Vai al contenuto

La botticella d'Amontillado

Da Wikisource.
Link alla raccolta Questo testo fa parte della raccolta Racconti Straordinari


[p. 159 modifica]

LA BOTTICELLA
D’AMONTILLADO


Avevo sopportato come meglio avevo potuto le ingiustizie di Fortunato; ma quando egli giunse all’insulto giurai di vendicarmi. Però, voi che conoscete bene la natura della mia anima, non supporrete certo che articolassi minaccia alcuna. Dovevo finire coll’essere vendicato; questo era definitivamente stabilito; — ma la perfezione stessa della mia risoluzione escludeva ogni idea di pericolo. Non solo dovevo punire, ma punire impunemente. Una ingiuria non è vendicata, quando il castigo colpisce anche il vendicatore; e non è vendicata, nemmeno, se il vendicatore non si preoccupa di farsi conoscere dall’autore di essa.

Bisogna sapere che io non avevo dato a Fortunato alcuna ragione di dubitare della mia benevolenza, nè con parole, nè con atti. Continuai, come solevo, a sorridergli, ed egli non indovinava che ormai il mio sorriso non traduceva altro pensiero che quello della sua immolazione.

Aveva un lato debole, quel Fortunato, quantunque fosse, in ogni altra cosa, un uomo da rispettare, e anche da temere. Si vantava di essere un conoscitore di vini. Pochi italiani hanno il vero spirito del conoscitore. Il loro entusiasmo è quasi sempre preso a prestito, adattato al tempo e all’occasione; è una forma di ciarlataneria per agire sui milionari inglesi e austriaci. In fatto di dipinti e di pietre antiche, Fortunato, come i suoi compatrioti, era un ciarlatano, ma, in materia di vini vecchi, era sincero. In questo, io non ero essenzialmente diverso da lui; anzi, mintendevo molto di vini italiani, e ne compravo delle quantità considerevoli ogni volta che potevo.

Una sera, all’imbrunire, mentre più folleggiava il carnevale, incontrai il mio amico. Egli mi si avvicinò con caldissima cordialità, poichè aveva bevuto molto. Era in maschera. Indossava un costume attillato e di due colori, e la sua testa era sormontata da un berretto conico guarnito di campanelli. Io ero tanto lieto di vederlo che non avrei mai finito di stringergli forte la mano. Gli dissi:

— Caro Fortunato, sono felice di questo incontro! Che bell’aspetto avete oggi!... Dunque, sappiate che ho ricevuto una botticella d’«Amontillado», o almeno di un vino che mi si dà per tale. [p. 160 modifica]

— Come!, disse; dell’amontillado?!... Una botticella?! È impossibile! — E proprio in pieno carnevale!

— Ho dei dubbî, replicai, e sono stato tanto stolto da pagare il prezzo totale del vino, senza consultarvi. Non s’è potuto trovarvi, e temevo troppo che l’occasione mi sfuggisse.

— Dell’amontillado!

— Ho dei dubbî...

— Dell’amontillado!

— Voglio sincerarmene...

— Dell’amontillado!

— Poichè voi siete invitato in una casa, andrò a cercare Luchesi. Se c’è qualcuno che abbia senso critico, è proprio lui. Egli mi dirà...

— Luchesi non è capace di distinguere l’amontillado dallo xeres.

— Pure, vi sono degl’imbecilli i quali sostengono che il suo palato non sia inferiore al vostro.

— Venite! Andiamo!

— Dove?

— Alle vostre cantine.

— Amico mio, no... Non voglio abusare della vostra bontà. So che siete invitato, Luchesi...

— Non sono invitato. Andiamo!

— No, amico mio. Non è per la questione dell’invito, ma pel freddo crudele di cui m’accorgo che soffrite. Le mie cantine sono insopportabilmente umide; sono tutte tappezzate di nitro.

— Non importa! Andiamo! Pel freddo non è nulla! Dell’amontillado! Devono avervi turlupinato! — E, quanto a Luchesi, vi assicuro che è incapace di distinguere lo xeres dall’amontillado.

