La Colonia Eritrea/Parte II/Capitolo XVII

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Capitolo XVII

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CAPITOLO XVII.


Conseguenze dell’abbandono di Makallè — La posizione di Adagamus — Vicende del battaglione Galliano — Il Negus se ne serve per mascherare e coprire una marcia strategica su Ausen e quindi lo libera trattenendo alcuni ostaggi — Inerzia di Baratieri — Il Negus verso Gandapta — Baratieri è costretto ad abbandonare Adagamus ed a fronteggiare verso Adua — Spostamenti strategici — Il Negus nella conca di Gandapta e Baratieri nell’Entisciò e a Saurià — Difficoltà logistiche italiane — Defezione di ras Sebath e Agos Tafari — Fatti di Seetà e Alequà — Le retrovie minacciate — Vicende dell’Intendenza — La nuova linea di rifornimento per Mai Maret-Debra-Damo — Stevani, Valli e Oddone mandati contro i ribelli — Assotigliamento e difficoltà del corpo d’operazione italiano — Predisposizioni di ritirata del 23 febbraio — Ras Gabeiù al Mareb — Critiche condizioni di Baratieri — Rinunzia alla ritirata e fa una dimostrazione offensiva verso Adua — Gli abissini intorno ad Adua — Stevani e Valli rientrano a Saurià — Il reggimento di Boccard a Mai Maret — Grandi rinforzi in viaggio — Il Generale Baldissera.


L’abbandono del forte di Makallè, quantunque avvenuto in quel modo e dopo una tale resistenza, lasciasse più che mai viva ed intatta la gloria di quel nucleo di prodi che lo avevano difeso e dell’eroico loro comandante, costituiva tuttavia un secondo insucesso militare dopo quello di Amba-Alagi e politicamente veniva a distruggere fin le ultime speranze sul mantenimento del Tigrè.

In Italia però la notizia fu accolta con giubilo, perchè le sorti di quel battaglione avevano commosso in alto grado l’opinione [p. 184 modifica]pubblica, e perchè si sperò che Baratieri reso ormai libero da ogni preoccupazione, potesse attendere con maggior fortuna alle sorti della campagna.

Ma pur troppo tali speranze erano vane. Baratieri doveva rimanere inchiodato alla sua posizione difensiva, paralizzato ed inerte; e Menelik si preparava a fargli un brutto giuoco.

Le nostre truppe forti di circa 20,000 uomini tra bianchi e indigeni e con circa 40 cannoni, accampavano quasi tutte intorno alla formidabile posizione di Adagamus ed avevano spinti avamposti all’intorno fin oltre a Mai Meghelta.

La posizione di Adagamus sbarra e domina come un’immensa muraglia trasversale la strada proveniente da Makallè, ed appoggiandosi a destra all’inaccessibile Amba Guructo ed a sinistra agli impraticabili dirupi che scendono alla costa, riesce inespusgnabile.

Ma era difficile che gli Abissini venissero a dar di cozzo contro tale baluardo.

Essi che erano bene informati delle mosse e delle posizioni dei nostri, mentre tenevano a bada Baratieri verso sud, colla promessa dell’arrivo del battaglione Galliano, violando i patti giurati a Makallè, differirono la sua liberazione, e se ne servirono per mascherare e coprire un loro movimento strategico, pericolosissimo.

Il 24 gennaio il Negus fece avanzare la sua avanguardia con in mezzo il battaglione Galliano in direzione di Adagamus e fin presso a Dongolò; ma intanto che ciò serviva di [p. 185 modifica]finta e tratteneva a bada il duce italiano nel davanti, fece deviare il grosso dell’esercito dirigendolo a nord ovest verso Ausen per le valli del Mai Dongolò e del Selek, obbligando poi l’avanguardia ed il predetto battaglione a retrocedere ed a secondare il movimento del grosso, coprendone il fianco destro contro la posizione di Adagamus, che veniva così tagliata fuori ed aggirata.

