La Colonia Eritrea/Appendice I. Note sull'Abissinia

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Appendice I. Note sull'Abissinia

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Conclusione Appendice II. Note sulle tribù mussulmane dell'Eritrea
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I.


NOTE SULL’ABISSINIA.


Geografia fisica dell’Abissinia. — Il territorio abissino è compreso tra l’8.° ed il 15.° grado di latitudine nord ed il 35.° e 41.° di longitudine est dal meridiano di Greenvich.

Esso è costituito da un ammasso di montagne che si annodano ad una lunga ed altissima dorsale la quale, partendo dalle regioni nubiane un poco a nord di Massaua si dirige verso sud seguendo quasi la linea del meridiano, e si mantiene prima poco discosta dal Mar Rosso fino contro la baia di Arafali, quindi taglia la costa Dancala spingendosi sino al massiccio centrale dello Scioa; donde poi ripiega verso ovest e sud-ovest, dirigendosi alle regioni di Ghera e di Kaffa e seguendo la grande ossatura del continente africano.

Questa grande dorsale nel suo tratto orientale sovrasta quasi a picco, come un immensa muraglia, alla costa Dancala, formando l’orlo dell’impero etiopico ed il suo principale baluardo di difesa. A sud invece spinge i suoi fianchi meno ripidi verso i bacini dell’Ueri e del Giuba scendenti all’Oceano Indiano.

L’interno dell’Abissinia offre una serie di altipiani separati fra loro e percorsi da catene montane che si svolgono in tutti i sensi, degradando lentamente verso il Nilo e sul territorio nubiano.

Le principali di queste catene, staccandosi dalla dorsale [p. 306 modifica]principale si dirigono quasi parallelamente da est ad ovest separando i bacini dei fiumi e torrenti che solcano l’interno dell’Abissinìa.

La prima cominciando dal nord, s’annoda al massiccio dell’Asmara e prolungandosi tortuosamente verso il Dembelas separa i versanti del Lebka, dell’Anseba e del Barca tributari del Mar Rosso, da quello del Mareb che per mezzo dell’Atbara affluisce al Nilo.

Altra catena si distacca nell’Agamè e dirigendosi verso Adua e Axum separa il bacino dei Mareb da quello del Tacazzè altro affluenti dell’Atbara. Dal Ieggiù a sud del Lasta se ne dirama una terza che va fin contro il lago Tsana, separando il bacino del Tacazzè da quello dell’Abai, o Nilo Azzurro, e dei suoi affluenti.

Quest’ultimo bacino è limitato a sud dal tratto della grande dorsale etiopica che ripiega verso i regni di Kaffa e di Ghera, il cui versante opposto manda le acque ai bacini del Ueri e del Giuba.

Al centro dell’Abissinia, ad un’altezza di 1851 m. sul livello del mare trovasi il magnifico lago Tsana, emissari dell’Abai, con una superficie approssimativa di oltre 2000 Kmq. ed una profondità media di circa 50 metri.

Ad ovest di questo grande lago, dai monti che lo separano dal Gallabat discendono il Racad e, più importante, l’Atbara che si congiunge al Nilo presso Kartum.

L’Abai, l’Atbara e il Tacazzè sono i soli veri fiumi d’Abissinia con acqua perenne; tutti gli altri sono torrenti quasi asciutti nella maggior parte dell’anno, ma che nella stagione delle piogge si ingrossano furiosamente.

Tra i fiumi che scendono al Mar Rosso e che sono tutti di poco corso, oltre al Lebka, all’Anseba e al Barca già nominati ed altri minori, sono da notarsi l’Auask, originario dai monti dello Scioa, ed il Golima dall’Enda Moeni, che si perdono entrambi nelle sabbie della costa.

Il suolo dell’Abissìnia è tutto sconvolto da giganteschi fenomeni vulcanici che ne hanno rotto e tagliata e sollevata in mille modi la superficie. [p. 307 modifica]

Le sommità spiccano ovunque nell’azzurro dell’aere calve, cineree, nelle più strane forme e dimensioni e alle più disparate altezze; sovrastando a fianchi ripidi dirupati e brulli, e rinserrando spesso tra pareti di pietra e crepacci auguste gole e profondissimi letti di torrenti; tratto tratto degli ammassi solitari di granito detti Ambe coi fianchi verticali e la sommità piatta torreggiano intorno come titani del cielo.

