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La Italia - Storia di due anni 1848-1849/Libro quinto

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LIBRO QUINTO



Proclama di re Carlo-Alberto ai Lombardi ed ai Veneti. — Convenzione da lai stipulata col governo di Lombardia. — Lo esercito assoldato passa la frontiera. — Mala organizzazione dell'annata. — Giudizio é un dotto piemontese su di essa. — Scarsezza de' provvedimenti di guerra. — Descrizione del paese ove debbonsi combattere le battaglie per la indipendenza d’Italia. — Carlo-Alberto generalissimo. — Quali i suoi aiutanti di campo. — Quale il capo dello Stato-maggior-generale. — Il barone Eusebio Bava. — Il conte Ettore Gerbaix di Sonnaz. — Sistema di guerra di questo generale, non approvato.— Il principe Vittorio-Emmanuele, duca di Savoia. — 11 primo scontro in Marcaria. — La fazione di Goito. — Il colonnello Alessandro Ferrerò della Marmora. — Monzambano e Valeggio. — Peschiera. — Inutile tentativo di attacco. — Ricognizione sa Mantova. — Viene bloccata dai Toscani e da un reggimento napoletano. — La colonna mobile de' Modenesi valica 71 Po. — Fazione di Governolo. — Decreto del Parlamento di Sicilia sulla decadenza dei Borboni dal dominio sull'isola. — Giusto, universale contento.—Aurelio Saliceti. — Caduta del ministero Bozzelli. — Quali i componenti il nuovo. — .Loro programma politico.— Manifesto del re. — Ricordo istorico di un regale spergiuro. — Imbarazzi del nuovo consiglio. — Risposta del Borbone alla Sicilia. — Disegno di ostilità contro l’Austria. — Opposizioni e strano proposito del ministro Ruggiero. — Il generale Guglielmo Pepe. — Il conte Giovanni Statella. — Alessandro Poerio, milite dvile. — Le truppe napoletane partono pe' campi lombardi. — Spedizione della flotta. — Il ministero piemontese invia parte della sua.

La rivoluzione de’ fatti compivasi. Il voto de’ milioni era voto di guerra. Quel voto fu sanzionato dai principi. E il più forte fra tutti, il solo che sentisse nell’anima il principio della italianità — per quali ragioni il sa Dio! — emanava adì 23 marzo il seguente proclama:

«Popoli della Lombardia e della Venezia!

«I destini d’Italia si maturano; sorti più felici arridono agl’intrepidi difensori di conculcati diritti.

«Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di voti, Noi ci associammo primi a quell’unanime ammirazione che vi tributa l’Italia.

«Popoli della Lombardia e della Venezia! Le nostre.armi che già si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle ulteriori prove quell’aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall’amico l’amico.

«Seconderemo i vostri giusti desiderii, fidando nell’aiuto di quel Dio che è visibilmente con Noi, di quel Dio, che ha dato all’Italia Pio IX, di quel Dio, che con si maravigliosi impulsi pose l’Italia in grado di fare da sè.

«E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana, vogliamo che le nostre truppe entrando nel territorio della Lombardia e della Venezia portino lo scudo di Savoia sovrapposto alla bandiera tricolore italiana.

[p. 76 modifica]Tre giorni di poi egli partiva di Torino per Alessandria. Quivi assumeva il comando supremo dello esercito, dividendolo in due corpi d’armata; spediva gli avanguardi ed accelerava per mezzo del ministero di guerra la mossa degli sparsi reggimenti e lo invio delle munizioni; stipulava col governo provvisorio di Milano i capitoli che seguono:

« I. Le truppe di S. M. Sarda agiranno da fedeli e leali alleati del governo provvisorio, ritenendo S. Maestà a tutto suo carico gli stipendi in corso e stando invece a carico del governo provvisorio ogni somministrazione di sussistenza. A tal uopo l’esercito piemontese sarà assistito da’suoi commessari di guerra; potrà il governo provvisorio aggiungere quei controllori che crederà del caso. Le richieste per la somministrazione delle razioni di viveri e foraggi si giustificheranno mediante boni firmati dai rispettivi comandanti dei diversi corpi, i quali saranno mallevadori della loro esattezza numerica.

« II. Avendo il governo provvisorio sopra istanza del signor generale comandante Lecchi espresso il desiderio di avere degli ufficiali per la istruzione delle nuove truppe che si stanno organizzando, il signor marchese Passalacqua — generale di S. M. — accoglie la richiesta in quanto a quelli che non figurano nei quadri di attività colla condizione che gli ufficiali assunti dal governo provvisorio diventino ufficiali al servizio di questo.»

Quindi, accommiatandosi dai suoi popoli con parole di affetto e di speranza, varcava l’antica frontiera a’ 29 del mese alla testa di 29,000 soldati, co’ quali faceva ingresso in Pavia sulle vie sparse di fiori, tra grida di festa e di plauso indicibili.

In Italia — tranne il regno di Napoli e quello di Piemonte — non v’era organamento militare, e la carriera delle armi parea la carriera dell’oziosaggine, della ignoranza, della più completa nullità. Negli Stati di Toscana, di Roma, di Modena, di Parma, le scarse truppe non erano fornite da una regolare coscrizione che chiamasse alle armi tutta la gagliarda gioventù, ma da un volontario arruolamento formato dal contingente degli scioperati nelle infime classi. Ne’ capi, imperizia di cose guerresche, non curanza de’ propri soldati e, sovente, disprezzo per la bandiera presso cui rannodavansi. Ne’ subalterni, indisciplina, inettezza al servizio, nessun’onore. Gli è per questo che gli amatori della patria, certi della mala fede del Borbone di Napoli e della pieghevolezza nelle sue truppe a servirne le mire, ciecamente affidavano le proprie speranze nello esercito piemontese, di cui leggevansi nelle gazzette gli elogi i più sperticati. Erane però pessima la organizzazione, imperciocché, i coscritti a venti anni compiuti non servivano nella fanteria che per lo spazio di quattordici mesi; quindi tornavano alle loro case, non obbligati sino alla età di 28 anni che al mantenimento del proprio vestito, alla rivista annuale nel loro mandamento e per cinque settimane — due volte in tale periodo — alla istruzione ne’ campi d’autunno. Quei fanti, spirati i quattordici mesi di servizio attivo sino a tal’epoca, addimandavansi provinciali. Dai 28 ai 36 anni venivano classificati nella riserva. La quale si aveva l’obbligo di accorrere alle armi ogniqualvolta il Piemonte fosse minaccialo di guerra. In quattordici [p. 77 modifica]mesi nessun uomo può divenire perfetto fantaccino ai bisogni di una campagna. E quantunque il piemontese e il savoiardo sieno per natura coraggiosi, pazienti, inchinevoli alla disciplina, alla coscrizione e rotti alle fatiche e alle marce più che tutt’altri, pur gli è impossibile ch’essi lascino in si breve tempo l’abito antico per assumerne uno nuovo imposto dal dovere e dall’onore del corpo. Tornato a casa il coscrìtto, quel poco che aveva appreso il dimenticava nella cura delle domestiche faccende; quindi, ammogliavasi, e i doveri militari, la istruzione, tutto metteva in obblio, come cosa di applicazione inutile per lui, attesa la nessuna probabilità di una guerra piemontese. Lo esercito del re non era adunque — nè il poteva essere — la forte, agguerrita, e potentissima armata che i ciurmadori politici decantavano in tutti i metri; la era invece una milizia civile, composta di elementi raccozzati dal caso, l’uno all’altro ignoto, e non mossi da patriotico genio, ma dalla imperante autorità cui ognuno era avvezzo ubbidire. Cito a prova del mio assunto le parole di Carlo Promis, estratte dal libro, Considerazioni sopra gli avvenimenti militari del marzo 1849. Per esse i lettori si convinceranno del vizioso organamento dell’armata e se fu miracolo quel suo durare per più mesi ai disagi, ai perìcoli sui campi di Lombardia.

«Le compagnie dà nostri reggimenti di fanteria numerano in piena pace circa 35 uomini d’ordinanza con circa altrettanti provinciali del rispettivo anno. Al rompersi della prima guerra la nostra numerosissima fanterìa conteneva solo 8 mila soldati di ordinanza, de’ quali una ottava parte aveva in termine medio soli sei mesi di servizio, un’altra ottava un anno e mezzo, e via dicendo. Quell’ordinanza formando il nucleo delle nostre compagnie, attorno ad essa venivano a riunirsi le otto classi attive dei provinciali, sbalzando ad un tratto le compagnie da circa 70 uomini a 250. Dei contingenti così aggiunti, una ottava parte mancava da sette anni dalle bandiere, un’altra da sei, e cosi di seguito; tornando, trovavano mutati molti ufficiali, quasi tutti i bassi ufficiali; si trovavano insomma uomini nuovi tra grate sconosciuta. L’esperienza ha provato che le più grosse compagnie non devono in guerra oltrepassare i 150 uomini, anzi neppure i 120 o 130; e ciò trattandosi di soldati educati al loro mestiere. Da noi invece le compagnie, eccessive oltre ogni credere, si formarono di nove diverse classi dotate di esperienza, ovvero inesperienza, sempre varie. La guerra combattuta in terreni estremamente accidentati e boscosi astrinse a spiegare le nostre compagnie in bersaglieri. Esse ignoravano perfettamente la scuola dei cacciatori che non avevano praticata mai; ed ognuno s’immagini come a quattro solo ufficiali fosse possibile il distendere in bersaglieri 250 uomini, collocarli, comandarli, invigilarli; ognuno immagini come a’ più devoti e laboriosi ufficiali fosse possibile istruire tanta gente, conoscerla, sorvegliarla, tenerne i conti, e cosi di seguito. Schierati in battaglia, la loro estensione eccedeva la portata del comando, la loro mole non poteva essere nè governata, nè contenuta. Agli ufficiali fu imposto di far l’impossibile; sicché, non è colpa loro se non vi poterono riuscire, malgrado lo zelo di quasi tutti.