La sfilata dell’esercito scioano su Ausen eseguita con tanta astuzia, e con tanta malafede verso i reduci di Makallè, fu un movimento strategico riuscito. E sebbene esso fosse pericoloso, perchè effettuato traversando regioni dominate dai contrafforti meridionali di Adagamus, di Amba Guructo e di Amba Sion ed a soli 35 Km. dal nostro corpo d’operazione, Baratieri non seppe o non potè approfittarne.

Il suo contegno in questa circostanza gli fruttò le critiche di molti; e si suppose perfino da taluni che egli si sia astenuto da qualsiasi mossa offensiva, per patto giurato inerente alla liberazione del battaglione Galliano, o per riguardi alla sua incolumità.

Escluse queste supposizioni che sono inattendibili per la conoscenza ormai completa dei patti predetti, e per l’imperiosa e suprema necessità di non compromettere le sorti di un intero esercito per riguardo ad un solo battaglione, resta il fatto che molto probabilmente, se Baratieri, scendendo in tempo per la valle del Selek, avesse attaccato il fianco del nemico durante la sua marcia diffìcile e disordinata e ingombra di donne di salmerie e di [p. 186 modifica]bagagli, per la bassa ed incassata strada verso Ausen, avrebbe potuto ottenerne un certo successo.

Baratieri si scusa della sua inerzia adducendo le difficoltà del terreno, dei mezzi logistici e l’impreparazione della brigata Da Bormida, di fresco costituita; ma queste scuse non hanno sradicato l’opinione generale che in tale circostanza egli abbia commesso un grave errore.

Menelik, giunto ad Ausen, il 30 gennaio liberò il battaglione Galliano che fece accompagnare al campo italiano da numerosa scorta; in tale occasione richiese pure l’apertura delle trattative di pace, e forse per imporle trattenne in ostaggio 9 ufficiali ed un sergente del battaglione liberato.

Intanto però che con questa nuova astuzia teneva ancor fermo Baratieri ad aspettare in Adagamus i prigionieri, il Negus eseguì un’altro abilissimo spostamento verso la conca di Gandapta, tra Adua e Adigrat, ove arrivava ai primi di febbraio e donde poteva minacciare l’invasione tanto del Seraè quanto dell’Okulè-Kusai a tergo del corpo d’operazione italiano.

Compiuto questo movimento che costituiva una vittoria strategica abissina, Menelik liberò gli ostaggi italiani, che una parte dei Ras, irritati pel ritardo del chiesto messo di pace italiano, volevano fucilati, e che, a quanto dicesi, furono cavallerescamente difesi da ras Alula; e rinnovò le proposte di pace alle quali però l’Italia non si sapeva piegare, preferendo correre le sorti della guerra.

Per rimediare al riuscito aggiramento [p. 187 modifica]scioano Baratieri, che in Adagamus trovavasi ormai in posizione non solo inutile, ma anche pericolosa, avendo il nemico sul fianco destro e minacciante alle spalle, dovette pensare a spostare il suo corpo d’operazione facendolo ripiegare alquanto e quindi disponendolo, con un grande cambiamento di fronte da sud a ovest, in direzione di Adua.

Questo spostamento fu cominciato il giorno 1.° febbraio, appena avuto certezza per mezzo dei prigionieri liberati, del movimento scioano, e durò fino al giorno 3, in cui il corpo di operazione italiano accampò nella posizione di Mai Gabetà a circa 25 Km. ad ovest di Adigrat, colla sinistra appoggiata al gran monte Augher e colla destra ai burroni che precipitano al Belesa.

Malgrado lo sconvolgimento generale prodotto da un tale cambiamento di fronte, il movimento, tenuto conto delle gravi difficoltà del terreno, dei trasporti e dei mezzi di vettovagliamento, riuscì abbastanza ordinato ed efficace; e probabilmente riuscì a paralizzare le intenzioni del Negus che dalla conca di Gandapta si affacciava col suo esercito verso le posizioni di Saurià minacciando le vie del Belesa.

