La Colonia Eritrea/Parte II/Capitolo XVI

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Capitolo XVI

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CAPITOLO XVI


Condizioni della Colonia dopo Amba Alagi — Concentrazione delle forze eritree in Adigrat — Baratieri ne assume il comando e Arimondi è mandato a Massaua — Il Parlamento vota 20 milioni per la rivincita e il Governo conferma la fiducia in Baratieri — Spedizioni di rinforzi — Incertezze del Governatore — Assedio di Makallè — Arrivo del Negus — Attacchi degli assedianti e gloriosa resistenza di Galliano — Dolorose condizioni dell’eroico presidio — Ammirazione e preoccupazioni — Liberazione.


La Colonia dopo la giornata del 7 dicembre venne a trovarsi nelle seguenti gravi condizioni:

tutto il Tigrè, salvo Makallè, occupato dal battaglione Galliano, e l’Agamè, ove intorno ad Adigrat concentravasi la forza coloniale, e compresa la stessa Adua donde era stato richiamato il battaglione Ameglio, abbandonato in potere dei ribelli e del nemico avanzante, cui s’affrettavano a recare omaggio gli stessi capi civili e religiosi che due mesi prima si inchinavano a Baratieri;

la banda di sceich Thala squagliatasi verso l’Aussa, portando altrove la notizia della sconfitta italiana; Sebath ed Agos Tafari ancora fedeli, ma sfiduciati, per essersi veduti svanire quei domini che loro erano stati promessi;

nei dintorni di Adigrat, riuniti in fretta [p. 169 modifica]e furia, poco più di 6000 fucili tra regolari e bande, e poco più di altri 3000 di reparti ancora in formazione al di qua del Mareb, compresa la milizia mobile;

poche derrate ed altri materiali raccolti in Adigrat, quadrupedi insufficienti per organizzare un buon servizio di trasporti, carovane di donne e di feriti in ritirata, il Governatore non ancora sul luogo della difesa.

Inoltre il presidio avanzato di Makallè, mentre lasciava poche speranze di poter resistere alla fiumana nemica, destava inquietudini sulla sua sorte.

Il Governatore che il giorno del combattimento era ancora a Barachit, cioè ad oltre 200 km più indietro, riversò la responsabilità di questa catastrofe unicamente sul generale Arimondi incolpandolo di non essersi attenuto a quelle direttive dategli nell’affidargli il comando del Tigrè, colle quali si stabiliva in Adigrat il perno di difesa della Colonia, coll’obbligo di ritirarvisi all’incalzare di preponderanti forze nemiche. Attribuì pure a lui la responsabilità di quegli equivoci nella trasmissioni degli ordini che ebbero sì tristi effetti sulle sorti della giornata; e si lagnò acerbamente perchè mantenne l’occupazione di Makallè contrariamente alle direttive suddette, ritenendola una inutile e pericolosa dispersione di forze.

La tensione dei rapporti tra i due Generali giunse a tale che Arimondi fu allontanato dal luogo dell’azione e destinato a Massaua coll’incarico secondario di preparare e ricevere i rinforzi indigeni e italiani. [p. 170 modifica]

Ma le acerbe censure ed i bistrattamenti inflitti al generale Arimondi intorno al fatto di Amba Alagi, mentre furono generalmente ritenuti esagerati e sconvenienti, e da molti anche riconosciuti senza fondamento, non poterono neppure scusare la condotta del Governatore.

Infatto pure supponendo che Arimondi, lasciato solo nel Tigrè con pochi mezzi e con molta responsabilità, e sempre ostacolato e paralizzato ne’ suoi intendimenti e nelle sue iniziative dal superiore lontano, abbia incorso in alcuno degli errori che influirono sul predetto fatto d’armi, il suo errore sarebbe stato certamente evitato se il Governatore che doveva conoscere le gravi condizioni della Colonia, che riceveva tutte le informazioni, che era in continua corrispondenza col Governo, coll’Arimondi stesso, coi presidii e coi Residenti vicini e lontani, e che dirigeva tutte le file della politica, come voleva dirigere anche tutte le mosse militari, invece di rimanere inerte a Massaua fino al 3 dicembre, cioè fino a 4 giorni prima del fatto d’armi, colle forze coloniali sul piede di pace, colla milizia mobile in congedo e coi pochi battaglioni disponibili sparpagliati su tutta la vasta Colonia, si fosse trovato al suo posto là verso la frontiera, ove premeva il pericolo, ed ove urgeva il bisogno della difesa.

