La donna italiana descritta da scrittrici italiane/La donna nell'igiene pubblica
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LA DONNA NELL’IGIENE PUBBLICA
Non si può negare che molto già siasi fatto su questa via, si che vediamo oggi la donna coltivare con buona riuscita ogni ramo di scienza, ogni arte, sempre più desiderosa di accrescere la sua coltura. Essa che per tanti secoli fu piegata ad una esistenza assorbita in quella dell’uomo, persuasa che tutto si muove colla sua cooperazione e ch’essa può in quanto vale e vuole, si erge dal torpore in cui giacque e fra i suoi diritti, rivendica il più alto, quello del suo perfezionamento intellettuale. Vuol dar forma a quanto si agita in lei, esercitare la forza del suo pensiero, tradurre in atto le aspirazioni del suo cuore. Sente il bisogno irresistibìle di prender parte attiva anch’essa a quel lavoro, suprema fra le gioie e tirannica forza ad un tempo che s’impone all’uomo, lo stimola senza posa, additandogli una meta che mai non raggiunge appieno, un premio che mai non ottiene a completo soddisfacimento delle sue aspirazioni.
La donna odierna più non s’appaga di essere tenuta quale ornamento della vita dell’uomo e di godere una felicità vincolata solo all’impero della giovinezza o al fascino effìmero della beltà, ma vuole sentirsi apprezzata per il suo merito intrinseco, vuole essa stessa crearsi una felicità intima e durevole che vinca l’ingiuria degli anni ed ogni mutar di fortuna.
E queste nobili tendenze della donna odierna ognuno ammetterà si debbano coltivare, se considera il gran bene che ne può venire alla società quando essa, illuminata la mente, temprato il carattere, sarà veramente degna dell’alto posto a cui natura V ha destinata nell’umano consorzio.
Ciò che per altro ad essa difetta anche oggi è l’educazione pratica e positiva, la conoscenza dei tempi in cui vive e la coscienza precisa del dovere sociale che ad essa incombe. Giova farle comprendere che se la maggior parte della sua esistenza deve consacrare alla famiglia, non può trascurare per questo il suo concorso al benessere collettivo. E per convincerla di ciò basterebbe metterla in grado di conoscere lo stato reale della società, di misurare le cagioni dei suoi mali ed i mezzi più efficaci per combatterli; indicarle come nel soccorrere le miserie fisiche e nel rialzare sentimento morale delle popolazioni le si offra un vasto campo di azione dove tutta può spiegare la sua potenza di sacrificio e di amore e trovare le più intime soddisfazioni.
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Gravi sono le odierne condizioni sociali, per la lotta dell’esistenza fatta più difficile e gravosa, i bisogni divenuti più incalzanti e il generale malcontento inasprito dalle non sodisfatte esigenze.
Consoliamoci però: se molti sono gli indifferenti che sì rinchiudono in un biasimevole egoismo, e più quelli che abbandonati allo scoraggiamento, si contentano di levare vane lamentazioni, sono però anime elette che amano sinceramente il popolo e ne sentono i dolori: altamente oneste, non ne lusingano le passioni agitandogli innanzi promesse folli, vane chimere di guarigione di tutti i suoi mali; ma, con sforzi indefessi, con intelligente energia, con vero amore, rintracciano rimedi veraci e duraturi. Come in tutti i tempi, anche ai nostri giorni uomini di cuore indagano le ragioni del disordine sociale e cercano i mezzi più adatti per provvedervi; oggi, come in tutte le epoche della storia del genere umano, vediamo la beneficenza scrivere le pagine più belle, battezzare le glorie più grandi e pure.
Che dire della carità cristiana e dei sacrifizi da essa ispirati?
Sacrifizi di fortuna, di ogni cosa diletta, della vita stessa, abnegazione completa di sé, rinunzia di ogni gioia e di ogni sorriso dell’esistenza per tutto consacrare a prò degli infelici. La virtù cristiana come fiume in piena dilagò sulla terra le sue onde benefiche e portò un sollievo ad ogni miseria. Inchiniamoci riverenti e compresi di ammirazione innanzi alla potenza della fede che ispira, per la sventura, pietà si profonda.