Le truppe ordinate in tre brigate agli ordini dei generali Albertone (indigeni), Arimondi (1.a Brigata) e Da Bormida (2.a) con due reggimenti ed altri reparti in riserva, occuparono una posizione difensiva eccellente, e le bande schierate sui fianchi ed in avanti si erano spinte fino all’Entisciò. [p. 188 modifica]

Per mantenere il contatto col nemico che faceva spesse apparizioni e spostamenti in avanti ed in varie direzioni, Baratieri il 7 febbraio fece fare al corpo d’operazione un altro sbalzo in avanti, recandosi ad occupare le posizioni di Tucuz nell’Entisciò e spingendo le bande fino a Zalà, donde si erano già ritirate le ricognizioni nemiche.

Un altro spostamento più avanti e per gli stessi motivi fu fatto il giorno 13, in cui le truppe italiane andarono ad occupare le storiche alture di Saurià, abbandonate dalle orde scioane.

Il cambiamento di fronte eseguito da Baratieri fu imposto dalla necessità impellente di coprire Adigrat sede avanzata di tutti i rifornimenti, di salvare le retrovie e di fronteggiare il nemico nelle sue nuove posizioni; però molti competenti ritengono che, date le condizioni del corpo d’operazione e le difficoltà sempre crescenti tra cui si dibatteva per la deficienza di trasporti e di tutti i mezzi logistici, i successivi sbalzi in avanti fino a Saurià siano stati un errore, e che, sarebbe invece stato più opportuno, militarmente parlando, di proteggere lo sgombro e l’abbandono di Adigrat, e quindi ripiegare con tutto il corpo d’operazione verso una posizione più arretrata e centrale, cioè verso Gura, donde con maggior numero di truppe e con minori difficoltà di vettovagliamento, appoggiandosi ai forti dell’Okulè-Kusai e del Seraè ed alla dorsale dell’altipiano, si avrebbe potuto fare un’efficace difesa. [p. 189 modifica]

Ma questo ripiegamento che il Baratieri stesso dopo la catastrofe ammise come il più conveniente, e che Menelik temeva perchè gli avrebbe fatto perdere chi sa quant’altro tempo senza concludere nulla e con molta probabilità di essere sconfitto se attaccava, fu sconsigliato dalle ragioni politiche.

L’abbandonare anche l’Agamè nelle mani del nemico, ed il ritirarsi senza combattere entro i vecchi confini della Colonia, dopo aver subito due sconfitte, sembrò troppo ostico ad eseguirsi. Si temè che tale ripiegamento potesse influire sinistramente nell’animo delle truppe e sfiduciarle, si pensò all’effetto che avrebbe prodotto in Italia e tra le popolazioni indigene e si fini per sacrificare all’opportunità politica quella militare.

Nel mentre i due eserciti avversari si schermivano con queste mosse strategiche, eccitandosi a vicenda ad un attacco che desideravano entrambi ma che nessuno osava imprendere pel primo, per strano contrasto di intendimenti e di eventi, e senza che forse la minima sincerità regnasse fra le due parti, erano state riaperte le trattative di pace.

Si dice che gli Abissini fanno la guerra coll’ulivo della pace in mano; e tale detto non potrebbe essere meglio comprovato che in tutto lo svolgersi della campagna italo-scioana.

Dopo la partenza dallo Scioa per fare la pace, furono mandate da Ascianghi le lettere per la pace; di pace si parlò con Toselli; la pace fu proposta a Galliano, e le proposte di [p. 190 modifica]pace accompagnarono qualsiasi movimento abissino. I frutti delle prime proposte si videro ad Amba Alagi ed a Makallè; quelli di quest’ultime pratiche si vedranno a Adua.

Dopo le proposte fatte pervenire con Felter, coi prigionieri e cogli ostaggi, ne giunse un’altra ancora per mezzo di un messo di Makonnen al campo di Mai Gabetà il 6 febbraio, chiedendo un convegno con Baratieri.

Ma il Governo fin dal 28 gennaio aveva telegrafato a Baratieri che l’Italia prima di aver ottenuta una vittoria non poteva trattar seriamente la pace, ed in questa sua opinione era pure il Governatore e bisogna pur dire anche la gran maggioranza della Nazione.

Perciò Baratieri non credette opportuno di aderire al convegno personale richiestogli, e si limitò a delegarvi il maggiore Salsa sottocapo di stato maggiore.

Le condizioni proposte dal Negus contenevano sempre l’abolizione del protettorato ed il ritorno ai confini già segnati col trattato di Uccialli.

