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La donna italiana descritta da scrittrici italiane/Le operaie italiane

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LE OPERAIE ITALIANE


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S

orgono talora alcune questioni sociali, che hanno il potere di agitare il mondo intero; quindi sembrano cadere nell’oblio. Ma, dopo un certo periodo, esse ritornano in campo con maggior forza e vigore di prima. Tale è la gravissima questione operaia, che in oggi produce, ben si può dire, uno sconvolgimento universale.

Ma io, nello svolgere la mia Conferenza sulle Operaie, non pretendo minimamente di risolvere il gran problema o per meglio dire qualcuna delle molteplici questioni relative alle condizioni sociali ed economiche delle classi lavoratrici, questioni, che formarono e formano sempre oggetto di costante preoccupazione e studii per parte dei varii governi ed un esempio recente l’abbiamo anche nel Congresso operaio di Berlino.

No! Io non tratterò lo scabroso argomento colla gravità dello statista, la pazienza dell’economista o la fantasia della romanziera.

Dopo un rapido accenno sulla storia del lavoro delle donne, vi pregherò a seguirmi col pensiero negli opificii, nelle fabbriche, nelle misere case operaie, delle nostre città principali.

È là dove si lavora, si soffre, si muore, che trovai dei documenti palpitanti, umani, che raccolsi la materia principale per il mio lavoro.

È la che ho assistito alle lotte terribili per l’esistenza; che ho potuto farmi un concetto vero, reale del carattere, delle idee, dei bisogni delle nostre operaie! [p. 188 modifica] Di tutto questo tratterrò così alla buona, secondo che la brevità del tempo me l’acconsenta.

E giacché scorgo, fra questo gentile uditorio, che mi onora di cortese attenzione, non poche di quelle gentildonne, che anche in mezzo alle delizie della fortuna, della gioventù, della bellezza non dimenticano le infelici appartenenti al loro sesso, è a loro principalmente che dedico la mia Conferenza, a loro che seguendo l’esempio della nostra amata Regina, la fata della carità, sono la provvidenza delle donne del popolo e possono e faranno ancora molto a vantaggio delle operaie italiane.

E, con questa fede nel cuore, col desiderio di meritarmi la vostra indulgenza, ardisco cominciare ...!

⁂

Scientificamente parlando, s’intende per operaia, qualsiasi donna che trae dal proprio lavoro, sia manuale, che intellettuale, i mezzi per sostentarsi.

Nel linguaggio comune però, il nome di operaia, suol darsi solo alla donna che esercita un mestiere, in cui la parte manuale eccede l’intellettuale.

Ed è sotto questo aspetto che io considererò la donna operaia.

La storia del lavoro delle donne, è antica quanto il mondo. In tutti i tempi, fra tutti i popoli, non fu mai dato alla donna di sottrarsi alla legge del lavoro.

Osserva un valente scrittore «che se nell’antica letteratura, la vita pubblica non occupasse il primo posto e non si ponesse un velo sulla vita privata, se le classi più infime della società, avessero trovato maggior posto nelle storie classiche, si scoprirebbero certamente un’infinità di lavori penosi e volgari eseguiti dalle donne.»

Senza risalire a quei tempi remoti, basterà notare la condizione fatta alla donna del popolo, ai tempi dell’Impero Romano.

Allora, la parola operaio era sinonimo di schiavo, e se la condizione stessa degli uomini era così misera e dolorosa, figuratevi quale dovesse essere quella delle donne, se si considera che è indole e carattere comune ai popoli rozzi ed incolti il riserbaila alle più dure e dolorose fatiche ed agli uomini il dispotico comando.

Molti erano i lavori ai quali venivano addette le donne; la maggior parte di esse attendeva, associata agli uomini, alla [p. 189 modifica]coltivazione dei campi; altre alla filatura, la quale era talmente tenuta in dispregio, che la riserbavano esclusivamente alle donne, tanto è vero, che quando volevano dipingere un uomo debole, fiacco, effeminato, gli si metteva fra le mani la rocca ed il fuso; altre infine servivano in città nelle case dei padroni, attendendo alle industrie e ai lavori domestici.

