La Colonia Eritrea/Parte I/Capitolo IX

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Capitolo IX

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CAPITOLO IX.

(1890-1892)




Il generale Gandolfi governatore civile e militare dell’Eritrea — II colonnello Baratieri vice-governatore — Il deputato Leopoldo Franchetti commissario per la colonizzazione agricola — Consiglio di governo — Cure e riforme civili e militari — Missione Antonelli allo Scioa — Insuccesso della medesima — Zona d’influenza italiana e confini abissini — Accuse contro l’amministrazione coloniale e scandali — Reale Commissione d’inchiesta — Processo Cagnassi e Livraghi — Operato della Commissione d’inchiesta — Politica tigrina — Trattato del Mareb — Politica di raccoglimento del Gabinetto Di Rudinì — Rimpatrio del generale Gandolfi.


Nel giugno del 1890 veniva destinato nell’Eritrea il generale Gandolfi, che per effetto del regio decreto 1° gennaio dell’anno stesso vi assumeva il titolo di Governatore civile e militare.

Lo accompagnavano il colonnello Oreste Baratieri per le funzioni di vice-governatore ed il deputato Leopoldo Franchetti incaricato dal Governo di fare nell’Eritrea degli esperimenti di colonizzazione agricola.

In base al suddetto decreto la Colonia fu posta alla dipendenza dei ministri degli esteri, della guerra e della Marina, a seconda che si trattasse di affari civili, militari o marittimi, e vi si istituì sotto la presidenza del Governatore una specie di Ministero, detto Consiglio [p. 62 modifica]di Governo, del quale furono destinati a far parte l’on. Piccolo Cupani per gli affari della giustizia, il consigliere Carnelli per quelli amministrativi in genere, e lo stesso Franchetti per l’agricoltura. Un altro funzionario di segreteria civile faceva parte dell’ufficio del Governatore.1

La necessità di riordinare la Colonia in base ai nuovi acquisti ed allo scarso bilancio votato dal Parlamento attrasse tosto le cure di questo nuovo Ente governativo a provvedere ai più urgenti bisogni. Si fecero studi, riforme ed impianti in tutti i rami dell’amministrazione coloniale. Si provvide alla sicurezza, alla sanità ed alla istruzione pubblica, erigendo carceri, ospedali e scuole; alla distribuzione della giustizia, istituendo, oltre quello di Massaua, altri due tribunali, uno all’Asmara ed un altro a Keren; alla delimitazione delle attribuzioni, circoscrivendo il territorio in due zone (Asmara e Keren) e due sottozone (Arkico e Massaua); si emanarono decreti e regolamenti, si modificarono organici, si stabilirono tasse e contribuzioni, si diede impulso all’industria ed al commercio e si iniziarono le operazioni demaniali.

Le riforme e le modificazioni dovettero introdursi anche negli ordinamenti militari e vi si dedicò con competenza ed ardore, specialmente il colonnello Baratieri. [p. 63 modifica]

Allo scopo di aumentare il corpo coloniale senza bisogno di maggiori spese, riconosciutosi che l’elemento indigeno nella bassa forza riusciva più adatto e meno dispendioso di quello italiano, coi regi decreti del 28 agosto, 3 settembre e 2 ottobre 1890, fu modificata la costituzione del corpo speciale d’Africa, delle truppe indigene e degli altri reparti e servizi vari, portando il complesso delle truppe coloniali ad oltre 9000 uomini, dei quali poco più di un terzo italiani ed il resto indigeni.

Agordat fu occupata stabilmente e fortificata, ed approfittandosi della salutare impressione che la vittoria riportatavi il 27 giugno 1890 aveva prodotto nelle tribù interposte tra la Colonia ed il Sudan (alcune delle quali come gli Hadendoa ed altre minori si affrettarono a fare atto di sommissione all’Italia), allo scopo di rendere più sicuri i confini dell’Eritrea contro i Mahdisti, si strinsero maggiormente le relazioni colle tribù stesse e si promossero in esse degli ordinamenti militari e l’istituzione di bande armate, le quali nel momento del pericolo, mediante lievi compensi, si riunivano sotto i loro capi2 opponendo una prima barriera all’invasione nemica e facilitando all’occorrenza le eventuali operazioni militari dell’Italia contro il Sudan.

