La donna italiana descritta da scrittrici italiane/Le donne nella Divina Commedia
| Questo testo è completo, ma ancora da rileggere. |
| ◄ | Beatrice Portinari e l'idealità della donna nei canti d'amore in Italia | La donna italiana del trecento | ► |
LE DONNE
NELLA
DIVINA COMMEDIA[1]
.«
n mezzo alle tenebre dell’Evo medio, mentre la gente latina passa di servaggio in servaggio e di miseria in miseria, una mano ardita e gentile agita tratto tratto una fiaccola da cui partono i primi bagliori della luce, che irradierà il tempo nuovo. — Seguite i moti di quella mano, scrutate le trasparenze opaline di quel crepuscolo e vedrete delinearsi il volto della donna, dalla quale emana il profumo di gentilezza e di nobiltà, onde avrà origine la cavalleria e si tiene, vivo in tanta decadenza il prestigio del nome e delle armi italiane.
Col progredire dei tempi la donna spiega sempre meglio la sua azione benefica nel duplice campo della religione e dell’arte, quando nei castelli della verde Provenza cinge la spada ai cavalieri moventi verso Terrasanta e quando appare fulgida e bionda nelle ballate del trovieri, i quali valicate le Alpi, cantano innanzi ai nepoti del romani commossi da reminiscenze grandiose, il trionfo della bellezza e le gesta degli eroi. Gli irsuti figli della gleba, affollatisi intorno ai cantori, ascoltano avidi la parola, che scende nei loro cuori come il ricordo di una melodia da lunghi anni obliata, poi rapiti dalla narrazione di fatti grandi e meravigliosi, volgono all’avvenire uno sguardo nel quale brilla l’aurora della civiltà rinascente. Nello sfolgorio di quest’aurora sorge appunto Dante Alighieri e sorge in Firenze, essendo giusta e natural cosa, che il fiore della poesia germogli e si schiuda al sole della libertà. Primo a raccogliere gli elementi sparsi del nuovo idioma, Dante, seguendo le orme di coloro onde fu preceduto nell’arringo poetico, chiede la sua musa alla terra; ma invece di cercarla nei manieri turriti, fra le aspre madri dei re, o le castellane di Sicilia degenerate nelle mollezze delle corti; la trova bella di candore, olezzante di grazia e di virtù, in mezzo alla festa del maggio fiorentino.
Ed ecco, o signori, perchè nel pensare allo svolgimento del tema «Le donne della Divina Commedia» mi avvenne d’intravedere colla fantasia un quadro forse non ancora tentato, ove l’Alighieri torreggia bruno sullo sfondo dei colli toscani, coll’occhio fisso nella vergine dei Portinari, che gli sorride librandosi, mentre su da una gloria di luce, due donne celesti piovono fiori e benedizioni sugli amori casti e fecondi dell’angelo e del poeta.
Da tali amori e, dalla reazione del cuore sanguinante per immeritate ferite, nacque il poema dantesco, monumento imperituro il quale bastò ad illustrare non solo un uomo o un tempo; ma una nazione intera in tutti i secoli. — Noi non seguiremo il colosso nel poderoso lavoro, cui posero mano cielo e terra, e non tenteremo neppure di abbracciare tutta l’estensione di quella vastissima mente; ma nelle pagine eterne in cui suona tanta angoscia di pianti e brilla tanto fulgor di sorrisi, ci terremo paghi di cercare la donna, per la quale il pio cavaliere di Fiorenza non ha che amore, rispetto, compianto, e neppur una delle imprecazioni, con cui si scaglia sfolgorante d’ira e di minaccia contro i colpevoli del sesso forte.
Un immane voragine digradante in cerchi sempre più piccoli e stringentesi in un punto, ingoia i colpiti dalla giustizia divina, che vediam prima confusi in un brulichio indistinto e già orrendo, poi man mano ordinati secondo la natura della colpa e la gravità della pena.
