La coltivazione degli olivi/Libro quarto

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Libro quarto

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Libro terzo
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LIBRO QUARTO



Delle gemine tue sponde fiorenti,
E degli ameni campi, o patrio Mella,
E de’ fertili colli ond’hai ghirlanda
Niun lodatore avesti, e sì ti punge
5Anco il dispetto di recar non viste
Quasi, nè memorate onde alla foce.
E sì pur vedi in tuo cammin la forte
Dei Calibi progenie infra le tue
Latébre il ferro solver dallo scoglio
10Entro cui nasce, onde ricchezza e lustro
Da perenne commercio a te si reca;
E vedi ampli edifizj, e rocche e pingui
Colti di fecondissime campagne
Scendendo, e colli d’odorate vigne
15Incoronati, a cui l’indico Dio
Benigno rise, e larghi campi ov’alta
Move sublime col dorato capo
Cerere bionda; e vedi alberi gravi
Di domestiche frutta, e argentei rivi

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20E sorgenti purissime incessanti;
E miri finalmente in tuo vîaggio
La Cidnea rocca, e la città di molte
Arti e di studj e di bei genj altrice.
Fra le italiche ville a lei dier nome
25Mollezza e gelosia d’invide genti
Di barbara contrada, e la fean nido
D’armati sgherri, cui trattar soltanto
Era dato gli stili, e fra lo occulte
Tenebre e le deserte alpestri rocche
30Dei cittadini patteggiar le morti
Coi temuti potenti, e così tutte
Di fraterno macchiar sangue le vie.
Ma se pur rudi sensi in rudi petti
Qui si albergàno oltre il dover feroci,
35Nè pur mollezza oltre il dover servile
V’ebbe ricetto; e cara era la patria,
Caro l’onore, e le virtudi in pregio,
Nè della rotta fede ospite alcuno
Quinci partia dolente, e fra gli strani
40Portò l’amor di questa terra e il nome.
Salve adunque, o fra gli altri avventuroso
Di pure onde ricchissimo e d’armenti
E di fertili campi, e di bei spirti,
Limpidissimo Mella. Al par d’Alfeo
45Stanza di numi e d’Aretusa, l’onde

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Volgi beate, che le tue fiorenti
Rive pascono cigni, a cui non manca
Candida piuma, e voce alma soave.
Quivi il forte d’Alceo carme, e del mesto
50Simonide ritenta ardito spirto,
E l’agro imita derisor motteggio
Del Venosino. Libero in suo stile
Numeroso, crescente, armonîoso
Le pindariche segue orme Colui,
55Che nel tuo regno, amor, rivolto ha il piede
Onde uscirne fia acerbo. 1 Altri a quel prode
Che alle tiguri balze, e alla proterva
Gallia il terror portò dal roman brando,
Splendida veste intesse, e dal romano
60Trae nel nostro sermon gli affanni e l’opre
Di quello infaticabil Giulio, a cui
Di magnanimi rabbia aperse il fianco.
Altri in umil fortuna alti nutrendo
Sensi d’onore e di virtù, le greche
65Beato versa e le romane carte,
E ne adempie il desio. Nè Te compagno
De’ più verdi anni miei, cui Temi invola
Alle muse, che n’han cordoglio e pena
Io tacerò. Natura a Palla amico
70Feati, e al nume Cirreo, più che agli studj
Dell’impiombata dea, cui steril fronda

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Orna le tempie, e fra le scuri e i ceppi
Siede incomposta, a’rei tremenda e a’buoni.
Nè tacerò di te che in bruno ammanto
75Candidissima alberghi anima e core,
Franco libero ingegno, a cui, per fino
Di ben temprate fibre almo consenso,
Dato e sentir del bello i pregi, e tutto
Il magistero svolverne in parole,
80E le menti erudirne. Al sermon nostro
Segui a ritrar, che il puoi, con degni versi
La gran lira di Tebe, ond’ebber grido
Elide e Pisa dei cantati ludi.
Crescete o piante generose, orgoglio
85Di mia patria e speranza, onde ghirlanda
Per voi più bella al crìn verde s’intessa
D’immortal lauro, il nostro picciol Mella:
Quei che agli umidi alberghi, e alla divina
Mensa de’ fiumi accolto altero siede,
90E al gran padre Eridan le sue novelle
Glorie ricorda, e de’ suoi figli i pregi,
Onde superbo il re de’ fiumi estolle
Il non infranto ancor sublime corno,
Ed alle sponde insulta, e di sì lieti
95Presagi i danni ristorando, volve
Per l’ausonico suol rapida l’onda.
Mentre de’ figli tuoi tu lieto accogli