Le controproposte invece, che in seguito ad istruzione del Governo, Salsa presentò al Negus furono pel mantenimento del protettorato e per la cessione all’Italia di tutti i territori ove aveva sventolato la sua bandiera.

Era impossibile intendersi; e perciò il 13 febbraio le trattative s’interruppero nuovamente. Fallita ormai ogni speranza di accomodamento con Menelik, e svanita anche quella della defezione o ribellione di Maconnen e degli altri capi abissini i quali invece si stringevano ognor [p. 191 modifica]più intorno all’Imperatore, paralizzato il movimento dancalo, riuscita completamente inutile l’intromissione e l’opera di un giovane cugino di Menelik e figlio di ras Darghiè, certo principe Gubsa che dalla Svizzera per mezzo dell’ing. Ilg fu fatto accompagnare al campo di Adigrat a disposizione del Governatore, non rimase più all’Italia che di dare un grande impulso alla guerra; la quale verso la metà di febbraio assumeva delle proporzioni gigantesche.

Oltre ai grandi rinforzi già arruolati nell’Eritrea e spediti dall’Italia, in seguito ai quali erano già raccolte intorno a Saurià quattro brigate che il 13 febbraio sommavano a 10620 bianchi e 10083 indigeni con 50 pezzi e 535 ufficiali, e nel complesso della colonia circa 30000 uomini, il Governo preparava la spedizione di altre due complete divisioni di truppe bianche, che avrebbero portato la forza coloniale a circa 50000 uomini, 80 cannoni e più di 10000 quadrupedi.

Per facilitare la riuscita delle operazioni guerresche nel Tigrè e più specialmente per ottenere un forte contraccolpo nell’animo di Maconnen, preoccupatissimo del suo dominio d’Harrar, il Governo ed il Governatore avevano fin dal dicembre progettato una diversione militare in tale regione servendosi del porto di Zeila; ma sebbene sulle prime l’Inghilterra non si fosse dimostrata contraria a consentire il passaggio per quel porto, in seguito a successive rimostranze della Francia, cui la legavano dei patti di reciproca non ingerenza negli [p. 192 modifica]affari dell’Harrar, finì per essere costretta a rifiutare tale permesso; per cui la diversione da Zeila fu abbandonata. Fu in seguito studiata l’opportunità di ritentarla da Obbia e da Assab; anzi a questa località venne già indirizzato sulla fine di gennaio dall’Italia il colonnello Pittaluga con un battaglione, una batteria ed alcuni reparti minori; ma in causa delle estreme difficoltà che presentava, l’impresa fu sospesa e abbandonata.

Perciò tutti gli sforzi dell’Italia furono diretti contro il Tigrè, ove le condizioni della guerra si erano fatte assai gravi per l’Italia.

Salsa, nel recarsi al campo nemico, aveva osservato che esso era forte di oltre 80000 buoni fucili e di molta artiglieria, che non era tanto scarso di viveri come si supponeva, e che occupava delle posizioni formidabili dove sarebbe stato una follìa l’attaccarlo col nostro piccolo corpo d’operazioni raccolto intorno a Saurià.

A render maggiormente gravi le predette condizioni, venne ad aggiungersi l’improvvisa defezione dal nostro campo di ras Sebath e Agos Tafari, i quali con circa 600 fucili nella notte dal 12 al 13 febbraio passarono al nemico, dandosi poscia a molestare le retrovie; nonchè la ormai accertata notizia che, in seguito ad una mostruosa alleanza tra gli Abissini ed i Dervisci sempre stati nemici fra loro e divisi dall’odio di razza e di religione, si pronunciava un pericoloso movimento di questi ultimi verso Kassala.

In tale gravissime contingenze erano certo [p. 193 modifica]di conforto e di fiducia la buona volontà e lo spirito militare delle nostre truppe, ma anch’esse risentivano pur troppo le conseguenze dolorose dell’impreparazione e delle difficoltà generali tra cui si dibatteva il corpo d’operazione.

