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La donna italiana descritta da scrittrici italiane/Prefazione

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Augusto Conti

Prefazione ../ ../Beatrice Portinari e l'idealità della donna nei canti d'amore in Italia IncludiIntestazione 3 maggio 2025 75% Da definire

La donna italiana descritta da scrittrici italiane Beatrice Portinari e l'idealità della donna nei canti d'amore in Italia
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PREFAZIONE


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uando la signora Felicita Pozzoli di Milano, la signora Carlotta Ferrari da Lodi e Angelo De Gubernatis concepirono il pensiero gentilissimo di festeggiare in Firenze il Centenario di Beatrice, ventisei anni dopo quello che per l’Altissimo Poeta, il quale tanto la esaltò, tutt’i Comuni d’Italia celebrarono pure in questa sua città il proposito delle gentildonne da una parte, del professore De Gubernatis dall’altra, si fondò sulla Verità e sulla Storia.

Che cosa mai ha fatto Beatrice? Che sarebb’ella se Dante non l’avesse nominata ed esaltata? forse non dovremo noi questa Beatrice dell’Alighieri, reputarla piuttosto che una donna reale, un simbolo, un’allegoria immaginaria del Filosofo e Teologo che idoleggiava nella fantasia, per magistero dell’Arte, i concetti astratti della sua mente? Né questo dicevano solamente coloro che, prima di studiare, amano di sentenziare, preferiscono al fare il deridere chi fa, [p. vi modifica] parendo loro così di levarglisi più alto, e prediligono la garrula maldicenza e il motteggio rozzo, echeggiante in danno degli operosi, alla letizia di meritamente lodarli; no, quelle obiezioni derivavano ancora da valentuomini, di molta ed eletta erudizione. Pure, se avvi cosa indubitabile al mondo, è questa, che Beatrice Portinari nacque non solo e visse qui maritata ne'Bardi, non forse conceduta a Dante, perchè sgradito a’ genitori; ma sì, ch’ella proprio è il soggetto della Vita Nuova e del Sacro Poema.

