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La Italia - Storia di due anni 1848-1849/Libro quarto

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LIBRO QUARTO


Annunzio della Costituzione Viennese in Venezia. — Sprigionamento di Manin e di Tommaseo. — Breve conflitto del popolo cogl'imperiali. — Proclamazione della Repubblica di San Marco. — Le autorità austriache capitolano. — I ministri del nuovo reggimento. — Ritratto fisico-morale di Daniele Manin. — Due infinti amici di libertà. — Qual uomo Niccolò Tommaseo. — Incremento della rivoluzione; le schiere imperiali capitolano e sgomberano la città. — Cacciata del duca di Modena. — Unione di Massa e Carrara alle province toscane. — Tumulti in Parma. — Si stabilisce una reggenza. — Lettera del Duca. — Carattere di questo principe. — I costumi del figliuol suo. — Sono ambidue sbanditi d'Italia, e si stabilisce un governo provvisorio. — Atterramento dello stemma austriaco nei palazzi ambasciatorii di Roma e di Napoli. — Ultimatum dei Siciliani a re Ferdinando. — Grettezza politica del ministero napolitano. — Le milizie civili marciano per la frontiera lombarda. — I Milanesi si avviano verso il Tirolo. — I governi provvisorii.

L’austriaca potenza pareva sfumasse già. — Le sue prove di ferocia e di dispotismo le erano state contrarie. Il colosso basato sulla sabbia cadeva in isfacelo all’urto delle popolazioni che reclamavano una nazionalità indipendente. Il sangue delle vittime di Tarnow affogava l’aquila grifagna.

La speranza, la fede, l’amore avevano pur riunito in Italia ciò che il dispotismo — vincitore sui campi di Waterloo — erasi sbracciato a disgiungere. La nostra terra rinverginavasi tutta sotto il santo segno si sospirato e pianto, i cui colori erano salutati dalle moltitudini entusiaste come il premio di tanti patimenti, di tanti dolori, di tante morti, di tanta gloria avvenire che speravasi legare a’nepoti. Il consiglio) il volere, il grido, il palpito di ogni cuore accennavano un’èra nuova di fraternità e di nazionale indipendenza.

In Venezia, al pubblicarsi della iniqua legge sul giudizio statario, il popolo adunatosi sotto il palagio del governatore domandò la istantanea liberazione di Manin e di Tommaseo. Il Palffy cercò di transigere, dicendo quello scarceramento non dipendere da lui, ma dai tribunali giudiziari. Inutile la resistenza! I castelli delle prigioni furono rotti sulla metà del giorno 17 di marzo. I soldati stranieri si chiusero ne’ loro alloggiamenti. E i due cittadini, fatti liberi, vennero trasportati a braccia su delle sedie, tra immensi evviva e lo sventolare di pezzuole e di bandiere tricolori. Tommaseo non reggeva alla piena degli affetti e svenne. Verso la mezzanotte dell’indomani, il governatore — che da un piroscafo di Trieste avea ricevuto le novelle di Vienna — affacciavasi al verone del Palazzo ducale e vi faceva solenne lettura della Costituzione imperiale. Ciò allietava l’animo di quei pochi che ne’ già corsi avvenimenti non vedevano il principio della desiderata liberazione d’Italia, i quali, per ambizione, o per colpevole indifferenza si affidavano [p. 61 modifica]alle bugiarde concessioni venute dallo straniero. I meglio assennati e i caldi propugnatori di libertà, ristettero muti e sperarono su migliore avvenire. Intanto il popolo trionfante acquetossi. Ma, un editto della polizia riaccendeva bentosto i mal sopiti sdegni; e, nel plauso alla Italia e a Pio IX, i vietati attruppamenti ricominciarono sulla piazza; ove, rotto il lastricato, si rompevano le finestre del palazzo di governo, chiamandosi traditore colui che dentro abitava. Il patriarca apparve per benedire alla folla e calmarne la effervescenza; la stupida soldatesca croata che nulla in tali moti intendeva, fece tre scariche sopra gl’inermi, fra cui cinque caddero morti. La misura allora fu colma; i barbari vennero barbaramente trattati; alcuni straziati sulle vie, altri gittati nel canale, altri feriti e morti dalle tegole lanciate dai tetti. Incontanente il Manin otteneva il permesso di organizzare una guardia cittadina, e in poco d’ora le sottoscrizioni sommarono a migliaia. Importanti servigi essa rendeva sin dai primi momenti; imperciocché, sorprendeva in una casa presso il convento de’Franoescani molte materie incendiarie che il governo di celato vi facea trasportare per opera del colonnello della marina, il Marinowich; il quale, detestato da tutti per gl’inumani sud atti, venne il dì ventidue marzo ucciso a colpi di scure dagli operai dell’Arsenale nell’atto che cercava evadere di colà. Quel luogo veniva affidato alla custodia dei militi nazionali e delle truppe di mare, e parte di queste s’impossessarono delle navi ch’erano nel porto. Ottenevasi altresì che i granatieri italiani surrogassero i Croati nella guardia del palazzo governativo. In tal modo, alle autorità parve di essere imprigionate, e si dimisero. 11 vice-presidente Sebregondi notificava dal verone al pubblico la lieta novella ed aggiungeva che il Palffy raccomandava la sua vita e quella della moglie alla generosità del paese. Inutili cautele ed ingiuste verso un popolo che di schiavo ritorna libero, cioè, leale, intero, magnanimo 1 Le campane suonarono a festa. La bandiera nazionale fu portata nel campo di Santa Maria Formosa sotto le finestre del patriarca perchè benedicesse a quel segno votivo. L’odioso stemma austriaco venne staccato, vilipeso, arso per ogni dove; e verso le ore quattro e mezza della sera, Daniele Manin, al finir d’un discorso passionato ed energico, proclamava in faccia al popolo la Repubblica Veneta, propiziandone il di lei antico patrono, San Marco. Bizzarria di destino! Un Manin— patrizio—ultimo doge, aveva rotto le sue sponsalizie col mare. Un Manin—cittadino—ritentò di stringere il nodo siccome i tempi mutati a lui il consentivano!

