La donna di maneggio/Atto III

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Atto III

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Atto II Nota storica

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ATTO TERZO.

SCENA PRIMA.

Camera di donna Giulia col tavolino.

Don Alessandro solo.

Oh cieli! sono impazientissimo. Ogni momento mi pare un secolo. Mi attenderà donn’Aurelia, ed io vorrei presentarmi ad essa ilare in volto, e senza questa spina nel cuore. Vorrei vedere donna Giulia placata, compassionevole all’amor mio, mediatrice de’ miei contenti. Ma oimè! non viene, non si vede, mi fa tremare. (siede presso al tavolino) Gran carteggio! Gran corrispondenze che ha questa dama. Stelle! che miro? Una lettera al mio genitore? Spiacemi che è sigillata. Vedrei pur volentieri ciò che gli scrive. Ma no, se fosse anche aperta, non sarebbe cosa ben fatta il dispiegarla ed il leggerla. Ma io ho un’estrema curiosità. Chi sa mai, s’ella scrive per [p. 246 modifica] difendermi, o per accusarmi? Per indurlo a cedere, o per obbligarlo a resistere? No, no, voglio superarmi, non voglio porre al cimento la mia delicatezza, (va bel bello tentando il sigillo, e si apre.) S’ella se ne accorgesse, avrebbe giusta ragione di mortificarmi. Per bacco! il suggello è aperto, e si può richiudere senza che se ne avvegga. Potrei pur leggere, potrei pur vedere. No, voglio mortificarmi, voglio rimettere il foglio com’era prima. Ma sento che non posso resistere. L’amore mi sprona, il timore mi agita, sono in necessità di vedere. (apre il foglio) Mi trema la mano, mi manca il cuore. Se mai venisse, se mi sorprendesse... (si alza, guarda intorno, e si allontana dal tavolino) Coraggio; non c’è nessuno. La mia passione supera ogni rimorso. (legge piano) Povero me! Cosa sento? Si querela di me con mio padre? Lo mette al punto di violentarmi? Lo chiama a Napoli per mio malanno? Son fuor di me; non so quel che mi faccia. Son disperato. (si allontana sempre più dal tavolino) Oimè! Ecco donna Giulia... La lettera Non son più a tempo, (imbroglia la lettera, e se la mette in saccoccia.)

SCENA II.

Donna Giulia ed il suddetto.

Giulia. Compatite, don Alessandro, se vi ho fatto aspettare.

Alessandro. Anzi son pien di rossore per l’impazienza del vostro incomodo. (Non so quel che mi dica).

Giulia. (L’impazienza del vostro incomodo?) Si può sentire di peggio?

Alessandro. (Mi par di essere in una fornace).

Giulia. Che vuol dire, che siete così confuso?

Alessandro. Vuol dire, signora, che l’eccesso della passione suscita nel mio seno una tempesta d’agitazioni.

Giulia. Povero don Alessandro, vi compatisco; ma io mi lusingo di avervi procurata la calma.

Alessandro. Ah! voi mi procurate il naufragio. [p. 247 modifica]

Giulia. No, assicuratevi che mi preme la vostra pace.

Alessandro. (Menzognera! Se potessi, la vorrei convincere col suo foglio).

Giulia. Io spero che tutte le cose si accomoderanno senza inquietar me, e senza inquietar vostro padre.

Alessandro. Senza inquietar mio padre? (con empito)

Giulia. Sì, non è giusto che il buon cavaliere s’inquieti.

Alessandro. (Oh! se potessi parlare!)

Giulia. Anzi, per dirvi la verità, gli aveva scritta una lettera risentita, ma ho piacere di non averla spedita e di poterla sospendere, e forse forse cambiare.

Alessandro. Avete intenzione di cambiar la lettera che avete scritta? (placidamente)

Giulia. Sì, può essere che abbia motivo di farlo.

Alessandro. Deh! per amor del cielo, cambiate una lettera così funesta, così barbara, così ingiuriosa.

Giulia. Come potete voi sapere che la mia lettera fosse barbara ed ingiunosa?

Alessandro, lo non lo so... non so niente. Mi fa parlare il timore, la confusione.

Giulia. Che cosa dubitate voi ch’io possa scrivere a vostro padre?

Alessandro. Oh! signora mia, non saprei immaginarmelo. Non è impossibile ch’io l’indovini.

Giulia. Temete ch’io gli partecipi gli amori vostri per donna Aurelia?

Alessandro. Non saprei... Questo è quello ch’io temo.

Giulia. Non vi è pericolo.

Alessandro. Non vi è pericolo? (con calore)

Giulia. No certo.

Alessandro. Credete dunque, o signora, che possa aderire mio padre alle nozze di donna Aurelia?

Giulia. Sì, avrà piacere che donna Aurelia sia collocata, ed io sono impegnata per il di lei matrimonio. (ironicamente)

Alessandro. E potrò io sperare di possederla?

Giulia. Questo poi è un altro discorso. [p. 248 modifica]

Alessandro. Qual altro ostacolo può frapporsi alle nostre nozze?

Giulia. Vi potrebbe essere una picciola difficoltà.

Alessandro. E quale mai?

Giulia. Che, per esempio, donna Aurelia fosse ritornata in se stessa, che comprendesse non convenirle un tal maritaggio, e che vi supplicasse di abbandonare l’idea che avete sopra di lei concepita.

Alessandro. Ah! donna Giulia, voi vi date ad immaginar lo impossibile. Donna Aurelia mi adora, per me si strugge, non vive che per amarmi, e non si nutre che colla speranza di possedermi.

Giulia. Conoscete voi il carattere di donna Aurelia?