La costituzione quasi improvvisa delle truppe di difesa aveva generato non pochi inconvenienti tanto nell’ordinamento del personale quanto e più specialmente in quello dei servizi logistici e amministrativi.

Nella scelta del personale italiano per l’Africa si era seguito in massima il sistema del volontariato tanto negli ufficiali quanto nella truppa, supplendo alle deficenze in questa con destinazioni e sorteggi fatti nei vari corpi.

Ma questo sistema che aveva già fatto buona prova nel 1888 perchè avvantaggiato da una eccellente preparazione in tutti i rami di servizio, e dal ritardo e dalle minori difficoltà delle operazioni militari, nel 1896 non diede gli stessi buoni frutti.

Le truppe d’Italia, imbarcate a Napoli e raccolte poi a Massaua, vennero in fretta e furia ordinate in battaglioni e reggimenti, ed inquadrate tra ufficiali e graduati in massima nuovi e sconosciuti, che a primo tratto non potevano esercitare sovra di esse tutto quell’ascendente morale che è la prima forza delle unità organiche militari; e ciò nocque in certo modo alla perfetta coesione e compattezza dei reparti. Esse inoltre pativano difetto di uniformità e di adattamento nel vestiario, con sensibile danno dell’ordine e dell’estetica, grandi fattori di disciplina, e della prestanza ed [p. 194 modifica]attitudine fisica nelle speciali condizioni di suolo e e di clima in cui dovevano agire.

Nelle faticose marcie per salire all’altipiano, sottoposte ancora impreparate e non allenate a gravi fatiche per strade e sentieri difficilissimi in un clima nuovo, sotto un sole cocente, colla calzatura debole, col vestiario pesante e imbarazzante, non sempre confortate di un vitto regolare e di acqua sufficiente, esse non poterono a meno di sentire il disagio e la stanchezza; e facevano pur loro difetto i mezzi di riparazioni e quegli altri servizi di bucato, di barbiere, di cura e di pulizia personale che sono indispensabili per qualunque truppa europea.

Avveniva così che individui laceri ed incolti coll’equipaggiamento e vestiario in disordine dessero triste spettacolo di sè, con certo danno della disciplina e della bontà dei reparti agli stessi indigeni, che non a torto, chiamavano le truppe di rinforzo bianche il Chitet d’Italia.

Tutti questi inconvenienti ed altri che si omettono per brevità, ma più di tutto le difficoltà sempre crescenti nel vettovagliamento, che costringevano a diminuire le razioni quando crescevano le fatiche e maggiore diventava il bisogno, agirono senza dubbio in modo dissolvente sulla fibra per sè eccellente delle nostre truppe; come debbono aver impressionato sfavorevolmente l’animo dei nostri soldati, anche le notizie degli insuccessi militari già subiti dal corpo coloniale.

Aggiungasi poi che la continua tensione [p. 195 modifica]per l’attesa di una battaglia aveva finito per stancare gli animi; che il repentino spostamento da Adagamus a Mai Gabetà, a Tucuz e a Saurià e le conseguenti rinnovazioni di trincee, di muri a secco, di zeribe e di altri lavori di fortificazione provvisoria, avevano generato la sfiducia e sollevato il dubbio della inutilità di ogni sforzo e di ogni precauzione, facendo giudicare il tutto alla stregua di una faticosissima manovra di campagna.

Nè si può tacere che, per sfortuna d’Italia si erano pronunciate nel corpo d’operazione due correnti contrarie, generate dal dualismo tra i generali Baratieri ed Arimondi, le quali riuscirono tutt’altro che giovevoli alla disciplina ed all’unità di comando cotanto necessarie nelle operazioni di guerra1.

Tuttavia malgrado questi coefficenti negativi che accompagnavano la costituzione ed il funzionamento del corpo d’operazione italiano, la gran massa era tutt’altro che cattiva; l’affiatamento tra superiori ed inferiori aumentava ogni giorno più ed accennava a diventare perfetto; le privazioni ed i disagi erano sopportati senza gravi lamenti, l’indole buona del soldato italiano trionfava delle difficoltà d’ogni specie, e lo rendeva fermo, disciplinato, affettuoso, concorde.

