La Maddalena liberata (1857)
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(Canto XV, Stanza 60 a 62)
Su’ Profeti.
Colui che lor precede allegramente
È il Profeta evangelico Isaïa,
Che di Cristo parlò sì chiaramente
Che sembra istoria la sua Profezia;
L’altro, che mesto segue il precedente
È L’elegiaco Vate Geremia,
Che meritò nel sen chiuso materno
D’esser purgato del malor paterno.
Seguita l’intricato Ezechïello
D’oscure profezie fra mille ambagi,
Che sul Cobàr, caldaico fiumicello,
Scoperse inestricabili presagi,
L’interpetre de’ sogni Danïello
Succede poi, che da’ vecchion malvagi
Liberò la castissima Susanna,
Ed ei scampò la leonina zanna.
Vedi come i minor fanno corona
A’ Profeti maggiori? Or mira Osea,
Sofonia, Malachia, Gioello, e Giona,
Naum, Addias, Amosso, Ageo, Michea;
Senti Abacuc, che il cantico risuona
Di Cristo, e Zaccaria ch’egro il piangea;
Odi com’or sen va cogli altri Vati
Lieto cantando per gli ameni prati.
(Canto XVI. Descrive il viaggio della Navicella Ebrea).
Mirasi qui la navicella ebrea
Placido navigar tranquillo mare,
E volgendo la poppa a la Giudea,
Di Joppe abbandonar le spiagge care;
Quelle poi tralasciar di Cesarea
E di Dora, che ancor distrutta appare;
Quelle alfine di Tiro e di Sidone
Per la porpora illustri, e per Didone.
Nel golfo Issico scorre, di Cupido
E di Ciprigna Cipro amata reggia,
Nel mar Carpazio, incontro al Cario lido
Rodo, dove il colosso giganteggia,
La patria passa poi di Ctesia, Gnido,
E d’Ippocrate, Coa poscia costeggia,
Madri de’ mastri che la medic’arte
Con le voci insegnaro e con le carte.
D’Isole appresso seminato mira
L’Egeo, solcato da rostrato aratro,
Che fra l’Asia e l’Europa si raggira
Sino a Sesto ed Abido, or lungo or quatro,
Le Cicladi e le Sporadi rimira
Spettacol del maritimo teatro,
Fu di qua Tebe in terra, e in mare Euboja,
Di là Tenedo in mare, e in terra Troja.
Giace l’eccelsa Troja in mezzo a l’erba
Dispersa in pezzi e fra virgulti e spine,
Che d’esser già magnifica e superba
Ben mostra da l’altissime ruine;
Nè de le altiere torri altro ella serba
Che montagne di sassi e di calcine:
Qual maraviglia or fia che l’uom sì frale
Abbia, se l’han le rocche, il dì fatale?
Mira la fertil Chio con la maestra
De’ vasi Samo, e Lesbo, e Palmo, e Lero,
E Nasso, ed Andro, e Lenno, e l’Idra alpestra,
Paro, Micone, e Cinto in mezzo altero.
Scorge di fuor nel pelago a sinestra,
Che in tre mari diversi ha trino impero,
Per l’Ida illustre e per l’ambrosia lieta,
E per cento città superba Creta.
Lascia l’Attico regno, a cui d’Egina
Fa l’ondeggiante sen bianca corona,
Dove de’ Saggi Atene fu reina,
E sepolcro de’ Persi Maratona;
Lascia Megara appresso e Salamina
Che per Ajace il grande ancor risuona,
Trova in Capo Maleo, per lo rincontro
Di due contrarie Teti, avverso incontro.
Scorsa Citera poi, par che costeggi
La senüosa sponda, ove l’Eurota
Scende da la città che per le leggi
Di Licurgo già fu sì chiara e nota;
L’Erimanto d’Arcadia, e de le greggi
D’Elide rio l’Alfeo mira, e remota
Da le Strofadi passa, isole rie,
Dove abitàr le mostruose Arpie.
Nerito isola pur Dulichio e Same,
Naupatto in riva al golfo, e fuor Zacinto;
Su l’istmo che stringea l’Acheo reame
Fra l’Ionio e l’Egeo mira Corinto.
Ivi, il tempo avvolgendo un lungo stame
D’anni, fia l’ottoman pirata vinto
Da l’austriaco Pompeo, col collegato
Di più classi cattoliche apparato.