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La crescente speranza, o Cidnéo Mella,
Il preso stile seguitando, aperto
100Sarà per me come si coglia il frutto,
E come a galla della tepid’onda
Il biondo olio vaneggi. Umili cose
Forse al vulgo parran, queste ch’io vergo
Con sì nobili versi, e spargo ed orno;
105Ma lodato è chi aggiunse a cose umìli
Alcun pregio dell’arte, ed infecondo
Campo volgendo, non sperata messe
Dagli sterili solchi a se raccolse.
Poiché dunque giovato hai tu gran Diva
110Del tuo favor la pianta, e curve stanno
Carche le frondi dei maturi frutti,
Pria che preda agli augelli, o dalle prime
Piogge dai rami scossi a terra caggiano,
Come suole avvenir nei freddi tempi,
115Cogliansi alfine. Il tordo avido assedia,
Lo stonel rapacissimo, ed in petto
La notata di sangue irondin vaga
Dalla dolce pinguezza delle bache
Tratti, si stanno attorno rubacchiando
120L’altrui fatiche. D’altra parte sorge
Il torbid’austro, e le perpetue adduce
Ingrate piogge, e i giorni brevi e tristi
E le gelide nebbie. Altri cui doma

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Invincibil pigrizia a corle aspetti,
125Siccome dal picciuol da se medesme
Stacchiusi ad una ad una, o che soverchia
Maturità dal gambo le divida,
O che il vento le crolli. Intanto a lui
Gran parte del ricolto si marcisce
130Ne’solchi, o nel cader le pingui olive
Ammaccate si giacciono, o per terra
Schizzano l’olio degl’insetti preda,
E al macerarsi indarno le commette
D’inegual maturezza. Altri cui punge
135Fretta importuna, accelera il ricolto,
E con mangani batte i rami e il tronco
Quando che il verde un cotal poco imbruni;
E segue il pentimento alla sua fretta,
Che povere di succo in buccia e morchia
140Si risolvon le bache, o di nemica
Non voluta acerbezza e sapor tristo
L’olio non puro a lui fiede il palato.
Ma se madre benigna a noi mortali
Egualmente natura a tutti amica
145Porge suoi doni, e ne feconda i campi,
Avversa cecità siede sugli occhi
Delle misere genti, o che deforme
Incorreggibil uso i miglior doni
Di natura corrompa, o ignavia celi.

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150Fama è che nasca all’oriental tiranno
E al camuso Etiópe il sacro a Palla
Albero di sestesso, e le deserte
Campagne adombri di spontanea selva.
E come ivi s’impingua appena il frutto
155D’ostico sugo, infuria il cieco vulgo
E prorompe ne’boschi, e squassa i rami
Con molta forza; le ammaccate bache,
Senza che la corrente onda le asterga,
Commette al vivo sole, o le arrostisce
160Nelle tegghie affuocate, e il tristo cibo
Con molto sale ingoia; e così adempie
L’arbitra fame che al sapor non guarda.
Così dell’olio ignoto a queste è l’uso
Barbariche contrade, o in quanto ci solo
165Arda la notte, e le sdrucciole membra
Dei nerboruti atleti unga e restauri.
Ma la torrita Berecinzia a noi
Dal benefico grembo ogni dovizia
Non sol versava, e di fecondi parti
170D’erbe, di germi il suol fea ricco e bello;
Che di ciascuna pianta e di ciascuno
Seme additava a noi l’uso verace,
Per cui ricca di molti ad altri ignoti
Almi diletti si ricrea la vita.
175Poiché adunque natura ed arte insieme

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Strettamente congiunte a noi dier nome
Di florida provincia e civil seme,
L’arte apprendi miglior che a coglier giovi,
La pingue oliva, e trarne olio soave.
180Lungi villane braccia accostumate
A volger stive dì pesante aratro;
Lungi callose mani, che il ferrato
Vomere e il faticar ne’ solchi indura,
Nè a far colta del frutto osi non casta
185Mano impura accostarse ai rami santi;2
Imperocchè la dea che in guardia siede
Dell’arbor fortunato, ogni sozzura
Vergine aborre, e da incontaminate
Mani gode esser tocca, e a casti arride
190Cosi se il ver di lei narrò la bocca
Del festivo Callimaco, solea
Rinnovellarse l’annual lavacro,
D’Eumede rito, d’Inaco alle sponde;
Nè alcuna donna che del parto istrutta
195Fosse, ardiva toccar le ignude membra
Di celeste diffuse ambrosia, e belle
D’immortal grazia; ma le fean corteggio
Le d’Acestore bionde argive figlie
Vergini tutte. A voi, prole de’ forti
200Rustici, a cui la prima età prescrive
Opre men faticose, o guardîani