Alessandro. Ella è di un carattere il più onesto, il più fedele, il più amoroso del mondo.

Giulia. Io non parlo del carattere della persona. Dico, se conoscete il carattere della sua mano.

Alessandro. Sì, ho delle lettere di sua mano, lo conosco perfettamente.

Giulia. Leggete dunque, e disingannatevi. (gli dà un viglietto)

Alessandro. Oimè! tremo, palpito, che sarà mai? Don Alessandro. Ho pensato alle circostanze del vostro stato e del mio. Voi avete degl’impegni da mantenere. Io non voglio espormi a disgrazie. Perciò vi supplico di scordarvi di me, avendo io già proposto e risolto di dimenticarmi di voi. (gli va mancando il fiato, e poi rimane ammutolito.)

Giulia. Siete ora convinto?

Alessandro. No, non lo sono. Aurelia non può scrivere in cotal modo. Non nutre così barbari sentimenti un cuor amabile, un cuor sincero. Il carattere non può essere, e non sarà di sua mano.

Giulia. Ardirete di dire, ch’io macchini un’impostura?

Alessandro. Ve lo proverò col confronto. Ho degli altri fogli della mia bella, ne sarete or or persuasa. Vedremo ora s’ella abbia scritto, (cerca dei fogli in tasca, e gli esce quello di donna Giulia)

Giulia. Come! (strappandogli la lettera di mano) Volete voi confrontarla col mio carattere, temendo forse ch’io abbia scritto [p. 249 modifica] in luogo di donna Aurelia? Ma che vedo? Questa è la lettera ch’io aveva destinata per vostro padre: come vi capitò nelle mani? come è in vostro potere? com’ella è aperta, dissigillata? Ah! cavaliere, vi abusaste dunque della mia buona fede, e ritrovata la lettera sul mio tavolino, ardiste di aprirla? Ora intendo le vostre smanie. Capisco ora la confusione dei vostri ragionamenti. Non aspettate più ch’io vi parli ne di nozze, nè di pontualità, ne d’impegno; voi non siete capace di concepire la vera idea delle cose; scusatemi, vi manca il buon senso, e compiango la vostra infelicità. Sì, mi querelava con vostro padre, e lo eccitava a distaccarvi dai nuovi amori, allorchè vi supponea vincolato dalle insistenze di donna Aurelia. Or che la giovane vi ha conosciuto, e vi usa il trattamento che meritate, cambierò il foglio, consiglierò un padre prudente a richiamare un figliuolo che vuol far poco onore alla sua famiglia.

Alessandro. Ah! donna Giulia, vi domando perdono.

Giulia. Non vi credeva di si poco senno.

Alessandro. Insultatemi, che mi sta bene.

Giulia. Non saprei qual titolo darvi.

Alessandro. Ditemi sfortunato, e non fallerete.

Giulia. Basta; scriverò a vostro padre.

Alessandro. No, per amor del cielo.

Giulia. E che cosa pensate di donna Aurelia?

Alessandro. Donna Aurelia... Donna Aurelia non merita l’amor mio.

Giulia. Sposerete voi donn’Aspasia?

Alessandro. Non mi distaccherò dai vostri consigli.

Giulia. Non ho motivo di compromettermi della vostra parola.

Alessandro. Giuro da cavalier d’onore.

Giulia. Un cavalier d’onore non apre le lettere di una dama.

Alessandro. Perdonatemi, ve ne scongiuro.

Giulia. Se vi cale del mio perdono, adoperatevi per meritarlo.

Alessandro. Voi non avete che a comandarmi.

Giulia. Andate tosto, e conducetemi qui un notaro. [p. 250 modifica]

Alessandro. Signora... Io non ho cognizione di colat gente; non saprò rinvenirlo.

Giulia. Dite che non volete.

Alessandro. Nulla più desidero che compiacervi.

Giulia. Ricercatelo.

Alessandro. Farò il possibile per obbedirvi.

Giulia. Andate.

Alessandro. Obbedisco.

Giulia. Vi aspetto.

Alessandro. Sarò sollecito. (parte)

SCENA III.

Donna Giulia sola.

Veramente è più da compatire, che da sdegnarsi; ma in ogni modo mi basta di condurlo al termine che mi ho prefisso. Ho superato il maggiore ostacolo, che era quello di donna Aurelia; dal suo viglietto ne è derivato il disinganno di don Alessandro. Parmi di sentir gente. Oh! davvero è qui donna Aspasia. Pare che la fortuna la guidi. Ottimo augurio per la terminazion dell’affare.

SCENA IV.

Donna Giulia e donna Aspasia.

Aspasia. Serva di donna Giulia.

Giulia. Serva, donna Aspasia.

Aspasia. Che dite? Non vengo spesso ad incomodarvi?

Giulia. Mi fate grazia. Comprendo dalla vostra sollecitudine la premura del vostro cuore.

Aspasia. Per chi?

Giulia. Per don Alessandro.

Aspasia. Non ci penso nemmeno.

Giulia. Su questo punto io non pretendo che mi diciate la verità. [p. 251 modifica]

Aspasia. Oh! ve la dico liberamente. Non ci penso.

Giulia. Siete sdegnata con esso lui?

Aspasia. Sdegnata? perchè? Perchè ho da essere sdegnata? Perchè si è invaghito di donna Aurelia, e passa tutte le ore con lei, e dice di volerla sposare? Io per me non ci penso. Rido di queste frottole, lascio che ogni uno si soddisfaccia, e non mi prendo verun fastidio.

Giulia. (Ed io penso sia venuta qui per passione).

