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La donna italiana descritta da scrittrici italiane/Principesse e regine d'Italia

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PRINCIPESSE E REGINE D’ITALIA


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D

ovrebb’esser la mia, tutta una splendida tela trapunta d’oro, e di gemme e di fiori contesta; rinnovellatrice della lieta vicenda delle fate benigne, di femminili deità evocatrice; ma la storia delle Regine è storia della Monarchia, e la Monarchia in Italia, dalla rovina dell’Impero d’Occidente alle ultime guerre per l’indipendenza, spuntò, crebbe, si maturò inaffiata di lacrime e di sangne.

Popolo della idealità e dallo sperimentalismo, dell’affetto e della gelosia, cosmopolita come il pensiero, casalingo come la memoria, non seppe l’Italiano aduggiarsi sotto la manopola di ferro di qualche soldato vittorioso, e nell’ebbrezza di quel primo bacio di libertà de’ suoi Comuni, nel gagliardo ed operoso genio delle sue Repubbliche mercantili, nelle squisite leggiadrie delle sue Corti, effuse l’esuberante sua vitalità, pago di vegliare alla custodia di quella civiltà, che, dall’Italia uscita, doveva, scintilla divina, propagarsi ovunque e irradiare di luce nova e feconda l’umanità.

Dopo la caduta del romano impero, di quel colosso che a tutto il mondo assaggiato avea popoli d’ogni razza e paese attraversarouo, paurose meteore, il bellissimo suolo d’Italia; lasciandovi traccie più o meno fatali del loro violento passaggio; e perchè lo spirito nazionale si potesse affermare, fu necessario che l’Italia si assimilasse, per cosi dire, come il sangue fa del cibo, le diverse legislazioni, i costumi, le lingue di questi popoli invasori. [p. 128 modifica]Abbiamo, è vero, nelle brevi soste che queste genti fecero in Italia, esempi non sprezzabili di monarchie, ma la loro evocazione non commove l’animo nostro, perchè han nome di barbari; e, più che ricordare con senso di gratitudine il buon seme che, innegabilmente, han pur gettato, ricordiamo quelli funesti, che ritardarono il nostro nazionale risorgimento.

È però si forte l’impronta che nelle arti, nelle leggi, nei costumi e nel sangue d’Italia lasciarono i Longobardi, che non è meraviglia se ne affina, colle più dolci ricordanze, il nome di due Regine, sublimi nell’opera di amore e di sacrifizio, cui sacrarono la vita: Teodolinda ed Ermengarda.

Discendente dall’antica famiglia principesca degli Agilolfingi, Teodolinda, di mente straordinaria e di gran cuore, suole essere considerata dagli storiografi come regina di gusti e d’ispirazioni eminentemente italiani. La sua mite e forte figura s’aderge maestosa, sia immaginata a consiglio col Re, sia trasvolantesi tra le file dei sudditi suoi, ispiratrice di una religione che avrebbe potuto avviare fin d’allora a indipendenza il nostro Paese, cancellando una delle più acri differenze fra vinti e vincitori, qual’era quella prodotta dal diverso rito religioso.

Tolta all’abbiezione, cui la riducevano divorzio e poligamia, la donna risorgeva alla coscienza del suo santo ministero, e, a misura che s’affermava come una volontà, una intelligenza, cresceva la sua azione benefica sull’esordiente famiglia e sulla società, quale ministra di pace e ispiratrice d’una religione, che santa le parve nell’ideale mistico e sublime della Vergine Maria.

Non è solo alla donna dei tempi moderni che si addice il titolo di sesso pio; n’è prova luminosa l’attiva opera di propaganda compiuta da Teodolinda nel suo regno. Papa Gregorio ve la esortava con lettere (che il Bertolini giudica veri documenti diplomatici); lusingandola con la lode, incoraggiandola con le esortazioni, entusiasmandola con doni di reliquie sante; e la giovane Regina riusciva a compiere nella sua corte e sui sudditi suoi quel benefico apostolato che Berta esercitava sull’anglo-sassone Edelberto, e un secolo prima su Clodoveo avea compiuto Clotilde.

Difficilmente Autari avrebbe potuto impedire la congiunzione dei Greci coi Franchi, ed ordinare le fatte conquiste, se un genio benefico non gli fosse aleggiato intorno a mitigarne l’ambizione, l’audacia e la ferocia; se Teodolinda, esempio di pietà forte e gentile, fra crude alternative di vendette e di perdoni, di traviamenti [p. 129 modifica]e di penitenze, non si fosse interposta ad attutire l’asprezza fra le due sovranità: re e papa; questa sorgente appena, quella già invadente e forte. Il dominio dei Longobardi, iniziatosi colla cruenta vendetta di Rosmunda, si chiude col più patetico episodio che storia ricordi.

Bertrada, madre di Carlo Magno, nell’intento di metter pace fra la corte di suo figlio e quella di Desiderio, scende in Italia per stipulare il matrimonio di Ermengarda e Gisla con Carlo Magno e Adelchi. Vi si oppone, per fini e interessi terrestri, Stefano III chiamando quell’unione «suggestione diabolica»; malgrado ciò, Carlo Magno sposa Ermengarda, che la madre gli aveva portata in Francia.

Ma il sorriso, la beltà d’una vergine, non potevano essere più potenti dell’inimicizia creata fra due principi dall’insana e fatale politica d’un pontefice divenuto principe; e dopo un anno l’infelice Ermengarda ritornava al padre col marchio d’un ripudio in fronte!

