La donna italiana descritta da scrittrici italiane/La donna italiana nel secolo XVIII
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LA DONNA ITALIANA NEL SECOLO XVIII[1]
Chè, mentre con un poetico richiamo alla donna del trecento, a Beatrice, spontanei si dipingono alla mia fantasia tanti soggetti ideali, belli di nomi che non si ricordano senza entusiasmo ed amore, io veggo aprirmisi una via quasi sempre inamena, mal certa; la quale, prima di metter capo all’ultima restaurazione nazionale, s’avvolge a lungo in mezzo a quella confusione di principj, di studj e di costumanze, che nel secolo passato fu come il caos che ha preceduto la creazione dei nuovi tempi. Ed alla scarsa amenità del tema s’aggiunge la consapevolezza delle mie deboli forze, con un timore che, per poco, non mi toglie l’animo affatto. Onde, in grazia, vi chieggo quell’incoraggiamento, che voi non potreste accordarmi, se non andasse compagna al vostro giudizio la cortesia.
Non mi vien fatto di rappresentarmi la donna del settecenta, senza prima por mente alla scena dov’essa ci ricomporrà in atto la sua vita ed il mondo di pensieri e d’affetti, proprj di questa pur sempre nobile, buona e gentile creatura, che, cosi a bella prima, a guardare i ritratti delle nostre avole, par che non dovessero nemmeno albergare sotto quella caricatura falsa, goffa, stecchita, vera negazione della grazia e della schiettezza di cui noi siamo tanto vaghe.
Se nella storia i fatti che mutaron l’ordine delle cose, si riferiscono quasi sempre ad una segreta origine di passioni rampollante dal seno della donna, quest’ultima, tuttavia, nell’esplicarsi degli effetti e nel concatenarsi degli avvenimenti, non apparisce più se non come una parte secondaria del genere umano, che accompagna paziente la più forte ed illustre, e, senza impulsi violenti, e senza abbandoni spietati, segue passo passo il cammino delle generazioni, drizzantesi ai nuovi destini dell’avvenire.
Rise ne’secoli la primavera d’una vita novella? Ecco l’immagine della donna spiritualizzata dalla religione e dall’amore, inalzarsi sopra un trono fantastico di poesia, a’ cui piedi la bellezza dell’universo, le grazie e le arti recano il loro tributo gentile. Agitano i tempi lotte di pensiero e di sangue, decadono le vecchie istituzioni e si versano sulla patria elementi stranieri di forza rigeneratrice? ovvero discordie intime fanno strazio delle città? o si assopiscono le menti nell’ignavia, ed i costumi si snervano nel corrompimento morale? Ecco la donna trasmutarsi docilmente sotto queste vicende, ora oggetto di venerazione e ministra di carità fino all’eroismo; ora strumento di vendette e d’ambizioni e doloroso esempio di bassezza; ora variopinto trastullo in mano d’oziosi, che la deturpano col vagheggiarla.
Pochi saggi di reazione al moto impresso dalla Provvidenza a ciascun secolo offre la storia della donna; e se quelli non fossero quasi incompatibili colla natura femminile, non ci desterebbero tanta maraviglia. Non è fra i Greci primitivi, ma nell’aurea età di Pericle che un’Aspasia fa parlare di sè; nè presso quegli antichi Romani, che per cinque secoli non conobbero che la spada e la marra, è a cercarsi l’abbrutimento donnesco di Roma imperiale; come solo fra i trofei del dittatore Camillo vivono i fasti delle Romane magnanime, che riscattarono co’ loro gioielli la patria oppressa.
Il Cristianesimo e la cavalleria concessero alla virtù ed alla grazia femminea un ascendente quasi soprannaturale sulla forza dei barbari inciviliti; e le storie della Repubblica veneta, finchè integri costumi e leggi severe custodivano il suo nome famoso, contengono, come gli annali dell’Ungheria, belle geste di donne. Quando poi nelle guerre di Germania, d’Inghilterra e di Francia scomparvero affatto le tradizioni cavalleresche, anche il culto della donna decadde, o riparò alle corti francesi, ove due re ancor tanto serbavano dello spirito de’ paladini antichi.
Con uno sguardo all’Italia politica e letteraria del secolo scorso, ci richiameremo in mente le condizioni che il destino aveva preparato alle nostre misere ave; e da quanto fecero gli uomini, potremo inferire l’azione strettamente seguace delle loro compagne.
Quando il Chiari, viaggiando per la penisola, trovava fra Siciliani e Lombardi tanta differenza quanta tra le Indie orientali e l’America, e venendo da Napoli a Roma gli sembrava passare dal Marocco a Costantinopoli, e la Russia gli pareva la maraviglia del secolo, e grande l’Inghilterra e mal nota l’Italia, in quel tempo, che era mai la nostra patria? Con qual nome unico designarla dopo che Imperiali, Inglesi e Spagnuoli, stanziando nelle sue belle contrade, se ne disputavano a palmo a palmo il terreno: sicchè non aveva torto quel principe sabaudo, che la paragonava ad un carciofo da mangiarsi foglia a foglia?
I principi barattieri di popoli e le soldatesche barbare diluviate nel nostro paese quando Maria Teresa chiamò i Moscoviti a parte degli avvenimenti dell’Europa meridionale, avevano prostrato e adulterato le forze popolari; le contese de’ municipj sopivansi con l’oro; divisi i cittadini in due ceti: uno che lavorava e pativa, l’altro che lussureggiava e vantava per sè solo i privilegi del sangue gentile e delle cariche e dell’istruzione; obliqui i costumi, mal securo il possesso; timidi, ignoranti, superstiziosi gli animi; la società tutta curante non d’asta e di lotta, come ne’ secoli remoti, ma del far buona pelle e del riposo. — Gallo-Ispani e Tedeschi disputavansi Milano; la Toscana era immiserita sotto Cosimo III e Gian Gastone; e mentre languivano l’agricoltura e l’industria, dava appena qualche vivacità alla Corte la nuora di Cosimo, Iolante Beatrice, circondandosi di belle e di letterati. Ma Genova, non più regina dei mari, bensi guerriera vittoriosa, redentasi dalla tirannide vile del Botta e dall’ira di Maria Teresa; e la Corsica, dove sembrò essersi trasfuso l’eroismo dell’antica Grecia, avevano raccolto sui campi fecondati dal sangue dei figli la libertà e la vita della patria. Ed era quello il forte sangue italiano, in cui brillava la virtù della futura rigenerata nazione!
