Vai al contenuto

La donna italiana descritta da scrittrici italiane/Le donne dell'Ariosto

Da Wikisource.
Sante italiane La donna italiana nel secolo XVIII
[p. 75 modifica]

LE DONNE DELL’ARIOSTO


[p. 77 modifica]


VV
oi tutte, gentili Signore, voi Signori, sapete chi è Ludovico Ariosto e ne avete letto l’immortale poema. Non starò dunque a narrarvi l’intricatissima tela dell’Orlando Furioso. Vi dirò solamente quel che messer Ludovico pensa della donna; e come quest’essere gentile sia rappresentato nella sua grande opera epica.

Ma prima diamoci uno sguardo attorno. Qual è l’ambiente in cui vive, opera e scrive il poeta? L’analisi di un secolo pieno di vita, turbolento e fecondo, splendido e corrotto, artistico e ciarlatanesco, non è, come dice un illustre letterato [1], cosa facile nè breve.

Nel secolo XVI la coltura umanistica così diffusa nel quattrocento ha portato i suoi frutti; Parte si è perfezionata; ella è la sola fede, il solo ideale, che risplenda in mezzo allo scetticismo generale; ma quel culto è quale può essere, giacché l’arte mute carattere, forma, significato, secondo che muta la coscienza di un popolo; ella vien fuori dall’imo dell’anima nostra e risponde agli svariati atteggiamenti dello spirito.

In quel secolo, adoratore della classica perfezione greca, l’arte è puramente formale; ella non può contenere profondità di sentimenti, perché nelle coscienze non ci sono più.

Il sentimento religioso è decaduto; di fronte ad un culto pubblicamente osservato, un culto direi quasi spettacoloso, poiché [p. 78 modifica]anche nel rito s’insinua l’arte e la smania di godere; vediamo una coscienza che si comporta da incredula e da indifferente. È un dissidio che stempera gli spiriti più robusti, e siffatti dualismi portano prima o poi la dissoluzione dell’unità organica della coscienza, e quando questa viene a mancare manca una condizione di vita.

La dissoluzione della coscienza politica è pure una grave causa dell’immoralità del cinquecento, poichè l’uomo vuole integrità e regolarità nell’organismo sociale a cui appartiene.

L’apatia in sommo grado, ecco lo stato generale; vi era bensì di quando in quando qualche letterato, che, stando sdraiato nell’anticamera d’un principe, gridava contro lo straniero; ma ciò faceva perché gli empiva la bocca, e per sfoggiare erudizione classica; intanto le signorie si formavano, sorgevano i tiranni e Carlo VIII passeggiava già per la penisola senza incontrarvi resistenza. L’italiano del cinquecento è avido di godere, non vuol noie, non preoccupazioni. La Riforma nata in Italia, si spande fuori; qui Lutero verrà chiamato «arcipedantissimo» e i seguaci del Savonarola i «Piagnoni»; che cosa volete di più caratteristico?

In quella vita raffinata e scioperata le arti trionfavano, la letteraria sopra tutte; comune assai era lo scrivere con gusto in versi e in prosa; principi, cardinali, donne illustri, cortigiani, frati, avventurieri e, cosa caratteristica di un’altra fiorita civiltà: la greca, cortigiane letterate. La coltura era diffusa in tutte le classi sociali ed anche tra popolani si formavano accademie per leggere componimenti, per recitare poesie ecc.; un esempio: l’Accademia dei Rozzi di Siena.

Nelle corti, specie in quelle di Milano, di Mantova e di Ferrara, era conceduta larga protezione ai letterati; ivi ogni sorta di divertimenti artistici e di galanterie: si rappresentavano commedie, si discuteva sui nuovi lavori, e i poeti vi leggevano i loro componimenti in presenza delle dame e dei cavalieri. Il letterato era insomma nella vita, nelle feste, nelle accademie, nelle mascherate carnevalesche; la letteratura era un fatto di vita pubblica, e da ciò risultava un complesso di cose, una varietà d’atteggiamenti impareggiabile. La storia n’è così copiosa, che niente le può stare a confronto; per tener dietro ad uno scrittore dovete andare in diverse corti, conoscere un’infinità di persone e tenere il bandolo di una matassa arruffatissima d’intrighi, di amori, di bricconerie.

A malgrado però dell’amore e della diffusione della coltura, il letterato è quasi sempre bisognoso; il mecenatismo bene o male [p. 79 modifica]lo sostenta, ma quella specie di schiavitù, quel doversi piegare ai capricci d’un padrone, se non nuoce direttamente all’opera d’arte, nuoce sempre alla dignità, all’ingegno, al carattere dell’uomo, e, per quanto perfette siano fantasia e doti, il segno delle condizioni di vita si scorge anche nelle opere dei maggiori, l’Ariosto fu uno dei migliori uomini del suo tempo e dappertutto ha quella libertà e vivezza di fantasia che tutti sapete; eppure che differenza è nelle diverse parti del suo poema, da quelle d’immaginazione a quelle dove si ricorda d’essere cortigiano e glorifica la casa d’Este!

In quella raffinata civiltà tutta sorrisi e madrigali, in quella società così superficiale e immaginosa, in quelle corti dove si viveva spensieratamente in mezzo al lusso, all’eleganza, alla leggiadria dei costumi, la donna sedeva regina. Le dame più illustri per senno, beltà, illibatezza, ebbero intorno una corte di adoratori ossequenti, che le celebravano nelle loro rime. Tutti i poeti poi cantavano una bella crudele che esaltavano fin sopra le stelle. I pensieri, i sentimenti attinenti al culto della donna, rivestivano le forme più gentili e delicate, e chi dice donna: dice amore. L’amore era, di conseguenza, continuo argomento di discorso, di dispute, di corrispondenze e formossi cosi quella dottrina artifiziosa e parecchio pedantesca, la quale divide l’amore in diverse categorie e dà luogo a disquisizioni e a dispute fastidiose, alle quali non sfuggi neppure l’Ariosto.

Questi ragionamenti sull’amore, erano eco di quelle lunghe querele e meditazioni dei poveri cavalieri erranti, che il Cervantes riprodusse cosi finamente nell’immortale suo Don Chisciotte. Il cinquecento però fa da senno; l’amore vi tiene un posto grandissimo, anzi celebra due sorte d’amore: uno più materiale che corrisponde alla vita scioperata del tempo; l’altro teoretico, platonico, che corrisponde all’intellettualità fiorita dell’umanesimo ed ha il suo luogo tra gl’ideali più elaborati di quella coltura.

Dato quest’ambiente entusiasta dello spettacoloso, dell’arte e dell’amore, si capisce come la vecchia epica cavalleresca dovesse risorgere ed essere trattata; ma sottilmente, e secondo lo spirito nuovo italiano, stato fecondato dalla pura sorgente dell’arte classica; e come nelle vecchie «Chansons de gestes» e nei romanzi d’avventura penetri uno spirito d’ironia e di derisione, risultato dell’urto d’una mente colta colle esagerate fantasie popolari.

La materia epica diventa materia d’arte libera, pressochè slegata dalla vita pubblica, un mondo di fantasia quale ci voleva per [p. 80 modifica]quelle coscienze avide d’emozioni. Quel mondo caratteristico, vario, copioso, colorito, che contiene varietà di persone, di vicende, d’affetti e battaglie e amori e tradimenti, una dose insomma di meraviglie poetiche qual nessun altro possiede, si presta favorevolmente a ogni manifestazione d’arte, e il cinquecento se ne impadronisce per godere con quei fantasmi una vita più ideale, più intensa, più staccata dalla terra.