Ma quella ispirazione che in tempi più oscuri poteva essere unico faro che guidasse verso il bene, senza esame e senza discussione, oggimai vuol esser suffragata da posato ragionamento, ed anche la beneficenza verso il misero va regolata da un sentimento più umano.
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È una distinzione che mi pare molto razionale quella che si fa oggi fra la carità privata e la beneficenza pubblica. La carità privata rintraccia le miserie che si nascondono e tacitamente, occultamente, le conforta e soccorre: guidata dalla pietà, dona, solo curando l’effetto immediato del beneficio.
Altra cosa deve essere la beneficenza pubblica, alla quale spetta un più alto scopo, un più vasto campo di azione: non deve soltanto soccorrere i mali presenti, ma prevenire i futuri; non combattere temporariamente la miseria, ma vincerla distruggendone le cause; non ottenere il solo vantaggio particolare dell’individuo, ma quello generale della società. Né la sua azione sarebbe efficace e duratura se cercando il benessere materiale delle classi povere non mirasse a innalzarne la dignità, a correggerne i vizi. A tale scopo deve la beneficenza pubblica esercitare la sua missione all’aperto, e avendo di mira sopratutto di tenere stretti i legami umanitari fra le varie classi sociali, prendere l’aspetto di un doveroso provvedimento pubblico, senza avere mai il carattere elemosiniere.
L’elemosina, se può riuscire provvida in speciali casi privati, come mezzo di beneficenza pubblica è da tutti gli economisti giudicata inefficace e demoralizzatrice. Essa invero non potrà mai vincere radicalmente la miseria perchè ne favorisce le due cause più temibili, l’infingardaggine e l’ozio; perchè genera l’imprevidenza e l’accattonaggio; perchè spegne nel beneficato ogni senso di dignità e di rispetto di sė medesimo, senza il quale non è possibile alcun progresso morale.
Diceva il Pagliani in una conferenza popolare tenuta alla Società d’Igiene a Torino: «È opinione ormai generale fra gli economisti che le elemosine, per quanto si facciano con intelligenza e discernimento, il che non è agevol cosa, per quanto grandi e inesauribili esse siano, non potranno arrivare mai a sciogliere il problema serissimo del pauperismo. La maternità, gli ospizi per gli orfani, i ricoveri di mendicità ecc. potranno fino a un certo punto combattere momentaneamente i mali presenti, ma col certo pericolo di perpetuarne l’esistenza. Tutta questa assistenza di cui si vede e si circonda il povero e cui a poco a poco egli si assuefa considerandola come a lui dovuta, invece di spingere l’operaio sulla via della previdenza e dell’iniziativa personale, ne lo allontana, consolandolo e quasi cullandolo nella sua miseria, il soccorrere la quale egli ritiene sia quasi un dovere per parte della società. Chiunque siasi occupato un po’ seriamente in studi e opere di beneficenza, si è dovuto persuadere che in buona parte la carità quale oggi si compie, porta alla demoralizzazione delle classi povere, come le distribuzioni di panem et circenses all’epoca della decadenza romana.»
Quanti infelici resi tali da una improvvida carità! Vi stringe l’animo incontrare ad ogni passo per le vie delle nostre città bambini laceri, sudici, spinti dai genitori a supplicare con voce simulata di pianto l’obolo che viene loro gettato con indifferenza, sovente con sprezzo e vi domandate con sgomento: che sarà di essi? Il Settembrini nell’ergastolo di Napoli mosso a pietà dei disgraziati che gli avevano prima ispirato orrore, esclama: «Perchè sono scellerati? Prima che costoro fossero caduti nel delitto, che avete voi a fatto per essi? Avete voi educato la loro fanciullezza e consigliata la loro gioventù? Li avete cresciuti nel lavoro? Avete illuminati essi che camminavano nella via dell’ignoranza? E se non avete fatto questo che era il vostro dovere, non avete voi colpa ai delitti loro? Rimprovero severo, ma giusto che ricade anche sopra di noi. È certo che, se i genitori disamorati e inumani non trovassero alimento all’ozio dal disonesto guadagno che loro procura e ai loro figli l’accattonaggio, sarebbero spronati al lavoro, e quelle infelici creaturine che abbandonate sulle pubbliche vie crescono al vizio e saranno forse condotte al delitto, accolte in una scuola, istruite, guidate, crescerebbero buone ed oneste. Il Villari prova coi dati delle statistiche, come in ogni tempo aumentarono la miseria e l’accattonaggio coll’abbondare delle limosine.
