La Città del Sole (1863)

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Tommaso Campanella

1863 C Indice:L'Utopia e La città del Sole.djvu Dialoghi/Letteratura utopica Letteratura La Città del Sole Intestazione 9 febbraio 2016 100% Da definire

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LA CITTÀ DEL SOLE


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INTERLOCUTORI


Il GRAN MAESTRO degli Ospitalieri, ed un AMMIRAGLIO genovese ospite di lui.


G. M. Su via, ten prego, racconta finalmente quanto ti avvenne durante questa navigazione.

Amm. Già ti ho esposto in qual modo io abbia compito il giro intorno alla terra, e come in ultimo giunto nella Taprobana sia stato costretto a prendervi terra, e pel timore degli abitanti ricovratomi in una selva non ne sia uscito che dopo lungo tempo per arrestarmi in estesa pianura direttamente sotto l’equatore.

G. M. E qui che mai t’occorse?

Ammir. Subitamente c’imbattemmo in numerosa schiera d’uomini e di donne portanti armi sì gli uni come le altre, ed alcuni conoscendo la lingua da noi parlata tosto ci fecero compagnia per guidarci alla città del Sole.

G. M. Piacciati dirmi come sia fabbricata questa città, e qual forma di governo ell’abbia.

Amm. Un alto colle s’innalza nel mezzo di vastissima pianura, e sopra questo giace la maggior parte [p. 92 modifica]della città; le sue molteplici circonferenze però si estendono per lunga tratta oltre le falde della collina, talmente che il diametro della città occupa due e più miglia, e sette l’intero recinto. Ma trovandosi sopra un dosso presenta una capacità ben maggiore che non se giacesse in una non interrotta pianura. Essa è divisa in sette giri, e recinti particolarmente distinti col nome di ciascuno dei sette pianeti; e l’uno mette nell’altro per quattro differenti cammini, i quali sono terminati da quattro porte rivolte ognuna ai quattro punti cardinali della terra. Questa città poi venne costruita siffattamente, che se alcuno combattendo guadagnasse il primo recinto, gli occorrerebbero doppie forze per superare il secondo, triplici per il terzo, e così un continuo moltiplicare di sforzi e di travagli pei seguenti. Laonde a chi prendesse talento d’espugnarla farebbe mestieri ricominciare sette volte l’impresa. Ma io tengo opinione essere umanamente impossibile farsi padrone soltanto del primo recinto; tanto è largo, munito di terrapieni, e guarnito di difese d’ogni sorta, come di torri, di fosse, e di macchine guerresche. Entrato dunque per la porta riguardante a settentrione (che tutta coperta di ferro è fabbricata in modo che puossi innalzare ed abbassare, e con tutta facilità e piena sicurezza chiudere, scorrendo con arte maravigliosa i suoi congegnamenti per entro alle incavature di robusti stipiti), mi si offerse primamente allo sguardo un intervallo formante una pianura larga settanta passi, e giacente fra le prime e le seconde mura. Di là affacciansi i grandiosi palazzi così serrati gli uni cogli altri lunghesso il muro del secondo giro, che gli diresti un edifizio. A mezza altezza di questi palazzi scorgesi sorgere all'infuori per l’intero giro non interrotta serie di arcate con superiori gallerie, e quelle sorrette da colonne eleganti larghe alla base, e quasi del tutto circondanti il sottoportico alla maniera dei peristilj, o dei chiostri de' Religiosi. Nel basso poi non sono ingressi, che nella parte concava delle mura, e si penetra nelle stanze [p. 93 modifica]inferiori camminando in piano, mentre per giungere alle superiori si salgono scale di marmo, che mettono nelle gallerie interne, e da queste s’arriva alle parti più alte degli edifizj che mostransi belle, e ricevono luce per finestre esistenti tanto nel concavo, che nel convesso delle mura, stupende per la loro sottigliezza. Ogni muro convesso, cioè la parte esterna, presenta uno spessore di circa otto palmi, di tre soli il concavo, ossia la parte interna, e le tramezze non ne hanno che uno o poco più. Oltrepassata la prima pianura giungesi alla seconda più ristretta di circa tre passi, e qui l’occhio scopre il primo muro del secondo giro guarnito pure di palazzi, i quali a somiglianza di quei del primo giro hanno gallerie sì al basso come all’alto, e verso la parte interna vi ha un altro muro interiore, che circonda i palazzi medesimi, ed inferiormente ha poggiuoli e peristilj sostenuti da colonne: nella parte superiore poi presenta pregiati dipinti là dove riescono le porte delle case superiori; e così per somiglianti giri, e doppi muri che racchiudono palazzi, ciascuno de’ quali è ornato di gallerie sorrette da colonne, si perviene all’ultima parte della città sempre camminando in piano; solamente quando s’entra per le porte dei vari circuiti che sono doppie, cioè una nel muro interno, l’altra nell’esterno, si sale per gradini talmente costrutti che appena sensibile è l’ascesa, essendo collocati obliquamente, e gli uni pochissimo elevati dagli altri. Alla sommità del monte s'incontra una spaziosa pianura nel cui mezzo sorge un tempio di meravigliosa costruzione.

G. M. Prosiegui, ora, te ne scongiuro, prosiegui.

Amm. Il tempio è perfettamente rotondo non rinchiuso fra mura, ma appoggiato a massiccio ed eleganti colonne. La volta principale, opera ammirabile, occupante il centro, o il polo del tempio, ne capisce un’altra più elevata, e di minore dimensione, la quale presenta nel suo mezzo uno spiraglio, direttamente guardante sopra l'altare, ch'è unico, situato nel mezzo del [p. 94 modifica]tempio, e tutto attorniato da colonne. La capacità del tempio supera trecentocinquanta passi. — All'infuori dei capitelli delle colonne, e sovra esse appoggiate, si innalzano altre arcate sporgenti circa otto passi, e sostenute dalla parte esterna da altre colonne, alle quali nel basso aderisce un grosso muro alto tre passi; così che le colonne del tempio, e quelle sorreggenti l’arcata esterna, formano nel loro interspazio le gallerie inferiori che hanno magnifico pavimento. L’interno poi del piccolo muro è interrotto da frequenti porte, e qua e là veggonsi sedili immobili, sebbene frammezzo alle colonne interne sorreggenti il tempio siano numerosi ed eleganti sedili portatili. Sopra l’altare non v’ha che due globi, dei quali il più grande porta dipinto tutto il cielo, il secondo la terra. Nell’area poi della vòlta principale stanno dipinte le stelle del cielo, dalla prima alla sesta grandezza, segnata ciascuna col proprio nome; e tre sottoposti versetti appalesano quale influenza ogni stella eserciti su le vicende terrestri. I poli ed i cerchj maggiori e minori secondo il ragionato loro orizzonte trovansi indicati, non finiti nel tempio, mancando al basso il muro, ma sembra ch’esistano nella loro interezza atteso il rapporto coi globi collocati copra l’altare. Il pavimento è fregiato di pietre preziose, e sette lampade d’oro chiamate col nome dei sette pianeti ardono continuamente. La piccola vòlta al vertice del tempio è circondata da ristrette, ma eleganti celle, e dopo quello spazio piano esistente sopra le arcate delle colonne interne ed esterne, vi ha altre spaziose e ben addobbate celle, abitate da quarantanove sacerdoti e religiosi. Una bandiera mobile indicante la direzione dei venti (dei quali ne distinguono sino al numero di trentasei) sormonta l’estremo punto della vòlta minore, e con ciò conoscono quale annata apporteranno i venti, quai mutamenti avverranno in terra, e sul mare, ma unicamente sotto il clima proprio. Sotto la medesima bandiera poi osservasi un quadrante scritto a lettere d’oro.

[p. 95 modifica]G. M. Uomo generoso, spiegami il modo di reggimento di cotesta gente; io con impazienza t'aspettava a questo punto.

Amm. Sommo reggitore di questa citta è un Sacerdote nel linguaggio degli abitanti nominato Hoh. Noi lo chiameremmo Metafisico. Questi gode d'una autorità assoluta; a lui è sottoposto il temporale e lo spirituale, e dopo il suo giudizio deve cessare ogni controversia. Egli viene incessantemente assistito da tre altri capi, detti Pon, Sin e Mor, nomi che appresso noi equivalgono a Potenza, Sapienza ed Amore.

La Potenza ha il governo di quanto spetta alla pace ed alla guerra, come altresì all’intero dell’arte militare. Questo triumviro non riconosce superiori nell’azienda militare, eccetto Hoh. Egli presiede ai magistrati militari, all’esercito; a lui appartiene sorvegliare le munizioni, le fortificazioni, le costruzioni, quanto insomma concerne simile genere di cose.

Alla Sapienza incombe la direzione dell’arti liberali, meccaniche e di tutte le scienze, ed anche quella dei rispettivi magistrati d’esse, dei dottori e delle scuole d’istruzione. A lui quindi obbediscono tanti magistrati quante sono le scienze. V’ha un magistrato che si chiama Astrologo, altri Cosmografo, Aritmetico, Geometra, Istoriografo, Poeta, Logico, Retore, Grammatico, Medico, Fisiologo, Politico, Morale, e per questi esiste un unico libro detto Sapere, nel quale con meravigliosa concisione e chiarezza stanno inscritte tutte le scienze. Questo viene da essi letto al popolo secondo il metodo dei Pitagorici.

La Sapienza poi con ordine ammirabile fece adornare tutte le mura esterne ed interne, superiori ed inferiori, di pregiatissimi dipinti rappresentanti tutte le scienze. Su le esterne del tempio, e sopra le cortine, che s’abbassano quando il Sacerdote tiene concione, perchè non vada dispersa la voce, veggonsi pinte le stelle con le loro virtù, grandezze e movimenti, ed il tutto spiegato da tre appositi versetti.

[p. 96 modifica]Sulla parete interna del primo giro furono dipinte tutte le figure matematiche, ben più numerose di quelle ritrovate da Archimede ed Euclide. Esse compaiono grandi secondo le proporzioni delle pareti, ed un breve concetto, contenuto in un verso, fa conoscere il significato di ciascuna. Sono definizioni, proposizioni, ecc.

Sulla parete esterna del medesimo giro scopresi primieramente una compita ed estesa descrizione di tutta la terra; seguono quindi le tavole particolari delle provincie, delle quali vengono con brevità chiarite le cerimonie, le costumanze, le leggi, le origini e le forze degli abitanti. Gli alfabeti poi delle diverse nazioni leggonsi là dove si trova l’alfabeto della Città del Sole.

Nell’interno del secondo giro, ossia delle seconde case, stanno tutti i generi di pietre preziose e comuni, dei minerali e dei metalli, non solo mostrati dalle pitture, ma eziandio offerti da pezzi reali, e ciascuno colla speciale spiegazione di due versi. Nell’esterno di questo giro vengono indicati tutti i mari, i fiumi, i laghi e le sorgenti della terra; come pure i vini, gli olj, i liquori colla loro provenienza, qualità e proprietà. Sopra le arcate sono varie ampolle connesse al muro, riempite di differenti liquidi, esistenti già da cento ai trecento anni, e serbati siccome rimedj a diverse malattie. Inoltre particolari figure, e versetti apportano istruzioni sulla grandine, la neve, sui tuoni ed intorno a tutto quanto si forma nell’atmosfera: ed i cittadini solari conoscono anche l’arte con cui possonsi riprodurre entro una stanza tutti i fenomeni meteorologici, i venti, le pioggie, il tuono, l’iride, ecc.

Nell’interno del giro terzo ritrovansi le dipinture di tutti i generi delle piante e dell’erbe, alcune delle quali però sono viventi entro vasi collocati sopra le arcate della parete esterna. Le dichiarazioni annessevi insegnano il luogo della prima scoperta, le forze, le proprietà e i rapporti loro colle cose celesti, colle differenti parti dell’organismo umano, colle produzioni metalliche e marine, ed anche l’uso particolare di [p. 97 modifica]ciascuna in medicina, ecc. Nell'esterno veggonsi i pesci d’ogni specie, di numi, di laghi e di mari, le loro abitudini, qualità, modi di generazione, di vita e di educazione, l’uso a cui il mondo e noi gli facciamo servire; infine le relazioni loro colle cose celesti e terrestri, prodotte dalla natura e dall’arte; così, leggiera in me non fu la meraviglia scoprendo il pesce Vescovo, Catena, Corazza, Chiodo, Stella ed altri, perfette immagini di cose appresso noi esistenti. Si osservano i ricci, le conchiglie, le ostriche, ecc. Finalmente in questo giro una pittura ed una scrittura veramente ammirabili istruiscono intorno a quanto il mondo acqueo racchiude degno d’attenzione.

Nell'interno del quarto giro vennero dipinte tutte le specie degli uccelli, la qualità, la grandezza, l’indole, i costumi, i colori e la vita loro, e quello che desta maggior stupore è lo scoprirvi la vera Fenice. L'esterno poi presenta tutti i generi degli animali rettili, i serpenti, i draghi, i vermi, gli insetti, le mosche, le zanzare, i tafani, gli scarabei, ecc., colle particolari proprietà, distinzioni ed usi, ed in un’abbondanza appena credibile.

Nell’interno del quinto giro vengono mostrati tutti i generi degli animali terrestri più perfetti, ed in numero portentoso. Noi non ne conosciamo la millesima parte, ed essendo anche grandissimi, non pochi furono dipinti sull’esterno del medesimo giro. Ed ora quante cose potrei esporre! Quante specie di cavalli! Quanta bellezza di figure!

Nell’interno del sesto giro trovansi dipinte tutte l'arti meccaniche e i loro istrumenti, e come ne usino le diverse nazioni, e ciascuna fu ordinata e spiegata giusta il proprio valore, e porta anco il nome del suo inventore. Nell’esterno poi i dipinti rappresentano tutti i sommi uomini nelle scienze, nell'anni e nella legislazione. Ho veduto Mosè, Osiride, Giove, Mercurio, Licurgo, Pompilio, Pitagora, Zamolhim, Solone, Caronda, Furoneo e moltissimi altri. Che più? Hanno dipinto lo stesso [p. 98 modifica]Maometto, che però reputano fallace ed inonesto legislatore. Ma vidi l’immagine di Gesù Cristo essere stata collocata in un posto eminentissimo, insieme a quelle dei dodici Apostoli da essi altamente venerati, e creduti siccome superiori agli uomini. Sotto i portici esterni osservai dipinti Cesare, Alessandro, Pirro, Annibale ed altri sommi, la maggior parte cittadini romani, chiari in pace ed in guerra: ed avendo con meraviglia chiesto come essi conoscessero le nostre istorie, risposero: coltivarsi fra loro tutte le lingue, ed essere soliti inviare esploratori e ambasciatori per ogni parte della terra onde apprendano costumi, forze, governo, istorie, beni e mali di tutte le nazioni, ed essere molto desiderosi gli abitanti solari di simile istruzione. Ho saputo avere i Chinesi prima di noi scoperto la polvere da cannone e la stampa. V'ha maestri che spiegano questi dipinti, ed avvezzano i fanciulli ad imparare senza fatica, e quasi a modo di divertimento, tutte le scienze, però con metodo istorico, avanti il decimo anno.