Nella nostra epica romanzesca aleggia un riso scettico sulle virtù cavalleresche; una frase, un motto scopre l’ironia sotto il maestoso paludamento, l’esagerazione delle prodezze fatta in principio a glorificazione dei personaggi, è continuata e spinta all’estremo con intenzione parodica.

Nell’Orlando Furioso però, non vi è assolutamente parodia; i fantasmi che son passati nell’arte acquistano agli occhi del nostro massimo poeta epico, l’inviolabilità dell’arte stessa. Il poeta considera il mondo cavalleresco non come un esercizio serio della vita nello scopo e nei mezzi, ma come una docile materia abbandonata alle combinazioni e ai trastulli della sua immaginazione; certo l’Ariosto scherza e ride co’ suoi personaggi, ma come mai messer Ludovico, uomo del suo tempo, avrebbe potuto fare altrimenti?

L’animo dell’Ariosto è aperto a tutti gli stimoli e impressioni poichè il poeta non è accasciato da quella soverchia erudizione che fece di certi umanisti dei veri pappagalli ammaestrati; la coltura era ridotta in lui ad organismo vivo; e perfettamente compenetrata e fusa collo spirito suo, in sommo grado poetico ed artistico. L’eccitabilità gli dette percezione poderosa del mondo, della natura, dell’umanità; le impressioni che si formano nel suo spirito son sempre chiare e profonde; ma non durano che il tempo necessario per tradurle in atto; di qui la vivezza, il colorito, il movimento che scorgiamo nell’Orlando Furioso.

La fantasia dell’Ariosto è evocatrice contemplativa; nell’anima sua passano a frotte i fantasmi con impareggiabile forza d’impressione e di godimento; è una fantasticheria abbandonata all’associazione delle idee, e dove di rado penetra il volere per correggere e mutare. Però l’Ariosto non manca d’immaginazione e alcuni episodi del suo poema sono sua creazione; altri ancorché abbiano profonde radici nell’epica medioevale e nella lettura classica, egli abbellisce e idealizza e, per servirmi dell’espressione d’un illustre critico: muta in oro quanto tocca.

In Ferrara fiorivano le costumanze cavalleresche modificate dalle [p. 81 modifica]condizioni dei tempi: il conte Maria Matteo Boiardo aveva già scritto in quella corte il suo Orlando Innamorato. Ludovico Ariosto trovò quindi un ambiente preparato a ricevere le produzioni di genere epico-cavalleresco, e un complesso di fatti atto a stimolar l’ingegno suo, già così straordinariamente ben disposto.

Nelle Chansons de gestes, Orlando non ha per divisa che «mon Dieu et mon roi». Sotto l’influenza del cielo brettone in cui la donna è ispiratrice d’ogni opera ardita, sospiro e conforto, principio e fine d’ogni fatto, i romanzatori medioevali aggiunsero alla fiera impresa del paladino «ma dame»; il Boiardo poi ce lo fa innamorare come un pover’omo qualunque e l’Ariosto sviluppando la figura del famoso cavaliero secondo il gusto del tempo suo, ce lo presenta addirittura pazzo per amore.

La passione d’amore e l’avidità di gloria, le due forze insite nel mondo cavalleresco, trovano un eco nel cinquecento, quantunque la gloria non si cerchi più sui campi di battaglia, ma su quelli incruenti dell’arte, ne vien di conseguenza che la donna trionfante per arte d’amore, trionfi anche nel concetto artistico.

L’Ariosto ebbe occhi aperti malgrado l’ingenuità dell’anima, giusta visione delle brutture e debolezze umane e quell’attitudine a veder le cose chiare, che facilmente inclina l’uomo alla misantropia, ma che temperata dalla bontà dell’indole, conduce all’umorismo. Egli conobbe bene la società del tempo suo e in ispecie la donna, ed ebbe per le donne leggere e galanti di cui tanto abbondava il cinquecento, un’indulgenza che rasenta la pietà; e ciò era fors’anche frutto della coltura classica, avvezza alle larghe vedute; e della filosofia alquanto epicurea del nostro rinascimento.

L’Ariosto scherza colle belle donnine; dice loro qualche dura verità, per vederle a far cipiglio; ma poi con una galanteria di cortigiano rasserena le loro fronti e le fa sorridere con un grazioso complimento. Del resto, non esistono fors’anche ai giorni nostri donne colle quali gli uomini devono giuocar di frizzi, di complimenti? donne capricciose, vane, nevrotiche, strane, le donne sfingi, di cui si abbellisce più o meno la letteratura contemporanea?

E il poeta dice:

«Cortesi donne ebbe l’antiqua etade
«Che le virtù non le ricchezze amaro,
«Ai giorni nostri si ritrovan rade
«A cui più del guadagno altro sia caro;

[p. 82 modifica]

«Ma quelle che per lor vera bontade
«Non seguon delle più lo stile avaro
«Vivendo, degne son d’esser contente
«Gloriose ed immortai poichè sien spente.»

(Canto xxvi-i).


Vedete l’impertinenza e lo zuccherino, zuccherino tanto più indispensabile, perchè nel cinquecento, in mezzo alla moltitudine sdolcinata e leggiera delle précieuses più o meno ridicole, si ergevano superbe figure di donne, chiare per virtù familiari, valorose in lettere e in armi; donne che ispiravano gl’artisti col divino sorriso della bellezza e della bontà, come Vittoria Colonna e innalzavano l’anima dei poeti all’idealità, al sentimento. A queste gentili vestali custodi del sacro fuoco della virtù, noi dobbiamo le opere più profonde della nostra letteratura; e nell’Orlando Furioso gli episodi commoventi d’Isabella di Fiordiligi, di Bradamante.

Ma trasportiamoci un momento col pensiero nella vasta sala del palazzo ducale di Ferrara. Attorno seggiolone dall’alto schienale stemmato su cui siede la duchessa d’Este, su poltroncine più basse stanno le dame; in piedi, dietro di loro i cavalieri brillanti, eleganti, profumati, e messer Ludovico colla sua aria innocente di omino semplice e bono, legge come se niente fosse questi versi:

«. . . . Io credo ben che delle ascose
«Femminil frode sia copia infinita
«Nè si potrà della millesima parte
«Tener memoria in tutte le carte.»

Ve lo figurate il sussurro, il brusio, i commenti delle dame e i sorrisi arguti dei cavalieri? Ma un vero uragano sarà poi scoppiato alla lettura di quel po’ po’ d’insolenze che ci fa scaraventare addosso dal suo re di Sarza al canto ventisettesimo, se pure avrà avuto tanta faccia di leggerlo. Del resto io son persuasa che l’Ariosto non credeva un’acca di tutte quelle impertinenze, perchè molte volte fa elogi dell’amore e dice:

«Che dolce più, che più giocondo stato
«Sarà mai quel d'un amoroso cuore!»