Ma, quantunque il governo austriaco — senza pur desiarlo — fosse stato il pronubo operoso di tali nozze ripristinate, le autorità esautorate che da esso emanavano non dovevano assistervi. E il conte Luigi Palffy, governatore già delle venete province, si dimetteva dal suo incarico, affidandolo al conte Ferdinando Zichy, comandante della città e fortezza; il quale, penetrato dei casi che se gli volgevano avversi, firmava i seguenti capitoli al podestà e agli assessori municipali di Venezia:

«I. Cessa in questo momento il governo civile e militare, sì di terra che di mare, che viene rimesso nelle mani del governo provvisorio che va ad istituirsi e che istantaneamente viene assunto dai sottoscritti cittadini.

[p. 62 modifica]«II. Le truppe del reggimento Kinsky e quelle dei Croati, l’artiglieria di terra e il corpo del Genio abbandoneranno la città e tutti i forti; e resteranno a Venezia le truppe italiane tutte e gli ufficiali italiani.

«III. Il materiale di guerra di ogni sorta resterà in Venezia.

«IV. Il trasporto delle truppe seguirà immediatamente con tutti i meni possibili per la via di Trieste per mare.

«V. Le famiglie degli ufficiali e soldati che dovranno partire saranno guarentite; e saranno loro procurati i mezzi di trasporto dal governo che va ad istituirsi.

«VI. Tutti gl’impiegati civili italiani e non italiani saranno garantiti nelle loro persone, famiglie ed averi.

«VII. S. E. il signor conte Zichy dà la sua parola d’onore di restare l’ultimo in Venezia, a guarentigia dell’esecuzione di quanto sopra. Un vapore sarà posto a disposizione dell’E. S. pel trasporto della sua persona, del suo seguito e degli ultimi soldati che rimanessero.

«VIII. Tutte le casse dovendo restar qui, saranno rilasciati soltanto i danari occorrenti per la paga e pel trasporto della truppa suddetta. La paga data per tre mesi.»

Gli stranieri partirono.

Il governo provvisorio della Repubblica distribuiva in tal modo le funzioni del nuovo reggimento. Daniele Manin fu presidente del consiglio e ministro delle relazioni estere. Niccolò Tommaseo, ministro del culto e della istruzione. Iacopo Castelli, di grazia e giustizia. Francesco Camerata, delle finanze. Francesco Solera, di guerra. Antonio Paolucci, di marina. Pietro Paleocapa, dell’interno e delle costruzioni pubbliche. Leone Pincherle del commercio. Angiolo Toffoli — artigiano — senza portafoglio.

Ciò, a’, di ventitré di quel mese. Ne’ susseguenti, decretavasi lo abolimento della tassa personale nelle province della Venezia; la forma della bandiera co’ colori nazionali, avente in alto—su campo bianco fasciato di verde, di bianco e di rosso—il leone di S. Marco, dorato, qual simbolo autonomico della Venezia; la istituzione di dieci battaglioni di guardia nazionale mobile affidata alle cure del generale Giorgio Bua; lo adottamento dei fratelli di Domenico Moro—alfiere di fregata, martire della causa italiana in Cosenza—a figliuoli della Repubblica e una conveniente pensione alla loro madre; un monumento espiatorio alla memoria di Attilio e di Emilio Bandiera, martiri della medesima causa.

I saliti allo eminente ufficio di reggere la pubblica cosa in tempi sì solenni e difficili erano onesti cittadini, fatti chiari al popolo dalle civili sollecitudini, dalla loro intelligenza, dalle persecuzioni patite per amore di libertà. Due però i meglio accetti dall’universale entusiasmo. E questi piacerà a’ lettori conoscere intimamente prima de’ loro atti, siccome a me piace il farlo per non essere in questa storia semplice narratore di casi, sibbene coscienzioso espositore delle cause e giudice degli uomini che quelle incarnarono.

Daniele Manin ha sortito di natura un ingegno pronto ed esteso. Dotto ed [p. 63 modifica]acuto giureconsulto, eloquente ed ornato nella parola, esimio scrittore e fornito di buone viste nella trattazione degli affari amministrativi, sosteneva colle proprie fatiche la sua famigliuola da lui di tutte viscere amata. Pallido di viso, di salute mal ferma — poiché travagliato spesso da malattie di cui sopporta le noie con coraggio e rassegnazione grande — accettava il novello incarico come un dovere; ed onesto e disinteressato, non volle per esso stipendio alcuno, nè in altro modo profittò mai del pubblico erario. Onde, povero entrava nella rivoluzione e povero ne usciva. E se nel partir di Venezia per la straniero colla moglie e co’ figli ei s’ebbe con che provvedere allo scampo suo e di vite sì care, fu il Municipio della forte città, il quale volle accettasse il sussidio che gli offeriva in mille napoleoni d’oro. Nello esercizio delle sue funzioni politiche, penetrando l’andamento delle cose e studiando i fomenti e i motivi delle perturbazioni, il vario umore delle moltitodini e le celate molle governative, molti meriti furono i suoi; fra i quali quello di aver iniziato i moti civili nel loco natio, e l’altro di aver saputo ottenere e conservare grande influenza sul popolo; dappoiché, in mezzo a’ conflitti confusi delle concitate passioni ei si sentì capace di far rispettato il potere, di renderlo accetto all’universale e di rappresentarlo con tutta la dignità della ragione e della virtù. E siccome lo interesse e l’onore di Venezia richiedevano che questa resistesse all’ira saziata della fortuna finché in Europa rimanesse una benché menoma speranza di libertà, egli aggiunse a’ suoi meriti anche quello di tener sempre accesa la sacra fiamma dell’amor patrio e di lusingare l’aspettazione de’ veneti facoltosi per averne danaro e mezzi di difesa. E quando il governo ebbe bisogno di argento per battere monete—le quali, oltre l’uso de’ mercati, valessero a ricordare ai nepoti l’epoca del nostro affrancamento—egli scrìveva allo incaricato delle pubbliche finanze le brevi linee che seguono; «Cittadino ministro, offro la poca argenteria che posseggo — due guantiere, due caffettiere, dodici posate — affinchè se ne conii moneta per i bisogni della Repubblica». Dominato forse dall’ambizione—legittima in lui—di divenir per lo meno reggitore a vita del veneto governo, ne’ primordi della rivoluzione mostrassi lievemente municipale; e non bene apprezzando lo stato delle cose, e troppo facilmente credendo allo sfascio dell’austriaca monarchia, per conseguenza alla facilità di esautorarla in Italia — errore comune in que’giomi a molti politici — anche pria che scoppiasse la insurrezione dell’Ungheria, trascurò in tempo opportuno lo allestimento di molti mezzi di offesa e di difesa. Più saggio ed animosa partito a lui convenivasi. Pur, mai mostrò di separar la sua causa da quella della nazione, la quale amava ed ama del più sentito amore, e desiderava rendere indipendente, prosperosa, temuta.