Chi non ha inorridito al racconto delle crudeltà raffinate, che le orgogliose e libertine matrone romane, usavano alle schiave che le servivano?

Se le disgraziate non erano abbastanza sollecite ad ornarle, venivano punzecchiate sul nudo seno colla punta di uno stile.

La schiava che non allestiva il bagno col tepore voluto dalla padrona veniva frustata a morte.

Ma il più doloroso si è, che la legislazione stessa si faceva complice di queste infamie, di questi vituperii, dacché lasciava ai padroni un diritto illimitato sulla persona e la vita degli schiavi! Cosi facevasi giuoco della vita degli operai e la si prodigava con ispaventosa indifferenza.

Le glorie, i piaceri, l'economia, la grandezza, riposavano spra un’onta dell’umanità!

L’uomo degradava l’animo suo calpestando quello del suo simile!

Non troppo migliorò la condizione delle operaie, dopo la caduta dell’Impero Romano, allorché fu introdotto il servaggio della gleba, che non era altro che un’attenuazione, una modificazione della schiavitù.

Ai primordi del medio evo, s’incominciava a lavorare anche nei conventi; le religiose, non solo facevano quanto era necessario a sé stesse, ma fabbricavano anche oggetti per gli altri.

Inoltre esistevano degli opificii femminili chiamati ginecei, dove si eseguiva la filatura, l’imbiancamento e la tintura delle stoffe, la confezione dei vestiti ecc.

Ma questi opificii, che avrebbero dovuto essere sacri al lavoro, si convertivano spesso in luoghi infami di prostituzione, divenivano teatro delle oscenità più sfrenate.

Il nome di operaia del gineceo, era sinonimo di donna perduta!

Quelle sciagurate che venivano colà rinchiuse, cedevano alla forza, alla brutalità.

E guai se qualcuna cercava sottrarsi a tanta infamia o tentava ribellarsi! [p. 190 modifica] Allora veniva fatta segno ad inaudite violenze e molte volte il suo grido di orrore, di ribellione, si cangiava in gemito di agonia! Alcune di quelle sciagurate morivano d’onta, di disperazione; ma chi se ne curava?

Le operaie erano considerate poco meno che bestie da soma, se vecchie; strumenti di piacere, se giovani! Il destino della donna operaia era così misero ed infame, che alcune madri preferivano strozzare le proprie figlie, appena partorite, onde liberarle dall’abbietta e miserrima vita, che avrebbero dovuto condurre.

Allora le operaie non potevano prendere marito, senza il consentimento del padrone. Se egli ordinava, si obbediva: tutto da lui dipendeva.

In verità, signore, ci sarebbe da ridere, se la vergogna non soffocasse il riso nella strozza.

Passiamo di volo su questa frase ributtante della storia delle operaie. Vi hanno scene, sulle quali è meglio gettare l’ombra di un velo!

Fu il Cristianesimo, la sublime dottrina che ispira amore ed eguaglianza, attempra l’anima a grandi virtù, ispira il coraggio nelle aspre battaglie della vita, che con divino sentimento di giustizia, sollevò a poco a poco la donna dallo stato servile ed abbietto in cui si trovava, la rese compagna, non più schiava dell’uomo, le fece comprendere i proprii doveri, le insegnò tutto quello che costituisce l'umana felicità: il lavoro, l’amore, la famiglia!

Chi ha letta la storia del Romano Impero e confronta la donna dei tempi di Caligola e Nerone, alla donna dei successivi secoli, vede chiaramente apparire la santità e la forza salutare del Cristianesimo.

Il papa Adriano IV con una bolla del 1155, dichiarò validi e indissolubili i matrimonii contratti fra operai senza il consentimento del padrone e legittimi i figli nati da quell'unione.

Da quel momento, la donna operaia sorse a nuova vita: l’amore innato nel suo cuore si perfezionò, si diffuse sul marito ed i figli: il lavoro più non le parve gravoso, perchè dopo una giornata di fatica, aveva almeno il conforto di alcune ore d’affezione.

