La donna e la scienza/All'Egregia signora Giovanna greco de Angelis/I
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{{ct|t=4|v=3|1 Non si maravigli, o Signora, se attribuisco alla donna la potenza creatrice. Le abitudini religiose, cui ciecamente con servile coscienza confidammo finora i nostri destini morali, neppure possono ripugnare a questo mio concetto.
Creare è fare dal nulla qualche cosa, e sebbene in quanto alle sustanze questa è prerogativa esclusiva di Dio, pure in quanto alla forma la si può dire comunicata in ispecialità al genio della donna, alla quale è confidato il misterioso opificio dell'uomo.
Essa è che ne forma il tipo ideale nella mente; essa è che mercè la dinamizzazione vitale incuba l'uovicino nella matrice e ne sviluppa il germe [1]; è dessa che disegna quel tipo ideale sul germe e ne forma l'embrione; è dessa, che perfezionandolo in tutti i lineamenti umani ne costruisce il feto; è dessa da ultimo, che ne matura l’esistenza nel suo utero, alimentandolo e modificandolo coll’alito del suo materno affetto [2]
Sono dunque le ispirazioni della madre quelle che determinano nell’uomo nascente le condizioni organiche e morali della vita. Se ella ritrae da un bel tipo, farà bello il fanciullo; se ritrae da un tipo guasto, lo farà anche guasto.
Noi abbiamo l’esempio de’più de’figli, che non somigliano al padre; di molti che escono belli da brutte coppie, e di altri che generati da vaghe forme, presentano lo spettacolo della bruttezza.
Abbiamo in ultimo rilevati sul viso e sul resto del corpo segni di animali, o di altri obbietti, che anno spesso vivamente impressionata la madre sino a formare i golii. Or questi fatti non sono forse evidenti a convincerci, che la umana creatura sia l’esclusiva opera della donna, e che è modificabile in cento guise secondo le condizioni determinanti lo spirito maferno?
Perchè nella Grecia, unica nazione che conserva l’originale suo stampo, la donna à riprodotti uniformi i suoi tipi, e non li à tralignati come nel resto de paesi del mondo? Perchè à i monumenti duraturi dei suoi eroi, perchè a la tradizione vivente che palpita in quelle membra vivificate dall’arte. Ella perciò si determina a riprodurre quei colossi, che in belle forme racchiudevano spiriti forti, geniali e maestosa mente complessi Negli altri paesi del mondo questo manca, e per tale mancanza non solo si sono viste varianti le generazioni, ma quel che più monta, si è spinto il tipo umano degradato sino alla informe bruttura dell'animale irragionevole.
La fisiologica influenza dell'omogenia riproduttrice, fatta ormai di senso comune, ci à reso studiosi al miglioramento delle razze degli animali. Laonde i ricchi proprietarii di bestiami si affaticano ad abbellirli con immagini adeguate, che riflettono ed impressionano nell'atto del concepimento la fantasia delle femine; mentre se si va poi osservando, non si fanno scrupolo di tener nelle case mostruosi dipinti, e tipi guasti da cui la donna genitrice ritrae sempre qualche cosa che abbruttisce il feto, cui ella con un lavoro latente volge i rilievi diurni della sua sistematica contemplazione!
Licurgo redarguiva di melensaggine quegli uomini o quelle leggi tiranniche, che costringevano le donne ad andar col volto coperto per non vedere ed ispirarsi nell'estetiche forme dell'umana natura>> scelgono, dicea egli, i migliori armenti onde accreditare sui mercati le loro industrie e promuovere la domestica richezza, mentre taluni poi sono gelosi che le loro mogli vadano a viso scoperto, e colgano coll'intuito il bello improntato sulla figura degli altri; quasichè temessero di vedere il loro paese popolato di uomini ben fatti» Era dunque di tanto interesse la generazione presso gli Spartani, che essi determinavano lo scopo del coniugio al far figli degni della patria[3]; quando che oggidì se ne svaga la missione nei piaceri volubili e disacconci alla gravità dell’avvenire!
Se il primo padre potesse tornare dall’altro mondo, son certo che inorridirebbe, o Signora, vedendo la sua posterità diramata per tutto il globo presentare una gradazione infinita, non pure nel colore che è l’effetto della influenza climaterica, ma altresì nelle intisichite forme organiche, e quel che più monta, nei tipi del volto e nella tralignazione del costume. Ei vedrebbe la razza Caucasa, che è la più estetica, numerosa di 380 milioni di anime, distendersi per l’Europa e per l’Asia Occidentale dai Latini ai Ghirghisi, in una varietà di famiglie che decadono notabilmente dalla unità dello stampo primitivo-vedrebbe i 253 milioni della razza Mongolla nei Chinesi e nei Giapponesi, che declinano dalle simiglianze del tronco in una peggiorazione progressiva vedrebbe 150 milioni della razza bruna Malese distendentesi sul mondo marittimo, vieppiù abbruttita dall’antropofagia feroce dei Pepuani e degli Alfurus-vedrebbe la mutabile filiazione della razza negra,decaduta affatto dall’armonia delle forme primitive – vedrebbe la razza Americana in dodici milioni sfornita d’ogni tipica assimilazione dal Mozus sino al brutale Fetzeri – vedrebbe da ultimo i dieci milioni d’Ibridi divisi in Mulatti, Mitici,e Zambos, che compiono la gran cifra degli abitanti del globo elevata ad 850 milioni, e forniscono in miniatura il quadro doloroso dell’umana demersione!
