La donna italiana descritta da scrittrici italiane/Le maestre, le educatrici
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LE MAESTRE, LE EDUCATRICI[1]

Signore gentili,
omincio subito col chiedervi perdono, col mettermi tutta — come si suol dire — nelle vostre braccia. E il perchè, eccolo qui, netto e spiccio.
Le illustri colleghe che mi hanno preceduta in questa.... chiamiamola cosi, gara conferitiva, vi hanno procurato molte dolci ore. Vi hanno fatto rivivere il fortunoso trecento, con la grandezza dei suoi ricordi, con la poesia delle sue costumanze; e una lunga schiera di poeti, di novellatori e di dame cortesi è sfilata leggiadramente sotto i vostri occhi pensosi: vi hanno scòrte tra il fervore del tornei, quando i cavalieri — oh gran bontà dei cavalieri antiqui! — non chiedevano alla loro dama che un garbato sorriso o una fascia di seta, da tenersi sul cuore: sempre in grazia di quelle gentili siete penetrate, dalla reggia di Teodolinda al grande salotto luminoso, ingombro di carte, di libri e di ricami, ove s’aggira quella squisita figura di donna e di regina che è Margherita di Savoia; siete state richiamate ai tempi gloriosi in cui le fragili donne, infiammate di sublime carità, correvano volenterose agli spaldi minacciati, pronte alla difesa, pronte all’offesa; e pronte anche — ohimè! — a sacrificare sull’altare della dolcissima patria il sangue dei figliuoli — dei figliuoli, pei quali le madri temono troppo fredda l’acqua del battesimo, troppo ruvido il soave pannolino che ne fascia — per la prima volta — le piccole membra delicate. Poi, a sollevarvi dalle sublimi ma dolorose visioni, una gentil fanciulla napolitana vi narrò di sante creature, che, pur sentendosi strette alla terra dai vincoli della famiglia, dell'amicizia e della carità cittadina, vissero pel cielo, in una dolcissima ma non sterile estasi. E la grande figura di Caterina da Siena campeggiò luminosa nel vostro pensiero, o signore, destandovi forse nel cuore commosso un indistinto, eppure intenso desiderio di rivivere quei tempi, quelle lotte, quelle glorie immortali.
Né in queste geniali conversazioni, informate ad antica cortesia, vennero dimenticate le donne che coltivarono lettere, scienze ed arti in modo più o meno degno: e furono anzi studiate con singolare amore e con severa. imparzialità
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Oggi, ah! oggi cominciano per voi — e fortunatamente finiscono — le dolenti note. Ed ecco perchè, signore belle e buone, vi ho chiesto perdono fino dal principio di questa chiacchierata, che non è, non vuol essere una dotta conferenza, ma il semplice e caldo sfogo d’un cuore con altri cuori, ma lo slancio spontaneo d’un’anima che si sente circondata — direi quasi carezzata — da molte, da tante anime affettuose: dalle vostre, o signore.
Ma andiamo, che è tempo. E dove? Ahimè! Non aule universitarie, non profumati salotti di belle studiose, non santuaii di sacre vergini, non severità di musei ove s’accoglie il fiore dell’ingegno, aspettano la nostra visita. Noi la dobbiamo, se non v'incresce, a quelle pazze orde di fanciulli che ogni giorno, nelle ore pomeridiane, si rovesciano nella strada, empiendola di tumulto, di atti villani, di oscene apostrofi. E chi sono quei fanciulli? — I nostri figliuoli. — Di dove escono? — Da scuola. — E che hanno mai fatto in iscuola? — Hanno studiato. — E che hanno studiato, e bene, ve lo proveranno gli esami di licenza elementare, le ammissioni al ginnasio, al liceo e, più tardi, alle università. Ma per uno strano fenomeno che darebbe da pensare al mio medico — un illustre alienista — io precorro i tempi e vedo molti di quei fanciulli già mezzi uomini, coi baffetti nascenti, con le labbra atteggiate ad un sorrisetto fra l'ironico e il bambinesco, sorriso caratteristico, tout à fait fin du siecle.