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Seder vi torelli dell’armento, o a buoj
Recar conforto di recise spiche:
Mentre a più dure iuteso opre affatica
205Il robusto colono, a voi si addice
L’umil lavoro, cui presieda e vegli
Uom di canuta esperïenza e senno.
Già come genïal danza la chiami
O desco villereccio, agevol turba
210Di giovinetti, e villanelle io scorgo
Al ricolto apprestarsi, ed agli olivi
Stringersi intorno come pecchie al timo.
Già prestarsi vegg’io corbe, e di vimini
Contessuti panieri, e scale a pivoli,
215Roncigli, e canne e sacchi e strambe e forbici
Àtti al ricolto, e la rural famiglia
Sù per li dossi del bel colle partesi
E di grato susurro empie le valli.
Altri con man le più dimesse vermene
220Spogliati dei frutti nereggianti, e volgono
A se qual più s’innalzi, e le movibili
Scalee sublimi qui e là trasportano.
Ferve l’opra, il tumulto; udir puoi l’aure
D’incomposti suonar canti di giubilo,
225Plaude all’opra, e begli estri ispira Pallade.
Ma badi ognun che il ramoscel non vegna
Col frutto anch’esso, o si scoscenda, e scemi

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Il venturo ricolto, o inavvertito
Forte premendo colle dita il frutto
230Il dilicato cortice ne guasti.
Vuolsi corre le bache ad una ad una
E con man nei graticci anco riporle;
Ove non giungan queste od altro ingegno
Che può l’arte additar, scotasi lieve
235Il fusto appiedi con leggera canna,
Che obbedïenti lasceranno i rami
Ove siéno mature a picciol scosse3;
Ma violenza non usar nè modi
Rìgidi troppo, nè strisciar le frondi.
240Mentre ferve il lavor, provido sieda
Non lunge il contadin, cui per molt’anni
Sperienza e sapere acquistin nome
D’ottimo giardiniere, e di consigli
Non parco provvedendo ove abbisogni
245Regga il giovine stuolo, e freni in questi
L’ardor soverchio, e sprone ai pigri, incuori
Largheggiando in promesse e parli e gridi.
Cosi delle api il Re nato all’imperio
Dei piccioli quiriti, affrena e regge
250Lor voglie ed opre. A rintoppar si danno
Le sfesse arnie di queste le più vecchie,
E criano il nido alla futura prole;
Altre l’ingloria razza delle vespe

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E dei pungenti calabron discacciano;
255Quali escono ai campi, e dell’amato
Fiorito timo, e della molle rosa
Fan preda, e quale si ristà custode
Dell’alvear, se in ciel nembo minaccia,
Speculando dell’aere i cambiamenti,
260Ed ai pesi sobbarca delle stanche
Compagne, che riparano al coverto
Carche de’fiori, onde si addensa e stipa
Il fusil miele, e tutte insieme han posa,
Ed insieme travaglio. Insigne all’ale
265Il Re d’auro fiammeggia, e in mezzo a quella
Accenna e vede ed ai lavori intende.
Voce corse non vera, a cui più fede
Acquistò fra gli stolti esperïenza
E veder torto, che non tutti gli anni
270Si fecondasse il sempreverde olivo,
E alternamente il primo avesse il frutto,
Ma sterile al secondo anno si stesse.
Spiacque a Pallade dea l’ingiusta nota,
E apertamente fe’dimostro al vulgo,
275Siccome a negligenza imputar dee
Sua propria il giardinier questo difetto;
E che il generator sugo, che il frutto
Sulla migna conduce, altrove è volto
L’anno vegnente a rintegrar que’ rami