Non conviene però credere che l’influenza del solo Cristianesimo spegnesse ad un tratto la schiavitù, se le condizioni sociali dei tempi, non avessero potentemente predisposti gli animi a cosi radicale rivolgimento! [p. 191 modifica] Nell'età di mezzo, quando fiorivano le gloriose repubbliche italiane di Venezia, Firenze, Genova, aveva una parte notevole il lavoro delle donne, specialmente nella filatura e tessitura, che raggiunsero un grado eminente di perfezione.

I lanificii presero tale straordinario incremento, che la classe mercantile, dedita a quest’industria, potè elevarsi ad una specie di patriziato, alla così detta nobiltà della lana.

E molte delle nostre principali famiglie fiorentine, come ben sapete, ritraggono precisamente la loro origine, nobiltà e ricchezza da quella fiorente industria e mercatura.

Nella sola Firenze si contavano più di duecento fabbriche di pannilani, che producevano in media ottantamila pezze all’anno.

In quell'epoca prese pure grande sviluppo la filatura e la tessitura della seta.

Molte donne trovarono così occupazione nell’allevamento dei filugelli, altre nel filare e tessere la seta. E raggiunsero in quest’arte tale perfezione, accoppiata a buon gusto, che ne uniscono quei drappi delicati, artistici e sontuosi, che si esportarono in tutte le parti del mondo e che anche oggigiorno formano l’ammirazione degli intelligenti!

Venezia era rinomatissima per i suoi stupendi merletti, Genova per le sue tele spigate, rabescate e damascate, per i drappi in seta e oro, la Toscana divenne poi anche rinomata per i suoi finissimi lavori in paglia.

E più la civiltà andò sviluppandosi e raffinandosi, più le donne parteciparono alla produzione.

Non mi è certamente possibile, nel breve l'imite di una Conferenza, accennarvi tutti i lavori nei quali le donne, in progresso di tempo, esercitarono la propria attività; né notare i varii cambiamenti che in conseguenza di fatti politici, economici e sociali, si operarono nelle forme organiche del lavoro e nelle condizioni cosi domestiche come pubbliche delle donne operaie! Allora sarebbe necessario che io facessi la storia delle industrie e quella della civiltà.

Però, non posso tacere di una grande circostanza, che è forse la più degna di nota, rispetto al lavoro, e che aprì nuovi orizzonti alla donna operaia.

Intendo parlare della creazione della grande industria, la quale le procurò un’infinità di lavori, che corrispondono alle sue forze, capacità, attitudini. [p. 192 modifica] I progressi della scienza trasformarono da capo a fondo l'industria, mutando faccia alle arti, aumentando il consumo dei prodotti, generalizzando il benessere ed i comodi della vita.

Oggi giorno, colla divisione del lavoro, che si è introdotta dovunque e coll'applicazione delle macchine, poche sono le arti ed i mestieri, in cui la donna non partecipi o direttamente o indirettamente.

Anzi, molti di questi le sono riserbati intieramente, per le sue speciali attitudini e perché li può compiere in modo più economico.

⁂

Ma è bene o male che la donna sia operaia?

⁂

Ecco la domanda che sorge spontanea sulle labbra, ecco l’eterna questione sollevata da economisti e filantropi e la quale va mutando conforme l'umore di coloro che la trattano, secondo l’aspetto in cui viene guardata.

Alcuni portano alle stelle la donna operaia, altri la piombano u terra. Cominciamo a esaminarla anche noi, colla lente dei pes- simisti.

L’opemia, si direbbe, non comprende la missione della donna, la quale dovrebbe essere essenzialmente destinata ad aver cura dei suoi figli, della sua casa.

Questa frase la sentite ripetere ogni giorno, ogni ora, e ha dato luogo ad un’infinità di citazioni, discussioni, volumi.

l’opeia, di tutti i paesi, diserta il focolare domestico, abbandona i figli per la fabbrica, l’opificio, la campagna.