Li vedo sbracciarsi, scalmanarsi nelle aule universitarie dove i più violenti improvvisano fulminee proteste contro gli ordinamenti politici, mentre i più miti si contentano di approvarle; dove si demoliscono provetti insegnanti e se ne eleggono dei nuovi: dove si meditano e si mettono in esecuzione pronte e nobili violenze, come l'atterrar porte, l'oltraggiare professori e l'impugnar bandiere, avvezze a sventolare per ben altri ardimenti; dove, in somma, si vedono tante belle cose e qualche volta — anche — in via d’eccezione — lo studente che studia.
E i fanciulli più poveri che cosa sono diventati? Oh! non me lo chiedete, signore! Le cronache giornalistiche, i piccanti fatti diversi, destinati a divertir l'ozio di tanta brava gente che sogna grandi riforme sociali tra una sorsatina di caffè e una boccata di fumo, informino. Io non rubo il mestiere a nessuno. Ma, risalendo dagli effetti alle cause, come spiegare questi fatti dolorosi? Su chi fame ricadere la tremenda responsabilità?
Spesso sulla stupida, ostinata, contrarietà tra i metodi educativi della famiglia e quelli della scuola: ma troppo spesso, ahimè, ricade su di voi, povere maestre elementari, che recate all’alto ufficio vostro un cervellino pieno zeppo di date, di nozioni scientifiche, di precetti retorici: e — pur troppo — un cuore freddo, un’anima sonnacchiosa ed inerte. Ma, d’altra parte, la colpa è tutta vostra, o non piuttosto dei vostri genitori che — tanto per assicurarvi un pezzo di pane — vi hanno scaraventato alle scuole normali, cosi come altri metterebbe le figliuole a cucir di bianco o a far le occhiellaie?
E voi, care, ci avete mai pensato che la patente non fa la maestra, come la laurea non fa il dottore?
Tra una lezione e l’altra di pedagogia avete mai studiato voi stesse, la vostra vocazione e — perdonatemi — il vostro temperamento? Vi siete sentite davvero accese d’un amore ardente, passionato, fatto tutto di sante abnegazioni e d’eroici sacrifizi, per le creature che la società vi avrebbe affidato? Ditemi, lo avete sentito? Avete avuto presso di voi, nell’ora fatale della decisione, un amico sincero, esperto, che vi abbia fatto intravedere tutte le asprezze, i triboli, i macigni, che avrebbero ingombrato il vostro cammino? Lo avete avuto vicino il medico discreto, ma schietto, che guardando alla vostra giovinezza, al lampo fascinatore dei vostri occhi belli, al fresco sorriso promettitore di arcane dolcezze, vi abbia susurrato all’orecchio: — Ragazza mia, non andate a rinchiudervi in una scuoletta angusta, triste, in mezzo a un nuvolo di bambini ignoranti e spesso cattivi; ne soffrireste orribilmente: il vostro trono non deve essere una povera cattedruccia elementare, rósa dai pettegolezzi e da invidie abiette e puerili, ma il cuore ardente d’un giovane sposo innamorato, di cui sarete l’idolo, la dolcezza, l’orgoglio.
Tutte queste cose, ditemi, le avete intuite, sentite, ve le hanno dette? Ahi! Quanti lamentevoli no, mi giungono da ogni parte d’Italia! Quanti no tristi ed eloquenti, si sprigionano dall’aureo libro che uno dei più grandi educatori d’Italia — il De Àmicis — ha mandato in questi giorni pel mondo!
Ma — perdonatemi l’insistente domandare — non vi hanno neppure fatto sapere che oggi, grazie al cielo, l’operosità femminile può esercitarsi su campo più vasto e — lasciatemelo dire — » più confacente all’indole di molte di voi?
Vedete: non si nasce pittrici di ventagli, cucitrici a macchina, sarte da uomo e da donna, aggiuntatore di stivaletti, trinaie, telegrafiste e fabbricanti di bambole; ma per far le maestre bisogna nascer maestre: e le bambine che strappano la coda ai passerotti, scodinzolano alla spera, e magari — per far la scimmia alla mamma — si tingono gli occhi col nero fumo, non possono diventar maestre.