Prima di accogliere tutte le accuse che Baratieri, sia nella relazione sull’avvenimento di Amba-Alagi, sia nel suo libro di memorie rivolge contro Arimondi bisogna poi pensare che il [p. 171 modifica]modesto eroe di Agordat non ebbe nè agio ne tempo di difendersene, avendo indi a poco lasciata la vita gloriosamente sul Raio.

E così pure bisogna respingere le fantasticherie di taluni che attribuirebbero la causa dell’eccidio all’eccessivo desiderio che aveva Toselli di affrontare da solo una battaglia sperandone la gloria; asserendo che egli abbia voluto soffermarsi sotto l’Amba mentre aveva ordine di abbandonarla, ripiegando.

Tale asserzione, oltre che dai superstiti di quella infelice e gloriosa giornata, fu specialmente smentita dal fatto che più volte durante il combattimento il tenente aiutante maggiore Bodrero fu mandato da Toselli ansioso e speranzoso ad osservare se arrivavano quei rinforzi la cui promessa non revocata lo aveva confortato alla resistenza.

E se non bastasse ciò, la condotta dell’eroico Toselli sarebbe anche giustificata dal plebiscito d’affetto e di venerazione che il suo nome e la sua memoria hanno lasciato tanto nella Colonia quanto nella nostra Italia.

Qui la notizia della sconfitta cagionò una dolorosissima sorpresa.

Era tanto tempo che si parlava di Scioani alla frontiera e che non succedeva mai nulla, che l’Italia si era abituata a ritenere tale notizia un passatempo giornaliero senza conseguenze. D’altra parte tanto il Governo quanto il Paese nutrivano una tale fiducia in Baratieri, allora l’uomo più popolare d’Italia, che non avrebbero neppur sognato l’imminenza di una catastrofe. [p. 172 modifica]

Ma appena questa venne annunciata, fu uno scoppio unanime di dolore cui fecero eco le parole di ammirazione per le eroiche vittime. Sorsero poi le censure e le critiche che furono vivissime tanto contro il Governo quanto contro Baratieri. Malgrado però il dolore e le critiche che accendevano gli animi, l’Italia sentì degnamente la sventura e vi prevalsero i propositi virili.

Non solo fu conservata la fiducia al Governo, ma questi la conservò a sua volta in Baratieri.

Nella tornata del 19 dicembre, essendosi il Crispi rimesso da un’indisposizione che lo aveva tenuto obbligato al letto, potè presentare alla Camera un disegno di legge con cui chiedeva un credito di 20 milioni per riconquistare le posizioni perdute e ripiantarvi la bandiera italiana, dichiarando nella relazione annessa che gli ultimi telegrammi del Governatore affermavano per ciò sufficiente la forza di 6000 uomini.

Il credito passò a grande maggioranza e tanto più facilmente perchè fu ritenuto un ben lieve sacrificio per una impresa di tale importanza.

Si vede dalla predetta affermazione come il generale Baratieri, malgrado la terribile lezione ricevuta, non si fosse ancora formato un concetto della guerra in cui si era impegnata la Colonia.