Con tali istituzioni, venendosi a giovare



[p. 64 modifica]anche alle stesse tribù, che così si ritenevano più sicure e protette, fu possibile sottoporle a leggeri tributi che andarono a beneficio del bilancio coloniale.

Di pari passo colle riforme e colle istituzioni civili e militari procedevano gli esperimenti del commissario per la colonizzazione agricola, deputato Franchetti.

Questi iniziò gli studi ed impiantò sull’altipiano tre poderi agricoli sperimentali, ad Asmara, Godofelassi e Gura, conducendo seco dei coloni italiani e fornendoli dei mezzi necessari, e di direttive per ottenere da quei terreni vergini un’abbondante produzione.

Naturalmente tutte queste cure e tentativi fatti per dare stabile assetto alla colonia, sia nel campo civile, sia in quello militare, trovarono dei gravi ostacoli da vincere e delle difficoltà grandissime da superare, specialmente in riguardo all’impreparazione di ogni cosa, ed alla scarsità dei mezzi accordati dal Parlamento.

Il Consiglio di governo non fece buona prova, male accordandosi la divisione dei poteri in un ambiente tutto da ordinare, ove si richiedeva uniformità di vedute, di intenti, e di direzione; perciò fu in breve abolito; la colonizzazione agricola traversò dei momenti di grande sconforto, e l’ordinamento militare dovette ricorrere a ripieghi economici sia nel personale, sia nel materiale, riducendo nel 1891 a poco più di 6000 uomini tutte le forze regolari che erano dislocate nella vasta Colonia (Regio decreto 11 giugno 1891). [p. 65 modifica]

Tuttavia il Governo ed il paese vissero per qualche tempo senza grandi preoccupazioni perchè al difetto di tante cose supplivano le assidue cure e le ottime attitudini coloniali dei nostri ufficiali, che nelle amministrazioni civili e militari della Colonia ed in mille svariati servizi e destinazioni ottenevano dei risultati davvero ammirevoli.

Ma l’orizzonte della Colonia non tardò ad essere offuscato dalle nubi.

Le fecero sorgere le corrispondenze di Salimbeni, residente italiano allo Scioa, le quali descrivevano sempre più accentuato il nostro dissidio con Menelik, sia relativamente ai confini, sia relativamente all’articolo XVII del trattato d’Uccialli; le fecero addensare altre torbide notizie divulgate intorno all’Amministrazione interna della Colonia; e le resero minacciose le violente discussioni e le acerbe critiche che ne seguirono in Parlamento e fuori.

Per appianare il dissidio con Menelik nell’ottobre del 1890 fu inviato nuovamente nello Scioa il conte Antonelli, munito di lettere del nostro Re e di istruzioni del Governo, secondo le quali egli poteva cedere relativamente ai confini, ma doveva invece più che mai insistere per ottenere l’accettazione dell’articolo XVII e del conseguente protettorato dell’Italia sull’Abissinia.

Antonelli si fermò a Massaua e quivi col governatore Gandolfi concretò una nuova linea di confini da proporre al Negus (qualora persistesse nel rifiutare quella del Mareb-Belesa-Muna) limitandola ad Halai, Digsa, Gura ed [p. 66 modifica]Adibaro, con esclusione dell’Okulè-Kusai e del Seraè. Poscia proseguì per lo Scioa e giunse in Adis Abeba (la nuova capitale fatta costrurre dal Negus) verso la metà di dicembre, ove fu accolto onorevolmente, ma senza gli entusiasmi del tempo passato.

Le maligne insinuazioni di agenti europei, specialmente greci, russi e francesi, ostili all’Italia ed alla sua politica coloniale, avevano intiepidito l’affetto antico e generato la diffidenza ed il sospetto contro Antonelli non soltanto nel Negus ma anche nell’imperatrice Taitù, che prima gli era così larga di protezione e di favori.