Era proprio il gusto di far stizzire le sue belle contemporanee e noi ancora, perchè, calmata la barruffa, col sorriso canzonatorio non ancor ben spento sulle labbra, toglie in mano la lira, e [p. 83 modifica]prendendo le mosse dall'antichità classica, canta fra lo stupore delle belle dame queste ottave in loro onore:

« Le donne antique hanno mirabil cose
« Fatto nell'arme e nelle sacre Muse
«E di lor opre belle e gloriose
« Gran lume in tutto il mondo si diffuse;
« Arpalice e Camilla son famose
« Perchè in battaglia erano esperte ed use;
« Saffo e Corinna perchè furon dotte
« Splendono illustri e mai non veggon notte.
« Le donne son venute in eccellenza
« Di ciascun' arte ov' hanno posto cura
« E qualunque all' istorie abbia avvertenza
« Ne sente ancor la fama non oscura
« Se'l mondo n'è gran tempo stato senza,
« Non però sempre 'l malo influsso dura,
« E forse ascosi han lor debiti onori
« L'invidia o il non saper degli scrittori.
« Ben mi par di veder ch'al secol nostro
«Tanta virtù tra belle donne emerga
« Che può dar opra a carte e ad inchiostro
« Perchè ne' futur' anni si disperga,
« E perchè odiose lingue il mal dir vostro
« Con vostra eterna infamia si sommerga
« E le lor lodi appariranno in guisa
« Che di gran lunga avanzeran Marfisa. »

(Canto xx).


E non ditemi che il poeta posi ora, lodando, più che non lo facesse denigrando; no; il ricordo classico che darebbe qualcosa di stentato e di voluto a questo complimento ai giorni nostri, allora non faceva quest' effetto, giacchè tutto l'ambiente era per così dire compenetrato della coltura antica. Del resto nella seconda ottava egli riprende il suo far sciolto, la sua naturalezza e dopo un'allu- sione al medio evo, in cui arte e gentilezza parvero soffocate dal- l'ascetismo trascendentale, che bandiva il bello come peccaminoso; e la donna fior grazioso e delicato non poteva affermarsi, come sulle brulle montagne non alligna la rosa; passa a far un gentil complimento alle donne del suo secolo e placa cosi le ire muliebri forse di proposito suscitate per godersi la scena; perchè non bisogna dimenticare che l'Ariosto aveva ingegno drammatico e vis-comica perfetta, come lo provano le sue commedie.

[p. 84 modifica]E non solo colle donne del suo tempo scherza il nostro poeta; ma quà e colà nella sua opera in sul più buono di una declamazione, o d’un fatto tragico sprizza un sorriso, una frase umoristica che strappa a noi raffinati una bella risata.

Oh gran bontà dei cavalieri antiqui! quanta sottile ironia in quest’esclamazione.

Che più? Angelica la figliuola del maggior re del Levante, l’amante d’Orlando, di Sacripante, di Rinaldo, di Ferraù, che entra in scena nel poema del Bojardo colle più eroiche apparenze di cavalleria, giostre, tornei, duelli, ratti, battaglie, va a finire in un idillio, moglie di un povero fante, ed erra con lui per le selve col molle crine intrecciato di fiori.

Nell’Orlando Furioso uomini e fatti son scolpiti, le donne buone o cattive, belle o mostruose, deboli o guerriere, maghe, streghe, donne allegoriche, tutte ci sfilano davanti dipinte in modo meraviglioso; tutte hanno un tipo, una fisonomia propria; esse come nei poemi cavallereschi sono movente diretto, od indiretto di tutta l’azione e con coteste creazioni del suo genio l’Ariosto non scherza più nella quiete del suo studio, egli dimentica alcun pò la vita fremente e scioperata che lo circonda, si lascia andare a contemplazioni ideali e riflette nell’opera l’anima sua.

Prima fra le donne del poema vien certamente Angelica, la lusinghiera, la bellissima tiranna, e non perchè il poeta se ne occupi a lungo, che egli l’abbandona al canto XIX e non la fa ricomparire che per un solo momento al canto XXIX, tanto per aver occasione di maledire con lei tutte le femmine, che vi sono e vi saranno, poichè «tutte sono ingrate e non si trova in loro un’oncia di buono»; ma perchè il fatto culminante del poema, l’impazzamento d’Orlando succede per cagion sua.

Nel I canto del Furioso noi troviamo Angelica fredda, sdegnosa qual ce la descrive il Boiardo; ma, nel seguito del poema, ella si umanizza un pochino, si fa accessibile a sentimenti più gentili.

Chi dice che l’Ariosto sciupa in tal modo la creazione del Bojardo, colla scusa che, se nel mondo reale i tipi sono un misto di forza e di debolezza, nel mondo fantastico ci vogliono linee ardite, colori vividi e decisi, secondo me ha torto. L’Ariosto non prende a continuar l’opera del Bojardo in stretto senso; da quella prende appena le mosse; Angelica è sua creatura; non può quindi più essere eguale, alla figlia dell’immaginazione del conte di Scandiano.

La regina del Catai arriva dal levante in compagnia d’Orlando; [p. 85 modifica]Rinaldo se ne innamora e quindi nascono si gravi contese fra i due paladini, che Carlo imperatore si trova costretto a far rinchiudere la donzella in una torre promettendola in isposa a quello dei due cavalieri che ucciderà maggior numero di nemici. Angelica riesce a fuggire e qui incominciano le sue avventure e i suoi guai.

Entra in un bosco e s’incontra con Rinaldo e Ferraù che si battono per lei, ed ella scappa lasciandoli picchiare. Da un cespuglio di spini fioriti e di vermiglie rose, ove si corca per riposarsi, sente i lamenti amorosi che per lei fa Sacripante; vede le lacrime del forte saraceno. Voi vi aspettate un piccolo moto di pietà? Che! ella freddamente calcola l’utile che può trarre da questo amore, e visto che il vagar sola pei boschi le fa paura, si mostra al poveretto, e con quattro moine lo fa partecipe dell’alto onore di averlo scelto a guida.

Rinaldo ricompare e i due cavalieri vengono a tenzone «come due can mordenti». Angelica spaurita fugge di nuovo; ma questa · volta incappa bene; trova un falso eremita che le manda un demonio nel cavallo; questo invasato, non sente più nė morso, nė sperone, si slancia in alto mare e porta la bella donna all’isola del Pianto, infestata da un’orribile orca. La descrizione di questa traversata è splendida e quantunque Ovidio, Mosco e Catullo c’entrino per qualche cosa, l’episodio è pieno d’originalità.

Ma quali sono i sentimenti d’Angelica durante quel pericoloso viaggio? Ella ha paura! Nessun nobile pensiero, nessun ardire è in lei; è una femminuccia qualunque, che raccoglie il vestito perchè non si bagni e trema e piange

«Non sa che far la timida donzella
«Se non tenersi ritta in sulla sella»

e sfido io, in mezzo all’onde, a cavallo d’un demonio, non c’era proprio altro da fare. Vi è però nel primo verso, una parola che mi fa sorridere «timida»; ve la figurate voi la timidità d’Angelica? Si, se la parola si prende in stretto senso di timore, di paura; ma non altrimenti per certo e segue il poeta

«Ella volgea i begli occhi a terra invano
«Che bagnavan di pianto il viso e il seno.»

Oh non le capitava d’intenerirsi tanto, quando vedeva gli amanti piangere e languire, o quando li vedeva rompersi addosso e crivellarsi di ferite; allora [p. 86 modifica]

«. . . . . dura e fredda più d’una colonna
«Ad averne pietà però non scende»

ed ha cosi fitto l’egoismo nell’anima, che in lei si è fatto natura

«I languidi occhi al ciel tenea levati
«Come accusando il gran Motor che abbia
«Tutti inclinati nel suo danno i fati.»

