La Teogonia/Le prime quattro essenze

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Le prime quattro essenze: Caos, Terra, Tartaro, Amore

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Esiodo - La Teogonia (Antichità)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1929)
Le prime quattro essenze: Caos, Terra, Tartaro, Amore
Prologo I Cronidi
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Poemi (Esiodo) p. - 0164.png



le prime quattro essenze: caos, terra, tartaro, amore


     E nacque dunque il Càos primissimo; e dopo, la Terra
dall’ampio seno, sede perenne, sicura di tutti
115gli Dei ch’ànno in possesso le cime nevose d’Olimpo,
e, della terra dall’ampie contrade nei bàratri, il buio
Tàrtaro; e Amore ch’è fra tutti Celesti il piú bello,
che dissipa ogni cura degli uomini tutti e dei Numi,
doma ogni volontà nel seno, ogni accorto consiglio.


i figli del caos


120Dal Caös ebber vita quindi Èrebo, e Notte la negra.


i figli della notte


Nacquero l’Etere e il Dí dalla Notte, che ad Erebo mista
giacque in amore, e incinse, li die’ l’uno e l’altro alla luce.


i figli della terra


La Terra generò primamente, a sé simile, Urano
tutto cosperso di stelle, che tutta potesse coprirla,

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125e insieme sede fosse dei Numi del cielo sicura;
e generò gli alti Monti, graditi riposi alle Ninfe,
che Dive sono, ed hanno riparo per valli boscose,
e il Ponto generò, senza gioia d’amor, ch’è un immane
pelago, dove mai non si miete, che gonfia ed infuria.

i titani figli della terra e d’urano


130Poi, con Urano giaciuta, generò l’Ocèano profondo.
e Coio, Crio, Giapèto, Mnemòsine, Tèmide, Rea,
Iperïone, Tea, l’amabile Tètide, e Febe
dalla ghirlanda d’oro. Dopo essi, il fortissimo Crono
venne alla luce, di scaltro consiglio, fra tutti i figliuoli
135il piú tremendo; e d’ira terribile ardea contro il padre.

Ed i Ciclopi poi generava dal cuore superbo,
Stèrope, Bronte, ed Arge dal cuore fierissimo: il tuono
diedero questi a Giove, foggiarono il folgore. In tutto
erano simili essi agli altri Celesti Immortali,
140ma solamente un occhio avevano in mezzo alla fronte:
ebbero quindi il nome: Ciclòpi; perché solo un occhio
si apriva a lor, di forma rotonda, nel mezzo alla fronte.
Aveano forze immani, nell’opere grande scaltrezza.

Ed altri nacquero anche figliuoli alla Terra e ad Urano,
145Cotto, Gía, Briarèo, figliuoli di somma arroganza.
Ad essi cento mani spuntavan dagli òmeri fuori,
indomabili, immani, cinquanta crescevano teste
fuor dalle spalle a ciascuno, sovresse le membra massicce;
e senza fine gagliarda la forza su l’orrido aspetto.

crono mutila il padre urano


150E quanti erano nati terribili figli d’Urano
e della Terra, tanti fatti erano segno, nascendo,

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del padre loro all’odio: cbé, come nascevano, tutti
li nascondeva giú nei bàratri bui della Terra,
non li lasciava a luce venire. E dell’opera trista,
godeva Urano, e Terra gemeva, l’immane, che troppo
160era gravata; e un’arte pensò di malevola frode.
Súbito generò del cinerèo ferro l’essenza,
una gran falce estrusse, poi disse ai suoi figli diletti:
disse con animo audace sebbene il suo cuore era triste:
«Figli che a un padre senza pietà generai, se volete
165udirmi, or vendicare potremo gli affronti del padre
vostro, che ai vostri danni rivolse per primo il pensiero».
Cosí disse; ma tutti coglieva terrore, né alcuno
parlava. Il grande Crono fe’ cuore, l'accorto pensiero,
ed alla sacra madre si volse con queste parole:
170«O madre, io ti prometto di compier l’impresa: ad effetto
la recherò: ché nulla del tristo mio padre m’importa:
ché egli ai nostri danni rivolse per primo la mente».
Cosí rispose; e molto la Terra, l’immane, fu lieta.
Ed in agguato allora lo ascose, ed in mano gli pose
175quella dentata falce, l’inganno tramò tutto quanto.
E venne Urano, il grande, recando la notte, e bramoso
d’amor, tutto incombé su la terra, su lei tutto quanto
si stese; ed ecco il figlio, la manca avventò dall’agguato,
ad afferrarlo, impugnò con la destra la falce tremenda,
180lunga, dentata, e al padre d’un colpo recise le coglie,
e dietro sé le gittò nel mare, ché via le portasse.