Già fin dal primo dispaccio con cui il 9 dicembre annunciava al Governo la battaglia del 7, conchiudeva nebulosamente esprimendosi:

«parrebbemi utile preparare invio di rinforzi:» Ed avendolo invece il Governo [p. 173 modifica]invitato a fare delle proposte concrete dimostrandosi pronto a secondarle, risponde con successivo dispaccio:

«non posso deterniinare quante e quali forze occorrono, non conoscendo intenzione invasore cui forze possono arrivare anche a 40,000 fucili con bande. Frattanto cominci invio qualche battaglione, paio batterie da montagne e munizioni fanteria, artiglieria»

Questi due telegrammi di Baratieri dimostrano come l’invasione scioana lo abbia sorpreso, scombussolato e trovato impreparato a qualsiasi piano di difesa. Sebbene però le sue sconclusionate proposte più che rischiarare mettessero in imbarazzo il Governo, tuttavia questi fu sollecito a spedire in Africa 14 battaglioni, 5 batterie con molti quadrupedi materiali e munizioni, che poterono imbarcarsi prima della fine di dicembre ed arrivare nella prima decade di gennaio a Massaua, donde per cura del generale Arimondi prima, e del generale Lamberti poi, furono diretti all’altipiano.

Ma frattanto l’invasione scioana fatta miminacciosa e baldanzosa dopo il trionfo di Amba-Alagi si riversava contro il forte di Makallè ove il battaglione Galliano si apprestava ad una disperata difesa.

Makallè è la capitale dell’Enderta, provincia orientale del Tigrè ed una delle più belle, ricche e popolose dell’Etiopia. Giace a 2470 m. sul livello del mare in una conca pittoresca cosparsa di borgate e villaggi d’aspetto quasi civile, colle case quasi tutte in muratura e circondata di verdi praterie, di [p. 174 modifica]pascoli e di campi di una vegetazione prodigiosa.

Quivi aveva scelto in ultimo la sua residenza il negus Giovanni padre di Mangascià, e per lui Giacomo Naretti l’intelligente ed ottimo italiano che fu ricompensato più tardi della sua affezione per il Negus collo sfratto, aveva disegnato e costruito un castello che è uno dei migliori edifici dell’Abissinia.

A circa 1 Km. a sud di Makallè ove la conca si restringe per riaprirsi di nuovo nello sbocco della via principale di Scelicot sorge un’altura detta di Enda Iesus sul cui pendio sta pure il villaggio dello stesso nome.

Su quell’altura, ed intorno ad una vecchia ridotta già esistente il maggiore Toselli aveva costrutto il cosidetto forte di Enda Iesus, composto della ridotta suddetta con 300 m. di circuito e di una cinta esterna 10 m. più bassa, dello sviluppo di circa 700 m. che permettevano così due ordini di fuochi.

Sovra un’altura a nord est del forte di Enda Iesus e ad una distanza di circa 800 m. era stato costruito un altro piccolo ridotto per guardare il fianco della posizione.

Se non che queste due opere di fortificazione, oltre ad essere ancora incompiute, non avevano neppure tutti i requisiti necessari per essere atte ad una lunga difesa, mancando in esse uno degli alimenti più importanti cioè l’acqua, la quale doveva attingersi a due sorgenti esterne scaturenti fra i burroni ad est e a sud del forte, non battute da’ suoi fuochi perchè protette dall’angolo morto di tiro e di facile e [p. 175 modifica]coperto accesso pei nemici tra le ondulazioni e insenature circostanti.

Galliano s’apparecchiò a ricevere il nemico animato dai propositi della più fiera resistenza e cominciò subito a sistemare le difese accessorie ancora incompiute collocando mine, piantando reticolati e palafitte all’intorno, costruendo banchine per l’artiglieria e sgombrando all’intorno il campo di tiro colla distruzione di baracche, piante ed altre vegetazioni, scavando cisterne, erigendo forni e cucine, e raccogliendo nel forte la maggior quantità possibile di vettovaglie. Il personale da lui dipendente lo assecondava con mirabile slancio, e col più elevato sentimento militare, cooperando tutti a preparare una difesa che ebbe poi del leggendario.

Già fin dall’8 dicembre cominciarono a scorazzare intorno al forte degli stormi di cavalleria galla che guastarono le comunicazioni telegrafiche, e tutti i giorni successsivi i nostri avamposti segnalarono degli stormi di nemici sfilanti in lontananza. Erano le prime pattuglie dell’esercito scioano che s’avanzava lentamente verso Scelicot.