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280Che spiccati col frutto alle percosse
Ingombrarono i solchi4; e a tal condotto
N’ha la credenza del non suo difetto,
Che le più volte il contadin negli anni
In che sterile istima a se l’olivo,
285Ogni cura dimette, e disperato
Di sua fecondità, lascialo a senno
Imboschir non guardandolo; ma ride
Di sua stoltezza chi dell’arte è mastro,
E i suoi dogli rintégra e i vasi acconcia
290Alla certa vendemmia. Altero sorge
All’opre rusticali adatto loco
Ne’cui divisamenti e ripostigli
Varia agli usi diversi han certa sede
I rustici stromenti. Ampia si spazia
295Al discoperto ammattonata loggia
Ove il gran si disecca, e pria che al solco
Confidisi, col vaglio cernitore
Si sperimenta. Utili a mille uffici
Camerette vi sono, a cui commessa
300È la custodia dei serbati frutti
Al tardo verno, onde si allegra il fine
Di genial convito; i semi in altre
Ammontati si stanno, e alle pareti
Pende l’alio mordente e lo scalogno.
305Sotto coverto presso l’aja giacciono

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Forche graticci vomeri e bidenti
E rastrelli ed aratri e torchj e stive,
E più sotterra s’incaverna opaca
La salubre cantina, a cui d’intorno
310Molti si stanno vasellami in cui
Gelosamente il quadrimo si serba.
Dove il bruno affidar molle ricolto
Scegliti asciutta stanza, entro cui passi
Il solar raggio dai spiragli opposti,
315Nè sia muffa alle basi o freddo nitro.
Soavemente il liscio pavimento
Leggero ingombri, e con man si diradi
Spesso, acciò non ammuffì o pigli odore
Con placido fermento ivi l’estrema
320Maturità conoscono le olive;
Si rigonfian le bucce, e le cellette
In che l’olio si acchiude internamente
Scoppiano intere, onde più agevol esce
E in più copia il licor quando si spreme.
325Ma fra i molti dall’arte ritrovati
Ingegni, e le invenzion chiare e gentili
Dell’industre meccanica io m’inoltro,
Iscegliendo il miglior, che in trite paste
Volga i maturi frutti, e non ne sforzi
330Di licor stilla alcuna. A me son volti
Popoli egregi e cui Minerva arrise

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In sue liete campagne, e ne’ lor gravi
In che l’olio si spreme ampli edifizi
M’adducon seco, e ciascun mi dimostra
335Come a tutti prevaglia, e le virtudi
Narranmi, e l’ardua commessura e l’arti
Degli adoprad ordigni. Il Calabrese
Suoi proprj esalta, e la Massilia gente,
E de’ trappetti suoi Liguria esulta
340Di pila in guisa ampio cavato sasso
Grave in terra si posa, ed in sua base
Girevole poutando immane palo
Di ferrei cerchi e su nel tetto infisso
Dirittissimo scende, e per lo mezzo
345Presso allo spaso labbro della pila,
Una solida il fora asta di ferro.
Aspra d’un capo in lei ruota s’inchioda
Che in piè commessa, della cupa vasca
Entro si accoglie e rade i lati e il fondo;
350Che per forza di braccio indi si gira
E rigirando volvesi la ruota,
Nell’apprestata macina rimonde
Si ripongon le olive, e vïolente
Volvesi attorno la volubil cote,
355Sicché minutamente si sfracellano
E dal molle il nocciuolo atro si sveste.
Altri frange le olive infra due mole,

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Al suol, di queste la maggior si posa
E cavo ha il seno, e piatta in se raccoglie
360L’alta superïor, che si rigira
Pesa a volubil mangano nel tetto.
Espedita non men frà l’umil gente,
Cui povertà le macine contese
Opra vid’io. Sovra inclinato piano
365Pou distese le olive, e via sovr’esse
Sù di perni rotanti altra passando
Asse inclinata, le dispoglia e frange
E dal nocciuol le scevra. E industre io vidi
Oltre ver Baldo macchina gentile
370Che in un dispolpa le cortecce e preme
Il palladio licor; semplice ordigno
Che del Benaco sulle sponde ha grido.
Di ben polito faggio asse, cui sorge
Elevata la sponda si scannella
375Di più righe, che oblique in picciol doccia
Mettono capo. In sacchi indi si chiude
La tumefatta oliva, ossian di tiglio
O di lana tessuti, e sovraimposti
All’inclinata superficie, ascende
380Sovra questi il villan, soavemente
Percotendo col piè l’atro cuscino,
D’onde vergine corre e si diffonde
Ed in soggetto vase il licor stilla.