Ma ai piedi dei monti orridi e sterili, tra cui scherzano i nembi e le tempesta e regna desolante lo squallore, si stendono frequenti convalli e pianori ove il verde scherza tra le acque, ove le erbe e le piante sentono tutta la rigogliosità di una vegetazione tropicale, ove l’occhio si riposa, dove ferve la vita, e l’animo si consola.

I geografi dividono il territorio abissino in tre zone a ciascuna delle quali corrisponde una fauna, una flora ed un clima speciale. La prima detta dei Kolla è la più bassa e comprende la zona inferiore a 1500 m. In essa il clima è tropicale, e la vegetazione rigogliosissima; vi abbondano dense foreste di palme e boscaglie di ogni specie, e l’erbe crescono ad una prodigiosa altezza.

Il suolo vi darebbe ogni sorta di prodotti agricoli, ma la troppa umidità e le pioggie periodiche che dal giugno al settembre trasformano i fondi delle vallate in altrettanti torrenti, rendono i Kolla disabitabili e malsani; numerosi serpenti strisciano fra l’erbe, nei torrenti e nei fiumi vive il coccodrillo, e nelle foreste, allietate da miriadi di variopinti augelli, rugge il leone; e la iena, gli sciacalli ed un’infinita quantità di scimmie fanno all’uomo una poco gradita compagnia.

Gli agricoltori e pastori che scendono ai Kolla, generalmente nella notte risalgono più in alto.

La seconda zona è detta Uoina Bega (o altipiano delle vigne) e comprende le altezza tra 1500 ai 2500 m. In essa il clima è salubre e temperato, non arrivando mai il calore al disopra dei 25 gradi, nè al disotto dei 5. In questa zona prosperano la vite, l’ulivo, il cotone, l’orzo e la dura, ed [p. 308 modifica]altre graminacee; vi sono ottime praterie e vi cresce rigoglioso il caffè. Quivi è agglomerata la popolazione maggiore, gli animali feroci vi sono in minor numero; qui il cavallo e l’elefante addomesticati rendono buoni servigi all’uomo; vi abbondano pure gli uccelli d’ogni specie, il leone vi appare di rado, e la iena sale soltanto di notte a cercare il suo posto tra le carogne abbandonate.

La terza zona è quella dei Dega che comprende le alture superiore ai 2500 m. In essa i frequenti geli nuociono alla vegetazione, gli abitanti sono scarsi e solamente dediti alla pastorizia.



Geografia politica dell’Abissinia. — Le catene montane ed i corsi dei fiumi e torrenti formano la divisione naturale e politica delle varie regioni.

Al nord sulla destra del Belesa e del Mareb si stende il territorio etiopico dell’Eritrea, che abbraccia l’Okulè Kusai, il Seraè, l’Amasen, i Bogos ed i bacini superiori del Barca e dell’Anseba.

Sulla sinistra del Belesa e del Mareb fino al Tacazzè si stende il Tigrè, che comprende l’Agamè, (cap. Adigrat), il Tigrè propriamente detto (cap. Adua) ed il Lasta (cap. Socota).

Oltre il Tacazzè ed intomo al lago Tsana sino al corso superiore dell’Abai, si stende il regno Amhara, il cuore dell’Abissinia (cap. Gondar).

Rinchiuso nel gomito fatto dall’Abai, che uscito dal lago Tsana si dirige verso sud-est e poi piega verso ovest e quindi verso nord -ovest per affluire al Nilo Bianco presso Kartum, stà il regno del Goggiam (cap. Monkorer).

Oltre l’Abai ed il Bascilo, lungo l’Auasch e sino ai corsi superiori dell’Uebi e del Giuba, stanno lo Scioa (cap. Adis Abeba) e l’Harrar (cap. Harrar).