Ma, dopo tutto, quando la vediamo legata dai corsari per essere pasto dell’orca ci fa pietà. Ella è afflitta, affranta dallo spavento, dalla vergogna, dal dolore, impreca alla sua vantata bellezza e desidera la morte, «poichè fama onorata non può più avere». Ed è in questo punto che si accusa messer Ludovico, di aver fatto Angelica troppo seria e sentimentale; io non trovo; mi pare anzi che il poeta abbia seguito lo sviluppo psicologico del sentimento dominante nel carattere d’Angelica: — l’orgoglio. L’orgoglio ha detto un filosofo, può essere una virtù. Angelica fiera della sua verginitȧ e della sua fama d’inaccessibile, vedendosi esposta a tutte le onte, invoca con orgoglio supremo la morte, e questo è il momento più bello di questa figura di donna.

L’Ariosto narra quest’episodio colla gravità dei suoi predecessori; Angelica è li legata allo scoglio, i corsari accorrono, l’orca si prepara al pasto, l’Ippogrifo portante il liberatore è librato nell’aria. Messer Ludovico guarda l’uditorio in sospeso, ed esclama

«Chi narrerà l’angosce, i pianti, i gridi,
«L’alta querela che nel ciel penetra?
«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
«Io nol dirò, che si il dolor mi muove,
«Che mi sforza a voltar le rime altrove.»

È malizia d’artista o sorriso d’umorista?

In tutte le letterature del passato, del presente e dell’avvenire, le belle donne figurano anche dal lato morale, sempre meglio che le brutte; ma nell’epica cavalleresca, ciò è passato quasi a regola; ei pare che quella letteratura ingenua e primitiva faccia come i bambini sinonimo di brutto e cattivo, il bello e il buono — certo le donne brutte dovevano star molto male al tempo dei prodi cavalieri antiqui!

Ma ritorniamo ad Angelica, che abbiamo lasciata in si tristi condizioni. Ruggero la libera accecando l’orca collo scudo d’Atlante, [p. 87 modifica]e tra il si e il no, se ne invaghisce; dapprima era accorso a liberarla per amore della sua Bradamante, ma i begli occhi d’Angelica fanno tanta presa nell’animo suo che le regala l’anello incantato che a lui ha mandato l’animosa donzella di Dordona. Quest’anello messo in bocca rende invisibile; appena scesa dall’Ippogrifo la regina del Catai ne approfitta e fugge, lasciando il paladino a brancolar come cieco e ad abbracciare l’aria. Ben gli sta!

Angelica ripara presso un pastore, veste abiti contadineschi, e poi con una licenza che, dice un critico [2] arguto, ma un pochino impertinente, le belle donne hanno in comune coi ladri, si sceglie una giumenta e va in cerca di Sacripante, per farsi accompagnare in oriente perchè

«Il Circasso depor quando le piaccia
«Potrà, se ben l’avesse posta in cielo.»

Per mezzo dell’anello incantato distrugge il palazzo del mago Atlante dove stavan prigionieri parecchi cavalieri; ma il guaio è, che liberando Sacripante, libera pure il conte Orlando e Ferrau; i quali, appena la vedono s’accapigliano; ella si rende invisibile ed assiste al torneo, poi per pigliarsi gioco d’Orlando le porta via l’elmo. Lo vedete? Dopo che possiede l’anello incantato, Angelica è ritornata quella di prima; la timidezza, l’umiltà son svanite — ma ad un tratto

«Insolita pietade in mezzo al petto
«Si senti entrar per disusate porte
«Che le fè il duro cor tenero e molle»

Che è ciò, come è avvenuto il grande miracolo? — E una vendetta d’amore!

Sul limitare d’un bosco giace ferito un gentil giovinetto, la chioma d’oro bruttata di sangue, il volto leggiadro soffuso di cereo pallore. Angelica a tal vista si commove, s’accosta quasi attratta da una forza magica, e fissa il ferito. Chi è costui? È Medoro, un Saracino che s’è avventurato di notte nel campo cristiano, per cercare il cadavere del suo re; sorpreso, non abbandona l’amato peso e solo supplica che gli si lasci il tempo di seppellirlo. La figura del giovinetto eroe è certamente bella; par di veder un biondo cherubino colla spada fiammeggiante — ma la superba regina del Catai era [p. 88 modifica]forse avvezza a lasciarsi commuovere dalle azioni nobili e gentili? A me pare di no; anzi l’orgoglio suo innato la dovrebbe far passar sdegnosa e indifferente accanto ad un povero fante, anche ferito. Ma amore offeso, non perdona; Angelica è vinta; ella cura il saracino, lo guarisce e lo sposa.

Ciò che segue appartiene al genere idillico; gli amanti vagano per la selva, s’incoronano di fiori, tubano come tortore e incidono i loro nomi intrecciati sulle piante, e il povero innamoratissimo Orlando al veder poi quelle scritte prova tanto disperato dolore che ne smarrisce il senno.

Chi riconosce Angelica la fredda, la superba figlia del Catai, in questa pastorella arcadica? e l’Ariosto stesso esclama:

«O conte Orlando, o re di Circassia,
«Vostr’inclita virtù, dite, che giova?
«Vostr’alto onor, dite, in che prezzo sia?
«Or che mercè vostro servir ritruova?

(Canto xix-31).


e rammenta i vani sospiri di Rinaldo, di Ferraù e degli altri innamorati cavalieri. Però anche qui il poeta si mostra fine conoscitore della natura umana, perchè, dato un carattere orgoglioso calcolatore come quello d’Angelica, è più ovvio che s’invaghisca e sposi un uomo al quale sarà sempre superiore, che non uno di quegl’incliti guerrieri, pari a lei in potenza e nobiltà di nascita. Le donne della tempra di costei amano fortemente, ma con un affetto protettore; nell’anima loro, l’orgoglio domato dalla passione sonnecchia, non è morto, e un bricciolo d’egoismo è in fondo a tutte le loro azioni. L’innamoramento d’Angelica è quindi di una verità meravigliosa e se la protagonista ci può essere antipatica pel suo carattere dobbiamo riconoscere che artisticamente è una concezione stupenda.

Ed ora dovrei passare a dirvi delle donne allegoriche, e via, via per ordine delle altre creazioni femminili del nostro autore; ma preferisco usar lo stratagemma di messer Ludovico, e ad una rappresentazione di donna fredda e crudele, far seguire quella di un’anima puramente affettuosa, di Fiordiligi, la figliuola prediletta del poeta.

Non vedendo ritornare il marito suo, il nobile guerriero Brandimarte che era andato in cerca d’Orlando impazzito per amore, la povera Fiordiligi, senz’altro usbergo che la sua virtù e la sua fede, lascia il campo di re Carlo e....

[p. 89 modifica]

«Da un mare all’altro si mette, fin sotto
«a Pirene e l’alpe per tutto a cercarlo.»

(Canto xxx-78).


Dopo mille peripezie lo trova; ma, per riperderlo quasi subito; duellando con Rodomonte, sopra un ponticello, Brandimarte cade nel fiume; alle commoventi preghiere della disperata Fiordiligi, il Moro non finisce il vinto; si accontenta di tenerlo prigione. La desolata si parte allora in cerca d’un liberatore, e trova la forte e gentil Bradamante.