Furono i predetti agenti che rappresentarono al Negus come ignominioso il protettorato dell’Italia sull’Abissinia e sull’Aussa, che lo spinsero a scuotere il giogo dell’Italia qualificata invadente e rapace ed aspirante al dominio su tutta l’Etiopia; furono i loro commenti e consigli che indussero tosto Menelik a protestare d’essere stato ingannato dall’Italia, dichiarando che l’articolo XVII del trattato d’Uccialli nel testo amarico esprimeva che il Negus — può servirsi dell’Italia nelle relazioni cogli altri governi — e non — acconsente a servirsi — come era stato tradotto nel testo italiano; fu in seguito alle loro continue insinuazioni che il Negus era divenuto più che mai restio a concedere i confini domandati dall’Italia.

Il conte Antonelli trovò adunque Menelik maldisposto per qualsiasi trattativa e più che mai risoluto a rifiutare qualsiasi articolo di [p. 67 modifica]trattato che non esprimesse piena ed intera l’indipendenza dell’Etiopia. Nè meno risoluto lo trovò relativamente ai confini, non volendo egli concedere neppur quelli ridotti proposti dal generale Gandolfi, ma soltanto ed a malincuore altri più ristretti, cioè la linea da Saganeiti ad Adibaro, con esclusione di Gura.

Dopo aver fatto vani tentativi per riuscire a qualche cosa di meglio, il conte Antonelli stava già per troncare ogni trattativa e ritornarsene in Italia senza nulla concludere, quando parve che il Negus si arrendesse ad un accomodamento possibile.

Egli propose ad Antonelli di mantenere inalterato per cinque anni l’articolo XVII del trattato d’Uccialli quale era allora vigente nei due testi, salvo a modificarlo dopo, purchè l’Italia accettasse frattanto i confini della Colonia da lui fissati.

Antonelli cui non parve vero di aver ottenuto il mantenimento del protettorato che vedeva ormai perduto, accettò subito la proposta, ed il 6 febbraio 1891 firmava insieme al Negus due convenzioni, in duplice copia, riguardanti l’una i confini e l’altra l’articolo XVII del trattato. Se non che nel verificare e tradurre indi a poco insieme al Salimbeni la propria copia riguardante il predetto articolo, che era scritta solo in amarico, si accorse che invece di aver firmato pel mantenimento in vigore dell’articolo stesso, aveva firmato per la sua completa abrogazione.

Verificato l’inganno, Antonelli corse tosto presso il Negus a protestare risentitamente [p. 68 modifica]contro il tranello tesogli, e stracciò la propria firma sul documento, chiedendo indietro l’altra copia per annullarla; ma Menelik non ne volle più sapere; egli si schermì attribuendo la causa dell’equivoco a suoi interpreti, e si dimostrò più che mai irremovibile nel non voler fare alcuna concessione, limitandosi a dichiarare che avrebbe spiegata ogni cosa scrivendo a re Umberto.

In seguito a ciò Antonelli e Salimbeni sdegnati abbandonarono la Corte scioana e fecero ritorno in Italia, dove furono raggiunti da lettere di Menelik pel Sovrano e pel Governo, le quali annunciavano valide le convenzioni già stipulate ed incolpavano l’inviato italiano dei malintesi e dei dissidi scoppiati.

Questo grave incidente che veniva a traversare così inopportunamente i nostri disegni coloniali, si verificava proprio allora che il nostro Governo stava facendo pratiche coll’Inghilterra per la delimitazione della zona d’influenza dell’Italia in Africa; pratiche che poi condussero il ministro Rudini, succeduto al Crispi, caduto il 31 gennaio 91, a stipulare con Lord Dufferin rappresentante dell’Inghilterra due speciali protocolli in data 24 marzo e 15 aprile 1891.3