Aspasia. Credete voi che me ne dispiaccia?

Giulia. Vi dirò, se fosse vero, sarebbe giusto che vi doleste...

Aspasia. Se fosse vero? Mi vorreste dare ad intendere che non sia vero? Lo so di certo, e so che voi lo sapete quanto lo so io; e mi maraviglio di voi, che me lo vogliate nascondere, e fate torto al vostro impegno ed alla nostra amicizia.

Giulia. Vedete? Se non ci pensaste, non vi riscaldereste cotanto.

Aspasia. Oh! non ci penso. Ci ho gusto io; sposi pur donna Aurelia, che gli darà una buona dote, e il di lui padre sarà contento, e voi farete una bella figura in Napoli.

Giulia. Donn’Aspasia, voi non mi conoscete.

Aspasia. Eh! vi conosco.

Giulia. Mi credereste voi a parte di questi amori?

Aspasia. Un poco.

Giulia. Voi mi offendete.

Aspasia. Se non si sapesse la verità...

Giulia. No, non la sapete la verità. (con calore)

Aspasia. Donna Giulia, con permissione. (in atto di partire)

Giulia. Andate via?

Aspasia. Io parlo placidamente; vedo che voi vi alterate, è meglio ch’io parta.

Giulia. Amica, ci vorrebbe uno specchio, e vedreste chi si altera più di noi.

Aspasia. Come volete che io mi alteri, se non ci penso?

Giulia. Eh! sì, lo vedo che non ci pensate.

Aspasia. Potete voi dire, ch’io sia stata mai innamorata di don Alessandro? [p. 252 modifica]

Giulia. Io non lo posso dire, perchè non lo so; ma so bene, che don Alessandro ha data a voi la parola, che voi ad esso l’avete data, che io ci sono di mezzo, e che queste nozze devono immancabilmente seguire.

Aspasia. A chi lo raccontate?

Giulia. A voi.

Aspasia. A me? Povera donna Giulia! Andatelo a dire a donna Aurelia, che è stata oggi da voi, e che non si sa quando sia uscita di questa casa, e che può essere che ci sia ancora e che la tenghiate nascosta, e che mi vogliate dare ad intendere che la luna è caduta nel pozzo.

Giulia. Io non dico bugie, signora. Donna Aurelia è venuta da me, ed io l’ho mandata a chiamare, ed è qui: sì signora, è nell’appartamento terreno.

Aspasia. Oh! ci ho gusto, ci ho gusto. L’ho indovinata, ci ho gusto. (ridendo affettatamente)

Giulia. E per qual fine credete voi che l’abbia fatta venir da me?

Aspasia. Oh! per prudenza, per compassione; perchè è una povera figlia, senza dote. Io finalmente posso trovar di meglio; ella, poverina, ha bisogno di tutto... Brava donna Giulia, brava, fate bene a far delle opere di pietà. Ci ho gusto; in verità, ci ho gusto.

Giulia. Leggete questo viglietto.

Aspasia. Eh! che non voglio legger viglietti.

Giulia. Se non volete, lasciate. (Io ritira)

Aspasia. E che cosa c’è in quel viglietto? (fa conoscere la curiosità)

Giulia. Leggetelo, e lo saprete.

Aspasia. Via, per farvi piacere. (lo prende, e legge)

Giulia. (Ha più voglia ella di leggerlo, che io non aveva di darglielo).

Aspasia. Oh bene! oh brava! Ci ho gusto. L’ha licenziato dunque?

Giulia. Si, lo ha licenziato, e questa è opera mia, e a questo fine l’ho fatta venir da me, e non sarò quieta, se non la vedrò collocata. [p. 253 modifica]

Aspasia. Lo sa ancora don Alessandro?

Giulia. Sì, lo sa. Ha veduto il viglietto.

Aspasia. E che cosa ha detto?

Giulia. Gli parve strano; ma poi...

Aspasia. Ma poi ci ha dovuto stare.

Giulia. Per necessità, e per dovere.

Aspasia. Ci ho gusto, davvero, ci ho gusto. (ridendo)

Giulia. Voi avete gusto di tutto.

Aspasia. Sì, ci ho un gusto pazzo. (come sopra)

Giulia. Mi dispiace che tutto ciò vi sia venuto a notizia; ma poichè avevate saputo l’intrigo, è stato bene ch’io vi abbia manifestato lo scioglimento.

Aspasia. Non avrei dato questo piacere per cento doppie.

Giulia. Non può negarsi, che don Alessandro non abbia usato un mal termine verso di voi.

Aspasia. Oh! non ci penso io.

Giulia. Ma è stato un caso.

Aspasia. Sì, accidenti che nascono.

Giulia. Vi posso assicurare, che è veramente pentito.

Aspasia. Poverino! è di buone viscere. (ironicamente)

Giulia. E si chiamerà felicissimo, se gli perdonerete il trascorso.

Aspasia. Oh! gliel’ho perdonato.

Giulia. Lo dite di cuore?

Aspasia. Sicuramente. (Maladetto!)

Giulia. (Eh, ti conosco; non ti credo). Volete ch’io gli parli?

Aspasia. Parlategli. (con indifferenza)

Giulia. Volete ch’io lo costringa a domandarvi perdono?

Aspasia. Non c’è questo bisogno; gli ho perdonato.

Giulia. E circa alle vostre nozze?

Aspasia. Se il cielo vorrà, mi mariterò.

Giulia. Con lui.

Aspasia. Con lui? Col diavolo, ma non con lui.

Giulia. E dite che gli avete perdonato?

Aspasia. Sì, gli ho perdonato; ma non lo voglio vedere.