Di media statura; snello della persona; gentile di aspetto, quantunque concentrato spesso in se medesimo; fornito di voce netta, persuasiva, insinuante, e di molta vivacità negli sguardi, di cui, malgrado gli occhiali, si nota la vibrazione e la sicurezza; famigliare ne’ modi e propenso allo scherzo; aspro solo ed impaziente quando irritato od assorto in gravi pensieri; umile e disinvolto nella nuova potenza; tenace ne’ tolti proponimenti; pieno di civile coraggio di cui dava [p. 64 modifica]prove solenni ne’ tempi che precedettero la rivoluzione ed in seguito, Daniele Manin aveva in sè tutto che più piace ai popoli di rinvenire nel cittadino che dee governarli. Una sola cosa spiacevole in lui trovavano i buoni, eia fu questa; nella scelta delle persone di governo ei non possedeva quel tatto conveniente all’alta sua posizione, e di frequente vedovasi qualche suo famigliare, od altri che arditamente o destramente se gl’insinuasse nell’anima, assunto a pubblici e delicati uffici. Ei s’ebbe eziandio il torto — cui la difficoltà de’casi non dava scusa — d’imporre sovente al paese uomini non accetti, di triste ingegno e di dubbia fede; e di servirsi della propria influenza per mantenerli ne’ posti eminenti e di grande importanza. Quel nobile e virtuoso cittadino più volte misurò il cuor suo coll’altrui, e pari gli parvero. E s’ingannò. I fatti avvenuti dopo la capitolazione di Venezia chiaramente mostrarono che i buoni non si apponevano al vero, dubitando degli eletti da lui. A due tra questi — perchè più dannosi e impudenti — io vo’ dare brutta ed infausta ricordanza. Giovanni Battista Cavedalis, vecchio militare italiano, quegli che vie meglio coll’arte fortificò lo scoglio di Osoppo, uom doppio che sotto le apparenze del patriotismo serviva alle ingorde mire dell’Austria, lieto della intera fiducia del Manin, venne nell’assemblea del di tredici agosto associato da lui—malgrado il contrario voto della popolazione—al triumvirato supremo per la direzione delle cose di guerra. Ei si mostrò renitente ad assumere un potere, in cui ogni ordine debb’essere obbedito con modi pronti, precisi e segreti; alla fine, stretto dalle vive preghiere dell’amico, accettò lo incarico, dicendosi capace ed eguale alla gravità del momento; pur temere di non essere assecondato dal paese nelle disposizioni che la sua capacità eguale alla gravità dei tempi avrebbe trovato di emettere. Cotesto tristo ora trovasi nel Veneto; non solo senza persecuzioni; ma, onorato e bene accolto dalle viennesi autorità! Niccolò Renzovich — che il Manin fece direttore esclusivo delle cose di ordine pubblico — anch’egli, nella carcerazione, nell’esiglio, nella morte dei buoni si rimane attualmente libero in Venezia, e dai novelli padroni riceve incarichi, distinzioni, i loro balli frequenta gradito, e le loro feste. Gli atti nuovi del Cavedalis e del Renzovich portano con sè il documento della loro fede. Vivano pure come vogliono queili spregevoli uomini! I disordini della coscienza verranno quando che sia, a turbare i brevi istanti del male augurato contento che sì gli sedusse. La coscienza è giudice continuo, inesorabile, presente delle umane azioni, oltre la storia.

Falli furon questi e non colpe. Il nome di Daniele Manin è nome caro alla Italia; avvegnachè egli sia inseparabile dalla rivoluzione e dalla eroica resistenza di Venezia. Onde, l’onore che questa acquistossi debbe riflettere necessariamente su di lui che di tutte forze la commise e la procacciò.

Niccolò Tommaseo — conosciuto pe’ suoi studi letterari e di pubblico educamelo — slavo di origine, italiano di adozione, è un uomo di austeri costumi, di teorie filosofiche inflessibili ch’ei mena sino alla utopia la più arrischiata, di freddo e duro aspetto, di religione severa. Caldo amatore d’Italia, di cui s’invaghì studiandone indefessamente in Firenze la lingua, le antiche glorie, i supremi dolori, [p. img modifica]

DANIELE MANIN

[p. 65 modifica]le nobili speranze, patito quindi lo esiglio ed il carcere, trovossi all’escirne cangiato in uomo politico senza averne l’indole e le sottili dottrine. Innamorato di sè, cadde in peccato di vanità; in Venezia, sedente ministro; in Parigi, ambasciatore; e negli ultimi tempi della ostinata difesa, notando come tutti i popolareschi suffragi fosser rivolti a favore d’altrui, ei non valse a schermir» dall’intimo orgoglio, e fece chiaramente scorgersi antagonista del Manin, che pur tanto giovava all’onor della patria. Fu però suo pari in probità e in non curanza dell’utile proprio, dedicossi intero con ogni abnegazione alla causa liberatrice, e palesassi fido sino allo stremo al principio repubblicano da lui proclamato. Di elevati sensi, d’immaginazione assai desta, aspirante alla originalità nel fare e nel dire, può essere assomigliato ad una nave dalle vele spiegate che la si affidi alla incostanza de’ flutti priva di bussola e di timone.