Chi, leggendo così alla buona quanto l’Alighieri scriveva in prosa e in verso di Beatrice, oppure la Canzone di Gino da Pistoia che della morte di lei giovinetta consola il desolato Poeta, potrebbe mai dubitare, che il soave amore così dolcemente descritto nella Vita Nuova, ricordato anche nel Convito, e così sublimato nella Divina Commedia risolvasi tutto in una allegoria gelida? Tantopiù che allora, unendosi sempre un significato allegorico anche al Protagonista, cioè Dante, a Virgilio, e agli abitatori dei tre Regni, bisognerebbe porre da un canto la litterale storia, come il Poeta chiama il significato letterale nel primo del Convito {Convivio se vogliam dire all’antica) e starsene contenti alle fredde ombre allegoriche, alle belle mensogne, pur così dette dal Poeta in quel testo: talché l’intero Poema sarebbe un costrutto di favole, senza reale sostanza come il Gerione dell'Inferno, e la Donna Laida in un sogno del Purgatorio. Ahimè che gelo! E ciò mi pare argomento essenziale. Quand’anche non avessimo scoperto nel Codice Ashburnam, ora nella Laurenziana di Firenze, le parole di Pietro figliuolo di Dante, quaedam domina Beatrix insignis valde moribus et pulchritudine, nata de Domo Portinari, e come Dante, padre del Commentatore, la togliesse nella Divina Commedia per tipo e allegoria della Teologia; né Dante, inoltre, avesse [p. vii modifica]dictiarato nel primo del Convito non volere in parte alcuna derogare a ciò ch’egli narra nella Vita Nova con quanto ei discorre nel Convito medesimo, benché quella fervida e passionata, questo ragionevolmente temperato e virile esser conviene; più ancora, neppur nell’ultime parole della Vita Nova badando all’intenzione manifestata, ch’egli direbbe di lei ciò che mai non fu detto d'alcuna e quindi alla preghiera fervente ch’egli fa a Dio, sire della cortesia, di poter gire a vedere quella benedetta Beatrice: infine trascurati anche gli accenni palesemente biografici che nella Vita Nuova e nel Purgatorio si fanno de’ due amanti, come dire lo sdegno, forse geloso, della tanto gentile e tanto onesta Portinari: questi argomenti dico mi paiono secondarj a paragone del sostanzialissimo che nessuno, alla semplice lettura del Sacro Poema, lo crederebbe allegorico. Le prove recate da uomini eruditissimi, antiche o recenti, prese dalla storia, da’ libri di Dante, da documenti nuovi, son molte; ma il più, il molto più mi par sempre questo, che noi nel Divino Poema, sentiamo circolare uno spirito di vita, come sangue in viva persona: spirito vitale che manca necessariamente alle astrazioni, allegoriate con immagini artifiziose. L’estro non si accende, se non per amore di cose reali ed alte. Chi non sa invece, che Dante trasforma in demoni anche certe divinità infernali mitologiche: tanto avea bisogno di realtà? E anzi nel Convito (II, 1) parlando della significazione allegotica, nascosta nelle belle mensogne, in quella specialmente d Orfeo che facea colla cetera mansuete le fiere e movea l'albori e le pietre, Dante non già la interpreta quasi sfornita di soggetto storico; bensì aggiunge, che il savio uomo con lo stromento della sua voce facea mansuescere e umiliare li crudeli cuori, e facea muovere a sé coloro che non avendo vita di scienza ragionevole alcuna, son quasi come pietra. [p. viii modifica]stavano innanzi agli uomini di quel tempo, non soltanto gli esempj di siffatte interpretazioni mitologiche, non ignote nemmeno agli antichi Stoici ed Epicurei; sì, più particolarmente ancora, la interpetrazione letterale o non letterale della Bibbia; e tenevano a mente che dividere la prima e la seconda tra loro, vien condannato dalla Chiesa. Perciò, in detto luogo del Convito, Dante prendeva com’esempio dei varj significati, le parole d’un salmo: nell’uscita del popolo d’Israele d’Egitto la Giudea è fatta santa e libera. E aggiunge: che avvegna essere vero secondo la lettera, sia manifesto; non meno è vero quello che spiritualmente s’intende, cioè che nell’uscita dell’anima del peccato, essa sia fatta santa e libera in sua potestate. Nella quale interpretazione, sta tutto l’intendimento spirituale della Divina Commedia. E l’Alighieri prosegue a dire, che lo litterale dee andare innanzi, come quello nella cui sentenza gli altri sono inchiusi. Va notato poi, che agli uomini d’allora, e a Dante in modo particolare, l’Universo intero, avente in sè realtà di cose bene ordinate, pareva simboleggiasse cose reali più eccelse. Dio, gli Archetipi eterni, le Creature angeliche, la Vita futura. Tutto quanto è dunque un sistema di concepire la Natura e il Soprannaturale, la Scienza, la Vita, la Poesia; e indi procede per noi la certezza fermissima che Beatrice sembrò a Dante così nobile creatura da potersi elevare a simbolo di Sapienza.

Il gran Poeta, uomo di passioni ardenti, è passionato anche nell’amore della verità e della giustizia. Nel Convito, affermando, egli nobile, che la nobiltà non viene da stirpe d’origine oscura, ma da virtù, a un tratto esclama: che, a’ contradittori di ciò, si vorrebbe rispondere col coltello. (Conv. ii). I sensi tirano il cuor di lui a più parti; che i suoi amori, dopo quello di Beatrice, paiono chiari nel Canto xxiii e nel xxxi del Purgatorio, e nel Trattato primo del Convito; [p. ix modifica] ma l’idea del bene, gli sfavilla d’innanzi, e il perfezionamento proprio ed altrui gli apparisce di sublime amabilità: egli è combattuto, travia, ma gli occhi si volgono sempre a quel punto in cerca di pace. Però, mortagli Beatrice, va alle scuole de’ religiosi, com’ei narra nel Convito, e studia Filosofia e Teologia. Or che cosa gli accadde? Il vero, già trovato, se ti fermi a considerarlo, ha una sua bellezza; bellezza d’intellettuale perfezione in ogni e singola verità, primo fulgore di bellezza nell’ordine loro; e l’uomo di fervida fantasìa se ne commuove, veste d’immagine i concetti, e nella bellezza loro s’esalta piucchè nella lor verità, cioè considera il vero in quanto e’ trae ad ammirazione: ed ecco la Poesia della Sapienza.