Tale il quadro dell’abisso considerato nella sua unità spaventosa, però il poeta, non ancora contento, vuole che il lettore, scrutando coll’occhio la turba dolente, possa incontrar volti già noti e tendendo l’orecchio alle strida dei tormentati, sappia riconoscere voci udite altre volte nel mondo. — Così l’inferno sarà la gogna, e le lagrime dell’oppressore scenderanno come balsamo sulle ferite dell’oppresso.
Il compito è arduo, non mai tentato da alcuno; il poeta, esitante, guarda se la sua virtù è possente, invoca le Muse, l’alto ingegno, la mente che scrisse quanto vide, indi, fatto signore del tempo e dello spazio, percorre i campi della storia in cerca dei tipi meglio atti a rappresentare le concezioni del suo ingegno. Percorre i campi della storia e, scoperchiati i sepolcri, costretti i dormenti da secoli a rizzarglisi innanzi, artista portentoso, veste di vera carne gli scheletri, fa sussultare di veri palpiti i petti, spreme vere lagrime dalle occhiaie vuote; poscia afferrate le creature, cui ha dato cosi rapida vita, le porta là ove l’arte le chiama, coll’aspetto, colle vesti, coi caratteri dei loro tempi, quasi direi perfino coll’aria nella quale hanno vissuto.
Il quadro si anima, l’abisso si colora, figure bieche, grottesche, feroci, volteggiano, fuggono, s’incalzano urlando inseguite dai demoni e in mezzo a tanti orrori, come raggio di luce che consola di un lampo fugace, le tenebre, appare qua e là una bella testa addolorata e si diffonde il lamento di una voce gentile. Ecco la donna, anzi in questo istante dovrei dire piuttosto: ecco l’arte in una delle sue creazioni più mirabili. Non basta. Il profugo, errante solo, chi sa quante volte affamato, per le gole dei monti, pietoso ancora nell’avversità, ancor cavaliere nell’ira, mentre deturpa con strane e talora sozze contorsioni il corpo dei suoi nemici penanti; non appanna neppur d’un soffio fuggevole quello della donna, alla quale serba nel regno dell’eterno pianto la venustà scultoria, di cui la vedremo più tardi adornarsi sul colle del Purgatorio e nel trionfo del Paradiso.
Le donne della Divina Commedia! Vedetele in una festa di tinte bianco-rosate, schierarsi innanzi a voi nella maestà del pallio, nello splendor della porpora, nello sfolgorio delle gemme; vedete il cielo del Lazio rispecchiato dal sorriso di Lavinia, Roma, uscente florida e grande dalle braccia delle matrone, filanti la lana, più oltre, passano e si dileguano in un barbaglio di luce, la regina Babilonese e l’egizia, la sposa infida di Menelao e l’abbandonata di Cartagine, mentre in quel suono confuso di pianti, udite sprigionarsi una sola parola, accusare un solo nemico: amore. Grandissimo fra gli artisti, convinto essere scopo precipuo dell’arte la rappresentazione del vero, Dante raccoglie le più mirabili creazioni femminili là ove son puniti i falli d’amore; poiché sa che solo per questo la donna piange e sorride, si eleva e si corrompe, si perde e si redime, vive e muore; sa che per l’uomo l’amore in molti casi, in certi stadi è parte, mentre per la donna è tutto per tutta la vita.
Calmata la prima foga della giovinezza, le cure del mondo, la ressa degli affari, le gare di partiti, i calcoli dell’ambizione, gli stessi affetti sereni della famiglia, assorbendo tutte le attività e le forze morali dell’uomo non gli lasciano più sentire, anzi quasi neppure scusare, i palpiti antichi. — La donna invece, anche dai capelli bianchi si fa pensosa al ricordo dei dolori, che le costò T amore; ogni arzilla vecchietta si accosta volentieri alle brigate dalle quali novellasi di amorose vicende, perfino la popolana, che non sa nulla del passato della sua patria e poco assai del presente, potrebbe fari con precisione la storia degli amori della sua famiglia, del vicinato, e, restando nel suo ceto, magari di un’intera città. Togliete alla donna l’amore, ed ella non sarà più; toglietelo all’uomo: vi apparirà, incompleto, abbrutito, ripugnante, tuttavia continuerà ad essere, perchè la vita esteriore gli offrirà compensi che la donna non può né deve cercarvi; volgete le potenze affettive di lei al cielo e vedrete cresciute le schiere del paradiso; legatele alla terra, popolerete l’inferno.
