Lirici marinisti/XI/Giuseppe Artale

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Giuseppe Artale

Liriche di Giuseppe Artale ../../XI ../Giacomo Lubrano IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

XI XI - Giacomo Lubrano
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GIUSEPPE ARTALE


I

AL LETTORE

     S’io non scioglio la lingua in quelle voci
che sposarsi col suon sanno ai concenti,
stupor non fia, ché in marzïali eventi
da le trombe imparai fremiti atroci.
     Sí, le mie lire fur l’ire feroci
e i miei stromenti i bellici stormenti,
dove non caducei, ma in tuoni ardenti
presi de’ brandi ad impugnar le croci.
     Quinci carmi io non so, perché mi fûro,
di Pindo in vece, aspre campagne offerte,
e fu mio Febo insanguinato Arturo.
     Né cantar qui poss’io, ché in guerre incerte
accoppiar non potei sott’astro oscuro
le belle chiuse e le ferite aperte!

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II

LE BELLEZZE DELLA SUA DONNA

     Occhi, bocca, piè, mano e chiome aurate,
bella, fra noi san debellar gli amori;
canti, balli, ardi, atteggi, e reti amate
intesse il crin per catenarne i cori.
     Piè, mani, labra, crin, luci adorate,
moti, voci, lacciol, nevi ed ardori
offrite, alzate, ordite, ornate, armate,
co’ giri, incanti, ardor, lacci e candori.
     Vago è ’l crin, l’occhio, il labro, il braccio e ’l piede
ma ognun empio, inuman, fier, crudo e rio
stringe, strugge, calpesta, impiaga e fiede.
     O crin, piè, mani, o luci, o bocca (oh Dio!),
voi, voi, cinque nemici a la mia fede,
date cinque ferite al petto mio!

III

IL RIVALE

     Naufraghi il vostro gaudio entro i miei pianti
e sian le voci mie tempeste irate,
o del mio cor crudi omicídi, amanti,
ch’ai suon de’ miei sospir, ahi, riposate!
     Poiché, quai fûr le mie speranze erranti,
sian le vostre dolcezze or fulminate;
scagli il ciel contra voi folgori tanti,
quanti per mio dolor baci scoccate.
     Sia la notte che strinse i vostri nodi
eterna notte, e lungamente amara
le vostre luci in ferreo sonno annodi.
     E dritto è ben che d’ogni lume avara
ella, ch’agevolò le vostri frodi,
converta il letto, or profanato, in bara.

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IV

LA CANTATRICE

     Moro a tue fughe e son tuoi canti incanti,
con cui maga canora anime ammaghi,
e in legar con piú corde i cori amanti
co’ semicromi i semimorti impiaghi;
     passi i cor co’ passaggi, e in tuon se canti,
con dolce tuon di fulminar t’appaghi,
e a le sincope tue petti costanti
de le sincope lor gemon presaghi.
     Non poso in pause, e i miei sospiri etnei
son tuoi respiri, e son per tua virtute
le tue cadenze i precipizi miei;
     e in acuto in vibrar saette acute,
dirò che dian ne’ miei dolor piú rei
mille colpi al mio cor le tue battute.

V

LA DONNA CON GLI OCCHIALI

     Non per temprar l’altrui crescente ardore
sugli occhi usa costei nevi addensate,
ma per ferir da piú lontano un core
rinforza col cristal le luci amate.
     Se co’ riflessi il Sol nutre il calore,
questa, per far piú fervide le occhiate,
l’oppon due vetri, acciò che ’l suo folgore
vibri, in vece di rai, vampe adirate.
     Ella, quasi Archimede, arder noi vuole,
ché sa che cagionò fiamme e feretri
per diafane vie passando il sole;
     o i petti tutti acciò ferire impetri,
ed a gli strali suoi cor non s’invole,
vie piú scaltra d’Amor, benda ha di vetri.

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VI

LA PULCE

     Picciola instabil macchia, ecco, vivente
in sen d’argento alimentare e grato,
e posa ove il Sol fisso è geminato
breve un’ombra palpabile e pungente.
     Lieve d’ebeno star fèra mordente
fra nevosi sentier veggio in agguato,
e un antipodo nero abbrevïato
d’un picciol mondo e quasi niente un ente.
     Pulce, volatil neo d’almo candore,
che indivisibil corpo hai per ischermo,
fatto etiopo un atomo d’amore;
     tu sei di questo cor lasso ed infermo
per far prolisso il duol, lungo il languore,
de’ periodi miei punto non fermo.

VII

LA DAMA INFANTICIDA

     Tu ch’hai ne l’alba tua sera immatura
e sei nell’orto un abortito infante,
io ti son madre, culla e sepoltura,
tu vita e matricida agonizzante.
     Sorte è aver madre e averla è tua sventura;
nòci innocente, ancor non balbettante
mie colpe accusi; ed io pietosa e dura
madre t’uccido, e ti composi amante.
     Mori! Morte mi dan le tue dimore;
ti dá chi ti diè vita ore sí corte
per svenar con tua morte il proprio errore.
     Amor ti diede (oh Dio!) la vita in sorte
a dispetto d’onore, ed or l’onore
a malgrado d’amor ti dá la morte.