Il terzo dei triumviri è l’Amore, ed uffizio primiero a lui spetta quanto riguarda la generazione. Principale suo scopo è dunque che l’unione amorosa accada fra individui talmente organizzati, che possano produrre un'eccellente prole, e si fanno beffe di noi, che affaticandoci pel miglioramento delle razze dei cani e dei cavalli, totalmente trasandiamo quella degli uomini. Al governo di lui è sottoposta l’educazione dei fanciulli, l’arte della farmacia, come pure la seminazione e la raccolta delle biade e dei frutti, l’agricoltura, la pastorizia, l’apparecchio delle mense e dei cibi. Infine l’Amore regola tutto quanto si riferisce al vitto, al vestito ed alla generazione, come anche i molti maestri e maestre addette a ciascuno di questi ministeri.

Questi tre trattano le anzidette cose unitamente al Metafisico, senza del quale non fassi nulla; e così la republica viene governata da quattro, ma generalmente dove propende il volere del Metafisico acconsente pure quello degli altri.

[p. 99 modifica]G. M. Ma dimmi, amico, i magistrati, gli uffizj, le cariche, l’educazione, tutto il modo di vivere è proprio d’una vera repubblica, ovvero d’una monarchia o d'una aristocrazia?

Amm. Questo popolo si ricovrò quivi venendo dall’India, abbandonata da lui per scampare alle inumanità dei magi, dei ladroni e dei tiranni, che tormentavano quel paese, e tutti d’accordo determinarono d’incominciare una vita filosofica ponendo ogni cosa in comune; e quantunque nel loro paese nativo non sia in costume la comunità delle donne, essi pure l'adottarono unicamente pel principio stabilito, che tutto dovea essere comune, e che solo la decisione del magistrato, doveva regolarne l'equa distribuzione. Le scienze quindi, le dignità ed i piaceri sono comuni in modo che alcuno non può appropriarsene la parte che spetta agli altri.

Essi dicono, che ogni sorta di proprietà trae origine e forza dal separato ed individuale possesso di case, di figli, di mogli. Questo poi produce l’amor proprio, e ciascuno ama arricchire, ed ingrandire l’erede; e quindi, se potente e temuto, defrauda la cosa publica; se debole, di nascita oscura e mancante di ricchezze, diviene avaro, intrigante ed ipocrita. Al contrario perduto l’amore proprio, rimane sempre l’amore della comunità.

G. M. Adunque nessuno avrà voglia di lavorare, stando in aspettazione che gli altri lavorino per suo sostentamento; obbiezione da Aristotile mossa a Platone.

Amm. Io non seppi che ciò desse occasione ad alterchi, ma ti dico essere appena credibile l’immensità dell’amore che quel popolo nutre per la patria, ed in ciò sono superiori agli antichi Romani che spontaneamente si davano in olocausto per la comune salvezza; e così doveva essere, perchè l’amore alla cosa pubblica aumenta secondo che più o meno si è fatto rinunzia all’interesse particolare. Credo anzi, che se i monaci ed [p. 100 modifica]i chierici appresso noi non fossero viziati da una soverchia benevolenza verso i congiunti, gli amici, o meno rosi dall’ambizione di sempre più elevati onori, avrebbero con una minore affezione alla proprietà acquistata lode di più bella santità, e simili agli Apostoli, ed a molti de’ tempi presenti, sarebbero comparsi al mondo esempi d’ogni più sublime carità.

G. M. Questo fu già detto da S. Agostino; ma di grazia dimmi: gli abitanti solari, non potendo scambiarsi benefizj, non conosceranno dunque l’amicizia?

Amm. Anzi è grandemente sentita. Imperocchè, sebbene nessuno possa ricevere particolari favori, avendo tutti il necessario dalla comunità, e vegliando i magistrati perchè nessuno ottenga più di quanto meriti (il necessario però non viene giammai negato), l’amicizia pure ha campo di mostrarsi in caso di guerra o di malattie, ovvero prestandosi mutua opera nello studio delle scienze, e talvolta anco scambiandosi lodi, funzioni, od il necessario. Tutti i coetanei poi si chiamano fratelli; acquistano il nome di padre oltrepassata l’età di ventidue anni, avanti al compimento di questi si dicono figli, ed una delle primarie fruizioni dei magistrati è l’impedire ogni offesa fra i confratelli.

G. M. E come mai viene ciò conseguito?

Amm. In queste città il numero e i nomi dei magistrati corrispondono alle virtù appresso noi conosciute. Havvi chi è chiamato Magnanimità, e chi Fortezza, Castità, Liberalità, Giustizia criminale e civile, Diligenza, Verità, Beneficenza, Gratitudine, Ilarità, Esercizio, Sobrietà, ecc.; e colui, che dall’infanzia si conobbe nelle scuole più propenso all'esercizio di qualcuna delle anzidette virtù, questi ne viene nominato magistrato. Quindi non essendo possibili fra loro i latrocinj, gli assassinj, i tradimenti, gli stupri, gl’incesti, gli adulterj e altri misfatti di cui incessantemente noi ci lamentiamo, essi vengono dichiarati colpevoli d’ingratitudine, di malignità (quando alcuno nega una debita soddisfazione), di pigrizia, di tristizia, di collera, [p. 101 modifica]di bassezza, di maldicenza e di menzogna, delitto colà detestato più che la peste. E le pene più usitate sono la privazione della mensa comune, la proibizione delle donne e degli altri onori per tutto quel tempo che viene dal Giudice creduto necessario perchè ne segua la correzione.

G. M. Potresti ora spiegarmi qual sistema venga seguito nella elezione de’ magistrati?

Amm. Se prima non ti espongo il loro metodo di vita, è impossibile ch'io soddisfaccia pienamente alla tua domanda. Sappi dunque, che uomini e donne portano abiti egualmente foggiati, idonei alla guerra, coll'unica differenza che alle donne la toga copre le ginocchia, mentre gli uomini le hanno scoperte. Tutti assieme senza distinzione vengono educati in tutte le arti. Trascorso il primo anno, ed avanti il terzo, i fanciulli imparano la lingua e l'alfabeto passeggiando nelle sale; essi sono distinti in quattro drappelli, ai quali presiedono vecchi dignitosi, che guide e maestri sono, d’una probità superiore ad ogni prova.

Dopo alcun tempo incominciano gli esercizj della lotta, del corso, del disco e d’altri giuochi ginnastici tutti aventi a scopo di rinvigorire adeguatamente i corpi: sempre però a piedi nudi, ed a capo scoperto sino all'anno settimo. Distinti in drappelli vengono anche condotti alle differenti officine dell'arti; a quelle dei calzolai, dei cucinieri, dei fabbri, de’ pittori, ecc. Perchè venga chiarita la tendenza speciale di ciascun ingegno, dopo l’anno settimo, acquistate già le nozioni matematiche mediante i dipinti delle mura, sono applicati allo studio delle scienze naturali. Le lezioni vengono recitate a ciascun drappello da quattro differenti maestri, i quali poscia danno termine ad ogni altra parte dell’istruzione in quattro ore. Quindi alcuni esercitano i corpi, mentre altri attendono alle pubbliche funzioni, o s'applicano alle lezioni. Dopo comincia lo studio delle materie più difficili, delle matematiche sublimi, della medicina e d’altre scienze, e continuamente [p. 102 modifica]passano fra loro esercizj di dispute scientifiche; col progresso del tempo poi quelli, che più si segnalarono in una scienza, od in un’arte meccanica, ne vengono eletti a magistrati. L’agricoltura e la pastorizia sono insegnate mediante l’osservazione, e tutti sotto la scorta del proprio capo e giudice escono nei campi ad esaminare ed apprenderne i modi di lavoro, e stimano primo e più grande chi ha conoscenza di maggior numero d’arti, e tutte sa professarle con senno. Ed io non posso esprimerti quanto disprezzo facciano di noi che chiamiamo ignobili gli artefici, e nobili quelli che, non sapendo fare cosa alcuna, vivono nell’ozio, e sacrificano tanti uomini, che, chiamati servi, sono istrumenti d’ogni pigrizia e lussuria. Dicono quindi non doversi fare meraviglia se da queste case, scuole di ogni bruttura, escano caterve di intriganti e malfattori, con infinito danno della cosa pubblica.

Gli altri funzionari sono eletti dai quattro primati Hoh, Pon, Sir e Mor, unitamente ai magistrati di quell’arte a cui debbono consecrarsi. Obbligo poi dei quattro Sommi è conoscere perfettamente quale idoneità, per una data arte o virtù, possegga quello che deve divenirne il reggitore. Quando occorre un’elezione, gli idonei vengono proposti in un’adunanza dai magistrati, e non è permesso ad alcuno presentarsi sotto forma di candidato ad addimandare cosa alcuna, ma tutti possono esporre quanto sanno di contrario o di favorevole agli eligendi. Nessuno però aspira alla dignità di Hoh se profondamente non conosce le istorie di tutte le genti, i riti, i sagrifizj, le leggi delle repubbliche e delle monarchie; gli inventori delle leggi, delle arti, i fenomeni, e le vicende terrestri e celesti. A ciò s’aggiunga la cognizione di tutte le arti meccaniche (imparandone essi una quasi nello spazio di tre giorni, ancorchè non riescano perfetti nell'esecuzione, la quale però è facilitata dall’esercizio e dalle pitture). Inoltre è mestieri essere versatissimo nelle scienze fisiche ed astrologlche; la medesima importanza però non viene [p. 103 modifica]assegnata alla cognizione delle lingue, avendo essi quantità d’interpreti, nella repubblica chiamati grammatici. Ma d’assoluta necessità è il possedere nella loro interezza le scienze metafisiche e teologiche. Debbonsi quindi conoscere le radici, i fondamenti, le prove di tutte le arti e scienze, i rapporti di convenienza e di disconvenienza delle cose, la necessità, il fato, l'armonia del mondo, la potenza, la sapienza e l’amore delle cose di Dio, le gradazioni degli Enti, i loro simboli colle cose celesti, terrestri e marine, e colle ideali in Dio per quanto è concesso a mente umana. Finalmente è d’uopo avere con lunghi studj approfondate le profezie e l’astrologia. Per il che il futuro Hoh viene riconosciuto molto tempo avanti l’elezione. Esso non può occupare sì eminente dignità se non dopo il compimento del settimo lustro. La carica n’è perpetua, qualora non si scopra altro più sapiente e meglio adatto a governare la repubblica.

G. M. Ma qual uomo può possedere tanta dottrina? Anzi uno scienziato non è forse il meno idoneo al regime della cosa pubblica?

Amm. Questa obbiezione venne pure da me mossa, e per risposta ebbi: Tanto noi siamo certi potere un sapiente possedere attitudine al buon governo d’una repubblica, quanto voi, che anteponete uomini ignoranti, e stimati abili perchè discendenti da principi, od eletti dalla prepotenza d’un partito. Ma il nostro Hoh, supposto anche inespertissimo in ogni forma di governo, non diverrà giammai crudele, scellerato o tiranno, e solo perchè possiede un’immensa sapienza. Bensì questa obbiezione può avere forza appresso voi, che chiamate sapiente l’uomo che lesse in maggior numero grammatiche o logiche d’Aristotile od altri autori, e quindi volendo comporre un sapiente de’ vostri paesi si addomanda unicamente un’ostinata fatica ed un servile travaglio di memoria che abituano l'uomo all’inerzia, perchè non stimolato ad addentrarsi nelle cognizioni delle cose, e contento di possedere un [p. 104 modifica]ammasso di parole, avvilisce l’anima, affaticandola sopra morti segni. E siffatti sapienti ignorano come vengano dalla causa prima governati tutti gli esseri, e quali siano le regole e l’abitudini della natura e delle nazioni. Questo non accade al nostro Hoh, giacchè per apprendere tanto numero d’arti e scienze, è necessario avere sortito vastissimo ingegno al tutto idoneo; abilissimo dunque anche al politico governo. Inoltre noi sappiamo non conoscere alcuna scienza chi soltanto fu istrutto in una, ed avere ingegno tardo e spregevole quei che, atto ad unica scienza, tolse pur questa ad imprestito dai libri. Simile giudizio non può portarsi sul nostro Hoh. I tre primati poi che lo assistono, debbono essere profondi conoscitori, specialmente dell’arti che hanno immediata attinenza colla propria loro carica, e basta che solo istoricamente siano istrutti dell’arti comuni. Così la Potenza è peritissima nell’arte equestre, in quella di coordinare un esercito, di preparare gli accampamenti, o fabbricare le armi, ed in ogni faccenda militare come in stratagemmi, in macchine, ecc. Ma al conseguimento di questo scopo è mestieri che la Potenza abbia nozioni di filosofia, di storia, di politica , di fisica, ecc. Lo stesso dicasi degli altri due triumviri.

Ora, tornando a parlarti del loro metodo di vita, e dell’eccellenza dei mezzi d'istruzione, devi sapere, che in quella città le scienze vengono apprese si facilmente, che i fanciulli v’imparano in un anno solo quanto appresso noi s’acquista ordinariamente dopo dieci o quindici anni di studio. Essendo io stato chiesto d’interrogare alcuno degli allievi, non so esprimerti il mio stupore udendo risposte piene di prontezza, verità e sapienza da alcuni che parlavano correntemente la nostra lingua. Imperocché è stabilito che tre d’ogni drappello imparino il nostro idioma, altri tre l'arabo, e tre il polacco, e tre altre speciali lingue.

Prima che diventino dottori non viene giammai loro concesso alcun riposo, poichè dopo lo studio escono [p. 105 modifica]alla campagna, ove s'esercitano alla corsa, all’arco, alla lancia, all’archibugio, alla caccia, ovvero nella botanica, nella mineralogia, nell’agricoltura, o nella pastorizia.

G. M. Desidererei ch'esponessi e classificassi le pubbliche funzioni, e primamente che mi parlassi partitamente della educazione.