Or dunque, eccoci tornati all’abisso che spalanca a’ nostri piedi la sua gran bocca paurosa. Terminata la rassegna delle donne antiche e dei cavalieri, l’occhio continua a frugare le tenebre, finché si arresta pensoso sulla figlia dei Polenta, la quale riempie la caverna immane d’un grido che si ripercuoterà in tutti i cuori. Un nuovo prodigio. La luce della bellezza ha fugato l’oscurità, l’inferno è è scomparso, quel grido venuto dalla terra, ne riconduce alla terra.
Francesca, travolta nella rapina della bufera che non resta mai, colle forme scultorie semivelate dal diffuso volume della chioma bionda, non è ombra ma corpo; non spirito ma carne, non anima che soffre ma cuore che fa sangue; è la passione indomita, disperata, fatale che si leva al disopra delle leggi umane e divine; l’amore che non lotta, eppur spezza, cade perchè non può che cadere, l’amore condannato dall’uomo ed assolto da Dio allorché disse, molto dovei’si perdonare a chi molto amò.
È il maggiore degli affetti, sole del mondo che, rotte le tenebre eterne, con esempio non mai veduto di artistica potenza, canta il più bello dei suoi inni, in mezzo agli urli dei dannati, diffondendo nel soggiorno dei morti l’armonia di versi, i quali non morranno mai:
«Amor, che a cor gentil ratto s’apprende»
«Amor, che a nullo amato amar perdona»
«Amor condusse noi ad una morte.»
Nell’infanzia della poesia italiana, quando l’arte languiva stretta fra le spire della scolastica, Francesca da Rimini, singhiozzante i particolari della caduta, che le costò la vita terrena, e la salute eterna, splende come un lampo di verismo comparso nel trecento per ecclissarsi e riapparire soltanto dopo sei secoli,.... è la donna, nata per amare che vive e muore d’amore, la donna, signori, quale Dio l’ha creata e il più grande dei nostri poeti l’ha sentita. Cessata la sosta della bufera, i due cognati dileguansi volteggiando nel bacio, l’orrenda vita dell’inferno prosegue il poeta, nello scendere di cerchio in cerchio vede man mano i golosi dibattentisi sotto la pioggia, gli avari spingenti i macigni, gli iracondi nel fango, gli epicurei nell’arche infuocate, i violenti nel sangue, o mutati in sterpi, o sotto pioggia ardente, i fraudolenti nel pozzo, sostenuto dai giganti, i traditori nel lago ghiacciato finchè s’arresta, livido di terrore, innanzi a Lucifero, le cui tre bocche mostruose maciullano tre traditori.
Nella rapida vicenda di quadri sempre nuovi, sempre nell’orrore mirabili, l’Alighieri ha distribuito con mano maestra le ombre dei rei, dell’età passata e della sua; ha fatto suonare la loquela della sua Toscana tanto spesso da strappargli il più bell’esempio di sarcasmo onde si onori la nostra poesia; ma non ha quasi più toccata la donna, perocchè i castighi allora descritti non possono colpirla, come non possono aver presa su lei molte delle passioni che traggono a perdizione gli uomini.
Affermai la donna non mostrarsi più nell’inferno, dopo Francesca da Rimini, avvegnachè non si possano ravvisare i caratteri di essa nelle furie, nè ritenere creazioni femminili le ombre apparse colla fugacità di una reminíscenza come Medea, Taide, Manto, Deianira, Mirra, delle quali tutte non potrei dire senza abusare della Pazienza dell’uditorio e varcare i limiti d’una lettura.