erinni, giganti, ninfe melie




Né fu che senza effetto gli uscissero quelle di mano;
però che quante lí ne sprizzarono stille di sangue,
le accolse tutte quante la Terra; e col volger degli anni.
185l’Erinni generò tremende, e gl’immani Giganti,

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lucidi in armi, strette nel pugno le lunghe zagaglie,
e quelle Ninfe che Mèlie son dette sovressa la terra.

afrodite



E le vergogne, cosí come pria le recise col ferro,
dal continente via le scagliò nell’ondísono mare.
190Cosí per lungo tempo nel pelago errarono; e intorno
all’immortale carne sorgea bianca schiuma; e nutrita
una fanciulla ne fu, che prima ai santissimi giunse
uomini di Citèra. Di Cipro indi all’isola giunse.
E qui dal mare uscí la Dea veneranda, la bella;
195ed erba sotto i piedi suoi morbidi crebbe; e Afrodite
la chiamano gli Dei, la chiamano gli uomini: ch’ella
fu dalla spuma nutrita: Ciprigna anche è detta, da Cipro
ov’ella anche approdò: Citerèa perché giacque a Citera;
e genïale perché dalle membra balzò genitali.
200Compagno Amor le fu, la segui Desiderio leggiadro,
quando ella prima nacque, dei Numi avanzò fra l’accolta.
Tal da principio onore possiede, tal sorte prescelta
a lei fu tra le genti mortali e fra i Numi immortali:
i virginali colloquî d’amore, ed il riso e gl’inganni,
205ed il soave sollazzo, coi baci piú dolci del miele.

E il padre, Urano grande, chiamava Titani i suoi figli
ch’ei generò: distinti li volle d’un nome d’oltraggio1,
perché, ligi ad empiezza, compiuto un immane misfatto
avevano essi; e il fio dovrebbero un giorno pagarne.

i figli della notte



210La Notte a luce die’ l’odïoso Destino, la Parca
negra, la Morte, il Sonno, fu madre alla stirpe dei Sogni

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(né con alcuno giacque per dar loro vita, l’Ombrosa).
Poi Momo partorí, la sempre dogliosa Miseria,
215l’Espèridi, che cura, di là dall’immenso Oceàno,
hanno degli aurei pomi, degli alberi gravi di frutti,
e le dogliose Moire, che infliggono crudi tormenti,
Atropo, Cloto e Lachesi, che a tutte le genti mortali
il bene, appena a luce venute, compartono e il male,
220e dei trascorsi le pene agli uomini infliggono e ai Numi.
Né dallo sdegno tremendo desistono mai queste Dive,
prima che infliggano a ognuno la pena com’esso ha fallito.
Nèmesi a luce anche die’, cordoglio degli uomini tutti,
la tetra Notte; e a luce poi diede I’Inganno, la Foia,
225la sciagurata Vecchiaia, la Contesa dal cuore animoso.

i figli di contesa



E l’odïosa Contesa generò il cruccioso Travaglio,
l’Oblivïone, la Fame, di lagrime aspersi i Dolori,
le Zuffe, gli Omicidî, le Guerre, le Stragi di genti,
le menzognere Contese, le False Parole, i Contrasti,
230e l’Ingiustizia e l’Ate, che son l’una all’altra parente,
il Giuramento, che spesso cordoglio alle genti mortali
reca, quand’uno giura, ma fede al suo giuro non serba.

i figli di ponto



E Ponto generò Nerèo l’anzïano dei figli,
verace, che non sa menzogna. Lo chiamano il vecchio,
235perché non tesse inganni, né mai la giustizia si scorda
ma a giustizia ha sempre nell’animo e i miti consigli.
Poi, con la Terra misto d’amore, die’ vita all’immane
Taumante, a Forci, a Ceto di guancia vezzosa, a Euribía,
che nel suo seno alberga un cuore piú duro del ferro.