Riconosciuta adunque necessaria la riforma della beneficenza, la società moderna la promuove con slancio mirabile, iniziando istituzioni che aiutano l’operaio, ma gli lasciano coscienza di provvedere da se al sostentamento e all’avvenire suo e della sua famiglia e lo animano al lavoro ed al risparmio. Questo sentimento della propria responsabilità gli dà fede in sè medesimo, quella fede che è la maggior forza per renderlo capace di prodigi di volontà e di ingegno.
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Qual vasto campo di azione non può trovare la donna in tale riforma ove vi sia convenientemente iniziata! Essa per la squisita sensibilità, per l’inclinazione naturale a proteggere il debole, è portata alla beneficenza, e nel beneficare trova la miglior sorgente della sua felicità. Ma per la sua educazione fin qui rivolta più al cuore che non alla ragione, per la sua vita circoscritta in angusto orizzonte, essa è condotta a considerarne gli effetti sulle persone e non sul consorzio sociale ed a praticare la carità nel senso più limitato della parola. La quale, santa nel fine, può riuscire inefficace ed anche nociva, poichè, come già abbiamo avvertito, il suo effetto immediato sulle persone è in contraddizione con le conseguenze per il bene generale.
È però doveroso d’insegnare alla donna a esercitare più utilmente questa sua naturale tendenza, prestando cioè il suo concorso alla grande opera umanitaria secondo l’ispirazione della vera filantropia. Persuasa della maggior efficacia del nuovo indirizzo richiesto dalle odierne condizioni sociali, la donna non esiterà a seguirlo con slancio e devozione. E, credetemi, sarà efficace la sua opera, sarà potente il suo aiuto, poichè, spinta solo dal sentimento del bene, andrà dritta allo scopo, librando serena sopra il furore delle passioni e gli odi dei partiti; e guidata dal suo cuore, dalla sua intelligenza, dalla sua gran fede, saprà compiere una missione mite e benefica: mostrare a quelli che soffrono simpatia feconda e destar loro, con la fiducia in sè stessi, una fondata speranza nell’avvenire.
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Vediamo ora brevemente come si può esplicare questa filantropia sociale, la quale, come dicemmo, ha per scopo precipuo di mirare al perfezionamento morale del popolo, curandone il benessere materiale, secondo il principio, così bene espresso dal Mazzini, che è vano il pensiero di innalzare un popolo, se il problema della vita fisica è in forse. Migliorare alle classi povere le abitazioni, aiutarle a procurarsi un cibo sufficiente e sano, proteggerne la resistenza al lavoro col prevenirne le malattie: ecco il primo compito che la società si deve proporre.
Ed è all’igiene, scienza di applicazione che risorge oggi sussidiata dai progressi fatti in ogni altro ramo del sapere umano, che spetta di tradurlo in azione. Informata al più puro spirito umanitario, essa rivolge le sue indagini a benefizio del popolo e i trovati delle altre scienze tenta applicare alla vita reale. Mentre provvede a scuole spaziose e ridenti perchè in un ambiente confortevole la gioventù cresca sana e educata al buono e al bello, esige officine salubri onde sia all’operaio meno duro e senza danni il suo lavoro; provvede agli infermi migliorando le condizioni degli ospedali e protesta contro la inumana tolleranza di prigioni malsane da cui gli infelici là rinchiusi per molti anni, escono estenuati di forze, carichi di malanni e di acciacchi, incapaci di riabilitarsi col lavoro.