«Nei combattimenti, otto, dieci uomini, ed anche più, simulando una falsa [p. 78 modifica]pietà, adopravansi attorno ad un sol ferito, onde allontanarsi dal campo. Chi non voleva combattere poteva impunemente scostarsi, sicuro di non esser visto, epperciò neppur punito. Aggiungansi molte altre cose che per brevità tralascio, tutte note a quanti furono al campo, tutte derivanti da quel primo malanno del sistema dei provinciali, cioè dalla pessima formazione della nostra fanteria. Ma non debbo tacere della disciplina, la quale pur troppo fu lasciata cadere quando più si sarebbe dovuta curare; ma è pure giustizia il soggiungere che la miglior volontà del mondo non sarebbe riuscita a mantenerla in compagnie così stranamente formate, cosi eccessive, composte di si eterogenei elementi, con si pochi bass’ufficiali e quattro ufficiali soli.

«Anzi, quegli 8 mila uomini d’ordinanza in breve scomparirono quasi affatto. I successivi aumenti dell’armata e gli stessi miglioramenti apportativi collo scemar d’alquanto le compagnie, obbligarono a conferire gradi a moltissimi di loro, cosicché le compagnie furono in breve ridotte a quasi soli provinciali, dei quali in pochi mesi ben 34 mila furono gettati tra le file, tutti affatto nuovi.»

La fiducia in una eterna pace coll’Austria aveva fatto trascurate in Piemonte le provvidenze di guerra; e se le armi soperchiavano di gran lunga la ordinaria misura per sedare le possibili intestine sommosse, non bastavano per porsi convenientemente in campo contro un nemico gigante qual’era il nostro. Oltre a ciò, i generali mancavano di carte topografiche, e punto conoscevano il paese dove le sorti d’Italia dovevano farsi indipendenti per essi. Parmi sia pregio dell’opera il descriverlo qui a larghi tocchi, acciò la comprensione dei fatti militari — di cui fu il teatro durante la prima campagna—si renda più facile ai meno intelligenti di cose guerresche.

La Italia è separata dalla Francia, dalla Svizzera e dall’Austria mediante una lunga linea di alte montagne, le Alpi, le quali s’innalzano a sua difesa dal Varo all’Isonzo. Le salvatiche foreste, ingenerandovi frequenti e ruinose piogge; le nevi copiose che vi cadono durante l’anno, dimoiando e scorrendo in grossi volumi d’acqua sulla sottoposta pianura, danno vita a parecchi laghi e a moltissimi fiumi. I principali tra questi sono il Po, il Ticino, il Mincio, l’Adda, l’Adige e l’Isonzo. Il primo serpeggia maestoso dall’ovest all’est sulle pianure della Italia settentrionale e va a gittarsi nell’Adriatico dopo aver accolto nel suo lungo giro il largo tributo de’ suoi confluenti. Gli altri sboccano anch’essi alla loro volta nel medesimo mare. La Lombardia e la Venezia siedono tra il Ticino e l’Isonzo da un lato, tra le Alpi ed il Po dall’altro, e trovansi frastagliate dai corsi d’acqua su mentovati, dall’Oglio, dalla Piave, dal Tagliamento e da altre minori riviere che quelli aumentano ed ingrossano. Cotesta regione si aveva, verso il nord, neutrale la Svizzera; all’est, l’Adriatico, quasi barriera tra il Po e l’Isonzo. Ma, nel cuore di essa è un quadrilatero formato da Peschiera, Mantova, Verona e Legnago, posizione militare ammirevole si per l’attacco come per la difesa, che la natura fortificò e l’arte dei nemici rendette anche più forte. Il lago di Garda, che aduna le acque scendenti dai monti del Tirolo, è lungo settanta chilometri all’incirca e nella [p. 79 modifica]sua maggiore strettezza è largo quasi mille e dugento metri; la sua forma lo fa simigliante a un imbuto dilatantesi verso il mezzodì e quivi da una punta — ov’è Peschiera — scaturisce il Mincio; il quale, dopo aver toccato Monzambano, Valeggio, Pozzolo e Goito, ed esser tornato lago intorno a Mantova, dalle Grazie fin presso Pietole, va a gittarsi nel Po non lungi di Governolo. Paralello al lago, da Monte-Baldo scorre l’Adige all’est sino a Bussolengo; quivi, inclinandosi al sud-est, traversa Verona, tocca Zevio, Ronco, Albaredo, Boverchiara, Bonavigo, interseca Legnago e discende nell’Adriatico paralellamente al Po. Le vie di comunicazione colla Germania sono sulle Alpi Giulie e di facile difesa dalle bande dei partigiani; quella del Tiralo che restò sempre aperta agli austriaci durante la campagna del 48 — tranne pochi giorni nei primordi della guerra insurrezionale — può dare accesso a numeroso corpo d’armata. Il territorio situato tra il basso-Po e il basso-Adige al di sotto del Mincio è paludoso, rotto da spessi canali e poco praticabile. La parte centrale è il vero campo delle italiche battaglie, coperto siccom’egli è sulle sue due fronti da fiumi navigabili al nord ed al sud, e difeso nello interno da magnifiche posizioni strategiche.

Nel varcare il confine, re Carlo-Alberto — dichiaratosi Comandante in capo l’armata della Indipendenza Italiana — aveva a suoi aiutanti di campo il conte Franzini, ministro della guerra, uom provetto nelle armi, chè in gioventù aveva servito nelle schiere francesi; il conte Fabrizio Lazzari, quegli ch’era stato capo della polizia del regno sino alla proclamazione delle Riforme; il conte Maurizio Nicolis di Robilant, vecchio amico e fidissimo al re; il conte Giuseppe di Forax, uom retrivo per educazione, per abito, però incapace d’insudiciar con rei maneggi il suo nome; il marchese Scati, già ispettor generale dell’armata, valente nella corte, nullo nel campo. Era sesto fra questi — non come aiutante, ma quale intendente generale della real casa — il conte Trabucco di Castagneto, uomo astuto, di sottili maniere e di grande influenza morale presso il re, di cui era il segretario, o meglio il devoto faccendiere.

Stava a capo dello Stato-maggior-generale il conte Carlo Canera di Salasco, gentiluomo di camera, di nobile prosapia; il quale, d’indole timida e servile, di scarso ingegno, metodico in ogni cosa, attivissimo, spingeva la devozione verso la persona del principe sino allo stremo. Nel campo ei si credeva in obbligo di continovare lo incarico di ciambellano, e il segui sempre come l’ombra sua a piedi e a cavallo; e parte della notte passava quindi in veglia onde redigere que’ bollettini che tutti hanno letto e prescrivere gli ordinamenti dello esercito. Però, travagliato dalla propria coscienza, chiedea al suo signore il dispensasse da cure, le quali domandavano un’altra mente che la sua non fosse. Alla sua brama non si assentì. Ed al cessar della prima campagna, cessava anch’egli dall’alta funzione con fama di pessimo strategico e colla fatalità di aver dato il suo nome ad una convenzione coll’inimico, per forza de’ casi inevitabile, invisa però ad ogni generoso italico cuore.

Fu nominato capo del primo corpo d’armata il barone Eusebio Bava, il quale, di umile nazione, cominciò a servire nelle schiere francesi in qualità di soldato; e [p. 80 modifica]salito a capitano di fanti nella guerra micidiale di Spagna e fattovi prigione dagli inglesi, riesci a salvarsi a nuoto dai pontoni, ove lo avevano chiuso, insiem con alcuni compagni. Tornato in patria, percorse tutti i gradi dello esercito regio sino a quello di generale di divisione. Teorico eccellente, dotato di un carattere fermo, positivo, minuzioso ed audace, piacque a re Carlo-Alberto che molto credette in lui nella prima guerra. In essa il vedremo bollente nei desiderii, pien di coraggio, più audace assai che assennato, la fortuna arridendogli in parecchie smoderate fazioni. Stavano con lui, a comandanti la prima e la seconda divisione, i tenenti generali, marchese Federico Millet d’Arvillars e il cavalier di Ferrere; i maggiori generali, cavalier Trotti, marchese Claudio d’Aix di Sommariva, marchese di Passalacqua, cavaliere di Villafalletto; il comandante del battaglione Real-Navi, marchese Alli-Maccarani, e il colonnello de’ bersaglieri Alessandro Ferrero della Marmora.