Quando i Genovesi insorti menavano strage di Croati e di Panduri, erano fanciulle e donne che strascinavano i cannoni per luoghi inacessibili; e quando i prodi Corsi, vincitori de’ tradimenti francesi, arrestavano persino il ringhio beffardo sulle labbra de’ filosofi, o lo convertivano in plauso, era dalle madri e dalle spose che venivano incitati al valore. Una di queste, chiedendo di essere introdotta al Paoli, pregava: — Lasciatemi passare, io ho perduto tre figli! — E un’altra: — Mio figlio è morto in guerra; me ne resta ancor uno, e feci sessanta miglia per venire ad offrirvelo per la patria! — E il Paoli, ch’era allora il primo capitano d’Europa, abbracciava attonito la donna esclamando: — Non mi sentii mai tanto piccolo come davanti a questa magnanima! — Amica al Paoli era la monaca Rivarola, che confortava le cure e gli stenti di lui; nè tempra di donna mostrava scrivendogli, ma ingegno virile, esperto della politica e degli affari. Dovunque battaglie e gesta di prodi splendettero, anche il settecento ebbe eroine e martiri; ed a queste lo sguardo si ferma commosso, nè va in cerca di più abbagliante, Ima troppo meno simpatica luce alle Corti italiane, o d’Austria o di Russia, dove superbe principesse e due cospicue imperanti, Maria Teresa e Caterina II, reggevano il governo con braccio di ferro. Nė le età del valore e della gloria avrebbero lasciato senza lauri il vostro nome, o morte a vent’anni sui patiboli infandi, che Carolina d’Austria rizzò quand’ebbe comprate dal Nelson, colle grazie di Emma Leona, le sante vite de’ patriotti! — O Sanfelice, o Eleonora Pimental, che il tuo supplizio confortavi spirando con l’epico verso di Virgilio sul labbro, foste voi le madri delle Italiane, la cui civile virtù rifulse tra quella della prole, il di che libera divenne la patria nostra! — Nel secolo scorso, propizia parve alle donne la fortuna del trono; e despota del marito e della Spagna vediamo la Farnese di Parma, che emulava co’ suoi colpi di mano il Richelieu ed il Mazarino, riunendo in sè, al dire di Federico II, alterigia spartana, ostinazione inglese, finezza italiana e vivacità francese. A Napoli l’astuta e crudele austriaca sopportava bensi gli schiaffi del re lazzarone, che giocava alla palla sulle piazze e serviva i maccheroni nelle bettole; ma, tuttavia, benchè egli avesse escluso i calamaj dal Consiglio di Stato, gl’insegnava a leggere e scrivere, e la faceva da maestra anche fuori di scuola. Alla Corte di Piemonte, invece, una francese, la sorella di Luigi XVI, moglie di Carlo Emanuele, esercitava sotto le insegne regali modestia e virtù di santa. A Milano Beatrice d’Este lasciò ricordo di cortesia e d’animo generoso, ed opere di beneficenza che ancora durano.
Dopo il trattato d’Aquisgrana, subentrando alle guerre ed alle agitazioni civili il più lungo periodo di pace che l’Italia rammenti, essa si adagiò nell’ozio, finchè lo spirito innovatore del secolo le ridestò in seno i fremiti d’una vita novella. Per quarantott’anni il cannone non tuonò che nelle solennità principesche; e intanto dieci signorie avevano conquistato la loro indipendenza; quattro provincie reggevansi con governo repubblicano; e solo la Lombardia soggiaceva ancora all’Austria. In Toscana veniva restaurata l’Università ed erigevasi un monumento al Galilei; e la Crusca compiva nel 1739 la quarta edizione del vocabolario. L’isola di Sicilia fioriva di studj e di nomi illustri; e nella terraferma veneta e nella Romagna un’iscrizione pubblica, un diploma d’istoriografo, erano indizj di vivente coltura. Ma in Lombardia gl’ingegni non trovavano che amarezze ed oblio; e il Cavalieri ignoto, e l’Agnesi allo spedale, aggiungon fede alle parole del Beccaria, che «i Milanesi non la perdonano a coloro che vorrebbero farli vivere nel secolo decimottavo. In una capitale di cenventimila abitanti appena trovereste venti persone che amino istruirsi e sagrifichino alla virtù ed alla verità.»
Tuttavia, se il comodo vivere assopiva gli animi accidiosi, era d’altra parte propizio alle cure dei dotti; e nell’ozio non ignobile si ridestava fra noi l’amor del sapere. Studiavansi il Newton ed il Leibnitz; l’economia politica e le scienze naturali vantavano strenui campioni; nasceva in Toscana la Geologia; e penetravano dappertutto, spiranti dalla dispensatrice de’ lumi, com’era chiamata la Francia, gli aliti impetuosi della nuova filosofia.
Ma questa, e l’irreligione, e la beffarda guerra alle miserie umane, e tutta insomma la rivoluzione d’idee incarnata nel Voltaire, non ebbe nel sentire italiano grand’eco. Meglio piacque il Rousseau, che fondava la sua filosofia sulla ragione del cuore, sui diritti della natura e sui torti della società. E il Rousseau e l’Elvezio formarono col progredire del tempo lo spirito degli Italiani, che, agitandosi sotto l’influsso delle false dottrine, in quella smania d’innovazione e di liberalismo non vero e di filantropia male intesa, pure scuotevansi dalla lunga inerzia e aprivano l’intelletto a nuove cognizioni; finché, dilatando l’anima nel fervore delle speranze, sarebbero corsi anelanti a prove di bontà e di potenza.
Le calamità avevano già fecondato nella nostra terra il germe della gloria; e sul finire del secolo apparve il genio d’Italia, a guisa di sole nascente, in una multiforme irradiazione di nomi immortali. Sorse l’astro, e dagli orizzonti del mondo letterario fugò i falsi ideali, la falsa lingua, la falsa critica, che i tre eccellenti autori riversavano, attinta oltr’alpe, sulle reliquie della grande arte antica. L’imitazione francese, l’imitazione scozzese, tutta nuvoloni e fantasmi, la scuola effemminata dei favoleggiatori e dei novellieri in rima, sepolta col Clasio, le ariette ed i recitativi metastasiani, stucchevoli e odiosi, perchè il genio del Metastasio non usci dalle sue opere, le rimbombanti musiche frugoniane, e la proverbiata Arcadia, colle sue truppe di pastori e di pastorelle, coi suoi aneddoti, le sue cene e le sue sensibilità, tutta codesta epidemia letteraria, cessò allora d’infestare il gusto degl’Italiani. Nondimeno, pur nella corruzione, non era mancata l’opera de’ riformatori: primo di essi il Manfredi, che deduceva dalla lira di Dante e del Petrarca il numero classico, perchè ne suonasse l’armonia all’orecchio della sua donna quando si rese monaca. Cosi rifioriva la prosa nelle mani del Gozzi, e colla Difesa di Dante ringagliardivasi la fibra latina, sminuzzata nelle antologie, spossata negl’istituti di educazione, donde usciva si una gioventù tutta modi cavallereschi e docilità e tenera malinconia; ma che nel cozzo delle passioni mondane o intisichiva per misantropia, o con voltafaccia subitaneo dava in furie di belva scappata alle gabbie. In successo di tempo, prima gli storici, poi i traduttori ed i puristi, nutrivano di buoni esempj la nostra letteratura, e ne curavano la dignità ed il carattere. Il Monti, michelangiolesco e alfieriano, e, malgrado i suoi cangiamenti, con Roma e l’Italia sempre sulle labbra e nel cuore, alzavasi nelle visioni, piene d’armonia e cli splendore, ai voli sublimi tentati dal Varano e dal Minzoni. Vennero quindi il Pindemonte e l’Arici, adombrando la venusta classica d’una dolce mestizia, e insieme col Foscolo, greco l’anima e la forma, figli tutti di quella Musa gloriosa, al cui disparire sciolse un’elegia di dolore infinito il genio del Leopardi. — Se il Goldoni era andato castigando da un pezzo, col suo buon riso gioviale, i vizj comuni del popolo, i fiacchi ed ipocriti costumi sentirono più tardi il flagello dell’aristocratica satira pariniana; mentre l’Alfieri, torvo, fremente, in guerra perpetua con sè e l’universo, precorreva, tragico atleta, col bando di morte e di libertà, la caduta fatale dei troni.