La popolazione complessiva dell’Etiopia è valutata intorno ai 5 milioni di abitanti. [p. 309 modifica]


Costituzione politica dell’Abissinia. — La costituzione politica dell’Abissinia è basata sul sistema feudale che fa capo ad una suprema autorità imperiale, il Negus Neghest. Tutto l’impero comprende quattro regni o principati cioè: l’Amhara, il Tigrè, il Goggiam e lo Scioa ai quali furono recentemente aggiunti altri territori meridionali appartenenti alle tribù dei Galla ed il principato d’Harrar. Attualmente è Negus Neghest, ossia re dei re d’Etiopia, Menelik II re dello Scioa, che successe nel 1889 a Giovanni Cassa morto nella battaglia di Mettemma1. Secondo la costituzione politica abissina, dal Negus Neghest dipendono i re (Negus) ed i principi (Ras) e da questi i capi di Provincie e villaggi (Degiac e Scium) i quali sono prefetti, sindaci, agenti delle imposte e sottocapi militari, nel territorio e nelle popolazioni soggette alla loro giurisdizione.

Generalmente queste cariche sono distribuite secondo il sistema ereditario e costituiscono un diritto feudale consacrato dai codici; ma le rivalità e le ribellioni tra capi e dipendenti, appoggiate da partigiani comperati o beneficati turbano le successioni, e non di rado avviene che al posto del legittimo feudatario sia installato dai Negus o dai Ras qualche persona che non ne ha alcun diritto.

Tutte le norme di diritto pubblico e privato vigente in Abissinia hanno origine dal così detto codice dei Re (Feta Neghest) e dal Codice Ecclesiastico detto Sinodo.

Questi due codici sanciscono il principio della monarchia ereditaria nei discendenti da un primo Menelik, ritenuto figlio di Salomone e della regina Saba, e fondatore della Monarchia Etiopica, e stabiliscono come religione dell’impero la cristiana di rito copto, che riconosce in Gesù Cristo la sola natura divina ed ha una speciale venerazione per Maria Vergine. Sono speciali suoi riti il battesimo a 40 giorni, la circoncisione pei maschi e femmine, una [p. 310 modifica]quaresima di 55 giorni, il digiuno di mercoledì e venerdì, il pellegrinaggio a Gerusalemme, ed innumerevoli feste durante l’anno.

Il capo della chiesa copta è un Abuna (nostro padre) nominato dal patriarca di Alessandria; non può essere abissino e risiede in Gondar che è il semenzaio dei religiosi. La sua autorità è esclusivamente spirituale e l’unico potere che egli esercita è quello di nominare e consacrare i religiosi. Dopo l’Abuna viene l’Eccighiè che è una specie di principe della chiesa, esercita il potere civile e religioso ed influisce grandemente in tutta la vita pubblica abissina. Dopo l’Abuna e l’Eccighiè, vengono per importanza i Depterà, specie di dottori e professori e cantori della chiesa, che sono le persone più colte dell’Abissinia; molti Depterà funzionano da avvocati e da scrivani, e col titolo di Memer sono nominati capi dei feudi religiosi dell’impero. Quindi vengono una turba di preti, monaci e monache, rozzi, superstiziosi, e ignoranti che vivono più che altro d’accattonaggio.

In Abissinia il clero è potente e gode grande rispetto e venerazione; e molti Negus perdettero il trono o l’acquistarono per odio o protezione sua: la fede religiosa degli Abissini, resa più forte dagli urti sostenuti da secoli contro l’islamismo, è grande e sincera; nelle case e nei mercati e nei campi si disputa continuamente di principi religiosi e di dogmi e la vivace fantasia di quei cenciosi, ha popolato tutto il territorio abissino di nomi sacri e venerati come Debra Tabor, Debra Cristos, Debra Libanos, Amba Mariam, Amba Cristos e tanti altri.



Vita, costumi e caratteri degli Abissini. — La vita ed i costumi dei popoli abissini risentono ancora di uno stato di semibarbarie. Le abitazioni sono quasi tutte capanne ad un sol piano con tetti di paglia e con pareti di rami d’alberi e di mota impastata con sterco di bue; in queste capanne ad una sola stanza abitano alla rinfusa [p. 311 modifica]uomini e donne, vecchi e fanciulli e molte volte anche animali; i loro letti sono specie di barelle il cui telaio è intrecciato di pelli di bue o di cammello; non sedie quadri o specchi, non utensili di qualsiasi specie, tranne le armi e qualche coccio di pentola, adornano il meschino abituro. Solo nelle case dei ricchi e dei capi, qualche tappeto cuscino od ombrellino sovrasta al lurido squallore di quelle catapecchie.

