L’incognita/Nota storica

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Edgardo Maddalena

Nota storica ../Atto III IncludiIntestazione 26 aprile 2020 100% Da definire

Atto III

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NOTA STORICA

Certo. Anche senza una sola idea in testa C. G. poteva mettersi a tavolino, scrivere sul paziente foglio Atto I, Scena I, Florindo e Rosaura, tirar via di scena in scena, d’atto in atto, e giungere così alla comoda parola fine. Lo racconta egli stesso nelle Memorie (P. II, c. XI)Memorie di Carlo Goldoni e della docile sua fantasia si compiace. Poteva certo. E una volta fece proprio così. Ma la commedia che gli uscì allora dalla penna fu quest’Incognita, dove pur chi non sia accecato da passione come il Baretti, o maligno quanto Carlo Gozzi, nulla trova da lodare. Nulla che risponda a ragioni d’arte. Si potrà al più far merito all’a. della facilità onde scena si concatena a scena, episodio a episodio. Semplice e breve l’antefatto; tutto il resto viva azione, che malgrado il complicarsi de’ casi si svolge senza fatica o tedio dello spettatore. Tolti gl’indispensabili predicozzi del buon Pantalone, e qualche confidenza del poeta alla platea in veste di soliloquio (deliziosamente ingenuo quello dove per bocca di Colombina [A. I. sc. I] egli minutamente enumera i mille incidenti imaginati dalla ferace sua fantasia) — i dialoghi corrono agili e spediti. La commedia, valutata sempre per quel che è, riesce oggi ancora a farsi leggere con minor noia d’altre goldoniane d’assai maggior pregio. Offerta in un’arena a un pubblico domenicale, avido di colpi di scena, con l’innocente perseguitato e il malvagio punito, potrebbe, chi sa, reggersi ancora. Anche la morale — e pur questa piace o piaceva al popolino — vi è sempre rispettata. Perchè tutte queste incognite, avventuriere e pellegrine del Goldoni e del Chiari non invocano mai invano, nei cimenti più scabrosi, i numi o gli dei. Non s’arriva talvolta a scorgerne il modo, ma la pudicizia (Inc., a. III sc. IV: Colombina La mia pudicizia!) è sempre salva. Persino la moglie d’Ottavio (una delle tante Beatrici goldoniane indegne di tanto nome) in un suo sermoncino sente il bisogno d’assicurare il pubblico che nè amore disperato per Florindo, nè la sua matta gelosia ebbero mai ragione della sua onestà.

Curioso centone questo, dove, si direbbe, ricordi dei drammi spagnoleschi di Andrea Cicognini si fondono con la commedia d’avventura del teatro estemporaneo. Per questo vi sono accolte anche le maschere. Ma Pantalone più che mai alle prese con quel suo dissoluto di Lelio, che appena sessanta soldati, quaranta birri e un tenente arrivano a domare (Capitan Spavento a’ suoi bei dì fu men terribile), vi sta un po’a disagio e piagnucola più del solito. In tanto imperversare di casi non si ritrova neanche Arlecchino ed è — ha [p. 186 modifica] ragione la Ferretti (Le masch. it. n. comm. dell’a. e nel tea. di Gold. Roma, 1904, p. 73) — più insipido che altrove. Ma quando a Beatrice che per ismanie gelose non sa più che ordini dargli, risponde: Signora sì, e per conto suo aggiunge: Vanne, ferma, digli, senti. Sia maledetto i matti! — prova ch’egli il buon senso l’aveva perso meno degli altri. Le maschere, a buon conto, grazie al loro dialetto, hanno l’aria di gente che vive della nostra vita e sa quel che dice. Ma gli altri! Quanti gridavano la croce addosso al G. per il linguaggio messo in bocca a personaggi non veneziani, dovettero addirittura andar fuori della grazia di Dio al leggere p. e.: che voglio io imperversare coi morti! (I 19), il sonno sempre più mi violenta (II 6), non mi altero di vantaggio (II 7), se [tu] non fossi canuto, ti balzerei ai piedi la testa (II 8), seguite i vostri teneri affetti (II 9), il padre di Lelio ci ha tenuti obbligati a quella portiera (II 14).... Aggiungi il tono enfatico di tutti e la copiosa fiorita d’imagini seicentesche. Stravaganze di forma che ben s’accordano coi casi stravaganti di questa «specie d’Angelica» goldoniana (Petrocchi, C G. e la comm. Discorso. Mil. 1893, p. 122). Tanto che la commedia avrebbe potuto chiamarsi anche I cento e quattro accidenti di Rosaura - senza il ricordo di quel tale epigramma dove accidenti stava in rima con mal di denti (Mem. P. I, cc. XLI-XLIX). Non ha torto il Rabany (C. G. ecc. p. 168) a dire che l’Incognita «semble par son exagèration une parodie du genre romanesque».