Ma, prima di salutare la nuova luce, un gran misto di tenebre e di faticosi bagliori, un intricato alternarsi d’intelletti che si svegliano e di forze sociali che s’abbattono, di coltura che vuole espandersi, e di vita e d’usi avversi a riceverla, occupano il campo delle nostre ricerche.
Considerando lo stato infelicissimo della letteratura e delle arti, in pieno riscontro a quello della società e della famiglia, non sembra strano che per tanta parte del secolo XVIII quegl’Italiani semivivi tollerassero da’lor corruttori, i Francesi, venir rinfacciati di plagio della sentenza di Bruto morente: «O Virtù, tu non sei che un nome vano!» — E mentre uomini d’ingegno sostenevano col Rousseau che le «sempre mediocri virtù di famiglia» si oppongono all’esercizio delle pubbliche, e il bene domestico veniva detto un idolo vano, e lo scetticismo e le fanciullaggini de’ poetastri e il dubbio epigrammatico distruggevano nelle menti il sano vigore della Religione, ispiratrice di sacrifizj, che educazione, che operosità, che bellezza poteva mai apparire nella donna? — Fanciulla, senza aver conosciuto la madre, chiudevasi ne’ monasteri, dove, dice il Chiari, s’allevavano le giovani alla rinfusa, come galline o quaglie o pernici; se talvolta gl’intrighi, gli spassi e gli usi transalpini non facevano di peggio; chè persino l’abito monacale erasi qua e là infranciosato; e nel viaggio del Granduca Cosimo III, nel 1764, si legge delle Benedettine di S. Lorenzo a Venezia, che erano abbigliate più da ninfe che da monache. Quella fanciulla, divenuta quindi sposa e madre, ignara della propria dignità, presto si snaturava ed istupidiva nella vita che la moda le aveva preparato.
Miratela essa non osa farcisi innanzi, la infelice creatura, e par che tremi tuttora, male schermita dall’ombre e dal tempo, sotto il rovente staffile del Giorno. La noia, il tedio, l’indifferenza, furono i doni delle sue nozze, che mai non conobbero la fervida illusione dell’amore, o la pacata benevolenza della stima; ma solo ebber pronubi l’avita avarizia, l’oro ed il blasone in equa lance librati. Indi, avventuroso il marito cui la fortuna serbava ancora l’ufficio d’agente di campagna e di provveditore dei cavalli e delle mense, popolate dai parassiti, dai begli spiriti e dai vaghi della moglie. Avventuroso: perchè, ordinariamente, era la parte di sciocco e di terzo incomodo, che a lui serbavano, fra tanta beatitudine di vita, andati in dimenticanza persino i nomi di gelosia e di vergogna, gli usi del Bel Mondo. Da un angolo remoto delle sue stanze, dall’umile sua scranna a tavola, doveva egli rimanersi spettatore pacifico delle languidezze avanzate alla sua fida sposa dai baci e dalle lagrime per la cagnuola, in ricambio de’ teneri lezj e delle dilicate cure del cicisbeo; come questo vanesio consacrava alla bella tutto il piacere mietuto alla tavoletta, ai pranzi, al teatro, al corso, nel pavoneggiarsi, nell’oziare, nel lascivire dell’intera giornata. Massimo sfoggio di vezzi e di talento era a quella giovane madre d’eroi il trinciare a tavola l’arrosto; massima sua commozione di cuore le rimembranze de’ guaiti della vergine cuccia; come il tavoliere da giuoco il più gran campo all’agitarsi delle sue passioni, al nascere ed al morire delle sue vanità e delle sue astuzie, che pur aveano il nome d’amori! Tristi motteggi, scurrilità e libertinaggio potevano ben tentare e ritentare nei nobili convegni l’offesa del suo pudore; ma invano; chè un intimo senso d’onestà mai non avrebbe fatto splendere fuori dalle manteche e dalle polveri del volto quel lampo di rossore improvviso, fregio delle decorose antenate e delle rozze abitatrici de’ campi.
Ma il quadro di queste miserabili fannullone, di queste deità scioperate, pendenti dal molle braccio degli Achilli e degli Augusti, che il Parini cantava, vive con uno sfavillare ancor caldo di pupillette e di sorrisi, fra lo scambiar degl’inchini e i baciamani e il minacciar dell’ire e dei deliqui, fra lo strepito e la luminaria delle alte scale e delle aule magnifiche, nel poema ov’io attingo a stento qualche pallido colore. Chè più mi sta a cuore la ricerca del bene, forse meno scarso di quanto pensiamo in cotesta età sciagurata; come nella nostra, tanto migliore, non pochi vizj ed abitudini di mollezza passarono sott’altre forme in retaggio da quella.
Foggie straniere, abitudini straniere, depravazione straniera, trovavano allora nell’infingardia nazionale il loro terreno. Lo sfarzo copriva le miserie del commercio; il giuoco, i balli, le conversazioni, i teatri, le villeggiature, gareggianti in lusso colla città, eserciti di parrucchieri e fornitori di mode, un andirivieni di cocchi e di servidorame baldanzoso, che costava poco, tenevano in movimento quella gente floscia ed anneghittita.
Durante il governo spagnuolo, le donne erano rimaste appartate dalla società maschile; e sappiamo, per esempio, che alla Corte di Piemonte, sotto Vittorio Amedeo III, due volte la settimana la regina teneva circolo, e vi andavano sole donne e gli ambasciatori o gli stranieri presentati. E a Milano, avendo una volta il duca d’Ossuna dato convegno alla nobiltà d’ambo i sessi, tanto scalpore se ne levò, ch’egli ben guardossi dal ritentare la prova. Ma queste erano tradizioni vecchie, e presto i Francesi introdussero altre usanze; ed il sussiego spagnuolo diė luogo alla leggerezza ed a quella larva di cavalleria senza passione, coprente, col nome di cicisbeismo, sotto le smancerie e le goffaggini, l’empietà degli animi pervertiti.