Scorre la Grecia poi madre e nutrice
De le scienze, e il regno de’ Feaci
Lascia a sinistra, ove Alcinoo felice
Visse fra gli orti suoi lieti e feraci.
Scorre Acheloo che vien dalle radici
Di Pindo, sacro a Febo ed a’ seguaci;
E la patria di Pirro, la Caonia,
Ov’è Butroto, italica Colonia.
Leuca bassa, e Leucàte eccelso affaccia
Col tempio formidabile d’Apollo,
E l’Azzio promontorio, e il sen d’Ambraccia,
Dove ad Antonio Augusto ha dato il crollo.
Qui l’Acheronte e la Ceraunia faccia
Scansa, e ’l mar d’Adria, fatto il caracollo,
E de l’Ionia Teti aprendo il seno
Drizzasi al mar Sicano, al mar Tirreno.
Mira incontro al Sican ver l’Africano
Malta che in mezzo a l’onde altiera siede,
Dov’or del pio di Cristo Antesignano
La milizia magnanima risiede;
Che contra il fiero e barbaro Ottomano
Pugna in difesa de la Santa Fede,
Al cui vessillo trïonfal s’imbruna
Per istinto fatal la tracia Luna.
Scopre l’Esperia intanto, e quella sponda
Che lieta intorno e fertile si spande,
Già dì greche repubbliche feconda,
Detta da’ Greci allor la Grecia grande.
Qui Zeffiro le appar rimpetto a l’onda
Dov’Eolo i venti parte a varie bande,
Che ver Capo Lacin, Cotron, Trischene,
Palepoli, Squillaci, e Locri tiene.
Fiorì Croton, repubblica più lustri,
Per le leggi e per l’arme in guerra e in pace,
Di filosofi chiari e duci illustri,
E d’atleti fortissimi ferace;
Presso a cui sorse su colonne industri
La Scuola di Pitagora ch’or giace;
E il tempio di Giunon, per la cui imago
Zeusi da le sue donne apprese il vago.
Di tre città la tripoli Trischene
Per le dottrine e per le squadre dome,
A par de l’alta Roma e saggia Atene
Spesso si coronò l’auguste chiome;
Quinci a’ monti passata da le arene,
Cangiò col novo sito il prisco nome;
Ristretta in una la possanza terna,
Se Trischene fu detta, oggi è Taverna.
La grandezza e il valor di Palepòli
Ponnosi argomentar da la ruina
De’ licei, de’ teatri, e de le moli
Sparse tra ’l monte, e il piano e la marina,
E da la gran città, da’ suoi figliuoli
Popolata su lieta alta collina
Che i capitani Achei gli edificâro
Cataro e Zaro, è detta Catanzaro.
Squillaci, donde il golfo Scillaceo
Su l’eccelsa fondato alta riviera,
Prima apprese il saper dal saggio Alteo,
Poi dal forte Roman l’arte guerriera;
Dove aperse monastico liceo
Poscia Cassïodoro a sacra schiera;
Dove il Conte Ruggier tenne la reggia
Col taumaturgo Agazio or vi campeggia.
Di Locri la repubblica, fra l’armi
Gloriosa, e famosa in fra le carte,
Fu detta in prosa e celebrata in carmi
Accademia di Palla, agon di Marte;
Pur di Zaleuco il zelo e i ricchi marmi
Del tempio di Proserpina con l’arte
La resero maggior, ma più risuona
De la Venere sua per la corona.
Quattro città verso Pachino vede
Che forman la città di Siracusa
Di Teocrito madre e d’Archimede,
Dov’or chiara è Lucìa più ch’Aretusa;
Augusta poi, che augustamente siede
Sul porto augusto, quasi augusta Musa
Sopra augusto Elicona; e ben s’aggiusta
Col nome augusto la bellezza augusta.
Catania mira poi sopra la sponda
E sotto Mongibel; Catania chiara
Madre del gran legislator Caronda,
Dove Cerere, or Agata tien l’ara:
Tauromenio da poi, città gioconda,
Da’ Zanclei già fondata, al ciel sì cara,
Che meritò che le assegnasse un Piero
Un Pancrazio per Vescovo primiero.