Frattanto Maconnen, seguendo l’uso abissinio, forse per tener a bada Baratieri fino all’arrivo dei rinforzi del Negus, e forse anche perchè, impressionato dalle gravi perdite subite ad Amba Alagi, nutriva dei seri timori per l’esito della campagna, il 12 dicembre aveva scritto una lettera al Governatore facendo proposte di pace e chiedendo nuovamente un messo di fiducia per trattarla.

Il tenore di questa proposta era però sempre [p. 176 modifica]lo stesso: sgombro del Tigrè, abolizione del protettorato italiano sull’Etiopia e concessioni sibilline provvisorie di territori anche a sud del Mareb-Belesa-Muna.

Se non che il Governo in quel momento e dopo la recente sconfitta delle armi italiane aveva tutt’altra volontà che di venire agli accordi; anzi si disponeva a chiedere i mezzi al Parlamento per continuare la guerra e respingere il nemico al di là dell’Amba fatale, che voleva inclusa ne’ suoi confini.

Così le pratiche iniziate da Maconnen si risolsero in uno scambio di messi, lettere e cortesie tra lui e Galliano, tirate in lungo da una parte e dall’altra perchè il temporeggiare riusciva proficuo ad entrambi, ma che alla fine non approdarono a nulla.

Intermediario in queste trattative tra il campo italiano e quello scioano fu il tenente Umberto Partini, il quale si recò più volte presso Maconnen, vi fu accolto bene, potè visitare il tenente Scala prigioniero, pranzare con lui, e dormire nella sua tenda. In seguito a concessione di Galliano, vi andò poi anche il dottor Mozzetti per curarvi ras Mangascià Atichim caduto da cavallo.

Le inutili trattative e cortesie tra i due campi terminarono come ad Amba Alagi colle intimazioni violente del Ras, che chiedeva imperiosamente un ulteriore invio di Partini al campo; e con una fiera e dignitosa risposta di Galliano che vi si rifiutò. Quindi si ricorse alle armi.

Verso le ore 10 del 7 gennaio, un mese [p. 177 modifica]preciso dopo la battaglia di Amba Alagi, una fiumana immensa di gente venne a riversarsi nella pianura a sud del forte, e poco dopo si vide sorgere un vastissimo accampamento al cui centro una grande tenda rossa annunziava finalmente avverata la venuta del Negus.

Circa mezz’ora dopo cominciarono a slanciarsi verso il villaggio di Enda Jesus a sud del forte, numerosi gruppi di nemici, attaccandovi violentemente la nostra gran guardia; e poco appresso altre masse nemiche, salite sulle alture ad est, mossero ad attaccare la ridotta staccata, ove stavano due buluch di indigeni comandati da un jus basci. Dopo un vivacissimo combattimento, la gran guardia fu costretta a ritirarsi, e i nostri indigeni dovettero abbandonare la ridotta facendola però prima saltare con una mina, unitamente a molti scioani già penetrativi.

Più tardi la stessa gran guardia e gli stessi indigeni protetti efficacemente dalle artiglierie del forte riuscirono a riconquistare il villaggio e la ridotta, ma l’uno e l’altra malgrado gli sforzi disperati dei nostri, tornarono ancora in potere degli scioani.

Verso le ore 16 circa si pronunciò completo l’aggiramento sul fianco sinistro, dove essendo perduta la ridotta, il nemico numerosissimo mosse ad occupare tutte le alture sud-est, est, e nord-est, cominciando un vivissimo fuoco di fucileria ed avvicinandosi audacemente fino all’angolo morto dell’acqua, mentre la sua artiglieria ben piazzata a circa 1500 m. dal forte produceva in esso dei danni e delle perdite. [p. 178 modifica]

Di fronte ad un attacco così poderoso ed audace, in cui per la prima volta gli Abissini disponevano egregiamente di artiglierie e di armi moderne perfezionate, i pochi difensori di Enda Jesus opposero una mirabile resistenza; le deboli cinte del forte divennero inespugnabili, per l’invitto eroismo dei nostri ufficiali e soldati, che con brevi aggiustate scariche di fucileria e di artiglieria, sgominavano il campo nemico, seminandolo di cadaveri. Il combattimento violentissimo ed accanito durò fino all’imbrunire, ed alla sera il nemico fu costretto a ritirarsi. Così terminava la giornata del 7 gennaio.