Il vestito caratteristico degli Abissini consiste per gli uomini nello sciamma, specie di lenzuolo bianco che i capi portano ornato di una striscia rossa, e nel quale si avvolgono le persone sempre, giorno e notte, addormentati o desti; ed al dissotto dello sciamma in un paio di mutandine bianche che scendono strette fino al ginocchio.

Le donne invece portano una lunga camicia bianca orlata di rosso cupo intorno al collo e spesso con una croce dello stesso colore disegnata sul davanti. Uomini e donne hanno i capelli comunemente disposti in fitte treccie ed unti di grasso; portano al collo un nastro azzurro al quale è appeso qualche grosso Cristo o reliquia o immagine di Maria. Camminano a piedi scalzi, e solo i ricchi ed i capi, nelle grandi occasioni calzano i sandali.

Il loro cibo consiste generalmente in focaccie di orzo o di dura che poi intingono in una salsa piccante di peperoni pesti; questo cibo viene da loro chiamato engerà. Usano molto le carni di bue, di vacca, di pecora e montone cotte nell’acqua o più spesso crude o disseccate al sole; i poveri mangiano anche erbaggi come crescione, radici, asparagi e spinacci. La bevanda favorita in Abissinia è l’idromele o tegg fatto con miele ed acqua fermentata con foglie di mirto secche.

Gli Abissini sono generalmente poco puliti, si lavano poche volte e vanno perciò soggetti a molte malattie cutanee, d’occhi, e veneree. Il bucato è sconosciuto fra loro e generalmente gli oggetti di vestiario non si lavano mai, perciò tanto le persone come le case sono infestate da insetti parassiti. [p. 312 modifica]

Non mancano però, specialmente tra le famiglie dei nobili, coloro che ii mantengono abbastanza lindi e ricercati nella persona e nel vestiario, e che usano lavarsi mani e faccia anche tutti i giorni.

Altre malattie speciali che affliggono la popolazione abissina sono la tenia o verme solitario, causata dall’uso di carni crude, e che essi combattono con bevande infuse di legno e fiori di cosso; la corea delle donne, o più comunemente ballo di san Vito per il quale esse danno in urli e convulsioni, e che esse attribuiscono più che a malattie uterine, ad esorcismi e malie di nemici.

La superstizione rende così sospettosi e guardinghi gli Abissinì che quasi tutti temendo il mall’occhio si coprono quando mangiano, o bevono; inoltre nutrono una specie di orrore pei fabbri che essi ritengono iettatori ed amici del diavolo.

In Abissinia vive una grande turba di accattoni; la mania del chiedere vi è proverbiale, e si può dire che l’accattonaggio più e meno palese o umiliante fa parte dì tutta la vita pubblica abissina, politica, religiosa e civile.

Questa strana industria arriva a tale che si usa perfino a forzare i doni dalle persone col far prima loro accettare delle meschine offerte (debito d’ossequio).

Il colorito degli Abissini è generalmente castano-scuro; la statura è media, la conformazione del viso è regolare, quella del corpo è prestante e snella negli uomini, che sono svelti, arditi, resistenti ma di poca forza; più morbida e gentile nelle donne la maggior parte delle quali quando sono giovani sono anche belle e piacenti.



Ordinamento della famiglia. — L’ordinamento della famiglia in Abissinia è basato sulle disposizioni del Codice che stabilisce la monogamia, il matrimonio civile e religioso, la fedeltà coniugale e la cura dei figli; ma la rilassatezza dei costumi fa sì che queste prescrizioni siano pochissimo osservate; perciò si fanno matrimoni nell’uno e nell’altro [p. 313 modifica]modo e spesso si disfanno; si pratica la poligamia come tra i mussulmani, e si abbandonano i figli per non mantenerli. Le donne però sono buone, tolleranti e mansuete; esse sopportano il maggior peso nelle cure della famiglia; quando sono maritate conservano una fedeltà esemplare e sono piene di amorevolezza pei figli; l’unica barbara usanza che le deturpa è quella del tripudio osceno sui campi di battaglia, ornandosi il collo dei genitali recisi ai vinti.