Invece della vita intima di famiglia, la più grande preservatrice di ogni genere di depraazione; di quella vita tutta affetti gentili, accarezzata dalla fantasia femminile, l’operaia è costretta a vivere sotto gli ordini di un capo, non sempre onesto ed umano, in mezzo a compagne di dubbia moralità, il cui triste esempio è spesso il demone tentatore delle anime caste e virtuose, in perpetuo contatto con uomini diversi, pei quali talvolta succedono gelosie, rotture, scene disgustose. [p. 193 modifica]

Le discussioni spesso si accendono fra quelle creature, che la misera sorte rende irritabili e maligne, i moti appassionati dell’anima prendono un’ostinazione violenta, un’irragionevolezza furibonda; e talora i loro amori si convertono in fiere baruffe ed unghiate da lasciarne il segno.

Intanto i figli, privi dalle cure affettuose e delicate della madre, abbandonati tutto il giorno, girano per le vie scalzi, affamati, imparano a bestemmiare, crescono turbolenti, viziosi, infingardi.

Alla sera, quando l’operaia torna dalla fabbrica, trova il marito che brontola, perchè il focolare è spento: i figli chiedono piangendo da mangiare.

Bisogna preparare il pasto frugale. Rotta dalla fatica, con quella eccitazione biliosa delle persone, mal ricompensate nel loro mestiere, impreca all’avverso destino che fa cader tutto sulle sue spalle, rimbrotta il marito ed i figli che non l’aiutano.

Allora comincia a scatenarsi un inferno: un vocio assordante si solleva in quell’ambiente di aria rarefatta e di esalazioni mefitiche e molte volte quando non hanno più forza di parlare, si spiegano coll’aiuto di quanto viene loro alle mani.

Il marito, dopo aver fatto prevalere la sua forza brutale, lascia per lo più la casa per l’osteria; la moglie rimane a sfogarsi coi figli.

Se poi l’operaia è fanciulla (badate, considerandola dal lato peggiore) si trova esposta continuamente a pericoli. In varii opifici il suo orecchio viene sovente urtato da parole oscene, minaccie, bestemmie, ode le storie più immorali, viene istruita in tutti i particolari della scienza del bene e del male..... del male sopratutto!

Invece della virtù del sacrifizio, del lavoro, dell’amore di Dio e del prossimo, impara l’arte del piacere, di farsi bella, di civettare. Presto l’ingenua credenza della sua infanzia, svapora dalla sua mente, lasciandovi impressa la cruda ed immatura realtà.

In casa non sente che pianti, non vede che miserie; dorme su degli stracci, mangia due soldi di pan nero coi sudici ritagli dei salumai, non beve vino che alla festa; è costretta a portar sempre lo stesso abito.

Allora le viene quasi a noia la vita, abborrisce il lavoro pagato da elemosina, e, se è bella, cerca sottrarsi al suo buio e triste mondo, ove nulla ravvisa di buono, per slanciarsi in un altro mondo, assai più triste, ma che si presenta ai suoi sguardi sotto l’aspetto il più ridente e lusinghiero!

Vi è poi la nostra contadina, che pure deve essere compresa, [p. 194 modifica] secondo la definizione data, nel novero delle operaie, la quale, specialmente nelle nostre provincie montagnose, è destinata ai più rozzi lavori: zappa la vigna, sarchia il grano e il frumentone, taglia le legna al bosco, porta degli enormi pesi sulla testa, è assoggettata alle più crudeli fatiche. E tutto questo, unito alla cattiva nutrizione, ha per risultato la vecchiaia precoce, le sconciature, le malattie pericolose e spesso la morte.

Certo, signore, considerando le operaie sotto così odiosi aspetti, delineando della donna del popolo una monografia così severa, parrebbe quasi opera umanitaria che la donna non frequentasse più le fabbriche, gli opificii, non lavorasse più in campagna, per non ingrandire, fomentare il disordine nelle famiglie, le malattie, l’immoralità.

Ma noi invece dobbiamo guardare le operaie dal lato migliore, il più vero, persuadersi che esse sono necessarie, più che non si creda, allo sviluppo della moderna società.