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le nereidi


240E nacquer da Nerèo2, nel ponto ove mai non si miete,
altre piacevoli Dee, cui madre fu Dòride, prole
d’Ocèano eccelso fiume, famosa per bella cesarie:
Prima, Reginadeiventi, Salvezza, Bonaccia, Anfitrite,
Tètide, Donibella, Velocesuiflutti, Azzurrina,
245Grotta la snella, Fiorente l'amabile, Metadisguardi,
Bellavittoria dal braccio di rose, Dilettodeicuori,
Tuttadimiele vezzosa, Rifugiodeiporti, Miranda,
Regala, Solcalonda, Munifica, Regnasuicapi,
Isolabella, Spiaggia, Potenza, la braccia di rose
250Mentemaretta, e Corrisuivortici tutta dolcezza,
Dòride, Girapupilla, la dolce a veder Galatea,
e Frenalonde che i flutti del mare cosperso di nebbia
agevolmente, e i soffi del vento gagliardo raffrena,
con Anfitrite dai vaghi malleoli, con Placamarosi,
255Maretta, e Riva bellacorona, e Signoradelmare,
e Glaucanorma amica del riso, e Travalicaponto,
e Pianastesa, e Belladistesa, e Signoradigenti,
e Multimperia, e Scioglidaitriboli, e Liberidea,
Giuradinò3, bellezza immune da pecca, ed Arena
260di grazïose membra, Menippe divina, Isolina,
e Buonarotta, Prudenza, Giustizia ed Immunedainganno,
che uguale è per finezza di mente, al suo padre immortale.
Queste le figlie sono di Nèreo immune da pecche:
sono cinquanta, esperte fanciulle nell’opere egregie.

i figli di taumante e d’elettra



265E Taümante, sposò d’Ocèano dai gorghi profondi
la figlia, Elettra. Ed Iri veloce die’ questa alla luce,
ed Occhipète e Procella, le Arpie dalle fulgide chiome,

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che a pari errano a volo coi soffi dei venti e gli uccelli,
sopra veloci penne, ché in alto si lanciano a corsa.

i figli di ceto e di forci



270E Ceto partorí le Graie bellissime a Forci,
che dalla nascita sono canute, e le chiamano Graie
gli uomini che sulla terra si muovono, e i Numi del cielo:
Penfredo dal bel peplo, con Enio dal peplo di croco;
e le Gorgóni che stanno di là dal famoso Oceàno,
275verso la Notte, agli estremi confini, ove, garrule voci,
sono I’Espèridi: Stenno, Euríale e Medusa funesta.
Era mortale questa, immuni da morte o vecchiezza
le prime due: con quella, sui fiori d’un morbido prato
a Primavera, il Nume s’uní dalla chioma azzurrina.
280E quando a lei Persèo dal collo recise la testa,
il grande ne balzò Crisàore4, e Pègaso. A quello
ben si convenne il nome, quand’egli d’intorno alle fonti
giunse d’Ocèano, e d’oro stringeva nel pugno una spada.
Quindi volò, lasciando la terra nutrice di greggi,
285fra gl’Immortali giunse, di Giove nei tetti or dimora,
e il tuono a Giove, mente sagace, ed il fulmine reca.

figli di calliroe



Crisàore s’uní con Callíroe, d’Ocèano figlia,
e Gerïóne nacque da loro ch’à triplice capo.
Ercole tolse a questo la vita, il gagliardo campione,
290nell’Eritèa circonfusa dall’acque, vicino ai giovenchi
dal lento pie’ quand’egli, d’Ocèano traverso al cammino,
spingeva i buoi dall’ampia cervice a Tirinto la sacra.
Ed Orto uccise, ed Euritióne, dei bovi custode,
nella nebbiosa stalla, di là dal famoso Oceàno.