Per effetto di tali protocolli la sfera d’influenza tra l’Inghilterra e l’Italia venne divisa da una linea che partendo dalle foci del fiume Giuba e risalendone il corso fino al 6° di latitudine nord, segue questo parallelo fino ad [p. 69 modifica]incontrare il 35 meridiano est di Greenwich. Poscia volge a nord traversando il Nilo Azzurro e raggiungendo il Racad, dal qual punto piega poi verso est rasentando il Ghedaref fino a toccare l’Atbara. Dopo aver seguito alquanto il corso di questo fiume, la predetta linea va a tagliare verso nord-est il Gasc a circa 32 Km. a monte di Kassala, e quindi si dirige al punto di incontro del 17° di lat.e col 37° di long.e, donde rivolgendosi a nord-est, va a terminare al capo Kasar sul Mar Rosso un poco a sud di Suackim.

Nella stipulazione di questi protocolli fu anche fatta facoltà all’Italia di occupare Kassala qualora le esigenze di sicurezza della Colonia lo richiedessero.

Erano insomma, oltre alla Somalia, all’Ogaden, ed a gran parte della Nubia, tutti i paesi etiopici e galla che venivano rinchiusi nell’orbita della influenza italiana, ribadendosi così sull’Abissinia le catene del trattato d’Uccialli.

Ma così non l’intendeva Menelik che quasi contemporaneamente alla stipulazione dei due protocolli che lo imbavagliavano e minacciavano di assorbirne i domini, con lettere del 10 aprile 1891 alle potenze europee, comunicava senza altro i confini dell’indipendente e tutt’altro che modesto suo impero, designandoli con una linea che partendo da Arafali nel Mar Rosso toccava Digsa, Gura e Adibaro, tagliava poi il Mareb e l’Atbara congiungendosi al Nilo Azzurro, e quindi da Kargaz col Nilo bianco; donde poi volgendo ad oriente rinchiudeva i paesi dei Galla degli Orussi e dell’Ogaden e [p. 70 modifica]quindi l’Harrar e la costa Dancala fino a ricongiungersi con Arafali.

Era la più grande smentita che si potesse dare ai nostri diritti di confine e di protettorato, ed includeva anche minaccia di ritoglierci la costa Dancala da noi posseduta.

Alla notizia preoccupante dell’insuccesso della missione Antonelli, che aveva lasciato aperto un dissidio così profondo tra l’Italia e lo Scioa, vennero a far eco le voci di iniquità di ogni specie che sarebbero state commesse nell’Eritrea da alcuni funzionari coloniali e segretamente dal segretario coloniale avv. Cagnassi e dal capo della polizia indigena tenente Livraghi.4

Essi furono accusati di abuso di potere, di condanne ingiuste, di ricatti e di sequestri, di uccisioni e di sopressioni di individui e di intere bande, senz’alcuna formalità di legge, e di altri atti di efferrata barbarie, in cui avrebbero avuto per principale movente la ferocia ed il lucro personale.

Le vaghe accuse non risparmiarono neppure le persone dei Governatori e specialmente dei generali Baldissera ed Orero che si dissero gli inspiratori delle misure di ferocia usate contro gli indigeni.


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Queste notizie sollevarono un clamore infernale e gettarono sulla nostra colonia degli sprazzi di luce sanguigna.

Nel Parlamento e nel paese fu uno scoppio di indignazione contro le gravi rivelazioni che invano il Governo cercava di smentire o di alleviare intervenendo a difesa della verità e degli oltraggiati Comandanti Superiori.

Le discussioni si fecero più acerbe e violente e coinvolsero tutto il nostro indirizzo politico e coloniale. Le preoccupazioni collo Scioa, gli scandali della Colonia e l’acutizzarsi della quistione finanziaria, disponevano malamente gli animi; e non bastava il modesto programma bandito dal marchese Di Rudinì e la restrizione del bilancio coloniale intorno agli otto milioni per far tacere le opposizioni.

Non valse neppure a calmare l’opinione pubblica la notizia di un brillante combattimento sostenuto dalle nostre truppe vicino ai pozzi di Halat il 16 febbraio 1891, in cui il capitano Pinelli con 400 indigeni sconfisse un migliaia di abissini scesi a razziare, uccidendone duecento, oltre al Capo, e riprendendo loro gran parte del bestiame rapito.