A prescindere dunque dai colori che dipendono da cause estrinseche, chi può negare che il decadimento nella varietà di queste razze, nasca appunto, dal perchè non si è curato di rappresentare colle arti la unità del tipo primigenio, e le madri abbandonate all’inettitudine, lasciano governare l’atto generativo dalle impressioni fortuite, e non già dalla ispirata determinazione di far l’uomo qual dev’essere bello di forme ed elevato d’intelletto?
A questo scoucio che è radice di triste conseguenze, à dato anche causa il falso orgoglio dell’uomo, il quale sobbarcando alle sue volizioni la donna lungi dall’impressionarla d’immagini, che nobilitano la generazione; lungi dal preferire la elevatezza spirituale degli esseri privilegiati, ed ispirarla a concepirne il tipo, le à imposto servilmente di riprodurre se stesso. Laonde la stirpe si è rannicchiata in questa misera cerchia, ed invece di perfezionare lo stampo umano, lo à abbruttito come abbiam visto innanzi. Perciocchè al genio non si comanda, e l’intimidimento, che è spesso survenuto nell’animo della donna dietro queste suggestioni, pei malumori che sogliono germinarsi quando non si riproduce colui, che lo fa non da compagno ma da imperante, la tiene come ligata a quella meschina realità; e quand’anche per un’irrefrenabile forza intrinseca si sentisse tirata dal nobile volere di rivolgere l’intuito alle ispirazioni del meglio, queste le vengono tronche e spezminiatura il quadro doloroso dell’umana demersione!
A prescindere dunque dai colori che dipendono da cause estrinseche, chi può negare che il decadimento nella varietà di queste razze, nasca appunto, dal perchè non si è curato di rappresentare colle arti la unità del tipo primigenio, e le madri abbandonate all’inettitudine, lasciano governare l’atto generativo dalle impressioni fortuite, e non già dalla ispirata determinazione di far l’uomo qual dev’essere bello di forme ed elevato d’intelletto?
A questo scoucio che è radice di triste conseguenze, à dato anche causa il falso orgoglio dell’uomo, il quale sobbarcando alle sue volizioni la donna lungi dall’impressionarla d’immagini, che nobilitano la generazione; lungi dal preferire la elevatezza spirituale degli esseri privilegiati, ed ispirarla a concepirne il tipo, le à imposto servilmente di riprodurre se stesso. Laonde la stirpe si è rannicchiata in questa misera cerchia, ed invece di perfezionare lo stampo umano, lo à abbruttito come abbiam visto innanzi. Perciocchè al genio non si comanda, e l’intimidimento, che è spesso survenuto nell’animo della donna dietro queste suggestioni, pei malumori che sogliono germinarsi quando non si riproduce colui, che lo fa non da compagno ma da imperante, la tiene come ligata a quella meschina realità; e quand’anche per un’irrefrenabile forza intrinseca si sentisse tirata dal nobile volere di rivolgere l’intuito alle ispirazioni del meglio, queste le vengono tronche e spezla verità? Quale le idee sul celibato del sig. Cousin, che negano alla donna la vita del pensiere? Niuno, o Signora, anzi a queste bestemmie fanno riprovevole oppugnazione la storia, e la logica del Creatore.
Vi ripugna la storia, perchè lasciando dall’un dei lati Èva e lutto il treno delle donne bibliche, alla cui forza sentimentale ben si aggiusta lo sviluppo della mente per doverle supporre degne della celebrazione di questa larda posterità: lasciando le matrone greche e romane, che non si perdettero come le belle del Peloponneso ad inghirlandar di fiori il vago Cupido, ma generarono eroi e sapienti alla patria, per cui doveano sentir generosamente e pensare con maschia virilità: lasciando le prime martiri del Cristianesimo, che con la divinazione profetica delimitavano la comune intelligenza, fortificandosi nelle convinzioni della santa idea, fino a disprezzare i nemici del vero sotto l’imperio d’inaudite truculenze. E tra queste Caterina, che con la sua altissima mente vince la dialettica de’ filosofi, e spaganizzandoli, li rende seguaci di Cristo: lasciando le illustri donne che formarono lo spirilo de’ padri della Chiesa, come si riferisce di s. Agostino, di s. Ambrogio, di s. Girolamo e degli altri: lasciando la vivissima luce intellettuale delle apostolesse, che operarono conversioni, alle quali erasi falla impotente la voce degli stessi padri, come si riferisce della giovinetta Melania nel cristianeggiare Volusiano riottoso alle insistenze apostoliche di s. Agostino: lasciando la illuminata influenza di Elena, che converte Costantino il grande suo figliuolo; della moglie dell’imperadore Massimo, che lo battezza e lo entusiasma sino alla difesa del Cristianesimo; della grande Pulcheria, che a sedici anni fu filosofo, teologo, politico, e governò l’impero romano con un’ordine senza esempio, insinuando nella paganica reggia i dommi della carità, e ripurgando financo i breviari degli errori da cui erano illaquiati: lasciando una Clotilde, che con le luminose norme