Ma il soccorso della guerriera giunge in ritardo, Rodomonte ha mandato in Africa tutti i prigionieri cristiani. Fiordiligi non si accascia sotto il fiero colpo; il sentimento profondo che l’anima, la rende forte contro ogni pericolo; ella va in Pagania e all’isola di Lampedusa ha il supremo conforto di ritrovare il suo sposo adorato; ma ahimė! presto si darà una gran battaglia e con questo pensiero la vita della gentile creatura scorre in ambascie; un triste presentimento la turba, un’inquietudine mortale le rode l’anima. Aspettando il suo diletto, ella le ricama una sopravveste nera in scarlatto — e una notte vede in sogno i rossi arabeschi cambiarsi in macchie di sangue. — Il giorno della pugna s’aggira quasi trasognata nei dintorni del campo e quando vede Astolfo e Sansonetto venire a lei con mesto volto, capisce la sua immensa sventura e cade a terra tramortita. — Quando le ritornano gli spiriti, si chiude nel suo dolore, ricusa ogni conforto, ogni ripiego e muore consunta presso il corpo del suo adorato.

Oh non è questo un saper penetrare addentro al cuore umano, sorprenderne i più reconditi palpiti; non è questa un’analisi di cui un moderno psicologo potrebbe andar fiero? — Vale, mesta sposa fedele!

Nel poema vi sono, come abbiamo detto, donne allegoriche, non però nella misura che credettero i critici dei secoli passati; vi sono inoltre personificazioni di virtù e di vizi; come per esempio quella della Discordia la quale cacciandosi or nel campo cristiano, ed or nel saracino, va seminando i suoi malefici frutti, finchè un bel giorno, l’arcangelo Michele, stanco delle sue gherminelle, la cerca, e, trovatala in un monastero, la prende pei capelli:

«E pugni e calci le diè senza fine
«Indi le ruppe un manico di croce
«Per la testa, pel dosso e per le braccia.»

[p. 90 modifica]In questi brevissimi versi si disegna netta la coscienza religiosa del cinquecento; si crede all’esistenza di un arcangelo Michele; ma, senza alcun rispetto e colla massima indifferenza, lo si tira giù dalle superne sfere e gli si fa somministrare botte, come al primo marrano venuto. E il fatto di trovar la Discordia in un monastero, non è forse una nota satirica caratteristica?

Alcina, Morgana, Erifilla, Logistilla e le sue saggie donzelle, adombrano, secondo alcuni critici, le tre prime ogni vizio, l’ultima la Ragione, o se si vuole la Sapienza.

Alcina è stupendamente bella, e vive in un’isola che è un paradiso. Nel narrare di questo sito incantevole messer Ludovico supera di molto la descrizione dell’isola di Faleria fatta dal Bojardo, e quella della reggia di Venere fatta dal Poliziano.

Come le fate vivevano circondate dalle loro ninfe, cosi la bionda maga ha attorno a sè uno sciame di bellissime donzelle, fra cui splende

«Come il sol in fra le stelle.»

Però tanta leggiadria è velo ad ogni sorta di vizi. Alcina attira nell’isola sua i più prodi cavalieri, li fa battagliare con ogni sorta di mostri e colla sordida gigantesca Erifilla, simbolo dell’avarizia, e quando un nuovo paladino arriva, ella si sbarazza dell’antico amatore cangiandolo in un sasso, in una pianta, o in una bestia. Questa sorte aspettava a Ruggero, se la fata Melissa, il genio tutelare della casa d’Este, non gli avesse portato, da parte di Bradamante, l’anello contro il quale ogni incantesimo era vano. Toccata col talismano, Alcina apparve agli occhi del cavaliero nel suo vero essere: brutta, schifosa come il peccato; egli fuggi inorridito e con tanta velocità che nė i mostri, nè le lusinghe, nè le villanie, che le stelle ritornate nel loro vero essere, gli prodigarono, riuscirono ad arrestarlo — giunse cosi al santo regno di Logistilla, cioè al regno della ragione e vi venne accolto

«Da la valorosa Andronica e la saggia
«Fronesia, e l’onestissima Dicilla
«E Sofrosina casta...»

nelle quali si adombrano le quattro virtù cardinali. — Il palazzo di Logistilla aveva le mura formate di tali gemme, che mirandosi in esse

«L’uom sino in mezzo all’anima si vede».

[p. 91 modifica]Logistilla insegnò a Ruggero ad infrenare l’Ippogrifo, ossia a domare le passioni e gli donò un libro contenente saggie massime di vita. In somma tutta l’orditura che ha per teatro l’isola d’Alcina e il regno di Logistilla è fondata sull’állegoria.

Fra i tipi di donne immaginarie, troviamo quello popolare della moglie del mago, una buona matrona che assiste a malincuore ai feroci pasti del marito, e cerca di salvarne le vittime.

Questa figura rimase nelle nostre fiabe, come quella della vecchia nutrice. L’Ariosto le raccolse sulle labbra del popolo, come pure dicesi, abbia preso l’idea dell’episodio di Doralice, dal rapimento di una damigella della duchessa d’Urbino, successo mentre andava sposa al capitano delle guardie venete messer Caracciolo, e opera probabilmente del duca Valentino Borgia. Ma l’impreveduto nella condotta di Doralice consiste nel preferire il nuovo, al vecchio amante; essa, passatemi l’espressione è una civetta nata; vana, leggera, di cuor molto tenero dimentica con facilità i lontani ed i morti, per i vivi, ed i vicini; è un tipo che s’incontra spesso nella vita, come pure è vero quello d’un’altra donna ariostesca, Argia, che, come la Margherita del Goethe, cede alla tentazione di un ricco dono.

Ben altrimenti cattive sono Origille, Gabrina, Lidia, Alessandra, Artemia, Drusilla e poco onorevole compagnia.

Origille è la donna fraudolenta e traditrice, quasi la personificazione della bellezza pericolosa e cattiva, un tipo che si trova spessissimo nei romanzi cavallereschi, specie nel Guiron li courtois du bois verdoyant —; non contenta di scusar le infamie sue ne riversa la colpa sul nobile cavalier Grifone e ciò per favorire il vil Martano di cui è innamorata e che è a lei più omogeneo. Grifone, che conosce il suo errore e pur non si può togliere dal cuore l’affetto per quell’aspide, fa riscontro a Dalinda, l’ancella della bella Ginevra, che tradisce la padrona per compiacere al proprio amante, ed espone l’innocente principessa all’aspra legge di Scozia, cioè al «Giudizio di Dio».

È l’amore spinto all’ultimo limite, alla negazione della volontà, della coscienza, è l’amore che, se non facesse pietà, farebbe ribrezzo.

Gabrina brutta, lercia, vecchia è la personificazione viva e vera della perfidia, il ritratto della donna che ha perduto ogni pudore, ogni sensibilità e riesce in malvagità più feroce dell’uomo più tristo.

L’Ariosto ha raccolto in costei tanti vizi, tante brutture, da potervi attingere di che far mille malvagissime donne differenti l’una [p. 92 modifica]dall’altra. Io proprio non ce la posso patire fra le donne; amo meglio metterla tra le donne allegoriche in compagnia d’Alcina.