Sembra a noi ora. Nella Premessa si l’allusione al Chiari e molto probabilmente al suo Orfano (trilogia) è manifesta. Il rivale è ripagato delle sue offese. Ma ne risulta pure con evidenza che il G. invogliato lui pure del genere, caro al pubblico, si mette a imitarlo e intende non già parodiare il Chiari (la Premessa bastava), ma fargli un po’ la lezione. S’egli stesso nella sua Pamela aveva tratto da un romanzo una commedia, questa volta compone una commedia da cui si potesse derivare un romanzo. Così gli era più agevole costringere i fatti nel breve giro de’ soliti tre atti e non dilagare nelle trilogie, onde l’abate bresciano avea già dato esempio. La Premessa dichiara esplicitamente che il genere era falso e che l’a. non vi era inclinato. L’Incognita fu composta dunque per «mero capriccio». Un vero atto di contrizione è poi nel Complimento di Rosaura (Foffano, Archivio Veneto, 1899): «Ch’el l’ha fatta, el se protesta, Per un so devertimento; Per far veder che se pol Far romanzi, se se vuol. Ma l’ha dito e l’ha zurà No volerghene più far». Eppure il G. non cela la soddisfazione avuta dal felicissimo incontro e dalle critiche assai benevole sentite. Le Mem. p. e. che della Donna di governo, forte e buon lavoro, si sbrigano in una sola linea, dedicano all’Incognita due intere pagine, dove (sia detto per incidenza) il G. riassumendo la favola della commedia conferisce a Florindo la nobiltà, di che nel nostro dramma non v è traccia. Ma guai a giudicare di singole commedie dalla considerazione in cui le ebbe il troppo tenero o troppo severo genitore! Quanti silenzii consigliati forse talvolta anche da motivi degni della nostra indiscreta curiosità; quanti riassunti prolissi di commedie più tediose ancora!

L’Incognita era stata detta da qualcuno addirittura l’opera migliore composta fino allora dall’autore (L. A. a chi legge). Dati i criteri del suo pubblico oscillante ancora tra il vero e il falso, arriviamo a intendere prima la [p. 187 modifica] lode eccessiva dell’anonimo entusiasta, che non la stima in che mostra di aver questa produzione uno de’ barbassori della critica romantica. «La più graziosa in questo genere [il gen. romanzesco] — osserva il Sismondi (Trattato della Lett. ital. dal sec. XIV fino al princ. del sec. XIX. Mil. 1820, II p. 138) è la sua Incognita... Il carattere di Pantalone... basterebbe di per se alla buona riuscita...» E mostrando di conoscere la Venezia del 700 meno che non sia concesso a uno storico delle nostre repubbliche concludeva che, dato l’ambiente, la commedia poteva anche avere apparenza di reale. Di lodi così bislacche, temperate da una chiusa ove non sai se sia più malanimo o ignoranza, il Meneghezzi (Della vita e delle opere di C. G. Mil. 1 827, p. 1 30) scrisse: «Ognun vede chiaro il perchè lo scrittore ginevrino abbia voluto estendere la sua analisi parziale e tributar le sue laudi a questa commedia, anzichè a tante altre di lei più meritevoli.» Qualunque ne fosse il movente, noi nei biasimi e nelle laudi del Sismondi non scorgiamo ormai che l’assoluta incapacità sua ad intendere il Goldoni.