Anche i figli hanno grande rispetto pei genitori, e sebbene il padre generalmente li trascuri, essi lo hanno quasi sempre in venerazione, specialmente se forte e valoroso in guerra.

Le relazioni tra famiglie vicine, sono cortesi ed urbane; le donne ambiscono mostrarsi gentili e premurose e sono molto ospitaliere e caritatevoli.

Nelle nozze, nelle nascite e nei funerali, tutti gli amici partecipano alla gioia od al dolore della famiglia in festa od in lutto, e poichè qualunque evento, o lieto, o triste, ivi si solenizza colle danze, col canto e colle smodate libazioni di idromele, queste partecipazioni riescono graditissime e ricercate.



Delinquenza e Giustizia. — In Abissinia sono rarissimi i furti e le violenze in genere tra famigliari e privati, ma sono frequenti quelli commessi armata mano in campo aperto da molti contro pochi (razzie). La menzogna è popolare come l’accattonaggio; nessuno dice mai la verità senza sotterfugi o restrizioni e pochissimi giurano sinceramente.

Le ribellioni ed il brigantaggio sono le peggiori piaghe che infestino l’Abissinia, e la giustizia che emana dai codici o dalle consuetudini è informata a dei principii di barbarie che sanciscono la vendetta del sangue, la pena del taglione, l’estirpazione della lingua agli spergiuri, le mutilazioni ai traditori, l’accecamento, l’impiccazione dei ribelli e l’evirazione dei nemici morti in battaglia. [p. 314 modifica]


Esercito. — L’esercito abissino in pace è formato da tutti i figli, servi e clienti dei capi militari, e da volontari che si aggregano all’uno o all’altro capo.

In tempo di guerra possono essere chiamati alle armi tutte le persone valide; in questo caso i capi di villaggi e tutti quelli di nobile famìglia sono anche capi militari; raccolgono le loro truppe e le conducono al luogo indetto per la riunione.

I soldati abissini hanno l’obbligo di portarsi dietro quel numero di razioni di vitto che viene stabilito dal Ras o dal Re, quindi sono provveduti con le riserve di questi o con le imposte nei luoghi di passaggio o con razzie. I soldati abissini sono sobrii, si nutrono di poca farina d’orzo, di dura di frumento che cuociono in borgutta, od anche di carne cruda essicata al sole; non hanno uniforme speciale, ma a seconda della loro condizione sociale portano lo stesso vestiario della popolazione.

La chiamata alle armi in casi di guerra generalmente si fa per mezzo di pubblico bando che fissa il giorno e l’ora, della radunata e col suono del negarit (specie di tamburo).

Le vettovaglie personali sono generalmente portate dai soldati stessi, dalle loro mogli e dai loro figli; quelle del Ras e del Re dai servi e dai quadrupedi. Dopo il Re il grado più importante è quello di Ras, comandante di un’armata, poi di Degiasmacc comandante della retroguardia; vengono poi il Cagnasmacc ed il Guerasmacc, comandanti delle ali di destra e sinistra, ed il Fitaurari comandante dell’avanguardia.

Questi sono grandi capi militari e generalmente hanno anche giurisdizione civile sopra un territorio od una provincia.

Vengono poi tutti i sotto capi detti Balambaras, Bascià, Turk bascià, ed altri che hanno speciali cariche nei seguiti militari cioè: Agafari (portinai), Asasc (capi di servi), Assalafi (maestri di casa).

Gli Scium sindaci dei villaggi assumono talora o l’uno l’altro dei gradi suddetti a seconda delle forze che [p. 315 modifica]comandano, e talvolta conservano lo stesso titolo di Scium che può equipararli ad un Degiasmacc ed anche ad un Ras.

Negli accampamenti le truppe si dispongono intorno alla tenda del Ras o del Re, costituendosi ripari con frasche, o con tende per chi ne ha, senza ordine di sorta.

La tenda del Ras e del Re serve di bandiera, e di segnale per la marcia o per le tappe e per tutte le operazioni di guerra.

L’armamento e munizionamento è vario ed incompleto, ma in questi ultimi anni ha subito un notevole aumento e miglioramento. A poco per volta le lancie cadono in disuso, ed il fucile più o meno recente è l’arma generalmente adottata.