Certamente nella gran massa delle operaie, come del resto in tutte le altre classi sociali, se ne troveranno, anzi ce ne sono, delle viziose, inumane, civette.

Ma nell’immensa maggioranza, nella quasi totalità, quante anime buone, quante oscure eroine, quante vittime, signore, dell’onestà, del lavoro!

Se le pareti di tante povere case operaie potessero parlare, attesterebbero i sacrifizii di tante madri, la virtù di tante fanciulle, le loro veglie, gli stenti, le abnegazioni spinte fino al sublime!

Niuno può negare esservi nella società tali condizioni, nelle quali le pratiche del dovere, della virtù, sono più difficili a compiersi, epperò più meritorie delle altre.

Credete che la donna operaia non soffra nell’abbandonare i suoi figli, per rinchiudersi in una fabbrica, in un opificio?

Ma ella pensa che se non lavora, non avrà di che nutrire i suoi cari, perchè l’opera del marito non basta a provvedere ai bisogni della famiglia, oppure il marito stesso è privo di lavoro, malaticcio.

E qual’è la madre che non sopporterebbe con gioia i più faticosi lavori, non condurrebbe la vita la più dura, piuttosto che intendere i pianti dei proprii figli, sentirli pronunziare con fioca e lamentevole voce — Ho fame!

Frase di disperazione, signore, che strazia l’anima, che uccide!

Tormento atroce, ben superiore alle forze del cuore di una madre! [p. 195 modifica]L’amore materno fa compiere miracoli, eroismi! In esso si trova la più delicata gentilezza, la più energica volontà, il più completo sacrifizio. Del resto chi di noi, oserebbe porre in dubbio l'affetto di una madre?

E la povera operaia, che diserta il tetto domestico per portare il suo tributo alla famiglia, che è il più bell'esempio d’abnegazione in favore della propria prole, la chiameremo inumana?

⁂


Visitando un giorno, un meschino tugurio d’operai, mi sono incontrata in una povera vedova, madre di quattro figli. Era nata di civile condizione e per tristi e fatali circostanze, si era trovata ridotta nella più squallida miseria.

Che doveva fare? Stendere la mano, mendicare la propria esistenza, mentre si sentiva robusta, piena di sanità, nell’età della forza, nell’età da sopportare la fatica del lavoro il più duro?

Le si offri un posto in una fabbrica: il lavoro era penoso, il salaiio esiguo, ma era sempre una risorsa per lei, era il pane per i suoi figli.

Ed accettò!

E quella giovine madre, delicata e gentile, tornata dal lavoro, trovava ancora il tempo e la forza di occuparsi delle sue creature, istruirle. Ella vegliava, sorrideva, viveva per loro e nei baci dei figli, nelle loro ingenue carezze, si sentiva sollevata, rinvigorita, trovava la forza per continuare il suo sublime sacrifizio!

Un’altra ne conobbi, madre di numerosa famiglia, col marito disoccupato, con un mestiere in cui le occorreva tutta la sua attività ed una fatica materiale continua.

Pure sapeva a tutto provvedere, dirigere, trovando forze per tutti e parole piene di dolcezza, di conforto per il marito, che spesso imprecava al proprio avverso destino.

— Eh! non andrà sempre cosi — gli diceva — la Provvidenza c'è per tutti! E potrei citarvi centinaia di questi esempii sublimi di amore, di abnegazione, potrei dirsi che vi sono delle operaie che col loro lavoro, sovvengono ai bisogni dell’intiera famiglia, delle donne abbandonate, che lavorando hanno salvate sé stesse ed i proprii figli; delle fanciulle a cui madre natura fu matrigna, destinate a [p. 196 modifica]rimaner nubili, a non provar mai la gioia della famiglia, che coll' assiduo lavoro, cercano assicurarsi l'avvenire.

Ora dinanzi all' evidenza di questi numerosi fatti, chi sosterrebbe ancora che è un male, che la donna sia operaia?