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295E un altro orrido mostro generò Calliroe, per nulla
simile agli uomini, o ai Numi d’Olimpo che vivono eterni,
in una cava spelonca la diva scaltrissima Echidna,
che Diva è per metà, bella guancia con occhi fulgenti,
e per metà serpente terribile, orribile, immane,
300versicolore, vivace, nei bàratri immensi di Gèa.
Una spelonca ha qui, sottessa una concava roccia,
lungi dai Numi immortali, dagli uomini nati a morire:
l’inclita casa a lei qui prescrissero i Numi immortali.
Ma ella riparò sotterra, fra gli Arimi, Echidna,
305la luttuosa, Ninfa che mai non invecchia né muore.

i figli di echidna e tifone



D’amor con lei si strinse, fanciulla dai fulgidi sguardi
l’ingiurïoso Tifone, che spezza ogni legge, tremendo.
Ed essa incinse, e a luce die’ figli dall’animo invitto
per Gerïone prima die’ a luce Orto, il cane: secondo
310un mostro partorí terribile piú d’ogni dire,
Cèrbero, il cane dell’Orco, che voce ha di bronzo, gagliardo,
senza pietà, che di vivi si nutre, che capi ha cinquanta:
l’Idra di Lerna terza die’ a luce, d’aspetto funesto,
cui nutricò Giunone, la Diva dal candido braccio,
315che, d’ira insazïata contro Ercole valido ardeva.
Ma lei trafsse il figlio di Giove col ferro spietato,
d’Anfitrióne il figlio, col suo prediletto Iolào,
Ercole per volere d’Atena, la Diva predace.

chimera, figlia d’idra



Idra, poi partorí Chimera, che fuoco spirava,
320che immane era, tremenda, veloce nei piedi, gagliarda.
Essa tre teste aveva: la prima di fiero leone,

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l’altra di capra, la terza di serpe, d’orribile drago.
Bellerofonte prode con Pègaso morte le diede.

i figli di chimera



Essa con Orto s’uni, die’ a luce la Sfinge funesta
325che sterminava le genti di Cadmo, e il leone di Neme,
cui nutricò Giunone, di Giove la celebre sposa,
e lo mandò nei campi Nemèi, gran cordoglio ai mortali.
Quivi abitava, e a rovina mandava le molte famiglie,
che aveva Treto in suo dominio, e Apesanto e Nemèa.
330Ma Ercole gagliardo poté con la Forza domarlo.

il figlio di ceto e fòrcide



Ed in amore Ceto con Fòrcide unita, un serpente
orrido generò, che nei bàratri bui della terra
sta, con le spire immani, degli aurei pomi custode.
Questo serpente, dunque, da Ceto e da Fòrcide nacque.

i figli di tetide e oceano: i fiumi



335E Teti generò i fiumi ad Ocèano: Nilo,
Erìdano, che fondi mulina i suoi vortici, Alfeo,
Istro dall’acque belle, Strimòne, Meandro, Acheloo
argenteo, Fasi, Reso, Alïàcmone, Ròdïo, Nesso,
Eptàporo, Graníco, Simèta divino, ed Esèpo,
340Ermo, Penèo, Caíco dai fluidi vivi, Ladone,
Sàngaro il grande, Eveno, Ardesco, Partenio, Scamandro.

le oceanine



E generò delle Figlie la sacra progenie, che sopra
la terra, hanno tutela degli uomini, insieme coi Fiumi,

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e con Apollo: questo l’ufficio prescritto da Giove:
350Süada, Ianta, Elettra, Celeste d’aspetto divino5,
Poppèa, Letizia, Rosa, Ginnetta, Ondabella, Climène,
Dòride, Chiara, Saputa, Miranda, Giuntina, Divina
l’amabile, Scotiàura, Biancàura, Spolina la bella,
Rapida, Donibella, Divizia dagli occhi rotondi,
355Gioiadeicuori, Biondella, Fulgenzia, Persèide, Europa,
Petrina la vezzosa, Tenace, Potenza, Prudenza,
Asia, Doretta, Fortuna, Vittoria dal peplo di croco,
Corrisulonda, Girasulonda, Signoradeidoni,
e, mèta al desiderio dei cuori, Calipso; e di tutte
360la piú possente, Stige. Son queste d’Oceano e Teti
le piú divine figlie: però ce ne sono altre molte:
ché son le Oceanine dai lunghi malleoli tremila,
che, sparse in ogni dove, sovressa la terra, o nei cupi
vivon del mare abissi, di Dee fulgidissime figlie.
365Ed altrettanti i fiumi che strepono e corrono al mare,
figli d’Oceano e Teti, la Dea veneranda a lor madre.
Ma dir di tutti il nome è ardua cosa a un mortale:
quelli che accanto ad essi dimorano, bene li sanno.