In seguito alle ultime guerre anche l’artiglieria non è più sconosciuta in Abissinia, e l’ultima campagna contro l’Italia ha dimostrato che essa può mettere insieme un esercito di 200,000 combattenti con 100,000 fucili e 50 pezzi d’artiglieria.



Lingue e dialetti. — La lingua parlata o scritta in Etiopia è generalmente la così detta Amahrica che ha origine dalle regioni meridionali; è diffusa nello Scioa nell’Amahra, e nel Goggiam. È la così detta lingua ufficiale e si insegna nelle varie scuole dell’impero.

V’è poi la lingua sacra o geez, antichissima, che servì per la traduzione della bibbia e colla quale sono scritti tutti i libri sacri; essa è conosciuta soltanto dai preti e dai dotti come da noi il latino.

Ma da questa derivarono dialetti che sono parlati in tutta l’Abissinia settentrionale e nelle regioni limitrofe.

Cioè la lingua tigrè (dialetto più antico e più affine al geez) parlato nei Mensa, Barca, Habab; e la lingua tigrai o tigrigna (dialetto più moderno e contraffatto) che si parla nell’Eritrea, nello Scirè, nell’Agamè e nell’Enderta fino al Semien. [p. 316 modifica]

Una speciale lingua detta bilena è parlata nelle regioni dei Bogos e dei Maria, e pare che abbia origine dagli antichi popoli Bileni venutivi sotto l’Impero d’Aureliano nell’anno 350.

I mussulmani della costa parlano un dialetto derivato dalla trasformazione della lingua araba.



Storia. — La storia primitiva dell’Abissinia è avvolta nella più grande oscurità.

Vogliono gli etnologi che gli aborigeni etiopi fossero i progenitori dei Barca, Kunama e Sciangalla e arrivassero dalla valle del Nilo; che dopo di essi invadessero l’Etiopia altre genti Camitiche cioè gli Agau, i Fallascià ed i Bogos ed altre ancora, e che specialmente gli Agau costituissero l’antica razza etiopica.

L’Asia settentrionale assai fiorente nell’antichità avrebbe poi per l’Egitto e per lo stretto di Bab el Mandeb riversato sull’Etiopia anche due invasioni di genti semitiche che stabilitesi al sud e al nord di essa, vi soggiogarono gli Agau e predominando a nord quivi fondarono l’antico impero d’Axum.

La leggenda invece vuole che questo impero sia stato fondato da Menelik I, figlio di Salomone e della regina Saba, il quale da Gerusalemme sarebbe andato alla conquista dell’impero materno conducendo seco gran numero di gente e l’Arca santa degli Ebrei colle tavole di Mosè.

Secondo tale leggenda Menelik sarebbe stato il capostipite di una dinastia di Salomonidi che da circa 28 secoli, con circa 3 d’interregno, governerebbe la Etiopia; e l’attuale Menelik II dello Scioa ne sarebbe discendente diretto. In quanto all’Arca santa degli Ebrei ed alle tavole di Mosè la religione abissina afferma, e lo afferma anche il Nebrait di Axum che ne è il custode, e vi si crede da tutta la popolazione, che giacciano depositate nel sacro tempio di questa città in luogo inaccessibile a tutti, e visibìli soltanto a Dio ed al Nebrait stesso. [p. 317 modifica]

Accogliendo da questa leggenda quanto si può e si vuole, pare però che l’antico impero di Axum godesse d’un certo splendore.

Ne fanno fede alcuni grandiosi obelischi esistenti ancora in detta città, sebbene uno di essi coll’iscrizione in greco del re Tolomeo Evergete, significhi che egli più fortunato di Cambise sia riuscito ad impadronirsene, soggiogando gli Etiopi.

Caduti i Tolomei, l’impero d’Axum sarebbe ritornato fiorente resistendo ai Romani, avvicinatisi fino alle attuali regioni dei Bogos ed alle spiaggie d’Archico, e stendendo i suoi domini anche sulla vicina Arabia.