Le discussioni continuarono e specialmente dai partiti estremi si bandì la crociata contro una Colonia che secondo loro costava tanto, che era così gravida di pericoli, che non dava alcun frutto ed anzi li dava così amari.

Per disarmare cotanta opposizione e per smorzare l’incendio che s’allargava sempre più, il Governo italiano, mentre deferiva i [p. 72 modifica]funzionari accusati al tribunale militare di Massaua, venne nella determinazione di sottoporre all’esame del Parlamento le vere condizioni materiali e morali della nostra Colonia, proponendo l’istituzione di una Commissione parlamentare che si recasse nell’Eritrea, ne facesse un esame ed uno studio diligente, ne constatasse gli utili ed i bisogni e la convenienze di conservarla o di abbandonarla, e portasse inoltre il suo alto giudizio sulle accuse varie mosse contro la sua amministrazione.

In pari tempo con provvido consiglio cambiò l’orientamento della politica africana, abbandonando ogni idea di ulteriori trattative con Menelik ed incaricando invece il generale Gandolfi di dare ascolto alle continue proposte di pace e di amicizia che venivano fatte da ras Mangascià.

L’istituzione della commissione fu approvata e furono eletti a farne parte i senatori Borgnini (Presidente) e Driquet, ed i deputati Martini (vice-presidente) Bianchi, Cambrai-Digny, L. Ferrari e Di San Giuliano.

Essa partì il 9 aprile 1891 e stette nell’Eritrea 55 giorni percorrendola in gran parte ed esaminandola e studiandola con somma cura e diligenza in tutti i suoi aspetti, cioè nel territorio, nella popolazione, nel clima, nei prodotti, nei commerci, nelle sue condizioni di sicurezza e difesa, nel suo ordinamento e nella sua amministrazione ed in tutto ciò che potesse interessare il suo sviluppo economico ed il suo avvenire.

Diligentissime e coscienziose furono pure [p. 73 modifica]indagini che fece la commissione relativamente alle gravi accuse divulgate intorno agli amministratori della Colonia.

Il duplice scopo della Commissione, mercè l’alta competenza de’ suoi membri, fu in breve completamente raggiunto, così che nel novembre 1891 poterono presentarsi al Parlamento un’accurata e coscienziosa relazione intorno alla colonia, ed un rapporto sul contegno dei funzionari governativi nella stessa.

Gli studi, le considerazioni ed i giudizi esposti nella relazione possono riassumersi così:

1.° Che la nostra Colonia per le sue condizioni di clima e di suolo lasciava la speranza di potere nell’avvenire servire di sfogo ad una parte dell’emigrazione italiana, e dare sufficiente utilità di commerci e di produttività agricola e pastorizia, così da consigliarne il mantenimento e non l’abbandono.

2.° Che i confini più utili più sicuri e meno dispendiosi verso l’Abissinia erano quelli del Mareb-Belesa-Muna, verso il Sudan e verso l’Egitto quelli segnati dai protocolli 24 marzo e 15 aprile 1891, richiudenti uno spazio di circa 85000 kmq.

3.° Che per ottenere i maggiori risultati possibili dalla Colonia era necessario promuovere le relazioni commerciali col Sudan, garantire la sicurezza, costrurre opere produttive e stradali, istituire un governo civile, garantire la libertà e la giustizia, fare esperimenti agricoli, regolare la proprietà fondiaria, e facilitarvi la costituzione di una società agricola composta di contadini italiani proprietari. [p. 74 modifica]

Il rapporto intorno ai funzionari coloniali ammise che i generali Baldissera e Orero nei momenti di grave pericolo per la Colonia avevano ordinato od autorizzato l’uccisione segreta il primo di otto ed il secondo di un solo individuo, perchè fomentavano il tradimento e la ribellione tra la popolazione. Di tutto ciò i Generali predetti avevano fatta esplicita dichiarazione alla Commissione ed assuntane l’intera responsabilità. Anzi Baldissera si chiamò responsabile anche dell’uccisione di altri due individui, perchè avendone egli ordinato l’arresto ad ogni costo, perdettero la vita colluttando nell’essere arrestati.