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VIII

IL CREATO E DIO

     Stupisco!... Un fior chi ’l pinge? e come è nato
da un atomo d’un seme orno eminente?
come il popol marin, terrestre, alato,
ha volo, corso, nuoto, e l’uomo ha mente?
     dal proprio pondo il suol com’è librato?
chi dá agli astri ed al sol norma esistente?
come il mar varia il flusso, e ’l flusso irato
stanca e i confin non preterisce un niente?
     Ah, trino ed uno a nostre menti ignare
incomprensibil è, quant’egli è pio,
l’increato fattor d’opre sí rare!
     Ch’ove un sol guardo e un sol pensier drizz’io,
miri il ciel, calchi il suolo o prema il mare,
veggio e contemplo in ogni oggetto un Dio.

IX

SANTA MARIA MADDALENA

A Maria Maddalena Loffredo, principessa di Cardito

     Gradir Cristo ben dèe di pianto un rio,
torrente ov’egli bee d’alme assetato;
se su l’acque vagò spirito e Dio,
su l’acque a passeggiar torna incarnato;
     e se la pace a chi l’offese offrio,
giusto ben fu poiché pietoso e grato
videsi a’ piè di chi piagarlo ardio
l’aureo crin, che l’insegna è del peccato.
     L’occhio e la chioma in amorosa arsura
se ’l bagna e ’i terge, avvlen ch’amante allumi
stupefatto il fattor di sua fattura;
     ché il crin s’è un Tago e son due Soli i lumi,
prodigio tal non rimirò natura:
bagnar coi Soli e rasciugar coi fiumi.

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X

IL BUON LADRONE

A Pietro Valeri

     Qui sagace l’ingegno e ’l saldo amore
e di Cristo e del ladro oggi si mira;
questo del primo ardir perde il vigore,
quei del giusto rigor depone or l’ira.
     Questi l’empio furor cangia in fervore
e quei fervor ne l’altrui petto inspira;
quei vuol, quei dona, e in quello e in questo core
l’industria, o Pietro, e la pietá s’ammira.
     Cristo, ai martir giunto di morte in atto,
dá glorie a quello e con pietoso zelo
ne la sua povertá prodigo è fatto.
     Rapace è l’altro, e dal corporeo velo
pria che l’anima uscisse, egli ad un tratto
ruba a costui con un sospiro il cielo.

XI

IL TERREMOTO DI RAGUSA

     Circonferenza il ciel, punto inchiodato
la terra è in centro, e pur tremar la sento.
Come? forse soggetto a nobil fato
cede l’ordine eterno al vïolento?
     No, no, scote un Tifeo monte inceppato,
a sveller torri ogni vapore è lento;
né move immoto il suol spirto esalato,
né milesia vertigine né vento.
     Uom tu sei, che se reo pecchi e non gemi,
e in peccar Cristo uccidi, arcan profondo
vuol che, Cristo morendo, il mondo tremi.
     Quinci or che al primo error giungi il secondo,
giá sono, anzi che sieno i giorni estremi,
i falli tuoi paralisie del mondo.

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XII

IN MORTE DI TROIANO SPINELLI

de’ principi di tarsia

il quale lasciò all’autore in segno di affetto una spada preziosissima

     Voli al ciel, lasci acciar? Doppio martoro
lasci a chi t’ama, a tua fatal partita;
anzi tu fra’ beati, io senza vita,
vivi morendo, or che vivendo io moro.
     È mistero il tuo dono. Al ferro, a l’oro
tua gran virtute a specular m’invita;
perché sai che al goder va morte unita,
ben armato d’acciar lasci un tesoro.
     Ma non piú sangue io spargerò pugnando,
ché vinto a tua bontá l’umano orgoglio
cade al mio piè per adorarti il brando.
     Quinci sol per dar pace al mio cordoglio,
col tuo nobile acciar penne temprando,
la morte che t’uccise uccider voglio!

XIII

AL PADRE MICHELE FONTANAROSA

     È lingua o fiume? ed è facondia o mare
ciò ch’ammirano in te gl’ingegni altrui?
Mare non è, ché non ha l’onde amare;
fiume non è, ché non ha sponde in lui.
     Pur è mar, pur è fiume: è mar che rare
gemme produce infra’ concetti tui,
è fiume che su rose uniche e care
forma d’alta eloquenza i corsi sui.
     Dunque è mar, dunque è fiume; oltre l’usato
è dolce l’uno, e l’altro oltre il costume
ha da la rosa tua fonte odorato.
     Cosí, carco d’onor, ricco di lume,
scorgo il tuo vasto ingegno in mar cangiato
e la fontana tua conversa in fiume.