Allora nell’animo dell’Alighieri, per ispontaneità del suo ingegno, le astratte contemplazioni s’unirono all’usate fantasie ed agli affetti più cari; l’amante, il cittadino, l’uomo di parte s’unificò in unità nuova coll’alto contemplatore, e tutto divenne simbolo senza perdere la realtà. Egli vide in Beatrice la Donna sua, e ad un tempo la sapienza di Dio; in Virgilio il suo Poeta ed insieme la ragione dell’Uomo; ne’ tre Regni sovrannaturali, oltre la Religione, vide mali, rimedj e perfezionamento di sè, della Patria, del Genere umano: ogni cosa in un tutto, senza togliergli nulla; idea, immagine, affetto, simbolo e realtà, verosimiglianza e storia, fede e ragione, filosofia e poesia, scienza ed arte, la santità e l’affetto della terra, il contemplatore, il soldato di Campaldino, il Priore di Palagio, l’esule iracondo, il guelfo della Chiesa e del suo Comune, il ghibellino dell’Impero, il sapiente che fa parte da sè stesso; ogni idea, ogni passione, ogni stile, tal è l’Alighieri. Chi divide alcunchè da questa unità, non lo riconosce più, non intende un fatto che sorge dalla natura dell’uomo. [p. x modifica]

Così nel Convito, come nel Poema Sacro, la sapienza è per Dante una bellissima donna; e pur così ella è personificata nel Libro Scritturale di quel nome. Il cuore porge a Dante di questa donna un’immagine ch’è Beatrice sua, amata d’amore innocente, negli anni più innocenti, amore senza rimorsi, e che lo rimorde d’amori men puri; amore tutto di spirito, nè contaminabile omai, perch’essa è con Dio. Perciò con quella spontaneità che nel pensiero di Dante le speculazioni prendono forma di persone vive, queste gli ragionano d’alta dottrina; nè i ragionamenti vi si fanno da sè soli come nella Poesia Insegnativa comune; ma formano parte del dramma, ch’empie, non che la fantasia, tutte le facoltà, tutto l’animo del Poeta. Ecco il perchè non può gustare Dante appieno chi non abbracci nel pensiero la vita, l’arte, la scienza di quei tempi; viva unità, che si ripete nel Fiorentino.

Con verità pertanto, e secondo la Storia, ho detto da principio che le due Gentildonne si fondarono, e con loro il De Gubernatis, sulla verità e sulla storia. Così ho risposto al dubbio se Beatrice fosse allegorìa soltanto. E alla domanda, che cosa mai ella fece da meritare una sì solenne commemorazione, do la risposta di Dante che la confessa, in ogni opera, ispiratrice sua. Qual più alta benemerenza che potersi chiamare la musa celeste del Poema Sacro? E dove si dice dai dubitatori: chi avrebbe mai saputo di lei se Dante non l’avesse nominata ed esaltata?, rispondo: in ciò stare la lode di Beatrice, che Dante la nominava ed esaltava per modo, da immedesimarne il nome col suo e colla propria gloria.

Il concetto della Pozzoli e della Ferrari si compisce in quello del Professore De Gubernatis. Le Gentildonne vollero festeggiare Beatrice collocandone il busto nella casa di Dante, scolpito dal Sodini con forme sì gentili e pure, che sembra non altrimenti le avesse proprio la Donna [p. xi modifica]

                      ........ venuta
di cielo in terra a miracol mostrare.