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Riassumendo il fin qui detto: le giovani licenziate dalle scuole normali che s’incamminano alla meta del loro faticoso pellegrinaggio, sono degne di giungerla? Sanno che sia lo studio delle facoltà dell’anima? Sono ben preparate ad intraprendere l’educazione del sentimento nel cuore dei loro futuri alunni? E — sopratutto — hanno esse rinunziato a tutto ciò che non è la scuola? Cominciamo dal rispondere alla prima domanda: Non solo, oggi, i filosofi, gli scienziati, i romanzieri e i poeti (ohimè! si, anche i poeti) s’arrabattano per assicurare il trionfo dell’uomo-bestia sull’uomo-anima: ma, ed ecco ciò che più mi sgomenta, anche le donne, le donne gentili, molte delle quali educatrici esimie, ostentano un superbo disprezzo per quanto si riferisce alle facoltà dell’animo e sono giunte a chiamar retorica il sentimento, beghineria la fede.
Il trionfo dell’intelligenza! Ecco il loro programmai È giusto
L’uomo ha della pianta e dell’animale insieme. Avvengo: infatti nel nostro corpo, come nell’organismo di un albero,
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Professori illustri, che cercate — come dice il Montaigne — se l'uomo è qualche cosa meno o più d’un bove, ecco il momento di esercitare la vostra scienza: impadronitevi di questo cadavere, buttatelo sulla lavagna de’ vostri anfiteatri, frugate nel suo cuore, nel suo sangue, nelle sue fibre, nelle sue viscere: spianate le innumerevoli piegoline del suo cervello; empitevi le mani di materia, brancicatela, rivoltatela, tagliuzzatela col ferro anatomico, studiatela con la lente, verificate subito a prima vista la memoria, la volontà, l’astuzia, l’avarizia, il calcolo, tutte le arti umani, tutte le passioni animalesche; misurate l'intelligenza dallo sviluppo degli organi; sopprimete una facoltà tagliando un nervo: e quando ben padroni del vostro soggetto, avrete bene afferrato le relazioni delle fibre con le sensazioni, e le relazioni delle sensazioni col pensiero, voi mi direte, sulle rovine di quelle povere carni, mi direte dove risiede quella coscienza energica, quel severo padrone che comanda alle passioni animali, che s’oppone ai loro piaceri, che gode della loro depressione: voi mi direte qual è il nervo, il muscolo, il senso che ha dato l’idea dell’infinito a quella povera creatura finita, il sentimento del bello ideale a quel corpo imperfetto, l’energia di morire per la verità a quell' essere fragile che la bucatura di uno spillo fa prorompere in un gemito d’angoscia! Voi mi direte — e ve lo chiedo col Montaigne — quali bestie sono la virtù e la giustizia!
La civiltà, signore, non si ottiene con la sola educazione dell’intelligenza. Gli uomini e i popoli, separati gli uni dagli altri dalla diversità dei costumi, delle abitudini, delle opinioni e dalle passioni hanno due soli punti di contatto: il sentimento morale e il sentimento del bello. E questo laccio invisibile basta per formare la grande famiglia umana.
Da oltre tremila anni, i filosofi non cessano di sottoporre all’esame dell’intelletto le ardue questioni dell’esistenza di Dio, e dell’immortalità dell’anima; e si maravigliano di non esser giunti che al dubbio. Io non stupisco del loro stupore. Come giungere alla scoperta dell’infinito, impiegando nella grande ricerca facoltà finite? Spetta all’anima lo studio dell’anima. Ho detto che la maestra deve rinunziare a tutto ciò che non é la scuola. E perchè? Qui m’è forza toccare un tasto molto delicato, ma avrò coraggio e dirò schiettamente la mia opinione. Io credo che la maestra, se davvero vuole elevarsi all’altezza del suo santo ministero, debba rimaner fanciulla, come rimangon fanciulle le suore di carità e le donzelle sacrate a Dio.