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XIV

IL TESCHIO DEL TURCO

     Questo che morto ancora il ciel disfida,
orrido teschio di terribil trace,
mira, Lidia, mio Sol, l’empio omicida
sprezzator d’ogni legge e pertinace.
     Questo de’ traci e capitano e guida
drizzò pronto di man, d’ingegno audace,
ferrata scala, e perché ed arda e uccida
portò ai muri sovente e ferro e face.
     Poggiava alfine, ed io sul collo invitto
tal percossa avventai, che ’l busto forte
senza capo restò fra’ morti ascritto.
     Or mira, e fa’ che sdegno il guardo apporte,
perché può tua pietá d’un uom trafitto
far vita per miracolo la morte.

XV

EPITAFFIO A SE STESSO

     Sparsi sangue ed inchiostro, e in ciel straniero
diedi d’alte speranze ésca al desio;
ma invan, ché fei sotto Saturno austero,
martire del destin, ritorno a Dio.
     Or di quel ch’io girai doppio emisfero,
e del mare e del suol vario e natio,
tanto mar, tanto suol converso in zero,
questo zero mi chiude, e questo è il mio.
     Così, se nel tenor d’aspra sventura
non posai vivo, a la fatal partita
presto a l’ossa riposo in sepoltura.
     Riposo, e non mi svegli alma imperita;
ch’io temo, oimè, l’immortal mia sciagura
non torni a l’ire, e mi richiami in vita.

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XVI

DOPO UN DUELLO

Alla sua donna

     Punto di piú d’un ferro e semimorto,
mentre tutto il mio sangue al suol trabocca,
sol per estremo e singolar conforto
ti scrivo, anima mia, co’ l’alma in bocca;
e, benché sia nel proprio sangue absorto,
roso ancor da lo stral ch’Amor mi scocca,
senza speme di vita, agonizzante,
non mi posso scordar d’esserti amante.
     Forma or tu gli amorosi alti argomenti,
s’io tua beltá costantemente amai,
mentre per te fra bellici stormenti
avido di servirti il sen portai,
e i colpi mortalissimi e pungenti,
quasi a gran nume, al tuo voler sacrai,
benché mirò per mio svantaggio ognuno
quattro e quattro guerrier incontro ad uno.
     Pur non temei, poiché non mai si vede
paventar ai perigli amante un core,
e fra le pugne orrende or ben si crede
giungere ardir, vie piú che Marte, Amore!
Quinci non mai torcere in fuga il piede
mi scorse, benché fier, l’altrui furore;
anzi mirò per altrui scorno il polo
far fronte ad otto brandi un brando solo.
     Non curai l’armi e non temei gli armati,
offesi offeso e rincalzai ferito;
provocai, minacciai quei volti irati,
fatto guerrier de la ragione ardito;
i colpi non curai, ver’me vibrati,
quantunque fûr di numero infinito;
sí non fe’ per timor fallo in effetto,
fatto bersaglio ad otto ferri un petto.

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     Trafiggeami un nemico, e noncurante
de le ferite mie feriva anch’io,
ed or questo mirava or quel sembiante
correr misto al suo sangue il sangue mio.
Cosí, senza mostrarmi unqua anelante,
sprezzai di piú d’un uom l’impeto rio;
anzi nel duol multiplicai fortezza,
sol pensando al valor di tua bellezza.
     — Di voi — diceva, — o sanguinosi acciari,
Lidia piú strugge, ovunque avvien che tocchi;
ella vibra di voi piú colpi amari,
se talora un suo strale avvien che scocchi;
siete pur troppo di ferirmi ignari,
o ferri, al paragon de’ suoi begli occhi,
poich’essi, archi inerrabili d’Amore,
scoccansi sempre ad impiagarmi il core. —
     Cosí ardeva la pugna, ed o che fosse
che i cori audaci ogni fortuna aiute,
o che fra squadre insanguinate e rosse
qui difesa dal ciel sia la virtute;
degli altrui ferri io non curai percosse,
quantunque altri dicean con note argute:
— Cadrá chi pugna sol; cadrá pugnando.
Che far potrá fra tanti brandi un brando? —
     Giá giá l’ira s’avanza e ’l furor cresce,
sí che pugnan per noi l’ira e ’l furore;
odio con odio si confonde e mesce,
altri aumenta lo sdegno, altri il rigore.
Ma giá fra tanto orror l’orror rincresce
e quasi è di pugnar lasso il valore;
cessa la zuffa, e fra lo stuolo essangue
verso pur io da piú ferite il sangue.
     Or se mai tu da queste luci i pianti
chiedesti allor che fido io t’adorai,
godendo sol ch’io mi stemprassi avanti
l’animato splendor de’ tuoi bei rai;

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se tante or del mio sen piaghe inondanti
versan torrenti sanguinosi, ed hai
ancor tu di mie lacrime desío,
prendi in vece del pianto il sangue mio.
     E la cagion di sí costanti effetti
è sol di me l’immensurato ardore,
ché sol per dimostrar piú caldi affetti,
in cambio d’acque io do sanguigno umore:
anzi spero diran gli accesi petti,
che fûr costanti in ubbidire Amore:
— Ecco, mancando i pianti a un cor che langue,
offrisce a l’idol suo fiumi di sangue! —