Giulia. Bella maniera di perdonare. [p. 254 modifica]

Aspasia. Io l’intendo così questa volta.

Giulia. Una delle due, donn’Aspasia, o ricever le scuse di don Alessandro, e dargli la mano di sposa, o metterlo in libertà, che si possa maritar con chi vuole.

Aspasia. Chi è che propone queste due condizioni?

Giulia. Le propongo io.

Aspasia. Che autorità avete voi di obbligarmi o a sposarlo, o a metterlo in libertà?

Giulia. Siccome ho trattato io queste nozze, intendo o che si concludano quanto prima, o che si sciolgano legalmente.

Aspasia. Voi che ci avete legati, voi con la vostra gran prudenza scioglieteci.

Giulia. No, donn’Aspasia. Una vostra parola formò il legame, ed una parola vostra dee formare lo scioglimento.

Aspasia. Se non basta una delle parole, ne dirò dieci. Vi dirò che don Alessandro è un mal cavaliere, che non ha ne amore, nè fedeltà per nessuno, che non sa distinguere il grado e la condizione delle persone, che ha un cuor perfido e scellerato. Ne volete di più?

Giulia. (Sì, ho capito). Conviene dunque che risolviate.

Aspasia. Ci giuoco io, ch’egli non avrà faccia di comparirmi dinanzi.

Giulia. Chi sa che non lo vediate fra poco?

Aspasia. Povero lui.

Giulia. Davvero?

Aspasia. Povero lui, se si lascia da me vedere.

Giulia. Io vi consiglio sfuggir l’incontro. La bile potrebbe farvi del male.

Aspasia. Per me lo sfuggirò certamente. Ditegli voi, che non ardisca di essere dov’io sono.

Giulia. Cara donna Aspasia, mi dispiacerebbe che l’incontro dovesse nascere in casa mia.

Aspasia. Per me ne starò lontanissima.

Giulia. Egli deve essere qui a momenti.

Aspasia. A momenti? [p. 255 modifica]

Giulia. Sì, certo, l’aspetto a momenti.

Aspasia. E che cosa deve venire a fare da voi?

Giulia. Dee qui venire con un notaro; onde se voi voleste sfuggir l’incontro...

Aspasia. A qual fine ha qui da venire con un notaro?

Giulia. Voglio escir dall’impegno, in cui sono, con solennità e con decoro. Voglio che in atti notariali si stenda tutta la serie de’ fatti. Voglio la rinunzia di donna Aurelia autenticata; voglio lo stesso per parte di don Alessandro; e colla stessa occasione farò seguire lo scioglimento delle vostre nozze.

Aspasia. Questo non si può fare senza di me. (con calore)

Giulia. Ma voi non ci volete essere.

Aspasia. Sì, ci sarò: per questo motivo non ho difficoltà di esserci.

Giulia. Ma non vorrei che nascesse poi qualche scandalo.

Aspasia. Cosa avete paura? Che lo ammazzi, che lo bastoni? Se lo strapazzerò ben bene, se lo avrà meritato.

Giulia. (Chi non lo vede, che è innamorata?)

SCENA V.

Don Properzio e le suddette.

Properzio. Con permissione. Veda quanta stima e quanta venerazione ho per la mia signora: in mancanza de’ servitori, vengo io medesimo a farle un’ambasciata.

Giulia. Troppo gentile, signore.

Properzio. Ella è domandata da un giovine, che non so dirle chi sia.

Aspasia. (Sarà don Alessandro). (ansiosamente a donna Giulia)

Giulia. (Potrebbe darsi) (a donna Aspasia) Non lo conosce? (a don Properzio)

Properzio. Lo conosco, ma non mi sovviene. L’ho veduto altre volte, ma non mi ricordo chi sia.

Aspasia. (Sarà egli senz’altro). (come sopra)

Giulia. (Non facciamo scene in presenza di mio marito). (a donna Aspasia) [p. 256 modifica]

Aspasia. (Non potrò trattenermi). (come sopra)

Giulia. (Venite meco in un’altra camera). (a donna Aspasia)

Properzio. E così, signora, lo vuole, o non lo vuole?

Giulia. Favorisca introdurlo e trattenerlo un momento. Servo di là questa dama, e torno subito. (a don Properzio) Andiamo. (a donna Aspasia)

Aspasia. (Mi sento rimescolar tutto il sangue). (parte con donna Giulia)

SCENA VI.

Don Properzio, poi don Ridolfo.

Properzio. Già so che con essa è tutto buttato via. Con tutte le mie buone grazie, non farò niente. Pure vo’ tentaritàr di convincerla; non vorrei ch’ella mi facesse spendere in una lite. Ehi! signore, favorisca. (alla scena)

Ridolfo. Mi rincresce di dover dare a lei quest’incomodo.

Properzio. Non fa niente. La signora lo prega di trattenersi un poco, che or ora viene.

Ridolfo. Prenda pure il suo comodo.

Properzio. Chi è ella, signore, se è lecito?

Ridolfo. Ridolfo Presemoli, ai di lei comandi.

Properzio. Ah! il signor don Ridolfo, quel bravo poeta. Me ne rallegro infinitamente.

Ridolfo. Suo umilissimo servitore.

Properzio. Viene ella da mia moglie per qualche raccomandazione?

Ridolfo. Per verità, vengo a prendere una signora che ho avuto l’onore di accompagnare fin qui, e che devo ricondurre alla sua abitazione.

Properzio. Sì, la signora donna Aspasia era qui in questo momento.

Ridolfo. Perdoni, non è la signora donna Aspasia, ma la signora donna Aurelia.