Il giorno 8 fu più triste ma non meno glorioso per le nostre armi. Dalle alture sud-est, est, e nord-est rincomincia di buon mattino l’assalto degli Scioani, che hanno costruito trincee e piazzate con riparo le loro numerose artiglierie; viene riattaccato anche il fronte sud del forte con artiglierie a tiro rapido che ne tempestano di proiettili l’interno devastando le opere, infliggendo perdite, e minacciando di far saltare la polveriera, che vien tosto sgombrata. I difensori resistono strenuamente trattenendo per tutta la giornata con tiri micidiali il nemico attaccante; ma la nostra artiglieria è inefficace contro la migliore e più numerosa degli scioani, e le condizioni del terreno permettono che le due sorgenti dell’acqua sieno occupate da grosse frotte nemiche che, coperte dagli angoli morti di tiro, non si possono più respingere.

Da questo momento, malgrado gli eroici [p. 179 modifica]sforzi dei difensori si può dire che la sorte del forte è decisa; la poca riserva dell’acqua raccolta nella cisterna può garantire per pochi giorni la vita, perciò viene distribuita con una parsimonia rigorosissima; ma tutto questo non scema la fiducia di Galliano e de’ suoi prodi, nè affievolisce la loro resistenza.

Altro attacco poderoso viene fatto contro il forte il giorno 9; ed altri 5 attacchi notturni avvengono nella notte dal 9 al 10; ed il nemico è sempre respinto con gravissime perdite.

La giornata del 10 passò in relativa calma e Galliano ne approfittò per tentare la riconquista dell’acqua, ma il tentativo diretto dal tenente Raimondo, andò fallito e vi si dovette rinunziare definitivamente.

Nella notte dal 10 all’11 Menelik fece avvicinare di nascosto molti gruppi di nemici al forte affinchè tentassero di prenderlo per sorpresa. Galliano li lasciò avvicinare facendo le viste di non accorgersene; poi quando il mattino dell’11 con un’assalto vigorosissimo sostenuto dalla loro artiglieria, essi si lanciarono alla scalata del forte, l’imperterrito maggiore li fece accogliere dai difensori con tali scariche di fucileria che furono costretti dopo ripetuti attacchi a ritirarsi, lasciando il terreno coperto di cadaveri. Ma anche dalla parte degli assediati questa giornata fu terribile pei guasti del forte e per le perdite subite. Dopo questa giornata che per gli Abissini fu un vero disastro, Menelik rinunciò ad altri attacchi aspettando che il presidio si arrendesse per sete. [p. 180 modifica]

Ed invero le sue condizioni s’erano fatte assai gravi. Benchè fin dal principio fossero stati cacciati dal forte, quasi tutti i quadrupedi per risparmio d’acqua, questa cominciava a mancare, e tutti i tentativi fatti nell’interno per trovarne erano andati falliti; le artiglierie avevano subito gravi danni, le opere di difesa erano deteriorate; tra morti e feriti erano diminuiti di un centinaio i difensori; all’infermeria giacevano altri 130 feriti reduci da Amba Alagi; cominciavano a scarseggiare le vettovaglie e le munizioni, ed il nemico ingrossava sempre più per l’arrivo del Re del Goggiam e di altri capi abissini, che facevano elevare l’esercito scioano a più di 100,000 uomini.