Il conte Ettore Gerbaix di Sonnaz era posto al comando del secondo corpo d’esercito. Questi, nato di famiglia patrizia in Savoia, avea servito in gioventù alle napoleoniche imprese e fu annoverato tra i cavalieri della legione d’onore. Aggregato in seguito nell’armata di Piemonte, sedente re Carlo-Felice, perdette i favori cortigianeschi per aver offerto il maritale anello alla onesta figliuola di un magistrato; il che in quei tempi era delitto gravissimo. Carlo-Alberto, salito al trono, correggeva la brutta ingiuria col richiamare il già defraudato agli alti incarichi. Equo in pace, ed ardito in guerra, in un consiglio radunato in Cremona per trattare del sistema da eseguirsi in campagna — poiché le frontiere del regno eransi sventuratamente varcate quando il nemico stavane assai discosto — propose un piano, mercè il quale i piemontesi avrebbero preso a rovescio gli austriaci; e, addentrati nel Veneto, impedito che i soccorsi venissero loro di Vienna. Il generai Bava contrastò fermamente l’attuazione di quel provvido disegno, e ciò fu una tra le principali cagioni delle nostre sciagure. Ei disse, il maresciallo Radetzky occupare con forte armata le pianure di Montechiaro; rischiosa essere la impresa profferta; più facile il continovare la marcia per Piadena e Marcaria verso il Mincio, sola linea d’operazione di un esercito piemontese che invada la Lombardia, mediante la quale evitava», colà dove il nemico attendevate, uno scontro rischioso, e nell’atto stesso si favoriva un movimento popolare nella città di Mantova; il che, affidando alle nostre armi il possesso immediato di quell’importante fortezza, avrebbe circoscritto il teatro della guerra sull’Adige e nel Veneto. Ma, il Hadetzky campeggiava tra Ghedi e Montechiaro per isgomentare con quella attitudine il suo avversario, rallentarne la marcia e guadagnar tempo. I mantovani non rispondevano all’aspettativa per dubbiezza ne’ loro propositi e per la malaugurata intercedenza del vescovo, di che a suo luogo tenni discorso. Gli eventi andavano a ritroso di quel sistema. Il re però lo approvava. Ed il di Sonnaz piegò il capo e vi aderì a malincuore. Logoro del corpo, giovane d’animo, nel campo dell’onore italiano nessuna fatica parve gli fosse insolita, nessun loco scabroso, possibile ogni fazione. Umano co’ soldati, piacesi meglio reggerli coi benefizi che col timore; gentile cogli eguali, se offeso, gode [p. 81 modifica]più assai del perdonare che del vendicarsi. E il senato del regno ha avuto prova non dubbia di tal sua virtù.

Pendevano dal di lui comando i tenenti generali, conte Broglia di Casalborgone per la terza divisione; e per la quarta il cavalier Federici, quegli che alla presa di Peschiera ne fu nominalo governatore e perciò rimpiazzato dal duca di Genova, secondogenito del re. Le quattro brigate erano comandate dai generali, barone d’Ussillon, cavaliere Bes, e cavalier Manno. Il colonnello di artiglieria, Alfonso Ferrero della Marmora — ultimo de’ fratelli di questo nome, uomo coraggioso, arditissimo, energico — fu assunto a capo di stato maggiore della quarta divisione, allorchè il duca di Genova ne toglieva il comando.

La divisione di riserva — era cosi nominata senza che la fosse di fatto, poichè in mancanza di sufficiente esercito dovette sempre combattere, invece di stare appartata in acconcio luogo e correre alla riscossa negli estremi bisogni — aveva a duce il principe ereditario Vittorio-Emmanuele, ventottenne da pochi dì. Egli aveva avuto a maestro, insieme col fratello Ferdinando, il cavalier Cesare Saluzzo, tenente generale ad honorem, gentiluomo cortese ne’ modi, religioso nelle pratiche, dotto nella numismatica e nella archeologia. Alla di lui scuola, il principe apprese tutto che la soverchia vivacità del carattere a lui consentisse. Piacquesi meglio degli esercizi militari e della persona, delle cacce rischiose e delie corse a slascio su cavalli mal domi. Gioviale, franco ed intero, di facile consorzio, prediligeva lo star co’ soldati e il libero dire de’ campagnuoli alle compassate e noiose costumanze di corte, che sì da presso lo asserragliavano.

La monotonia della regia—quantunque un po’ ravvivata dalla presenza di Maria Adelaide d’Ausborgo, sua sposa, e dalle grazie infantili de’ loro figliuoli — faceva contrasto colla sua valetudine e robustezza. Ond’è, che lo entrare in campagna parea fosse pel giovane principe un esordire alla vita. Ubbidivano a1 suoi cenni i maggiori generali conte Biscaretti, conte Carlo d’Aviernoz e i cavalieri di Robilant, Sala, Olivieri.

Tali i capitani nello esercito del re, sommante a 72,000 uomini, de’ quali molte migliaia furono presidio ne’ paesi che vennero occupati durante la campagna, molti i vaganti per capriccio, per malattia, per superiore permesso, per dilatata licenza. Questo, stabilito un giorno sur un ampio sistema di littori della corona, in cui la chiarezza della prosapia, la servilità e la ignoranza davano adito al salire, era ribattezzato civile dalla nobilissima causa per cui muoveva a combattere. Se molti non erano spinti dalla fede, lo erano però dall’onore. II re, ch’essi dicevano idolatrare e che avevano appreso a servire pria della patria, il re co’ suoi figli marciava primo contro il comune nemico e tutto rischiava per cacciarlo fuori di un paese non suo. Onta e sciagura ai fortunati disertori dalle battaglie che in seguito accennerò con nota d’infamia! Onore a quelli che, morti o scampati, tentarono farsi strumento della nazionale difesa e della italica virtù!

Il giorno cinque di aprile il Quartier generale del re era a Bozzolo. Una compagnia di volontari arditissimi, capitanata dal Grifiìni, aveva occupato il passaggio deH’Oglio e disfattone il ponte presso Murcaria. Una mano di piemontesi delle tre 11 [p. 82 modifica]armi fu spinta più innanzi verso la sera, presidiando una casipola isolata sulla via di Mantova. A notte fitta, i cacciatori nemici, profittando della securità spensierata in cui si credevano i nostri, si avanzaron carponi verso que’ negligenti, gli attaccarono all’improvviso e gli posero in fuga. Un vivo allarme prese il cuore di tutti, accresciuto dalla carica di una quarantina di ulani che trassero con seco in Mantova nove prigioni ed otto cavalli. Quel primo scontro sì poco felice, le frequenti paure al più lieve rumore notturno, il continovo trarre degli archibusi senza saper dove, nè contro chi, palesavano assai chiaramente che le truppe assoldate dal Piemonte ignoravano i primi elementi dell’arte militare e non avevano alcuna fiducia su di sè stesse.

Due dì poi, l’armata partiva per Goito, onde tentare il passo tra le cittadelle di Mantova e di Peschiera. Il giorno otto, in pieno sole, la divisione d’Arvillars mosso con ansia grande contro il nemico, il quale erasi fortemente trincerato nel paese e minato avea il ponte. La seconda compagnia dei bersaglieri slanciossi animosamente innanzi con pochi cavalieri di Aosta comandati dal tenente Franchelli. Questi spazzarono le alture occupate dai tirolesi, e i primi corpi avanzandosi, poterono scorgere la doppia ripa del Mincio assiepata d’austriaci; de’quali, molti difendevano la città dalla vecchia muraglia che la circonda, dalla oaserma dei gendarmi e dalla villa Somenzari che vantaggiosamente la domina. L’artiglieria nemica dalla sponda sinistra del fiume fulminava i nostri onde impedire che si avanzassero. La battaglia incominciava. I bersaglieri si slanciano innanzi, parte verso la porta, sotto gli ordini del tenente Lions; parte a destra, difilati al ponte. Alla loro testa era il colonnello Alessandro Ferrero della Marmora, cavaliere di Malta, e annoverato tra i paggi di Napoleone nella sua prima gioventù. Militare per tradizioni di famiglia, istruito nelle discipline guerresche, culto nelle lettere, dotto nella meccanica, nella chimica, spese il suo patrimonio in viaggi, in ricerche, in esperienze infinite per creare il corpo de’bersaglieri e fornirlo di una carabina ingegnosissima di propria invenzione, tutte cose disposte da lui cinque anni prima che in Francia si pensasse a formare il corpo speciale dei cacciatori di Vincennes. Modesto e semplice ne’ modi, se quel suo andare alla buona in mezzo ai favori della nascita e della fortuna inspira riverenza a’ soldati ed al popolo minuto, la sua fronte sedo di fortezza e d’ingegno non ordinario, e le prove che in ogni tempo ne ha dato, lo fanno sopramodo stimare dagli eguali e dal re, alle cui sorti è devoto tanto, quanto a quelle d’Italia. Allorché io m’ebbi l’onor di conoscerlo, era ferito e giacente in letto nella casa del Passeri, in Bozzolo. Nemico dell’ozio, occupavasi a dorare col galvanismo le insegne distintive che gli uffìziali dell’arma per lui ististuita appongono sui loro cappelli piumati. In un’altra visita lo trovai intento a scrivere una memoria utilissima sulla efficacia dei bersaglieri in una guerra sui campi lomhardi. Levatosi appena sui principii del giugno, malgrado il contrario avviso del medico e la mascella non ancor rassodata, volle fare con noi una scorreria verso il forte di Mantova. Intrepido, incurante di sè, egli trasmette a noi il tipo vivente di quegli antiohi cavalieri della sua razza, le cui fisonomie abbronzate dal sole delle battaglie, adornano le sale dell’avito suo tetto in Biella.