⁂
La mole di Lucifero ha chiuso il regno della morte, sicchè Dante uscito a rivedere le stelle, si risveglia appiè d’una altura sorgente lieta e ubertosa nella vasta pace dell’oceano. La materia s’innalza, l’orizzonte si dilata, il sole irradia la natura, per gli scaglioni del pendio sono ancora tormenti e tormentati; però la bestemmia tace, lo stridor dei denti è cessato, al ghigno dell’odio succede il pianto rigeneratore della contrizione, le ombre cantando inni devoti salgono l’erta del colle, dalla cui vetta fiorita sorride loro la speranza. Colla speranza ritorna la donna, ora appena segnata da una rapida sfumatura, da un’allusione fugace, come le figlie del Berlinghiero e la sposa del Gallura, ora bella di mestizia e santa di pietà come la tradita di Maremma il cui racconto, efficacissimo nella sua brevità, getta in mezzo al sereno del purgatorio il riflesso di un fosco dramma mondano. Ho detto efficacissimo il rapido racconto perchè, mentre la voce della vittima rivela un delitto, forse fino allora ignorato, il lettore vede nel lontano orizzonte delinearsi bruno e sinistro il castello maremmano: al balcone del castello è una donna, dietro la donna un sicario che le si accosta, l’afferra, la stringe e la precipita con un grand’urlo nel vuoto. Odesi il colpo secco delle ossa frangentisi contro i macigni, nella campagna deserta si leva un gemito lungo, una largha chiazza di sangue arrossa la rupe, l’assassinio è consumato, nella calma del purgatorio si diffonde l’eco d’una preghiera gentile:
Ricordati di me che son la Pia!
Non un lampo d’ira un segno di rancore, un’appello alla vendetta, la Pia racconta non giudica, piange, non impreca; l’anima di lei usci dal corpo sfracellato portando seco il suo amore. E amore è perdono; però il lettore sente l’accorgimento delicato dell’artista vedendo come la magnanimità della vittima renda più odiosa e sozza la figura dell’assassino. Osservate. Ove spira alito d’affetto, profumo di grazia, leggiadria d’atti e di parole, ivi torna a mostrarsi la donna. Sulla cornice cingente il pendio del purgatorio sono scolpiti esempi di virtù; ivi spicca Maria nella gloria dell’Annunciazione, Micol, che assiste al trescare del salmista, la femminetta che s’afferra al freno di Traiano per ottenere giustizia, più oltre è Niobe dolente fra i corpi esanimi di sette e sette figliuoli, con altre ed altre ancora.
Nel paradiso terrestre, che si stende nella vetta del colle, aggirasi cogliendo fiori, la signora di Toscana, quella Matilde la quale, allargando col suo retaggio gli stati del Pontefice gettava certo inconsciamente, nel suolo d’Italia, i primi germi dei mali che dopo tanto volgere d’anni, non sono ancora sanati: — Un’aria grave senza mutamento un gorgheggiar di augelletti un susurro di frondi, un mormorar tranquillo di rivi, una letizia piena, una serenità mite e dolcissima annunciano l’approssimarsi delle plaghe superne donde giungerà una donna movente incontro all’uomo, che ha combattuto e vinto, per ischiudergli dinnanzi l’orizzonte roseo della felicità e sollevare colla piccola mano il velo, che gli nasconde ancora il trionfo dei beati, e la gloria del Paradiso. Tale la donna di Dante, ispiratrice d’affetti generosi, sostegno nella lotta, faro nelle tenebre, premio della vittoria, sorriso della terra, ornamento del cielo; ben venga la casta fanciulla di Fiorenza, osanna al fiore della poesia dischiuso al sole della libertà, gli eletti di tutti i tempi si allegrino alle mistiche nozze dell’angelo e del proscritto!
Pei campi superni in mezzo alla danza armoniosa degli astri, l’angelo e il proscritto passano di pianeta in pianeta al cerchio delle stelle fisse, da questo al primo mobile, si trattengono qua e là ad ascoltare spiriti illustri, che salutano tripudiando, indi proseguono il volo rapidi e lievi, finchè si arrestano abbagliati innanzi agli eterni splendori dell’empireo.