Properzio. Aurelia, o Aspasia, non mi ricordo bene, lo credeva che si chiamasse Aspasia. [p. 257 modifica]

SCENA VII.

Donna Giulia e dette.

Giulia. Eccomi.

Ridolfo. Servo suo riverente. (a dorma Giulia)

Giulia. È questi il signore che mi domandava? (a don Properzio)

Properzio. È questi.

Ridolfo. Sono venuto a riprendere...

Giulia. Ho capito.

Properzio. Eh favorisca, quella signora ch’era qui, si chiama Aurelia o Aspasia? (a donna Giulia)

Giulia. Aspasia. (a don Properzio)

Properzio. Ha sentito? (a don Ridolfo)

Ridolfo. Ma la signora donna Aurelia? (a donna Giulia)

Giulia. Favorite di trattenervi, che or ora sono da voi. (a don Ridolfo) Signor consorte, giacchè ha tanta bontà per me, mi faccia la finezza di tenere un poco di compagnia al signor don Ridolfo, fintanto che dico una parola a quella dama, e ritorno subito. (a don Properzio)

Properzio. Si serva pure.

Giulia. (Giacchè è qui don Ridolfo, vo’ meglio assicurarmi del cuore di donna Aurelia, e prevenirla del mio disegno), (parte)

SCENA VIII.

Don Properzio e don Ridolfo.

Properzio. Grand’affari ha sempre la mia signora! (a don Ridolfo)

Ridolfo. È una dama di qualità, di spirito e di buon cuore. Ha moltissime corrispondenze, ed è a portata di poter fare de’ gran piaceri e de’ gran benefizi.

Properzio. Sì, ma consuma un tesoro in lettere.

Ridolfo. Impiega bene il danaro, se con questo si fa amare e stimare dalle persone beneficate.

Properzio. Fa tanti piaceri, si prende tanti disturbi, e mai che nessuno le mandasse una guantiera di cioccolata, una dozzina di capponi, e cose simili. [p. 258 modifica]

Ridolfo. Questa poi è un’ingratitudine. Io so, che se ottenessi da lei qualche grazia, non mancherei alla debita riconoscenza.

Properzio. Avete bisogno di qualche cosa?

Ridolfo. Dirò, signore; ho fatto un picciolo poema, lo vorrei dare alle stampe, e mi premerebbe dedicarlo ad un mecenate che non mi fosse ingrato; onde se la signora donna Giulia mi procurasse la protezione di qualcheduno...

Properzio. SÌ, raccomandatevi a lei, e non dubitate.

Ridolfo. Quando ella mi fa coraggio, mi azzarderò a supplicarla.

Properzio. Avvertite poi non fare anche voi come fanno gli altri.

Ridolfo. Saprò il mio dovere.

Properzio. E se ella mostrasse, per prudenza, di ricusar le vostre finezze, mandate a me quel che vorreste mandare a lei, che sarà ben accettato.

Ridolfo. Benissimo. Vuol sentire qualche stanza del mio poema?

Properzio. Io non me n’intendo gran cosa.

Ridolfo. Eh! so ch’ella è di buon gusto, e poi è scritto in uno stile che non le dispiacerà.

Properzio. Via, sentiamo. (Se dico di no, è capace di non mandar niente).

Ridolfo. Ecco, signore. L’argomento è sopra i deliquj.

Properzio. Sopra i deliqui?

Ridolfo. Sì, signore, sopra gli svenimenti.

Properzio. Che diavolo di argomento patetico!

Ridolfo. È una novità.

Properzio. Lasciate vedere.

Ridolfo. Leggerò io, se comanda.

Properzio. No, no, ho piacere di legger io.

Ridolfo. Si serva.

Properzio. (Legge fra’ denti, in maniera che non si sente altro che borbottare.

Ridolfo. (Legge in un modo che mi fa morire). (da sè)

Properzio. (Come sopra.)

Ridolfo. (Poveri versi!) Favorisca, che gli pare di quell’immagine della rosa languente? [p. 259 modifica]

Properzio. Bellissima. (segue come sopra)

Ridolfo. Rimarchi que’ due versi.

Properzio. Li ho rimarcati.

Ridolfo. "Apre il seno la rosa in sull’aurora:

"Divien pallida, e sviene, e par che mora. (con enfasi)

Properzio. Bravissimo. (segue a borbottar come sopra)

Ridolfo. (Io glielo strapperei dalle mani).

SCENA IX.

Donna Giulia e detti.

Giulia. Son qui, vi domando scusa.

Ridolfo. Signore, non s’annoi d’avvantaggio. (chiedendo il poema a don Properzio.)

Properzio. Ci ho ritrovato gusto, è un capo d’opera.

Giulia. Se ha che fare, signore, si serva. Ho qualche cosa da trattare con don Ridolfo. (a don Properzio)

Properzio. Faccia pure; tratti, parli liberamente. Io non impedisco. Mi diverto a leggere questo bel sonetto.

Ridolfo. Sonetto, signore, a un poema di sessanta ottave?

Properzio. Sì, come volete: questo bel poema di sessanta ottave.

Ridolfo. (Povera poesia!)

Properzio. (Ho curiosità di sentire, se donna Giulia gli promette di far per lui; non lo vo’ perdere di vista. Non ho gran concetto della generosità dei poeti). (da se)

Giulia. Don Ridolfo, io credo di essere in grado di poter stabilire la vostra fortuna.

Ridolfo. Il cielo volesse, signora. Mi raccomando alla vostra protezione.

Giulia. Mi scrivono da Moscovia, che la Corte avrebbe bisogno di un poeta drammatico. V’impegnereste voi di riuscire in questo genere di poesia?