Poco erano dissimili ne’ costumi le città italiane; tra le meno corrotte Torino, dove non si mantenevano attrici, e dove il buon reggimento del principe poneva qualche freno all’immoralità invadente. Qui meno diffusa appare la coltura nelle donne; e gli unici nomi ricordati in principio del secolo sono quelli d’una Cortemiglia, che diede un pubblico saggio di filosofia, e d’una Barbapiccola, salernitana d’origine, che tradusse, con molta paura d’esser messa in ridicolo per cotanto ardire, i Principj di filosofia del Descartes.[2]
A Genova, Stato non ricco, la gioventù cresceva operosa e morigerata; piacevoli veglie interrompevano l’assiduo lavoro; e, quantunque poco anche qui le donne attendessero alle lettere, sappiamo d’una Panfilia Grillo e d’una Rivarola e d’una Grimaldi, che componevano versi, dati poi in luce, con quelli di molte altre rimatrici, dalla Bergalli nella sua raccolta. La Borromeo-Grillo, che conosceva sette lingue, e parlava persino l’arabo, istitui a Genova l’Accademia de’ Vigilanti, il cui motto era noctuque diuque e l’insegna un grillo. Anche a Milano era chiara questa coltissima donna; ed il Grandi battezzò col nome di lei un nuovo genere di curve chiamandole clelie.
A Siena, dove il divertimento prediletto in que’ frigidi tempi consisteva nel fare alle pallottole di neve, il governatore Sisinelli dava in casa sua trattenimento agli amici; e sedeano a circolo in una sala col camino spento, al lume d’una lampada a due lucignoli, bastante per chi non avea che a parlare. Sotto la tavola era un braciere, e ciascun invitato teneva un veggio per iscaldarsi le mani. Troviamo d’allora nove o dieci nomi di poetesse senesi; tra cui parecchie estemporanee, e tutte pastorelle d’Arcadia. [3]
Dal contado pistoiese traeva origine la famosa Corilla Olimpica, educatasi poi a Firenze; la quale, più che alla valentia, dovette alla propria bellezza ed alla fortuna, che le diede a protettore un ricco mecenate, la sua doppia corona in Arcadia ed in Campidoglio. Vanto di Pisa è la buona e soave Borghini, detta dal Redi emula di Vittoria Colonna. Fu essa tra quelle rare donne, che i più gravi studj coltivarono virilmente; e non cercò abbellirsi di gioie domestiche la vita; ma in età matura fu istitutrice affettuosa ai nipoti della Granduchessa di Toscana, che l’aveva fatta sua dama d’onore. Una nipote della Borghini, con Maria Fortuna e colla Cicci, che, avversata dal padre nelle sue inclinazioni, e chiusa in convento, suppliva all’inchiostro negatole spremendo degli acini d’uva, e divenuta poi lodata poetessa fece della sua casa il tempio delle muse, compiono la corona delle letterate pisane.
A Firenze, una poetessa, una pittrice ed una erudita, mal sostituivano la Petraccini, che, laureata in medicina ed in chirurgia, aveva scelto Ferrara a campo delle sue benefiche fatiche, curando gli ammalati ed i poveri. Nė allora, nė poi, non fu Firenze nel secolo scorso ferace di muliebri allori; forse, a cagione delle scarse ricchezze e degli istituti alle donne severi; severi tanto, da esser proibito alle fanciulle di parlare con alcuno fuori della loro famiglia; e solo dopo promesse trattavano col fidanzato. La quale austerità non par grave, e nemmeno spiacevole in questa patria d’ogni cosa leggiadra, dove la donna, meglio che produrre delle opere di scienza o d’arte, ebbe dalla natura i doni per rendere sẻ medesima la migliore espressione delle castigate e modeste delizie del bello.
Anche ne’ chiostri fu colto non di rado a quei tempi l’ingegno femminile; e monache letterate e poetesse erano a Ferrara[4], e a Bergamo si trovava una discendente del Tasso, buona prosatrice nel monastero di S.ta Grata; a Roma le religiose d’un intero convento sapevano il latino ed erano dotte nella storia sacra. La Fornari, buona scrittrice, e due Caboni, eruditissime, erano pure monache. Nè la penna ed il soggolo dicevan male insieme in quella città, dove, persa l’antica reputazione di gelosia, nessuna dama compariva ne’ circoli senza il cicisbeo, la cui servitù durava contrattata fino vent’anni. Lunga vita, e faticosa! degna dell’immortalità che ottenne dal Parini. Tuttavia, si dice le Romane facessero meno lo scopo e l’affanno dell’esistenza il loro abbigliamento, e fossero più parche di rossetto che le Francesi.
Molte alunne delle muse contava Padova, dove Carlotta Patino pubblicava le sue Tabellae selectae[5] ed un’arringa sulla liberazione di Vienna; e dove la Papafava, madre di un eroe, encomiata per le sue rime dal Cesarotti, celebrava con un carme secolare, il suo centesimo anno di vita[6]. A Napoli, città di grandi cerimonie e mascherate e feste ed esteriorità devote, vedevansi molti volanti innanzi a’ cocchi delle dame; ma non molti cicisbei. Diradavano le avventure galanti nei monasteri; e le donne intervenivano, come usa a Roma, alle conversazioni d’uomini celibi. La coltura poi vera più frequente presso le gentildonne; e le famiglie Caracciolo, Carafa e Capece Minutolo contano fra le ave delle letterate. Allieve del Vico erano una Sanseverino ed una Cimini Caputo, che coltivava la poesia e la musica, e della quale il maestro scrisse l’elogio funebre[7].
Non v’ha scientifica disciplina in cui le donne del secolo scorso non tentassero far prova di buon volere. Parecchie esercitavano la medicina; d’anatomia teneva cattedra in Bologna la Menzolini, pittrice insieme e scultrice; nella botanica godeva fama la genovese Grimaldi; l’archeologia e l’agraria non mancavano di studiose cultrici.
E se a Roma abbondavano le poetesse[8], e le improvvisatrici salivano al Campidoglio, menando que’ trionfi semiserj, che l’entusiasmo colorista di M.me de Staël ci dipinge con tanto lirismo, a Bologna, invece, era specialmente l’Università la severa e gloriosa meta delle laureate in filosofia ed in legge, le quali, a dodici anni come la Roccati, che sapeva anche di greco e d’ebraico, e la Dosi, e a Pavia l’Amoretti, laureata in giurisprudenza a vent’anni, sostenevano in pubbliche adunanze, con intervento di patrizj e cardinali, tesi di metafisica e di diritto [9].
I due astri maggiori in quel gruppo di scienziate erano Laura Bassi Veratti, che, aggregata al collegio filosofico bolognese ed insignita d’una cattedra di filosofia, formò allievi illustri come lo Spallanzani; e Clotilde Tambroni, celebre per le lettere greche e le improvvisazioni in questa lingua, di cui le fu maestro l’A Ponto, e ch’essa insegnò poi all’università, colla fama di non aver pari a sẻ in Europa che soli altri due ellenisti. Quando la Repubblica Cispadana e la Cisalpina costrinsero i cittadini al giuramento di odio ai re, la Tambroni, fermamente astenendosi, esulò in Ispagna; ma rivide più tardi la patria, e v’ebbe giorni tranquilli, ammirata ed amata; perchè virtù, religione, dottrina e modesto abito esterno, s’accordavano in lei colla più felice armonia. Informata da queste care lodi, l’iscrizione dello Schiassi, sulla porta dell’Aula Magna dell’Università bolognese, tramanda ai posteri la memoria della Tambroni.
