo, sior nodaro; bastava dir avanzada ». [p. 599 modifica]

Notaro. Stante l’età avanzata del signor Pancrazio, (correggendo) con il presente atto, detti signori Balanzoni ed Ardenti rinunziando ad ogni qualunque benefizio che potessero per detta eredità conseguire; onde alla presenza di me notaro e testimoni infrascritti, il signor Pancrazio Aretusi sborsa e paga liberamente in tante monete d’oro di giusto peso alli signori Balanzoni ed A rdenti ducati diecimila...

Florindo. Dove sono? Pancrazio C). Eccoli qua in tre sacchetti: due di mille zecchini, uno di ottocento diciotto, che fanno per appunto diecimila ducati.

Florindo. Bisogna riscontrarli.

Dottore. Via, via, li riscontreremo a casa. Li ho veduti io stesso sopra una tavola del signor Pancrazio, prima che fossero nei sacchetti. (Finiamola, avanti che si pubblichi il fallimento), (piano a Florindo) Trastullo, prendete quei tre sacchetti.

Trastullo. La servo. (prende i ire sacchetti dalle mani di Arlecchino)

Arlecchino. Cugnà, quando femio sto matrimonio? Trastullo (2). Ne parleremo poi.

Notaro. Andiamo avanti, che oramai è finito. E col medesimo atto la signora Rosaura Balanzoni, stante l’assenso e rinunzia suddetta delli signori Dottor Balanzoni, suo zio, e signor Florindo Ardenti, suo cugino, prenderà per suo legittimo sposo il signor Ottavio Aretusi qui presente ed accettante...

Ottavio. Rosaura, che dite voi?

Rosaura. Voi, che dite?

Ottavio. Son felice, se l’accordate.

Rosaura. Son contenta, se lo eseguite. Pancrazio (3). Oh! via, via, che siete ambedue cotti spolpati.

Notaro. E ciò con assenso e consenso del signor Pancrazio Aretusi... Pancrazio (4). Sì, mi contento; non son decrepito, ma mi contento.

Notaro. Per poi concluder le nozze in tempo opportuno... (1) Belt.: « Pant. Eccoli qua in tre sacchetti: do de mille zecchini, uno de ottocento e disdotto, che fa in ponto diese mille ducati". (2) Bett.: « Brìgh. Parleremo » (3) Belt.: « Pant. yta, baroni, che sé lutti do cotti e biscottai •. (4) Bett.: <- Pant. Sì, me con lento; no son decrepito, ma me conlento ». [p. 600 modifica]

Ottavio. Quanto dovremo noi differirle?

Rosaura. Attenderemo de’ nuovi ostacoli? Pancrazio e ). Via, quando è fatta, è fatta: datevi la mano.

Ottavio. Che dite, signora Rosaura?

Rosaura. Disponete di me.

Ottavio. Eccovi la mia destra.

Rosaura. Ed eccovi ancor la mia.

Ottavio. Cara, adorata Rosaura.

Dottore. E così! È finita? Abbiamo altro che fare? Possiamo andarcene? (Non vedo l’ora di portare a casa il denaro), (da sé)

Notaro. Tutto è compito, se lor signori accordano quanto ho scritto, e lo confermano col giuramento, toccando in mano mia le scritture, (presenta a tulli le scritture; e giurano, toccando le medesime) Sono liberati dall’incomodo. Pancfiazio (2). Signor notaro, ella metta l’instrumento nel protocollo, me ne faccia la copia, e sarà soddisfatto.

Notaro. Domani sarò a riveriria. Servo di lor signori.

Arlecchino. Servo suo, sior Nodaro quondam.

Notaro. Quondam che?

Arlecchino. Quondam magnone. (parte)

Notaro. E tu quondam asino. (parte)

Florindo. Noi ce ne possiamo andare.

Dottore. (Datemi quelle tre lettere). (piano a Florindo)

Florindo. (Eccole). (le dà al Dottore)

Dottore. (Voglio un po’ divertirmi), (da se) Andiamo a casa, nipote, con i denari. Trastullo li porterà.

Florindo. Signori, vi sono schiavo. I diecimila ducati son nostri. Auguro agli sposi buona fortuna, ed al signor Pancrazio costanza e sofferenza nelle disgrazie. (parte TrasTUL-LO (3). (Poveretto! Non sa niente. Non sa che questa volta la vipera si è rivoltata al ciarlatano). (da sé, parte coi danari (I) Ben.: « Pant. Via, co l’i falla, l’è falla; deve la man ». (2) Bell.: « Pani. Sior nodaro, la metta l’iitrumenlo in protocollo, la me fazza la copia, e la sarà sodisfada ». (3) Ben.: « Brìgh. (Poverazzo I noi sa gnenle. Noi sa che sia Volta la bissa ha beccò ci zaralan) ». [p. 601 modifica]

Pancrazio. C). Signor Dottore, se ella mi vuol favorire di bere quel sorbetto, che secondo la sua opinione non si sarebbe mai gelato, è venuto il tempo. Siamo di nozze.