Nel cielo della luna la figlia dei Donati, spiegando la ragione per cui le venne assegnato il più basso grado di beatitudine, mostra quanto gli interessi mondani potessero nei feroci i quali strappavano le vergini al chiostro per gettarle riluttanti e gemebonde alle non volute prove del talamo, violenza odiosa, non risparmiata neppure a Costanza, sangue di re, che dovette cambiar le bende claustrali colla corona dei Cesari.
Nell’età in cui le fazioni insanguinavano spesso le vie; quando nessuno sapeva più contare le notti in cui i rintocchi affrettati della campana a martello, annunciavano ai cittadini, desti in sussulto, una nuova lotta fraterna, il chiostro dalle mura altissime, difeso da un’idea più potente degli eserciti; sorgeva nelle città o in mezzo alla campagna come un amico gagliardo e fido, che apriva le braccia a tutti gli stanchi, a tutti i delusi, a tutti gli assetati di pace, i quali, deposte sulla soglia le insegne della grandezza mondana, cambiavano la corona nella coccolla, la spada nel cilizio, il velo trapunto di oro della donzella patrizia, nelle bende di monaca.
Oh la monaca nel medio evo! Chi non è compreso d’involontaria dolcezza all’idea delle bianche schiere di vergini fuggite dalle tempeste del mondo, per vivere dell’amore d’uno sposo celeste, uno per tutti e tutto per una, che le attende nell’azzurro di un gaudio infinito?
Chi non sente l’effluvio di sana e forte poesia diffuso dal monachismo nell’età di mezzo? Però il recinto merlato non basta sempre a tutelare il soggiorno dell’innocenza, santuario della preghiera.
L’alleanza di due potenti, stretti dall’ambizione oggi e pronti a dilaniarsi domani, reclama i fiori di una festa nuziale e la festa ci sarà e i fiori pioveranno, anche se la sposa promessa all’uomo è già legata con voto irrevocabile a Dio, come Piccarda Donati; anche se ha ormai cinquant’anni come la normanna Costanza, la quale in certo giorno solenne si farà rizzare una tenda sulla pubblica piazza, affinchè il popolo sia ben convinto, che il suo Signore dell’avvenire, è sangue di quelli del passato. Bella consolazione, povero popolo?
In Venere, sede dei bene amanti, è Cunizza, sorella del tiranno di Padova; poco più oltre splende Raab, la pia cortigiana di Gerico lodata da San Paolo, perchè salvatrice degli ebrei mandati da Giosuè ad esplorare la terra promessa.
In Marte, ove tripudiano, i caduti per la fede, presentasi un’ombra maestosa la quale ragiona a Dante, suo pronipote, della genealogia della famiglia, dello stato e dei costumi della repubblica, narrandogli pure come fosse morto crociato, combattendo nel nome di Cristo È Cacciaguida la cui parola ha virtù di far risorgere Firenze qual’era entro la cerchia antica onde toglie ancora terza e nona, coi cavalieri cinti di cuoio e d’osso, le donne senza il volto dipinto e la cintura che apparisse più della persona.
« L’una vegghiava a studio della culla,
« E consolando usava l’idioma
« Che pria li padri e le madri trastulla.
« L’altra traendo alla rocca la chioma
« Favoleggiava colla sua famiglia
« De’ troiani, di Fiesole e di Roma. »
L’aria dei colli etruschi aleggia vivida e sana nel quadro spirante grazia e soavità patriarcale, ove le figure si muovono, gli occhi sfavillano, le mani operose attendono ai muliebri lavori, la poesia della culla corona le gioie del talamo, la beltà della sposa si accresce e si compie nel sorriso della madre.