La fortuna arrideva agli audaci. E siccome sulla laguna, lo sconvolgimento invadeva in terraferma tanti spazi quanti ne correva la fama delle cose di Vienna. In Trieste, gli uomini del metro e dell’abbaco eransi a quel nuncio abbandonati alla più sfrenata allegria. Gli affari sospesi; i pagamenti dilazionati; tutti a darsi tempone, cantando per le vie e gridando evviva alla Costituzione ed all’imperatore; una guardia nazionale veniva instituita per guarentire la pubblica sicurezza. In Vicenza, nel Friuli, in Bassano, in Padova le feste istesse; ma, senza espansività pel governo tant’anni durato. In Brescia stanziavano, oltre i croati, un battaglione di granatieri e il reggimento Haugwitz, formati di gente lombarda; questi, abbracciatisi cogli abitanti, combatterono con essi per redimere il paese da’nemici soprusi; onde, i forestieri, dopo breve pugna, ne partivano, capitolando. Capitolaron gli altri in Rovigo, in Treviso, in Belluno; ma nelle due ultime città furono stretti ad escire senz’armi e bagaglio. In Trento, la gioia rendette gli uomini più intemperanti; cominciarono col benedire alla libertà, alla eguaglianza e al vessillo dai tre colori che n’era il simbolo; corsero quindi alle porte del paese, e le bilancio, i pesi, i registri della finanza, per sino i danari della cassa dei dazi, tutto gittarono furiosamente nell’Adige; i finanzieri disarmati, rotti i loro corpi di guardia, saccheggiate le abitazioni degl’impiegati che riscuotevano gli odiosi balzelli. Un popolo a lungo depresso, sbrigliato, trascende. La guardia cittadina sorgea per incanto e fu rispettata insieme col magistrato municipale; ma, le aquile imperiali sparirono, e fin dalle esterne mura domestiche vennero strappate le placche di assicurazione che si avevano quel brutto emblema. Due morirono, un giovanetto ed un vecchio, ch’erano i più turbolenti ed indomiti nell’attaccar guerra contro le altrui proprietà; quindi tutto tornava tranquillo; però, gli affollati in sulla piazza espressero il voto al municipio di non voler più udir parlare di austriaci e di unire le loro sorti a quelle della Lombardia e della Venezia. In Mantova non si sparse cittadino sangue; ma gli animi si sollevarono a libertà; comandavano il forte il generale di artiglieria Gorzkowski, uomo snaturato e crudele, da oui ognun si attendeva minacce ed esecuzioni di stragi; e perciò si abbarraron le strade; uomini, donne, vecchi, fanciulli provvidero lo interno delle case di sassi, di macerie, di acqua bollente da scaraventar sui [p. 66 modifica]soldati ove mai si attentassero a violenze, a crudeltà, a ladronecci; e lo stemma dell’impero atterrato; la città in una combustione indicibile. Quell’apparato di resistenza impaurava il governo, «le armi si concedettero a’ richiedenti cittadini. Pur, non guarì stette, e le truppe che, altrove capitolando, affluivano nella città, rianimavano il già scorato dispotismo; e il governatore ordinava, con pena di morte, la riconsegna delle armi fornite, imponeva una forte contribuzione di guerra, e intimava fuoco e saccheggio ove gl’imperiosi cenni ubbiditi non fossero. Intanto, un ricco israelita, il Finzi, veniva come statico tratto nel forte. Il vescovo, buono e conciliante vecchio, il quale avea già spinto a sensi moderali la popolazione quando questa intendeva prendere la cittadella d’assalto — e di leggieri sarebbesene impadronita perchè presidiata da pochi tedeschi e da italiani più — muoveva dal governatore per temperare le esigenze sue; gli umili atti invece le accrebbero; imperciocchè, ei richiedeva si sgomberassero bentosto le chiese d’Ognissanti, di San Barnaba, di San Maurizio, la cattedrale e la basilica di Sant’Andrea per darle alloggio a’ croati e agli altri scampati dalle vendette lombarde che colà rintanavansi. Quel pio sacerdote protestò non esservi il bisogno d’insudiciare i sacri templi per albergare i nuovi venuti; la cittadella aver dato comoda stanza a 30,000 soldati ne’ tempi napoleonici; inutilmente non si profanasse la casa del Signore; cui il Gorzkowski rispondeva, cosi voler egli, il Dio di Mantova. In Verona, una immensa moltitudine ragunavasi sotto le finestre del palagio — ove il vice-re Ranieri, fuggito di Milano colla sua famiglia, erasi ricoverato — per festeggiare le larghezze di Vienna e la redenzione d’Italia; vollero armata la città, inalberato il patrio vessillo, e l’ottennero. Che non concede la paura in tai momenti di orgasmo? Ma, la forza imponente degli accorsi austriaci sedava presto que’ moti; e la popolazione, incapace di altro tentare, si ristette da più nobili propositi e si ubbriacò di canzoni e di abbracciamenti, da cui la patria non potea ritrarre alcun bene. In Udine, altri gli animi dei cittadini, poichè le comunicazioni tra l’Austria e la Italia trovavansi interrotte; quivi il popolo trasse alla piazza Contarena e, affollandosi di contro la bottega de’pubblici ristori, proclamò il governo del bastone e delle spie esser caduto; il barone di Meldegg, comandante il presidio — che pochi dì innanzi avea condannato alle verghe alcuni soldati italiani per aver gridato «Viva Pio IX» — venne obbligato per suo scorno a ripetere quel grido e l’altro di v Vivano gl’italiani!». Il comandante di piazza, barone di Maasburg, avverso anch’egli a’ nostri mutamenti, non andava immune da consimili popolaresche vendette. E gli abitanti avrebbero forse trascorso in più gravi eccessi, se parecchi illusi, incliti per prosapia e per senno, non avessero la sera distratto gl’inferociti spiriti con una improvvisata luminaria, con musicali concerti e con processioni di bandiere romane, toscane e piemontesi. L’indomani la città era parata co’ colori nazionali; la guardia civica attivossi; gli studenti del liceo formarono anch’essi un corpo comandato dai lor professori; il terzo dì, i meglio avveduti volevano occupato il corpo di guardia dalle arme cittadine-, l’autorità militare minacciò di resistere, e in quello stato di fermento e di entusiasmo una collisione tra il popolo e gli assoldati di linea [p. 67 modifica]parve inevitabile. L’avvocato G. Battista Billiani riescì colle energiche sue parole a tranquillare per poco gli spiriti; le truppe italiane vennero poste sotto gli ordini immediati del municipio e capitanate dagli antichi militi Alfonso Conti e Tommaso Ottelio; il generale Auer custodito co’suoi ufficiali; le guardie di polizia consegnate nella loro caserma. Componevasi un nuovo governo, di cui Antonio Caimo Dragoni era presidente; e membri il negoziante Lupati; gli avvocati della Torre e Antonini; i possidenti Corvetta, Gancianini, Plateo e de Nardo, lo stagnaio Fabris; e l’ostiere Domenico Fletti. Furono incontanente spediti commessali a Palma e ad Osoppo, i quali tornarono a dì venticinque del mese colla convenzione per la resa di quelle fortezze. Il Cavedalis — di cui poc’anzi tenni proposito — venne assunto a comandante del Genio nella provincia; le guardie civiche di Buia, di Gemono, di Osoppo inalberarono sul forte scoglio la bandiera italiana; il generale Zucchi, già prigioniero in Palma-Nova, partitine gli austriaci, ne toglieva il comando e la difesa.