Dottore. Caro signor Pancrazio, ho paura che le nozze vogliano esser magre. Pancrazio (2). Anzi ella vedrà, se saprò farmi onore.

Dottore. Ditemi, come vanno i vostri negozi?

Pancrazio. Benissimo, per grazia del cielo.

Dottore. Come vanno gli affari di Parigi?

Ottavio. Come entrate voi, signore, nei nostri affari?

Dottore. Per zelo, per premura del vostro bene. (Poverino! non sa nulla). (da sé Pancrazio (3). Osservi una lettera avuta questa mattina dai miei corrispondenti Comelli e Duellon. Confessano aver di mio nelle lor mani trentamila franchi a mia disposizione. (moslra la lettera al Dottore)

Dottore. (Questa lettera è tutta all’opposto dell’altra), (da sé) E da Livorno, che nuove avete? Pancrazio (4). Osservi; sono arrivate in porto sane e salve le mie due navi, provenienti da Lisbona, cariche per conto mio. (gli rrìostra T altra lettera)

Dottore. (Oh diavolo!) E a Milano come va? PancfiaZIO (5). Ecco una lettera di Milano. Monsìi Ribes, mio ministro...

Dottore. E fuggito. PancfìAZIO (6). Signor no, viene a Venezia per fare il bilancio, e mi porterà almeno diecimila scudi.

Dottore. (Io non lo so capire), (da sé) Eppure per la piazza si discorreva diversem:iente. (1) Bett.: « Pant. Sior Dottor, xe Vegnù el tempo, se la me voi favorir, de iever quel sorbetto che, segando eia, no s’averave zelò. Sema da nozze ». (2) Bett.: « Pant.: Anzi la vedarà che se faremo onor ’. (3) Bett.: «Pant. La varda una lettera, acuda stamattina, dei mi corrispondenti Comelli e Duellon. I confessa aver del mio in te le man trentamille franchi a mia disposizion ». (4) Bett.: « Pant. La varda; xe arriva in porto sane e salve le do mie nave, provenienti da Lisbona, cariche per conto mio’. (5) Bett.: « Pant. Ecco una lettera de Milan. Monsìi Ribes, mio ministro... » (6) Bett.: « Pant. Sior no; el vien a Venezia a far i conti, e el me portare almanco diesemile scudi ». SS [p. 602 modifica]

Pancrazio. e ). Chi vi ha dette tali fandonie?

Dottore. Me le ha dette Trastullo.

SCENA XV (2).

Trastullo e detti.

Trastullo. Son qua, signori. I danari sono a casa, ed il signor Florindo li conta.

Dottore. Dimmi un poco. Trastullo, che cosa si diceva stamattina in piazza del signor Pancrazio?

Trastullo. Che egli è un ricco mercante, che tutti i suoi negozi vanno bene, e che quanto prima sarà in grado di cambiare stato.

Dottore. Tu non mi hai detto così, due ore sono.

Trastullo. Egli è vero, non ho detto così. Mi levo la maschera e parlo liberamente, senza paura e senza rossore. Quelle tre lettere, che hanno fatto credere a vossignoria il fallimento del signor Pancrazio, le ho inventate io, e con questo mezzo ho procurato che nasca un aggiustamento utile e onesto per una parte e per 1 altra. Il signor Florindo, prevalendosi di un mio consiglio, si è introdotto di nottetempo in casa della signora Rosaura, ma si è poi avanzato a levarle la riputazione. Io, che aveva rimorso di essere stato la cagione innocente di questo gran male, vi ho trovato rimedio; conoscendo che il timore di perder tutto, poteva indurre il zio ed il nipote a contentarsi di poco.

Dottore. Questo è un tradimento.

Pancrazio. Non è niente. Poiché se ella sposava me, non vi toccava un soldo. Godetevi i diecimila ducati in pace, e non ne parliamo più.

Rosaura. Piuttosto che sposare il signor Florindo, mi sarei sagrifìcata col signor Pancrazio.

Pancrazio. Sagrifìcata, perchè son decrepito?

