La chioma di Berenice (1803)/Considerazione X

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Considerazione X. Venere Celeste

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Considerazione IX Considerazione XI
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considerazione x

Venere celeste.

Verso 56.  Et Veneris casto conlocat in gremio.

Il Conti crede che la Venere, nel cui grembo casto Zefiro posa le chiome sia la Venere planetaria; la quale, prescindendo dalle moderne nozioni, noi andremo considerando secondo le idee degli antichi. E’ s’è già veduto il pianeta di Venere essere stella di Giunone, d’Iside, di Diana, della madre degli Dei (considerazione iii, p. 168), e Plinio lo chiama (lib. i, cap. 8) ingens sidus appellatum Veneris, alterno meatu vagum ipsisque [p. 200 modifica] cognominibus aemulum Solis ac Lunae... Hujus natura cuncta generantur in terris. Quindi reggeva col nome d’Espero i cavalli della Luna quando sorgeva dall’Oceano, come tuttoggi si vede in Roma nell’arco costantiniano; e col nome di Lucifero ΦΩΣΦΟΡΟΣ era detto portatore del Sole. Due nomi ch’egli ebbe ne’ tempi più illustrati dalle scienze (Cicerone de natura Deorum, lib. ii): Stella Veneris quae phosphoros graece, Lucifer latine dicitur cum antegreditur Solem, cum subsequitur vero Hesperus. Ma sino dagli antichissimi tempi i persiani con uno stesso rito e con diversi nomi adoravano Espero, Diana e Venere (G. Gern. Vossio, dell’idolatr. lib. vii, 1 ). Quindi, per le ragioni dimostrate nella precedente Considerazione, Semiramide fu adorata sotto il nome di Venere figliuola di Dione o per Venere Dione uno de’ primi idoli femminili dell’Asia (Bianchini Stor. univers., Deca iii, cap. 21). E da Dione venne il nome di Diana: il che prova ognor più le congetture nostre sull’antichità del Dio Cacciatore. I poeti frattanto, dopo Omero che chiamò Espero la più bella delle stelle (Iliad. xxii, 318), la ascrissero sempre alla più bella delle Dive, Mosco idil. vii:

          Ἕσπερε τᾶς ἐρατᾶς χρύσεον φάος Ἀφρογενείας,
          Ἕσπερε, κυανέας ἱερὸν φίλε νυκτὸς ἄγαλμα.|?}}
          Espero, aureo splendore dell’amabile Venere,
          Espero caro, sacro ornamento della notte cerulea.

E veramente è si splendida, che talora non è vinta dalla luce diurna. Anche Virgilio:

          Qualis ubi Oceani perfusus Lucifer unda,
          Quem Venus ante alias astrorum diligit igneis,
          Extulit os sacrum coelo tenebrasque resolvit.

divini versi, de’ quali fu fonte Omero (Ilad. v, v. 5), imitato da Pindaro (Istmica iv, 41 e sg.), da Dante ( Purg ., canto xii, 88). [p. 201 modifica]