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Men faticosi modi ignavia sozza
385Persuase ai codardi; infimo gregge
Cui mai di novità stimol non move,
E servo e cieco va dinanzi all’uso
Stupidamente, e il ver non vede, o sprezza.
Poste a dilungo a macerar le olive
390In comignoli strette ove si stipa
In chiusa stanza l’aere condenso,
E come dal turgente olio si sbuccia
La negra scorza, allo strettojo ponle
E senz’altro mirar le serra e preme;
395Ma graveolente in bocca i denti allèga
O di salace gusto arde la gola,
E gli stomachi offende, ed alenosa
Tosse incitando sgomina i precordj.
Nè sia chi troppo liberal ne infonda
400A le vivande, e meno alla fresc’erba,
Che nulla grazia aggiunge, anzi il nativo
Gusto corrompe delle dapi, o toglie.
Della mensa al finir lucido e puro
Entro sassono vetro a noi risplenda
405Il licor degli ulivi, e il bello imiti
Dell’auro fiammeggiar, che tristo è il verde
Odîato color; l’ambra somigli
Al versar del cristallo; odor nessuno
V’abbia, e larga di se macchia cadendo

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410Sovra candido lin subilo impronti.
Ma perchè di sì lieto umor feconde
Empian le bache a noi gran dogli e vasi,
Niun ricusi suo ufficio, e non isdegni
Trattar con mani delle trite paste
415Addensate ne’sacchi ogni volume.
Purissim’onda, al cui tepor si agguagli
Il presso latte appena, abbiano vasi
Di piallato castagno, e vi s’immolli
Entro e si stringa colle mani e tratti
420D’ogni parte versando e percotendo
Le contessute maglie. Mollemente
Vedi sprizzar l’olio da quelle e biondo
Galleggiar rigirandosi nell’acqua;
Ch’indi si trae con ricurvati orciuoli
425Gelosamente, e limpido si versa
Nelle marmoree pile, ove deposto
Quanto di morchia avesse o stranio corpo,
All’imo fondo si riposa e purga.
Così di Nizza e d’Aramonte a noi
430Ne’ translucidi vetri olio si reca,
E la feconda Italia in questo affida
Modo migliore e Celtiberia e Spagna.
Ma delle mani al volger tutto ancora
L’olio non esce, che secondo appella
435Isquisitezza di gentil palato;

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E più dura conviensi opera, e modi
Più vïolenti. Un sopra l’altro imponi,
I tumidi cuscini a cui sovrasti
Di macigni pressura, o del stringente
440Torchio ti vali, e le solute paste
Poni in ranno bollente, che per forza
Di foco avrai dalle più verdi olive
Fino l’ultima stilla, che dall’imo
Della caldaja ai labbri si conduce.
445Non ingombri però mensa di questo
Olio condito cibo; abbialo il grave
Di pelli conciatore, e chi di Pale
I molli doni rassecura, e serba
Il marinato alla stagion più tarda.
450Abbial chi all’arche e alle dorate imposte
Contro i rodenti vermini apparecchia
Abil difesa, e chi servar si estima
Contro il freddo insultar di borea ed austro
Le tavole dipinte all’aere opposte.
455Atto ad usi maggior più ch’io non dico
Nelle dotte lucerne, cui precinge
Verde riparo, a noi arda la notte,
E le insonni vigilie accompagnando
La tacente magione intorno lustri.
460A quel modesto suo pallido lume
Godon le muse, che di se fan cerchio

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Tacite al letto del pensante vate.
Qual tocca l’arpa animatrice, e canta,
Qual move il plettro, e qual le stelle addita
465E il carro della notte luminoso.
Altra a tragico spirto il ferro ostenta
Tinto di sangue, rivelando i casi,
I vïolati talami, i fraterni
Odj, e le morti scellerate e sozze.
470Altra gli eroi rammenta, e l’inno ispira
Vincitor dell’invidia, o di più miti
Studj accende vaghezza, onde le selve
Fur celebrate con leggiadri versi
Dalle italiche muse, e per cui dolce
475Infrà Esiodo e Virgilio in Pindo suona
Spolverini, Alamanni, e Rucellai.
Mentre i voli reggendo alla francese
Aquila invitta, Bonaparte in arme
I troni abbatte, e ai vinti re perdona,
480Questi del sacro a Palla arbor cantai
Rustici avvisi, e di mia verde etade
Il ventesimo terzo anno volgea.
Non invocate ancor le agresti muse
Ai bei colli di Cidno, aurei precetti
485Non isdegnàro a semplici cultori
Per mia bocca dettar, frà queste amiche
Sponde riunovellando il cauto ascreo.