della grande unità Cristiana, riconduce sulle vie del vero suo marito Clodoveo, e confonde i Franchi coi Galli, formando le basi di quella potente Nazione, che ora è collocata sì alta da preponderare d’influenza sulle sorti di Europa quando a sollievo, e quando a danno dei popoli fratelli: lasciando la Regina Batilde, che dominando con pietà materna nel buio de’ suoi tempi, fu la prima a proclamare l’abolizione della schiavitù, facendo principio di dritto pubblico la massima: che ogni uomo Cristiano è libero: lasciando Bianca di Castiglia, di cui gli stessi nemici (al dir del Ventura) ammirarono il senno governativo: lasciando la principessa Indeconda, che sistema la Spagna in nazione, santa Berta, che fonda le basi della nazionalità Inglese, Margherita che illumina con la scienza dei suoi tempi la Scozia e la rende civile, Matilde di Alemagna, che governa virilmente nella vedovanza, Adelaide che con la sua saviezza caritativa nello stesso impero si rende degna di essere nominata dalla storia Madre de’ regni; Edvige che difende il Cristianesimo nella Lituania e stabilisce la ora sventurata nazionalità Polacca! Clotilde, che governa in Italia come solo uomo tra i Re dei suoi tempi, fondando la celebre Università di Bologna, dove serbò al suo sesso il privilegio della educazione scientifica, ed il dritto di conventarsi e di dettar dalla cattedra; lasciando una Caterina di Russia, speculativa mente politica, che col suo spirito conquistatore immaginava i limiti d’un grand’impero dal Nord all’Oriente, legando alla sua posterità l’orgoglio guerriero di compierne i disegni; lasciando le Italiane dell’evo medio, che nobilitarono le passioni de’ figliuoli, animandoli all’ardore audace, che fa vittoriare il debole soggetto sugli oppressori stranieri, e sulle caste dispotiche che alimentano le tirannidi interne: lasciando madama di Stael, che con sapienza ispirata predicava la comunione intellettuale de’ popoli, abolendo l’inveterato albinaggio del pensiere: lasciando nei suoi augusti riposi Eleonora Pimentel, che smagò l’Europa con la maestà delle forme, e con la luce dei principi, come potranno causare questi signori l’attività mentale delle donne viventi elevata a scientifica e letteraria eccellenza? Come obbliare la illustre baronessa du Devaent, che sotto il nome di Giorgio Sand, con una miriade di volumi à restituito alla donna il primato del pensiere?
Come farsi sconoscente verso l’intelletto maschio della Enrichetta Bekeerstow, grande apostolo di civiltà tra gli schiavi dell’America? Come misconoscere la mente nelle tante principesse elevale al governo de’ popoli, ed in ispecialilà nella Maria Augusta di Assia, che perpetuando in Russia la influenza della II Caterina, dà tanto appoggio al potere governativo di quel vasto Impero: nella Regina Ranavaio, la Pietro il grande del Madagascar: nell'imperatrice della Cina, che nata dal popolo ed elevata a tant’allezza per forza di mente, à ringiovanita la vecchia corte Tartara: nella Regina di Grecia, che timoneggia virilmente quel governo: nella virtuosa Regina Vittoria, che manoduce con tanto splendore la esigente civiltà Britanna, e nell’Eugenia Monljon bellissima e solerte imperatrice de’ Francesi? Come non farsi chino innanzi all'intelletto cosmopolito dell’onorevole Signora Wit Mario, che centreggiando lo spirilo de’ popoli nel puro concetto del Cristo, insegnava dalla cattedra di Nuova Iorca al fiore delle menti europee i doveri della duratura, della infallibile civiltà umana? Come dimenticare una Caterina Ferrucci chiarissima pei giudiziosi scritti sulla educazione de’ figliuoli; una Guacci Nobile, una Pulli-Filotico, una Paladini, una Taddei, una Laura Beatrice Mancini, una Capecelatro,una Rossi, una Milli, e tante altre celebri poetesse e pensatrici di cui va glorioso il mondo, e specialmente la sede del genio, la terra Italiana? Come negare l’intelletto alla donna, se anche nel foro gli annali dell’Europa civile segnano con onoranza invidiabile, perchè sin viltgolarissima, la salentina Elena dell’Antoglietta, il cui illustre genio oratorio tuonò nelle aule della giustizia Partenopea, sino a trionfare in cause difficili dei più potenti avversarii, sino ad acquistare un primato glorioso tra le giuridiche intelligenze? [4] Che forse questi signori vogliono ammettere due ordini nella natura, per l’orgoglio virile, che fa loro usurpare un indebito innanzi?
Il tempo delle usurpazioni è ormai tramontato, ognuno deve avere quel che gli spetta, perchè i ghiribizzi sfumano, e la storia coi fatti rimangono per contestare il dritto di ciascuno!
Or se con la falsa scienza, con la scienza delle astrattezze e delle utopie, inaccessibili anche alla mente dell’uomo, la donna si è pure sveglia alla vita del pensiere, come può negarsele la prerogativa intellettuale, come può farsi eco ai falsi giudici del Lameunais, del Cousin, e di tutti coloro che àn conchiuso per la inettitudine del gentil sesso?