Or, tornando alla questione, se fosse vera la osservazione del Conti, che Zefiro, dovendo passare per la regione planetaria, abbia deposta la chioma nel grembo della Venere celeste, converrebbe credere che questa diva fosse locata anche da Callimaco nel terzo cielo, cominciando a numerare que’ globi dal Sole. Or vediamo come questa Diana o Dione, o universa natura abitante nel cielo, fosse adorata sotto il nome di Venere celeste. Ricavo da Cicerone (libro iii de nat. Deor. cap. 41) quattro Veneri donde poi pullulò quel numero di Veneri con diversi e strani cognomi: i. Procreata dal Cielo e dall’Aria. ii. Dalla spuma del Mare e dal sangue de’ genitali. iii. Da Giove. iv. La dea Siria, di cui abbondantemente Luciano: sebbene è da osservarsi che quest’ultima Venere è derivazione della prima a cui fu associata Semiramide. Platone nel convito distingue due Veneri, una terrestre e sensuale, l’altra celeste e spirituale, e quindi due Amori. Ora la Venere, a cui reca Zefiro le chiome di Berenice, sia quella del terzo cielo, sia un’altra seduta nel coro degli Dei, deve certamente essere la celeste, di cui non abbiamo favole invereconde. Dal seguente passo d’Artemidoro si desume ch’ella era la inventrice della divinazione. Τὴν Ἀφροδίτην Οὐρανίαν φύσεων εἶναι μητέρα ὅλων, πάσης μαντείας, καὶ προγνώσεως εὑρετήν Ed eravi un oracolo della celeste dea in Cartagine, che Apulejo (Flor. iv) chiama Caelestem illam Afrorum daemonem: la quale non è insomma, per tradurre le parole di artemidoro, se non la madre di tutte le cose, come s’è già notato (Consideraz. terza) di Diana natura, di Diana madre. Ed i critici moderni (Conti, Sogno nel globo di Venere, comento p. 15) pretendono, con l’autorità della Bibbia che la Venere celeste non sia che l’Astarte, e l’Astarte la luna; ed eccoci di nuovo all’antichità ed alla universale divinità di Diana. Quindi [p. 202 modifica] dal furore divino, di cui è inventrice questa Venere celeste ne vennero (Platone nel Fedro) Apollo, ossia il Vaticinio; Bacco, ossia il Mistero, le Muse o la Poesia, l’Amore, le Veneri, le Grazie, e poi si torna all’idea solenne della Notte e dell’Amore universale di cui parla Aristofane (Uccelli), e parmi per farsene beffe. Sino al tempo degli imperadori romani si cercavano le profezie di questa Venere primitiva, madre del furore: vaticinationes quae de tempio caelestis emergunt (Capitol. in Pertinace); la quale, se bene ricordo ciò ch’io lessi in Xifilino, che ora non ho per le mani, fu data in isposa da Eliogabalo a quell’Alogabalo suo Nume. Così questa Venere di casta e celeste divenne meretrice e volgare, poiché fu sposa e sorella di quanti regi vollero essere Numi, madre di quanti Numi bisognavano a’ sacerdoti, protettrice di quante passioni erano care a’ popoli i quali vogliono avere sempre società col cielo, quantunque per lunga esperienza sappiano che il cielo non vuole alcuna società co’ mortali. Aggiungi che i poeti-teologi e gli storici-filosofi, intendendo la Natura sotto questo nome di Venere (Lucr. lib. i, sul principio), lo applicavano a tutte le cagioni e gli effetti della procreazione. Anche del culto di questa dea abbiamo memorie antichissime, e le egizie più rimote ci tramandano la profanazione commessa dagli Sciti del tempio di Venere celeste in Ascalona, a’ tempi del re Psammetico (Erodot. lib. i, sez. 105). La Venere volgare ha più recenti adorazioni, e primo a fondarne culto per gli ateniesi fu Teseo: però Pausania nel viaggio di Attica racconta: A’ tempi miei non v’erano più ornamenti antichi della Venere volgare: que’ che la troppa età risparmiò, pareano d’artefici non oscuri. Ogni nazione ed ogni principe vestivano gli Dei secondo i proprj istituti. Adoravano i Lacedemoni una Venere armata (Pausan in Laconicis; [p. 203 modifica]Quintil. institut. lib. ii, 4). Donde poi vennero quegli epigrammi di Venere che disfida nuovamente Pallade, e due tra gli altri di Ausonio (il xli e xlii). E Cesare, per la boria di essere sangue d’Enea figlio di Venere, e perch’egli era veramente, come tutte le gentili anime, seguace della Dea, la portava nel suo sigillo sebbene tutta armata, come quegli che era altissimo capitano e più ch’altri fatto e dalla natura e dalla fortuna guerriero. Ma anche questa Armata è una discendente della Volgare. La qual distinzione di volgare e celeste si vede a’ tempi de’ Tolomei dall’epigramma xiii di Teocrito sopra il simolacro dedicato da una moglie pudica alla casa del marito e de’ figliuoli:

               Ἡ Κύπρις οὐ πάνδημος. ἰλάσκεο τὴν θεὸν εἰπών
               οὐρανίαν

Venere non è questa la volgare: propizia fa la Dea chiamandola Celeste.

Si può dunque desumere che questa Venere fosse la casta, di cui parla Callimaco, poiché ella è Dea delle matrone pudiche. Ma è ella la stessa Venere Arsinoe Zefiritide? Ho sospettato a pag. 114 che sì. Eccone le ragioni: 1° Arsinoe fu celebrata come pudica ed amorosa moglie, e fu si passionatamente amata da Filadelfo, ch’ei morì pel dolore di averla perduta. 2° Vediamo molti nomi e molti attributi dati alla stessa divinità, senza che i poeti ed i popoli si curino gran fatto di storie e di cronologie: Arsinoe essendo associata al culto di Venere poteva avere gli attributi della celeste. 3° Callimaco avendo per argomento l’amor coniugale di Berenice, e per fine l’apoteosi de’ suoi signori, e fondando in questo poema un culto per le spose pudiche, né potea, né dovea lasciare ad Arsinoe gli attributi della Venere volgare, negandole quelli della celeste.