Rosaura. Perdonatemi; perchè amava il vostro figliuolo. (1) Bett.: « Pani. Chi v’ha dito sle fandonie? » (2) Vedasi Appendice. [p. 603 modifica]

Ottavio. Prima che vostro nipote avesse la signora Rosaura, egli o io perduta avremmo la vita. (al Dottore)

Trastullo. Non vede, signor padrone, quanto è stato meglio l’averla accomodata così? Quanto gli faranno più prò quei diecimila ducati... (al Dottore)

Dottore. Non sono miei, sono di mio nipote.

Pancrazio. Ne avrete ancor voi la vostra parte.

Dottore. Signor Pancrazio, siate ancor voi discreto. Godetevi la pingue eredità, ma... Non so se mi capite.

Trastullo. Via, signor Pancrazio, sia generoso col signor Dottore; è galantuomo.

Pancrazio. Aspettate, in questa borsa vi è il resto di tremila zecchini; son cento ottanta, e non so che: cento pel signor Dottore e ottanta per Trastullo. Siete contenti? (dà la borsa al Dottore)

Dottore. Ottanta per Trastullo son troppi.

Trastullo. Fate voi, io mi rimetto. (al Dottore)

Dottore. Ci aggiusteremo, basta che non lo sappia Florindo.

SCENA ULTIMA.

Lelio, Beatrice, Fiammetta, Arlecchino e JetH.

Lelio. Evviva gli sposi.

Beatrice. Mi rallegro con la signora cognata.

Rosaura. Rallegratevi veramente meco, se voi mi amate; poiché la più felice, la più lieta femmina non vi è di me in questo mondo.

Fiammetta. Anch’io me ne consolo, signora padrona.

Arlecchino. E mi niente affatto.

Rosaura. Niente! Perchè?

Arlecchino. Perchè le vostre consolazion non le remedia le me disgrazie. Vu sì contenta col matrimonio, e mi son desperà, perchè Fiammetta no me voi.

Rosaura. Perchè, poverino, non lo vuoi? Non vedi che è tanto buono? [p. 604 modifica]

Pancrazio. (’). Sposalo, sciocca, che starai bene.

Trastullo. Sorella, fa questo matrimonio, che ti chiamerai contenta.

Ottavio. Via, ti darò io trecento scudi di dote.

Fiammetta. A quest’ultima ragione mi persuado (2). Arlecchino, sarò tua moglie.

Arlecchino. Sto sarò l’ è un pezzo che el me va seccando.

Fiammetta. Vuoi adesso?

Arlecchino. Adesso.

Fiammetta. I trecento scudi. (ad Ottavio)

Ottavio. Te li do subito.

Fiammetta. Ecco la mano.

Arlecchino. Evviva, o cara; adesso sì son contento.

Lelio. Non vedi che ti sposa per i trecento scudi? (ad Arlecchino)

Arlecchino. Cossa m’importa a mi? Ella goderà i trecento scudi e mi gh’averò la muggier. Pancrazio (3). Andiamo dunque a disporre le cose, per celebrare con maggior allegrezza gli sposalizi.

Dottore. Signor Pancrazio, signori tutti, vi riverisco. Quel ch’ è stato, è stato. Vi prego almeno per la mia riputazione non dirlo a nessuno, perchè mi farebbero le fischiate. Trastullo (4). Gli vado dietro per aver la mia parte.

Pancrazio. Trastullo, siete padrone di casa mia. Vi son tanto obbligato.

Trastullo. Ho fatto il mio dovere. E vi sono umilissimo servitore, (parte)

Pancrazio. Ottavio, sei tu contento?

Ottavio. La consolazione mi opprime il cuore. Pancrazio (5). E voi, figlia mia? (a Rosaura)

Rosaura. Io non merito certamente il gran bene che oggi dal cielo, da voi e dalla fortuna ricevo. Sono unita al mio caro (1) Bett.: « Brìgh. Spaselo, minchiona, che li starà ben. Brìgh. Sorella, fa sto matrimonio, che ti te chiamerà contenta ». (2) Zatta: Ah, quest’ultima ragione mi persuade^ (3) Betl.; ’ Pant. Andemo donca a disponer le cosse per celebrar con mazor allegrìa i matrimoni". (4) Bett.: « Brigh. Che vado drio, per aver la mia parte. Pant. Brighella, si paron de casa mia. Ve son tanto obbligò. Brigh. Ho fatto el mio dover. Che son umilissimo servilor. parte. Pant. Ottavio, eslu contento? » (5) Bett.: « Pant. E vu, fa mia? ■> [p. 605 modifica] sposo, sono al possesso della mia eredità, sono in casa di persone che amo, e venero, e stimo; onde chi sa i miei casi, chi ravvisa il mio stato, dirà con ragione ch’io sono l’erede da principio per vero dire angustiata ed afflitta, ma poi per favor del cielo felice e contenta. Fine della Commedia. [p. 606 modifica]A’