Chi non comprende che coll'introduzione delle macchine in ogni ramo d'industria, la forza fisica dell'uomo va perdendo sempre più la sua utilità e quindi più non reggono le obbiezioni messe in campo da certuni per impedire che la donna si apra un orizzonte più vasto, in modo da potervi trovare quei mezzi di sussistenza, che prima la società non poteva offrirle?

⁂


No, non è un male che la donna sia operaia, perchè la sua posizione è intimamente collegata alle condizioni delle famiglie ed a quelle sociali ed economiche della Nazione.

Sapete di dove viene il male? Da che provengono il disordine, l'incuria nelle famiglie, la cattiva educazione dei figli, le malattie, l'immoralità?

Prima di tutto dalla miseria per la scarsa mercede, poi dall'inclinazione all' ozio, dall'abuso del lavoro, dall' ignoranza, infine dalla vanità ed imprevidenza.

Se entraste, signore mie, in certi quartieri di operaie, nei nostri centri principali, vi sentireste stringere il cuore di ribrezzo, di pietà, vi chiedereste se siamo davvero in un secolo civile e se possiamo veramente chiamarci cittadine di una grande Nazione.

Stanze fetide, buie, sozze topaie, piene di lezzo, di sudiciume, ove sono costretti a rimanere ammucchiati al pari delle bestie, uomini, donne, fanciulle, dove si gela nell'inverno, si soffoca nell' estate, non vi ė aria, nė luce, non si respira, non si vive!

Voi mi direte. Ma non vi sono le case operaie, fabbricate per conto dei comuni o di persone caritatevoli, quelle case così ben soleggiate, pulite, ariose, divise in quartierini gentili nella loro povertà?

Certo ve ne sono e bisogna riconoscere che forse mai, come nel nostro secolo, governi, municipii, privati, si sono presi tanto a cuore la classe operaia, hanno cercato di impedire gli addensamenti di luridi, tristissimi abituri e favorita la costruzione di case linde e decenti. [p. 197 modifica]Ma bastano esse ai bisogni? E poi chi le abita?

La classe privilegiata degli operai, quelli che col loro ingegno e lavoro, guadagnano tanto da far invidia alla maggior parte dei nostri impiegati, oppure le famiglie operaie, che hanno potuto acquistarsi delle protezioni altolocate.

Ma coloro che non furono favoriti dalla fortuna, le famiglie operaie, a cui lo scarso salario basta appena per non morire di fame, come possono trovar posto in quelle case?

Eppure sarebbe necessario per migliorare alquanto la loro condizione materiale, provvederle di nuove abitazioni, che corrispondessero maggiormente all'igiene ed ai comodi della vita!

Ma dette case dovrebbero essere appigionate a prezzo mite, generoso, se si vuole, senza rivestir mai il carattere di carità, che umilia e degrada l'operaio!

E sarebbe bene evitare gli agglomeramenti di troppe case operaie, perchè la vista della comune miseria genera malcontenti, che già pur troppo esistono e vanno sempre più estendendosi nella classe operaia!

⁂


Gli altri mali che producono la decadenza morale e materiale della donna operaia, sono, come ho detto: l'ozio, l'ignoranza, la vanità e l'imprevidenza.

L'ozio è frutto in alcune d'inerte natura, in altre di pervertita educazione. Queste finiscono a dare al loro spirito una direzione malsana, a spegnere nell'anima le passioni più nobili e pure; le altre non conoscendo o non volendo combattere il loro male, trovandosi incapaci di qualsiasi assidua applicazione, passano le ore disoccupate in una specie di sonnolenza stupida, che finisce a cangiarsi in un vero abbrutimento!

L'ignoranza regna pur troppo e più che non si creda nella donna del popolo, specialmente nei nostri paesi meridionali. Dall'ignoranza derivano le superstizioni, l'aumento considerevole dei loro vizii, la cattiva educazione della prole.

L'ignoranza genera la credulità. Le povere operaie, che hanno la mente offuscata per mancanza di agi, di luce, prendono per tanto vangelo i più bugiardi racconti, prestano maggior fede alle [p. 198 modifica]imposture di un ciarlatano o di una sonnambula, che alla scienza di un medico.