Parlando così, Fortunato s’impadronì del mio braccio. Io mi misi una maschera di seta nera, e avvolgendomi con cura in un mantello, mi lasciai trascinare da lui fino al mio palazzo.

Non v’erano domestici, in casa; si erano eclissati, per gozzovigliare in onore del carnevale. Avevo detto loro che non sarei rientrato prima che fosse giorno, e avevo ordinato loro, formalmente, di non uscire dal palazzo. Quest’ordine era bastato, lo sapevo benissimo, perchè essi se la svignassero in fretta, tutti, fino all’ultimo.

Presi due torcie, ai lati dello specchio; ne diedi una a Fortunato, e lo guidai, con bei modi, attraverso una lunga serie di camere, fino al vestibolo dal quale si accedeva alle cantine. Scesi davanti a lui per una lunga e tortuosa scala, voltandomi di tanto in tanto e raccomandandogli di essere guardingo. Giungemmo finalmente agli ultimi gradini, e ci trovammo insieme sul suolo umido delle catacombe dei Montrèsors.

Il mio amico camminava barcollando un poco, e i sonagli del suo berretto tintinnavano ad ogni suo passo.

— Dov’è la botticella d’amontillado?, domandò.

— È più lontano, risposi; ma osservate quei ricami bianchi che brillano sui muri di questo sotterraneo.

Egli si volse verso di me, e mi guardò negli occhi con due globi vitrei da cui stillavano le lagrime dell’ubbriachezza.

— Il nitro?, disse infine.

— Già; il nitro, risposi. — Da quanto tempo l’avete, questa tosse?

— Ehm! ehm! ehm! — Ehm! ehm! ehm! — ehm!...

Il mio povero amico non potè rispondermi prima che fossero passati alcuni minuti.

— Non è nulla! disse poi.

— Venite! soggiunsi con fermezza. — Andiamo via! La vostra salute è preziosa. Siete ricco, rispettato, ammirato, [p. 161 modifica] Immagine dal testo cartaceo [p. 163 modifica]amato; siete felice come anch’io lo fui in altri tempi; siete un uomo che lascerebbe un vuoto. Per me, non è la stessa cosa... Andiamo via. Rischiate di ammalarvi. Del resto, c’è Luchesi...

— Basta!, diss’egli. La tosse, non è nulla. Non mi ucciderà... Non morrò certo per un raffreddore.

— È vero, è vero... replicai. Non avevo intenzione di darvi inutilmente dei timori; — ma dovreste prendere delle precauzioni. Un buon sorso di questo médoc vi difenderà contro l’umidità.

E così dicendo tolsi una bottiglia da una lunga fila di sue compagne, che giacevano sul suolo, e ne feci saltare il collo.

— Bevete!, dissi, porgendogliela.

Egli s’avvicinò alle labbra la bottiglia, guardandomi con la coda dell’occhio. Tacque per un momento, mi fece un cenno di saluto (e i sonagli tintinnarono) e poi disse:

— Bevo ai defunti che riposano intorno a noi!

— Ed io, augurandovi lunga vita!

Egli riprese il mio braccio, e ci rimettemmo in cammino.

— Questi sotterranei, disse, sono vastissimi!

— I Montrésors, diss’io, erano una grande e numerosa famiglia.

— Non ricordo come sia il vostro stemma.

— Un gran piede d’oro in campo azzurro. Il piede schiaccia un serpente rampante, che addenta il calcagno.

— E il motto?

Nemo me impune lacessit.

— Bellissimo! diss’egli.

Il vino gli scintillava negli occhi, e i sonagli tintinnavano. Anche a me il médoc aveva scaldate le idee. Eravamo giunti, lungo muraglie d’ossa umane ammucchiate insieme con barili e botti di vino, fino alle ultime profondità delle catacombe. Là mi fermai di nuovo, e, questa volta, mi presi la libertà di afferrare Fortunato per un braccio, al disopra del gomito.