La nave già nel mar d’Italia giunge,
Sul promontorio è già di Leucopètra;
Or qui la terra un stretto sen disgiunge,
C’or corre, or gira, or ferve, ora s’arretra,
É fama ch’era unita un tempo, or lunge
Quinci Calabria sta, quindi Triquètra;
Che rompendo Nettuno i lor confini,
Dove ararono buoi solcan delfini.
Mira sul ricco porto in trono d’oro
Sedersi, quasi naturai reina,
Piena di maestà, cinta d’alloro
La trionfante e nobile Messina,
La cui gloria maggior, benchè tesoro
Sia de la gloria umana, è la divina
De la Madre di Dio che n’ha la cura,
Come per un suo foglio l’assicura.
Beato foglio, in cui la vergin Dea
Con la divina man, vergata diede
A l’amata repubblica Zanclea
Di sua protezion perpetua fede,
A te quel marmo, in cui la legge ebrea
Scrisse il Nume a Moisè col dito, cede;
Poichè quel, di rigor fu duro segno,
Tu di pace e salute amico pegno.
Mira, qual re di maestà nativa,
Reggio d’aurei giardini incoronato,
Vagheggiar da la sua su l’altra riva
De la reina Zancla il volto amato;
Fra gli Esperici un tempo egli fioriva
Più d’ogni altra città, d’ogni Senato,
Di Saggi, Duci, Artefici e Poeti,
Di Divi e Dive, ora di oggetti lieti.
Vede a l’uscir de l’apollineo raggio
La regïon latina e la sicana
Rappresentar più vago cortinaggio,
Che Frigia tela, o Babilonia lana,
E specchiandosi in mar quel paesaggio
La bella risultar Fata Morgana,
A la cui vista il peregrin stupito
Immobile divien sul mobil lito.
S’erge lieve un vapor, qual lunga tela,
Ne l’ardente stagion su Teti bella,
Che gli oggetti di là, di qua rivela
Con usura moltiplice e novella;
Per un porto e un castel, per una vela
Dà più vele, più porti e più castella,
Si strugge a un soffio, e si solleva a un tratto
Qual scenario che appar sfatto e rifatto.
(Canto IV. a Maria Immacolata)
Nasci, o Verga di Jesse e d’Isaia,
Spiega col vago fior l’arcano velo;
Sorgi, o mistica nuvola d’Elia,
E ricrea col tuo nembo il suo Carmelo.
Gran Stella di Giacob, la profezia
Di Balammo adempiendo, allegra il Cielo.
Spunta, o bell’Alba dell’Eterno Sole,
E consola Israel con la tua Prole.
....................
Ecco il rovo incombusto entro l’arsura,
Ecco il vello bagnato in campo asciutto;
Una Vergin concepe, e resta pura;
Senza perdere il fior genera il frutto;
De la mortale ed immortal natura
Senza confusion composto è un tutto;
Dio l’uomo a sè senza persona unìo;
Nè lasciò d’esser uom, nè d’esser Dio.
Felicissima Ebrea, che il Re Superno
Hai de la tua beltà tanto invaghito,
Che senza mai partir dal sen paterno
Scese nel tuo, quasi d’amor ferito;
Picciol d’immenso, e temporal d’eterno,
E d’infinito fattosi finito;
E divenisti, in divenir sua Madre,
Sposa a lo Spirto Santo, e figlia al Padre.
...................
Tu sei Vergin feconda e Madre pura,
Tu figlia sei de la tua stessa Prole,
Tu sei fattrice di chi sei fattura,
Tu cingi e cinta sei dal sommo Sole:
Per te col Creator la Creatura
Unissi, e per virtù di tue parole
Tu chi non cape in ciel chiudi nell’alvo;
Per te l’uom condannato è fatto salvo.
Tu sei per nostro ben, pietosa Diva,
Mirra, Balsamo, Incenso, e Rosa, e Giglio,
Palma, Cipresso, Platano, ed Oliva,
Stella, Porto, Nocchier, Merce, e Naviglio;
Torre, Muro, Città, Pozzo, e Sorgiva,
Porta, Portiero, e Via, Guida, e Consiglio;
Sei Luna, Aurora, e Sol; talchè per noi
Tutto fai, nostra Speme, e tutto puoi.
(Canto XVII. La Maddalena in cerca del suo Sposo divino).