La preoccupazione più grave era quella



[p. 196 modifica]del vettovagliamento, che le deficienze dì salmerie e di quadrupedi e l’esaurimento delle risorse locali rendevano giorno per giorno più critico.

Fino dal 15 gennaio era stata costituita l’Intendenza che aveva il grosso de’ servizi avanzati ad Adigrat. Furono adottate due linee di rifornimento: una più diretta per Massaua-Arckico-Adi-Caiè-Adigrat; l’altra più comoda per Massaua-Saati-Asmara-Saganeiti-Adi Caiè, dove si allacciava colla prima.

Lungo queste due linee di rifornimento erano stabiliti numerosi comandi di tappe.

Un altro grande deposito di materiali e di vettovaglie fu impiantato all’Asmara, per la eventuale adozione della linea di rifornimento di Asmara Adi-Ugri, in caso di operazioni militari da quella parte.

Fino al 31 gennaio il servizio d’intendenza potè procedere senza inconvenienti; anzi, grazie alle cure ed agli sforzi del comandante, colonnello Ripamonti, e del vice-governatore Lamberti, residente a Massaua, riuscì ad accumulare in Adigrat oltre a dieci giornate di viveri per tutto il corpo d’operazioni.

Ma dopo il forzato cambiamento di fronte delle truppe verso Adua, ed i successivi loro spostamenti fino a Saurià, la necessità di indirizzare le vettovaglie per altre vie e di rimandare indietro da Adagamus le carovane già in marcia, per strade difficilissime, con pochi quadrupedi disponibili, con conducenti e personale addetto poco pratici, aveva cagionato un forte ristagno che potè essere superato [p. 197 modifica]soltanto dopo alcuni giorni, mediante sforzi sovrumani e col consumo di una gran parte della riserva raccolta in Adigrat.

Le condizioni del vettovagliamento stavano appunto per migliorare, quando avvennero le defezioni di ras Sebath e di Agos Tafari che dovevano tanto danneggiarle.

Da Adigrat a Saurià la linea di rifornimento toccava il colle di Seetà guardato da pochi uomini del Chitet, e quello di Alequà, poco lungi dal quale a Mai Mergaz era stato impiantato un servizio di tappa comandato dal capitano Moccagatta che disponeva di circa 370 uomini (232 bianchi 138 indigeni).

Nella notte del 13 al 14 febbraio i ribelli tigrini si gettarono per sorpresa sul piccolo posto di Seetà riescendo ad impadronirsene.

Saputosi questo dal comandante del forte di Adigrat, tenente colonnello Ferrari, vennero mandati alla riconquista del colle due drappelli l’uno di 70 uomini ngll ordini del tenente Cisterni, e l’altro di 36 comandati dal tenente De Conciliis; e quindi anche il capitano Moccagatta da Mai Mergaz mandava contro Alequà, minacciato dai ribelli stessi, i tenenti Cimino e Negretti l’uno con 100 indigeni e l’altro con 70 bianchi; e vi s’aggiungeva il tenente Caputo con alcuni soldati di una carovana in ritorno.

Nei giorni 15 e 16 questi reparti furono sconfitti ai due colli rimanendo feriti e prigionieri il De Conciliis, e il Cimino, morto il Negretti, e ferito gravemente il Caputo, che moriva pochi giorni dopo; e rimanendovi pure [p. 198 modifica]morti, feriti e prigionieri una trentina di soldati e graduati di truppa.

Accorso subito dopo ad Alequà anche il capitano Moccagatta con 140 bianchi, cadeva in agguato e veniva sconfitto dopo breve resistenza lasciandovi 97 morti ed una ventina di prigionieri.

Impressionato il Governatore per questi gravi avvenimenti che venivano a minacciare la linea di comunicazione con Adigrat, mentre disponeva per la apertura di una nuova linea di rifornimento da Mai Maret per Debra Damo, mandava il VII battaglione indigeni (Valli) e due compagnie agli ordini del capitano Oddone contro i due colli predetti, e l’uno e l’altro, col concorso anche del capitano Moccagatta e de’ suoi superstiti, riuscirono nel giorno 17 a sconfiggere e ricacciare dai due colli i nemici, che si gettarono all’aperta campagna a molestare le retrovie ed a sollevare la ribellione tra le popolazioni.

