La casa del poeta/Storia di un cavallo

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Storia di un cavallo

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Feriti Cose che si raccontano

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STORIA DI UN CAVALLO

In apparenza sembrava ancora giovane, nobilmente fermo sulle zampe, coi lunghi garetti sottili, tutto nero, lucido e grasso; ma bastava osservargli la bocca e gli occhi per indovinare la sua età: gli occhi erano appannati, violacei; e in bocca gli rimanevano sei denti gialli come fave secche. Eppure aveva ventiquattro anni.

— Ma ventiquattro anni, per un cavallo, e un cavallo che è stato anche da corsa, sono come i miei ottanta suonati. Con la differenza che io me la sgambetto ancora e faccio i miei bravi piccoli affari, mentre Fortunato vegeta, e gli viene l’asma solo a condurlo all’abbeveratoio.

Parlando così, il padrone esagerava: perché, invece, l’ora più bella della sua lunga giornata di noia era per il vecchio cavallo appunto quella dell’abbeveratoio. E, a dire il vero, il padrone ce lo mandava più per fargli fare una passeggiata che per altro. La strada in pendio era sempre la stessa di un tempo, quando il figlio più giovane e avventuroso dell’ottuagenario la percorreva col giovane [p. 114 modifica]morello, recandosi alle corse paesane, delle quali vinceva immancabilmente il primo premio: e il cavallo, che il vecchio possidente teneva sacro come un ricordo del figlio morto da valoroso in guerra, pareva ricordasse il passato, perché nel sentire l’odore dei canneti della valle protendeva di qua e di là la testa melanconica, aprendo le froge e respirando forte. Quando poi la strada sboccava sullo stradone, a mezza costa del monte, dove la lunga vasca d’acqua bruno-verde dell’abbeveratoio invitava alla fermata, i suoi occhi si animavano e raccoglievano il riflesso della grande valle chiara di vigne, di olivi, di seminati: poi si volgeva per bere, svogliato e lento, mentre il servo che lo conduceva, anche lui vecchio, anche lui mezzo pensionato nella casa del ricco padrone, scambiava qualche parola coi radi passanti che scendevano dal paese o vi risalivano.

— E questa bestia, dunque, ancora campa?

— Pare di sì, se ancora beve e mangia.

— Ma di’ al tuo padrone che lo mandi alla concia, e i soldi che spende per mantenerlo li passi a me.

— Va, e prova a dirglielo tu, se ne hai il coraggio. Del resto, neppure alla concia ci vogliono oramai, caro compare Fortunato.

Al colpo della manaccia del servo il cavallo trasaliva, sollevando la testa, e le gocce che gli calavano dalle narici parevano lagrime. [p. 115 modifica]

Un giorno il padrone si ammalò e mandò a chiamare il parroco per confessarsi. Il prete era giovane, intelligente e spregiudicato: non si meravigliò quindi per la straordinaria abbondanza e varietà dei peccati del ricco vecchione; ma quando si giunse alla fine e vide il grande viso grigio e barbuto del malato solcarsi di ansietà, e gli occhi chiudersi forte come per un dolore fisico, indovinò che altro e di ben grosso c’era.

— Altro?

L’uomo riaprì gli occhi, che in quel momento rassomigliavano a quelli del cavallo quando riflettevano la valle dorata dal sole.

— C’è questo. Mio figlio Alessio, quello morto in guerra, desiderava un cavallo da corsa. C’era un mio compare, non ricco, ma onesto e laborioso contadino, che ne possedeva uno: un puledro natogli per caso dalla giumenta da tiro, già domato, bello e rapido come una saetta. Vado e dico: «Compare, vendetemi il puledro; lo chiameremo Fortunato, e tale sarà. Per i denari, grazie a Dio, non avete che a dire una cifra».

Così dicendo, — proseguì il malato, richiudendo gli occhi, — io toccai la cintura, dove tenevo [p. 116 modifica]la borsa. Mai lo avessi fatto. Il compare, che dapprima ascoltava benevolo, si fece nero in viso, come per una crudele offesa. Poi rise; un riso stridente che mi sega ancora l’anima. Dice: «Il mio cavallo? Se me ne dessero in cambio uno d’oro non lo cederei neppure a mio fratello». E non ci fu verso di fargli mutare parere. Ma appunto per il rifiuto, il mio Alessio s’innamora del cavallo e lo vuole a tutti i costi. Io stesso mi sentivo punto, perché il compare non cedeva la bestia per semplice orgoglio: se io gliela avessi chiesta in regalo me l’avrebbe data: l’accenno alla borsa, con la sicurezza che dà il denaro, lo aveva invece offeso e indignato. Così ne nacque una vera inimicizia. Una notte ignoti ladri tentarono di penetrare nella stalla dove il compare teneva prigioniero il puledro: egli incolpò mio figlio, che per lo sdegno minacciò di ucciderlo. Si passarono brutte giornate: io avevo paura di una grave disgrazia, e cominciai ad odiare con tale veemenza l’uomo al quale un tempo volevo un bene da fratello, che giorno e notte lo coprivo di maledizioni. Arrivato sono al punto di chiedere a Dio la sua morte; infatti, il giorno di Sant’Anna, sì, il 26 luglio del 1906, andai alla messa, e al momento dell’Elevazione domandai la grazia di essere liberato dal mio nemico. E nello stesso tempo imprecavo, poiché egli mi aveva condotto a quel punto. «Maledetto tu sii, — dicevo, — per il tuo orgoglio e le tue [p. 117 modifica]calunnie; che tu possa morire questa notte, e l’anima tua reietta penetri nel corpo del tuo cavallo infernale».