Pubblicarono altresì un volume (Successori Le Monnier Firenze, 1890) tutto di Scrittrici, tutte di molto merito, alcune di segnalatissimo; e basterebbe ricordare la Contessa Ersilia Lovatelli Caetani, e la Ferrari, che al volume preludeva colla storia importante del vi Centenario dalla morte di Beatrice. Mi piace notare che i sorridenti d'ogni cosa, sorridono ancora, quando si parla della casa di Dante, e la si mostra a dito; quasichè volessimo affermare che quelle due stanzuccie, ove, accanto al busto del Divino Poeta, collocavasi l'altro di Beatrice, fossero proprio la camera e l'anticamera del grand' uomo. Ma viceversa sulla porta palesemente antica di quella casuccia è scritto casa, non camera. E veramente quella contenevasi nelle Case degli Alighieri che abitavano non più di cinquanta passi lontani dai Portinari, le Case dei quali erano dov'è ora il palazzo Ricciardi, già de' Duchi Salviati, in via del Corso, presso il canto de' Pazzi; e quelli abitavano sulla piazza di S. Martino, e precisamente in sull'angolo della via che conduce a Santa Margherita, e le loro Case (che più d'una ne possedevano) rispondevano a tergo in sulla piazza de'Donati altrimenti della Rena. Così Pietro Fraticelli nell'edizione della Vita Nuova, (Firenze, Barbèra, 1857). Tutto ciò è ormai notissimo e dimostrato con documenti, che il Passerini e il Frullani pubblicarono pel Centenario di Dante, se bene ricordo. Speriamo che il Municipio fiorentino acquisterà in parte o in tutto le Case predette, affinchè vi si possa istituire una miglior sede alla memoria del Sommo Concittadino, e agli Studi danteschi.

Il De Gubernatis, allargando vastamente l'idea delle due Signore, opinò che l'onore massimo a Beatrice fosse questo, di far vedere a chiunque ami la Patria nostra come in Italia [p. xii modifica]le donne del tempo presente non sieno indegne di quelle del tempo antico; e gli parve, che argomento dimostrativo riuscissero i fatti, raccogliendo cioè in una pubblica esposizione i lavori femminili d'ingegno e di mano, quanti potessero adunarsi da tutte le provincie italiane. Il concorso superò la speranza; e negli stranieri destò ammirazione piucchè, purtroppo, in molti de'nostri. Specialmente l'ammirarono quei Francesi e tra loro i Provenzali, che anni addietro invitarono gli Italiani ad Avignone pel Centenario dell'Amante di Laura; e ora invitati al Centenario di Beatrice, lessero nel Politeama Fiorentino versi e prose sulla Divina Ispiratrice di Dante, per gentilezza, bontà e altezza di pensieri degne dell'argomento e di quei Gentiluomini.

Nell'idea nobilissima di Angelo De Gubernatis entrò un concetto, che agli uomini discreti parve di bella opportunità. Proponiamo, egli pensò, alle donne italiane culte una serie di Conferenze, per due intenti: primo, che le Oratrici dimostrino il valore proprio; secondo, che i temi da trattarsi porgano verace immagine della donna italiana nella Storia e nell'Arte, dal trecento fino al tempo che corre. Il brav' uomo, giudicato non benignamente allora, e materialmente danneggiato, si conforti nell'esito intellettuale e morale della sua impresa certo a tutti gli italiani e stranieri commendabile oltremodo. E ora brevemente ne darò un cenno.

Si dubitava, che potessero trovarsi tante in Italia, capaci di svolgere venti temi proposti. Furono invece a profferirsi più di trenta, o, invitate, ad accettare. Fra le trenta si scelsero ventiquattro. Due ritirarono la loro Conferenza, dopo averla recitata, che non parve loro meritevole di stampa, quantunque accolta con favore dal pubblico: e furono la signorina Linda Malnati, che trattò delle donne gentili del [p. xiii modifica]Foscolo; e la signorina Annetta Boneschi Ceccoli, che discorse della donna secondo il vario aspetto fisico nelle provincie italiane. La signorina Alessandra Cesa, poi, trattò della donna italiana in società; ma essa dichiarò di astenersi dal concorso. Il giurì componevasi de’ signori Augusto Alfani, Guido Biagi, Augusto Conti presidente, Aurelio Gotti, Luigi Rasi, Giuseppe Rigutini, Giovanni Tortoli, Vittorio Vecchj, Antonio Zardo. Adunavasi volta per volta, dopo ciascuna conferenza. Il Presidente invitava i singoli Giurati a dare il proprio parere ragionato; e, ultimo egli, epilogando il parere de’ colleghi, esponeva il suo. Discusso il valore delle singole Conferenze, si procedè ai voti.