Amm. Essi hanno in comune le case, i dormitoi, i letti, tutte le cose necessarie. Ma dopo sei mesi i maestri scelgono quelli che debbono dormire in questo od in quel luogo, chi nella prima stanza, chi nella seconda, e ciò viene indicato dagli alfabeti esistenti sopra l’alto degli ingressi. Maschi e femmine s’applicano in comune a tutte le arti meccaniche e speculative, colla differenza che le arti richiedenti fatica e cammino sono esercitate dai maschi, come arare, seminare, raccogliere frutta, travagliare sull’aia, far vendemmia, ecc., e le femmine vengono applicate a mungere gli armenti, a formare cacio, ed anche si spediscono negli orti vicini alle mura della città a coltivare ed a raccogliere erbe. Tutte le arti poi che si praticano rimanendo assisi o fermi in piedi spettano pure alle donne, come tessere, filare, cucire, tagliare capelli e barba, preparare farmaci, e tutte sorte di vesti. Sono però esenti dal lavorare legno e ferro. Ma se qualcuna mostra attitudine alla pittura, vienle concesso esercitarvisi. La musica invece è permessa ad esse sole, e qualche volta anche ai fanciulli perchè suscettibili d’apportare maggior diletto, escluso però l’uso delle trombe e dei timpani. Le donne preparano anche i cibi, e distendono le tovaglie, ma è obbligo dei fanciulli il servizio delle mense, come pure delle fanciulle che non compirono l’anno ventesimo. Ognuno dei giri ha particolari cucine e cellieri, ed anche l’apparecchio degli utensili necessari al mangiare ed al bere ed a ciascuna officina presiede un vecchio ed una vecchia che d’accordo comandano ai ministranti, e possono battere od ordinare che vengano battuti i negligenti, i ritrosi, i disobbedienti, ed osservano e [p. 106 modifica]tengono conto del genere d'ufficio in essi maggiormente un fanciullo od una fanciulla si segnalò. La gioventù serve a quelli che hanno oltrepassato i quarant'anni, ed è dovere dei maestri e delle maestre sorvegliare alla sera quando vanno al riposo, ed al mattino per mettere in funzione quelli a cui spetta per ordine di successione, scegliendone uno o due per ciascuna stanza. I giovani poi servonsi vicendevolmente. Guai ai renitenti! V’ha le prime e le seconde mense, ognuna delle quali ha rispettivi sedili. S’assidono prima le donne, poscia gli uomini, ed all’usanza dei monaci non è permesso alcun rumore. Durante la mensa un giovane legge da alta tribuna a distinta e sonora voce alcun libro, e sovente i magistrati interrompono la lettura facendo osservazioni sui passi più importanti. Bellissima a vedersi è questa gioventù succintamente vestita prestare ai suoi maggiori, con ogni opportunità, tutte specie di servigi, e torna pure a grandissimo conforto l’osservare conviventi in una perfetta armonia, con estrema modestia, decoro ed amore, tanti amici, fratelli, figli, padri e madri. A ciascuno viene distribuito un tovagliuolo, un piatto ed una porzione di cibo. Incombe ai medici istruire i cuochi del giorno e della qualità degli alimenti da prepararsi, ed assegnare quali convengano ai vecchi, quali ai giovani, quali agli ammalati. Ogni magistrato riceve una porzione alquanto maggiore e più scelta, ed essi durante la mensa ne distribuiscono una parte a quei fanciulli che nel mattino più si segnalarono nelle scienze o nelle armi. Questo favore poi è ambito siccome uno dei più preclari. Ne’ giorni festivi durante il pranzo vi ha canto con musica, ma di poche, ed anche d’una voce soltanto, accompagnata da una cetra, ecc., e siccome l’opera dell'apparecchio venne prestata da molti e con diligenza, giammai non s’ascolta lamento per cosa che manchi. Vecchi dignitosi presiedono al regolare andamento della cucina, ed ai preparatori degli alimenti, come pure alla mondezza dei letti, delle stanze, dei vasi, delle vesti, delle officine e degli ingressi, ed a ciò attribuiscono somma importanza.

[p. 107 modifica]Riguardo al vestito essi portano sulle carni una camicia bianca, alla quale siegue la veste, che serve anche per farsetto e per calzoni, senza increspature, lateralmente aperta in alto e al basso delle gambe, e nel mezzo dall'ombelico alle natiche fra l'estremità delle coscie; gli orli delle fessure anteriori vengono chiusi da bottoni sporgenti all’infuori, ed ai lati da lacci; gli stivaletti aderiscono ai calzoni, e discendono sino ai talloni; coprono quindi i piedi con sottocalze di lana aventi foggia di semicoturni, ed assicurati con fibbie; a queste soprappongono le scarpe, e finalmente, come già dissi, indossano la toga, e tanto ben fatte sono queste vesti, che levando la toga tu discerni chiaramente e senza timore d'ingannarti le ben proporzionate parti di tutta la persona.

Cambiano quattro differenti vesti all’anno, e ciò quando il sole entra nell'Ariete, nel Cancro, nella Libbra e nel Capricorno; e la qualità e la necessita viene decisa dal medico, mentre la distribuzione è dovere di chi ha l’incarico del vestiario in ciascun giro, e certamente ti recherebbe meraviglia il numero straordinario di tante vesti pesanti, o leggieri, secondochè è voluto dalla differenza delle stagioni. Tutti le portano ben imbiancate, ed una volta al mese le lavano col ranno e col sapone. Tutte le officine d’una certa specie d’arti come cucine, dispense, granai, magazzeni, arsenali, lavacri, trovansi nelle parti inferiori delle case; sebbene anche sotto ai peristilj sieno state costruite conche pei bagni, da cui l'acqua esce per canali terminanti in cloache. In ogni piazza dei sette giri v’hanno respettive fontane, le quali gettano acqua sollevata dalle falde del monte col semplice movimento d'un ingegnoso manubrio. In generale le acque alcune sono primitive, altre raccolte in cisterne alle quali sono portate da acquedotti arenosi, allorchè dopo una pioggia discendono dai tetti delle case. Le prescrizioni del medico e del magistrato regolano le lavature delle persone. Le arti meccaniche si esercitano sotto i peristilj, nelle gallerie [p. 108 modifica]superiori; le speculative sui poggiuoli dove scopronsi i più pregiati dipinti; quanto poi s’attiene allo cose divine viene insegnato nel tempio. Gli orologi solari, ed altre macchine indicanti l’ore ed i venti, ritrovansi sotto gli atrj, o sopra i punti più eminenti di ciascun giro.

G. M. Di grazia parlami ora della generazione.

Amm. Alcuna donna prima del decimonono anno non può consacrarsi a questo ministerio, e gli uomini debbono avere passato il ventesimo primo, ed anche più se gracili di complessione. Prima di questa età viene permessa ad alcuni la donna, ma sterile o gravida; onde spinti da soverchia concupiscenza non s’abbandonino ad eccessi non naturali, ed appartiene alle maestre matrone, ed ai vecchi più attempati, provvedere la venere a quelli che sopra loro segreta domanda, ovvero nelle pubbliche palestre, conobbero soffrire più potenti stimoli; salvo però sempre la licenza del Gran Magistrato della generazione, ossia Gran Dottore della medicina, il quale non riconosce altri superiori che il triumviro Amore. Sorpresi una prima volta in sodomia sono svergognati, obbligandoli a portare per due giorni i calzari legati al collo, punizione indicante avere essi invertito l’ordine naturale delle cose, e messo il piede sopra il capo. Continuando l’iniquità, s’aumenta la pena, e talvolta può giungere anche alla capitale. Ma coloro che si mantennero illibati sino al ventesimo primo anno, e principalmente quelli che si protrassero tali fino al ventesimosettimo, ricevono in pubblica adunanza onori di feste e canti. Siccome poi essi, al costume degli antichi Spartani, tanto maschi che femmine, mostransi nudi negli esercizj ginnastici, così i precettori hanno mezzo di scoprire non solo quali siano abili, e quali inetti alla generazione; ma eziandio possono determinare l’uomo che più conviene ad una data donna, secondo le respettive proporzioni corporali. Il congiungimento maritale avviene ad ogni terza notte, e dopo che i generatori siansi ben lavati. Una donna [p. 109 modifica]grande e bella è unita ad un uomo robusto ed appassionato, una pingue ad un magro, una magra ad un pingue, e così con sapiente e vantaggioso accozzamento vengono moderati tutti gli eccessi. Al cadere del sole i fanciulli salgono nelle stanze ed apparecchiano i talami. Dopo entrano i generatori, e secondo è imposto dai maestri e dalle maestre si mettono al riposo, nè giammai possono consacrarsi all'importante ministerio se prima non hanno ben digeriti gli alimenti e terminata la preghiera. Nelle stanze sono eleganti statue di uomini ragguardevolissimi, ivi collocate perchè si contemplino dalle donne, dipoi affacciandosi ad una finestra cogli occhi rivolti ai cielo supplicano Iddio che conceda diventino madri di perfetta prole. Coricate poscia in separate celle dormono sino all’ora stabilita per l’unione, ed allora la maestra levandosi apre al di fuori la porta sì degli uomini come delle donne. Questa ora è determinata dal medico e dall’astrologo, che studiano cogliere il tempo in cui tutte le costellazioni sono favorevoli ai generatori ed ai futuri generati. Credono poi essere colpevole chi accostandosi alla generazione non abbia almeno per tre giorni conservato nella sua interezza e purità il seme, o chi avesse commesse invereconde azioni, e chi non si fosse riconciliato e ravvicinato a Dio. Coloro invece, che per diletto o necessità usano con donne sterili, gravide o difettose, non vengono obbligati ad alcuna cerimonia. I magistrati, poi che tutti sono sacerdoti, come anche i maestri delle scienze, non ponno assumere l’incarico di generatori che dopo molte giornate d’astinenza. Imperocchè l'impiego delle facoltà intellettuali, indebolendo gli spiriti animali, lor toglie che possano trasmettere l’energia del cerebro, e quindi osservasi sovente essere fiacca di corpo e tarda d'ingegno la prole di simile gente. Sapiente è dunque la prescrizione che ordina ad essi d’accoppiarsi con donne vivaci, forti e belle. Parimente gli uomini pronti, ardenti, di temperamento sanguigno, debbono unirsi a donne pingui e fredde. E dicono che [p. 110 modifica]trascurata la generazione non si può dopo coll'arte acquistare l’armonia dei diversi elementi dell’organismo, causa di tutte le virtù, e che gli uomini i quali nascendo hanno sortito cattiva organizzazione, operano il bene unicamente pel timore della legge e di Dio, cessato il quale, od in segreto o pubblicamente, guastano la repubblica. Laonde devesi adoperare ogni diligenza nel ministerio della generazione e riflettere ai veri meriti naturali, non alle doti od alle nobiltà fittizie, e di menzognera specie. Se una donna non viene fecondata dall’uomo destinatole è confidata ad altri; se infine scopresi sterile diventa comune, ma le si niega l’onore di assidersi fra le matrone nell’assemblea della generazione, nel tempio, ed alla mensa, e questo fanno onde a cagione di lussuria non si procaccino coll’arte la sterilità. Quelle che concepirono, vengono per quindici giorni esentate da ogni fatica. Cominciano poscia lavori facili onde fortifichino la prole, ed apranle i meati della nutrizione, e dipoi si rinvigoriscono con sempre crescente esercizio. I medici poi non permettono loro che cibi proficui. Dopo il parto esse medesime allattano ed assistono il neonato in case comuni, a questo uopo appositamente preparate. Per due e più anni secondo le prescrizioni del Fisico sono allattati i bambini. Dipoi se femmina si consegna alle maestre, ed ai maestri se maschio. Ed allora cominciano quasi per divertimento ad imparare gli alfabeti, a spiegare i dipinti, ad esercitarsi alla corsa, alla lotta, quindi a studiare le storie esposte dalle pitture, e le differenti lingue, e sino all’anno sesto portano una veste elegante ed a molti colori. Dopo questa età danno principio allo studio delle scienze naturali, indi ad altro, secondo sembra opportuno ai maestri. Per ultime riserbansi le scienze meccaniche. Ma i fanciulli tardi d'ingegno si spediscono in campagna, e qualora alcuni diano prove di aver fatto sufficienti progressi si riammettono nella città. Ma la maggior parte d’essi, essendo nati sotto la medesima costellazione, riescono consimili a’ [p. 111 modifica]contemporanei per virtù, per costumi e per fattezze, e ciò è causa d’una durevole concordia, d'un reciproco amore e d’una vicendevole sollecitudine di aiutarsi l’un l’altro.

I nomi non s’impongono a caso, ma pensatamente dal Metafisico, secondo le qualità individuali, come era costume appresso gli antichi Romani. Uno quindi chiamasi Bello, l’altro Nasone, un terzo Crassipe, ed altri Torvo, Magro, ecc. Ma quando acquistano eccellenza in qualche arte, o per alcun gran fatto in guerra od in pace, al primo nome s’ aggiunge quello dell’arte, come Pittore bello, grande, aureo, eccellente, preclaro, o quello dell’azione, come Nasone forte, astuto, vincitore, grande, grandissimo, ovvero quello del vinto nemico, come Africano, Asiatico, Etrusco, e se superò Manfredo o Tortelio, chiamasi Magro Manfredi, Tortelio, ecc. Questi cognomi s’impongono dai magistrati superiori, accompagnando la funzione il più delle volte col dono d’una corona conveniente al fatto o all’arte, e d’una festa musicale, poichè essi non fanno stima alcuna dell’oro e dell’argento, considerandoli siccome materie per formare vasi ed ornamenti comuni a tutti.

G. M. Dimmi di grazia: conoscono essi la gelosia, o meglio il dolore, quando alcuno non ottiene una sperata magistratura o tutt'altra cosa da lui ambita?

Amm. No, perchè tutti oltre il necessario, godono eziandio di quanto può dilettare la vita. La generazione si considera opera religiosa avente a scopo il bene della repubblica, non dei privati; e perciò obbediscono pienamente ai magistrati. Essi poi, contro l'opinione nostra, negano essere naturale all’uomo, perchè educhi con vantaggio la prole, il possesso d’una moglie, d’una casa, di figli, e dicono con San Tommaso, che scopo alla generazione è il mantenimento della specie, e non dell’individuo. Essere quindi un diritto pubblico e non privato, e i particolari averne parte, unicamente quai membri della repubblica. Soggiungono poi che la principale causa dei mali pubblici sta nel cattivo modo di trattar la generazione e l’educazione, e che quindi esse [p. 112 modifica]devonsi religiosamente commettere alla saggezza del magistrato, siccome, primi elementi per la felicità di un popolo.