In queste tristissime condizioni del presidio di Makallè, Baratieri avrebbe voluto accorrere a liberarlo come era nei voti e nei desideri delle truppe e del Governo, come anelava l’opinione pubblica estremamente commossa dalla sorti di quel battaglione e del suo capo, divenuto l’eroe più popolare della guerra d’Africa; ma non ebbe forza sufficiente per tentare una tale operazione.

Tuttavia, per trovarsi a portata di un colpo di mano e pronto a sostenere un tentativo d’uscita di Galliano dal forte, l’11 gennaio, subito dopo l’arrivo in Adigrat dei primi battaglioni spediti dall’Italia, dispose perchè gli indigeni, affidati al comando del colonnello Albertone, e forti di circa 8000 fucili, avanzassero fino ad Adagamus ad una tappa da Adigrat, spingendo le bande fino a Mai Meghelta a 15 km. più a sud. Malgrado però tale [p. 181 modifica]spostamento in avanti che fu ritenuto con gioia il primo passo alla liberazione di Makallè, Baratieri fu costretto a rinunziare all’impresa e a confessare la sua impotenza; la quale non poteva rimediarsi neppure coi nuovi rinforzi giunti dall’Italia, in seguito ai quali il 16 gennaio Baratieri aveva intorno a se 6000 bianchi e 10300 indigeni, ed il 19 circa 8000 bianchi e 10878 indigeni con 34 cannoni.

A levare tale spina dal cuore dell’Italia occorreva in quest’occasione l’opera preziosa del cav. Felter, già sfrattato da Maconnen dall’Harrar e da lui richiesto nelle sue proposte di pace fatte prima di arrivare ad Amba Alagi.

Felter approfittando di tale richiesta si recò al campo scioano e gli fu facile di indurre il Ras ed il Negus che erano impressionatissimi della resistenza del forte e preferivano impadronirsene senza nuovi spargimenti di sangue, a consentire l’uscita libera del presidio coll’onore delle armi e con facoltà di ritirarsi coi materiali, colle donne e coi feriti presso il campo italiano in Adagamus.

I patti che accompagnarono tale liberazione non poterono essere per quel presidio più onorevoli, e sono tutte fandonie le voci corse di riscatto a denaro, come pure quelle di impegni presi sulla parola d’onore da Galliano di non combattere più col suo battaglione durante la campagna.

L’affermazione autorevolissima di un ufficiale superstite di quel leggendario battaglione, il tenente Raimondo che ebbe parte importante così nella strenua difesa, come negli [p. 182 modifica]incombenti dell’evacuazione del forte, constata che l’unica somma spesa dall’Italia in tale occasione fu di circa 9000 talleri per l’acquisto di 250 quadrupedi e pel noleggio di altrettanti occorrenti allo sgombro dei materiali e dei feriti, dopo che i muli del forte erano stati cacciati per la penuria d’acqua. L’onore immacolato di Galliano esclude l’altro impegno.

Sembra piuttosto che tra i patti della predetta liberazione vi fosse l’impegno reciproco di riaprire delle trattative di pace, e queste poi vennero, ma su tali basi, che come si vedrà, doveva essere impossibile ogni accordo.

In seguito agli accordi convenuti il 21 gennaio 1896 la bandiera italiana così strenuamente difesa veniva ammainata dal forte, ed alle ore 16 del giorno successivo, cominciava l’uscita delle truppe, del materiale e dei feriti.

In coda all’eroico battaglione seguì, ultimo uscito, il tenente colonnello (promosso tale durante l’assedio per merito di guerra) Giuseppe Galliano salutato dagli scioani cogli onori militari, ed oggetto dell’universale ammirazione.

Alla sera stessa il liberato presidio di Makallè si attendava nel campo di ras Maconnen, al quale era stato affidato l’incarico di regolare ed assicurare il suo viaggio per Adigrat.

L’assedio e la difesa di Makallè costarono alla nostra truppa 30 morti e 70 feriti indigeni fra cui nessun ufficiale; al nemico secondo i calcoli più modesti non meno di 2000 uomini tra morti e feriti.




Note