Lidia è bellissima e cattiva ancor lei; si compiace di veder ai suoi piedi i più forti cavalieri, e non ne sente pietà; le piace dominare, trionfare; quante Lidie vi sono però nel mondo e quante lo sono senza neppur saper d’esserlo! Leggere e lusinghiere, godono nel ricevere omaggi, nel farsi corteggiare, e non pensano allo strazio dei cuori che fiduciosi vanno a loro, attratti, affascinati dal sorriso incantevole, e non pensano che uccidono il più celeste fiore dell’anima la fede nel bene, e che talvolta troncano una nobile esistenza.

Ma passiamo a più spirabil aere: — ecco Olimpia, donna onesta e fedele; essa è un modello d’abnegazione; nessun sacrificio le par grave quando si tratta del suo amore. Mite, affettuosa con Bireno, si spinge fino a segar la gola al figlio del re Cimosco per serbarsi fedele al fidanzato; ma la poverina è mal ricompensata di tanta devozione; il perfido Bireno la tradisce e l’abbandona in un’isola deserta. La disperazione della nuova Arianna è dall’Ariosto dipinta in modo insuperabile, tragico, commovente. — Ella vuole uccidersi; ma non ne trova la forza, e stempera il suo dolore in lagrime ed in lamenti; questa mitezza di carattere prepara il lettore alla lieta fine del racconto — Olimpia infatti si consola e sposa Oberto il Leone, che la ripone sul trono.

Ben altrimenti compita ed intera è la figura della forte Isabella innamorata del più gentile dei cavalieri erranti, Zerbino di Scozia. Ella stessa racconta la sua storia ad Orlando che la trova nella caverna dei ladroni maganzesi. Ma il passato d’Isabella non monta; il suo carattere riesce in luce e si sviluppa quando il famoso paladino, dopo uccisi in un batter d’occhio ottanta ladri, la prende sotto l’alta sua protezione e dopo un lungo errare, e una serie svariata d’avventure la rimette fra le braccia del suo Zerbino. Il poeta rappresenta in modo insuperabile la gioia celestiale della donzella che vedendo il suo amato cavaliero impallidisce; le lagrime le scendon giù per le gote, non può parlare. È la soprabbondanza degli affetti che nei momenti solenni della vita, ci conquide, ci solleva, ci rapisce al mondo intero.

Ma la gioia dei due amanti è di breve durata. Nel difendere le armi del conte Orlando, impazzito per amore, il prode Zerbino vien ferito mortalmente. Isabella piomba ad un tratto, dall’apice della felicità, nell’abisso più spaventoso. Che pietà vederla [p. 93 modifica]

inginocchiata sull’erba col capo diletto del suo cavaliero stretto sul seno, fissare cogli occhi velati dalle lagrime, gli occhi moribondi di lui, seguir con ansia terribile i progressi della morte sul volto adorato, contarne i palpiti affannosi; ella lo conforta; egli sussurra affannosamente dolci proteste d’amore e di eterna fedeltà, e quando l’anima gentile di Zerbino spira, la raccoglie in un ultimo bacio. Il suo dolore è terribile e non si espande in parole; tenendo per la briglia il cavallo su cui ha fatto porre la salma del suo adorato, ella, saracina, s’incammina alla ricerca di un chiostro. Questa donna impietrita dall’angoscia, che non si preoccupa più di nulla, che non vede neppur più quanto accade intorno a lei, che vagheggia la solitudine presso ad una tomba, è la più vibrata e vera pittura del dolore.

Isabella finisce eroicamente. Fida al doppio giuramento fatto al suo Zerbino di non togliersi la vita e di rimanergli fedele, quando per mala ventura s’imbattė in Rodomonte che la vorrebbe far sua, con un eroico inganno si salva. — Io ti farò, dice al saracino, se me ne dai il tempo, una mistura che, bagnandotene, resterai invulnerabile. — Rodomonte acconsente — la giovane donna preparato il liquore se ne unge il bel collo, e sorridendo chiede al guerriero di provarne su di lei l’efficacia. Rodomonte tira un gran colpo, e il capo gentile d’Isabella si stacca dal busto, mentre dalle labbra sue come un soffio esce un nome: Zerbino!

L’anima buona dell’Ariosto aleggia in questa commoventissima scena; vi si sente come il fremito del cuore del poeta, Isabella è proprio tutta sua.

Ma silenzio squilla il corno, si ode un tinnir di ferro. Ecco le donne guerriere!

Chiuse nella lucida armatura, la spada al fianco, la visiera levata, Marfisa e Bradamante s’avanzano; entrambe sono belle, forti, animose; ma, nello sguardo di Bradamante, splende la gioia serena della donna che ama ed è riamata, in quello di Marfisa lampeggia l’orgoglio e la fierezza. Il movente dell’una è l’amore, quello dell’altra la gloria. Amore e gloria, le due forze motrici del mondo cavalleresco, son dall’Ariosto personificate in queste due stupende figure che a vicenda si danno risalto.

Il tipo delle donne guerriere è sempre esistito — in realtà e in favola. La mitologia, e la letteratura greco-romana raccontano di parecchie prodi eroine; inoltre ci narrano del regno delle Amazzoni. Nell’Eneide vi è poi il tipo di Camilla guerriera senza amori, dalla quale può benissimo esser derivata la nostra Marfisa. [p. 94 modifica]

Nei racconti orientali troviamo Semiramide e altre molte donne eroiche; nelle saghe Islandesi, nell’epica scandinava e germanica abbiamo le Valkyrie e Sigurdrifa — nella poesia medioevale russa si presentano forti guerriere e finalmente nell’epopea bizantina formatasi intorno a Degenis Akritas, si parla di donne guerriere.

Nei romanzi cavallereschi dei due cicli, le guerriere spesseggiano; vi è la guerriera per indole, vi è quella per necessità, e quella che seguendo l’andazzo comune veste l’armatura senza però battersi mai. Questo tipo formava infine una delle note dei romanzatori medievali; i quali del resto non avevano bisogno di cercarne gli esempi in tempi remoti. Parecchie anzi molte donne egregie si distinsero in armi e in tutte le nazioni. Fra noi Maria da Pozzuoli, l’Orsini-Fiorello, Bona Lombarda e altre tennero alta la fama del coraggio femminile — le storie citan poi con onore le donne Maltesi, le Famagostane, le Coriolane e parecchie altre che difesero le loro città dalle invasioni dei saraceni.

E nemmeno il regno delle donne Alessandrine che stanno «Sul golfo di Lajazzo in ver Soria» è un volo della fantasia ariostesca; abbiamo citate le Amazzoni greche; i rimatori francesi trassero da quelle l’idea del loro paese di Feminie e i nostri cantori quella del regno Feminoro e del regno di Amazona.

Ma ritorniamo alle nostre guerriere. — Bradamante è la Braidamonte del Rubion d’Anferna, e la Bradamante del Bojardo. L’Ariosto ne poetizza la figura; ne rende la nascita più regolare; la fa insomma degna d’esser progenitrice della casa d’Este.

Marfisa è dal Bojardo presentata al lettore, con un’interezza di carattere stupenda; l’Ariosto ne modera un po’ la tracotanza e l’orgoglio e la fa accessibile ad un leggero sentimento di vanità; ciò nondimeno, così come la troviamo nell’Orlando Furioso, Marfisa ė un bel tipo e assai simpatico. Dice di lei il poeta:

«Essa aveva sembianza d’uom e femmina era
«Nelle battaglie a meraviglia fiera»

e più sotto soggiunge:

«Il di e la notte armata sempre andava
«Di qua di là cercando in monti e in piano
«Con cavalieri erranti riscontrarsi,
«Ed immortale e gloriosa farsi.»