Gl'individui dunque, che per la loro eccellente organizzazione hanno diritto d’essere generatori, o generatrici, vengono appaiati secondo gl’insegnamenti della filosofia. Platone giudica diversi ciò eseguire mediante le sorti, onde gli allontanati dalle donne più belle non portino odio ai magistrati, ed anzi dice doversi ingannare gl'immeritevoli di somme bellezze, nell’atto che si estraggono le sorti, così che ottengano non le più desiderate, ma le più convenienti. Ma pienamente inutile torna simile inganno agli abitanti solari, non esistendo fra loro deformità. Inoltre, venendo le donne continuamente applicate a differenti lavori acquistano colorito vivace, membra robuste, grandi ed agili, e la bellezza viene costituita unicamente dalla elevatezza e dal vigore delle persone. Laonde incorrerebbe la pena capitale colei che imbellettasse il volto per comparire bella, od usasse zoccoli alti per parere più grande, o vesti allungate per coprire informi piedi. Ma eziandio se taluna avesse talento di fare le anzidette cose non lo potrebbe, e chi mai gliene accorderebbe la facoltà? Essi poi asseriscono, che simili inganni sono frutti appresso noi dell’ozio e dell’accidia delle donne, per cui deformandosi, impallidendo e diventando deboli e piccole, abbisognano di colori, di zoccoli, di vesti lunghe, ed amando meglio comparire belle per un’inerte delicatezza che per una vigorosa salute, rovinano sè stesse e la prole.

Allorchè un individuo viene preso da violenta passione per qualche donna, gli sono permessi colloquj, scherzi, e reciproci regali di fiori e di poesie. Ma se corresse pericolo la generazione, non s’accorda mai che s’accoppino, se non quando trovasi già incinta la donna di un feto che appartiene ad un altro, ovvero già dichiarata sterile. Del rimanente appena essi conoscono l’amore di sola concupisceuza, bensì l’amicizia. Non si [p. 113 modifica]danno soverchia briga per le rose famigliari e commestibili, perchè ognuno ne riceve secondo il proprio bisogno, toltone quando trattasi d’onorare alcuno. Allora e specialmente nei giorni festivi soglionsi in segno d’onore distribuire agli eroi ed alle eroine, mentre si pranza, differenti regali, come variopinte ghirlande, cibi graditi, vesti eleganti, ecc.

Sebbene durante il giorno, e nella città portino tutti vesti bianche, nella notte, e fuori della città, indossano abiti rossi di lana o di seta, e abborriscono siccome il più spregevole il color nero. Sono quindi avversi ai Giapponesi che prediligono siffatta tinta. La superbia è giudicata il più esecrando dei vizj, ed ogni azione che ne senta viene punita colle più crudeli umiliazioni. Nessuno quindi crede abbassarsi servendo a mensa, nelle cucine o nell’infermerie, ma chiamano ministerio ogni funzione, e dicono che tutte le azioni fatto dalle differenti parti del corpo umano sono egualmente onorevoli.

Non hanno la sordida costumanza di mantener servi, ad essi bastando, e molte volte essendo anche soverchia, l'opera propria. Ma noi con dolore vediamo l'opposto.

Napoli è popolata di settantamila persone, e solo dieci o quindici mila lavorando, prestamente vengono distrutti dalla soverchia fatica; il rimanente è rovinato dall’ozio, dalla pigrizia, dall’avarizia, dalle infermità, dalla lascivia, dall'usura, ecc., e per sventura anco maggiore, contamina e corrompe un infinito numero d’uomini assoggettandogli a servire, ad adulare, a partecipare de’ propri vizj a grave nocumento delle funzioni pubbliche. I campi, la milizia, le arti o sono neglette o pessimamente coltivate con dolorosi sagrificj d’alcuni pochi: ma nella città del Sole essendo eguale distribuzione di ministeri, d’arti, d’impieghi, di fatiche, ogni individuo non affatica più di quattro ore per giorno, consecrandone il rimanente allo studio, alla lettura, alle dispute scientifiche, allo scrivere, al [p. 114 modifica]conversare, al passeggiare, infine ad ogni sorta d'esercizj aggradevoli ed utili al corpo ed alla mente. Non s’accorda licenza di giuoco che richieda ch’altri stia seduto, come dadi, scacchi e simili, ma divertonsi alla palla, al pallone, alla trottola, alla corsa, alla lotta, all’arco, all’archibugio, ecc. Affermano inoltre che la povertà è la principale cagione che rende gli uomini vili, furbi, fraudolenti, ladri, intriganti, vagabondi, bugiardi, falsi testimoni, ecc., e che la ricchezza produce insolenti, superbi, ignoranti, traditori, presuntuosi, falsari, vanagloriosi, egoisti, ecc.; ed al contrario la comunità colloca gli uomini in una condizione al medesimo tratto ricca e povera. Sono ricchi perchè godono d’ogni necessario, sono poveri perchè non possedono nulla, e nel tempo medesimo non servono alle cose, ma le cose obbediscono ad essi, ed in ciò lodano i religiosi della Cristianità e specialmente la vita degli Apostoli.

G. M. Io trovo utile e santa la comunità dei beni, ma non posso approvare quella delle donne. San Clemente romano dice dovere essere le mogli comuni, secondo l’istituto apostolico, ed encomia Socrate e Platone insegnanti eguale dottrina: ma la glossa intende siffatta comunità riguardare l'ossequio e non il letto. E Tertulliano appoggiando la glossa, scrisse che i primi cristiani ebbero tutto in comune, eccettuate le donne, le quali però furonlo, come si disse, rispetto all’ossequio.

Amm. Io appena conosco queste cose, ma posso assicurarti avere veduto nella città del Sole comuni le donne rispetto all’ossequio ed al letto, ma non sempre ed a guisa delle fiere accoppiantisi a qualunque incontro di femmina, ma solo, come si disse, per ragione e per ordine di generazione. Nulla ostante credo che possono ingannarsi in questo. Ma essi fansi scudo del giudizio di Socrate, di Catone, di Platone, di S. Clemente, ma come tu osservasti mal inteso. Dicono che S. Agostino approva ogni comunità, ma non quella delle donne pel letto, che è l'eresia dei Nicolaiti, e che la [p. 115 modifica]nostra Chiesa ha permesso la proprietà dei beni non a titolo d’introdurre vantaggi maggiori, ma unicamente per evitare peggiori mali. Forse col tempo è possibile che abbandonino questo costume, poichè nelle città suddite sono comuni i beni, non le donne, se non rispetto all’ossequio ed all’arti. Ma gli abitanti solari attribuiscono ciò all'imperfezione delle dette città, meno della propria istrutte in filosofia. Pure continuamente spediscono messi ad esplorare altre nazioni, e non ricusano mai d’abbracciare quelle costumanze che loro sembrano migliori. L'abitudine pure fa che le donne riescano abili alla guerra e ad altri ministeri. Quindi dopo che conobbi questa città, convenni pienamente con Platone, meno col nostro Cajeta e discordai affatto da Aristotile. Un costume hanno essi pregevolissimo e degno d’imitazione, ed è, che nessun difetto vale a ritenere gli uomini nell’ozio, salvo un’età decrepita, nella quale però prestansi dando consigli. Quindi colui che zoppica serve nelle vedette impiegando gli occhi che ha sani. Chi è cieco scardassa colle mani la lana, e prepara piume per empire letti, capezzali; chi è privo di occhi e di mani serve la repubblica impiegando l’orecchio e la voce; finalmente se alcuno non ha che un membro solo serve con quello nel miglior modo possibile.

G. M. Parlami della guerra, che riserberai per innanzi le arti, le scienze e la religione.

Amm. La Potenza, altro dei triumviri, presiede al maestro delle armi, come altresì a quelli dell’artiglieria, della cavalleria, dell’infanteria, e degli architetti, dei stratagemmi, ecc., ed a ciascuno di questi obbediscono altri maestri, e primi funzionari delle rispettive arti. Inoltre la Potenza comanda agli atleti che sono esperimentati e vecchi capitani, precettori dei fanciulli nell'arte militare dopo che hanno compito il duodecimo anno, sebbene prima di questa età siano stati esercitati da maestri inferiori alla corsa, alla lotta, a lanciar piere, ecc. Gli atleti quindi insegnano a ferire il nemico, [p. 116 modifica]i cavalli, gli elefanti, a maneggiare la spada, la lancia, l’arco, le fionde, a cavalcare, ad inseguire, a fuggire, a restare in ordinanza, a soccorrere il compagno, a prevenire con ingegno il nemico, in una parola a vincere. Anco le donne imparano quest'arte sotto appositi maestri e maestre; onde all’occorrenza possono portare soccorso agli uomini trattandosi di guerra non lontana dalle città, o di difenderne le mura se mai inaspettata invasione tentasse sorprenderle, ed in questo portano a cielo le Spartane e le Amazoni. Esse quindi sanno scagliare palle infuocate cogli archibugi, formarle col piombo, lanciare pietre dall’alto, andare all'incontro dell’impeto nemico: così dalla frequenza di simili esercizj vengono abituate ad affrontare senza alcun timore ogni pericolo, e se qualcuna mostra codardia ne è severamente punita.

Gli abitanti solari non temono la morte, perchè tutti credono all'immortalità dell’anima, la quale uscita dal corpo s’accompagna agli spiriti buoni o cattivi secondo ha meritato nella terrestre vita. Sebbene siano Bramini, pure per alcune opinioni s’accostano ai Pitagorici, dei quali non ammettono la metempsicosi dell’anima, eccetto qualche rara fiata per speciale giustizia di Dio, nè s’astengono dal combattere un popolo che si mostri nemico della repubblica, della religione e dell’umanità. Una volta ad ogni due mesi si passa in rivista l’esercito, e giornaliero è lo studio pratico dell’armi sia in campo aperto, sia fra le mura. Continue pure sono le lezioni sull’arte militare, e studiano la storia di Mosè, di Giosuè, di Davidde, de’ Maccabei, di Cesare, di Alessandro, di Scipione, d’Annibale, ecc. Ciascuno può dire il proprio parere: qui operarono il bene, là il male, qui con probità, là con utilità, ecc., risponde il maestro, e sentenzia.

G. M. Contro quai genti, e per quali ragioni fanno essi la guerra e quale ne è l’esito?

Amm. Quand'anche non dovessero mai avere guerre, essi si esercitano all’arte militare ed alla caccia onde [p. 117 modifica]non ammolliscano, e gli eventi non li sorprendano sprovvisti di difese. Inoltre nell'isola v’ha quattro regni, che invidiano grandemente la loro prosperità, ed il popolo amando meglio vivere alla maniera degli abitanti solari, che obbedire ai reggitori del paese, questi sovente movono guerra ai Solari adducendo usurpazioni di confini, empio modo di vivere, mancanza d’idoli, odio alle credenze dei Gentili, o degli antichi Bramini, ecc. Ed anche gli Indiani, di cui erano già sudditi, si dichiarano contro essi trattandoli da ribelli, come altresì i popoli della Taprobana, dai quali ebbero i primi soccorsi. Non ostante i Solari n'escono sempre vincitori. Essi appena patito un insulto, una calunnia, od una depredazione, ovvero sapute le molestie de’ propri alleati, od anche chiamati quai liberatori da genti tiranneggiate, adunansi tosto in assemblea per deliberare. Qui primamente inginocchiansi al cospetto di Dio, pregandolo ad ispirare ottimi consigli. Esaminano quindi le cose, e dopo dichiarano la guerra. Subitamente si spedisce un sacerdote chiamato Forense. Questi domanda ai nemici la restituzione della preda, la liberazione degli alleati, o la cessazione della tirannide. Se le inchieste non conseguono effetto, egli intima la guerra nel nome del Dio delle vendette, del Dio di Sababot, ad esterminio dei sostenitori dell’iniquità. Qualora poi i nemici chiedano tempo alla risposta, il sacerdote accorda un’ora se tratta con un re, e tre se con una repubblica, e ciò perchè sia impedito ogni inganno. Per tal modo gli abitanti solari si fanno difensori del diritto naturale e della religione. Dichiarata la guerra, l’intero dell’esecuzione viene affidato al Vicario della Potenza. Questo triumviro poi, a somiglianza del dittatore de’ Romani, opera pienamente secondo il proprio volere, onde siano tolte tutte ragioni di ritardi. Ma se somma è l’importanza dell’impresa consulta Hoh, e la Sapienza e l’Amore. Ma dapprima un oratore espone in un'adunanza generale le ragioni della guerra e la giustizia della causa, ed a questa assemblea [p. 118 modifica]intervengono i maggiori dell’anno ventesimo, e così resta preparato tutto l’occorrente. È duopo che tu sappi, conservare essi in appositi arsenali ogni specie d’armi, delle quali sovente usano esercitandosi in finte battaglie. Le pareti interne di ciascun giro sono guarnite di mortai che vengono serviti da speciali soldati, ed hanno altre macchine di guerra chiamate cannoni, che portansi alla battaglia dai muli od asini, o sopra carri, ed allorchè trovansi in aperta campagna rinchiudono nel mezzo i convogli, le artiglierie, i carri, le scale e le macchine, ed animosamente per lungo tempo si contendono il terreno. Ciascuno poscia si ritrae intorno alle proprie bandiere. I nemici credono che fuggano o si preparino alla fuga, quindi incalzano, ma i Solari divisi da ambi i lati a foggia di corni riprendono fiato e coraggio, e coll’artiglieria scagliano palle infocate, e subito dopo ritornano al combattimento contro gli scompigliati nemici. E questi ed altri consimili modi di guerra sono di frequente usati. Essi superano tutte le nazioni nella scienza degii stratagemmi e delle macchine, e seguono il costume degli antichi Romani nella formazione degli accampamenti. Alzate le tende, le circondano di bastioni e fosse con meravigliosa prestezza, ogni travaglio è assistito dai maestri dei lavori, delle macchine e delle artiglierie, e tutti i soldati sanno adoperare la scure e la marra. Hanno cinque, otto ed anche dieci capi che provvedono ad ogni affare di guerra, che conoscono profondamente la disciplina ed i stratagemmi, e sanno dirigere le proprie schiere secondo che divisarono fra loro da prima. Sogliono anche condurre alla guerra fanciulli a cavallo, e forniti d’armi onde apprendano quest’arte, e s’avvezzino al sangue, come i lupi e i leoni usano coi loro figli. I fanciulli, unitamente alle donne che pur v'assistono armate, si ritirano nell’istante del pericolo, ma dopo la battaglia compaiono a medicare, a servire ed a confortare con carezze e parole i combattenti. Immenso vantaggio apporta la presenza di queste persone. Non pochi, per [p. 119 modifica]far mostra di valore in faccia alle donne ed ai fanciulli, fanno prodigi, tentano le più rischiose imprese, a quasi sempre l’amore gli fa uscire vittoriosi. Chi nella battaglia fu primo a superare i ripari dei nemici riceve dopo il conflitto dalle mani delle donne e dei fanciulli una corona di gramigna in mezzo agli onori di feste militari. Riporta la corona civica chi soccorse l’amico, una di quercia chi uccise il tiranno, le cui spoglie vengono a perpetua memoria del fatto appese nel tempio, ed il Metafìsico gli sovraimpone il nome dell’azione. Altri ricevono altre corone. I soldati a cavallo portano una lancia e due grosse e robuste pistole sospese alle selle, ed essendo costruite più piccole all’orifizio che alla base, hanno forza di trapassare ogni più massiccia armatura di ferro. Hanno anche la spada ed il pugnale. Altri poi sono armati d'una clava di ferro, e diconsi i militi armati alla leggiera. E per tal modo se l’armatura del nemico resiste alla spada ed alle pistole, l'assaltano colla clava, siccome Achille fece con Cigno, la sconquassano e la rovinano. Attaccate alla clava pendono due catene di sei palmi, aventi all’estremità palle di ferro, così che scagliate contro al nemico, gli cingono il collo, scuotonlo, strascinanlo ed in fine lo rovesciano; per poi con maggiore facilità maneggiare la clava, governano le redini del cavallo non colle mani ma coi piedi. Imperocchè le briglie si scambiano in croce sopra gli arcioni della sella, e discendono ad assicurarsi non ai piedi, ma all’estremità delle staffe. Queste poi hanno esteriormente una sfera di ferro, e nel basso un triangolo. Per il che raggirando il piede sopra il triangolo sono poste in movimento le sfere, queste stirano le briglie, e così con mirabil prestezza governano a piacimento il cavallo, volgendolo col piede destro alla parte sinistra e viceversa. Siffatto segreto é ignorato dai Tartari stessi, poichè sebbene governino le redini coi piedi, non sanno però divergere, ritrarre e rallentare il cavallo, non conoscendo l’impiego della carrucola alle staffe. I cavalieri armati alla leggiera [p. 120 modifica]incominciano l’attacco con archibugi. Seguono le falangi colle aste, e poscia i frombolieri moltissimo stimati ed avvezzi a combattere, alcuni scorrendo quasi entro alla tessitura delle file, altri avanzandosi di fronte, altri serrandosi a vicenda. Hanno anche squadre che assicurano l'esercito colle picche. Finalmente la battaglia viene decisa dalle spade.