A questo falso opinare, io dissi, che ripugna auche la logica del Creatore, in quanto Iddio non si propose mai fini senza mezzi; e quando trasfondeva nella donna qualche cosa della sua potenzialità suprema, che le imponea di creare e partorire l’uomo, ad immagine e similitudine sua, in altri termini le dicea: «Va e siedi nel mondo in mio luogo! Tu perpetuerai il mio imperio!!» E di vero non è conciliabile la plenipotenza di cui è rivestita la donna con l’idea di una prostrazione alla quale si vorrebbe eternamente soggetta. Ella viene sulla terra per pro- seguire l’opera di Dio! Infatti quando deve compiere la sua altissima missione, quando sente in se quella rivoltura psicologica, che mette in attività tutte le potenze della vita, impaziente spezza i guinzagli patriarcali, e sormontando ogni ostacolo, dominatrice degli elementi che la circondano, disfà tutto il passato per presentare all’avvenire il frutto prezioso dei suoi visceri. La virginità, che è la gemma più cara della pudibonda giovinezza, ella la sagrifica per divenir madre, come l’Eterno quando dà nascimento ad un bene cosmico, fa assorbire nei cataclismi le bellezze delle cose create!
La presenza del nuovo nato è per lei un incantesimo, che ricopre d’oblio i dolori, le ambasce, i soprassalti da cui s’iniziarono e si compirono i processi della generazione. Cominciò da fanciulla a sentire il prestigio di questa potenza arcana, allorchè nella spensieratezza dell’innocenza si circondò di bamboli artificiali, e provvide in miniatura alla masserizia della nuova casa.
Ora che ella è giunta a maturità di forze, ora che può produrre i tipi della sua brillante fantasia nel concreto della vita reale, ora che deve provare l’ebbrezza della creazione, ella invoca Dio in suo ausilio, e lo costringe a mostrarsele nei muti palpiti della sua fattura. Sicchè la donna genitrice può dirsi in un rapporto d’intimità con Colui che tutto muove, mentre altri non lo vede, nè può vederlo, che per lontanissime curve..
Il suo seno è come il primo tempio, nel quale l'uomo per la prima fiata innalza la mente alla venerazione ed al culto! Ecco, Signora benemerita, perchè la donna è più religiosa dell'uomo. Ella à più d'appresso l'alito dell'onnipotenza, ella vede più vicini i beneficii del Creatore, quindi sente per Lui più lirico entusiasmo di gratitudine, ed è più inchinevole alla preghiera, onde averlo coadiutore nell'esplicazione delle sue forze generatrici.
Se è così dunque, se tanta nobiltà, tanta potenza è nella donna, perchè lasciarla confinata in una micidiale nullità, perchè non isvolgerle l'intelletto, quando la sua opera suprema, che è l'uomo, fonda in questa facoltà unicamente la signoria terrena?
Come può supporsi che da una forza cieca, da un corpo opaco nasca la luce? E come può aver luce l'uomo, se la donna madre di lui non ne possiede, nè à mezzo a possederne?
È veramente ridevole poi la opinione comunissi- ma, che concede alla donna una forza di sentire superiore a quella dell'uomo stesso, mentre le si nega l'intelletto. Mi ricorda aver riscontrato in un opera del Ferrarese <<che la donna senta più che non pensi, e che l'uomo pensi più che non senta». Il dottor Salvatore Tommasi pure si lascia trasportare da questa opinione, e dopo aver detto altro in proposito, asserisce nelle sue instituzioni di fisiologia, che «talune organiche differenze, quantunque non ci dessero modo di stabilire rapporto di causalità tra il fisico ed il morale, nondimeno ci fanno ragione in generale, che ci debba essere differenza di grado e di modo nelle attitudini dello spirito. Onde contemplando attesamente da questo lato i due individui, osserviamo noi nell'uomo energia d'intelligenza e di volontà; e quindi naturale inchinevolezza a sapere e ad operare. Dedito alle speculazioni scientifiche, astrae dai fatti i principii, contempla il passato ed il presente, e stabilito un mondo ideale, misura il corso degli eventi e pone in sua mente il fondamento dell'avvenire. Il pensiere desunto più dall'idealità, che dalla realità presente, sospinge l'uomo a grandi intraprese, e fa che agogni alla gloria ed alla fama immortale. Nella donna poi è più forza di sentimento che d'intelligenza, ed il sentimento in questa non è che un'ispirazione aggiustata e conveniente, che lo spirito desume dalle cose presenti quasi per intuito. Onde la donna trovasi più sicuramente in armonia con la natura, perchè lo spirito suo s'impadronisce agevolmente della ragione degli eventi estrinsechi, laddove l'uomo si può ritrovare spesso in disaccordo col mondo esteriore, imperocchè egli opera come pensa e come vuole. In breve l'uomo tenta di conformare ai conati della sua libera intelligenza tutto quanto è fuori di lui, mentre la donna interprete più sincera di quella segreta armonia, e di quella legge ineffabile, che regola l’andamento del mondo fisico e del mondo morale, può rimanere tranquilla e provvida consigliatrice in quelle conflagrazioni, che agitano la società e compromettono la felicità del genere umano. Da questo pure deriva, che le nobili e generose passioni, le quali sieno sorrette e governate da un sentimento