i figli di teia e d’iperione



E Teia ad Elio grande die’ vita, e a Selene lucente,
370ed all’Aurora, che brilla per quelli che stan su la terra,
e pei Beati, ch’àn vita perenne, signori del cielo,
poscia che ad Iperïóne, domata in amore soggiacque.

i figli di crio e d’euribia



Ed Eurubía, con Crio commista in amore, die’ a luce,
Diva qual’è fra le Dive, Astrèo con il grande Pallante,
375e Perse, che sovrasta su tutti per mente e per senno.

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i figli d’aurora e d’astreo


Aurora partorí i venti gagliardi ad Astrèo,
Zefiro serenatore, veloce nei tramiti Bora,
380e Noto: con un Dio si fuse ella, Diva fulgente.
E dopo loro, un astro, Eòsforo, a luce essa diede,
e le lucenti Stelle, che sono corona del cielo.

i figli di stige e pallante



Stige, d’Oceano figlia, die’, mista d’amore a Pallante,
nelle sue case, Nice6 dai vaghi malleoli, e Zelo.
385E Crate poscia e Bia generò, celeberrimi figli,
che mai non han lontano da Giove né casa né sede,
né s’allontanano mai, se ad essi l’Iddio non l’impone,
ma stanno sempre a Giove signore del folgore presso.
Però che Stige un giorno decise cosí, l’immortale
390Oceanina, quando l’Olimpio che i folgori avventa
tutti gl’Iddei chiamò che vivono eterni, e promise
che quanti seco adesso pugnassero contro i Titani,
nessuno privo andrebbe di doni, e ciascuno l’onore
avrebbe ch’era un dí suo retaggio fra i Numi immortali.
395E chi non ebbe onori da Crono, soggiunse, né doni,
onori e doni, come Giustizia desidera, avrebbe.
Stige immortale fu la prima che giunse in Olimpo
insiem coi figli suoi, secondo il volere del padre.
E Giove l’onorò, le diede larghissimi doni,
400fece che il nome suo fosse giuro solenne ai Celesti,
e che i suoi figli sempre vivesser dov’egli viveva.
E parimenti a tutti, cosí come aveva promesso,
mantenne; ed egli ha sommo potere fra tutti ed impera.

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i figli di febe e coio


E Febe ascese poi di Coio il dolcissimo letto;
405e poi che, Diva, stretta d’amor con un Nume, fu incinta,
Latona generò dal peplo di cíano, Diva
soave al par del miele per gli uomini e i Numi immortali,
sin da che nacque, mite, dolcissima poscia in Olimpo.
E Asteria generò, dal nome vezzoso, cui Perse
410nella sua casa grande condusse, per farla sua sposa.

ecate figlia unica di asteria e di perse



E Asteria incinse, e a vita diede Ecate, cui sopra tutti
Giove Croníde onorò, le die’ fulgidissimi doni:
parte le die’ della terra, del mare che mai non si miete:
ed anche ella ha potere nel cielo gremito di stelle,
415o piú d’ogni altra, onore fra i Numi immortali riscuote.
Ed anche adesso, quando qualcuno degli uomini in terra
fa sacrifizi, e placa, secondo le usanze, i Celesti,
Ecate invoca per nome. E onore accompagna un mortale,
quando la Dea le sue preghiere benevole intende;
420e gli concede prosperità: ché ben grande è sua possa.
Perché di quanti nacquer da Terra e da Urano, ed onori
ebbero, questa Dea parte ha degli onori d’ognuno;
perché duro con lei non fu Giove, né nulla le tolse
di quanto ella avea già fra i Numi piú antichi, i Titani,
425bensí tutta la parte che allor possedeva, possiede.
Né meno onor la Dea, perché figlia è unica, ottenne,
non della terra parte minore, del cielo e del mare,
ma anzi assai di piú: ché molto l’onora il Croníde.
E sta presso a chi vuole proteggere, e molto gli giova.
430Nell’assemblea, prevale fra gli uomini l’uom ch’ella brama:
quando alla guerra, sterminio degli uomini, s’arman le genti,