Terminata la guerra celebrano trionfi militari come gli antichi Romani, ed anco meglio. Si rendono grazie a Dio con preghiere, ed il sommo duce della spedizione entra nel tempio, dove un poeta od uno storico, ch’assiste ai fatti, bene o male gli espone. Dopo Hoh depone una corona d’alloro sulla testa del duce, e quindi segue la distribuzione dei regali e degli onori ai soldati che più sonosi segnalati, e per molti giorni questi vengono dispensati d’ogni fatica. Ma gli abitanti solari non amando l’ozio, impiegano queste vacanze al soccorso degli amici. All’opposto que’ duci che furono vinti, o perdettero l’occasione d’una più completa vittoria, per colpa propria sono infamati. Il primo poi fra i soldati che prese la fuga, non può sottrarsi alla morte se non quando l’esercito intero domanda la grazia della sua vita, ed ognuno assume sopra di sè una parte del castigo. Ma questa indulgenza avviene raramente, e solo quando militino speciali circostanze. È battuto colle verghe chi non soccorse l’amico, e chi si mostrò disobbediente è rinchiuso in un recinto ad esser divorato dalle fiere ponendo a lui nelle mani un bastone, e se avrà vinto gli orsi ed i leoni, che cola custodisconsi, il che è quasi impossibile, è nuovamente ammesso nella società.

Le città soggiogate o sottopostesi di spontanea volontà, mettono tosto in comune ogni cosa, accettano guarnigioni e magistrati solari, ed a poco a poco abituansi ai costumi della città del Sole, maestra di tutte, ove spediscono pure i figli, ai quali senza alcuna spesa vien data una perfetta istruzione.

Opera di soverchia lunghezza sarebbe parlare degli esploratori, e dei loro maestri, delle sentinelle, degli [p. 121 modifica]ordini e degli usi dentro e fuori della città, lo quali cose facilmente tu puoi immaginare, e basti l'accennarti che vengono scelti dalla fanciullezza secondo l’inclinazione individuale e la costellazione che presiedette alla loro nascita. E quindi operando secondo il proprio natural talento ciascuno con puntualità ed anche piacere esercita il prefissogli ministerio, perchè in armonia all’indole propria. Lo stesso si dica degli stratagemmi ed altre funzioni.

Le quattro parti della città sono guardate giorno e notte da sentinelle, altre delle quali custodiscono l'ultime mura del settimo giro sopra propugnacoli, torri, e tra i trincieramenti interni. Durante il giorno anche le donne prestansi a questo uffizio, ma solamente gli uomini nella notte, perchè non impigriscano, e prevengano una sorpresa; la durata di ogni veglia è come appresso noi di tre ore. Al cadere del sole, fra suoni di timpani e sinfonie, s’assegnano agli armati i luoghi da guardarsi. Amano la caccia siccome una immagine di guerra, ed all'occorrenza di varie solennità si danno sulle pubbliche piazze divertimenti a cui prendono parte uomini a piedi ed a cavallo. In questi non manca giammai la musica, ecc. Volentieri perdonano le offese e gli errori ai nemici, e dopo la vittoria sogliono beneficarli. Ma qualora per legge di necessità debbano spianare mura o troncare teste, il decreto viene messo ad esecuzione nel dì medesimo della vittoria. Dopo continuano a prodigare ogni sorta di benefizj, e dicono doversi combattere un nemico non per ispegnerlo, ma perchè divenga migliore. Se fra loro sorge alterco per ingiurie od altra causa (poichè essi quasi non conoscono dispute se non d’onore), il primate ed i magistrati puniscono il colpevole segretamente, se l'azione che costituì l’affronto fu l'effetto d’un primo impeto di collera, se l’ingiuria venne da parole aspettano il dì della battaglia, dicendo doversi l’ira versare contro il nemico; dopo si reputa aver difeso la causa migliore e la verità quello dei due disputanti che in guerra fece mostra di maggior valore. L’altro cede. Ma le pene sono sempre [p. 122 modifica]proporzionate alla colpa. Non si permette mai la prolungazione degli sdegni sino al duello, il quale oltre che distrugge il potere dei tribunali, è anche ingiusto venendo esposta a soccombere la parte della ragione. Così nella città del Sole, chi si crede immeritevole d’ingiuria e professa essere migliore del suo avversario, ha facoltà di mostrarne le prove nella guerra pubblica.

G. M. Questo torna a gran vantaggio, perchè impedendo gli odj particolari s’osta alla formazione di partiti dannosi alla patria, come pure alle cause di guerre civili da cui sovente, come in Atene e Roma, sorge il tiranno. Adesso parlami, ten prego, del lavoro.

Amm. Già ti dissi aver essi comune l’arte militare, l’agricoltura e la pastorizia. Corre obbligo a tutti conoscere queste arti giudicate nobilissime, e quindi colui che ne esercita un maggior numero è creduto possessore di maggior nobiltà, e chi arrivò a maggior nobiltà, e chi arrivò a maggior perfezione in alcuna d’esse, ne viene eletto maestro. Le arti più faticose ottengono la stima più grande, come quella del fabbro, del muratore, ecc., e nessuno ricusa esercitarle, perchè vennervi applicati per la particolare tendenza mostrata nella fanciullezza, ed anche perchè il lavoro è distribuito in modo che non possa giammai nuocere alla persona, anzi debba renderla e conservarla migliore. Le donne esercitano le arti meno gravose. Tutti debbono essere abili al nuoto, ed appositi serbatoi d’acqua furono preparati non discosto dalla città. La mercatura è piuttosto trascurata, sebbene conoscano il valore delle monete, e fabbrichino danaro, col quale i legati e gli esploratori possano procacciarsi la sussistenza in stranieri paesi. Dalle differenti parti del mondo giungono mercanti ai Solari, che comperano il superfluo della città. Gli abitanti non ricevono danaro, ma cambiano con quelle mercanzie di cui mancano, e sovente anche le comperano con monete. Ma di tutto cuore ridono i fanciulli solari veggendo tanta abbondanza di cose lasciate per così scarso numero d'inezie; non ridono però i [p. 123 modifica]vecchi. Affinchè poi la citta non venga corrotta dai cattivi costumi dei servi e degli stranieri, fanno ogni commercio nei porti, e vendono i prigionieri di guerra, o li spediscono fuori della città a scavare fosse, e ad altri lavori faticosi. Alla custodia dei campi vengono continuamente spediti insieme ai coltivatori quattro drappelli di soldati, ognuno dei quali esce per una delle quattro porte della città, che mettono al mare per strade costruite di mattoni, onde le cose ed i forastieri abbiano più agevole l’ingresso nella città. Questi sono trattati con gentilezza e magnificenza. Vivono per tre giornate a spese pubbliche, al primo incontro lavano loro i piedi, gli conducono poscia per la città; gli danno posto all’assemblea ed alle mense, ove sono assistiti e serviti da apposite persone. Qualora volessero farsi cittadini solari sono provati per un mese in campagna, per un secondo nella città; si decidono quindi, e se avviene l’ammissione, si premettono giuramenti e cerimonie.

Grandemente pregiata è l’agricoltura: ogni palmo di terra apporta profitto. Studiati i venti e le stelle, escono, lasciando pochi alla custodia della città, ad arare, seminare, scavare, sarchiellare, mietere, vendemmiare, accompagnandogli trombe e timpani, ed in brevissimo tempo ogni lavoro è finito, risparmiando coll’arte tempo e fatiche. Usano carri sormontati da vele, che servono anche spirando vento contrario mediante un mirabile congegnamento di ruote, e mancando il vento riesce bellissimo a vedere come un unico animale trascini un immenso e pesantissimo carro. In questo mezzo i drappelli custodi del territorio vanno scorrendo all’intorno, e sovente alternansi. Non hanno l’usanza dei concimi e dei fanghi ad impinguare i campi, credendo che questi corrompano le sementi, producano biade malsane, onde resta debole o breve la vita, siccome donne che belle non per l’esercizio ma pel belletto, danno alla luce figli languidi e malconci. Quindi non gettano cosa sui terreni, ma li lavorano con [p. 124 modifica]assiduità, e da un libro chiamato Georgica, apprendono que’ segreti che richiedonsi per la pronta nascita e felice moltiplicazione delle sementi. Si lavora solamente quella porzione di territorio che basta ai bisogni dei cittadini, il rimanente è lasciato al pascolo degli animali.

Altissima stima è fatta anche della nobile arte che risguarda la procreazione e l’allevamento di buoi, cavalli, pecore, ecc. Non inviano al pascolo gli stalloni insieme alle cavalle, ma quando occorre gli accoppiano nell’atrio delle stalle campestri, e per l’oroscopo osservano il Sagittario in buon aspetto con Marte e Giove. Per il genere bovino guardano il Toro, per le pecore l’Ariete, ecc., secondo la dottrina. La famiglia degli animali domestici trovasi sotto le Pleiadi. Le donne con piacere conducono al pascolo le anitre e le oche fuori della città, e là sono luoghi in cui le rinchiudono, ed altri dove possono preparare cacio, burro, ed ogni specie di latticinj. Nutrono anche abbondante numero di capponi, ecc., ed in tutto questo si perfezionano leggendo un libro detto Buccolica. Abbondano d’ogni cosa, desiderando ciascuno mostrarsi primo nel lavoro, perchè non faticoso, e sempre utile, e gli animi loro sono docili, ed obbediscono volentieri a chi è preside dei ministeri, e lo chiamano re. Nè questo nome spiace loro essendo creazione degli abitanti solari, e non l'intendendo a modo degli ignoranti, e certamente tu meraviglieresti vedendo l’ordine con cui uomini e donne indistintamente procedono sotto l'obbedienza del re; e ciò fanno senza rincrescimento come appresso noi, stimandolo un padre od un fratello d’età maggiore. Hanno boschi e foreste abbondanti di fiere ed animali per l’esercizio della caccia.

L’arte nautica è tenuta in pregio, ed hanno navi, alcune delle quali mediante un mirabile artificio viaggiano senza vele e remi. Conoscono il corso delle stelle, il flusso ed il riflusso del mare. Navigano per acquistare novelle cognizioni intorno a genti, a paesi, [p. 125 modifica]a cose. Non offendono alcuno, ma non tollerano ingiurie; combattono soltanto assaliti. Dicono dovere il mondo giungere a tanta sapienza che tutti gli uomini vivranno come essi. Ammirano la religione cristiana, ed aspettano in essi e in noi l'avveramento della vita degli Apostoli. Strinsero alleanze coi Chinesi, e con varie nazioni isolane e continentali, con Siam, Calicuta, Cocincina, ecc., e questo facilita l’esplorazioni. Fabbricano fuochi artificiali per battaglie di terra e di mare e possedono il segreto d’un'infinità di stratagemmi. Quindi escono dalle guerre quasi sempre vincitori.

G. M. Cosa gratissima mi faresti parlando dei cibi e delle bevande, e come e quanto tempo essi vivono.

Amm. È loro dottrina doversi primamente provvedere alla vita del tutto, poi a quella delle rispettive parti. Quindi costruendo la città studiarono aver propizie le quattro costellazioni di ciascuno de’ quattro angoli del mondo, le quali come si è già detto si osservano anche nella concezione d’ogni individuo, perchè dicono che Iddio ha assegnato cause a tutte le cose, e che il saggio deve conoscerle, usarle e non abusarne.

Essi poi nutronsi di carni, di burro, di miele, cacio, datteri e legumi di differenti specie. Un tempo non volevano uccidere gli animali, sembrando azione barbara, ma considerando essere pure crudeltà lo spegnere erbe che godono d’un senso e d’una vita propria, per non morire di fame, conchiusero esser state le cose ignobili prodotte a profitto delle più nobili, ed al presente cibansi di tutti gli animali; ma per quanto è possibile risparmiano gli utili, come buoi e cavalli. Fanno distinzione fra cibi sani e nocevoli, e lasciansi nella scelta dirigere dal medico. Il cibo è continuamente cambiato per tre volte. Dapprima mangiano carni, indi pesci, infine erbaggi. Ricominciano poscia colle carni, onde l'abitudine non indebolisca le naturali forze. Cibi di facile digestione vengono dati ai vecchi, che mangiano tre [p. 126 modifica]volte al giorno e parcamente; due volte la comunità, quattro i fanciulli secondo ordina il medico. Sovente vivono cento anni, non pochi anche duecento. Sono d’un’estrema temperanza rispetto alle bevande. I giovani prima del diciannovesimo anno non bevono vino, se già non lo ricerchino ragioni di salute. Dopo questa età lo mischiano coll’acqua; solo compito il cinquantesimo anno è permesso berlo puro. Le medesime regole valgono per le donne. Gli alimenti variano secondo le stagioni, ed in questo seguesi sempre il consiglio del protomedico. Credono poi non esservi cosa nocevole, qualora se ne usi nella stagione in cui Iddio la produsse, e non abusandone con soverchia quantità. Laonde la estate cibatisi di frutta, perchè umide, succose, e piuttosto fredde a difesa della secchezza e del calore della stagiono; l’inverno mangiano cibi secchi, l'autunno gran copia d’uve, accordate dal cielo contro l’atra bile e la melanconia. Amano molto l’uso di sostanze odorose. Al mattino levandosi pettinano il capo, e con acqua fredda si lavano mani e volto. Soffregansi poi i denti, ovvero masticano menta, petrosellino, o finocchio; i vecchi incenso; quindi rivolgendosi verso Oriente recitano breve orazione simile all’insegnata da Gesù Cristo. Dopo escono in vari drappelli, e chi si reca al servizio dei vecchi, chi alle pubbliche funzioni, ecc. Sieguono le lezioni, indi gli esercizj corporali, indi breve riposo stando seduti, finalmente il pranzo.