Ridolfo. Signora, io ho fatto de’ drammi, e posso far vedere la mia abilità. [p. 260 modifica]

Properzio. (Oh! signor poeta, se ciò succede, l’abbiamo da discorrere insieme).

Giulia. La paga che offeriscono, è di mille rubli Properzio. (borbottando i versi del poema, mostra il compiacimento di questa proposizione.)

Ridolfo. È arrivato ancora, signore, alla descrizione della farfalla? (a don Properzio)

Properzio. SÌ, bellissima! E proprio adattata per una canzonetta per musica.

Ridolfo. Per un’aria, vuol dire.

Properzio. Bravissimo. Questa sola val mille rubli.

Giulia. (Don Properzio è capace di guastar ogni cosa) (da sè) Sentite. (a don Ridolfo, tirandolo in disparte) io vi procurerò questa buona fortuna. Anzi vi farò subito far la scrittura da chi ha l’incombenza, e vi farò dare un quartale anticipato oltre l’occorrente pel viaggio.

Properzio. (Non sentendo quel che dice donna giulia, si accosta bel bello per sentire.)

Ridolfo. Questa per me è una beneficenza che mi dà l’essere.

Giulia. Ma anche voi avete da fare qualche cosa per me.

Properzio. (E per me ancora ce n’ha da essere).

Giulia. Ci è quella povera donna Aurelia, che fa compassione. Ha per voi della stima e dell’affetto. So che anche voi l’amate; ma le vostre comuni disgrazie non vi permettevano di accompagnarvi insieme... Ora che il cielo vi ha proveduto, mi obbligherete infinitamente sposandola, e conducendola con voi in Moscovia.

Properzio. Che sproposito! (forte)

Giulia. (Voltandosi, e vedendo don Properzio) Sproposito, signore? (a don Properzio)

Properzio. Eh! dico che in questo verso ci è uno sproposito.

Ridolfo. E qual è questo sproposito?

Properzio. Non sarà vostro, sarà del copista.

Ridolfo. L’ho copiato io.

Properzio. Sarà mio dunque. (seguita a borbottare i versi, ritirandosi) [p. 261 modifica]

Ridolfo. (Che tormento mi fa provare!) (verso don Properzio, da sè)

Giulia. E così, che cosa mi dite?

Ridolfo. Io veramente voleva bene grandissimo a donna Aurelia, e l’avrei sposata potendo; ma avendola veduta impegnata con don Alessandro...

Giulia. Ciò non vi dia alcuna pena. La povera figliuola lo faceva per necessità. Don Alessandro è da lei solennemente licenziato, e son certa che sarete di lei contento.

Properzio. (Sì accosta, come sopra, per ascoltare.)

Giulia. (Si volta, e vede don Properzio) (Orsù, ho capito.) Sentite, andate giù nell’appartamento terreno, colà troverete donna Aurelia. Io le ho parlato, ed è di ciò contentissima. Fate anche voi le vostre parti. Disponetevi a darle la mano, ed assicuratevi della mia gratitudine.

Ridolfo. Non ho coraggio di replicare ai vostri comandi.

Giulia. Andate.

Ridolfo. Signore, favorisca i miei versi. (a don Properzio)

Properzio. (Eh! mille rubli non è picciola bagattella). (piano a don Ridolfo.)

Ridolfo. (Ma per mantenersi a una Corte...)

Properzio. (Corbellerie! mille rubli l’anno è uno stato da cavaliere).)

Ridolfo. (E il peso della moglie...)

Properzio. (In sostanza, non volete dar niente?)

Ridolfo. (Farò il mio dovere).

Giulia. Lasciatelo andare, signore. (a don Properzio)

Properzio. Vada pure.

Ridolfo. I miei versi.

Properzio. Né anche questi non mi volete lasciare?

Ridolfo. Basta, se li vuol tenere, si serva. (Convien dire che gli paiono buoni davvero).) (parte)

Properzio. (Questa carta mi può servire per involgere qualche cosa). [p. 262 modifica]

SCENA X.

Donna Giulia e don Properzio.

Giulia. (Ma! io penso agli altri, e non penso a me stessa. Sarebbe ora il tempo di parlare con don Properzio).

Properzio. (Mia moglie mi guarda, e non dice niente. Da una parte ha qualche ragion di dolersi).

Giulia. (Vo’ provare di mettere in pratica il progetto che ho divisato). Signor don Properzio. (lo chiama)

Properzio. Padrona mia.

Giulia. Si ha da durar lungo tempo a vivere in cotal guisa?

Properzio. Signora mia, non saprei che dire; chi l’ha voluta, se l’ha da godere. (Voglio sostenere la mia ragione).

Giulia. Per me, me la posso godere per oggi. Domani non sarò in questo stato.

Properzio. E cosa sarà domani?

Giulia. Domani sarò in casa de’ miei parenti, ben servita, ben veduta, e trattata da quella dama che sono.

Properzio. S’accomodi pure. Stia bene, stia sana, si diverta, e se posso servirla, mi comandi. (Volesse il cielo, che dicesse la verità).

Giulia. Ella poi avrà la bontà di darmi il mio mantenimento.

Properzio. In casa de’ suoi parenti? Sarebbe un far torto alla sua famiglia.

Giulia. Io non voglio mangiare di quel di nessuno.

Properzio. E perchè vuol mangiare del mio?

Giulia. Del suo! voglio del mio, e non del suo. Il frutto di sessantamila scudi di dote potrà farmi vivere decentemente.

Properzio. Come! la dote? La dote è cosa mia. Finch’io vivo, nessuno mi può obbligare a restituire la dote. La dote è mia.