L’igiene riveste di messi là dove il suolo è ghiaia, di boschi dove è maremma; visita, fruga ogni angolo delle nostre città per tutto mondare e sanificare, pone argine ai morbi invadenti, traccia le norme per abitazioni sane e cibi convenienti; si propone in una parola di crescere generazioni robuste, animose,’ pronte al bene, felici.
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«Vous voulez de l’ordre dans l’État, commencez donc à en mettre dans votre ménage» diceva Mirabeau. Allo stesso modo noi diremo: «Volete l’igiene in un paese, cominciate ad introdurla nella casa»; e qui tocchiamo brevemente la questione importantissima delle dimore, la quale più di ogni altra ci rivela quanto siano intimi i rapporti che legano l’igiene alle scienze morali ed economiche ed unico ne sia lo scopo finale.
La casa è il luogo dove si modellano gli organismi, dove si preparano le intelligenze, dove si temprano i caratteri, dove si contraggono le abitudini: nella casa soltanto l’uomo stanco dalla fatica e dalla lotta quotidiana trova il completo conforto, il godimento che riposa e ingagliardisce le membra lo spirito e li prepara a nuovo lavoro. E però affermiamo col Fossangrives chè: «Moralizzare il popolo e renderlo sano e forte si riduce a fargli amare la sua dimora. » Ma, per compiacersi nella propria casa, bisogna sentirvisi bene ora pensiamo a tante dimore anguste, luride e oscure del popolo e domandiamoci, come crescerà un bambino in quelle arie corrotte da cui i suoi polmoni assorbono un lento veleno, in quegli ambienti uggiosi che ne soffocano ogni lieta fantasia, ogni senso gentile? Come potremmo noi muovere accusa all’uomo che sfugge tanta tristezza per cercare altrove la distrazione e il conforto di cui sente bisogno dopo il lavoro?
«Dal numero dei caffè e delle osterie, dice il Fodor, si può dedurre lo stato delle dimore di un paese. Date al popolo case salubri, pulite e confortevoli e ne verranno alla società grandi vantaggi economici, politici e sanitari.» — «Sapete, dice Jules Simon, perchè vogliamo sostituire i canili con delle case? Anzi tutto perchè vogliamo nel nostro paese una popolazione gagliarda avente sangue, nervi e attività, e poi perchè essendo il luogo dove vive la famiglia in pari tempo salubre e attraente, l’operaio quando esce dall’officina si affretti a correre presso la moglie e i bambini e trovi in mezzo ad essi, in quella stanza popolata di cari ricordi, la sua dignità di cittadino e di padre.»
Persuasi di questa verità, tutti i popoli più civili si danno a studiare la dolorosa questione delle case insalubri, considerandola come il cardine della questione sociale. Capiscono sempre meglio la imperiosa necessità di migliorare sia le dimore dei contadini, miseri tuguri senz’aria e senza luce, dal tetto basso, dal pavimento di terra sgretolantesi sotto i piedi, dalle finestre ridotte a fori otturati con paglia o carta; sia le case dei poveri nelle grandi e popolose città dove la miseria e la degradazione toccano estremi inconcepibili. Accanto a molte delle più grandi officine vanno oggi costruendosi secondo le buone regole igieniche dimore a buon prezzo per gli operai e molti industriali loro concedono di acquistarle mediante tenue somma annua di ammortamento del prezzo, ben sapendo quale prestigio eserciti sulla loro operosità e sulla loro economia il pensiero di divenire padroni un giorno della casa alla quale si legano i ricordi più cari della loro vita.
Possiamo dire che la questione del miglioramento delle case del popolo quale mezzo di benessere e di moralizzazione è ormai indiscussa: non è più un’idea vagheggiata, ma un fatto che va svolgendosi estesamente a vanto e onore dei tempi nostri.