Nella donna del popolo é grande la smania del fantastico, del meraviglioso, dell’inverosimile. Quanto più la cosa é difficile ad ammettersi, più fa impressione nelle fragili fibre del suo cuore.

Le istorie che maggiormente imparano a memoria le nostre operaie, sono quelle che trattano di miracoli ed incantesimi; oppure di assassini, di capi banditi, di avventure cavalleresche.

Trovatemi una sola delle nostre operaie della Toscana, che non sappia a memoria la leggenda della Pia de’ Tolomei, la storia del Passatore, quella dei miracoli della Madonna di Montenero?

Certo non vi hanno libri classici e romanzi che ottengano nelle nostre contrade un maggior spaccio e favore presso il popolo.

E dove lascio il Libro dei sogni, la Cabala del frate e tutte quelle meravigliose combinazioni per vincere all’immoralissimo giuoco del lotto, vere trappole per la povera operaia, nella quale la passione per il giuoco, diventa una malattia morale, che la tormenta continuamente, ora lusingandola con folle speranze, ora togliendole qualsiasi illusione.

Se male grave è l’ignoranza, male gravissimo nelle operaie é il desiderio smoderato del lusso, la vanità!

È per essa che si fomentano le più tristi e basse passioni, è per la vanità che qualche volta le fanciulle operaie si perdono.

La vanità è una debolezza inerente in particolar modo all’indole femminile, e coltivata, finisce a diventar vizio.

È assai riprovevole il lusso di gran parte delle operaie italiane, le quali cercano di imitare nel modo di vestirsi ed ornarsi le donne delle classi più elevate, seguono tutte le mode, spendendo in frivolezze non solo parte della loro mercede, ma facendo debiti coi commercianti, che loro accordano bensi credito, senza che esse si avvedano dell’usura che tale agevolezza nasconde e senza sapere se si troveranno poi in grado di scontare il loro debito, creandosi in tal modo per l’avvenire, difficoltà soventi insuperabili.

Dal lusso e dalla vanità nasce naturalmente l’imprevidenza, la quale è una delle principali cause della miseria.

Poche sono le operaie, che vivendo alla giornata, pensino mettersi in serbo parte del loro guadagno onde provvedere alle subitanee necessità di una malattia, di una crisi, di una sospensione di lavoro!

Quante, per imprevidenza, rovinano sé stesse ed i proprii figli! [p. 199 modifica]Come combattere questi mali? Se hanno cause morali, che li fomentano, perchè non opporgli altre cause morali, come l’educazione del cuore, dell’intelletto, l’amore al lavoro?

L’educazione morale solleva la donna al disopra di qualsiasi miserabile debolezza, dando campo alla miglior parte del suo essere, conferendole un potere reale sulla materia!

L’operaia moralmente educata, acquisterà il sentimento della dignità personale, del proprio decoro, non permetterà più che i suoi figli accattino per le vie, né andrà essa stessa mendicando umiliativi soccorsi, imparerà a far dipendere da sé medesima i proprii destini, attingerà la convinzione che qualsiasi creatura che abbia capacità e volontà di lavorare, può bastare a sé stessa, alla propria famiglia; troverà nel lavoro una forza meravigliosa e benefica, un balsamo salutare ai dolori dell’anima e se non potrà schivare gli infortunii, sarà però in grado di rendere meno repentini e pesanti i colpi.

L’idea del risparmio, ispirato non da vile e sordido guadagno, ma dall’amore della famiglia, possente motore ed energico incentivo nel cuore della donna, la preserverà dalle futili, eppur tormentatrici vanità umane, manterrà in lei quella dignità che vince’ i tristi giorni e la triste fortuna, le farà trovare l’unico vero bene della vita: la pace domestica!

L’educazione morale spoglierà la donna del popolo dalle sue vane e perniciose superstizioni, pur mantenendo in essa intatto il principio religioso, che le sarà di norma nella condotta della vita.

La religione, specialmente per la donna operaia, è una grande necessità del cuore, è la filosofia, è la morale!

⁂


L’educazione del cuore si acquista, in gran parte, coll’ educazione dell’intelletto.