Giulia. Sì, quand’ella tratti la moglie come deve esser trattata, e non dia motivo ad una separazione legale, che l’obblighi o a restituire la dote, o a fare un assegnamento che mi convenga. [p. 263 modifica]

Properzio. Già a lei non mancano raggiri, non mancano prepotenze; a forza di maneggi e di protezioni vorrà farmi stare, e farà sapere al mondo quelle cose che non si devono far sapere. Farà perdere il concetto a me, e farà rider di lei: farà rider di lei; di lei, di lei.

Giulia. Tutte cose che si potrebbero risparmiare.

Properzio. E chi le va cercando?

Giulia. Vossignoria.

Properzio. Io?

Giulia. Sono originate da lei.

Properzio. Eh! no, dica piuttosto da lei.

Giulia. Per me, altro non pretendo che l’onesta e lecita mia libertà.

Properzio. Ha fatto sempre a suo modo. Lo faccia ancora per l’avvenire.

Giulia. Favorisca, signore, perchè ha licenziata tutta la servitù?

Properzio. Perchè... perchè mi rubano a precipizio.

Giulia. Le rubano? Oh! se rubano, vossignoria ha ragione. Facciamo così, signor don Properzio. Si contenti di dare a me il maneggio di casa. M’impegno che le faccio risparmiare più di quindici scudi il mese.

Properzio. Questa sarebbe la miglior cosa che potesse fare una donna di garbo del suo sapere e della sua abilità.

Giulia. Dia a me il maneggio. Provi, e vedrà se è vero quel ch’io le dico.

Properzio. (Se potessi fidarmi, sarebbe per me una delizia).

Giulia. V. S. è un bravo economo in casa, ma non ha pratica delle cose fuori di casa. Crede che il risparmio di certe spese dia utile, ed io le farò vedere che reca danno. Conviene spendere nel miglioramento delle campagne, e se rendono quattro, farle render sei; conviene mantenere in buon assetto le case, acciò non rovinino, acciò stiano appigionate, e per poterne accrescere le pigioni. Conviene provvedere la casa all’ingrosso di ciò che occorre, e non ispendere il doppio comprando al minuto, e penar di tutto, e convien prendere poca servitù. [p. 264 modifica] ma buona, e pagarla bene, perchè un servitore vaglia per due. Facendo in questa maniera, s’ella dà a me il maneggio delle rendite e della casa, m’impegno in poco tempo di ridurre gli stabili a perfezione, di aumentar le rendite del patrimonio, e far buona figura, e star bene, e farci stimare, e fargli ritrovare in casa qualche migliaio di scudi di sopra più.

Properzio. Qualche migliaio di scudi?

Giulia. Sì, certo, e star bene.

Properzio. Si può provare.

Giulia. Proviamo. (So quanto mi posso compromettere della mia attività).

Properzio. Signora donna Giulia, ella è una donna di garbo.

Giulia. Basta che si fidi della mia pontualità.

Properzio. Oh!

Giulia. E del mio contegno.

Properzio. Uh!

Giulia. Ci vorrebbero due righe di scritturetta.

Properzio. Sì, facciamola.

Giulia. Mi farebbe il piacere di farmi avere il mio segretario?

Properzio. Volentieri.

Giulia. Siamo pacificati?

Properzio. Oh! (Se mi fa risparmiare, l’amerò con tutto il mio cuore).

Giulia. Mi dia la mano.

Properzio. Ah! (sospirando)

Giulia. Che cosa ha?

Properzio. Ella mi ha promesso delle cose belle. Ne mancherebbe una a finire di consolarmi.

Giulia. E qual è?

Properzio. Un poco di bene.

Giulia. Se se lo meriterà.

Properzio. Me lo meriterò. (ridendo parte)

Giulia. Anche questa è fatta. Ho lavorato per me. Andiamo ora ad operare per gli altri. (parte) [p. 265 modifica]

SCENA XI.

Camera a terreno.

Donna Aurelia e don Ridolfo.

Ridolfo. Basta, donn’Aurelia, per l’amor che vi porto, e in grazia di donna Giulia che mi benefica, mi scordo tutto, e vi prometto di sposarvi.

Aurelia. Anderemo in Moscovia?

Ridolfo. Sì, così spero. A questa condizione soltanto, posso impegnarmi che siate mia.

Aurelia. E mia madre, poverina?

Ridolfo. Vostra madre per sè sola ha tanto che le basta da mantenersi.

Aurelia. La faremo venire in Moscovia?

Ridolfo. Sì, se starà bene.

Aurelia. Sì, sì, starà bene, e verrà in Moscovia con noi.

SCENA XII.

Donna Giulia e detti.

Giulia. E così, che nuova mi date?

Ridolfo. Posso dirvi, signora...

Aurelia. Lasciate parlare a me. (a don Ridolfo) Don Ridolfo è tutto contento che le abbiate procurata questa buona fortuna. Io pure vi ringrazio per parte mia. Siamo pacificati, ci vogliamo bene, ci sposeremo, e preparateci i vostri comandi.

Giulia. Per dove?

Aurelia. Per Moscovia.

Giulia. Ho piacere che siate contenti. Questa è la scrittura che don Ridolfo dovrà sottoscrivere, come poeta della Corte. Aspetto un notaro; si formerà il vostro contratto di matrimonio, e avanti sera vi saranno contati 250 rubli per il primo quartale.

Ridolfo. Io non ho lingua bastante per ringraziarvi. [p. 266 modifica]

SCENA XIII.

Don Alessandro col Notaro, e detti.