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BATTAGLIA DI GOITO

Li 30 Maggio 1848

[p. 83 modifica]Il bravo Lions con pochi de’ suoi, superate le barriere, cacciavasi audacemente dentro Goito; il marchese Maccarani lo segue col suo battaglione Real-Navi; una palla, cogliendolo nel petto, lo toglie al comando e allo esempio; ma, i nostri lo vendicano, entrano nella città a viva forza, abbattono, fracassano ogni ostacolo, pongono in fuga il nemico; il quale, sgominato da tanto ardire, corre precipitoso al ponte per difendersi sull’altra linea del fiume. Il colonnello Della Marmora, a cavallo e colla spada in alto, grida ai bersaglieri, s’incalzino i fuggenti; e in questo dire, una palla di moschetto, penetrando a sinistra nel mento, gli esce fuori sotto l’orecchio diritto. Dall’aperta ferita il sangue spicciava a getto; onde egli, stimando rotta l’arteria e perciò allo stremo della sua vita, volle questa vender cara a’ nemici, scagliandosi col cavallo sur un buon numero d’essi, ferendo e uccidendo quanti raggiunge colla sua spada; finché, stanco e trafelato, raggiunto dai suoi, veniva tratto da quello scompiglio e menato all’ambulanza. In quello stante, la mina facea saltare in aria un arco del ponte, lasciando illeso il parapetto diritto. Gl’imperiali sono rotti io due corpi; e l’uno sgombrava il paese, ritirandosi per la riva diritta a Borghetto; e l’altro occupava le case del borgo sulla sponda sinistra e facea fuoco di moschetteria e di cannone sulla città, ove il generai Trotti aveva appostato una sezione di artiglieria che lo batteva di fianco; e sul ponte, ove il generale d’Arvillars con un battaglione della brigata Regina e con una sezione d’artiglieria l’offendeva di fronte. La resistenza fu lunga e ostinata. Avevamo a combattere mille e dugento fanti tirolesi — i migliori soldati dell’Austria — i quali si difendevano con accanimento grande e degno di una causa migliore. Un loro ufficiale diede prova di molto valore, animando i suoi colla voce e co’ tiri sicuri, infallibili della propria carabina. Il muro della chiesa, cadendo, lo uccise. Malgrado il tempestar delle palle, il ponte si riparava dai zappatori del Genio; ma i nostri, impazienti, saltavano sul parapetto e si gittavano a baionetta spianata sul borgo. Quell’attacco risoluto determinava il nemico alla ritirata. Ventiquattro tirolesi italiani abbracciarono i cacciatori del capitano Grifoni come fratelli. Un centinaio di prigioni cadde in nostro potere insieme con un cannone; gli altri riparavano a Pozzolo e a Valeggio, ov’era lo esercito condotto dal maresciallo Radetzky.

Se fosse stato possibile acconciare il ponte più presto, od il fiume avesse presentato un guado nelle vicinanze di Goito, la cavalleria avrebbe potuto inseguir gl’imperiali in disordine cui lo sbigottimento era sceso nel cuore. Gli or or coscritti invece, dovettero farsi lieti di aver compiuto il loro dovere in una giornata che la poteva essere più piena e gloriosa. La nostra perdita tra morti e feriti sommò a quarantotto uomini. Cadde eroicamente il giovine tenente Wrigt, inglese di nascita. Si distinsero particolarmente il generale d’Arvillars, il Griffini, il Milanesi, caporale d’artiglieria e parecchi fanti de’ bersaglieri, del Real-Navi e della brigata Regina.

Il generai Bava aveva sin dal mattino disposta una batteria con due reggimenti, l’uno di fanti e l’altro di cavalli, sul ponte in cui le strade di Gazzoldo e di Mantova si ricongiungono, per guarentirsi alle spalle da un attacco di schiere [p. 84 modifica]nemiche escite da quella fortezza. Gol materiale servito alle barricate austriache fece costruire celeramente una testa di ponte alla sinistra del borgo occupato, per me’ sicurare il campo. Aggiunse in seguito altri provvedimenti; e pel fine istesso collocò buon nerbo di truppe che giungevano via via dal Piemonte a Ferri, Falsoni, Torre d’Oglio, Ceresara, Vasto, Solarolo e Ca’ Bozzelli; quivi, i nuovi venuti toglierebbero riposo dalle frettolose marce e s instruirebbero insieme nel maneggio delle armi e nelle regole di militar disciplina, di cui erano affatto digiuni.

Il felice successo in Goito delle armi italiane, indebolendo la temuta fama di possanza nell’oste avversa, incorò sopramodo i nostri, ansiosi di altri combattimenti. L’indomani, la terza divisione, comandata dal generale Broglia, mosse sulle alture che dominano Monzambano, piccolo borgo sedente sulla diritta del Mincio, non lungi di Peschiera. II nemico, all’appressare delle tre colonne che gli piombavano addosso, abbandonava il paese e, riparando sulla sponda sinistra, appiccava il fuoco al ponte. La prima batteria a cavallo, sotto gli ordini del maggiore Filippa, allontanò di mille metri, quasi, gli opponenti dal Mincio a fine di ristabilire il ponte su cui passavano di corsa i bersaglieri, il primo reggimento ed un battaglione del 46° senza incontrare i nemici. Se il nostro stato-maggiore avesse avuto cognizione dei luoghi, avrebbe saputo rispondere all’ardor de’ soldati che volevano ad ogni costo inseguire i fuggenti. Ma, la ignoranza prescrivendogli una saggia moderazione, fermamente impediva lo inoltrarsi in quel labirinto di valli e di colline, il cui passaggio poteva riuscire fatale. Più felice il colonnello Mollard, alle due ore e mezza di quella sera istessa, con due battaglioni di savoiardi e con mezza batteria entrava in Borghetto, villaggio abbandonato dagl’imperiali per la occupazione di Goito e di Monzambano. Anche colà il ponte era rotto; venne bentosto ricostruito alla meglio; e già il tenente dei granatieri, Pelissiers, lo aveva varcato colla sua squadra, quando una palla di cannone di bel nuovo il rompeva. L’artiglieria nemica, in vista del buon successo, non desistette dal trarre per tutto il giorno onde interrompere i lavori di restauramento; i già passati si appiattarono in una casuccia del borgo per non cader prigionieri. L’indomani, i nostri avevano presa posizione sulle alture dinanzi il ruinato castello di Valleggio; intanto l’artiglieria teneva in rispetto il nemico sull’altra sponda onde il Genio valesse a riporre il ponte in assetto. Il giorno 41 le truppe poterono finalmente passare il fiume sui due punti contesi di Monzambano e di Valleggio, ove le avverse schiere erano già disloggiate. Quel cedere siffattamente il campo dopo deboli resistenze, svergognava i vanti emessi in Milano dal vecchio maresciallo; pure, lo indietreggiare era per lui provvida necessità. La facile vittoria ringalluzziva i nostri e gli facea meno oculati e guardinghi, siccome quei che non temono di un nemico scorato, scontento, fuggiasco. Il temporeggiare a quel modo risparmiava i suoi, malazzati dalle rapide corse fino allora operate e dalla penuria, gli dava agio di tanti diversi elementi comporne uno solo, mercè una severa e forte disciplina, e il facea salvo dalle diserzioni che minacciavano assottigliargli lo esercito. Il vice-re Ranieri [p. 85 modifica]lo aiutava di sua parte col proclamare di Bolzano ai tirolesi, il movimento lombardo-veneto non mirare che ad invaderò ostilmente la loro patria per poi smembrarla e devastarla a suo pro. Ed all’avviso aggiungendo le violenze, toglieva ad istatichi parecchi ragguardevoli cittadini che trasportava seco a Tione.

Era quello il momento che un valente generale avrebbe afferrato per spingere innanzi le sue truppe e profittare in un tempo dello entusiasmo che le invadeva e delle incertezze inimiche. Carlo-Alberto in quella vece fissava il suo Quartier generale in Volta — città collocata sur una eminenza a sinistra di Goito — e lieto si tenne delle posizioni che si facilmente gli erano state cedute. Talun lo avvisava che, ove tentasse un movimento verso Peschiera, il forte sarebbe agevolmente caduto in poter suo per essere in gran parte presidiato da delle schiere lombarde demoralizzate e scontente. Falso il consiglio, pure accetto dal re; il quale, al tredicesimo dì di quel mese spediva a quella volta sei pezzi di artiglieria di posizione, sei di campagna e otto obici, sostenuti dalla brigata di Pinerolo.