La voce di Cacciaguida risuona ancora commossa dai ricordi del passato e dalle minaccie dell’avvenire; ma il lettore, ha già cessato di ascoltarla, perchè assorto in una visione, nella quale passano volti severi di madonne, figure di popolani più venerandi dei re, profili vaghi di fanciulle, visucci freschi di bimbi, vede la ringiovanita schiatta latina levarsi a nuova grandezza nella festa del lavoro, e nel trionfo della virtù.
I riflessi del lino scendente lieve tra le dita delle filatrici, il prillar giocondo del fuso, le pareti sulle quali spicca, in mezzo ai trofei d’armi l’insegna della patria, i padri di Troia, di Fiesole, di Roma, chiamati a rallegrar le veglie della sera e i sogni della notte, diffondono nel popolo un’onda di sangue ristoratore, che lo prepara a fatti grandi, lo tempra a forte sentire, lo avvia ad alti destini.
È l’igiene del cuore, sgorgante spontanea da un bel cuor d’italiano e di poeta; la formola regolatrice delle discipline educative, che giunge da luoghi e da fonti ove ben pochi hanno pensato di cercarla, è la voce di Dante, signori, la quale grida ai nepoti: studiatemi perocchè io ho pensato e cantato per voi, fate vostri i miei affetti, la mia loquela, per quel che i tempi comportano, i miei ideali; amatemi nella patria che ho amato tanto e non mi chiamate antico, perocchè le opere dell’ingegno sono retaggio di tutti i secoli, ed in arti non vi hanno vecchi nė morti; ma solo vincitori e vinti.
⁂
L’orizzonte s’irradia di luce sempre più fulgida, Beatrice sfavilla, Dante come sciolto da ogni vincolo terreno librandosi in un mare di splendori, contempla la mistica rosa, nella quale le madri dell’umanità seggono intorno alla fanciulla ebrea
Bella come il sol, terribil come
Oste schierata in campo.
Ivi esultano Sara e Rebecca, Rachele e Giuditta, Rut e Lucia, ivi Beatrice riprenderà il posto lasciato per movere incontro al suo poeta e questi, abbagliato dai torrenti di fuoco tra i quali rifulge l’Altissimo, ridiscenderà sulla terra, lanciando da quell’altezza il verso che è rimpianto, saluto e scusa di non aver proseguito
«All’alta fantasia qui mancò possa.»
Il viaggio incominciato nel regno delle tenebre finisce in quello della luce, tra il punto della partenza e la meta sono tre mondi nei quali appaiono e si dileguano l’età antica e la nuova; i dannati, i purganti, gli eletti, imperatori e papi, filosofi e poeti, guerrieri e sacerdoti, matrone e cortigiane, monache e principesse; le sedotte dai demoni e le redente dagli angeli, Semiramide e Lucia, Francesca e Beatrice, l’abisso e l’empireo.
La natura non ha tinte, nè il cielo sorrisi, nė la primavera gorgheggi; nè l’uragano furori che non si riproducano nel gran quadro e non si effondano nella melodia del profugo, il quale chiamava il dolce stil nuovo, appena uscito dalla sua culla baciata dall'Arno, a far prova di inaudita potenza nel gemito di Francesca, nel singhiozzar feroce di Ugolino, nel canto di Casella, in quella musica celeste, che è la parola di Beatrice.
Giunta al termine del cammino, con troppo scarse forze, intrapreso traverso le pagine del poema dantesco, volgendomi a salutare il triplice mondo delle anime, certo per effetto della via lunga e della veduta breve, assisto all’operarsi di un prodigio. — Le parti lontane si accostano, le linee si sovrappongono, le tinte si confondono, i punti estremi si toccano, l’Inferno, il Purgatorio, il Paradiso si uniscono, finalmente, ammirando spettacolo! le donne della Divina Commedia, sorgenti in una ghirlanda rosata, cingono carolando un angelo biondo, che rispecchia nel sorriso il bel cielo della sua Toscana e chiama e trae tutte le sorelle in alto coll’incanto di di una parola: Amore!
Filippina Rossi Gasti.
- ↑ Conferenza premiata dal Giurì, con diploma di medaglia d’oro.