— Il nitro!, dissi; guardate... Aumenta ancora. Pende come musco dalle vòlte. Qui, siamo sotto il letto del fiume. Le gocce d’umidità filtrano attraverso gli ossami. Venite; andiamo via, prima che sia troppo tardi. La vostra tosse...

— Non è nulla; proseguiamo. Ma, anzitutto, ancora un sorso di questo médoc.

Ruppi una bottiglia di vino di Grave e gliela porsi. La vuotò d’un fiato. I suoi occhi brillarono d’un fuoco ardente. Poi rise, e gettò in aria la bottiglia, con un gesto che non compresi.

Lo guardai stupito, ed egli ripetè quel movimento: un movimento grottesco.

— Non capite? disse.

— No, gli dissi.

— Dunque, non siete della loggia?

— Come?

— Non siete massone?

— Sì! sì!, dissi! — sì! sì!

— Voi? Impossibile! Voi, massone?

— Sì, massone!, risposi.

— Un segno! Vediamo!

— Ecco!, replicai, estraendo una cazzuola dalle pieghe del mio mantello.

— Vi burlate di me!, esclamò Fortunato, indietreggiando di alcuni passi. Ma andiamo, dov’è l’amontillado.

— Andiamo, diss’io, rimettendo la cazzuola sotto il mantello e offrendogli ancora il mio braccio.

Egli vi si appoggiò pesantemente. [p. 164 modifica]Proseguimmo in cerca dell’amontillado. Passammo sotto una serie di piccoli archi bassissimi; scendemmo; facemmo alcuni passi, e, scendendo ancora, giungemmo ad una cripta profonda, dove l’aria impura faceva rosseggiare piuttosto che brillare le fiamme delle nostre torcie.

In fondo a quella cripta se ne scorgeva un’altra, meno spaziosa. I muri di questa erano stati rivestiti di frammenti umani come quelli ammucchiati nelle cantine superiori, così che quel luogo faceva pensare alle grandi catacombe di Parigi. Tre lati della seconda cripta erano ancora ornati a quel modo. Dal quarto le ossa erano state strappate e giacevano confusamente sul suolo, formando in un punto un muricciuolo di una certa altezza. Nel muro, posto a nudo così per lo spostamento delle ossa, scorgevamo ancora un’altra nicchia, profonda circa quattro piedi, larga tre, alta sei o sette. Sembrava non fosse stata costruita per un uso speciale, ma formasse semplicemente l’intervallo fra due degli enormi pilastri che sopportavano la vôlta delle catacombe e s’appoggiava ad uno dei muri di granito massiccio che delimitavano il sotterraneo.

Inutilmente Fortunato, alzando la sua torcia ammalata, si sforzò di scrutare la profondità della nicchia. La luce indebolita non ci permetteva di scorgerne il fondo.

— Andate avanti!, dissi; è lì dentro l’amontillado. Quanto a Luchesi...

— È un ignorante!, interruppe il mio amico, precedendomi e camminando obliquamente, mentre io lo seguivo da vicino.

In un momento egli giunse in fondo alla nicchia, e, fermato dalla parete di pietra, rimase immoto, stupidamente sbalordito. Un momento dopo, lo avevo già incatenato al granito. Nella parete erano infissi due anelli di ferro, distanti circa due piedi l’uno dall’altro, in senso orizzontale. Da uno dei due, pendeva una corta catena, dall’altro un lucchetto. Gettata la catena intorno ai suoi fianchi, l’assicurarla fu cosa di pochi secondi. Egli era troppo stupido per resistere. Tolsi la chiave, e indietreggiai di alcuni passi uscendo dalla nicchia.

— Toccate il muro, dissi; è impossibile che non sentiate il nitro. C’è, veramente, molta umidità, qui dentro! Lasciate ch’io vi supplichi ancora di venirvene via. — Non volete? — In tal caso bisogna positivamente ch’io vi lasci. Ma vi presterò, prima, tutte quelle piccole cure che posso prestarvi.