Nella votazione, per graduare il pregio delle Conferenze, si badò al come ciascuna fosse scritta, svolta nel giro d’un’ora e al modo di porgere, nonchè al sentimento buono della Scrittrice. Si considerò, la conferenza non essere un trattato, non un libro, e nemmeno il capitolo d’un libro; deve riuscir breve, ordinata, briosa, efficace, tenere attento l’ascoltatore, avere le proprietà di una eloquenza amabile, d’un conversare alto e cortese, succoso e sfavillante; talchè, sebbene il Giurì non assegnasse il premio a certe Conferenze, che per la ricchezza della materia, e anche per la dottrina, riescano alla lettura più istruttive di quelle premiate, ciò deve spiegarsi col criterio sopra indicato.

Il Giurì pertanto assegnò il premio maggiore alla signora Ida Baccini, che tenne a sè l’uditorio attentissimo per il modo vivace nel trattare il proprio argomento, Le maestre e le educatrici. Toccò materie delicate con finissimo garbo e meritò spesso i più vivi applausi, ora col frizzo arguto, ora co’ cenni sagaci dell’ideale nell’insegnamento e nell’educazione conveniente alla donna; sicchè il trasporto suscitato nel pubblico si comunicò ai giudici, che [p. xiv modifica]pregiarono altresì, come già si è detto, la grazia de’ modi e la svelta eleganza del dire.

Le quattro Conferenze, segnalate col diploma di medaglia d’oro, contengono pregj diversi: Prima, la donna italiana nel Medio Evo della signora Savi Lopez, parve la più ardua e altresì la più compita; seconda, le donne della Divina Commedia della signora Rossi Gasti, pregievole singolarmente per la purezza elegante del dire; terza, le Sante italiane della signorina Virginia Fornari che delineava ritratti, pochi sì, pure felicissimi e di molta maestria; in ultimo, la donna italiana del settecento della signora Luisa Anzoletti, notevole per nobiltà di sentimenti, e per espressione toscana in bocca trentina.

De’ due premj in medaglia d’argento, l’uno spettò al lavoro della signora Maria Bobba, che discorrendo intorno agli studi delle donne, apparve un’educatrice sapiente, ma difettò per soverchia lunghezza; l’altro, alla signorina Scodnik, conferenza, quantunque incompleta, sulle attrici italiane, pure non di rado bella per eloquenza efficace. In altri lavori si notaron meriti non comuni; ma il Giurì non avendo da concedere che solo per un terzo delle Conferenze i premj, non potè soddisfare al desiderio di rimeritarne un maggior numero.

La signora Brunamonti e la signora De Gubernatis Mannucci dichiararono da principio, che non verrebbero a concorso. Spiacque al Giurì di non pronunziare un giudizio sulle Conferenze loro, immaginosa la prima e dotta virilmente, ricca la seconda di consigli salutari. Dal tuttinsieme delle Conferenze si potè argomentare l’attitudine dell’ingegno femminile italiano alla cultura più svariata. Il modo, poi, rispettoso del pubblico nell’ascoltarle, prova come in Italia sentasi profondo il rispetto per le donne in dottrina e in letteratura [p. xv modifica]valenti; chè certo, alcuni anni addietro, sarebbero state accolte con superbo sorriso. Il volume delle Conferenze, trattate nel Politeama fiorentino per omaggio sacro alla Beatrice di Dante, resterà non piccolo documento d'onore nella Storia letteraria delle donne italiane: perciò con lieto animo è presentato alle lettrici d'Italia, cui mancò la ventura di assistere a così nobile gara nella Città dei fiori.

La signora Baccini, con egregio intendimento, ringraziò nel termine della sua Conferenza il De Gubernatis a nome delle gentili donne italiane. Gli ascoltatori, affollati nel vasto teatro, con lunghi applausi, cordiali ed unanimi sembrò volesser dire, che lo ringraziavano a nome di tutti gl'Italiani.

A. Conti.


Immagine dal testo cartaceo