Molte erano in Italia le pittrici. Trent’anni fa veniva messa all’asta a Parigi una pregevole collezione di cinquantasei lavori della rinomata Rosalba Carriera, della quale possiede Venezia non pochi dipinti. E in tutta la Penisola, e in Isvizzera, e a Londra era famoso il nome di Angelica Kaufmann, non per la nascita, ma per una lunga dimora e per l’educazione, e per l’affetto che portava a Roma, italiana. Meriterebbe essa più lungo cenno che la soverchiante materia qui non conceda; anche perchè fu donna piena di dolci virtù e di carità, esercitate da dolorose avventure Le aggiunsero splendore onoranze di principi e di sovrani, e più le lodi del Klopstock e del Gessner; e l’affetto dello Zucchi, che le divenne marito dopo la morte del falso conte di Horn, le avrà fatto dimenticare il costui tradimento. Si uni essa col Mengs, scrittore sassone egregio, onde favorire il ritorno delle sane idee artistiche; e Roma, la Madre delle Arti, dove allora fioriva la pittura decaduta a Bologna, a Firenze ed in Lombardia, era alle lor mire propizia. Se nei quadri d’Angelica difetta il nerbo dell’espressione, v’ha facilità e grazia, ed un’imitazione non servile della maniera del Poussin. Grandiosi talvolta ne sono i soggetti, presi dalla storia e dai classici poeti latini.
Come le pittrici erano spesso musiciste insieme e letterate, così v’erano cantanti che sapevano d’algebra e di scienze. Ma le virtuose, in generale, s’acquistavano maggior rinomanza co’ gorgheggi e con le bizzarrie; e tra le più celebri andavano la Tesi fiorentina, la Bodoni veneziana, e Caterina Gabrielli romana, allieva del Porpora e del Metastasio, che la rappaciava nelle sue bizze cogli ambasciatori; ed il quale, se è vero che guastasse colla propria dabbenaggine molti Italiani, doveva trasecolarsi non poco alle di lei impertinenze al vicerè di Palermo ed a Caterina di Russia.
Cosi vedemmo prima che, se le donne frivole s’eran gettate nel mondo gaudente, abbandonandosi senza ritegno alle pazzie ed alle turpezze, che avevano avuto dagli usi sociali una veste di legalità, d’altra parte, alle donne sensate, alle donne d’ingegno, fu asilo e palestra gloriosa lo studio; nè il chiasso degli adulatori, nè il riso dei detrattori, cattive scimmie delle satire francesi, che, non le vere letterate, ma le saccenti preziose facevan segno all’ironia, valsero a frastornare la mente di quelle serie cultrici delle scienze e delle arti. Certo, non senza generoso coraggio sfidaron esse le difficoltà dell’istruzione, quando la luce intellettuale pareva raccolta tutta nel paese della Descartes, della Dacier e della Staël; nomi, specie l’ultimo, che destavano l’entusiasmo della colta Europa. E pure, era nella Corinna, che, oltre l’apoteosi del genio estemporaneo, sortivano le Italiane un elogio per que’ tempi splendido, nelle parole d’Osvaldo: «Les hommes, en Italie, valent beaucoup moins que les femmes, car ils ont les défauts des femmes et leurs propres en sus». Ma uno storico, che aveva viaggiato in Italia, un Fantin d’Odoards, scriveva meglio: «Le donne, come gli uomini, si applicano in Italia alle scienze ed alle lettere; e la commedia delle saccenti non avrebbe incontrato alcun favore in quella penisola. É vero che le saccenti del Molière erano ridicole senz’esser dotte, ma le Italiane sono dotte senz’esser ridicole».
Si, erano dotte e virtuose e valenti molte di quelle nostre antenate; e se il genio ben di rado manda un lampo nelle opere loro, noi dobbiamo stimare gl’intendimenti, la risolutezza ed il buon animo; che mentre la patria ostentava come civiltà l’ignoranza, l’ignavia ed i tripudj, esse appartavansi dal volgo studiose d’onesta coltura; e spesso l’alloro splendeva sulle loro fronti con l’innocenza e la virtù serena; e gli occhi affaticati dalle lunghe veglie sui volumi, erano avvezzi anche alle lagrime chieste dai forti combattimenti del cuore. La donna istruita non perde l’ingenua schiettezza e la pudica amabilità dell’anima, se pari all’intelletto Iddio le diede il sentimento, e se pari all’istruzione del pensiero è in lei l’educazione del dolore. E qual vita di donna temerà compiersi ignara di questa grande scuola?
Nè l’antico tipo della madre-famiglia era perso affatto tra quelle donne, che pur udivano predicarsi da certi letterati come «il matrimonio è una schiavitù» e com’essi non intendevano perchè «dall’antichità più remota non si fossero ribellate le donne tutte contro i loro legislatori tiranni». I medici stranieri rimproveravano ancora alle loro connazionali la trascuranza de’ doveri materni, e l’Addison dava l’orario giornaliero delle frivolezze d’una inglese e l’una francese, quando fra noi le madri, persuase dai consigli dei medici, già allattavano i loro bamboli; e gentildonne nutrici amorose si trovavano a Venezia sul finire del secolo. Le giovani spose assistevano in casa ai trastulli de’ bambini, e li seguivano al passeggio, ove davan meno nell’occhio che a Parigi le bamboccie di cinque sei anni, infagottate e affettatuzze scimmiottando le matrone.
Ma, dacchè la moda voleva pompe e ninnoli e costumi e linguaggio e libri transalpini dappertutto; e gli appartamenti, tutti sfoggio e mollezza e stucchi e ghirigori, ricettavano, protetta dalle leggi, una corruzione men ribalda, ma più ipocrita di quella che in Roma decadente s’affrettava ad ingoiare la coppa del piacere prima che la morte giungesse, anche la donna non istolta era spesso un fantoccio tra il barocco ed il rococo; il suo interno candore e la sua grazia sentivano anch’essi la cipria ed il belletto; ed ai forti affetti, nudriti di sacrifizj, essa era indotta a preferire le passioncelle convulsive in poltrona, alleggiate dal ventaglio e dalle acque odorifere.
Il guasto respiravasi, per dir cosi, nell’aria; nobili e plebe, dotti ed ignoranti, ricchi e poveri, ogni classe, ogni età, ogni condizione, n’era infestata.
O quegli stessi scrittori morali, che menavano il flagello sui gropponi ricurvi e sulle zazzere architettate, e dentro ai seni adorni di raso e di gemme additavano la gangrena, quei medesimi correttori de’ costumi, erano poi in pratica si castigati, si austeri, affatto immuni dalle taccie del tempo? — O povere Filli, e povere Clori, con a’ piedi gli abatini paffutelli e i vagheggini dai capelli grigi, sospirosi di tramutarsi in augellini e cagnoletti, o voi meschine, stordite dallo sfringuellio continuo di cotesti smascolinati citaristi, che vi confondevano in un solo ideale poetico col cioccolatte, colle forcelle e coi maccheroni, oh, dite se era poi tutta colpa vostra il comparire, come cantava il Gozzi, «tanti bambini di legno e di stracci, sempre occupati in mille frascherie!» Ma, dalla lira medesima, più giusti uscivano questi altri suoni:
«Fior di mill’altre tenere donzelle,
Di vaghe guance e di vivace sguardo,
Laura, giungesti a secolo infingardo
In laudar donne virtuose e belle!»