Scarso è fra loro il numero delle malattie. Non conoscono la podagra, la chiragra, i catarri, le isciatiche, i dolori colici, l’enfiagioni, le flatulenze, nascendo siffatte infermità dall'ozio, o dall’intemperanza, e sciogliendo essi colla frugalità e coll’esercizio ogni soprabbondanza d’umori: è quindi vergognoso lo sputare o l’escreare, poichè dicono questo vizio essere indizio di poco esercizio o di riprovevole pigrizia, ovvero conseguenza della crapula o della ghiottoneria. Sono piuttosto soggetti all'infiammazioni ed allo spasimo secco, [p. 127 modifica]a cui rimediano con cibi sani e nutritivi. Guariscono le tisi con bagni dolci, con latticinj, con l'amenità d’abitazioni campestri, con moderato e piacevole esercizio. La sifilide non può far progressi, perchè lavano spesso i corpi con vino, li ungono d’olj aromatici, e sudando sciolgono il vapore fetido da cui deriva la corruzione del sangue e delle midolla. Rare poi sono le tisi, non soffrendo essi che pochissime volte catarri polmonari, ed appena conosciuta è quella specie d’asma, originato dalla crassezza degli umori. Le febbri infiammatorie sono guarite con bevande d’acqua fredda, le effimere con odori e densi brodi, o col sonno, colla musica e coll’allegria. Contro le terzane usansi emissioni di sangue, rabarbaro od acqua, entro alla quale furono bollite radici d’erbe purgative ed acido. Finalmente sanano le quartane incutendo improvvise paure, o trattandole con erbe d'indole opposta alla quartana e con altre simili cose, e mi mostrarono vari segreti contro esse. Uno studio maggiore pongono a guarire le febbri continue, da cui più temono, e sforzatisi d’arrestarle studiando le stelle e le erbe, e levando preghiere al cielo. Le febbri quintane, sestane, octane, mancano quasi affatto, perchè non esistono fra loro temperamenti ignavi. La mondezza e la robustezza dei corpi è conservata coll’uso dei bagni, d’olj come appresso gli antichi Romani, e d’altri opportuni segreti da loro scoperti, le quali cose tutte giovano pure contro il morbo sacro da cui sovente vengono molestati.

G. M. Questa malattia è indizio di non ordinario ingegno ed andaronvi soggetti gli uomini più celebri come Ercole, Scoto, Socrate, Callimaco e Maometto.

Amm. Essi la combattono con preghiere, indi rinvigorendo il sistema nervoso del capo mediante sostanze acide od eccitanti, come pure con brodi pingui condensati dal fiore di farina di frumento.

Grande è l’abilità loro nel preparare le pietanze. Mischianvi noce moscata, miele, burro, e copia di aromi corroboranti. Correggono la soverchia pinguedine [p. 128 modifica]apponendo acidi. Non bevono acqua raffreddata dalla neve, od artificialmente riscaldata come i Chinesi, ma quando occorre favorire il calore naturale contro l’esuberanza degli umori, usano aglio trito, serpillo, monta, basilico, o specialmente esercizj corporali. Sanno infine il segreto di rinnovellare la vita ad ogni sette anni senza dolori e con mezzi dolci o portentosi.

G. M. Finora non facesti parola nè delle scienze, nè dei magistrati.

Amm. È verissimo, ma vedendoti così curioso, aggiungerò altre cose. Ad ogni novilunio e plenilunio dopo il sacrifizio convocano l’assemblea. A questa si ammettono i maggiori dei venti anni, e ciascuno può esporre quanto crede mancare alla repubblica, e se i magistrati adempiano bene o male le rispettive loro funzioni. Parimente una volta ad ogni ottavo di congregansi i magistrati, e dapprima Hoh e seco la Potenza, la Sapienza e l’Amore, e ciascun triumviro presiedendo a tre magistrati, che hanno la somma direzione delle arti immediatamente dopo essi, contano insieme tredici. A questa particolare adunanza prendono parte eziandio gli istitutori dell’esercito, cioè i decurioni, i centurioni, ecc., degli uomini e delle donne, ed unitamente eleggono i magistrati, che l’assemblea generale aveva soltanto proposti, e trattano di tutto quanto occorre alla repubblica. Inoltre Hoh ed i tre triumviri giornalmente si consultano sul da farsi, e correggono e confermano e mettono in esecuzione le decisioni della grande assemblea, infine provvedono ad ogni sorta di necessità. Creando un magistrato non usano mai le sorti che nel caso di dubbio sulla scelta. Tutti i funzionarj possono venire cangiati secondo il volere del popolo, eccettuati i primi quattro. Questi avuta una consulta fra loro cedono la carica a chi conobbero di maggiore ingegno, di costumi più illibati, e tanto sono docili quegli animi, ed amano sì grandemente la repubblica, che senza ombra di rincrescimento cedono, e fansi discepoli al più degno. Ma questo rarissime volte avviene.

[p. 129 modifica]G. M. Che dici dei giudici?

Amm. Di già pensava a questo argomento. Ogni individuo è giudicato dal sommo Maestro dell’arte propria. I primi artefici sono dunque tutti giudici, e puniscono coll’esilio, colle battiture, col disonore, colla privazione della mensa comune, coll’interdetto al tempio, colla proibizione delle donne. Ma occorrendo eccessi gravissimi puniscono anche colla morte. Pagano occhio per occhio, naso per naso, dente per dente giusta la legge del taglione, se però la colpa fu volontaria e preceduta da riflessione; altrimenti la sentenza è mitigata non dal giudice, ma dai tre triumviri, che portano il ricorso anche ad Hoh non per ragioni di giustizia, ma solamente per riportarne grazia, potendo esso solo perdonare. Non hanno carceri fuorchè una torre destinata alla reclusione dei nemici, ribelli, ecc. Non scrivesi quel libello, volgarmente chiamato processo; ma si presentano al giudice ed alla Potenza l’accusato ed i testimonj. Il primo pronuncia la propria difesa, e tosto il giudice o lo condanna o l’assolve; se poi si appella al triumviro, la condanna o l’assoluzione esce il dì seguente. Nel terzo giorno poi Hoh accorda la grazia o firma irrevocabilmente la sentenza; in questo caso il colpevole si riconcilia coll’accusatore e coi testimoni, dando loro un amplesso ed un bacio siccome ai medici sanatori della sua malattia. Non volendo contaminare la repubblica fanno senza littori o carnefici, ma ogni condannato muore per la mano del popolo che l’uccide o lo lapida, primi però sempre l’accusatore ed i testimonj. Ad alcuni s’accorda di scegliere il genere di morte, e quasi sempre amano circondarsi di sacchetti di polvere da cannone, ed appiccatovi il fuoco muoiono assistiti da persone esortanti a terminare bene: tutta la città è in dolore, e prega Dio che plachi la sua collera, contristandosi d’esser stati costretti a troncare un membro guasto del corpo della repubblica. Studiano anche con discorsi di persuadere il colpevole che desideri ed accetti la morte. Qualora non possano a [p. 130 modifica]ciò indurlo, e non trattisi di colpe contro la libertà pubblica o contro Iddio od i supremi magistrati, la sentenza non ha luogo, ma senza misericordia viene eseguita se fu condannato per alcuno di questi tre delitti.

La religione poi permette al morituro d’esporre le ragioni per cui non dovrebbe perire, e lo obbliga a palesare le colpe d’altri come anche i mancamenti dei Magistrati, affermando meritare tutti questi più di lui la morte, e ciò nel cospetto del popolo, ed anche se così pare alla sua coscienza. Prevalendo le sue ragioni si condanna all’esilio, e con preci e sagrifizj si purifica la città senza però dar molestia ai nominati dal colpevole, ma solo ammonendoli. I peccati di fragilità e d’ignoranza si puniscono col disonore o coll’obbligo a più severa castità, ovvero avvertendogli a mostrarsi più diligenti e disciplinati in quella scienza od arte contro cui hanno peccato. Sappi inoltre, che se un colpevole prevenendo l’accusa si scopre spontaneamente ai magistrati, e chiede il castigo, è liberato dalla pena del delitto occulto, la quale viene mutata in altra, qualora non fosse stato accusato. Grandissime cautele usano ad impedire la calunnia ed ogni calunniatore è sottoposto alla pena del taglione. Convivendo sempre in molto numero, a prova d’un delitto è richiesta la testimonianza di cinque persone, altrimenti l’accusato dopo il giuramento è lasciato libero, premesse però ammonizioni e minacce. Bastano tre testimonj ed anche due per essere doppiamente punito, quando è la seconda o la terza volta, che l’accusa viene portata al giudice. Le leggi di questo popolo sono poche, brevi, chiare, scritte sopra una tavola di bronzo pendente agli interspazj del tempio, cioè fra le colonne, sopra le quali vedonsi anche in stile metafisico e brevissimo scritte le definizioni dell’essenza delle cose, che siano Dio, gli Angeli, il Mondo, le Stelle, l’Uomo, il Fato, la Virtù, ecc., e per verità con grande senno. V’ha pure le definizioni di tutte le virtù, ciascuna delle quali ha un giudice proprio che s'asside sopra [p. 131 modifica]una sedia, detta tribunale, posta sotto la colonna portante la definizione della Virtù che deve giudicare, e rivolto al colpevole gli dice: Figlio, tu peccasti contro questa santa definizione; contro la beneficenza, la magnanimità, ecc.: Leggi... E dopo la discussione riceve la pena meritata dal suo malfare. Le condanne sono vere e sicure medicine sententi più l’amore che il castigo.

G. M. Ora aggradirei che mi parlassi dei sacerdoti, dei sagrifizj, della religione e delle loro credenze.

Amm. Tutti i primi magistrati sono sacerdoti; Hoh n’è il supremo. Uffizio loro e purificare le coscienze. Tutti i cittadini adunque mediante la confessione auricolare, simile alla nostra, palesano ai magistrati le proprie colpe, e questi, mentre purificano le anime, conoscono i vizj più frequenti fra il popolo. Dopo i magistrati stessi confessano ai tre Triumviri i propri falli, ed espongono anche gli intesi senza fare il nome ad alcuno, ma confusamente, e quelli che più nuocono alla repubblica.

Infine i Triumviri scoprono i propri mancamenti, e quelli degli altri allo stesso Hoh, il quale conosciuti gli errori che più serpono nella città può apporvi gli opportuni rimedj. Offre dipoi sagrifizj e preghiere a Dio, e pubblicamente nel tempio confessa dall’alto dell’altare in faccia all’Onnipotente le colpe di tutto il popolo; però solo quando lo crede necessario per emendazione, e sempre tacendo i nomi dei peccatori. Dipoi assolve il popolo ammonendolo a guardarsi da siffatte colpe, offre un secondo sagrifizio a Dio, e termina pregandolo a perdonare, ad illuminare ed a proteggere la città. Una volta all’anno anche i capi delle città suddite, insieme ai propri, confessano i falli dei loro concittadini alla presenza di Hoh, perchè li conosca e rimedi ai mali delle provincie.

Il sagrifizio è fatto nel modo seguente, Hoh domanda al popolo congregato quale fra tanti sia disposto a [p. 132 modifica]sagrificarsi pei suoi confratelli, e chi è più perfetto spontaneamente si offre. Allora, premesse le preci e le cerimonie, viene posto sopra una tavola quadrata alla quale mediante fibbie sono attaccate quattro funi, che discendono da quattro carrucole, infisse nel muro della piccola vôlta, e supplicato il Dio della misericordia che degni accettare quel sagrifizio umano e spontaneo, non brutale ed involontario come appresso i Gentili, Hoh comanda che le funi vengano tirate, e la vittima giunge al centro della piccola vôlta, e quivi s’abbandona al più fervente pregare. I sacerdoti che abitano all’intorno per una finestra gli somministrano il cibo, ma scarsamente, finchè sia compita la purificazione della città, e dopo trenta o quaranta giorni calmato lo sdegno di Dio con preci e con digiuni egli o si fa sacerdote, ovvero, il che rarissime volte avviene, ritorna al primo stato, ma discendendo per il cammino esterno dei sacerdoti. E in appresso questo uomo gode la stima e l’amore universale, perchè non esitò morire pel bene della patria. Iddio poi non vuole la morte di chicchessia. I sacerdoti che al numero di ventiquattro abitano l’alto del tempio cantano quattro volte al giorno salmi a Dio, cioè a mezzanotte, a mezzogiorno, al mattino e alla sera. Principale uffizio spetta ad essi studiare le stelle, i loro movimenti cogli astrolabj, e rilevarne le influenze e le attinenze colle cose umane. Conoscono quindi i mutamenti avvenuti, o che debbono accadere in una particolare regione, ad un dato tempo, e tengono conto delle predizioni sì avverate come fallite mediante esploratori inviati ai paesi indicati, onde possano dopo ripetute esperienze predire senza timore d’ingannarsi. Essi determinano l’ora della generazione, i giorni della seminagione, della vendemmia, della raccolta, e sono quasi internunzj, intercessori e legami che uniscono gli uomini a Dio, e la maggior parte degli Hoh viene presa fra loro. Scrivono inoltre i fatti degni di storia ed affaticatisi al perfezionamento di tutte le scienze. Solo pel pranzo e per la cena discendono, [p. 133 modifica]usano rarissime volte colle donne, ed unicamente a titolo di medicina. Hoh sale a consultargli giornalmente intorno a quanto scopersero e studiarono a benefizio di tutte le nazioni dell'universo.

Un uomo del popolo continuamente resta nel tempio a pregare innanzi all'altare, e dopo un'ora gli succede un altro, come costumiamo noi nella solennità delle quarant’ore, e siffatto modo d'orare è detto sagrifizio perpetuo. Dopo il cibo ringraziano Iddio con suoni musicali, ed anche cantano le gesta degli eroi cristiani, ebrei, gentili e di tutte le nazioni, e ciò con immenso loro piacere perchè non portano odio ad alcuna gente. Cantano pure inni all’amore, alla sapienza ed a tutte le virtù. Sotto la direzione del proprio re ciascuno sceglie la donna che più gli va a genio, e tra i peristilj esercitansi ad onesta e gioconda danza. Le donne portano i capelli lunghi uniti, in modo che formano una treccia sola colla quale attorniano il capo, gli uomini poi hanno un ciuffo solamente nel mezzo della testa, e tagliano tutti gli altri capelli all'intorno e portano una specie di cappuccio rotondo alquanto più rilevato della forma del capo.