squisito di provvedere ai danni presenti, albergano più possentemente in cuor di donna, ed acquistano un’abito esteriore di eloquentissima affabilità, il quale commuove istantaneamente assai meglio, che i lambiccati ragionamenti di un ottimo dicitore. Nella donna poi su tutti i desiderii predomina quello di diventare sposa e madre, è l’amore materno pei figli supera ogni altro affetto. Di che consegue, che se l’uomo col frutto del suo coraggio e della sua intelligenza mantiene i vincoli naturali della società, la donna invece sostiene la piccola famiglia con la prepotenza dell’amore, e con quello spirito che ella possiede in supremo grado di conciliare le dissidie domestiche. Non è però che non si poss’avere una donna, anzi molte donne guerriere, che lascino la gonna e prendano l’elmo e la daga; ma questo si può fare da loro degnamente ed utilmente quando la patria è in pericolo; quando il bisogno di guerreggiare è divenuto un sentimento profondo, ed universale più che un calcolo avventato di conquista oppressiva; quando si tratta di redimere le famiglie, che compongono una società, dalla. forza, e da ultimo quando parla nel cuore di tutti il sentimento della Nazionalità, che sia stata per avventura scissa e conculcata». Salvi i generosi sensi di questo spirito culto, di grazia in quanto alle determinazioni dell’entità morale della donna vorrei domandare un po’ ai signori che la pensano in tal guisa, quale relazione stabiliscono essi tra il sentire ed il vedere?
Se vogliono rispondermi di buona fede, debbono dire certamente, che siavi rapporto di causalità, perchè dopo l’intuito dell’inlelletto segue sempre l’ardore della volontà — se non si vede, non si sente, quindi il vedere precede il sentire e tiene ragion di causa. Avvegna che dunque non ci è dato disgiungere la discendenza logica di questi due fatti, come potremo negarle il pensare, mentre ammettiamo in lei un’estensione di sentire superiore all’uomo medesimo?
Come possiamo concordare il sentimento effetto, maggiore del vedere causa?
Questo, coinè chiaro ad ognuno, gli è veramente un giudicare alla carlona, e si giudica cosi perchè non si guardano i veri rapporti delle cose.
Si è voluto stare alle ipotesi di Gal, di Lavater, di della Porta, per dire, che dalla struttura organica del cranio muliebre risulti la sua inettezza intellettiva, e si è messo dopo le spalle poi il fatto primordiale della vita, quant’è quello della generazione, da cui rampolla a chiaroveggenza il disegno dell’Eterno di preordinare a tant'augusta funzione della donna un’adeguata forza di pensare.
Di fatti dove presiede nella madre la coltura mentale, là si anno figliuoli svelti e disposti alla genialità dove per contrario la madre è ignorante, la prole nasce taccagna, ignobile, e poco atta alla vita del pensiere. Deriva questo forse perchè la natura in un accoppiamento puramente sensuale determina le attitudini senza il concorso della donna, o perchè la donna vi concorre di più o di meno secondo i gradi di sviluppo intellettuale – secondo la maggiore o minor luce della mente, che genera maggiore o minor fuoco nella volontà, per formar l’uomo uomo, e non l’uomo puramente animale?
Sì, la natura per dar fuori questo privilegiato prodotto si serve della donna, come strumento atto all’uopo; sicchè questo strumento deve contener tanta idoneità per quanta è l’importanza dell’opera cui è deputato. Laonde vi à due potenti ragioni per abbattere le concludenze di questi scrittori; la prima è, che dovendo la donna esplicarsi in una missione delicata quanto la stessa creazione, non dovea essere abbandonata alla sola legge dinamica, ma dovea esercitare quell’imperio spirituale che mette sede nell’energia speculativa dell’intelletto, cui dice ordine il fine augusto dell’umana generazione; la seconda è, che l’uomo sua creatura, venendo fuori dotato di forza pensante, deve averla attinta dalla madre per riproduttrice omogenia, e perchè il figlio tenendo ragion di effetto, non può logicamente riportare prerogative maggiori della causa.
Trai controsensi dell’umanità questo vero traspira anfche nella pratica della vita. Quella comunissima unione, verbigrazia, dell’uomo e della donna da chi prende nome?
Non dal primo, ma dalla seconda, si dice matrimonio e non patrimonio, perchè essendo questa diretta alla riproduzione, dovea aversi maggior riguardo alla donna che ne assume la’ parte primordiale[5]. Or se questa donna è abbandonata all’inettezza della lisciarderia, se ignora il suo stato, la sua missione e la importanza dell’atto che va a compiere, se è ciecamente sensuale a segno da preferire lo sfogo di momentanee passioni alle severe immarciscibili glorie del pensiere, se non trova nell’uomo neppur l’ausilio d’una mente illuminata per riverberarle la luce che le manca, quali fruiti debbono partorirsi da queste unioni?.
Risponda per me il secolo decimonono, il quale mentre confidava negli uomini a fronte di grandiosi avvenimenti sociali preparati dalla provvidenza, à veduto invece stupide ed inaltuose masse, come i pigmei della Samotracia, che abitavano nell’uovo ed intendevano tagliar le biade con la scure!