Verso il 350 dell’Era Volgare per opera di un naufrago greco, San Frumenzio, sbalestrato dai flutti sulla costa etiopica si sarebbe introdotto in Abissinia il cristianesimo che fu sancito dal Concilio di Nicea, donde uscirono poi il codice dei Re abissini (Feta Neghest) e la traduzione in Geez della bibbia.

In seguito alle controversie tra la chiesa romana e quella orientale, il cristianesimo abissino si trasformò poi secondo il rito copto che ebbe sede in Alessandria d’Egitto.

Narrano le cronache abissine di guerre tremende sostenute dai Negus contro gli egiziani e specialmente contro i popoli della vicina Arabia, nella quale arrivarono a stabilire il loro dominio; narrano pure come verso il 950 una sollevazione interna (degli Agau) cacciasse dal trono la dinastia salomonide che rimase detronizzata fino al 1268, nel qual tempo però, la sede dell’impero invece che ad Axum si trasferì nello Scioa, con grave scapito della potenza etiopica che ricadde nell’oscurità.

Dopo la terribile e lunga lotta che l’impero etiopico dovette sostenere contro il sorgere ed il propagarsi dell’Islamismo, avvenne l’invasione di numerose tribù Galla del Sud, che avendo già abbracciato l’Islamismo si stabilirono verso il 1540 nel cuore dell’Abissinia, minacciandone la religione e la compagine proprio allora che un’altro avventuriero ribelle, Maometto Graniè, di Zeila, con un’audace spedizione di mussulmani si avanzava fino ad Axum incendiandolo. [p. 318 modifica]

In tal frangente il Negus David III chiedeva aiuti ai Portoghesi che nel 1543 sbarcavano in circa 400 a Massaua e riuscivano a battere e ad uccidere il ribelle Maometto ed a ristabilire alquanto la pace dell’Impero.

Ad Axum ed a Gondar, sorsero per opera dei portoghesi palazzi e chiese, e presso Adua il chiostro di Fremona; ma poi scoppiarono i dissîdî specialmente religiosi ed i nuovi venuti vennero quasi tutti uccisi. Si intromise allora il Papa ed intervennero i gesuiti, che vi fecero nascere un dissidio così potente da generare la guerra civile; ma poi furono sfrattati ed il negus Fasilidas riproclamò di nuovo la religione copta, quella dell’Impero.

Ridotto sempre più debole, ma pur tuttavia sempre strenuamente resistendo ai ripetuti assalti dell’Islamismo e mantenendo salda la sua indipendenza e la sua religione, l’impero etiopico, dopo aver portato la sua sede dallo Scioa a Gondar visse per alcuni secoli in preda all’oscurità, alle ribellioni ed ai rivolgimenti interni, finchè verso la metà del secolo presente, salito al trono il negus Teodoro, avventuriero intrapendente, coraggioso e feroce, l’Abissinia fu tratta in urto contro l’Inghilterra.

Teodoro figlio di un capo secondario dell’Amhara, coll’ardimento e col valore aveva saputo concentrare nelle sue mani tutto il potere politico e religioso dell’Impero.

Erano suoi vassalli, frementi di ribellione, il capo dello Scioa padre dell’attuale Menelik, che allora viveva presso Teodoro; quello del Goggiam (certo ras Desta), ras Gobasiè nell’Amhara e Giovanni Cassa nel Tigrè.

Teodoro nella sua opera unificatrice dell’Impero aveva dimostrato un grande valore ma anche commesso delle efferate crudeltà, che rendevano il suo nome odiato e temuto da tutti.

Le continue ribellioni de’ suoi vassalli lo fecero insanire: si dice che in un sol giorno abbia fatto giustiziare più di mille persone, facendone rotolare le teste dalle roccie basaltiche del Wuoggerà. Il suo nome incuteva spavento in tutta l’Etiopia. [p. 319 modifica]

Un giorno, e non è ben certo per quale motivo, fece incatenare e relegare sopra un’amba alcuni europei inglesi e francesi che si erano recati alla sua corte in Debra Tabor per scopi scientifici e commerciali.

Dopo vane preghiere e minaccie per liberarli, l’Inghilterra decise di muovere guerra a Teodoro, ed approfittando dello stato di ribellione interna dei principi vassalli, le fu facile di riuscire nel suo intento.