Nella campagna coprono la testa con cappelli, nella città con berretti bianchi o rossi, od a vari colori secondo l’arte od il ministerio. I magistrati gli hanno più grandi e meglio guarniti. Con grande solennità celebrano i giorni festivi, e questi occorrono quando il sole entra nei quattro cardini del mondo, nel Cancro, nella Libbra, nel Capricorno, nell’Ariete, e rappresentano azioni istruttive e quasi comiche. È pure giorno festivo ogni plenilunio e novilunio, come pure l’anniversario della fondazione della città, quello d’una vittoria, ecc., e questi si celebrano con suoni di trombe e timpani, e con femminili canti. I poeti cantano le lodi dei più illustri guerrieri. Però chi mente, eziandio encomiando, è punito. Non è creduto degno della nobile arte di poetare chi nelle sue invenzioni fa entrare la menzogna, e dicono essere questo abuso una delle somme [p. 134 modifica]pesti del genere umano, togliendo il premio alla virtù per porgerlo sovente al vizio, e quasi sempre per timore, ambizione, adulazione od avarizia. Non s'innalzano statue all'onore d'alcuno se non dopo morto. Però chi avesse ritrovato nuove arti, o scoperto segreti utilissimi, ovvero apportato sommi benefizj civili o militari, ottiene d'essere inscritto anche vivendo sul libro degli eroi. Le spoglie dei defunti non si seppelliscono, ma si abbruciano, perchè non cagionino pesti, e si convertano in fuoco, materia nobile e vivente che discende dal sole per risalire al sole, ed anche perchè sia impedita ogni ragione d’idolatria.

Ogni volta che fanno orazione si rivolgono ai quattro angoli del mondo; al mattino guardano prima all’oriente, poi all’occidente, indi al mezzodì. Non recitano che una sola preghiera con cui domandano sanità di corpo e di mente, felicità a sè ed a tutte le genti, e terminano: come sembra meglio a Dio. Ma la preghiera pubblica dura lungamente, e si solleva al cielo. L’altare è rotondo, e vi si va per quattro cammini che s’incrociano ad angoli retti. Hoh s’affaccia successivamente a ciascuno, dopo si prostra e prega cogli occhi risguardanti il cielo. Questa cerimonia è stimata siccome un gran mistero. Le vesti pontificali per bellezza e magnificenza assomigliano quelle di Aronne. Imitano la natura, e rendono meravigliosa l’arte.

Dividono il tempo secondo l’anno tropico, non secondo il sidereo, ma ogni anno notano quanto uno anticipò l’altro. Credono che il sole continuamente s’avvicini alla terra e percorrendo men ampi cerchj giunga nel presente anno ai tropici ed agli equinozi più prestamente che nel passato.

I mesi si contano col corso lunare, col solare l’anno, non mettongli quindi d’accordo sino al decimonono anno in cui anche il capo del drago termina il suo corso. E perciò fondarono una nuova astronomia. Lodano Tolomeo, ammirano Copernico, quantunque antepongano Aristarco e Filolao, ma dicono, che uno nota [p. 135 modifica]con pietruzze, l’altro con fave, nessuno secondo il vero: danno quindi moneta ideale e non reale. A questo studio dunque pongono la più seria applicazione. Lo reputano di tutta necessità se vuolsi conoscere come sia composto e costruito il mondo, se debba o no perire ed in qual tempo, e pienamente credono all’oracolo di Gesù Cristo intorno all’apparizione futura dei segni nel sole, nella luna e nelle stelle; molti stolti nella loro ignoranza danno a queste cose il nome di favole, ma costoro saranno sorpresi dall’ultimo giorno del mondo come dal ladro notturno. Aspettano dunque la rinnovazione del secolo e forse anche il termine.

Dicono regnare moltissima oscurità sull’origine del mondo, se sia stato fatto dal nulla, ovvero dalle rovine d’altri mondi o dal caos, ma giudicano verosimile, anzi certo, che fu fatto, e non sia eterno. Sprezzano quindi l’opinione d’Aristotile, che chiamano logico, non filosofo. E dall’anomalie astronomiche deducono moltissimi argomenti contro l’eternità dell’universo. Essi onorano, non adorano il sole, le stelle, siccome cose viventi, statue e tempj di Dio ed altari animati del cielo. Prima d’ogni cosa creata stimano il sole, ma non ne degnano alcuna del culto di Latria. Questo è unicamente riservato a Dio, a lui solo servono onde per la legge del taglione non cadano sotto la tirannide e la miseria. Nel sole contemplano immagine di Dio, e lo nominano eccelso volto dell’Onnipotente, statua viva, fonte d’ogni luce, calore, vita e felicità d’ogni cosa. L’altare quindi fu eretto a somiglianza del sole, ed in lui i sacerdoti adorano Dio, e raffigurano nel cielo un tempio, nelle stelle altari, ed anche case viventi d’angeli buoni, nostri intercessori appresso Dio, che fece principale mostra di sue bellezze nel cielo, e nel sole suo trofeo e statua.

Negano gli eccentrici e gli epicicli di Tolomeo e di Copernico. Asseriscono essere unico il cielo, ed i pianeti muoversi ed elevarsi per forze proprie quando s’avvicinano e si uniscono al sole, e quindi innalzarsi con [p. 136 modifica]maggiore lentezza dovendo percorrere un cerchio sempre più ampio, e professano mille altre opinioni astronomiche che quasi tutte sono in opposizione a quelle che volgarmente si sanno.

Assegnano due principj fisici alle cose terrestri, cioè il sole padre e la terra madre. Dicono essere l'aria una porzione impura di cielo, ed il fuoco derivare pienamente dal sole; il mare poi scaturire dal sudore della terra ardente e fusa, e costituire un mezzo d'unione fra l’aria e la terra, come il sangue ne forma uno fra gli spiriti ed i corpi animati. Credono essere il mondo un grande animale, e noi vivere nel suo ventre come i vermi nel nostro, e perciò che noi non apparteniamo a quella provvidenza che è propria delle stelle, del sole e della terra, ma soltanto a quella di Dio, poichè rispetto ad esse intese ad altro scopo, noi siamo unicamente una loro amplificazione, nati e viventi a caso, ma rispetto a Dio, di cui quelle cose sono istrumenti, noi fummo creati con prescienza ed ordine, e destinati ad un gran fine. Noi quindi soltanto a Dio dobbiamo gratitudine come ad un padre, e Dio solo dove essere da noi riconosciuto qual autore e datore d’ogni cosa.

Credono all'immortalità dell’anime, ed alla loro associazione dopo la uscita dal corpo cogli angeli buoni o cattivi, secondo le azioni della presente vita, e questo perchè le cose simili amano i loro simili. Differente della nostra è la loro opinione intorno ai luoghi delle pene e dei premj. Dubitano se esistano altri mondi fuori del nostro. Credono mentecatto chi asserisce essere il vuoto, poichè dicono che esso non può esistere nè dentro nè fuori del mondo, e Dio, ente infinito, non tollerare con sè un vuoto: ricusano però di concepire un infinito corporeo.

Essi ammettono due principj metafisici, l’Ente cioè, che è Dio supremo, ed il Niente, che è la mancanza d'entità, ed il termine dal quale fisicamente si produce qualche cosa, perchè non si fa ciò che esiste, dunque [p. 137 modifica]non esisteva ciò che fu fatto. Così pure dall’Ente e dal Niente prende essenza l’essere finito. Parimente dalla tendenza al non essere trae origine il male ed il peccato. Il peccato quindi ha una causa di deficienza e non di efficienza. Per causa deficiente intendono la mancanza di potenza o di sapienza o di volontà. In questa ultima soltanto collocano il peccato, poichè chi sa e può beneficare, debbe anche volerlo, nascendo la volontà dalle due prime, e non quelle da questa. Essi adorano Dio nella trinità, e ciò fa meraviglia, ma dicono che Dio è somma Potenza dalla quale procede la Somma Sapienza, che insieme è pure Dio, e da ambedue poi l’Amore, che è Potenza e Sapienza, quantunque il procedente non abbia l’essenza di quello da cui procede e non recede. Non hanno però distinte nozioni delle tre nominate persone, come i cristiani, non avendo essi avuto rivelazione, ma conoscono esservi in Dio procedimento e relazione propria a sè, dentro a sè e per sè. Tutti gli enti quindi derivano l’essenza dalla Potenza, Sapienza ed Amore in quanto hanno l’essere; e dall’Impotenza, Ignoranza e Disamore in quanto partecipano al non essere: e per le prime acquistano merito, per le seconde peccano, sia con errori naturali originati dalle due prime, sia con offese contro il costume e l’arte derivanti da tutte tre, o soltanto dal terzo, e perciò anche una speciale natura pecca per ignoranza ed impotenza quando produce un mostro.

Del resto tutto questo è preconosciuto ed ordinato da Dio, nemico d’ogni nulla e forza potentissima, sapientissima ed ottima. Ente alcuno non peccando in Dio, pecca fuori di Dio; ma fuori di Dio è impossibile andare se non da noi, e per riguardo nostro, non già a causa di lui, e per riguardo suo, perchè in noi v’ha deficienza, in Dio efficienza. Il peccato adunque è atto di Dio in quanto ha non entità, e solo deficienza nella quale consiste l’essenza del peccato, è dentro noi ed è opera nostra, i quali tendiamo per una forza di disordine al non essere.

[p. 138 modifica]G. M. Capperi, son ben profondi!

Amm. Oh! se mi ricordassi d’ogni cosa, e non mi stesse a cuore la partenza, e più se nulla temessi, ti direi altro e ben più mirabile, ma perdo la nave se non m’affretto a prendere il largo.

G. M. Ten prego; rispondi a questa unica domanda: Che dicon essi del peccato d’Adamo?

Amm. Essi sinceramente confessino esservi molta iniquità nell’universo, e non essere gli uomini governati da superiori e vere ragioni; vivere infelici e non ascoltati i buoni; trionfare i perversi, sebbene chiamino miserabile siffatto trionfo, non avendo nulla di più vano e di più spregevole che il volersi mostrare ciò che in realtà altri non è, o non merita d’essere, cioè tanti che chiamansi re, sapienti, guerrieri o santi. Argomentano quindi essere stato per ignota causa un gran disordine nelle cose umane. E sulle prime inclinavano a credere con Platone avere negli antichi tempi i mondi celesti subìta una rivoluzione dai presente occidente verso la parte ora chiamata Oriente, e di poi essersi diretti verso la parte opposta. Soggiungono essere stato possibile che il governo di quaggiù sia stato affidato a qualche Nume inferiore, e ciò permesso dal Dio Supremo, ma giudicano stoltezza l'affermarlo assolutamente: e più stolto l’asserire avere prima con massima equità regnato Saturno, con minore Giove, mano mano gli altri pianeti, sebbene confessino venire l'età del mondo ordinata giusta la serie dei pianeti, e credano che dalle mutazioni degli astri dopo 1,000 o 1.600 anni possono ricevere grandi mutamenti le cose. Dicono che la presente età sembra doversi assegnare a Mercurio, quantunque modificata dalle grandi congiuuzioni e dai ritorni dell’anomalie che possiedono una forza fatale. Affermano finalmente essere felice quel cristiano che s’accontenta credere avere tanta rivoluzione avuta l’origine dal peccato d'Adamo. Opinano anche i padri trasmettere ai figli più il male della pena che della colpa, e potere questa risalire dai figli ai [p. 139 modifica]padri in quanto neglessero la generazione o la esercitarono fuori di tempo o di luogo, o non s’ebbe riguardo alla scelta ed all’educazione dei genitori, che pure malamente produssero, peggio istruirono i figli. Ogni attenzione dunque viene da essi posta alla generazione ed alla educazione, e dicono ridondare a danno della repubblica sì la colpa dei padri e sì la pena dei figli, come al presente il provano tutte le città piene di miserie e ridotte a tale degradamento che chiamano felicità gli stessi mali, non avendo giammai conosciuto il vero bene, e ciò spingerebbe a credere essere l'universo governato dal caso. Ma chi studia la costruzione dell’universo e l’anatomia dell'uomo (ch’essi sovente esercitano sopra i cadaveri dei condannati), ed i pianeti, come altresì gli animali e l’uso delle speciali loro parti, deve confessare ad alta voce la sapienza e la provvidenza di Dio. È debito dunque dell’uomo consecrarsi interamente alla religione, e continuamente umiliarsi al proprio autore, e questo non e possibile nè facile se non a chi studia e conosce le opere di lui, obbedisce alle sue leggi e mette in atto la sentenza del filosofo: Non fare agli altri quanto non vuoi a te fatto, e quanto vuoi che a te sia fatto, tu lo fa agli altri. E quindi noi che pretendiamo dai figli e dagli uomini beni ed onori in contraccambio di pochi vantaggi che loro apportiamo, dobbiamo dare a Dio tutto, perchè tutto abbiamo da lui ricevuto, siamo tutto in lui e con lui. Gloria quindi a Dio per tutti i secoli de' secoli.

G. M. In verità siccome questa gente che conosce soltanto la legge naturale, s'accosta tanto al Cristianesimo, il quale non aggiunge alle leggi della natura che i Sacramenti (conferenti forza a seguire fedelmente quelle), così io deduco un grande argomento a favore della religione cristiana, come quella ch’è l'unica vera che, tolti gli abusi, dovrà dominare tutto l'universo, come insegnano e sperano i più valenti teologi. Ed a questo proposito dicono avere gli Spagnuoli [p. 140 modifica]scoperto un nuovo mondo (quantunque la prima gloria si debba a Colombo, splendore di Genova), affinchè tutte le genti vengano associate sotto la medesima legge. Questi filosofi saranno dunque eletti da Dio a testimonianza della verità. Conosco quindi che noi ignoriamo quanto noi stessi facciamo, ma tutti istrumenti di Dio serviamo ai suoi fini, ed anche quello che per cupidigia di ricchezze va in traccia di nuove regioni. Altissimi poi sono i fini di Dio. Il sole tende ad abbruciare la terra, non a produrre uomini o piante, ma Dio si serve della loro lotta per siffatte produzioni. A lui dunque siano lodi e glorie.