Sbaglio, un sommesso mormorio di protesta si fa strada fino a me? Sbaglio o molte delle mie belle uditrici meditano una vivace confutazione alla severità di questo mio principio ed evocano, trionfanti, il tipo molto più ideale che vero della maestra madre?
Ah! io m’inchinerei riverente alla sublime creatura che pure allattando, idoleggiando, ed educando i propri figli, trovasse modo, tempo, energia bastevole per fare da mamma ad altre quaranta o cinquanta creaturine irrequiete. Io vorrei baciar le mani alla donna miracolosa che durante le sei o sette ore di scuola non perdesse di vista i figliuoli che sono a casa, che s’accostano al fuoco, si spenzolano dalla finestra e che imparano dalla serva la retorica del mercato!
Ma — sento dirmi — non sempre i bimbi piccini, nell’assenza della madre, vengono affidati alla donna di servizio. Ci sono le nonne, le zie, le cugine, le pigionali! E sia. Ma mentre io mi rendo perfettamente ragione dei contratti e anche dei matrimoni per procura, non riesco a immaginare la procura della maternità.
La maestra madre! Ah, signore mie buone! Voi non le avete vedute venire a scuola, come le ho viste io, per otto anni di seguito, tante povere sposine col petto turgido di latte, con le guance smunte, con gli occhi rossi di pianto; voi non le avete udite dire singhiozzando alle direttrici e — ohimè — anche ai direttori scapoli: — Scusi il ritardo, la prego; il bambino è mezzo malato e inghiottisce il latte con difficoltà! — Voi non le avete udite far lezione con quel supremo spasimo nell’anima!
La maestra madre! Signore, io proporrei di farne un lascito ai poeti e a tutti i pedagogisti senza cattedra e senza cuore, che s’ispirano a tavolino, vivono a tavolino e moriranno, se Dio vuole, a tavolino!
Ma dunque la maestra dovrà vivere senza marito, senza figliuoli, senza amore? Perchè no, se la scuola le terrà luogo di tutto? Perchè no, se, all'altissimo ufficio ella sarà stata scorta da una profonda, irresistibile vocazione?
Non fo della poesia, signore. La donna dev’essere maestra per vocazione e non per calcolo, dacché il magistero sia il più nobile, il più divino dei sacerdozi: e quando il sacerdote non reca all’altare un cuore mondo da ogni altro affetto terreno, si attira, presto tardi, la vendetta del Nume.
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Intanto, è a tutte queste povere spostate, a queste anime irrequiete, a questi cuori agghiacciati dall’aridità del programma scolastico che noi dobbiamo le precoci cattiverie di tanti fanciulli e, più tardi, la nullità di tanti uomini. Oggi il cervello deve avere la preponderanza sul cuore, il calcolo deve imperare sulla fantasia, il ragionamento irto di formule, deve soffocare il sentimento, che è alato e misterioso, come tutte le facoltà della psiche immortale: oggi il finito vuol circoscrivere, burocratizzare (chiedo scusa ai miei buoni amici toscani) l’infinito: e dalle cattedre superbe l’uomo, in nome della scienza, ha cacciato Iddio! Ho accennato all’educazione del sentimento, la quale secondo me, dovrebbe andare avanti a tutto; dacché la patria, più che di uomini letterati (ce ne son tanti! ) abbia bisogno di galantuomini e d’uomini di cuore. Ma quando e come la maestra può imprenderla, legata, impacciata com’è da quella barbara forca caudina che è il programma scolastico? Dalle 9 alle 10 calligrafia e revisione delle lezioni di casa: dalle 10 alle 11 dettatura o copia; dal tocco alle due un po’ di geografia, calcolo orale, o che so io! E mai, mai un’ora dedicata alla narrazione di qualche bel racconto o alla lettura di un fatto glorioso, che infiammi il ragazzo di santissimo ardore per tutto quanto è nobile e grande!