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Ecate qui, la Diva, si mostra, ed a quelli che vuole,
volonterosa gloria concede, concede vittoria:
dove giustizia si parte, vicino ai re giusti ella siede:
435anche allorché negli agoni contendono gli uomini, giova:
ché anche presso a loro si reca la Diva e li assiste,
e chi di gagliardia prevalse, di forza, il bel premio
agevolmente guadagna, ricopre i suoi figli di gloria.
Ai cavalieri anche sa, quando vuole, recare assistenza.
440E a chi nel glauco mare travaglia, e tra l’ira dei flutti
Ecate invoca, e l’Esosigèo che profondo rimbomba,
la celeberrima Dea, facilmente concede ogni preda,
agevolmente, e, dopo scovata, se vuole, la toglie.
Moltiplicare il bestiame nei chiusi ella può con Ermète.
445Le mandre dei giovenchi, le greggi gremite di capre,
le mandrïe lanose di pecore, ov’essa lo voglia,
da pochi a molti capi, da molti riduce a ben pochi.
Cosí costei, che fu di sua madre l’unica figlia,
onor su tutti i Numi che nacquer piú antichi, riscote.
450E protettrice il Croníde dei pargoli lutti la fece
che gli occhi dopo lei dischiusero ai raggi del sole:
cosí da prima fu tutrice onorata ai bambini.


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Note

  1. [p. 279 modifica]Con un abuso etimologico il poeta fa derivare il nome Titani dal verbo titaíno, che vuol dire tendere, e poi sforzarsi a fare una cosa.
  2. [p. 280 modifica]Per evitare una una lunga sfilata di vocaboli privi in italiano di qualsiasi significato e necesariamente ostici, ho tradotto i nomi delle Nereidi secondo il significato etimologico, quasi sempre assai trasparente. I nomi greci sono: Protó, Eucràte, Saó, Anfitrite, Eudóra, Tètide, Galène, Glauca, Cymotòe, Speió, Talía, Melíte, Eulimène, Agavé, Pasitèa, Erató, Euníche, Dotó, Plotó, Fèrusa, Dynamène, Nesaia, Actìia, Protomèdea, Dóride, Panòpe Galatèa, Ippotóè, Ipponoè, Cymodòche, Cymó, Eióne, Alimède, Glauconòme, Pontopòrea, Leiagòra, Euagòra, Laomèdea, Polynóme, Autonoè, Lysiánassa, Euarne, Psamáthe, Menippa, Nesó, Eupómpe, Themistó, Pronòe, Nemerté.
  3. [p. 280 modifica]Giuradinò, Cosí rendo il greco Εὐάρνη, tenendo conto di un antico scolio secondo il quale il nome sarebbe derivato dal giuramento che faceva chi era scampato dalla burrasca di non tornar piú in mare (ἄρνησις). Il nostro «giuramento da marinaio».
  4. [p. 280 modifica]Crisaore in greco vuol dire spada d’oro.
  5. [p. 280 modifica]Si veda la nota al verso 240. Anche qui non si deve credere che questi nomi siano inventati da Esiodo. Erano nomi di Ninfe protettrici delle varie località. Ed erano quindi numerosissimi. Tremila, dice Esiodo, ma erano certo di piú. E giustissima è l’osservazione che il poeta fa poco piú sotto, a proposito dei fiumi: tutti questi nomi li sa bene «chi ci abita vicino». I nomi greci delle Oceanine sono i seguenti: Peitó, Adméte, Iànthe, Elèttra, Dóride, Prymnò, Urania, Ippó, Clymène, Ròdeia, Calliròe, Zeuxò, Clytíe, Idyiá, Pasitòe, Plexàure, Galaxàure, Dióne, Melòbosis, Thòe, Polidóre, Chercheís, Plutó, Perseís, Iàneira, Acàste, Xànthe, Petràie, Menesthó, Európe, Métis, Eyryinòme, Telestó, Cryseís, Asia Calipsó, Eudòre, Tyche, Anfiró, Ochyroe, Stige.
  6. [p. 280 modifica]Nice (Nike) in greco vuol dire Vittoria, Zèlos ardore, poi emulazione, poi invidia. Crate (Kratos) il potere, Bia la forza. Questi ultimi due stanno sempre con Giove, ossia sono suoi attributi.