Peschiera — bagnata dalle acque del lago di Garda e solcata per metà dal Mincio che quivi ha nome all’escire del lago — è un pentagono alquanto irregolare, avente il lato del poligono esterno di circa quattrocento metri. Due mezze lune e due grandi opere a corno la proteggono al sud-ovest; ed anch’esso sono coperte da quattro lunette inoltrate sulle strade di Brescia e di Verona. La città guarda il lago all’ovest-nord-est, e una flottiglia potrebbe batterla con molto vantaggio. La fronte al sud-est è la più debole, ma riceve aiuto dal maggior braccio del fiume. Cotesto forte era a noi necessario come punto d’appoggio alla linea del Mincio per le operazioni da farsi onde precludere la via del Tirolo e intercettare agli austriaci la via diretta di Verona a Brescia.

Le nostre artiglierie tuonarono per qualche ora, scassinando alcuni cannoni e smattonando qua e là l’orlo de’ muri eretti gran tempo innanzi dal valente ingegnere veneto San-Micheli. Si credette che una tale apparenza di attacco bastasse a truppe demoralizzate, a popolazione stanca di più vederle, a comandante ottuagenario non temuto ed intimorito; alcuni affermavano che al suonar delle nostre trombe, al primo trarre dei nostri cannoni, la porta della cittadella sarebbe aperta e il generai Rath avrebbe domandato di capitolare. Ma, le mura di Peschiera non erano quelle di Gerico; i 4,800 croati che la presidiavano — gente predona e selvaggia avanzata alle vendette lombarde in Milano — non sentivano punto lo scoraggimento dell’animo, bensì la speranza, nel resistere alla mala fortuna, d’infestar di bel nuovo le strade e i paesi, di appagar la non mai satolla ferocia nello strazio degli abitanti e di rubar tutto che venisse loro alle mani; i 4,200 abitatori della città erano indifferenti alla causa sposata dai più tra i loro fratelli di patria; e grati alle virtù caritatevoli ed elemosiniere del generale tedesco, che da ventidue anni quivi aveva dimora e comando, pareano dispiacenti delle novità che intorno avvenivano. L’ufficiale parlamentario trovò adunque illusoria la facile reddizion della piazza; nobile e dignitosa fu la risposta del custode del forte; ed il re — il quale durante lo inutile tentativo era rimasto ne’ punti più bersagliati dalle [p. 86 modifica]palle nemiche — di là ritraevasi, lasciandovi una brigata che desse il blocco alla fortezza, finché giungesse di Piemonte una maggiore artiglieria di assedio.

Intanto, la guarnigione di Mantova, sfornita di viveri, in giornaliere sortite esplorava i campi, le cascine villerecce, e i paeselli delle vicinanze, predando quanto meglio toglier poteva. Que’ campagnuoli, abbrutiti dalla lunga dominazione austriaca, erano pazienti alle offese, inabili ad offendere e perchè spesso travagliati da improvvisi e dannosi assalti, supplicanti e piagnoni. Carlo-Alberto, pietoso pei miseri, ordinava una grande ricognizione su quella piazza per impedire la cessazione de’ mali accennati, per isbarazzar di soldati austriaci Rivalla e le Grazie, per facilitare il congiungimento della propria armata colle colonne modenesi, romane e toscane che avevano già varcato il Po, e per la continua lusinga che i mantovani, incoraggiati da una dimostrazione così vicina, avrebbero operato, a seconda delle tante promesse, lo interno sollevamento contro il presidio. Nella notte del dì 11, il general Bava dava le disposizioni per la impresa. A’ primi albori, quattro colonne, di tremila uomini all’incirca, muovevano di Gazzoldo per Sarginesco, Castellucchio e Montanara, onde attaccare di fianco il nemico se avesse cercato difender l’argine dell’Osone; di Sacca per Rivalla e le Grazie onde cogliere gli austriaci di fronte; di Ceresara per Rodigo, Borghetto e le Grazie onde procedere sino a Curtatone; e di Piubega per Ospitaletto, onde starvi come riserva e impadronirsi de’ distaccamenti nemici con cui i nostri s’imbattessero. Tutti dovevano, dopo i vari attacchi di fronte e di fianco, tagliare la ritirata agli austriaci esploranti i campi e le nostre mosse e recarsi immediatamente sotto le mura di Mantova. Ma, il nemico era già in sugli avvisi; lo zelo, la paura, o il danaro a lui concedevano spie accurate e indefesse; nell’atto ch’ei ritiravasi, presso il forte Belfiore, ebbe un breve scontro co’ bersaglieri che lo inseguirono fino alla porta. La piazza aprì un vivo fuoco d’artiglieria per sostenere alcune sortite effettuate con grave sua perdita.

Anche quel tentativo andava fallito. I mantovani intimoriti ed oppressi; il contado, balordo, negligente, quasi in pace, gente che aveva degl’italiani la lingua, non l’animo. Convenne far ripiegare le schiere e cedere il posto ad una divisione di cinquemila toscani, volontari e di linea, comandati dal generale d’Arco Ferrari, il quale era stato un buon ufficiale di fanti nella guerra di Spagna per Napoleone; or dal lungo riposo e dalla età svigorito ed inutile. A’ toscani erasi aggiunto il 40° reggimento di linea Abruzzo, che il re Borbone aveva mandato al granduca come di ausilio ai suoi.

Fino dal giorno dieciotto una colonna mobile di modenesi aveva traghettato il Po presso San-Benedetto per presidiare Governolo, posizione assai importante non lungi dalla cittadella di Mantova. Cotesta borgata bipartita dalle acque del Mincio — che poco stante vanno a confondersi con quelle del maggior fiume anzidetto — è famosa nelle istorie pel fortunoso incontro di Papa Leone con Attila — flagello de’ popoli — e per parecchie fazioni operatevi dai francesi a’ tempi della prima repubblica. Le truppe che l’occupavano erano agli ordini del maggiore Ludovico Fontana, uom di natura semplice, onesta, attivissima, che aveva appreso le [p. 87 modifica]militari discipline nel battaglione del duca di Modena e desunto le politiche credenze dallo ingegno del cuore. Il suo coraggio, la franchezza de’ modi lo facevano stimare da’ suoi conterranei; il suo piglio soldatesco, le libere parole il rendevano l’idolo delle schiere che il governo provvisorio gli aveva affidato, le quali ei rassegnava in ottocento volontari, in dugenventicinque soldati di linea, in trentacinque dragoni a cavallo ed in trenta cannonieri; in tutto, mille e novanta uomini con tre pezzi di artiglieria di campagna ed un obice. A cotal forza erano uniti cencinquanta bersaglieri mantovani, capitanati dal Longoni, distinto ufficiale al servizio di Piemonte. Io—venuto pochi di innanzi di Parigi—era compreso come soldato volontario in una delle centurie sciolte agli ordini del comandante Fontana.

Saputosi come alcuni drappelli nemici, campeggiando vasto paese tutto all’intorno, infestassero le strade e ponessero a sacco ed a ruba i paesi circostanti, alcuni fra i nostri attissimi alle imboscate e divorati dalla sete del combattere, chiesero, dopo quattro giorni, volteggiar verso il forte, tentando uno scontro, o la ricognizione dei luoghi. Quegli arditi sommavano a trecento, o poco più. Giunti a Castellaro, vi si fortificarono riconoscendo il luogo importante ad intercettare le comunicazioni di Mantova con Verona e Legnago. La sera dell’indomani — avvertiti che due compagnie di cacciatori austriaci erano giunte in Castelbelforte vi soggiornavano — partirono in numero di dugento onde tentar di sorprendere l’inimico e farlo prigioniero, lasciando il rimanente a Castellaro a guardia delle barriere ed a sicurare la ritirata. Albeggiava, quando presso il paese si scontrarono cogli austriaci già desti ed in marcia per Mantova; ed attaccatili istantaneamente, dopo mezz’ora di combattimento gli costringevano alla fuga, cagionando loro alcune perdite ed inseguendoli per buon tratto. Contemporaneamente, i rimasti a Castellaro venivano assaliti e sorpresi da un battaglione di ungheresi con cavalleria e cannoni; e, benchè tolti alla sprovvista per la mala guardia che intorno a sè facevano, si difesero per un’ora e ritiraronsi in disordine verso Governolo. La temeraria virtù de’ nostri diveniva appoggio successivamente a fatto maggiore. Imperciocchè, il governatore di Mantova, generale Gorzkowski — stizzito per l’accaduto e sapendoci in piccol numero, soldati della vigilia ed in loco non munito dall’arte — deliberò far partire alla nostra volta nella sera del dì vegnente una colonna dei migliori soldati della guarnigione a’ cenni di un veneto, il Duodo. Noto il nome a titolo di vergogna! Uscirono nottetempo dalla porta San-Giorgio duemila e seicento ungheresi del reggimento Arciduca-Francesco-d’Este con sei pezzi d’artiglieria, due squadroni di cavalieri e un battaglione di tirolesi. Ubriacatisi in una osteria alle Colombare, uccisone l’oste e sua moglie ed arsa la casa, il comandante spediva di quinci i seicento cacciatori verso Casale per assaltarci all’improvviso di fronte e di lato. Il molto vino però annuvolava a questi per siffatto modo la vista a non raccapezzarne la strada. La forte colonna invece inoltrossi direttamente sulla via dell’argine. Fasciate erano di stoppa le ruote de’ carri; tutto all’intorno era tenebra e silenzio. Trafiggono nel sonno un giovanetto reggiano,

sentinella avanzata; scavalcano la prima barriera composta provvisoriamente [p. img modifica]