Ebbene, — riprese il malato, ansando ancora al ricordo, — la stessa notte l’uomo morì: nella stalla si sentirono strepitare i cavalli, e quello che aveva provocato tanti guai fu il giorno dopo trovato gonfio e di un colore più nero del solito. Nessuno sapeva della mia maledizione; io solo, da quel giorno, mi trovo con questa davanti a Dio, che me ne chiede conto. Saranno superstizioni; ma la mia coscienza è diventata come un tumore maligno. Dopo la morte dell’uomo, quando il cavallo fu guarito del suo gonfiore, gli eredi stessi vennero ad offrirmelo: lo presi, e mio figlio lo portò a tutte le corse del circondario. Egli non sapeva che cavalcava un’anima in pena, e che un’altra anima in pena ero io, sempre pauroso che gli accadesse una disgrazia. Dopo la morte sua gloriosa, io tenni il cavallo per ricordo di lui, ma sopratutto per quella fissazione mia. Tante volte ho pensato di ammazzare la bestia, per liberarmene, ma non ne ho mai avuto il coraggio.

Il prete, con voce quasi ironica, tentò di rassicurare il vecchio.

— Il vostro peccato è sopratutto di superstizione, di offesa a Dio. Se Dio si lasciasse convincere dalle maledizioni degli uomini, a quest’ora il mondo sarebbe distrutto: e il [p. 118 modifica]castigo voi lo avete già avuto nella vostra pena stessa.

L’altro scuoteva la testa sul guanciale, non convinto né confortato, e non si chetò neppure dopo avuta l’assoluzione.

Nella notte lo sentirono vaneggiare, parlando col cavallo come con una persona viva; e rifaceva anche la voce del compare morto.

— Compare, non mi dispiace altro che di vivere prigioniero e inoperoso: questa umiliazione, no, non ve la perdonerò per l’eternità.

Nel sentirsi aggravare, il vecchio chiamò il servo che accudiva al cavallo.

— Ascoltami: tu hai qualche anno ancora da campare, perché voi poveri siete più sani e più forti dei ricchi, malanno a noi. Ti raccomando Fortunato: lo farai pascolare in libertà, quando il tempo è buono; quando farà freddo lo riporterai nella stalla. In cambio ti lascio in eredità il mio frantoio e l’altro cavallo buono. Accetti? Sì, bravo, dammi la mano.

Il servo prese nella sua la mano umida e ardente del padrone, e giurò che avrebbe trattato il cavallo come un cristiano. Nei primi tempi, infatti, dopo la morte del vecchio, mantenne la promessa. Era ancora la buona stagione: il cavallo fu portato al pascolo in un prato della valle, sotto la verde scalea delle vigne che saliva fino al cielo; ma parve soffrirne: brucava svogliatamente l’erba d’autunno, e la notte starnutiva [p. 119 modifica]e non si sdraiava mai. Ogni volta che andava a vederlo, il suo nuovo padrone lo trovava deperito, sempre più magro, tonto e triste: e in fondo desiderava che morisse, per potersene liberare.

Gli si ammalò, invece, e morì in pochi giorni il cavallo giovane, quello da tiro e da fatica. Fu per il vecchio servo una vera tragedia: poiché era già il tempo delle olive, e per campare, non ricevendo più dagli altri eredi del padrone morto sussidio alcuno, egli contava sulla rendita del frantoio.

Un giorno di autunno, che già cominciava a far freddo e a piovigginare, andò a riprendere Fortunato per riportarlo a casa. Lo trovò affacciato alla muriccia del prato, tutto nero e intirizzito sullo sfondo della caligine; e gli parve che lo aspettasse.

— Come va, compare?

Gli occhi del cavallo si animarono e rivolsero uno sguardo quasi umano al nuovo padrone: quando poi questi gli diede il solito colpo con la mano aperta, nitrì a lungo. E il vecchio si sentì echeggiare quel nitrito nelle vene, come un brivido misterioso provocato da un senso di rivelazione panica.

Da tanto tempo il cavallo non nitriva più.

L’uomo gli prese la testa fra le mani, come quella di un suo simile, poi lo fissò negli occhi.

— Tu indovini il mio pensiero, creatura di [p. 120 modifica]Dio. Sì, sono venuto a riprenderti con l’intenzione di attaccarti al frantoio. Il tuo padrone morto mi maledirà; ma vivere bisogna.

Lo attaccò al frantoio: e si vide una cosa straordinaria. Il cavallo parve ringiovanire: tirava la macina con forza; non si fermava se non quando il padrone lo fermava.

E ancora stanno lì, tutti e due, a lavorare assieme, felici come due giovani che hanno risolto il problema della loro esistenza.