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Questa è opera della filantropia pubblica: ma perchè non vi si applica con più interesse la donna? La casa è il suo regno, dove circondata da aureola di giovinezza che non muore, trova gioie ineffabili, acquista diritti al rispetto e all’amore, titoli che la fanno sacra e grande: ad essa adunque ne spetta la cura, ad essa l’esserne vigile custode e protettrice gelosa, pronta sempre a combattere i nemici che attentano alla sua salubrità.
«Ma questa, mi direte voi, è pure cosa predicata in tutti i tempi.» — Ma che si è fatto mai, io aggiungo, per istruirla a questa sua missione? quante donne sono che conoscono il valore altissimo di questo loro dovere? Non ci facciamo illusioni: la maggior parte di esse ignorano le più elementari norme dell’igiene domestica e se così micidiali malattie come la tisi, la scrofola, la difterite sono tanto radicate fra noi, se, per ogni epidemia, sono cosi tremende le stragi, una delle cagioni principali deve cercarsi nella mancanza assoluta di ogni sano criterio della nettezza della casa. A che possono giovare infatti tutte le cautele dello Stato per allontanare questi morbi, se i germi sono nei pavimenti, nelle pareti, nei mobili della casa, se quivi si annidano, si conservano e si moltiplicano?
La donna del popolo sopratutto è non curante della propria dimora, la quale più che dalla miseria, è dal sudiciume e dal disordine resa malsana, uggiosa, fomite inesauribile di ogni genere di malattie. Quanto bene si farebbe se nelle scuole popolari si impartisse un insegnamento speciale sul governo della casa, su tutti i pericoli che ne minacciano la salubrità e i mezzi di allontanarli; sulla necessità di una scrupolosa nettezza, sulle cautele da prendersi in casi di malattie epidemiche, sui mezzi di disinfezione, ecc.! Quali vantaggi non ne verrebbero se si riescisse a persuadere la donna del popolo che dall’ambiente domestico da lei fatto sano e confortevole dipende in gran parte il buono sviluppo e la salute dei figliuoli, la virtù e la fedeltà del marito, la felicità sua e de’ suoi cari! Ma dove non arriva la voce dell’educazione, dove l’istruzione non fa breccia possono ben riuscire l’esempio e la pratica dimostrazione. E qui è dove la donna agiata, diretta da buone cognizioni e desiderosa di far del bene, può riuscire angelo tutelare della igiene pubblica. Molte signore sanno visitare i poveri e portar loro soccorso, ma raramente si fermano a dare consigli sull’ordine, sulla nettezza della casa e tanto meno pensano a portarvi alcune riparazioni che sarebbero il più delle volte indispensabili.
Un bell’esempio da imitare l’offre Londra in Miss Ottavia Hill, che ha risolto nel miglior senso il problema del beneficare educando e del soccorrere senza far l’elemosina. Essa acquistava nel 1865 tre povere casuccie nella più lurida via del quartiere Maylebone; poco dopo altre sei. Erano catapecchie misere, dai tetti sconquassati, i muri umidi, pavimenti infraciditi che venivano dati dal proprietario a pigione bassissima, senza tuttavia mai riuscire a riscuoterla completamente. Miss Ottavia fece ripulire e risanare quelle case e le diede in affitto a famiglie povere e oneste. Ogni lunedi va essa stessa a riscuotere le pigioni, ciò che le permette di conoscere le famiglie, di occuparsi di esse, di vegliare sui bambini, di dare consigli opportuni e di esercitare la più benefica influenza sulla loro vita intima. Si mostra del resto ad un tempo proprietaria inflessibile non tollerando alcun arretrato e protettrice piena di bontà per le famiglie. Mi affretto a soggiungere che Miss Ottavia, la quale non intende di fare elemosine, ricava dal suo danaro un giusto interesse.
Il suo esempio fu ben tosto imitato ed ora in molti quartieri di Londra vi sono signore benefiche che visitano ogni settimana le case dei poveri cui hanno esse stesse migliorate e sanificate. Ditemi non è questo, esempio da seguirsi pure in Italia dove le dimore dei poveri sono spesso tanto infelici? Sarebbe senza dubbio il mezzo più efficace per favorire la salute e in pari tempo rafforzare i vincoli di famiglia e rianimare le virtù domestiche.