Amm. Oh se tu sapessi quai cose abbiano imparato dall’astrologia ed anche dai nostri Profeti intorno al secolo venturo! Essi dicono che a’ giorni nostri avvengono più fatti degni di storia in cento anni che nei quattromila del mondo anteriore, che maggiore numero di libri furono pubblicati in questo ultimo secolo che nei cinquanta passati, e non cessano di encomiare l’invenzione della stampa, della polvere da cannone e della bussola; segni particolari e istrumenti insieme dell’unione di tutti gli abitanti del mondo in un solo ovile. Queste meravigliose invenzioni avvennero, aggiungono essi, mentre una grande congiunzione avea luogo nel triangolo di Cancro nell’abside di Mercurio e dello Scorpione sotto l’influenza della Luna e di Marte, potenti in questo triangolo per le nuove scoperte di mare, alle nuove armi e ai nuovi regni. Ma quando, e non andrà guari, l'abside di Saturno entrerà nel Capricorno, quella di Mercurio nel Sagittario, quella di Marte nella Vergine, dopo le prime e grandi congiunzioni e l’apparizione di una nuova stella in Cassiopea, sorgerà una nuova monarchia, seguirà la piena riforma delle leggi e delle arti; s’intenderanno profeti, e nell'universo pienamente rigenerato la santa nazione verrà ricolma di ogni sorta di beni; ma prima si dovrà abbattere e sradicare, poi edificare e piantare.... Ma ten prego lasciami partire che mi chiamano altrove mille faccende. Solo [p. 141 modifica]sappi aver essi di già ritrovato l'arte di volare, l'unica che sembri mancare al mondo; e credono vicina la scoperta di istrumenti ottici con cui scopriransi nuove stelle, ed anche quella di istrumenti acustici così perfetti che con essi s'arriverà ad ascoltare la musica dei cieli.

G. M. Hem! ah. ah, ah.... Tu parli benissimo, ma parmi che questa gente astrologizzi troppo. E come mai possono le stelle fare e sapere tanto? Io ti dico che quaggiù tutto succede al tempo determinato da Dio.

Amm. Essi pure mi risposero essere Dio immediatamente la causa di tutte le cose, ma solo come causa universale e non particolare, primitiva e non secondaria. Poichè Dio non mangia quando Pietro mangia; non ruba quando Paolo ruba, sebbene derivi da lui l’essenza e la facoltà di potere mangiare e rubare, come da causa immediata dalla quale dipende ogni altra più particolare che modifica l’immensità dell’azione divina.

G. M. Oh come ragionano bene! I nostri dottori scolastici, e principalmente S. Tommaso, dicono lo stesso contro i filosofi maomettani, che professano l'opinione contraria.

Amm. Dicono dunque che Dio assegnò cause universali e particolari ad ogni effetto, e che le particolari non possono agire se non agiscono le universali. Poichè non fiorisce una pianta, se il sole non la riscalda davvicino. I tempi poi sono effetti delle cause universali, cioè delle celesti. Noi dunque tutti operiamo, operando il cielo. Le cause libere si servono del tempo a favore proprio e talvolta anche pel bene delle altre cose. Poichè l’uomo col fuoco sforza gli alberi a fiorire, colla lampada rischiara nell’assenza del sole la propria casa. Le cause naturali poi agiscono nel tempo. In quella maniera dunque ch’alcune cose si fanno di giorno, altre di notte; alcune nell’inverno, altre nell’estate e nella primavera o nell’autunno, e ciò tanto dalle cause libere che dalle naturali; così altre cose si fanno in questo od in un futuro secolo. E [p. 142 modifica]siccome la causa libera non è obbligata a dormire quando si fa notte, nè alzarsi al venire del mattino, ma agisce secondo i comodi propri, approfittando dell’alternazioni dei tempi; così non è obbligo a scoprire l’archibugio o la tipografia, quando succedono grandi sinodi nel Cancro, nelle monarchie quando in Ariete, ecc. Nè possono credere aver il Sommo Pontefice ai coltissimi cristiani proibito l’astrologia, se non a quelli che ne abusano ad indovinare gli atti del libero arbitrio e gli eventi soprannaturali, mentre le stelle rispetto alle cose soprannaturali non sono che segni, e rispetto alle cose naturali agiscono solo come cause universali, sono solamente occasioni, inviti, tendenze. Poichè il sole al suo sorgere non ci obbliga a toglierci al letto, ma c'invita e ce ne porge tutte le comodità; mentre la notte osta con mille incomodi al levarsi, ed è comodissima al dormire. Operando dunque indirettamente e a caso sul libero arbitrio nell’atto che agiscono sul corpo e sul senso corporeo affisso ad organi corporei; la mente così viene eccitata dal senso all’amore, all’odio, all’ira ed a tutte le altre passioni, ed allora è in facoltà ancora dell’uomo il prestare assenso, e l’opporsi all’eccitata passione. Adunque l’eresie, le carestie, le guerre preindicate dalle stelle, sovente nella realtà si verificano, perchè molti uomini lasciansi governare non dalla ragione, ma dagli appetiti sensuali, onde danno luogo a queste cose che accadono contro la ragione, sebbene molte volte succedono anche per avere obbedito razionalmente «ad una passione, come quando si alimenta una giusta collera per intraprendere una guerra giusta.

G. M. Tu continui a ragionare rettamente, e nelle tue opinioni convengono il già citato S. Tommaso ed il nostro Sommo Pontefice, che permettono l'astrologia alla medicina, alla agricoltura ed alla nautica, come anche i pronostici congetturali quando si tratta d'atti arbitrari, la quale ultima opinione è ammessa anche da tutti gli scolastici; ma per l’aumentare della malizia, [p. 143 modifica]e per gli abusi successi proibiscono non le congetture, ma il pronostico congetturale, non perchè riesca sempre falso, ma perchè spesso ed anche sempre pericoloso. Imperocchè i principi ed i popoli che troppo concedono all’astrologia, pensano mali e tentano beni impossibili, come lo provano Arbace, Agatocle, Druso, Archelao, e noi pure col tempo vedremo consimili cose avvenire ad un duce della Finlandia a ragione del pronostico di Ticone, e, quel ch’è più da lamentare, molti principi ingannati da cerretani, e soverchio creduli a siffatte congetture, osano mille iniquità contro i nostri Pontefici.

Amm. I Solari pure dicono doversi proibire quanto è falso ovvero pericoloso, potendo essere istrumento alla rinnovazione dell’idolatria, alla distruzione della libertà od al sovvertimento dell'ordine politico. Anzi ti dico avere di già i Solari ritrovato il modo d’evitare l'azione del Fato Sidereo; poichè ogni arte viene concessa da Dio unicamente a nostro vantaggio, quando dunque è imminente un ecclissi infausto, una malefica cometa, ecc., chiudono il minacciato dentro case bianche impregnandone l’ambiente d’odori e d’aceto rosato, accendono sette torchj composti di cera ed aromi, e aggiungono allegra musica ed ilari conversazioni, e con ciò vengono disciolti i semi pestilenziali emanati dal cielo.

G. M. Capperi! queste cose son tutte eccellenti e ben applicate medicine; il cielo agisce sopra i corpi; deve dunque la sua azione venire corretta da antidoti corporei; ma non mi garba il numero delle candele, quasi che la virtù sanatrice risiedesse in un dato numero, cosa che sa di superstizione.

Amm. Certamente essi danno valore ai numeri, e s’appoggiano alla filosofia pitagorica, non so se ragionevolmente; nè si fondano unicamente sul numero, ma sulla medicina accompagnata da numeri.

G. M. In ciò non scorgo superstizione, non colludendo scrittura nè canone ecclesiastico che [p. 144 modifica]condanni la forza dei numeri; anzi i medici servonsi utilmente d'essi nei periodi e nelle crisi delle malattie. Inoltre sta scritto: che Iddio fece tutte le cose con peso, misura e numero; in sette giorni creò il mondo, sette sono gli angeli sonanti le trombe, sette le tazze, sette i tuoni, sette i candelabri, sette i sigilli, sette i sacramenti, sette i doni dello Spirito, ecc. Onde S. Agostino, S. Ilario ed Origene ragionarono lungamente sul valore dei numeri, principalmente del settenario e del senario. Non io perciò condannerei i Solari da che si fanno medici secondo i sogni celesti e difensori del libero arbitrio. Imperocchè coi sette torchj imitano i sette pianeti del cielo, come Mosè colle sette lucerne, e Roma sentenziò non esservi superstizione se non quando ai soli numeri s’attribuisce ogni possanza, non alle cose numerate. Ma adesso prosiegui l’interrotto discorso.

Amm. Dicono poi che i segni femminini apportano la fecondità alle regioni a cui presiedono, e quindi anche un governo meno robusto nelle cose inferiori, causando e occasionando, ed apportando ad altri comodità o incomodità, ad altri togliendole. La prova ne è che il governo delle donne ha avuto la prevalenza nel nostro secolo: nuove amazzoni sono comparse tra la Nubia e la Monopotapa, e in Europa noi abbiamo veduto regnare Rossolane in Turchia, Buona in Polonia, Maria in Ungheria, Elisabetta in Inghilterra, Catterina in Francia, Bianca in Toscana, Margherita nel Belgio, Maria in Scozia, Isabella, che favorì la scoperta del nuovo mondo, in Spagna, e un gran poeta nel nostro secolo incomincia pure dalle donne il suo canto:

E i poeti maledici e gli eretici pel triangolo di Marte nella casa dominante di Mercurio e per l'influenza di Venere e della Luna parlano sempre di cose oscene e passionate, e gli uomini si vanno sempre più effeminando negli atti e nella voce, e si chiamano Vossignoria. In Africa ove regna l’influenza di Cancro e dello [p. 145 modifica]Scorpione, oltre le amazzoni si vedono in Fez ed in Marocco dei lupanari di uomini e molte altre cose infami a cui il clima invita ma non sforza. Ora non pertanto il trigono di Cancro (poichè è al tropico, e all'apogeo di Giove, del Sole e di Marte forma una triplicità) come d’altra parte in Luna, Marte e Venere ha favorito la scoperta di nuovi imperi, la possibilità di fare il giro del mondo e il governo delle donne; e per Mercurio e Marte la scoperta della tipografia e dell'archibugio, senza contare che fu causa o piuttosto occasione agli uomini di gran mutazioni nelle leggi, sempre sotto la provvidenza di Dio che li invita al bene se essi non guastassero queste inclinazioni. I Solari mi scoprirono mirabili cose sul consenso delle rose celesti colle terrestri e colle morali, e della diffusione del cristianesimo nel nuovo mondo, e della sua stabilità in Italia e nella Spagna, come altresì della sua ruina nella Germania settentrionale, nell'Inghilterra, nella Scandinavia e nella Pannonia. Ma non voglio ripetere questi pronostici perchè sapientemente il nostro Papa lo ha proibito. E nello stesso tempo che Xerifi e Sofi introducevano mutazioni in Africa e in Persia, Viclefo, Huss e Lutero assalivano la religione presso di noi, e i Minimi e i Cappuccini la illustravano; e mi dissero come dello stesso movimento del Cielo altri se ne servono in bene, altri in male, quantunque le eresie siano noverate dall’Apostolo tra le opere della carne, e quindi sottoposte all’influenze sensibili cagionate da Marte, Saturno e dalla Terra per la volontà che spontaneamente vi si assogetta. Solo aggiunsero che i Solari hanno trovata l’arte di volare, ed altre arti sotto la costituzione della Luna e di Mercurio col favore dell’abside del Sole; poichè queste Stelle hanno influenza nell’aria per l’arte del volo. E ciò che producono nelle nostre regioni acquose pel nuoto, lo fanno nelle regioni equatoriali nell’aria pel volo, per la posizione della terra e pel luogo più solivo. E trovarono pure una nuova astronomia, perchè nell'altro emisfero dall'equatore [p. 146 modifica]all'austro nella casa del Sole vi è l’Acquario, in quelli della Luna il Capricorno, ecc., e presero in senso contrario tutte le influenze e i segni, perchè in quelle regioni i segni si nominano altrimenti, e i pianeti altrimenti si distribuiscono che nelle nostre e nelle regioni polari. Non ripeterò quanto appresi da quei sapienti sulle mutazioni delle absidi e sulla eccentricità e obliquità degli equinozj, dei solstizj e dei poli, e dei segni celesti e dei loro incrocicchiamenti per cui agiscono nello spazio immenso della macchina del mondo, nè dei rapporti simbolici delle nostre cose con quelle che sono fuori del nostro mondo, nè della rivoluzione che avverrà dopo la grande congiunzione nell’Ariete e nella Bilancia, segni equinoziali del ristabilimento delle monarchie, e che succederà con gran stupore dopo la gran congiunzione in conferma del decreto di chi ha stabilito la mutazione e il rinnovamento della terra. Ma tu non trattenermi più a lungo, poichè ho molte altre cose a fare, e tu sai quante faccende abbia per mano. Per ora ti basti sapere che non distruggono, ma al contrario edificano il sistema del libero arbitrio, e dicono che se un sommo filosofo per quaranta ore venne crudelmente tormentato da’ suoi nemici senza mai potergli strappare di bocca una parola su quanto essi domandavano, perchè nel fondo dell’animo aveva determinato di tacere, così nemmeno le stelle che movonsi in distanza e con lentezza non possono costringerci ad azione alcuna contro nostra volontà, nè valgono poi meno a governarci o per obbligatorio decreto di Dio perchè noi siamo tanto liberi che possiamo bestemmiare Iddio stesso. Dio non sforza nè sè nè gli altri contro sè. Si può forse dividere Iddio? ma le stelle operando sui sensi alcune insensibili e leggerissime modificazioni, succede che ne siano affetti principalmente coloro che seguono il senso, più che il vantaggio divino della ragione. Imperocchè quella medesima costellazione che trasse fetidi vapori dalle cadaveriche menti degli eretici, valse pure a produrre [p. 147 modifica]fragranti esalazioni dalle rette intelligenze di quelli che fondarono le religioni dei Gesuiti, dei Fratelli Minimi e dei Cappuccini; ed avvenne sotto la stessa anche la scoperta del nuovo emisfero con cui Colombo e Cortes apersero novella arena alla propagazione della religione cristiana.

Ora sovrastano al mondo grandissimi eventi, ma ne serbo a migliore opportunità l’esposizione.

G. M. Rispondi almeno a questa unica domanda: Come mai senza vele e remi mettono in movimento le navi?

Amm. Havvi a poppa una gran ruota in forma di ventaglio assicurata all'estremità d'una pertica, la quale venendo dal lato opposto equilibrata da un appesovi carico, facilmente un fanciullo può con una sola mano innalzarla ed abbassarla. L'intero meccanismo movesi sopra un asse sostenuto da due forche. Inoltre alcuni navigli vengono messi in movimento da due ruote raggirantisi entro l'acqua in forza di funi che partono da una gran ruota posta a prora, e le quali circondano incrocicchiandosi le ruote della poppa. Senza difficoltà messa in movimento la gran ruota, questa fa raggirare le piccole giacenti nell'acqua, siccome vediamo avvenire nella macchinetta che serve alle donne calabresi per attortigliare e filare il lino.

G. M. Aspetta, aspetta un istante.

Amm. Non posso, non posso.



fine della citta' del sole.

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