FAZIONE DI GOVERNOLO

24 Aprile 1848


[p. 89 modifica]Erano allora le dieci. Perseguiti i vinti per un buon tratto, avemmo per tutto bottino un forgone di munizioni da guerra e qualche prigioniero. Ma, se il Gremontai avesse fatto il dover suo, se avessimo avuto un maggior nerbo di cavalieri da poter risicare su quelle incerte strade, ben poco numero di nemici avrebbe recato al governatore Gorzkowski il triste annunzio della toccata disfatta. Sapemmo però l’indomani com’egli avesse imposto una luminaria festosa agli abitanti di Mantova e come, ito incontro con numeroso seguito e con bande militari alla colonna ch’ei credea vittoriosa, s’imbattesse con cinque carra di feriti, tra i quali il Duodo, cui due palle avevano traforato il petto. Sapemmo altresì che trecento ungheresi all’incirca mancarono all’appello il dì poi di quel fatto; noi ne raccattammo parecchi, morti sul terreno; molti ne vedemmo gittar semivivi da’ loro compagni nel Mincio, e sette ne curammo con fraterna carità nell’ospedale di Ostiglia.

L’attor principale della difesa di Governolo e il bravo Longoni ricorderanno sempre con gentile orgoglio la fazione che sì gli onora insieme co’ loro compagni d’armi. Tutti rivalizzarono di entusiasmo, di ardore, di zelo. Due caporali artiglieri, per nome Rolli e Guerzoni, in premio de’ bene aggiustati tiri, vennero innalzati dal Fontana al grado di sergenti.

Nell’atto che sì fervidamente si combatteva sui campi lombardi, e la divisione romana comandata dal general Durando occupava Ostiglia e Revere, lasciando dietro di sè la cittadella di Ferrara in poter degli austriaci, le questioni interne del regno di Napoli assai gravemente si complicavano. Il ministero Bozzelli erasi sbracciato a condurre i già concitati animi siciliani allo stremo ed aveva inasprito le passioni politiche de’ due paesi in tal guisa da compromettere il principio della unione d’Italia. Le carte diplomatiche di lord Minto rivelano a chiare note lo accorgimento e la sapienza pratica de’ governanti in nome di re Ferdinando. Il solo atto italiano ch’essi commisero — ma tardo inopportuno e bugiardo per le sue conseguenze — fu la nota del principe di Cariati, scritta a dì ventisei marzo, collo intendimento di promuovere una lega politica cogli altri Stati della Penisola; il che alla Sardegna già militante e non emulata parve uno scherno; alla Sicilia, un insulto e una calunnia sparsa da quel governo a suo danno, quasi che l’isola, separandosi dall’odioso e versipelle reggimento napoletano, volesse separarsi dagl’italici affetti. Lo stesso giorno, il ministro napolitano scriveva al cardinale Antonelli, segretario di Stato, per ottenere il permesso di far passare nelle province pontificie sei mila uomini delle sue truppe dirette per la Toscana. La pessima natura dei consiglieri di re Ferdinando fa di leggieri comprendere lo scopo di tale spedizione. Era mente del Bozzelli lo aiutare il granduca Leopoldo a tenere in freno il partito liberale di quel paese e collegare strettamente al proprio governo i due reggimenti della Italia centrale contro la temuta influenza della parte Albertista.

Il tredicesimo di aprile ragunossi il parlamento in Palermo. I deputati dissero con accese parole della novella borboniana ingiuria e disegnarono pronto ed efficace rimedio; la Italia esser Costituzionale; mantenersi tale anche l’isola; doversi istantaneamente pronunciare la caducità di Ferdinando II e della sua dinastia; [p. 90 modifica]stabilire la massima, il nuovo principe dover essere italiano di nascita; mente di tutti lo spedire nel continente rappresentanti dell’isola collo scopo di formulare la lega cogli altri Stati d’Italia. Il decreto fu unanime, spontaneo e votato tra le acclamazioni immense. Esso era espresso in tal termini:

«Il Parlamento dichiara:

«I. Ferdinando di Borbone e la sua Dinastìa sono per sempre decaduti dal Trono di Sicilia.

«II. La Sicilia si reggerà a Governo Costituzionale e chiamerà al Trono un Principe Italiano dopo che avrà riformato il suo Statuto.»

I pari sanzionarono quel voto che i comuni avevano emesso nello entusiasmo del popolo. La città venne illuminata a festa; nel teatro si plaudì al Parlamento e alla Lega; e le moltitudini per tanti anni schiave, e redente alla per fine dal dominio spagnuolo — il quale, se aveva liberato la Sicilia nel 1735 dal giogo tedesco, ne eguagliava in progresso la gravezza, inspirandone negl’insubri la sazietà ed il fastidio — corsero a furia sui luoghi ov’erano le statue di Ferdinando e di Francesco — l’avolo e il padre del Borbone attuale — e fra le urla di gioia e di sdegno le ridussero in pezzi, rammentando che que’ spergiuri avevano date e ritolte le franchigie di libertà e ridotto il popolo nelle condizioni le più ignominiose.

Fino dal sei marzo era entrato nel consiglio del re come ministro di grazia e giustizia l’avvocato Aurelio Saliceti, uomo di austeri costumi, di dottrine inflessibili, di aspetto duro, freddo, angoloso, sagace organizzator di governo, laboriosissimo amico di libertà, per cui aveva in altra epoca sofferto persecuzioni in Teramo, suo loco natale. I di lui semplici modi non piacevano punto alla corte; le franche verità ch’escivano dal sincero suo labbro sembravano un’accusa ai fiacchi colleghi, i quali in lui non sapevano patire una certa tal quale asprezza nel dire e nell’usare con esso loro. Gl’improvvidi desideravano disfarsi di un consocio sì incomodo; e colto il destro ch’egli era in letto infermato, lo invitavano a venire issofatto in consiglio o a prontamente dimettersi. Lo invito era brusco; la secreta intenzione chiarissima. Il Saliceti venne dimesso; e se un tale atto a lui dava una popolarità senza limite, annullò il credito del potere, suscitandogli difficoltà ed ostacoli d’ogni maniera. Non mancarono gli agitati attruppamenti, gli articoli della libera stampa, le grida smoderate, le richieste di una riforma costituzionale. E cotesto voto aveva acceso la pubblica opinione, perchè espresso anzi tutti dal Saliceti in un suo programma politico, divulgato pochi dì poi della sua voluta destituzione. Oltre tale riforma in esso ei chiedeva lo abolimento della camera de’ pari, la facoltà ne’ deputati di emendar lo Statuto, lo invio di commessali speciali nelle province e la forte cooperazione alla guerra Italiana.

Attacchi così vitali scalzavano potentemente le basi del potere esistente. Il ministero Bozzelli cadde nel giubilo universale; e quello che dopo infinite e lunghe discussioni a lui succedette, era composto da Carlo Troia, presidente del consiglio, cittadino integro ed istoriografo di molto nome; dal marchese Luigi Dragonetti, ministro delle relazioni estere, il quale, attore nella scena politica [p. 91 modifica]dal 1820, aveva tutto ed in ogni tempo sacrificato alla causa nazionale, patrimonio, salute, libertà; dal conte Pietro Ferretti, ministro delle finanze, uom di vita illibata ed addetto a commerciali faccende; dal brigatiere Gaetano del Giudice che assunse la direzione delle cose di guerra, poiché tal provincia non potevasi convenientemente affidare al Filangieri, come colui che più volte erasi insudiciato nelle enormezze del passato governo dispotico. Gli affari interni furono dati a reggere all’eloquente giureconsulto Raffaello Conforti, amico del Saliceti, consenziente al di lui programma, caldo amatore d’Italia, gentilissimo d’animo e di studi. Il magistrato Vignale toglieva il portafogli di grazia e giustizia; e il colonnello Vincenzo degli Uberti diveniva capo del dicastero pe’ lavori pubblici. Al ministero del commercio e dell’agricoltura si proponeva il dotto economista Antonio Scialoia, poco innanzi venuto di Torino ov’era professore nella regia università. Dirigeva la istruzione pubblica l’avvocato Paolo-Emilio Imbriani, di miti costami, di mente e di cuore cultissimo. E l’azienda degli affari chiesastici veniva posta nelle mani dell’avvocato Francesco-Paolo Ruggiero, il quale presso alcuni era in fama di liberale e filopatra; e presso chi meglio il sapeva, d’uom cavilloso, subdolo, di dubbie mire e di somma pieghevolezza al potere.