[p. 95 modifica]

Le imprese di Marfisa son grandi; ella sfida, combatte, ammazza; ma sempre pel buon diritto. La troviamo in Damasco con due camerati Astolfo e Sansonetto, giunti per la giostra indetta da re Norandino in onore della bella e gentile Lucina, un tipo di donnina timida, un po’ leziosa, che fa spiccatamente risaltare le virtù eroiche di Marfisa.

Cavaliero, passatemi la parola, senza macchia e senza paura Marfisa, avuto fra le man il traditore Brunello, lo minaccia d’impiccarlo, ma poi quel vile omiciattolo le mette schifo e

«In si sprezzato sangue non si volse
«Bruttar l’altere man e lo disciolse.

Però la guerriera sente con compiacenza l’ammirazione che destano le sue aure crespe chiome e alle preghiere dei suoi camerati non ricusa di prender vesti ed ornamenti muliebri; ma ne ha un castigo tremendo. Un re pagano sopraggiunge, sfida i cavalieri e li vince e poi volto a Marfisa la domanda chi è il suo signore.

A chi appartiene Marfisa? Lampeggiante d’ira si leva, esclamando che non appartiene che a sẻ; in un attimo veste l’armatura e grida

«Dunque me tolga a me chi mi desia».

e come fulmine piomba addosso al mal capitato e lo vince.

Fedele alla divisa della cavalleria «mon Dieu, mon roi, et ma dame,» ancorché la sua triste sorte le avesse appioppato per dama la miserabile Gabrina, Marfisa la protegge e non permette che di lei si rida. Per questo sfida Pinabello ed esige per riscatto che la donzella di lui ceda panni e cavallo a Gabrina. Così acconciata la lurida vecchia, pare, dice poeta, una bertuccia; nessuno la può guardare senza sogghignare. Succede così al buon Zerbino; detto fatto; Marfisa speranzosa di potersi sbarazzare della sua dama, lo chiama a singolar tenzone. Gran mercè grida il cavaliere, io non vi vo’ battere per tema della ricompensa. Marfisa sicura della sua forza propone al cavaliero di fare un’eccezione alle regole cavalleresche e lasciar la dama al vinto. Zerbino accetta e poverino gli rimane Gabrina.

Questo episodio che io vi ho riassunto in poche parole è nel poema narrato in modo brioso e di una comicità squisitamente artistica; frammezzato qua e là un motto arguto, una sentenza, che colpisce giusto; sentite questa:

«A donna non si fa maggior dispetto
«Che quando vecchia e brutta le vien detto».

[p. 96 modifica]Bradamante è guerriera più gentile; l’amore è per lei il supremo

dei sentimenti, Ruggero l’unico movente delle sue imprese; il cavaliero la riama si; ma non opera, non vive unicamente per lei; il suo amore sarà intenso, ma gli permette tuttavia qualche distrazione; ed è quello che accade tuttodi. Nella donna la passione assorbe tutta quanta l’esistenza, nell’uomo lascia ancor posto ad altri sogni.

Nello scrivere delle avventure di questi due capostipiti della serenissima casa d’Este, l’Ariosto prese a guida la fantasia ed il cuore, i casi son vari e meravigliosi; il sopranaturale interviene per aggiustar le cose. Ma, nella parte affettiva, specie nello svolgimento della gelosia di Bradamante, l’Ariosto riesce addirittura splendido; egli sottilizza l’indagine, risale alle fonti degli affetti, acuendo lo sguardo del poeta colla lente del psicologo. Segue e promuove l’andamento naturale di questa passione sicchè il leggiero sospetto cresce, e scoppia con una violenza grandissima: Bradamante che ha cuore appassionato di donna e opera da uomo tiene dei due mondi che si compenetrano nel poema dell’Ariosto, il mondo dell’immaginazione e quello della realtà.

L’idea di questo tipo di donna guerriera l’Ariosto l’ebbe probabilmente dalla Fiammetta e Troilo del Boccaccio, quantunque altri citi come fonte il Filostrato, il romanzo cavalleresco di Tristano ed Isotta, ed altri ancora rimonti fino ad Ovidio. Comunque sia, l’Ariosto fece di Bradamante un’importantissima creazione.

Noi la troviamo per la prima volta nel poema nel momento in cui, lasciata Marsiglia di cui era governatrice, ella muove alla ricerca del suo Ruggero. Tradita dal conte maganzese Pinabello ella cade in una profonda buca e si trova nella caverna del mago Merlino. Qui Melissa protettrice della casa d’Este, che col mago Atlante rappresenta l’intervento sopranaturale che veglia sui due amanti durante tutto il romanzo, fa sfilare davanti agli occhi della donzella i simulacri delle donne Estensi con tutti gli aggettivi laudativi immaginabili. Questa è certamente la parte meno interessante del poema, ma, a scusa di messer Ludovico si può ripetere il noto adagio: necessità non vuol legge e poi l’origine favolosa della casa d’Este non è invenzione del poeta; la mania di discendere dai Greci, dai Troiani, o per lo meno da un imperatore Romano, era penetrato nelle famiglie illustri d’Italia fin dal secolo decimoterzo.

Coll’aiuto di Melissa e dell’anello incantato che costei le dona, Bradamante trova finalmente il suo Ruggero; ma per perderlo [p. 97 modifica] subito; l’ippogrifo glie lo porta via per aria. Lo ritrova dopo mille peripezie e lo smarrisce una seconda volta. Ma Bradamante non si dispera troppo; Ruggero ha promesso di recarsi all’abbadia di Vallombrosa a farsi battezzare; ella andrà a cercarlo colà.

Ma dove si trova la famosa abbadia? La guerriera erra a caso per la foresta in cerca della buona strada, quand’ecco, laggiù dove il bosco si dirada, sopra un verde monte appare un castello: è Montalbano! A quella vista la donna sorpresa arresta di botto il destriero e ritta sulle staffe la visiera levata fissa commossa le torri del paterno castello.

Dietro quelle vetuste mura, padre, madre, fratelli, l’attendono con desiderio; le donzelle parlano di lei lagrimando. Intenerita raccoglie le redini e fa per incamminarsi a quella volta: ma come una visione, la bella figura del suo Ruggero le passa dinanzi agli occhi; il suo cuore sotto alla maglia ribatte più concitato, e poi per un fenomeno di autosuggestione la nuova immagine a grado, a grado riprende il possesso dell’animo suo, gli altri affetti si scoloriscono, e.... volge le spalle a Montalbano con un lungo sguardo d’addio.

Amore ha vinto, poichè parlava più alto nel cuore; ma l’affetto domestico è vivo tuttora, e una parola del fratello Ricciardetto che per caso incontra per via, basta a farlo trionfare.


Ecco Bradamante in Montalbano. — Fra le pareti domestiche smessa l’armatura, l’eroina diventa in tutto e per tutto una simpatica figurina di donna. Ella non pensa e non vive che per il suo Ruggero; femminilmente gentile è l’idea d’inviare al guerriero il cavallo Frontino adornato colle sue mani. Con Ippalca la donzella sua più fida, ella non fa che parlare di lui e lo esalta fin sopra alle stelle, e quando la manda messaggera a Ruggero, le fa mille minutissime raccomandazioni, e la più insistente è che lo esorti a venir presto a lei.