Questa decezione è pur certo risultato di cause ben note e del monopolio della scienza; perchè tolte le donne che sono la metà del genere umano, tolte le plebi nelle quali è la maggioranza de’ popoli, tolti i fanciulli che formano un sesto de viventi, non vi resta che appena l’uno per ogni centomila di coloro, che si credono potenziati a pensare ed a dirigere le sorti umane. Or con una scienza esclusiva ed egoistica, come può ottenersi da ciascun membro sociale il concorso al bene, quando non si à la coscienza di se, e ciascuno deve muoversi non per ispontaneità intrinseca, ma per l’urto che gli viene dal di fuori?
Io non ricesserò mai dal predicarlo, i matrimonii sono i fatti elementari della vita dell’umanità. In essi si germina il bene ed il male, come il nero ed il bianco aggrovigliato dal fuso delle Parche; ed ove non si torni alla donna la splendida fecondità della scienza, ove non s’infrenino con la forza del consiglio quelle ghiribizzose unioni, che trovano solo riscontro nella poesia omerica[6], invano si attenderanno sacerdoti alla sapienza, operai alla civiltà, adoratori a Dio!
Infrenare col consiglio, dico però, non proibire i matrimonii, come pretendeva il sig. Malthus contro la classe degl’infelici proletarii, che non possono giustificare nella eventualità dei loro sudori un’entrata alimentativa.
Quest’economista Inglese non per morali principii, ma pel finto supposto, che l’incremento delle popolazioni si trovasse un di o l’altro in avvanzo sui prodotti industriali, e che perciò né derivasse il caro del comestibile, consigliava una giudaica riforma per rendere più desolante la sorte dell’infelice giornaliere. «Abbandoniamo, egli dicea, quest' uomo colpevole alla pena pronunciata dalla natura: egli à operato contro la ragione, che gli è stata chiaramente manifestata: egli non può accusare alcuno, e deve prendersela con se stesso, se il suo proprio operare à per lui delle disastrose conseguenze; dev'essergli chiuso ogni acceso dell' assistenza delle parrocchie; e se la beneficenza de particolari gli porge qualche soccorso, l'interesse dell'umanità comanda che questi soccorsi non sieno troppo abbondanti. È necessa- rio, che egli sappia, che le leggi della natura, vale a dire leggi di Dio, l'ànno condannato a vivere penosamente per punirlo d'averle violate; che egli non può esercitare contro la società alcuna specie di dritto per ottenere la menoma porzione di nutrimento al di là da quello che merita il suo lavoro ec.
In fondo a tale massima si scorge l'obesianismo ed il bentismo da cui specialmente si è troppo preoccupati in questo ciclo de commerci. Le aspirazioni all'utilità che formano regola di morale per la pubblica e privata amministrazione, e quel principio sorreggitore che prevarica la naturale forza del dritto per lasciar campo libero al fittizio dritto della forza, non potevano altrimenti determinare la coscienza di Malthus verso la classe degl'infelici.
Però parlando di utilità io non ne ripudio il principio, ma ne escludo le funeste applicazioni. Credo, che dessa sia sempre movente all'opera umana, ed il nisi utile est quod facimus stulta est gloria del Venosino, nella pratica trovasi ragionevolissimo concetto.
Quel volersi da taluni per assuetudine alla ippocrisia andar predicando disinteresse nel compiere qualche fatto, è lo stesso che smentire l’indole della propria natura.
Niuno agisce senza un fine, quindi nel fine che si propone trovasi fuso il principio della utilità. Cristo ed i seguaci suoi operarono pel trionfo del vero e per la salvezza degli uomini, ed in questo scopo solenne trovarono il rimando del sacrificio, ossia trovarono la utilità dell’opera loro — L’operaio, il merciaiuolo, il professore agiscono per lo scopo della ricchezza, ed in questa ricchezza fondano il compenso della utilità propostasi. Laonde il difetto della utilità non è nel principio, ma nelle sue direzioni. Quando l’uomo non si restringe all’egoismo individuale, ma si fa espansivo e si affatica per un fine ideale, per l’amor della gloria, pel bene di se e del suo simile, la utilità che ne cava è la eterna rimembranza della sua opera rilevata dalle benedizioni dei posteri nei monumenti, nella storia, sugli altari. Quando poi inscio di se e dei vincoli che lo rannodano all’ordine sociale, si restringe ad ammassaro ricchezze plastiche, ’facendosi mignatta al simile, ed usurpando lo altrui sotto qualsiasi pretesto e con qualunque mezzo non riconosciuto dalla ragione, la utilità si riduce ad una bassa apprensione di senso, che degrada l’uomo e lo fa accompagnare al sepolcro dallo scomunicante sprezzo delle spogliale generazioni. Quest’ultima è appunto la categoria nella quale va compresa la veduta economica del Malthus. Egli per una previsione di estrinseca utilità intende- va nientemeno che abolire nella più numerosa classe la legge dell’amore, legge suprema, che equilibra ed infutura l’ordine eterno delle cose create!