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Queste, me noto all’amistà di pochi
Accolsero fanciullo, onde a me nacque
490Dolce l’amor dell’apollinea fronde;
E se la Parca, o degli avversi fati
Poter non si fa incontro al bel disio,
Di più nobili versi a me benigne,
Spero, saranno, e canterò del Prode
495Mio Re, che i forti adima, e con soave
Riso conforta di salir gli umili,
E pel cui nido al par di Creta e Delo
La bellicosa Cirno isola è chiara.
Ma se tosto addivien, come il dimostra
500Labil tempre di corpo afflitto e lasso,
Che il mio capo consacri al re dell’ombre
L’inesorabil Parca, le fredd’ossa
Nel sepolcro de’miei per te sien poste,
D’amor più che di sangue a me congiunta
505O più de le pupille amata donna.
Spargi il mesto cipresso, e le recise
Chiome al tuo capo: nò voler la tomba
Ornar di lauri, che maligno forse
Alcun porria per scellerata invidia
510Schernir l’estinto, e turbarne il riposo;
Ma del cantato olivo ergi la fronda,
Che di sue pallid’ombre all’umil sasso
Giovando, sacre le reliquie renda

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Dall’insultar de’nembi e dal profano
515Piede del vulgo. Con dimessa fronte
Qui venir ti vegg’io recando a mano
L’uno e l’altro figliuol, tua cura e mia.
Qui lamentar della trascorsa etade
Gl’istanti rapidissimi, e la speme
520Vana di lieti eventi udirti io spero;
Quivi apprender potrai del padre il nome
Ai pargoletti figli, e come indarno
Volli a virtù, se morte era più tarda,
Crescerli entrambi. Al tuo lamento, alcuno
525Fia che si desti, e liberal di pianto
Benedica alla tomba, e di lugubre
Soavissimo verso il mesto allegri
Di mia spoglia riposo. Amor governa
Oltre il rogo le tolte anime al pio
530De’ congiunti sospiro, ed agli estinti
Soave scende, se virtù lo move
De la santa amistà carme pietoso.


Note

  1. [p. 108 modifica]Se la modestia degli amici viventi mi toglie ch’io di loro più manifestamente parli in queste annotazioni, non siami conteso, che dell’estinto giovine Antonio Richiadei, cui alludono questi versi, io faccia parola. Educato nella bontà di liberali costumi, sortì questi, nascendo, nobilissimo ingegno, cuore soprammodo gentile, e desiderio ardentissimo di celebrità. Erudito nelle scuole greche e latine, dai più teneri anni si fu consacrato agli studj della poesia, seguendo coraggiosamente le vestigia di Pindaro; del che fauno fede gl’inni, sopra la nascita di Marte, i Ludj Saliarj, e la Fantasia, e molti altri, che manoscritti, dagli amici suoi tuttora si conservano. Morì poco oltre i venti anni, lasciando di se desiderio alla sua patria, ed a chi lo conobbe immenso dolore. Al suo caro nome intitolato conservo un poemetto sulle Fonti, che finora mi rimasi dal pubblicare. [p. 109 modifica]La buona accoglienza ch’io auguro dal pubblico a questa operetta degli olivi, sarammi sprone a stampar cosa, che del morto amico, per quanto da me si è potuto, degnamente ragioni.
  2. [p. 109 modifica]Questa religiosa prescrizione che vietava agl’impudichi di far colta delle olive, fu accennata da quasi tutti gli antichi coltivatori di questa pianta. Callimaco, nell’Inno a Pallade, ne accenna i motivi; e tant’oltre questa legge era spinta a creder fino, che il contatto d’impure mani scemasse il prodotto delle bache. Pier Vettori riporta nel suo Trattato, che soleasi fra i greci dar giuramento, a chi le coglieva, di non essersi partiti da femminili abbracciamenti; costume che ancor si conserva fra i Cilici.
  3. [p. 109 modifica]Del modo di cogliere, ampiamente parla Terenzio Varrone: Veggasi il Cap. 55 del suo Lib. I. Plinio pure nel Lib. 15 riporta una legge che in breve racchiude il tutto: Quippe olivantibus lex antiquissima fuit: oleam ne stringito, neve verberato. Qui cautissime agunt, arundine levi ictu, nec adversos percutiunt ramos; sic quoque alternare fructus cogitar, decussis germinibus.
  4. [p. 110 modifica]Saepe enim ita decussa olea, secum defert de ramalo partem; quo facto, fructum ammittunt posteri anni, ut haec non minima caussa, quo ci oliveta dicantur alternis annis non ferre fructus, aut non aeque magnos; parole pur di Varrone riportate dall’Alamanni nel suo 4. libro.