Le cose nuove piacciono ai nuovi. E più e più a noi le piacevano, perchè con esse ci strappavamo di dosso il vecchio abito della schiavitù forestiera che sì ignominiosamente gravavaci. Modena, come ogni altra città oppressa da giogo servile, era tutta in fermento. Il popolo di ogni classe correva le vie colle solite grida sfioranti da labbra italiane; gli ungheresi quivi stanziati, passeggiando amichevolmente co’ cadetti del corpo dei zappatori, facevan plauso allo entusiasmo della moltitudine; e i dragoni ducali che vollero opporvisi, furono respinti e ricacciati nel loro quartiere a furia di bastonate e di fischi. Il principe — dimentico. delle spavalderie proclamate ne’ mesi decorsi — impaurito, mutò sentenza e promise occuparsi di ciò che poteva essere confacente al ben essere dei suoi sudditi, avvertendo «gli amici dell’ordine, a qualunque opinione si appartenessero, di tenersi tranquilli pel breve spazio di tempo indispensabile a disporre ciò che le circostanze esigevano». Alcuni cittadini, fra cui il Malora, il Fontanelli, il Ruffini, andarono al duca per dirgli che le sue larghezze, venute tardi e da lui austriaco, non erano punto accettate, il popolo chiedere a lui una cosa sola, lo andarsene e al più presto. Raumiliato e tremante, domandò tempo a riflettere; e chiamato a sè il colonnello Brocchi, lo interrogò se poteva fidar sulle truppe. Quel vecchio ed onorato soldato rispose che tutti erano pronti a difendere la sua persona da violenze e da oltraggi; ma, per combattere il popolo, nessuno. Pianse a que’ detti il principe per fanciullesca rabbia e dispetto e, «Tutti traditori!» esclamò, cacciandosi con impeto nelle più recondite stanze. Indi a poco tornava la deputazione per sapere qual fosse il preso divisamente; e l’arciduca Massimiliano — che da qualche mese era venuto di Vienna, a sorreggere co’ propri consigli il nepote — la ricevette con alterigia e con disprezzo e con tuono di minaccia. L’indomani però la famiglia ducale partiva alla volta di Mantova co’ suoi tedeschi, che sino a quel punto lo avevan coperto colla loro ombra. Prima di muovere, rassegnato alle necessità de’ tempi, emanava lo editto seguente:

«Nel solenne momento nel quale tutta l’Europa e persino i più solidi Stati [p. 68 modifica]della medesima debbono cedere alla forza delle circostanze, noi sentiamo il bisogno di aprire il nostro cuore ai non pochi fedeli ed amatissimi nostri sudditi. Iddio ci è testimonio che le nostre cure sono sempre state dirette al bene degli Stati che la Provvidenza ci affidò. Ma i principii seguiti finora non si ravvisano più adeguati ai bisogni dei tempi e delle popolazioni; l’insistervi più a lungo ridonderebbe a detrimento di un paese che amiamo per sentimento e per dovere. Mentre perciò altri nostri doveri ci chiamano ad una temporaria assenza, affinchè ciò non abbia a ritardare gli affetti del nostro proclama del 20 corrente, siamo venuti nella risoluzione di stabilire una Reggenza, che in nome e veoe nostra prenda le redini del governo ed agisca come crede pel meglio del paese, autorizzandola anche a concedervi quelle riforme, che dietro maturo esame troverà utili e convenienti, e che vi esorto ad attendere con docilità. Noi però vi vogliamo dare una prova, che non conserviamo in cuore odio politico, e quindi concediamo, di nostra spontanea volontà, piena ed intiera amnistia a tutti i detenuti e rifuggiti politici dot nostri Stati, che potranno liberamente tornare alle loro case.

«Le nostre fedeli truppe, per le quali conserveremo sempre un attaccamento che ci è grato di loro esternare, ubbidiranno egualmente che le ottime milizie di campagna alla Reggenza tal quale viene da noi installata.

«Ci lusinghiamo inoltre che ne’ nostri Stati niun eccesso disonorerà i cambiamenti che potranno in essi aver luogo, confidando ne’ buoni Modenesi che non avremo per parte di veruno di loro simile amarezza.

«Decretiamo pertanto quanto segue:

«I. Una Reggenza viene da Noi formata pel tempo della Nostra assenza.

«II. Il consigliere Rinaldo Scozia ne è il Presidente.

«III. I Consultori dei dicasteri governativi, di pubblica economia, di finanze ne saranno i membri.

«IV. Abilitiamo la Reggenza pel bene dei Nostri Sudditi a dare al Ducato uno Statuto rappresentativo sulle basi di quello che venne adottato in Piemonte.

«Modena, 21 marzo 1848.»


Passando per Carpi, disse ai contadini che il salutavano, sarebbe tornato tra essi nelle prossime feste di Pasqua. Ma ei si fuggiva in tempo; imperocchè in Bologna le notizie milanesi avendo operato un vivo fermento, i cittadini eransi armati per accorrere alla liberazione de’ fratelli di Modena. Il giorno venti, alle ore otto della sera partivano due colonne a quella volta, l’una di 400 individui capitanati dal conte Livio Zambeccari, e l’altra di 600 da Carlo Bignami. Questa rimaneva a Castelfranco; mentre la prima entrava nel già libero paese, alle ore sette dell’indomani, tra le acclamazioni di tutti. Reggio in quel giorno istesso compiva la sua sommossa e costituiva un governo provvisorio; il quale bentosto fonde vasi con quello di Modena, presieduto da Giuseppe Malmusi, e immediatamente ponevasi sotto la tutela e la garanzia de’ principi confederati d’Italia.

Il vicino esempio muoveva i Massesi alla rivolta, costringendo i soldati Estensi [p. 69 modifica]a ritirarsi nelle caserme, il maggior Guerra, perito soldato — che per la presa di Fivizzano operata l’anno innanzi, e pel modo fu debitamente dalla fama punito — e il colonnello Ferrari, non fecero opposizione e fuggirono pei monti. La popolazione di Carrara disarmava anch’essa le truppe del duca esautorato. Il voto unanime ne’ due luoghi fu di for parte della famiglia toscana. Una deputazione di cittadini e di ufficiali del rovesciato governo andò a Pietrasanta per esprimere un tal sentito desiderio. E il presidente de’ ministri, il Cempini, colà inviava il professor Carlo Matteucci per trattarvi le basi della spontanea dedizione.