II ministero cosi detto del 3 aprile si affrettava di pubblicare il suo programma politico, il quale, senza essere assolutamente costituente come quello del Saliceti, voleva a tutte viscere la cooperazione alla guerra contro l’Austria; i colori nazionali per bandiera dello Stato; l’organamento delle province mediante commessari straordinari; la riforma della legge elettorale; la scelta dei pari serbata al libito del principe, colla condizione di scegliergli però sopra un elenco presentato dagli elettori; e la facoltà conferita alla Camera de’ deputati di svolgere e modificare 10 Statuto. E quattro dì appresso pubblicavasi un manifesto di re Ferdinando, nel quale ei dichiarava «lo immenso amor suo per la Italia, la franca cooperazione alla guerra pel conquisto della patria indipendenza» e quasi arra di tali promesse «il proprio carattere d’italiano e di soldato». A’ di 13 luglio del 1820, il di lui avolo Ferdinando — dopo aver prestato, dinanzi a tutti, nel tempio della regia, il solenne giuramento di fede alla Costituzione di Spagna sugli aperti evangeli — qual sopra ciò, fisi gli sguardi sur un crocefisso, con ferma voce aggiungeva spontaneo; «Onnipotente Iddio, che collo sguardo infinito leggi nell’anima e nell’avvenire, se io mentisco, o se dovrò mancare al giuramento, tu in questo istante dirigi sul mio capo i fulmini della tua vendetta!»

La storia registrava più tardi con note di sangue il nefando spergiuro di quel canuto; la sacrilega pagina però della famiglia sua non era del tutto esaurita.

Veniva bentosto attivato lo armamento della guardia nazionale; furono riformate le amministrazioni e il personale delle magistrature. Lo spirito pubblico alquanto si rabbonacciò. Ma, i retrivi non stettero cheti, e al regno della legge opposero (anarchia. Ne’ governi costituzionali la bramosia degl’impieghi e delle onoranze è tal sete epidemica, che difficilmente si estingue. Nel regno di Napoli essa eccedeva ogni limite. Quivi — colpa del lungo e degradante dominio spagnuolo — la servilità [p. 92 modifica]e la bassezza dell’animo, divenute mala indole nelle classi ehe più di tali cose aprono industria, spingevano la gente a sciami ne’ ministeri per mendicarvi abiettamente un impiego, un grado, uno incarico lucroso. Pe’ reggitori era motivo di mestizia e di sdegno lo aspetto di una società si corrotta. Alcuno fra essi venne insultato, perchè mal rispondente al voto de’chiedoni; tutti, calunniati da maligne e spregevoli voci. La stampa, vestitasi di tribunicia licenza, profittando delle tendenze governative che altrui davano più libera vita e in sè assumevano le sembianze di una soverchia debilità, non rispettava immacolate coscienze, egregia fama, probità antiche e recenti. Gl’ingiuriosi libelli non risparmiarono nè iltSaliceti, nè il Troia, gli uomini fra i più intemerati ch’io mi conosca. Molti artefici del male venian pur pubblicando strane teorie d’uguaglianza basate sulla pari divisione delle ricchezze e de’ possessi; o italianavano le utopie del Blanc e del Proudhon senza far iscorgere con accurata disamina il buon della idea; o sciorinavano critiche amare e violente contro lo esercito regio, rammentando i suoi atti di Sicilia e delle Calabrie. Cotesta zizzania la doveva essere al certo seminata su tal vergine e fecondo terreno dai retrogradi, dagli esautorati per la nuova forma di governo e da chi si aveva interesse nella confusione, ne’ tumulti, negli odii acerbi tra le milizie stanziali e le cittadine e nelle operose fazioni di piazza. Una gran trama ordivasi all’ombra della libertà contro la benevola iddia; molte penne — o compere o illuse — furono tronche dalla spada della soldatesca contumeliate ed offesa; troppi onesti e liberi cittadini ebbero innocentemente a patire più tardi per quel villano rombazzo di accuse, di calunnie e di strepitosi lamenti. E per fermo, da quei discorsi, da quegli scritti, da quelle opere i buoni che impauravano guardando al passato e, lieti del presente, ne amavano gli ordini nuovi, presagivano pericoli e ruine per lo avvenire, nel veder la opinione pubblica combattuta dalle idee le più strane e le più dannose che mai.

Il novello ministero, composto presso che tutto di buoni elementi, trovavasi per la forza dei casi dannato a sedere sul letto dell’antico Procuste. Al di qua del Faro, germi d’anarchia ognor pullulanti e seminati da quelli che lui prece* dettero al timon degli affari. Al di là, la spinosa questione della Sicilia, il cui governo avea rotto ogni legame con Napoli. Uno il disegno, una la via di conciliazione. Poichè a’ napoletani non era bastato l’animo compiere nel continente la rivoluzione dell’isola,e discacciar Ferdinando dall’insanguinato suo trono, i nuovi consigliatori dovevano persuaderlo a disnudare lealmente la spada a difesa d’Italia; e i due popoli — sì diversi per indole e per tradizioni — si sarebbero al certo intesi a fine di serbare la corona sul capo al principe benemerente. Il Troia pensò e pose in atto un tanto disegno. Ma, il re che nascondeva la fraude nel cuore e, stizzito contro chi avea rotto il suo freno, aspirava alla guerra scellerata piuttosto che alla guerra santa di Lombardia, eludeva ogni ragione e ostinavasi a protestare contro il decreto di decadenza. Egli era concepito in tali termini:

«Visto il nostro atto solenne di protesta del di 22 di marzo 4848, col quale dichiarammo illegale, irrito e nullo qualunque atto contrario agli statuti fondamentali ed alla Costituzione della monarchia: [p. 93 modifica]«Essendo venuta a nostra notizia la deliberazione presa in Palermo il dì 13 aprile corrente, colla quale si sconoscono, non solo i sagri diritti inerenti alla nostra persona e alla nostra real famiglia, ma si viola la unità ed integrità della monarchia e la Costituzione da noi giurata;

«Udito l’unanime parere del nostro consiglio de’ ministri:

«Dichiariamo di protestare, e col presente protestiamo contro l’atto deliberativo di Palermo del di 13 di aprile 1848, lesivo de’ sacri diritti della nostra real persona e dinastia, e alla unità ed integrità della monarchia, dichiarandolo illegale, irrito, nullo e di niun valore.

«Napoli, 18 aprile 1848.

«Ferdinando».

Il principe ed i suoi ministri avevano dimenticato che il supremo magistrato di un paese costituzionale non ha diritti che non emanino dal popolo, il quale non è proprietà di altri che di sè; i diritti divini, inerenti alla reai persona e dinastia — per servirci della frase napoletana — erano in faccia alla sovranità del popolo siciliano — che si bravamente aveva saputo riconquistare i suoi propri — illegali, irriti e di nwn valore. Dal possesso costituzionale della Sicilia allo Statuto del 1812; da questo alla riforma governativa del 20, la monarchia Borbonica avea violato ogni fede giurata. L’isola non aveva accettato la Costituzione del 29 gennaio. E re Ferdinando, convocando il parlamento siciliano — come lo aveva fatto — secondo il patto promosso dal Bentinck e sanzionato dall’avolo suo, qual freno al potere e mercede al popolo che a lui dava sicuro asilo, aveva tacitamente dichiarato, lo Statuto del 4848 non riguardar punto l’isola generosa; k quale, poseeditrice fin dal 1812 di una guarentigia de’ suoi diritti legalmente data ed accetta, non poteva tenerla in conto di cosa di «un valore, perchè illegalmente violata dallo spergiuro, senza die nessun trattato od apposita legge l’avesse abolita. Il ministero napoletano non rifletteva tali ragioni, o se il fece, non ottenne dal principe altro decreto più sennato e di maggior fede ne’ sentimenti italianissimi de’ siciliani. E di siffatto erramento ebbe a subire più tardi le conseguenze, si fatali alla patria comune.

Dichiarare la guerra al nemico d’Italia era subbietto di suprema necessità. Il Troia trovò oppositori all’onesto disegno ne’ oortegiani retrogradi o dottrinari, cui doleva attaccar brighe coll’Austria pel doppio motivo, quali di antico affetto, quali di ritementi dubbiezze: in un consiglio di generali, ragunati per tale intendimento; e ne’ due oolleghi, Degli Uberti, ministro de’ lavori pubblici, e Ruggiero, che si aveva il portafoglio del culto. L’uno, per originalità di vedute, proponeva ai stabilisse un campo di osservazione sulla sponda del Tronto — inutile e ridevate misura per un ministro e per un soldato italiano! —L’altro, con una sfrontataggine che non vede confine e con un frasario desunto dalle legali astutezze, non si oppose alle ostilità contro l’Austria, ma a condizioni onorevoli al trono. Egli diceva:

«Io voglio la unità italiana, a patto che tutta Italia venga sottoposta al governo di S. M. Ferdinando II.»