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Anche nella igiene alimentaria la donna può grandemente cooperare al benessere sociale.
Elemento indispensabile all’attività umana e preservativo efficace contro le malattie è la buona alimentazione. È incontrastato che la natura del cibo esercita una profonda influenza sullo sviluppo e sull’indole dell’individuo e dei popoli, poichè da esso derivano la forza dei muscoli, la solidità delle ossa, l’attività del cervello. Solo con una buona alimentazione si ottengono organismi sani e resistenti, mentre, per difetto di cibo, questi resi fiacchi e deboli, offrono terreno acconcio allo svolgersi dei germi delle malattie, nè sopraffatti da queste, hanno forza per superarli; è invero fra le classi mal nutrite che le statistiche accertano una precoce mortalità e vere stragi durante le epidemie. Nė il vantaggio di una buona alimentazione si limita al benessere fisico poichè le popolazioni forti e vigorose attendono con maggior zelo al lavoro, il primo mezzo di moralizzazione e in pari tempo di guadagno. È dunque di somma importanza per il bene dell’umanità che ogni individuo abbia un alimento sufficiente, non trattandosi soltanto di conservare le popolazioni in vita, ma di crescerle forti e laboriose.
Di più è ormai provato che solo migliorando la nutrizione dell’operaio si combatte con efficacia l’abuso dei liquori a cui cosi spesso si abbandona, terribile vizio che ha le più tristi conseguenze. Da noi, fortunatamente, non si anno che rari casi di alcoolismo, ma nelle regioni nordiche esso mostrasi ben sovente nel suo ultimo grado, il più misero stato di abbiezione e di abbrutimento.
Sul modo di mettere argine a questo male si è molto parlato e scritto. In Inghilterra, in Iscozia, in America si costituirono delle Società di temperanza, i cui soci giurano di astenersi da ogni bevanda fermentata. Anche le donne si unirono concordi a combattere l’alcool, il nemico che loro toglie l’amore del marito e la salute dei figli, che insidia alla felicità delle loro famiglie, e appositi comitati si adoperano a fare propaganda e attirare proseliti.
Altamente nobile è lo spirito che informa tali istituzioni, ma non raggiungeranno mai lo scopo che si propongono. Lasciando anche la considerazione che cadono in un eccesso poichè non vi è ragione di rinunziare completamente a bevande che, prese con moderazione, possono riuscire efficaci, queste società non curano la vera causa del male che è sempre una alimentazione insufficiente a riparare le perdite organiche, a ripristinare le forze. È la miseria che spinge il lavoratore a ricercare una bevanda che gli infonda calore e dia un eccitamento alle membra stanche dalla grave fatica. Vorrete voi persuaderlo che non ne trae che momentaneo vigore e che al fittizio benessere succederanno abbattimento e prostrazione maggiori? Gli griderete che beve il veleno che lo ucciderà? Ammonizioni vane, inutili consigli, finchè il misero non possa trarre vigore durevole da un’alimentazione sana e sufficiente.
Meglio adunque che le Società di temperanza, giovano allo scopo le associazioni cooperative e fra esse le cucine popolari, le quali si propongono di offrire al lavoratore onesto un dignitoso mezzo di provvedere a sè ed alla famiglia un cibo nutriente, allestito con cura, gustoso e digeribile.
In tutto questo lavoro quanto può essere utile l’azione della donna! Qual vantaggio non ne verrebbe alla Società se nelle scuole essa acquistasse buoni principii di fisiologia e nozioni precise sul valore degli alimenti! Non è sempre la mancanza di mezzi che costringe ad una troppo scarsa nutrizione, poichè si trovano sostanze a poco prezzo capaci di soddisfare i bisogni dell’organismo; mancano bensi al popolo nozioni che lo guidino nella scelta di esse e nell’apprezzamento della loro potenza nutritiva in confronto col prezzo di costo.