Perchè un vivificante bisogno di attività, che nella famiglia è ordine e pace, si facesse strada nell’educazione della donna, convenne attendere il progresso dei tempi. Vero è che, dopo la metà del secolo, le fanciulle crescevano meno ignoranti; avean cognizioni di storia, di geografia e d’aritmetica, coltivando anche la musica ed il disegno; e ciò in grazia specialmente de’ collegi, sorti in ogni città, e diretti dalle Orsoline, dalle Salesiane e dalle dame del S. Cuore, alcuno presieduto da nobili dame. Come prima accennai, qualche scrittore aveva versato sugli educandati la satira a piene mani; ed è fra le più note ironiche facezie quella del Verri: Il Collegio delle marionette per ben educare le chicchere femminine. Nondimeno, trovansi anche esempi di brave donne uscite dai conventi. Per le popolane poi erano state erette le scuole normali, pure affidate a monache.
Non avendomi concesso i termini del mio discorso ch’io mi soffermassi ad ogni nome di donna [10], ricordato con lode nel secolo XVIII, volli toccar prima della vita intellettuale di varie città italiane, per conchiudere volgendo maggior attenzione alle sedi più cospicue di quella: Venezia e Milano.
Venezia, pur sempre la maraviglia de’ viaggiatori, incanto di cielo e di mare, nella quale il Gozzi scopriva corruttela e miserie, ed il Goldoni non altro vedeva che allegria, e dappertutto, per terra e per acqua, solo udiva cantare «non per vanità, ma per gioia» aveva, nell’invasione delle mode straniere, più serbato del suo carattere originale. Il Chiari ci ritrae le veneziane del suo tempo molli e vane, le più ignoranti, sebbene da trent’anni più istruite di prima, «qualcuna infarinata di letteratura, e buona da friggere». Le letterate, al Chiari, davan sempre ai nervi; ma con una Mirtinda, della quale canta persino la cagnuola, «che porta ben l’inanellata coda egli canta anche un’Eurilla, a lui men pia, e come le Sibille oscura e profonda. Tuttavia, al costui teatro, con tutto quel fuggi fuggi di donne sole e accompagnate, e corse e salti su e giù dai muri, e travestimenti, e immoralità ed emancipazione fanatica, fa riscontro più vero quello del Goldoni, dove persino Tonino Pantalone si vanta di portare in sè delle donne conosciute da giovane, «le onorate memorie ancora impresse». E mogli ed amanti buone amorevoli, quasi eroiche nella loro semplicità, entrano nelle commedie del gran Terenzio dell’Adria, pittore e figlio della natura. Se nei palazzi, con quello scialo d’addobbi, che il Longhi ci fa parere ne’ suoi quadri come un sogno, inflaccidivano spirito e corpo, e le dame avean sembianza d’indorati cadaveri e di mummie imbalsamate, ignude l’inverno, impellicciate l’estate, vizze e floscie sotto il belletto ed i cosmetici, fuori all’aria aperta, nelle calli e nei campieli, erano baruffe e bestemmie e stravizj di bottegaie e rivendugliole, che supplivano agl’intrighi romantici, spasso alle nobili ne’ conventi, pieni di mondanità e di denaro; chè una vestizione costava fin ventimila scudi.
Alle patrizie la fortuna agevolava i diletti dello studio; ma la musa e le miserie fanno inseparabile dal nome del Gozzi quello della Bergalli, alla quale, come accennai, dobbiamo, oltre molti scritti originali, la Raccolta delle rimatrici d’ogni secolo. Questa povera ed ingegnosa donna, che mentre la casa andava a soqquadro, si consolava cantando:
«Ben ho ragion di benedire il giorno,
Che i femminili uffici ebbi a disdegno,»
se non gli avesse disdegnati tanto, non sarebbe forse stata costretta a condividere lungamente col marito, più che la gloria e i doni d’Apollo, le traduzioni a un tanto la pagina, la fame, la schiavina e la parrucca. La Gritti, una sorella della pittrice Carriera, e la Caminer Turra, che oltre aver pubblicato venti volumi di Drammi originali, e molte traduzioni, dirigeva anche il Nuovo Giornale Enciclopedico, godevano tutte bella nominanza; e si lasciano tuttora leggere volentieri, perchè sparsi d’idee e d’osservazioni leggiadre, quantunque lo stile proceda sui trampoli, l’Origine delle Feste veneziane di Giustina Renier Michiel, ed i Ritratti e l’Illustrazione delle opere del Canova dell’Albrizzi. Amavano queste due gentildonne circondarsi di letterati, che numerosi ad esse accorrevano, come ogni forestiero ambiva essere ammesso alle loro conversazioni, talvolta vere accademie, anche poliglotte; che una sera furono parlate nel circolo dell’Albrizzi venti lingue e sei dialetti. Ma si sa che Venezia aveva a quei tempi l’aspetto d’un grande albergo di forestieri. V’erano poi le patrizie protettrici de’ poeti aflamati, come quella Caterina Tron, che soccorse il Gozzi per dieci anni, prolungandogli, dic’egli, «i giorni e la speranza»; parole più amare che riconoscenti; e n’ebbe ringraziamento di rime; e, per una Raccolta di sonetti, ch’essa pubblicò in morte del padre, ebbe pure la lode di destare cigni, ed aprir loro sospirosa la via al canto, aggiungendo al padre fama d’egregio e a sè di pia. Carità fiorita davvero il dare un boccon di pane a que’ poveri cigni, che il digiuno faceva cantare di tutto e su tutti i toni: per nozze, per ballerine, per monache e per gatti. Ma se la Tron era in Arcadia, come Dorina Nonacrina, cosi ben vista, poco rispettò il Gratarol nella famosa Narrazione il suo vero nome. Dacchè siam sempre fra’ pastori, un’altra arcade, celebre per l’Invito del Mascheroni, ci occorre: Lesbia Cidonia, al secolo Contessa Grismondi, bergamasca, cui diedero fama principalmente le chiare amicizie ed i viaggi trionfali, ch’essa, paragonabile per tali fortune, e per le lodi ch’entrambe ebbero dal Voltaire, a M.me du Bocage, fece in Italia ed in Francia. Riverenze ed omaggi accolsero dappertutto la bella e colta Italiana; nè sembra strano. Sapeva essa insinuarsi negli animi, e toccarne accortamente la corda sensibile; come n’è prova questo madrigale, che le frutto le buone grazie del filosofo francese, indulgente, si vede, per amor del pensiero al brutto verso:
«A che giovommi il piede
Volgere alla città, che s’erge altera
Di Senna in riva, e su’ costumi impera
D’Europa tutta, e alle bell’arti è sede,
Se Voltaire veder or non poss’io,
Che delle Muse e delle Grazie è il Dio?