Le mie tendenze, come quelle di ogni anima onesta, che ripone in tutt’altro che nella utilità materiale e nella forza bruta il fondamento della vera morale, ripugnano a questa crudeltà irragionevole, che formola un odioso privilegio.
Io non credo, che pel multiplicarsi dell’umana famiglia possa venir meno l’equilibrio tra la produzione e la consumazione, credo piuttosto che l’incremento degli uomini porgerà maggiore ausilio alle forze della natura, e che con questo crescerà l’agio e la prosperità della vita[7]. D’altronde non vi è ragione a temere dell’avvenire del proletario, quando abbiamo fede che Dio è là per togliere e per dare con la sua mano provvidenziale, e che i tanti ricchi anche cominciarono dalla nudità e passarono per la squallida via del proletarismo pria d’imbattersi nel sorriso della fortuna. Il matrimonio bensì io lo riguardo nel rapporto spirituale della intera fusione di due anime. Quindi io intendo, che ne venga meno il fine sia quando i due sessi si accoppiano meccanicamente per un mero interesse materiale, come d’ordinario accade, sia che si uniscano in istato prematuro, quando, cioè, nè la luce dell’intelletto, nè l'ardore della volontà sono bastevoli a lumeggiarli ed a muoverli unisoni per adempiere il debito di sì alta missione. Salvo un numero eccezionale; a che si riducono oggidì la più parte de' matrimonii? Ad una semplice unione meccanica pari a quella di un abito col corpo umano, o a qualunque altra di simil fatta. Quindi da due anime che non s'intendono intimamente; che non si stringono in un sol volere, sicchè l' una dell'altra si faccia coadiutrice nella cospirazione d' uno stesso fine, d'un medesimo intento, non è maraviglia che nascano divergenze, urti e disamorevolezze domestiche, da cui non risulta lo sperato effetto del matrimonio, ma quelle traversie morali, che dislagansi nella società per ammorbarla con lo sfraternamento. Quando dunque manca questa elementare e tipica unione, come possono aspettarsi fondate sulla lealtà le altre associazioni tra uomo e uomo, che sono succedanee alla prima, nè ànno mai punti di contatto, e medesimezza così intimi? I legislatori temporanei seppero pur troppo intuire questa verità: laonde concessero molta indulgenza alla infedeltà coniugale.
Con le leggiere disposizioni che sono nei codici, essi già rivelano il tacito convincimento della inesistenza del vero coniugio; mentre si presume almeno in un modo indiretto, che non ci sia offesa, ossia violazione, perchè nell'uomo unito alla donna non riconosce un dritto certo; e se non si riconosce ciò deriva dal non ammettere tra loro il vero coniugio, il vero ligame indissolubile, la unione intima dei lo- ro cuori e delle loro menti.
Laonde sotto tale rispetto è ragionevolissimo, che specialmente la donna centro della casa e cuore della famiglia, si disponga a quest’atto solenne mercè il presidio della scienza, unica bussola, che nella tempesta delle passioni può guidarla a glorioso porto!
Parlando della scienza che si deve alla donna, io non intendo accennare certamente a quella complicata inaccessibile dei filosofi, che abbisogna di gran mente, di lunghi studi, d’immensi libri ond’essere appresa non parlo della falsa scienza, che le menti pensatrici riconoscono come scaturiggine di errore e di malessere. Se così divisassi, m’imbatterei nello stesso circolo vizioso in cui vaneggiano gli usurpatori di riverenza!! e dovrei conchiudere con essoloro, che è un fuor d’opera proporla alla donna, quando lo stesso uomo cui se n’è aggiudicata la capacità esclusiva, reputasi anche impotente ad acquisirla, ove non sia trai pochi privilegiati d’altissimo ingegno.
La scienza cui io miro, o Signora, è la vera scienza; è la scienza di ciascuno e di tutti, che scolpisce le prime immagini nell’allegra fanciullezza, e guida i gravi passi della stanca vecchiaia; è la scienza, che ci dice quel che siamo e quel che dobbiamo fare, onde conseguire il fine ultimo della nostra destinazione. Essa deve consistere nella incarnazione della parola, ossia l’idea, il vero che racchiude la parola devesi ravvicinare al fatto da cui fu derivata originariamente (verum in factum)! L’Ente supremo ce ne diè la più chiara lezione. Egli volendo rigenerarci incarnò la sua gran parola (et verbum caro factum est) ossia ne fè palesi i giudicii della sua mente nella umana realità di Cristo. Perciò l’identità obbiettiva del finito coll’infinito in quanto al vero, deve persuadere ognuno,che non per altra via si può giungere alla trasmissione della scienza, se non raccostando l’intelligibile al sensibile cui si riferisce, o viceversa, rilevando praticamente dal sensibile l’ideale, che gli è unito. La scienza deve proporre all’uomo per primo scopo la conoscenza di se stesso, e questo l’ottiene con lo sviluppo sistematico di un dato agevolissimo che si possiede da ogni essere sociale, perchè è intrinseco all’attività dello spirito umano. Qual sarà mai questo dato io l’ò accennato sopra: è quello stesso la cui negazione germina tutti i mali che deploriamo, è la riflessione, di cui si serve la mente eterna per mantenere equilibrato l’ordine dell’universo, di cui si serve il sole onde continuare mercè la luce ed il fuoco il processo della creazione, di cui deve servirsi l’uomo per iscovrire i suoi rapporti col mondo e con Dio, ed acquistare il sapere che gli fa mestieri alla vita[8].