Contemporaneamente a que’ moti, le popolazioni del ducato di Parma facevano il loro. I cittadini inermi si riunirono dapprima sulla piazza per acclamare Pio IX, i fratelli di Lombardia e i principi riformatori; ma, siccome i tedeschi, nella inerzia dà soldati parmensi, vollero contenere i sollevati colle armi, questi usarono eziandio della loro forza, e dopo tre ore di fuoco il principe spaventato e tremante cercò calmare la parte vincente col ripetere la ridevole commedia eseguita altra volta in Lucca, allorché vi era duca. Disposto a partire, nominava una Reggenza, composta del conte Luigi Sanvitali, del Cantelli e degli avvocati Ferdinando Maestri, Pietro Gioia e Pietro Pellegrini, ai quali trasferiva «il supremo potere con facoltà di dare quelle istituzioni e provvedimenti che nell’attual condizione delle cose credessero necessarie». Ma, la creatura del Metternich già tentava una gherminella colla speranza di buon successo. Nella fede che i parmigiani non inutilmente avessero soggiaciuto si a lungo al dominio di una arciduchessa austriaca, alla insolenza dei molti suoi favoriti e, contaminati dalle subdole arti del gesuitismo-, fossero a tale da sentire la viva necessità di vna corte sì abbietta com’era la sua, finse di andarsene col suo seguito. Intanto, l’inglese Thomas Ward — venuto in Lucca in qualità di palafreniere, e da famigliare di camera salito al grado di ministro delle finanze nel governo del duca — aveva preparata la plebaglia necessitosa, mediante la distribuzione di 300,000 franchi, acciò gridasse evviva a Carlo II di Borbone e al di lui reggimento. Quella geldra di fatto distaccava i cavalli dalla carrozza ducale e il principe trascinava con molte grida festose verso il palagio a pieno scandalo degli onesti cittadini. Ogni città sventuratamente ha le sue bestie da soma, che per danaro, o per irriflettuta riconoscenza si atteggiano a mo’ di animali bruti. E Parma mostrò i suoi in tale ignominiosa giornata. Il principe ben si avvide comr le sue mene — malgrado le felici apparenze — fossero andate fallite; per la qual cosa, altre tentavano collo intendimento di ottenere una pensione dallo erario dello Stato, abdicando i propri diritti, mercè il trattato di Vienna, a favore del re di Piemonte; ma il suo ministro dell’interno, il Borsani, nulla ottenne da’ sui maneggi. Le armi ducali per tutto atterrate ed arse; il nome di Carlo II schernito, dispregiato, reietto. Egli allora si diè a scrivere cotidiane lettere ai membri della Reggenza, promettenti larghezze e mirabilia. Una ne cito in data del di 29 marco, in cui diceva:

«Signori!

«Atteso i subiti rivolgimenti che d’ogni intorno, od in questi Stati succedono, [p. 70 modifica]e volendo pare quali che sieno per essere le mie sorti future mostrare con solenne prova quanto mi stia a cuore la salute e potenza d’Italia, quanto deploro quel breve tempo, in cui la necessità e posizione geografica e politica di questi Stati mi sottomise ad influenza straniera, io solennemente dichiaro di rimettere sin d’ora i miei destini all’arbitrio di S. S. Pio IX, di S. M. Carlo-Alberto, e di S. A. R. Leopoldo II granduca di Toscana, i quali decideranno le differenze e le sorti future di questi Stati al miglior bene e maggior forza d’Italia, offrendomi sin d’ora ad accettare qae’compensi che all’equità di quei Principi sembreranno convenienti.

«Intanto, volendo pur anche testimoniare quanto desideri la felicità del mio popolo, approvo lo Statuto fondamentale di un governo rappresentativo quale mi fu proposta dalla Suprema Reggenza da me a ciò deputata, la quale confermo cogli stessi poteri, insino a che le sorti di questo Stato siano determinate, dandole facoltà di aggregarsi un altro cittadino eletto dall’Anzianato di questa città.

«Ritorni intanto Piacenza, ritorni Pontremoli in fede; dimentico i loro intempestivi bollori, nocivi ai loro ed ai comuni interessi; rimanga fedele Parma e rimangano fedeli le altre parti de’ miei Stati, e pensino che dall’ampiezza non si misura la felicità degli Stati.

«Io giurerò lo Statuto, manderò un battaglione di linea in soccorso ai Lombardi; e mio figlio Ferdinando, capitano di un drappello di valorosi civici che lo voglia seguire, vi offre il suo braccio, e mostrerà spero che nelle sue vene scorre il sangue della valorosa Casa di Savoia, e vive tuttora quello di Enrico IV.

«Affezionatistimo loro
«Carlo.»


Ma, quelle tarde promesse non furono credute. Egli era di Borbonico seme, e la costituzione largita avrebbe ritolta ai popoli, siccome mai sempre usarono i principi della sua razza. Nessuno volle ripetere alcun bene da lui; nessuno, parve, fidasse ne’ suoi giuramenti. I tempi mostrarono in seguito se quella dubbiezza la fosse appieno fondata. Or, il partirai di là gli era materialmente impossibile; dappoiché, in viaggi, in scialacqui, in mala amministrazione avea speso tutto il suo patrimonio. E, compromesso pe’ suoi atti anteriori con ogni estera potenza, stimava che nessuna terra sapesse dargli rieetto. Infelice principe! Egli, reggitor spassionato e non tristo; con negligenza educato, pur di culto spirito; ne’ suoi gusti, com’uom privato modesto; per istintiva debolezza pieghevole ai consigli ora buoni ora pessimi di chi il circondava; amatore del bene che nel cuor suo sentiva, ma da naturale pigrizia e da molli abitudini svigorito a tal punto da non poterlo attuare; vittima continova delle incertezze, espiava nella sua sciagura tutti i falli che non aveva commessi, ma che eransi fotti suoi, poiché in suo nome gli aveva lasciati da altri commettere.