Ippalca ritorna sola, Ruggero è trattenuto al campo di re Agramante e manda una lettera. Bradamante piange per timore, per cordoglio, per dispetto; cincischia la lettera e la bacia; vorrebbe abbruciarla e la legge cento volte; non vuol più parlare dell’ingrato e affolla di domande la donzella. L’Ariosto qui par che dipinga dal vero.

Tuttavia l’innamorata donna si calma; Ruggero ha promesso di venire, ma ahimė! egli non giunge e Bradamante è in inquietudini mortali. Due volte al giorno sale sulla più alta torre del castello Per esplorare la pianura; soventi monta a cavallo e accorre per la [p. 98 modifica]strada di dove le par che egli debba arrivare; ma dopo una trottata di mezz’ora si pente di essersi troppo dilungata: Se Ruggero fosse in questo frattempo giunto al castello per altra via?

L’Ariosto tiene conto delle cause interne e fa uso sapiente dell’ esterne, che può governare a suo arbitrio per accelerare lo sviluppo delle passioni.

L’ansia di Bradamante si cambia in molesta inquietudine, quando Ricciardetto le narra d’aver visto al campo Saraceno Ruggero in compagnia della guerriera Marfisa. Più tardi, capita a Montalbano un cavaliere guascone che racconta come al campo d’Agramante si buccina di prossime nozze tra il prode Ruggero e la bella Marfisa. Ed ecco Bradamante scivolare sullo sdrucciolo su cui l’aveva posta il poeta; eccola furiosamente gelosa; i suoi lamenti, la sua disperazione, son commoventi. Ma non per nulla ella è una donna eroica. Abbandona il pensiero del suicidio per quello della vendetta, indossa l’armatura e sopra vi mette una veste color foglia morta ricamata a tronconi di cipresso che voleva significare «disperazione e voglia di morire.» Avviso agl’infedeli che non vogliono andare incontro a scene patetiche!

Impugna la lancia d’oro donatale da Astolfo e s’incammina. Per strada incontra la mesta Fiordiligi e, a sua richiesta, va a sfidar Rodomonte e lo vince — un bell’esempio questo di amicizia femminile!

La donna guerriera capita poi al castello di Tristano, dove erano in uso i paragoni (non concorsi) di bellezza; Bradamante vince; ma, con cortesia cavalleresca, cede il posto all’altra dama.

Eccola sotto Arli; tre cavalieri saraceni son già caduti sotto i potenti colpi della lancia d’Argalia, quando si presenta Marfisa; come spiegare il tumulto d’affetti contrari che quella vista suscita in petto all’animosa donzella di Dordona? Questo momento del poema è animato da un soffio potente di passione; la situazione è piena d’interesse drammatico. Le due guerriere son di fronte, una più orgogliosa di Lucifero, l’altra le forze contuplicate dalla gelosia. La passione che in questo momento agita Bradamante ci fa fremere.

Una scaramuccia tra Saraceni e Cristiani interrompe il duello delle due donne. Bradamante si ritira in disparte e da lungi fissa con sguardo intenso, appassionato il suo Ruggero uscito a combattere. Com’è bello! E gli occhi fieri e lampeggianti le si velano di lagrime.

«Dunque baciar si belle e dolci labbra
«Deve altra, se baciar non le poss’io.»

[p. 99 modifica]E il furore la riprende; non l’avrò nè io nė tu e si scaglia con tutto

impeto addosso all’amante. Questi la scansa e trattala in disparte la persuade del suo amore; ma Marfisa sopraggiunge e il duello ricomincia; Ruggero vuol far da paciere e l’ira di Marfisa si volge su di lui. Ma ecco in buon punto l’intervento sopranaturale, la voce d’Atlante cupa e cavernosa rivela ai combattenti che son fratello e sorella.

La pace si fa per incanto e la tragedia finisce in commedia.

Tutto l’intreccio che precede le nozze tra Ruggero e Bradamante emana dalla vena comica; è una storia comune in tutti i tempi. Il duca Amone ha promesso la figliuola al nipote dell’imperatore di Costantinopoli; Ruggero ha seguito il suo re in Africa, Bradamante è sola alle prese coll’inflessibilità del padre e coll’ambizione della madre Beatrice, che sogna un genero imperiale, e si sente crescer d’un palmo al riverbero della gloria che toccherebbe alla figliuola. Nell’ambiente freddo del paterno castello dove rivivevano i ricordi dell’infanzia, le tradizioni d’assoluta obbedienza al capo della famiglia, fra la madre piangente e le donzelle, è naturale che Bradamante temporeggi a ribellarsi e sfoghi il suo dolore in lamenti che toccano altezze elegiache.

Ma come è da aspettarsi, la passione d’amore vince, ed ella chiede a Carlo imperatore, la grazia di non dover subire un marito

«. . . . . . .se non si mostra
«Che più di me sia valoroso in arme.»

Vedete che vantaggio d’esser donne guerriere!

Ma il tempo ormai è passato; cosi non vi narrerò le peripezie dei due amanti; del resto le avete certamente lette, e sapete come tutto finì benissimo.

Il poema dalle altezze epiche dell’impazzamento d’Orlando, della morte d’Isabella, della difesa di Parigi è sceso, un po’ malgrado il suo autore, al semplice romanzo cavalleresco.

Le donne dell’Orlando Furioso, descritte o appena accennate ci sono sfilate davanti; tutte le manifestazioni dell’animo femminile, dai due punti estremi: virtù eroica e perfidia infinita, tutte ha descritte l’Ariosto con supremo magistero d’arte, con finezza di psicologo e genio di poeta.

Certamente in un poema epico, in un poema cavalleresco, egli non poteva trasportare il tipo della donna mite, colta e gentile, quale noi amiamo figurarci, ma esalto assai le virtù del sesso [p. 100 modifica]gentile, e si vede, che l’Ariosto solo nel suo studiolo di via Mirasole, alla dolce musica degli svelti passettini della sua Alessandra, dimenticava le donne galanti, e non pensava più a scherzare. Le figure femminili del suo poema o son marchiate d’infamia, o sono oneste; nessuna è ridicola.

E che cosa ci dicono della donna l’Orlando Furioso e le fonti classiche e romanzesche nelle quali ha radici? Questo: che l’ingegno femminile, malgrado lo stato d’avvilimento in cui era negli antichissimi tempi e anche nel medioevo era tenuta la donna, ha sempre trovato modo di affermarsi: donne forti, donne virtuose, donne eroiche, donne letterate, spuntano, qua e là, come raggi di sole, nel tenebrore di quei tempi selvaggi e sanguinari.

L’ingegno femminile, forza latente e poderosa, era appena trattenuto dagli innumerevoli ostacoli; nulla valse a soffocarlo; sotto l’influsso d’un aura più mite di civiltà e di progresso il bel fiore è sbocciato e spande attorno la sua gentile fragranza.

Ne abbiamo una prova palpitante in questa Esposizione, alla quale potrebbero servir di divisa questi due versi dell’Ariosto:

Le donne son venute in eccellenza
In ogni cosa a cui han posto mano.

Luisa Ottavia Viglione.


Immagine dal testo cartaceo

  1. A. Graf. Attraverso il cinquecento.
  2. Pio Raina, Le fonti dell’Orlando Furioso.