La Commissione constatò poi false tutte le voci di eccidi collettivi e di massacri di intere bande, essendole risultato dopo accurate indagini che era avvenuta soltanto l’uccisione di certo Ligg Gabbedon con pochi suoi seguaci, ma non dai nostri agenti, bensì dalle tribù assaortine tra cui eransi rifugiati; e che se qualche altro individuo di dette bande era stato ucciso nell’essere stato tradotto ai confini per lo sfratto, ciò era avvenuto perchè rifiutavasi di obbedire, o ribellavasi agli agenti od ai soldati.

Essa non escluse poi che in certi momenti di torbidi interni e per parte di agenti subalterni e di una polizia indigena ancora mal disciplinata e semibarbara potessero essere avvenuti alcuni altri casi isolati di uccisioni segrete e che si fossero talvolta usati dei maltrattamenti ai detenuti; ma di tali fatti, se erano avvenuti, nessuna responsabilità poteva risalire ai Comandanti superiori che gli ignoravano completamente. [p. 75 modifica]

La Commissione lasciò poi che il tribunale di Massaua indagasse circa le risultanze della revisione di un processo contro due ricchi indigeni, cioè il negoziante Mussa el Accad e Hamed Kantibai già capo degli Habab, sospettati vittima di calunnie, sull’uccisione di un altro ricco abissino detto Getehon, e su altre uccisioni e ricatti attribuiti a Cagnassi, a Livraghi ed ai loro dipendenti.

Pochi mesi dopo una coscienziosa sentenza di detto tribunale metteva in chiaro anche questi fatti e condannando alcuni malvagi agenti indigeni che erano stati gli artefici principali dei mali lamentati nell’amministrazione della Colonia, assolveva gli altri funzionari coloniali.5

Coi giudizi importanti ed autorevoli pronunciati dalla Commissione intorno all’utilità della nostra Colonia, e cogli altri responsi autorevoli e sereni da essa emessi sul contegno dei funzionari coloniali, appoggiati dal verdetto di un tribunale superiore ad ogni sospetto e presieduto da quell’integro ed eminente


[p. 76 modifica]ufficiale che era il colonnello Cesare Tarditi, l’attuale generale sottosegretario di Stato alla Guerra, l’opinione pubblica si calmò alquanto e si può dire che si calmò del tutto indi a poco quando venne a conoscere l’esito delle trattative intavolate con Mangascià.

Il figlio di re Giovanni che non aveva ancora rinunziato in cuor suo all’eredità del trono imperiale, e fremeva di rabbia per la sua forzata sottomissione a Menelik, aveva accolto con giubilo le amichevoli proposte fattegli del generale Gandolfi, e fu pronto con lui ad accordarsi per la stipulazione di un trattato di pace e d’amicizia che riconoscesse all’Italia il confine del Mareb-Belesa-Muna, e lo liberasse da quell’intruso odiato di Mesciascia Uorchiè governatore imperiale di Adua.

Questi accordi furono condotti dal dottor Nerazzini che era munito di lettere del nostro Re e del generale Gandolfi, e furono poi sanzionati da un solenne convegno che ebbe luogo sul Mareb il 6 Dicembre 1891 ed al quale convennero il Generale col suo seguito, e Mangascià coi ras Alula e Agos ed altri sottocapi, lasciando le truppe nei reciproci territori.

Quivi da ambe le parti fu prestato solenne giuramento di pace e d’amicizia accompagnato da dichiarazioni scritte firmate dal generale Gandolfi e da ras Mangascià6. [p. 77 modifica]

In seguito a queste pratiche il rappresentante di Menelik, mancatogli l’appoggio dell’Italia dovette lasciare la sua residenza di Adua e ritornarsene allo Scioa, rimanendo tutto il Tigrè oltre la linea del Mareb-Belesa-Muna sotto il dominio di Mangascià, che aveva ottenuto la sottomissione di Sebat dell’Agamè e degli altri sottocapi tigrini, e che si riteneva indipendente dal Negus.