Il Cuore del De Amicis è giunto mi dicono, o almeno lo dicono i Fratelli Treves, alla sua centesima edizione: ma non è entrato nelle scuole. Troppo snervante! giudicano gli uomini se tutti d’un pezzo, che non hanno mai pianto, né lottato, né combattuto; che nulla sanno è nulla — beati loro — vogliono saper delle miserie della vita. Poco pratico! sentenzianp gì’ insegnanti di mestiere, che a quelle pagine sublimi preferiscono qualunque trattatello sul modo d’ingrassare i terreni e di fabbricare il vino senz’ava.
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Ah ! noi viviamo, ed è inutile che i buoni cerchino di dissimularlo
a sé stessi, noi viviamo in tempi di puerili arroganze, di
grotteschi scetticismi, di presunzioni ridicole. Oggi, inabili alla concezione
di forti cose, mezzi annegati in quest’onda prorompente
di bozzettini, di odicine, di lirichette, viziati Ano alle ossa dalle veneri
d’una letteratura tutta vezzi e chincaglierie, non riusciamo
più che a sciupare, a demolire, a fare in pezzi, col feroce istinto
de’ fanciulli capricciosi, gl’idoli antichi, gl’idoli che pure meritarono
un giorno da noi riverenza e culto. Oggi gli scolari rivedono
le buccio ai maestri: oggi i moscerini e le zanzare svolazzano sulla
schiena del leone e ne analizzano spietatamente la criniera troppo
abbondante, la testa irregolare, le zampe grosse e sgraziate... Oggi,
infine non e’ è imberbe scribacchino di provincia, il quale non si
creda in diritto d’aprire un libro del De Amicis e di esclamare,
fra una sigaretta e l'altra: — Questo caro Edmondo! Sempre lo
stesso! Beato lui che vede tutto a traverso il velo roseo del suo
incorreggibile ottimismo!
E passa oltre, il fiero bambino, a cui il vermouth di famiglia e gli amoretti con le pigionali hanno guasto irrimediabilmente cuore e palato!
Io che non ho alcuna ragione per fingermi vecchia, disillusa, scettica perversa, io mi accosto trepidante a quest’uomo, a questo educatore "le cui pagine fecero vibrare nei nostri cuori tante corde credute sciupate o distrutte, che strapparono lacrime a migliaia d’occhi stanchi di lacrime, che ci fecero pensare con più affettuosa riverenza alla madre, alla patria, ai vecchi, ai poveri, a quanti sventurati accoglie nel suo amplesso la vita, a quanti ne riceve fra le braccia, la morte.
Quest’uomo al quale nessuna vibrazione dell’anima umana è rimasta nascosta, questo grande pensatore a cui l’Italia seria deve gli Amici scrisse egli pure il libro per i ragazzi. E forse egli solo, in Italia, aveva il diritto di scriverlo, dappoiché la facoltà del piegarsi sia concessa solamente alle persone alte. D’altra parte, non potrà mai intendere i fanciulli clii non avrà studiato amorosamente gli uomini. Ed appoggio questo avverbio, perché troppo spesso l’odio, la sensualità e la ferocia brutale sieno i soli a recare alla famosa biologìa il loro contingente di documenti umani.
I bambini dunque (poiché bisogna parlare anche di loro) sono passati, quasi senza transazione, dal regime delle nerbate a quello delle caramelle e dei giornalini illustrati: dalla lettura del piccolo Lemmi al cosi detto libro-omnibus dove la lezione sui mammiferi precede un sonetto del Clasio; dove l’inno di Garibaldi fe seguito a una tirata sul modo d’ingrassare i terreni, dove le stelle, i fichi secchi, gli uomini celebri, i cani barboni, gli eroi, i bambini col naso sudicio, gli effetti dell’elettricità e gli esempi di amor patrio, menano una ridda pazza, spaventevole, capace di dar le vertigini anche ai muricciòli.
Questi sono i cosidetti libri di testo, che una maestra di coscienza, se vuol far passare all’esame i suoi alunni, deve sapere minutamente dalla prima all’ultima pagina. I programmi informino.