Il malo ingegno di cotesto stravagante uom di Stato non portò lunga offesa [p. 94 modifica]alla nobile e santa causa. Chiese la sua dimessione e la ottenne. Due dottrinanti però ne seguirono il brutto mandato, concionando la loro idea antinazionale con pedantesche ed insulse scritture e con perversi consigli dati ad un principe che non ne aveva bisogno. E pure Luigi Blanch e Carlo Cianciulli erano forniti di bella mente, e — ch’io sappia — nè ambizioni, nè avari. Dietr’essi veniva la falange degli scontenti, de’ susurroni d’ogni partito, dei ruinatori della cosa esistente per surrogarla con una più generosa, da pochissimi intesa, e per ciò solo di esito o incerto o contrario; uomini di grandi parole, di nessun fatto, perchè ricchi di orgoglio, scarsi di mente, e soli. Certo; se i tempi fossero stati meno snervatamente poetici; il terreno più apparecchiato a compiuto rivolgimento; ed il popolo capace di trasformare l’autorità con un colpo di mano subitaneo, radicato, sublime, valea meglio la utopia di que’ pochi che l’altra seguita, loro malgrado, dai molti. E lo esercito — mancato l’uomo — avrebbe servito il principio proclamato dalla nazione risorta; e i nemici avrebbero avuto nel campo più numerosi e più dotti avversari; e la Italia non avrebbe versato in appresso, eoo iscareo utile del momento, una copia sì grande di lacrime e di sangue!

Intanto, il conte Rignon, ambasciatore piemontese, e il conte Toffetti, inviato dal governo provvisorio della Lombardia, venivano in Napoli a far vive sollecitudini a’ reggitori onde spedissero sul campo dell’onore italiano pronto sussidio di danaro e di armati. Valido fu il soccorso della loro-parola. Il ministero Troia trionfò finalmente dei tanti svariati ostacoli. Si allestì un corpo di spedizione di 44,000 fanti, seguito da un eletto drappello di cavalleria e da due batterie di cannoni. Sopramodo difficile era la scelta di un capo. Fra i generali che aveano seguito Murat ne’ cimenti delle battaglie, parecchi erano affranti dalle durate fatiche e dalla età grave; altri avevano corrotto la trama della loro vita politica in tempi antichi e recenti; un solo ancor quasi valido e puro, cui lo esigilo lunghissimo e i varii trattati su cose di guerra avevano dato alcuna fama. Guglielmo Pepe, reduce allora di Francia, era uomo di grande animo, onesto sino allo scrupolo, adoratore d’Italia, che il non desto ingegno correggeva col fastigio degli atti, colla poesia delle corse venture, collo stare sul grave congiunto a democratiche fantasie. A’ molti che rammentavano la sconsigliata fazione di Rieti a’ 7 marzo del 1821, e la imprudente fuga, e i disastri che ne derivarono, la elezione dispiacque, e mal presagivano della impresa. I soldati noi conoscevano che per titoli d’ingiuria a larga mano versati sul suo capo dai propri rivali. I quali — vergognosa cosa è il narrarlo; pur gli è mestieri ch’io il noti ad obbrobrio de’ tristi! — rifiutavansi tutti di muovere alla guerra di Lombardia, perchè — conscii della Borboniana doppiezza — temevano perdere collo andare l’onore del grado, i beni acquistati, il pingue stipendio. Pretoriani, e non soldati quali li chiede la loro madre Italia! Il conte Statella, amico fidissimo alla fortuna del re, veniva nominato generale in secondo al comando delle truppe di spedizione. A quel nuncio ei credette aver perduto le grazie del principe; e corso alla regia, pregò non si desse tal premio all’antica e incorrotta servitù sua. Parti consolato; e con quali istruzioni, i fatti di Bologna il diranno. Governavano il corpo di spedizione [p. 95 modifica]ufficiali devoti a diversa politica, i quali necessariamente negli animi subordinati dovevano cagionare scompiglio e disordine, scatenare la disciplina, rendere debole l’autorità de’ capi. Tra i più conti inscriverò il Cutrofiano, il Lahalla, il Colonna, uomini senza cuor, senza mente, educati alle abiettezze della corte, ingranditi nello esercito per nobiltà di casato, o per sovrano favore; cui facevano riscontro l’Ulloa, il Cosenz, i Mezzacapo, giovani adatti a difficili prove, noti per fotti di libertà, e febbrilmente entusiasti del principio che in campo guidavali. Seguiva il general Pepe l’avvocato Alessandro Poerio, scrittore chiarissimo in prosa ed in versi, il quale — quantunque cagionevole di salute e di vista breve — volle distaccarsi dalla madre veneranda, dall’amato fratello, dagli amici e da’ clienti, per concorrere ai rischi comuni delle sante battaglie. Mentre tutti brigavano per accattar gradi ed impieghi, quel virtuosissimo cittadino chiedeva l’onore di esser volontario crociato; con ingegnoso spediente deludendo la sua ferma volontà, fu ritolto dai penosi servigi del comune e aggregato allo stato-maggiore. Il dottor Camillo Golia — uomo da poco e di servili costumi— s’ebbe l’affido di commessario civile; e Damiano Assanti, nepote del Pepe, uno incarico tutto militare.

Le truppe si posero in marcia verso gli Abruzzi e le provincie dello Stato Romano oltre il Tronto. Il limitrofo governo aveva già col mezzo de’ suoi presidi ordinato i necessari apparecchi, acciò di nulla le difettassero nè alcuno inciampo sorgesse alla regolare lor marcia. Nel tempo istesso, i ministri ottenevano anche dal re lo invio di una parte del navilio del regno sulle acque del Veneto, collo scopo — credevan essi — di porgere sussidio alla bella gemma del mare che il Manin avea distaccata dalla corona imperiale della casa d’Ausborgo. E qui noto una storica verità che molti immaginano forse, ma che a tutti debb’essere appieno palese. La sola paura carpiva a re Ferdinando lo assentimento di far concorrere i suoi armati di terra e di mare al conquisto d’Italia; e parecchie volte in presenza del ministero del 3 aprile si fece sfuggire dal labbro che la guerra contro l’Austria la era ingiustissima; ed un giorno, in cui il presidente del consiglio, il buon Carlo Troia, sicurava a’ colleghi avere alla per fine ottenuto il consenso del principe alla partenza della squadra per le acque adriatiche, quel tristo con ignaziana distinzione correggeva la frase, dicendo; «Cioè, non approvo; ma, non mi oppongo». Partiva ammiraglio il barone De-Cosa, valente e coraggioso uomo di guerra, da tutti amato e stimato per le rare sue qualità. Le istruzioni regie erano chiuse in un foglio ch’egli avrebbe dovuto aprire appena gittate le ancore dinanzi Venezia. Contemporaneamente il Piemonte, per acquetar i timori di aggressione austriaca, sì di legni da guerra come di franchi corsali, nella propria marina mercantile, ordinava alla squadra escisse dal porto di Genova sotto gli ordini del contrammiraglio cavaliere Albini, cui si davano le seguenti disposizioni; egli, inalberando la sua bandiera sulla fregata il San Michele — comandata in secondo dal capitano Millelire — insieme colla fregata il Beroldo, retta dal capitano VillaBey, andrebbe in crociera sull’Adriatico; Giorgio Mameli, capitano della fregata il Des Géneys, e il Lenchantin, capitano del brigantino la Staffetta, stanzierebbero [p. 96 modifica]nell’Arcipelago; il brigantino il Daino, capitanato dal conte Persano, s’inoltrerebbe sino ai Dardanelli. Alla cognizione de’ futuri fatti soccorra la cognizione degli uomini. Il barone Giuseppe Albini è un abile marino, di carattere indeciso ed amico a’ suoi interessi come a quelli d’Italia. Il Mameli all’incontro, popolano quantunque patrizio, amatore di gloria e di azione, pien di coraggio militare e civile, di cui diè assai distinte prove in Tripoli ed altrove. Il cavalier Maurizio di Villa-Rey muoveva alla impresa con indifferenza grande; talchè, tranne il Piemonte, egli avrebbe combattuto con egual valore tanto per la causa italiana come per la forestiera. Il conte Carlo Pellioni di Persano, uomo valentissimo e costante nella missione che a lui si affidasse. Paolo Lenchantin de Gubernatis, uom del dovere meglio che del volere.

I marini napoletani, nel passare il Faro dinanzi Messina, s’ebbero dagli abitanti di quella eroica ed infelice città una salve di bombe a mo’ di saluto; ei credevano fossero dal Borbone spacciati a’ lor danni. I genovesi per lo contrario, acclamati al partire, festeggiati e da tutti benedetti come a quelli che si stimavano i difenditeli degl’italiani diritti sulla veneta laguna.

Oh! gl’illusi!

Le pacifiche gesta delle due italiche squadre, la eroica rassegnazione di molti ufficiali e degli equipaggi nel rimanersi inerti in faccia all’insultante inimico, la diserzione umiliante da un campo di battaglia che dovea annichilare le austriache finanze, saranno in più adatto loco accennate.