L’unico suo figliuolo Ferdinando — voglio qui notare il suo genio perverso, perché tutti il sappiano da’ suoi principii — giovane matto, allevato in casa ai capricci di un male inteso amore; fuori, alle più triviali bassezze; dedito a turpi [p. 71 modifica]vizi; raccozzatore per l’Austria di tutto lo spionaggio della bassa Italia — turpitudine chiarita negli archivi delta polizìa di Milano dopo la rivoluzione — non poteva mai giungere alla sublitnità di far salvo per vie-generose il seggio del padre. E nel vero, ei foggia di soppiatto di Parma e, celato sotto arnese plebeo, veoiva riconosciuto e ghermito, a’ di sette di aprile, in un povero calesse di affitto sulla via che di Bozzolo mena a Cremona, nell’atto che avviavasi al campo austriaco. E siccome era presumibile che quel giovane scapigliato fosse portatore al Radetzky di celati messaggi, il governo provvisorio il faceva venire a Milano e sostenere nel palazzo nazionale, già abitato dal principe Ranieri quando vi sedea viceré. Quindi per generosità di re Carlo-Alberto venia rilasciato; ed egli partiva per la Inghilterra; e il padre, di Parma, ai 19 di aprile, per la Germania; e le principesse per a Torino. La Reggenza scompariva e in quella vece sorgeva un governo eletto dagli anziani municipali. Così, alla perfine riconosciuto il principio popolare, Parma tornava puramente italiana, ponendosi in rispondenza politica col governo di Milano e per ragioni di guerra con quel di Piemonte.

Caduti gli assoluti governi, i romani vollero distaccare dal palazzo di Venezia lo stemma di casa d’Austria che gli avea tutti patronati in Italia. Tratto a coda d’asino per le vie di Roma, e dagl’infuriati ridotto in i schegge, venne bruciato sulla Piazza del Popolo. Un lombardo a colpi di maglio ruppe la iscrizione marmorea, la quale narrava come la merlata dimora del rappresentante della repubblica veneta la fosse di legittimo austriaco dominio. In Napoli, il palazzo dell’ambasciata patì il medesimo insulto. Ricambio di più fastidiosi oltraggi patiti dagl’italiani per l’Austria.

La rivoluzione siciliana col tempo erasi rinforzata, e il suo nuovo governo, mediante un naviglio a vapore inglese, aveva spedito a quello di Napoli l’Ultimatum delle sue volontà. In esso dicevasi, il principe dovesse assumere il titolo di re delle Due-Sicilie, e non del regno; il rappresentante del re in Palermo—quando non di regio sangue—fosse siciliano ed avesse grado e titolo di vice-re: questi, fornito di tutte le facoltà dell’Alter ego che la Costituzione del 1812 annette al potere esecutivo, venisse stretto dai vincoli che quella Costituzione impone a tale potere; ove là detta proposta la fosse accetta, il comitato formulerebbe in breve, a scanso di ogni equivoco, tutto che dovesse comprendersi nelle facoltà dell’Alter ego. Gli articoli da stipularsi, i seguenti:

«I. Conservarsi gl’impieghi ed atti dati o fatti dal Comitato generale e gl’impieghi dati da altri comitati, e quelli che si darebbero durante il tempo in cui i comitati proseguiranno nello stato attuale.

«II. L’atto di convocazione del Parlamento pubblicato dal comitato si ritenga come parte integrante della Costituzione sino a tanto che il potere legislativo non abbia adattato ai tempi la Costituzione del 1812.

«III. Gl’impieghi di qualunque natura, civili, militari, diplomatici — per Sicilia — e dignità ecclesiastiche, conferirsi dal potere esecutivo residente in Sicilia a’ soli siciliani. [p. 72 modifica]      «IV. L’istituzione della guardia nazionale conservata con quelle migliori riforme che il Parlamento sarà per decidere.

«V. Le fortezze sieno tutte evacuate dalle troppe in otto giorni dalla conclusione dell’accordo, e possano esser demolite quelle parti che potrebbero nuocere alla città, a scelta o de’ comitati locali o delle commissioni che nomineranno prima di sciogliersi, ed in mancanza, a scelta del magistrato municipale.

«VI. La Sicilia conii moneta eon quel sistema che il Parlamento determinerà.

«VII. Sia riconosciuta e conservata l’attuale nostra coccarda e bandiera triti colore.

«VIII. Sia consegnata alla Sicilia la quarta parte della flotta, delle anni e materiali di guerra .sinora esistenti, o l’equivalente in denaro.

«IX. Le spese di guerra rimangano rispettivamente compensate.

«X. I danni di ogni natura del Porto-Franco di Messina e sue mercanzie non sieno a carico della Sicilia, ma del tesoro napoletano.

«XI. Che i ministri di guerra, marina, affari esteri — per Sicilia — e tutti altri ministri per gli affari di Sicilia siano in Sicilia presso il vice-re, e responsabili ai termini della Costituzione.

«XII. Che la Sicilia non debba riconoscere alcun ministero di affari di Sicilia residente in Napoli.

«XIII. Che sia restituito il Porto-Franco a Messina nello stato in cui era avanti la legge del 1836, senza limitazione di quanto altro potesse per tutti gli altri punti della Sicilia disporre H Parlamento.

«XIV. Tutte le materie d’interesse comune ai due paesi di Napoli e Sicilia siano determinate d’accordo dai due Parlamenti.

«XV. Se si farà lega commerciale o politica de’ popoli italiani, la Sicilia vi debba essere rappresentata distintamente come ogni altro Stato d’Italia da persone nominate dal potere esecutivo residente in Sicilia.

«XVI. L’approvazione di quanto sarà convenuto con questo atto, ove possa essere sviluppato, sia nelle debite forme data al Comitato prima dell’apertura del Parlamento, in mancanza di che s’intende sciolta ogni trattativa col comitato generale».