Ora, siccome non c’è cosa più facile della compilazione di quelle piccole enciclopedie, e siccome molti scrittori di cose scolastiche tirano prodigiosamente al nàchero e al rachitico, cosi sono pullulati a milioni i libri di testo su cui tanto si scalmanano giornalisti, commissioni e ministri
Intanto la gente grossa, la maggioranza, quella che giudica uomini e cose dall’apparenza, assistendo a questo immane sciupio di carta, esclama maravigliata: — O come mai i nostri ragazzi, con tanta istruzione in corpo, diventano più canaglia un giorno dell’altro? Come mai bestemmiano, si picchiano e magari tirano di coltello? Sono questi i frutti dell’istruzione?
Ahimè, si. Queste sono le conseguenze dell’istruzione monca, arida, tutta vernice, che un raggio d’amore non riscalda, che un alito di gentilezza non profuma. Questi sono i frutti della istruzione che l’educazione del cuore non avviva e dirige. D’altra parte, come pretendere che il fanciullo s’innalzi, se la maggior parte degli educatori e degli scrittori moderni, secondando le loro attitudini e la loro statura di pigmei, esagerano fino alla caricatura il famoso motto fröebeliano: Facciamoci bambini coi bambini? Come crescer degli uomini in mezzo a un popolo di nani?
Il De Amicis con la mirabile divinazione del suo nobile ingegno, ha capito tutto ciò: ha capito che l’educazione dell’intelletto è ben povera cosa senza l’educazione del cuore: ha capito che se talvolta giovi all’educatore il «farsi piccino» con l’educando, è bene più nobile, più consentaneo alla dignità di quella giovine anima il sollevarla, con lo slancio del sentimento, alle altezze sfolgoranti dell'amore, del sacrifizio e dell’eroismo
E ha scritto Cuore. Capisco che molti, per quel benedetto vezzo di diffidar sempre de’ propri istinti migliori, noteranno che questi bambini sono un po’ troppo buoni, troppo facili alla tenerezza, al bacio, al perdono, all’ammirazione delle cose nobili e grandi. E sia. Ma i bambini stucchi e ristucchi dell’aridezza del precetto, hanno appunto bisogno di vedere le cose buone un po’ ingrandite. Del resto, fra il novellatore di fiabe che esagera la mostruosa corporatura dell’orco, fra l’educatore mestierante che sguazza nel nero fumo e si compiace nel delineare birbe e ladracchiòli assai più grandi del vero, benedetto lo scrittore che mette in maggiore rilievo un atto generoso, e lumeggia con più sapiente magistero d’arte una scena pietosa e gentile!
⁂
Riassumendo — e questa volta sul serio. — Non si può diventare
maestre, maestre vere, che per vocazione: non si può far da mamme
ai figliuoli degli altri quando Iddio ci ha concesso la gioia suprema
d’un figliuolo nostro: non potremo educare senza amare
profondamente, direi quasi esclusivamente, l’oggetto delle nostre
cure. L’amore é potente fautore di educazione civile, l’amore è
forza, é gentilezza. L’Amore è Dio. Insegnamo l’amore e la gentilezza
ai nostri figliuoli e ai nostri scolari: sappiano essi che la vita non
è né una buffonata, né un dramma a tinte fosche, ma un mezzo
per salire a Dio. È dunque cosa buona. E noi pure amiamola, come
l’intrepido pellegrino ama i sentieri ora fiorenti, ora desolati, talvolta
facili, tal’altra penosi, che lo conducono alla cima dell’Alpe
vagheggiata!
⁂
La mia chiacchierata è finita, signore, ma prima di lasciare
questa sala, siate contente che in nome vostro e di tutte le donne italiane io rivolga una parola di viva gratitudine, un saluto affettuoso e riverente a questo gentiluomo, a questo nostro cavaliere, che non ha esitato a compiere i sacrifizi più grandi per assicurare il trionfo dell’ingegno femminile, nelle sue più alte e più modeste
manifestazioni.
Mie care signore, io v’invito dunque ad applaudire affettuosamente il Conte Angelo De Gubernatis.
Ida Baccini.
- ↑ Conferenza premiata dal Giurì con medaglia d’oro del Ministero della pubblica istruzione.