Strinse un trattato d’alleanza con ras Gobasiè dell’Amhara e con Giovanni Cassa del Tigrè, si assicurò della neutralità dei Re del Goggiam e dello Scioa, e con un corpo di 16000 combattenti con circa 40000 quadrupedi e 20000 servi nel 1867-68 salì da Zula nella baia di Anneslei all’altipiano etiopico per la strada di Senafè.

Teodoro, che nell’ora del pericolo era stato abbandonato da quasi tutto il suo esercito, si era ritirato coi prigionieri europei e coi pochi soldati rimastigli fedeli sull’Amba di Magdala.

Quivi sostenne l’assalto degli Inglesi opponendo una disperata resistenza, finchè visto vana ogni difesa, piuttosto che darsi vivo nelle mani del nemico, si uccise con un colpo di pistola sull’ingresso dell’Amba.

La campagna inglese terminò così felicemente grazie al valore delle truppe inglesi, ed alla sapienza del loro capo Sir Napier, ma più specialmente grazie ai milioni di sterline consumati nella impresa (che alcuni fanno arrivare fino a 20), ed alle intestine discordie dell’Abissinia.

Se invece dei capi alleati come Giovanni Cassa e Gobasiè, che le furono di guida e di aiuto, e di altre neutralità benevoli come quelle del Goggiam e dello Scioa, l’Inghilterra avesse trovato, come 28 anni dopo l’Italia, tutta l’Etiopia riunita contro di essa, l’impresa di Magdala sarebbe rimasta un sogno, ed il piccolo esercito inglese non avrebbe potuto raggiungere neppure l’altipiano.

L’Inghilterra, appena debellato e morto Teodoro, si ritirò completamente dall’Abissinia, nè avrebbe potuto fare altrimenti, accontentandosi dei risultati morali ottenuti. [p. 320 modifica]

I vantaggi materiali invece andarono tutti in favore di Giovanni Cassa che ingraziatosi Sir Napier, seppe con finissimo accorgimento farsi preferire al Gobasiè ed ottenerne in dono duemila fucili, dodici cannoni ed altri materiali da guerra, coi quali potè affermare maggiormente la sua signoria nel Tigre ed aspirare alla corona imperiale.

Gobasiè intanto si faceva incoronare Negus in Gondar e movendo contro il Goggiam vi detronizzava ras Desta, mettendovi in sua vece il giovane valoroso ras Adal, l’attuale Re del Goggiam; quindi rivolgeva le armi contro il Tigrè, ma dopo lunga ed ostinata battaglia, fu vinto e fatto prigioniero da Giovanni Cassa che si faceva poi incoronare Re d’Abissinia e quindi Negus Neghest (Re dei Re).

Seguirono altre lotte interne nelle quali il Negus Giovanni potè sottomettere ras Adal del Goggiam, divenuto poi Re col nome di Tecla Haimanot, finchè gli intrighi tra Munzinger governatore egiziano di Massaua, e Menelik già prigioniero di Teodoro e divenuto poi capo dello Scioa, condussero alla guerra egizio-abissina.

Là prima fase di questo conflitto fu fatale al suo iniziatore Munzinger, che nel recarsi verso lo Scioa presso il suo alleato Menelik fu sorpreso ed ucciso insieme alla moglie ed a tutti i suoi nel territorio dei Somali.

Menelik allora non tardò a smentire l’alleanza egizia chiedendo pace a Re Giovanni, il quale rassicurato così alle spalle potè rivolgere tutti i suoi sforzi verso l’Egitto che intraprendeva le invasioni in Abissinia; e nel 1875 a Gudda Guddi e nel 1876 a Gura due eserciti egiziani, il primo di 6000 uomini, ed il secondo di 20,000, furono quasi interamente distrutti. Giovanni, circondato dall’aureola della gloria, potè consolidare la sua autorità su tutta l’Abissinia; ed anche Menelik nel 1879 si presentò col sasso al collo a fargli atto di sottomissione, ottenendo il perdono delle sue antiche e recenti ribellioni e la nomina a Negus tributario dello Scioa.

Da quell’epoca in poi la storia generale dell’Abissinia si connette con quella della nostra Colonia.


Note

  1. Secondo il Cecchi Menelik sarebbe nato nel 1844.