Questi fatti e queste rappresaglie scoppiate a tergo del corpo d’operazioni determinarono un grave peggioramento nelle sue condizioni.

Non solo ne derivò un profondo turbamento nel servizio di rifornimento; ma si rendette pure necessario una dispersione di forze per la difesa delle retrovie, togliendole, in attesa dei rinforzi in viaggio dall’Italia, dalle truppe radunate intorno a Saurià.

I ribelli cacciati dai due colli sopradetti si diedero ad impedire che potesse formarsi il nuovo deposito avanzato di Mai Maret, ed assaltando una carovana di oltre 600 quadrupedi che [p. 199 modifica]col comando dell’Intendenza quivi trasportava da Adigrat le vettovaglie esuberanti al battaglione cacciatori destinatovi, la costringevano a rifare la strada ed a perdere un preziosissimo tempo prima di arrivare per altra via ad Entisciò.

Oltre ai ribelli di ras Sebath e d’Agos Tafari che raggiungevano ormai 1500 fucili ed aumentavano sempre, scorazzando l’Agamè, minacciavano alle porte dell’Okule-Kusai i parenti e partigiani dell’ucciso Batah Agos; e verso il Mareb l’uccisore del capitano Bettini ligg Abraha, sollevando il fermento tra le popolazioni.

Per rimediare a queste gravi condizioni delle retrovie, mentre fu disposto che un reggimento agli ordini del colonnello Di Boccard avanzasse da Adi Caiè a Mai Maret, si rinforzarono i comandi di tappa minacciati, si destinò un presidio di 300 uomini col capitano Bernardi al passo di Cascassè, il 17° battaglione a Barachit, ed oltre al 7° battaglione già detto che guardava i dintorni di Adigrat, si distaccò pure, togliendolo dalle truppe di Saurià, un reggimento a Mai Maret col colonello Stevani.

Quivi alla fine il 20 poteva ridursi anche l’Intendenza. Ma il forzato disvio di questa e l’intercettazione delle comunicazioni stradali e telegrafiche avevano cagionato danni, ritardi e confusioni. Le improbe fatiche cui erano sottoposti i quadrupedi li avevano sfiniti; non pochi soccombettero al lavoro, molti alla malattia, alcuni alla privazione d’alimenti, ed altri divennero preda dei ribelli. Le [p. 200 modifica]molestie e le rappresaglie di costoro avevano scosso e demoralizzato i conducenti indigeni e le privazioni ed i disagi che subivano li facevano lamentare reclamare e rifiutarsi al lavoro; mentre parecchi spaventati dalle notizie dei fatti di Alequà e Seetà e temendo delle sorti finali della campagna si davano alla fuga cogli stessi loro quadrupedi carichi di vettovaglie che non tornavano più.

In queste tristi contingenze, Baratieri con poco più di 13,000 combattenti, dal 13 al 17 febbraio, era stato quasi a contatto del nemico, lusingandosi sempre di essere attaccato e ripromettendosene una vittoria malgrado l’assotigliamento dei suoi; ma il Negus, cui le lezioni di Amba Alagi e di Makallè incutevano ancora una salutare paura, non solo non secondò le speranze del generale italiano, ma il 17, forse colla speranza di trarre i nostri fuori dalle loro forti posizioni per venire ad una battaglia in campo aperto, od anche per mettersi in posizione migliore onde proseguire nell’invasione verso il Seraè e molto probabilmente anche per predisporsi ad una ritirata che ormai per la deficenza dei viveri e per l’imminenza della stagione delle pioggie si rendeva necessaria ed inevitabile, si ritirò in Adua.

Baratieri, deluso di questa mossa che gli faceva temere tanto i pericoli di un’avanzata degli Scioani verso il Mareb quanto la loro ritirata onde sarebbe dileguata ogni speranza di rivincita degli insuccessi già patiti, pressato dalle enormi difficoltà che lo circondavano da tutte le parti, il 23 febbraio predispose il [p. 201 modifica]corpo d’operazioni ad una ritirata verso Adi-Caiè ove si era già spostata l’Intendenza.