— L’amontillado!, esclamò il mio amico, che non sì era ancora riavuto dal suo stupore.

— Già... dissi: l’amontillado!

Pronunciando queste parole, cominciai a frugare nel mucchio d’ossami a cui ho già accennato. Li gettai da parte, e scoprii in breve una notevole quantità di pietre da costruzione e di calcina. Con quei materiali, servendomi della cazzuola, cominciai attivamente a murare l’entrata della nicchia. Avevo appena formata la prima base della mia muratura, quando mi avvidi che l’ubbriachezza di Fortunato era in gran parte svanita. Il primo indizio che ne ebbi fu un grido sordo, un gemito, che uscì dal fondo della nicchia. Quello non era un grido di un uomo ubbriaco! Poi vi fu un lungo e ostinato silenzio. Formai il secondo strato di pietre, poi il terzo, poi il quarto; e allora udii che la catena veniva furiosa[p. 165 modifica]mente agitata. Quel rumore durò per alcuni minuti, durante i quali, per gioirne di più, interruppi il mio lavoro, standomene accoccolato sugli ossami. Infine, quando il rumore cessò, ripresi la cazzuola e finii, senza interruzione il quinto, il sesto e il settimo strato. Il muro era ormai quasi all’altezza del mio petto. Mi arrestai di nuovo, e, alzando le fiaccole al disopra della muratura, proiettai alcuni deboli raggi sul prigioniero.

Una serie di alte grida, di grida acute, esplose improvvisamente dalla gola dell’uomo incatenato, e, per così dire, mi gettò violentemente indietro. Per un momento, esitai, tremai. Sguainai la spada che avevo al fianco e cominciai ad agitarla attraverso la nicchia. Ma un istante di riflessione bastò a tranquillizzarmi. Toccai il muro massiccio, e fui completamente rassicurato. Risposi agli urli della mia vittima. Feci loro eco ed accompagnamento, li superai in volume ed in forza. Così, feci; e l’altro cessò di sbraitare.

Era mezzanotte, e il mio lavoro volgeva alla fine. Avevo completato l’ottavo, il nono e il decimo strato di pietre. Poco dopo, avevo già compiuta gran parte dell’undicesimo ed ultimo; ormai mancava soltanto l’ultima pietra. La sollevai con sforzo; la misi press’a poco nella posizione voluta. Ma allora uscì dalla nicchia una risata soffocata, e mi si rizzarono i capelli. A quella risata, seguì una voce triste, che riconobbi difficilmente per quella del nobile Fortunato. Quella voce diceva:

— Ah! ah! ah! — Eh! eh! — Un bellissimo scherzo, veramente! — Una magnifica burla! — Ne rideremo di gusto, al palazzo! — Eh! eh! Ne rideremo, del vostro buon vino! — eh! eh! eh!

— Dell’amontillado?, dissi.

— Eh! eh! — eh! eh! — Sì, dell’amontillado! Ma non vi pare che si faccia tardi? Non ci aspetteranno, al palazzo, la signora Fortunato e gli altri? Andiamo via.

— Sì, dissi; andiamo via.

Per amor di Dio, Montrésor!

— Sì, dissi, per amor di Dio!

Ma a queste parole, nessuna risposta. Tesi invano l’orecchio. M’impazientai. Chiamai ad altissima voce:

— Fortunato!

Nessuna risposta.

Chiamai ancora:

— Fortunato!

Nulla. — Introdussi una torcia nell’apertura che rimaneva, e la lasciai cadere dentro. Non ebbi altra risposta che un tintinnio di sonagli. Provai una fitta al cuore, — certo per effetto dell’umidità delle catacombe. E mi affrettai a terminare il mio lavoro. Feci uno sforzo e collocai l’ultima pietra, la coprii di calcina. Contro quella nuova muratura, ammucchiai come prima gli ossami. Da mezzo secolo, nessun mortale li ha mai spostati. In pace requiescat.