A Milano, erano la Serbelloni, traduttrice del Destouches, e la Landi Somaglia, la quale pur fece dal greco una versione d’Anacreonte, che attiravano alle loro conversazioni i letterati; come a Firenze la Contessa d’Albany, amata dall’Alfieri ed amica del Fabre; ed a Roma la Contessa Rosenberg, moglie del Benincasa [11].
Quel nuovo rifiorire di studj, onde parlai in principio del mio discorso, e la vita intellettuale di tutta Italia, concorrevano a fare la capitale lombarda teatro di un’èra letteraria meglio auspicata.
Presso la fine del secolo, la grande rivoluzione politica morale, che sta per iscoppiare, troverà già molte vecchie idee cadute, e l’anima popolare già desta alle prima grida di libertà già pronta ad abbracciarla, non fosse questa che una larva falsa ed ingannevole. I tribunali araldici pei gradi della nobiltà e per la misura dei guardinfanti vanno scomparendo; in giudizio meno scandali di gentildonne e di cavalieri serventi, che perdono il parrucchino fra le busse, in mezzo alla via, e corre voce sien stati decapitati; meno scenate domestiche alla berlina sul palcoscenico, co’ nomi proprj delle persone, meno dottoresse e poeti e poetesse estemporanee, delle quali ultime è a dirsi, che non avevano tutte il merito della decima musa, la Bandettini, più nota come Amarilli Etrusca, e della Fantastici; e si delinea invece nella fantasia de’ poeti quell’ideale incarnato della beltà femminile, che par quasi un ritorno alla giovinezza ellenica.
Nessuna donna s’avanzò a temprar la lira dove il coro de’ nuovi vati rendea il fremito della rivoluzione; ma le tragiche principesse in sulla scena dell’Alfieri, erano ben altre creature che le intriganti pettegole dei comici; e nella mestizia delle ultime liriche del Monti, le soavi immagini della figlia e della consorte arridevano al poeta; non più allora poeta dell’orecchio, come al tempo de’ suoi troppi amori, ma poeta del cuore, che in vecchiezza raccoglievasi a vivere d’affetti intimi, trovando ispirazioni, quali parea non avesser vita fuori della gentile anima del Petrarca. Quando la virginea bellezza di Carlotta invaghiva il Monti giovane colla poesia d’un puro affetto, egli, confidandosi colla Fantastici, desiderava che la vagheggiata fanciulla perfezionasse la sua educazione, e le mandava un libretto devoto per istudiare il francese anche in chiesa» e diceva, sarebbe andato in trasporti, se il padre le avesse fatto insegnare un po’ di musica. Ciò dimostra che il poeta, anche nei sogni e nei delirj dell’amore, amava nella sua donna non solo la bellissima forma, ma, e lo spirito colto, e la varia istruzione artistica. Al Foscolo ventiquattrenne, le due donne più care al suo cuore, parlavano il linguaggio «della bellezza, del sommo ingegno e della coltissima educazione»; e memorabili sono nel di lui epistolario le parole che seguono, alla madre di quella Giovio, ch’egli amò di fiero e disperato amore. «Beato, dice, chi possiede una bella e soave e giovine sposa! e prima di tutto bella! Ma, cos’è mai la bellezza ineducata? fior senza odore, adesca gli occhi per poco; appassito non serba più i suoi colori, e manca della fragranza soave, che la rosa diffonde e distilla dalle sue foglie vizze ed invecchiate.» Il Parini, che per le grazie femminili ebbe culto migliore di quanto giudicano certi investigatori, cui natura diè l’istinto dell’airone, di turbare le limpide acque, per cercarvi nel fondo i vermi, il Parini amò delle insigni sue amiche la venustà e la coltura; ed i colloquj della marchesa Castiglioni, vivi d’arguzie e di sali, gli tornavano graditi; e teneva conto degli appunti ch’essa faceva a’ suoi versi.
Signore, voi mi chiedete perchè ancora non apparve tra’ nomi ch’io ricordai, quello che tutti li vince in chiarezza; voi mi chiedete il nome di Gaetana Agnesi. Ah, non l’umile mia narrazione, ma le più belle liriche armonie, ma le forme più vaghe dell’arte, ma il canto dell’Alighieri, dovrebbero parlarvi di questa gloriosa, che, non per idealità d’amore, nė per mistica luce di poesia, ma grande, modesta, santa per propria virtù, rifulge nelle plaghe del cielo, che Dante vide precorse dalla sua Donna.
A noi, mirando all’immortale scienziata, emula dell’antica Ipazia, la cui statua augurava il Frisi veder eretta con quella del Cavalieri presso la statua d’Ausonio, il genio, la scienza e la virtù di lei destano il senso stesso, che nei contemporanei era stupore come in vista d’un prodigio. Bambina, veniva detta oracolo settilingue; che, oltre l’italiano, il latino ed il francese, sapeva di spagnuolo, di tedesco, di greco e d’ebraico; ed in latino sosteneva dinanzi ai dotti questioni scientifiche; ed in greco recitava ogni di l’Uffizio della Madonna. Addestrava virilmente le sue gracili forze col ballo e col cavalcare; ed anche la musica coltivava suonando il violoncello. Nelle accademie domestiche, poi, cui intervenivano senatori, ministri, letterati e scienziati celebri, Gaetana variava le sue dispute — una volta sostenne fin cento e novantuna tesi filosofiche — colla musica della sua sorella minore, Teresa. Ma, che vanto erano all’Agnesi i saggi del suo portentoso sapere? «Annuit pater ut domesticis exercitationibus ingenioli mei periculum facerem scriveva al maestro la modesta fanciulla! Colle matematiche, la logica, la fisica, l’algebra e la geometria, Locke, Cartesio, Malebranche e Leibnizio, eranle soggetto a gravi speculazioni. Tra le opere sue principali vanno ricordate le Istituzioni Analitiche, venute in luce nel 1740, e giudicate dall’Accademia delle Scienze di Parigi il Trattato più completo e ben fatto in quel genere di studj. Nondimeno, se all’Agnesi giovane tutto il mondo applaudiva, e Maria Teresa e Benedetto XIV l’avevano onorata di doni preziosi, ed il papa l’aveva nominata lettrice onoraria di matematiche nell’Università di Bologna, il plauso degli uomini, cui non è dato arrestarsi lungamente ammirando, poi che la novità cessa, non disturbò la cella remota ove la scienziata indigente, dopo aver consacrato ogni suo avere e sè medesima al sollievo degl’infelici, raccoglievasi nello studio de’ veri eterni, e sentiva Iddio nell’umiltà della Fede.