Se non andò lontano, un po’ di cammino lo fece anche questo dramma dopo il buon successo di Venezia [«Con el Bravo impertinente. S’ha tira tuta la zente». (Complim. di Rosaura, cit.)]. Il Medebac l’avrà portata certo in altre città. Nel 54 si sa che fu recitata a Milano. (Paglicci - Brocci. Il r. ducal Tea. di Mil. nel sec. XVIII, Estr. d. Gazz. mus. 1893 1894, p. 77). D’una sola traduzione (spagnola) c’è notizia sicura, ed è un segno della grande e spesso bizzarra fortuna delle commedie del Nostro anche fuori d’Italia, che si sia pensato a tradurre persino questa. Stupisce assai meno che la musica non l’abbia ignorata, perchè nelle mille peripezie di Rosaura dalle braccia dell’adorato Florindo (tenore) a quelle dell’aborrito Lelio (baritono), si avverte in germe l’opera romantica. Ma, non maturi ancora i tempi a sciupio di passioni, l’abate w:Giuseppe Petrosellini si contentò di trarne un libretto giocoso, musicato tanto dal Piccinni (Musatti, Drami mus. di C. G. e d’altri tratti dalle s. comm. Bassano, 1900, p. 11 ) che dall’Anfossi (Batka, Die neugierigen Frauen [Opern führer] Berlin, p. 8).

Notevole nella lettera alla contessa Paracciani il passo dove lo stesso Goldoni tocca dell’interesse destato dalle sue dedicatorie. Modesto per sè, come l’indole di queste lettere voleva, egli ne scorge la ragione nel rango e nel nome de’ personaggi cui via via andava intitolando le sue commedie. Per noi, ben s’intende, le dedicatorie serbano importanza — spesso massima — solo per i rapporti che quei personaggi più o meno illustri ebbero col grande Comico. «Vediamo — nota giustamente Alessandro Spinelli — incalzarsi l’affetto e la gratitudine per chi gli prestava assistenza morale e materiale nel suo irto apostolato di riformatore, e vediamo altresì uscirne dati di fatto preziosissimi per lo storico e pel critico del suo teatro» (Modena a C. G. 1907, p. 163).

Nella Bologna settecentesca lieta più che mai di teatri e teatrini innumerevoli, dove i patrizi con zelo sfrenato indulgevano a Talia (notiamo tra questi il co. Casali [Ricci, I tea. di Bol. 1888, p. 481] ricordato nella dedica), il Goldoni passò tutta la primavera del 1752 (Cfr, Premessa alla Serva amorosa. Ediz. Paperini, vol. I, p. 321). Forse in quei mesi egli strinse con Francesco Albergati quei rapporti tanto cari all’animo dei due, e non infecondi nè per l’opera del maestro, nè per quella dell’allievo. Conobbe là probabilmente allora [p. 188 modifica] i due Zanotti: Giampietro, pittore e poeta, fratello maggiore al celebre Francesco. Se le recite filodrammatiche, dove tra altri dilettanti emerse la contessa Paracciani, destarono la sua attenzione, con che interesse non avrà seguito l’esecuzione di tante e tante sue commedie che il Medebac offeriva allora, nel teatro Formagliari, a una folla di spettatori plaudenti! (Ricci, op. cit. pp. 109, 468; Masi, La vita i tempi gli amici di F. Albergati. Bologna, 1888, p. 118).

E. M.


Questa commedia uscì la prima volta a stampa nel t. VIII dell’ed. Paperini di Firenze, che ha la data del 1754, e poco dopo a Pesaro (Gavelli, VIII, ’54), a Bologna (Corciolani, XI, '55), a Torino (Fantino e Olzati, IX, ’57). Si trova ancora nelle edd. Savioli (IV, ’70) e Zatta (cl. 2. t. X, ’91) di Venezia, Guibert e Orgeas (XII, ’73) di Torino, Bonsignori (XXIII. ’90) di Lucca, Masi (XXV, ’92) di Livorno e in altre del Settecento: ma non già nelle edd. Bettinelli e Pasquali. - La presente ristampa seguì l’edizione di Firenze (Paparini) curata dall’autore, che per l’Incognita servì di testo a tutte le altre.