Va qual cerva ferita e sitibonda
Al vivo fonte, al dittamo vitale;
Va qual pecora inferma e moribonda
A la man del pastor medicinale,
Cerca dovunque va, che si nasconda
Col manto vil la maestà reale,
E non solo in tal guisa non la cela.
Ma la spiega più tosto, e la rivela.
Chè il decoro natio non le vien tolto
Da quell’abito vile, anzi più piace:
Come illustre disegno in ombre avvolto
Più spiccante si mostra e più vivace,
Che adorna più la verecondia un volto
Ch’ogni lavor di femina fallace;
Nè giammai tanto bella appar la donna
Quanto in umil sembianza e in umil gonna.
Ma che pompa miglior, che miglior foggia
De la nativa, a cui null’altra agguaglia?
Circonda il capo di dorata pioggia,
Di perle e di rubin la bocca intaglia;
Con cui, dovunque va, dovunque poggia,
I sensi ammaga, e gl’intelletti abbaglia;
E chiede a le donzelle del suo Cristo,
Vergini Ebree, dicendo, avetel visto?
Ditegli, io vi scongiuro, se giammai
V’accorre, ch’io per lui languisco; ed elle:
Che fattezze ha Colui, poichè tu ci hai
Sì scongiurato, o bella infra le belle?
Che maniere ha Colui, di cui ten vai
Le grandi orme tracciando? Ed ella a quelle:
Candido e rubicondo è il mio diletto,
Tra le migliaja e le migliaja eletto.
Fin oro è il capo suo, qual palma i crini
Spandonsi, ha di colomba i lumi santi;
Le gote aje d’aromati, e’ divini
Labri due gigli son mirra stillanti;
L’auree man, fatte al torno, ha di rubini
E di giacinti armate e di diamanti.
L’eburneo venire ha zaffirin lavoro,
E le marmoree gambe basi d’oro.
L’aspetto al vago Libano assomiglia
Scelto a guisa di cedro alto e frondoso;
Ha la gola soave a meraviglia,
Tutto è placido insomma e grazïoso.
Tal è il Diletto mio: se qualche Figlia
Di Sïon sa dov’è, dov’è nascoso.
Così costei per la città gran pezza
Cercò Gesù, nè se le diè contezza.
(Canto XII. Sulla venuta di S. Paolo in Reggio)
A la riva, o Reggini; ecco il vascello
Che trae da poppa Castore e Polluce,
Faraon vostri, e che Mosè novello
Per camparvi l’Apostolo conduce.
Vieni Austro, Aquilon parti, e sopra quello
Spira influssi benigni, o somma Luce;
Ecco approdar l’amico legno io veggio;
Sbarca, gran Semideo, racquista Reggio.
Sceso, ad una colonna e’ fisso un lume,
Chiede udïenza infili che quello splende;
Che spento, al vasto d’eloquenza fiume,
Ecco il marmo, oh stupor, per lui s’accende.
Vola a’ petti l’ardor con auree piume,
Onde acceso ciascun crede, e si rende,
Gridando: Ah Gesù pio, Gesù benigno,
Chi non arde per te, s’arde un macigno?
Reggio allor d’empio laccio, al santo raggio
D’un’ardente colonna, avendo scampo,
Di Maria fia non solo emulo saggio,
Che scampò l’empio giogo a un sacro lampo;
Ma d’Israel che uscì di cattivaggio
D’un accesa colonna al previo vampo,
Del battesmo, nel pelago sommerso
D’idolatria l’Egizian perverso.
Fortunata colonna, in cui rinnova
L’eterno Re le meraviglie antiche,
Poi che guidar col tuo splendor gli giova,
Come le squadre ebree, tant’alme amiche,
Non t’offenda giammai, nè ti rimuova
Braccio ladron da le tue piagge apriche,
E se talun ti toglierà talvolta
Ti riduchi uomo pio d’onde sei tolta.
Ergansi al Nume tuo tempii ed altari,
Porgansi incensi, e sacrifici e voti,
Corran da stranie terre e strani mari
A riverirlo i popoli devoti,
E tu, giorno fatal, che con sì chiari
Lumi notte sì rea da Reggio scuoti,
Torna, ad onor de la Colonna ardente,
Sempre fausto e felice a quella gente.