Alessandro. Ecco qui, signora... (s’arresta vedendo donna Aurelia)

Aurelia. (Davvero ho un poco di rossore a vederlo).

Giulia. Che c’è, signor don Alessandro?

Alessandro. Niente, è qui il notaro.

Giulia. Consolatevi colla signora donna Aurelia, che è sposa del signor don Ridolfo, e va con esso in Moscovia.

Alessandro. Me ne consolo. (ironicamente)

Aurelia. Obbligatissima. (caricandolo)

SCENA XIV.

Donna Aspasia e detti.

Aspasia. Siete voi, che mi ha fatto chiamare? (a donna Giulia)

Giulia. Io no.

Aspasia. Mi hanno detto ch’io era domandata. Se ho sbagliato, compatitemi, anderò via.

Giulia. No, no, restate. (Crede che non si capisca la sua grande accortezza). (ironicamente)

Aspasia. (Mi verrebbe volontà di precipitare).

Giulia. Può essere che vi domandi don Alessandro.

Aspasia. Che vuol da me? Eccola lì la sua cara. (accennando donna Aurelia.)

Giulia. Donn’Aurelia è sposa di don Ridolfo, e partirà a momenti per Peterburgo. Signor notaro, voi siete chiamato per questo. Rogate i sponsali fra questi due, e poi faremo qualche altra cosa.

Notaro. Sono a servirla. (va al tavolino, si accostano li due suddetti, e scrive)

Aspasia. (Dice davvero dunque).

Giulia. Don Alessandro, fate il vostro dovere con donna Aspasia.

Aspasia. Eh! lo dispenso.

Alessandro. Deh! se le grazie profusero in voi la bellezza...

Aspasia. Sguaiataggini. [p. 267 modifica]

Alessandro. V’inspiri il cielo altrettanta pietà.

Aspasia. Freddure.

Alessandro. Vi domando perdono.

Aspasia. Non vi abbado.

Alessandro. Eccomi a’ vostri piedi. (s’inginocchia)

Aspasia. Andate al diavolo. (lo getta in terra)

Giulia. Così lo trattate?

Aspasia. Merita peggio.

Giulia. In casa mia?

Aspasia. Fossi in casa del principe.

Giulia. Dunque non volete pacificarvi?

Aspasia. Non voglio.

Giulia. Lo licenziate dunque?

Aspasia. Quante volte ve l’ho da dire?

Giulia. Oh! bene; quand’è così, favorite: questi sono due fogli. In uno vi è la conferma della vostra parola con don Alessandro. Nell’altro vi è lo scioglimento. Sottoscrivete quel che vi pare. Se poi negherete di farlo, troverò io la maniera di concludere senza di voi.

Aspasia. E ho da risolvere in questo momento?

Giulia. Sì, certo. Sono stanca d’impazzire per voi.

Aspasia. Date qui quei fogli. Vi farò vedere chi sono. (altiera)

Giulia. Teneteli. (donna Aspasia va al tavolino)

Alessandro. Aspetto la mia sentenza. Donn’Aspasia vuol vendicarsi. (a donna Giulia)

Giulia. Chi sa? Vi odia meno che non credete. (a don Alessandro)

Aspasia. Eccomi, donna Giulia. Non sono quella donna che voi credete. Supero ogni passione, vinco la mia ripugnanza, e a voi riconsegno il foglio di mia mano segnato. Sì, il foglio che a mio dispetto mi obbliga, e per sempre mi lega a quel barbaro di don Alessandro.

Giulia. Viva l’eroica azione di donna Aspasia.

Alessandro. Ah pietosissimo mio tesoro!

Aspasia. Ingrato!

Giulia. Signor notaro, rogate quest’altro foglio. [p. 268 modifica]

SCENA ULTIMA.

Don Properzio, Fabrizio e detti.

Properzio. Signora, ecco il suo segretario.

Giulia. (Il suo cambiamento è sincero).

Fabrizio. Eccomi nuovamente all’onor di obbedirla.

Giulia. Sì, ho piacere di avervi ricuperato. Vi ringrazio di aver avvisata per me donn’Aurelia, e vi prego innanzi sera di farmi venir la mia cameriera. Intanto, alla presenza vostra e del signor don Properzio, seguiranno questi due matrimoni. Donna Aurelia, vi servirò io in luogo di madre. Son certa che donna Fulgida sarà contenta; date la mano a don Ridolfo.

Aurelia. Eccola. (porge la mano a don Ridolfo)

Ridolfo. L’accetto, e vi do la mia fede.

Giulia. A voi, signori. (a don Alessandro e a donn’Aspasia)

Alessandro. Deh! accordatemi la vostra mano, (a donn’Aspasia)

Aspasia. Sì, per dispetto. (gli dà la mano)

Giulia. Signor notaro, fate quel che va fatto.

Notaro. Benissimo.

Properzio. Signora donna Giulia, non si potrebbe fare una cosa?

Giulia. E che cosa?

Properzio. Tornare a far di nuovo il nostro matrimonio?

Giulia. E perchè? Non è forse ben fatto?

Properzio. Finora è stato un matrimonio arrabbiato, vorrei che ne cominciassimo un pacifico.

Giulia. Sì, per questo buon fine non vi è bisogno di rinnovare gli sponsali. Basta rinnovellare i costumi, e prendere una migliore strada. Io baderò all’economia della casa, e procurerò di rendermi degna del vostro compatimento. Voi lasciatemi in pace, e non m’inquietate nel mio carteggio, ne’ miei maneggi. Questi servono al mio piacere, ed al bene de’ miei amici: piacere onesto, che distingue la donna nobile dalle donne volgari.

Fine della Commedia.