La contesa tra i due Stati la era materia ben grave che due eserciti erano pronti a difendere, uno per gli antichi diritti della sovranità, l’altro per guarentir l’isola dalle ingiustizie e dall’immediato dominio di un re che tutti conoscevano violento, rapace, assoluto, tirannico; imperciocchè, nelle stanze segrete de’ commessariati del Celso e di San Domenico erano state trovate dal popolo trionfante le pareti chiazzate di sangue, e scheletri d’uomini e cadaveri dal capo mozzo, dalle membra dilaniate, dal seno squarciato, reliquie di borboniana ferocia sparse in que’ covacci politici, in quelle sbirresche gemonie per ordine di Del Carretto, il quale rilevava immediatamente da re Ferdinando. Il ministero del 29 gennaio avrebbe dovuto concedere a’ siciliani tutto ciò che chiedevano e avean meritato a misura di popolano .sangue; ad essi i frutti della libertà e la direzione delle [p. 73 modifica]pubbliche cose; col tempo, gli animi si sarebbero raddolciti; e, scomparsa in Ferdinando II l’altera signoria borboniana, non più temuta la livida dipendenza napolitana, successo il ricambio spontaneo di una vicendevole fiducia, la scissura sarebbe cessata; e come il regno antimuro dell’isola, l’isola opera esteriore delle fortificazioni del regno. Ha, nessuna parola d’amore partiva dalla reggia di Napoli; il dispotismo, rimbellettato a libertà, dichiarava le condizioni impossibili ad essere ammesse per non violare la unità integrale della monarchia. Laonde, la sconcordia ne’ siciliani per genio antico e nuovo addoppiata. In cotesta vertenza il Bozzelli si mostrò tal qual’era, l’uom nullo nella trattazione delle faccende politiche. Una insensata passione municipale, la mania di far pesare la propria volontà sur una maggiore moltitudine d’uomini, lo sdegno insorto per le contrastate sue idee mettevano in lance tante lagrime, tanti danni, tante morti future, e il primo oltraggio che la Italia riceveva nel suo principio di libertà e di nazionale indipendenza.

Frattanto di ogni città, di ogni borgo della Italia redenta muovevano verso le frontiere lombarde giovani volontari per combattere le onorate battaglie del fraterno riscatto. Il freno della disciplina in essi mancava; l’empito no. Fra gii uomini notavansi parecchie donne, cui la debilità del sesso, la nessuna abitudine a’ forti esercizi non facevano inciampo al trattare le armi, ai disagi delle marce, alle privazioni d’ogni maniera. Ma, in molti quel che pareva zelo di patria era pudore, era temenza di possibili cittadini oltraggi, era fiducia di compiere un’opera santa senza rischio veruno, era moto convulso, febbrile, non riflettuto. In pochi eletti era l’ansia affannosa d’un desiderio a lungo sopito, era lo sfogo de’ più nobili affetti, era il generoso entusiasmo succedente alla tranquillità forzosa che i nostri avversi chiamavano pace dal 1845 in poi. Qualunque si fossero però le cagioni, il movimento de’ novelli crociati era bello, grande, ammirato dai contrari, da’ nemici temuto. Le armi erano fornite dai governi, dalle oblazioni de’ particolari, di proprio. Al partire de’battaglioni delle milizie civili, le moltitudini facevano ala — non gli seguivano! — accompagnandoli co’voti, colle lagrime, colla speranza. Io non valgo a descrivere coll’alfabeto della lingua parlata il superbo spettacolo che la mia Italia presentava in que’ dì, in cui i padri, i mariti, i figliuoli, i professori, gli studiosi correvano a rivendicare col loro sangue i conculcati diritti e a tutti riconquistare una patria che Io straniero insolente ne aveva ritolto. Del Modenese, del Parmegiano, del Genovesato, del Novarese andavano voleaterosi aiuti a’ lombardi. Di Firenze, di Pisa, di Livorno, di Siena le guardie nazionali si mobilizzavano, aventi a capo il colonnello Giovannetti. La principessa Cristina di Belgioioso traeva con seco di Napoli un drappello di volontari, cui il governo avea dovuto accordare, suo malgrado, le armi. Di Roma, guidati dai generali Giovanni Durando e Andrea Ferrari, partivano le truppe pontificie delle tre armi con parecchie legioni di cittadini, i quali avviandosi verso le Barche, le Legazioni e Bologna per dar l’ultima mano alla distruzione dell’odioso nemico, ingrossavano per via come valanga ruinosa, terribile. Di Milano partivano altre colonne, le quali, unitesi a quelle capitanate dal Manara, dall’Arcioni, dal Trotti, [p. 74 modifica]varcarono prime il Serio, l’Oglio ed il Clisio; e giunte sopra Salò, ne discacciavano i croati nell’atto di estorquere una contribuzione; quindi, inoltratesi tra Peschiera e Verona, si arrischiavano animose, sotto il cannone austriaco, a predare ben cinquecento barili di polvere. £sse intendevano asserragliare i claustri dello Stelvio e del Tonale; e, suscitando nel cuor bellicoso de’ tirolesi la sacra fiamma del fratellevole amore, rivendicare i confini d’Italia sulle Alpi Giulie, dove la natura gli ha posti, e il diritto delle nostre genti gli addita.

Era cessato il conflitto della strada. La baldoria delle festività rumorose venivasi racchetando. La mente de’molti posava per riflettere sui nuovi casi e trarne norma, gli uni d’italica vita, gli altri d’individuale ambizione, i troppi di politiche sfrenatezze. Onde, il nostro paese, non bene apparecchiato ad un’epoca cotanto propizia a’suoi fati, presentò nella gente illuminata l’anarchia delle idee; in quella di governo, la ignoranza nella pratica degli affari di Stato; nel popolo, il genio della rivoluzione senza la virtualità del sacrificio. I provvisori reggimenti erano composti da uomini di casato o di ricchezze; da magistrati municipali de’ tempi austriaci, queruli sudditi, ma non frementi; da qualche vittima dei caduti governi; da scrittori di novelle e da avvocati in grido. Cotesti cittadini, privi della energia necessaria all’uopo — ne eccettuo Daniele Manin, di Venezia — sospettarono ben tosto di quanti tra i loro amministrati sembrassero forniti di siffatta virtù; e, dondolandosi in seno di fallaci speranze, spensero a tutta possa il pubblico entusiasmo, divagarono in eccessive spese — non a loro pro; chè, erano fiore di rettitudine e di onestà — il reddito degli Stati; e risuscitarono le mal sopite discordie col parlare di agglomera menti, d’innesti, di fusioni di popoli , invece di provveder fotti mezzi per discacciar lo inimico, di attivare la coscrizione, la compera delle armi, affine di poter dire un giorno con nobile orgoglio «La Italia sta ed ha fatto da sè!».

In generale, nessun governo fra noi mostravasi eguale all’altezza degli avvenimenti. E per ciò, i popoli. Le passioni individuali, gl’interessi di regno, le peculiari prosperità di uno Stato, fecero pendere in sospeso lo scopo precipuo, essenzialissimo, vitale, che tutti in lor cuore volevano attuato, fiaccamente aiutandolo. Laonde, sospetti, tendenze, ambizioni, bramosie ingorde, speranze agitavano a gara gli animi di tutti. Molti i discorsi. Le opere poche, isolate, costose.