Strategicamente parlando, e sebbene raccogliendo tutte le vettovaglie di riserva avanzate e quelle esistenti presso le truppe, e riducendo alquanto le razioni degli uomini e dei quadrupedi, senza tener conto dei rifornimenti che in parte poteva dare ancora l’intendenza e le eventuali requisizioni, si potesse ancora fare assegnamento su circa dieci giornate di vitto assicurato, indubbiamente il ripiegamento suddetto era ancora opportuno; tanto più perchè essendo il nemico accampato a circa 30 Km. non avrebbe potuto molestarlo con un efficace inseguimento.

Ma l’idea della ritirata, la persuasione di questa imperiosa necessità del momento non poteva farsi strada in Baratieri; troppa avversione destava in lui; contrastava troppo collo spirito militare della truppa colle aspirazioni belligere dei Capi, colle speranze del Governo, coi desideri della Nazione; e l’ordine fu contromandato.

Che faceva intanto Menelik? Anch’egli, scoraggiato e deluso, ridotto nella conca di Adua, per mezzo di razzìe nel fecondo Scirè provvedeva alla meglio alla crescente penuria di viveri e si raccomandava a tutti i santi, a’ suoi preti ed all’Abuna perchè prima di doversi ritirar dal Tigrè, gli attirassero fra i piedi quel Baratieri (detto Barri dagli Abissini) che non si voleva muovere; e incerto anch’egli sul da farsi perchè la lunga aspettativa lo aveva sconcertato, ed il pensiero dell’imminente [p. 202 modifica]necessaria ritirata, senza una grande vittoria, lo umiliava davanti a Mangascià ed agli altri capi, il 23 febbraio per mezzo del suo valoroso ras Gabejù detto il leone di Amba Alagi, mandò 12000 uomini a puntare verso il Mareb e il Seraè.

Quivi i piccoli posti italiani distaccati da Adiqualà ripiegano, il forte di Adi Ugri s’apparecchia alla resistenza ed i coloni di Godofelassi spaventati rifugiansi all’Asmara. Ma la mossa di ras Gabejù era una finta.

Il 24 Baratieri rifattosi audace, mentre spedisce ai confini del Seraè il V battaglione indigeni e le bande locali, egli con 14 battaglioni e 6 batterie eseguisce una dimostrazione offensiva versa Adua, e ras Gabejù, come se non avesse avuto a tergo chi lo potesse difendere dall’esser tagliato fuori, dopo aver gettato il panico nel Seraè, si ritirò ancora su Adua.

Baratieri lo ritenne un successo; e poichè frattanto il colonnello Stevani il 25 batteva bene a Mai-Maret un grosso corpo di ribelli di ras Sebath, uccidendogliene parecchi, e poichè in seguito all’arrivo del reggimento Di Boccard all’indomani in questa località, tanto i battaglioni di Stevani, quanto quello di Valli ed altri reparti poterono rientrare a Saurià, riportando il corpo d’operazione a circa 20.000 uomini, con 50 cannoni, non si parlò più di ritirata.

Frattanto in Italia le vicende della guerra destavano le più grandi preoccupazioni. Le defezioni delle bande e i fatti di Seetà ed Alequà sollevarono malumori e critiche [p. 203 modifica]spietate. Il Governo impressionatissimo, mentre sollecitava l’invio delle due divisioni complete in formazione, avendo ormai perduta la fiducia in Baratieri che tanto nella Colonia, quanto nel paese era qualificato incapace, ed accasciato moralmente e fisicamente, colla massima segretezza, per non influire sulle mosse di lui, con regio decreto 22 febbraio 1895, nominava a comandante supremo delle truppe coloniali il generale Baldissera, che partiva tosto per Massaua nel più stretto incognito.







Note

  1. Fa pena il leggere certe frasi come quelle che il capitano Menarini nella sua splendida narrazione: La Brigata Da Bormida alla battaglia d’Adua, riporta come pronunciate dal generale Arimondi intorno alla condotta della guerra: «Questo è l’onanismo dell’arte militare»; e non pena minore fanno certe tirate contenute nel memoriale del capitano Bassi.