Se non volessi, fedele al proponimento fattomi, essere brevissima, potrei confrontando la composizione chimica di alcuni cibi, mostrando come essi vengano maggiormente utilizzati dall’organismo se allestiti in uno più che in altro modo o variamente associati fra loro, provare con cifre quanto io affermo, che cioè l’operaio con spesa assai minore che non lo faccia d’ordinario, si potrebbe procurare un alimento sufficiente. E aggiungo: se la donna avesse cognizioni esatte sull’allevamento dei bambini, quante esistenze ammalazzate, quante vite si risparmierebbero! Tutti gli igienisti si accordano nell’affermare che la grande mortalità nell’infanzia non è necessaria conseguenza dei delicati organismi, ma di mancanza delle cure più necessarie, come per lo più il rachitismo è dovuto ad una sbagliata alimentazione che le madri scelgono non per miseria, ma per ignoranza. Sollecitiamo adunque che venga introdotto nelle nostre scuole popolari un tale insegnamento da ritenersi addirittura indispensabile. Se poi noi consideriamo l’opera della donna nel campo sociale per quanto riguarda l’alimentazione, vediamo già in Italia e fuori esempi degni di alto encomio di donne che si dedicano alla fondazione o all’amministrazione di cucine popolari. Cosi, per citarne alcuni, la signora Omboni ne aperse una in Padova che dà ottimi risultati, come attesta il Mantegazza; in Berlino è parimenti una donna che dirige tutte le cucine popolari e sorveglia allo stesso tempo una scuola di cucina dove sono ammesse delle giovani bisognose di lavoro. Esempi, ripeto, degni di essere estesamente imitati.
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A voler enumerare tutti i modi in cui la donna può rendersi utile e benedetta alla società, dovrei parlare della sua missione presso gli infermi, alla quale si dedica sempre con vero trasporto e con profonda abnegazione, attingendo dalla sua pietà coraggio sovrumano per reggere a veglie prolungate, a fatiche tanto superiori alle sue forze. Sono numerosissime le associazioni di donne pronte ad accorrere presso gli infermi in tempi di guerra come in tempo di pace. Ma a me premeva sopratutto mostrare i lati nuovi dell’ opera ch’essa può prestare alla società, entrando nell’ordine di idee della vera beneficenza pubblica, quella beneficenza il cui compito così bene delineava il Pagliani quando scriveva: «Per quanto sacro e doveroso sia il portar conforto ai mali del nostro simile, io sono di parere che sia anche più sacro e doveroso il prevenirli. Per quanto bella sia la carità che nei supremi momenti del dolore accorre a lenire le sofferenze, io stimo più bella la carità che, senza mostrarsi, tacitamente, ma continuamente lavora ad evitarle.»
Però io vo’ conchiudere affermando che a tale forma di beneficenza deve la donna applicarsi con tutto l’animo e con tutto il suo cuore, e che la società può molto aspettarsi dal suo concorso ove dia ad essa una buona istruzione più diretta ad illuminarla intorno al suo compito giornaliero che non ad eccitarle la fantasia verso ideali chimerici; ove la educhi nell’ambiente della vita pubblica, ove l’addentri alquanto nella cosi grave quanto antica questione che oggi si agita appunto sotto il nome di sociale.
E in questo mio pensiero non vorrei essere fraintesa. Mentre dissi che la donna va iniziata allo studio delle condizioni dei tempi in cui vive, non volli già affermare che debba prendere parte alle interminabili discussioni a cui queste danno luogo, ma intendo ch’essa conosca i mali sociali e abbia salde basi di studi per saperne trovare col suo fine sentire i mezzi delicati ed efficaci a soccorrerli convenientemente. Non deve discutere mai, agire invece, guidata dal suo cuore e dalla sua fede.
Per lei, cui non toccano le passioni di partito, il socialismo tanto temuto si innalza nelle più pure sfere dell’amore pel simile; per lei, pietosa, nulla sarà di ostacolo a compire l’alta missione di beneficare e confortare ogni miseria.
G. Le Maire.