Assicurate così le nostre relazioni ed i confini dell’Eritrea verso il Tigrè, pacificatala internamente e palesatene le vere condizioni al pubblico mediante la relazione ed il rapporto della Commissione d’inchiesta, il Gabinetto Di Rudinì, pressato dalla questione finanziaria, senza troppo preoccuparsi del dissidio col lontano Menelik e senza più oltre incontrare gravi opposizioni in Parlamento e nel paese, si diede ad attuare il suo programma di pace e di raccoglimento, riducendo più che fosse possibile le spese della Colonia e restringendone l’occupazione militare permanente quasi esclusivamente intorno al famoso triangolo Massaua Asmara e Keren, donde per mezzo di capi indigeni a noi sottomessi e devoti e di ufficiali italiani distaccati nelle principali località, detti Residenti, sostenuti da bande e da reparti sempre in moto, l’azione governativa si esplicava su tutto il territorio della Colonia.

Sui primi di gennaio del 1892 il generale Gandolfi cessava dalle funzioni di governatore civile e militare dell’Eritrea, e nel febbraio successivo gli succedeva il colonnello Oreste Baratieri iniziatore di una novella fase nella storia della nostra Colonia.


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Note

  1. Il regio decreto 2 gennaio 1890 stabiliva che a comporre il cosidetto Consiglio di governo concorressero tre consiglieri, cioè uno per l’interno, uno per le finanze e lavori pubblici, ed uno per l’agricoltura industria e commercio; ma questa distinzione, all’atto pratico, dovette modificarsi per difficoltà di uomini e di cose.
  2. Tra le bande principali istituite, oltre a quelle dell’Amasen, del Seraè e dell’Okulé-Kusai, sono da noverarsi quella dei Beni-Amer, dei Baria, degli Ad-Uád, degli Algheden e dei Sabderat. Fu inoltre promossa l’organizzazione militare nei Bazè posti tra il Mareb ed il Tacazzè e tra gli Agazi ed i Betgià situati lungo il Mareb.
  3. Vedasi il testo in appendice.
  4. Queste voci furono originate dalla revisione di un processo, nella quale appariva che il ricco negoziante egiziano Mussa el Accad e l’ex capo degli Habab Ahmed Kantibai già condannati come rei di tradimento alla pena di morte commutata in quella dei lavori forzati a vita, fossero stati vittima di calunnia per parte di agenti della polizia indigena.
    Cagnassi fu arrestato improvvisamente a Roma e tradotto a Massaua; Livraghi, spaventato, potè riparare in Svizzera, ma poco dopo fu anch’esso arrestato a Lugano donde ne fu ottenuta dai Governo l’estradizione.
  5. Livraghi da Lugano, forse concependo il basso sospetto che i Comandanti superiori rinnegassero la responsabilità di quanto poteva riguardarli, pubblicò a sua discolpa, un memoriale in cui, basandosi su dicerie raccolte nella Colonia, dichiarava che per opera degli uomini del nostro capo di fiducia Adam Agà sarebbero stati sopressi circa 800 individui appartenenti a bande disciolte, ed altri 50 sarebbero stati uccisi isolatamente. Di tanta ecatombe creata dall’esaltazione mentale di Livraghi, e da lui stesso poi smentita, la Commissione potè accertare che le uccisioni collettive non avvennero affatto, e che quelle isolate, anche comprendendo quelle non provate ma solamente sospette, potevano essere in tutto circa 12, od al più 15, ma certamente non più di 20. (Parole testuali della Commissione).
  6. Fu notato al convegno del Mareb il contegno fiero e dignitoso di ras Alula che si tratteneva in disparte e che poi nel giurare i patti dell’accordo dicesi si sia espresso in questo senso: sono servo fedele di ras Mangascià e perciò giuro di essere amico de’ suoi amici; — tradendo con tale giro di parole i suoi propositi tutt’altro che rassegnati contro coloro che lo avevano spogliato de suoi domini.