Niun’altra cosa in fatti può renderci imitatori di Dio quanto il riflettere, perchè Egli è ripiegato sempre su di se stesso (e se in se rigira) come dice Dante, onde in cotal guisa vede tutto e conserva le leggi Pagina:Morelli - La donna e la scienza.djvu/70 Pagina:Morelli - La donna e la scienza.djvu/71 Pagina:Morelli - La donna e la scienza.djvu/72 Pagina:Morelli - La donna e la scienza.djvu/73 Pagina:Morelli - La donna e la scienza.djvu/74
- ↑ Come meglio ne cade l’acconcio produciamo l’ideale delle parole più marcate, primo per spiegarle, secondo per mostrare lo spirito divinatorio dell’amico de Maio cui se ne appartiene in massima parte la spiegazione, e da ultimo per mostrare la grande utilità ne caverebbe la scienza, ove nei Lessici si facesse altrettanto per le voci della lingua comune — Embrione da Embeno greco, che significa entrare; e si dice così, in quanto che incubalo l’uovicino, si rende quasi della forma d’un bottone. Ouindi appena si appalesano su di lui i primi lineamenti nomasi Embrione, perchè allora entra nella specie umana. Feto da Fetonte, Greco, apparire, quasi che l’uomo in questo periodo apparisca perfezionato in tutti i lineamenti umani.
- ↑ Utero par che derivi dal verbo latino Utor usare, ed è detto così perchè senza l’uso di quell’organo, la specie umana non può affatto mettere in luce le sue potenze. Quindi il senso commune degl’italiani lo à appellalo in tal guisa onde esprimerne la importanza; quasi che dicesse in modo imperativo Utere me!
- ↑ Ecco quel che dicono in proposito le memorie dei viaggi d’Antenore nella Grecia ed in Asia «Damonace finalmente ebbro di gioia venne ad annunziarci verso la metà della notte che sua moglie avea i dolori del parto, e ad invitarci a vedere le cerimonie solite. Si pose la puerpera su di uno scudo e le si diede un dardo. Partorì un fanciullo: appena nato
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- ↑ La parola madre serba un’identità ritmica in quasi tutte le lingue, ciò che indica derivare da un radicale comune. Per esempio l’italiana dice Madre, la francese Mere, l’inglese Mother, la tedesca Mutter, l’olandese Moder, la spagnuola Mader, gli slavi Malia. L’altra cosa da osservare si è che i ciulli di tutto il mondo, senza distinzione nè di clima, nè di lingue, chiamano la madre, Mammà.
- ↑ Omero fece maritare il zoppo Vulcano alla bella Venere. Adesso che ci penso meglio trovo la spiega di questo simbolo in quell’attrazione o scambio di polarità, che suol avvenire tra gli estremi, e per cui le leggiadre donne sogliono accettar la compagnia di uomini sconci, come per rompere e variare la monotonia delle impressioni che ricavano dall’armonico complesso delle proprie forme nell’approssimarsi allo specchio. Se questo però deve far consolare i miei compagni in bruttezza, lascia certamente un vuoto nell’umanità, la quale pel meglio della sua specie vorrebbe vedere uniti i sessi e nell’ora della maturità dello sviluppo, e senza mostruose deformazioni.
- ↑ E ormai noto in economia che le industrie crescono a misura che se ne accelera il commercio; e mentre apparentemente sembra che quest’ultimo nasca dalle prime, pure esaminandosene con acume l’andamento notevole scorgesi di leggieri, che il commercio dà genesi alle industrie. Poichè l’uomo non si determina con forte energia alla cultura del terreno, e nè scovre mai nuove leggi, onde trarre più copiosi frutti dalla natura, se non è certo di poter fare agevole spaccio delle derrate. Inoltre col commercio la riflessione riceve nuovo incitamente per lo scovrimento di nuovi veri a fin di rispondere ai nuovi bisogni. La scaturigine dunque del benessere in questa parte di sviluppo industriale sta nella libertà dei traffichi e dei commerci. Tolti i traffichi ed i commerci le industrie mancano del principio di vita, o alla men trista si restringono immensamente.
- ↑ Vedi il mio discorso prenunciatore del sistema della riflessione stampata in Lecce dai tipi di Alessandro Simone nel 1858.
- Pagine con link a Wikipedia
- Testi in cui è citato Agostino d'Ippona
- Testi in cui è citato Sant'Ambrogio
- Testi in cui è citato Anne Louise Germaine de Staël
- Testi in cui è citato Eleonora Pimentel Fonseca
- Testi in cui è citato George Sand
- Testi in cui è citato Vittoria del Regno Unito
- Testi in cui è citato Eugenia de Montijo
- Testi in cui è citato Caterina Franceschi Ferrucci
- Testi in cui è citato Virginia Pulli Filotico
- Testi in cui è citato Laura Beatrice Oliva
- Testi in cui è citato Johann Kaspar Lavater
- Testi in cui è citato Giovanni Battista Della Porta
- Testi in cui è citato Thomas Robert Malthus
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