Non mancano certamente le scuole per i figli del popolo, ciò che manca, doloroso a dire, è la volontà d’istruirsi!

Eppure si dovrebbe comprendere che in oggi non siamo più come nei secoli addietro!

Ormai non vi ha persona di qualsiasi condizione o sesso, cui non faccia mestiere saper leggere e scrivere.

In questa triste lotta per l’esistenza, ove le miserie sovrabbondano, è necessario che anche la donna del popolo sappia regolare i proprii interessi e quelli della famiglia. [p. 200 modifica]Si ha un bel gridare che il posto naturale della donna è la casa; tutte le considerazioni filosofiche, per quanto assennate, sono impotenti contro i fatti d’ordine economico.

Certo non intendo che le scuole popolari abbiano a convertire le fanciulle del popolo in tante saputelle.

Che Dio ce ne guardi!

L'istruzione deve essere come la veste adattata alla persona, in comunanza collo stato d’ognuno!

Molti studii infiorano la mente, senza corrispondere ai bisogni paiticolari delle persone ed invece di loro giovare, le traggono in un regno d’illusioni, nocivo a sé ed agli altri.

«Le scuole — scrisse Cantù — sono buone quando danno «poche cognizioni, ma chiare, sicure, sopratutto applicabili.»

Lo scopo dell’istruzione popolare deve essere di mantenere l'equilibrio fra le condizioni della società, affinchè un ramo d’arte, d’industria, di sapere, non prevalga agli altri con danno universale!

Volgere la mente delle fanciulle operaie alle occupazioni alle quali sono destinate, è renderle a loro piacevoli, è ispirare in esse l’amore al lavoro, la speranza del lucro e di quegli agi che fanno bella e comoda la vita.

In questo secolo, eminentemente positivo, una sana istruzione, che pone il suo altare nel cuore, potrà solo servire a promuovere gl'interessi materiali, non meno che morali delle famiglie.

Ma per ottenere questi bellissimi risultati, non bastano certamente gl'incoraggiamenti a parole, ci vogliono fatti.

Sarebbe necessario che le classi più agiate, istruite, dimostrassero una maggiore attività ed energia nel favorire le industrie, il commercio, l'agricoltura, impiegandovi i loro capitali, tenendo in maggior considerazione le classi lavoratrici.

Cosi si diffonderebbe assai più l'istruzione, la moralità; si accrescerebbe il lavoro, col lavoro si aumenterebbero i salarii, coi salarii il risparmio, quindi il benessere generale.

E cesserebbe anche il doloroso spettacolo di vedere ogni anno, migliaia e migliaia di famiglie operaie emigrare all’estero in cerca di un tozzo di pane dallo straniero!

Che in Italia la donna lavori, vada ogni giorno più perfezionandosi in qualsiasi ramo d’industria, d’arte, ce lo provano le [p. 201 modifica]statistiche ufficiali e un luminoso e splendido esempio l'abbiamo nella presente Esposizione femminile, la quale ci dimostra la partecipazione attiva ed intelligente della donna in tutti quei lavori, in cui il gusto e il delicato sentire sono i principali elementi del buon successo.

Io saluto quest’Esposizione, così fieramente osteggiata, come un grande progresso sociale, come il trionfo della donna lavoratrice.

Ma, se molto si è fatto, molto rimane da fare ancora.

Avanti, avanti sempre! Lavoriamo per sostenere con decoro il nome italiano! Lavoriamo, fiduciose nelle nostre forze, nell’avvenire, infondendo questo sentimento nei nostri mariti, nei nostri figli, non lasciandoci scoraggiare o prostrare dalle avversità della vita, dalle vicende della fortuna!

Lavoriamo, senza mai dimenticare la nostra alta missione, che è quella di educare le crescenti generazioni, preparare per la patria uomini virtuosi, laboriosi, buoni cittadini!

E ricordiamoci che, se i tempi preparano gli avvenimenti, solo la volontà dei forti li compie!

Carolina Invernizio.



Immagine dal testo cartaceo