Provata da molte sciagure domestiche, dopo aver raccolto l’ultimo sospiro de’ suoi cari morti, perso il vigore degli anni e la salute prima nello studio, poi nelle fatiche della carità, chè più forte della gloria le parlava dentro il gemito dell’umanità sofferente, abbandonata anche la casa paterna, dove le sue poche stanze aveva convertite in ospedale, nè più reggendo alla direzione del Pio Luogo Trivulzi, nè potendo più occuparsi in altri lavori, era veduta, in abito di mendicante, filare pei poverelli, e dimorar lunghe ore nella tribuna della chiesa dell’ospizio, tutta assorta in meditazione; e mentre salmeggiavano all’intorno le sue povere donne, essa levava spesso al cielo gli occhi, e gemeva pregando. E forse, nella pace del meditare, ed in quei dolorosi sospiri, le tornavano in mente le gioconde promesse della sua fanciullezza, e rivedeva le feste del paterno giardino, e i fiori e i plausi e i baci, che le avevano accarezzato l’anima, il giorno ch’ivi, a nove anni, recitò la sua prima orazione latina. Coincidenza di età e di luogo, che la primaverile tua festa ricorda, o Beatrice.
Mori Gaetana Agnesi ottantenne, nel 1799, anno in cui segui anche la morte del Parini; e, come Parini, essa desidero visitare prima della sua fine le patrie campagne, che custodivano le rimembranze ed il sorriso della sua giovinezza. Sorriso, non volto a fantastici sogni, o a dolce speranza d’amore, giammai; ma lieto solo dei tranquilli pensieri e della religiosa pietà, che in vecchiezza più bella facevano la gloria di quella fronte intemerata.
E qui, o gentili, nel ricordo di si gran nome, io dovrei por fine, ringraziandovi, al mio povero discorso. Ma concedete ancora, che con un saluto alla mia patria, là fra i monti dove l’italo sole prolunga mesto i suoi raggi, io rammenti per ultimo una donna figlia di quella nostra terra sfortunata, e pure non si misera, che alle sue stesse sciagure non opponga un contrasto di civili virtù e di operosa pazienza. Parlo di Bianca Laura Vannetti, ch’ebbe i natali nella città divenuta poi per quelli del grande Rosmini perennemente famosa.
La storia letteraria del Trentino, frequente di uomini illustri, annovera tra’ primi Clementino Vannetti, figlio di Bianca Laura, letterato insigne, caro a noi pe’ suoi sentimenti patriottici, e per un sonetto divenuto popolare. Qual miglior lode alla madre, che l’educazione di questo egregio, il quale spesso ne’ suoi scritti con tenera gratitudine e venerazione la ricorda? Se non che, le aggiunge lustro l’aver essa appreso dal Tartarotti la logica, la filosofia e la poesia, e l’aver corrisposto letterariamente col Tiraboschi, col Lalande ed altri uomini celebri. Saggi pittorici di valore conserva della Vannetti la biblioteca d’Innspruk; e scritture, che al Tiraboschi parevano belle, graziose ed eleganti, ci lasciò essa, piene d’erudizione e di schietta morale. Di lei scriveva il marito ad un amico: «Io me l’ho presa nè bella, nè brutta. Nel capo della mia veggo che Apollo ha molto bene incrocicchiate le fibre; fa buoni versi e buone prose; ha uno stile, che è toscano toscano.» E il Metastasio, avendo letto alcune poesie di Bianca, disse riscontrarvi qualche carattere del Petrarca.
È vero, si! sempre diffuso nell’aria, e respirato dal popolo, e sentito dall’anima de’ nostri maggiori, fu quest’alito di toscanità, che ora più fervido scorre di valle in valle per la mia terra, e ravviva gli spiriti, e v’infonde, col pensiero di Dante, un nuovo entusiasmo gentile.
Onde il Poeta divino, ch’esule dalla patria venne un giorno cercando la libera pace de’ monti e l’ospitale quiete de’ nostri vecchi castelli, tornerà in tempo non lontano, fra l’esultanza popolare, a quei luoghi; e, sulle rive dell’Adige, noto spirerà ancora dagli scolpiti marmi le antiche, memori aure; perchè con la sacra parola dell’arte, accennando ai futuri, tramandi loro la memoria de’ nostri sacrifizj, delle nostre lotte, della nostra gloriosa fratellanza toscana.
Luisa Anzoletti.
- ↑ Conferenza premiata con diploma di medaglia d’oro.
- ↑ Più tardi è menzionata Enrichetta Balbo Taparelli, erudita, musicista, ed autrice d’un romanzo morale inedito; nel principio del secolo, è ricordata a Torino la contessa Paola De Gubernatis, rimatrice, che conosceva il latino e lo spagnuolo.
- ↑ Di Siena era anche Aretofila Rossi, che si rese celebre colla sua Apologia delle donne, ed ebbe dal Montanti dedicate due medaglie. Sono poi ricordate con lode varie letterate anche nelle minori città toscane. Arezzo, nei Forzati, annoverava una Confusa; nomignolo, per un’accademica meno improprio d’altri soliti.
- ↑ Patria della Riccoboni, che scrisse con lode pel teatro.
- ↑ Descrizione de’ quadri più famosi di Padova.
- ↑ Una Buttinoni di Treviglio, poi moglie del conte Imbonati, dettava versi, e in prosa le Lezioni se più giovi allo studio la città o la campagna. Ornamento di Brescia erano la Baitelli, la Faini Medaglia e la D’Asti Fenaroli poetessa; e poetesse erano a Mantova; e, insomma, non aveavi provincia d’Italia che mancasse di un praticello, co’ relativi boschetti e ruscelletti, a soggiorno delle Arcadi native. A Modena la Bonfini, già cantatrice, accoglieva in casa sua, dopo la partenza del Duca, la migliore società; la Castelbarco vi ospitava le Castalie; e quella Montecuccoli, che in Inghilterra, dama della regina, aveva un giorno salvato il piccolo Giacomo III in una scatola da parrucca, era pure modenese.
- ↑ La principessa di Columbrano e la duchessa di Marziano eran note per buoni studj. Maria Angela Ardinghelli, d’origine florentina, va ricordata per una sua traduzione dall’inglese della Statica degli animali dell’Hales, e per un dotto ragionamento latino sulla forza elettrica, da lei pronunciato a Napoli.
- ↑ Tra cui la moglie dello Zappi, e la Massimi, lodata dal Crescimbeni e dal Muratori.
- ↑ Nè Bologna difettava di rimatrici; le sorelle di Eustachio Manfredi traducevano colle due Zanotti il Bertoldo e il Bertoldino; una Bottini pubblicava nel 1713 cento enimmi proposti agli eruditi.
- ↑ E molte diecine ve n’hanno ancora benchè le notizie siano scarse. V'ha una modenese, che tradusse l’Enriade del Voltaire; una Pizzelli, alunna del Cunichio, che le scriveva tutti i giorni un epigramina greco; una Ruberti, lodatissima dai letterati contemporanei ecc.
- ↑ Fra le letterate lombarde non è da omettersi la Milesi, che scrisse la vita di Saffo e della Agnesi; e la Giusti Manzoni, autrice di drammi, dotata d’ingegno poetico e morta giovane, prima della metà del secolo.
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