Papa Martino s’affrettava a sostituirle Ildegarde, principessa alemanna, a detta di Paolo Diacono «la femmina più bella di tutto l’occidente» sanzionando cosi la sventura d’una Regina per salvare i suoi mondani interessi.

Alessandro Manzoni, il patriota cantore dell’Adelchi, cinse la soave figura di Ermengarda dell’aureola sacra del martirio, e pur riguardandola come figlia d’oppressori d’Italia, l’affida che

«Alle incolpate ceneri
Nessuno insulterà.»

Ella chiudeva la travagliata e giovane vita nel Monastero di San Salvatore, che la pietà religiosa, della quale Teodolinda avea sparsi i primi semi, induceva Ansa, moglie di Desiderio, a fondare in Brescia.

⁂


Come Carlo Magno non aveva distrutto il carattere particolare, nė conculcato il sentimento nazionale dei vari popoli assoggettati, parve che, sciolta da quel ferreo vincolo, l’Italia, come già la Francia e la Germania, dopo il trattato di Verdun (843), dovesse volgere la propria energia a costituirsi a sovranità indipendente; ma prima [p. 130 modifica]di pensare a ordinare saggiamente lo Stato, era necessario rialzare l’individuo e la famiglia, riafforzare quei vincoli su cui fondavansi rapporti sociali del popolo italiano, ispirarlo a forti sensi di patriottismo; e questa è opera di secoli.

Intanto, come i Sovrani per accrescere splendore alla corona e rintuzzare i richiami del popolo, avevano creata una nobiltà cortigiana, balda di onori e di privilegi, anche in Italia sorgevano ovunque castelli turriti in cui questa nobiltà fieramente s’accampava, intollerante e battagliera.

E il popolo italiano, spettatore inerte di scellerate gare di soprusi e vendette, seguiva senza meraviglia nė sdegno, la varia fortuna di donne audaci ed ambiziose, astute e crudeli, cui i tempi concedevano di dominare come Regine su Roma e molta parte d’Italia.

Erano tempi di dissolvimento universale, e di brutale licenza in ogni cerchio della vita sociale; tempi in cui il poter soddisfare ogni capriccio toglieva al vizio perfino la vergogna; non è quindi meraviglia se donne ambiziose, piene d’intelletto, di coraggio, destre d’astuzia, scendessero in lizza brutale e, armeggiando, s’elevassero a potenza di sovrane.

Dopo Galla Placidia e Eudossia, nessuna donna aveva avuto in Roma maggior potenza di Teodora; in Roma ove par non dovrebbersi accogliere e tollerare che donne di una grande santità.

Ma Teodora, come Marozia e Teodora II, sorgono nell’«età ferrea del papato» tempo di tale corruttela da rendere possibile la favola della Papessa Giovanna, e da ciò conviene trarre la misura per giudicarle.

All’età dei Borgia e dei Medici, la corruttela, non certo minore di quella del secolo X, s’inorpellava coll’abbarbagliante miraggio della coltura classica, e i vizi s’adombravano cogli splendidi arazzi raffaelleschi; secolo X, invece, non conobbe che fosse apparenza di bello, e la gente «dalla fronte di bronzo» vi si svelò nuda e feroce senza orpello di sorta. Non è quindi meraviglia se Marozia e Teodora apparvero più tristi assai di quanto forse realmente erano, sotto i cupi riflessi della dissolutezza e della crassa superstizione dei tempi loro.

La storia, equa apprezzatrice dell’umana attività, che, in rapporto ai tempi, ha le sue leggi modificatrici, le riguarda come antesignane della preponderanza che gli elementi laici fin d’allora acquistarono in Roma, generatori di un’aura di vita più libera che, [p. 131 modifica]sebbene rozza, pur s’effuse e temperò la monotonia claustrale onde l’Italia era aduggita.

Mentre Marozia e Teodora avvolgeano Roma come entro una cerchia fatata disegnata dalla loro mano, nell’Italia superiore altre donne potentissime per bellezza ed astuzia ed ingegno, armeggiavano arbitre della corona italica.

Così Berta, figliuola della famosa Gualdrada di Lorena, e moglie d’Adalberto, promuove la congiura contro Berengario per sostituirgli Ugo, conte di Provenza; e come la morte le impedisce di compiere l’ambizioso disegno, cui maturavano bellezza ed accorgimento singolari, l’assume Ermengarda sua figliuola e sorellastra d’Ugo. Costei (se veri sono i racconti di quel tempo, Elena e Cleopatra insieme) strappa al valoroso Rodolfo la corona italica e la cinge essa stessa sposando Ugo. Ma i tristi raro s’accordano lungamente, e Ermengarda s’avvide, troppo tardi, d’aver favorito un ingrato più ambizioso di lei. Il nuovo Re, cupido dei dominii e della corona imperiale di cui Marozia era l’arbitra, relega l’infelice Ermengarda in lontano castello, e sposa la cognata nella capitale del cristianesimo l’anno 932!

⁂


Quel raggio d’indipendenza nazionale che parve s’annunziasse dal trono dei Berengari, fu rapida meteora, fugata da eventi politici ineluttabili, e affrettata inconsciamente dall’opera improvvida di una Regina bella ed infelice: da Adelaide, vedova di Lotario.

Donna di rara bellezza e di forte intelletto, brillava, come astro maggiore nella corte di Berengario, e ciò rendevala più invisa a Guilla, donna austera e inasprita dalle lunghe sventure patite col marito nell’acerba persecuzione di Ugo. Guilla non poteva dimenticare che Adelaide apparteneva all’aborrita famiglia del suo nemico, e parvele vendetta legittima eccitare contr’essa il marito.

Berengario, per guadagnarsi il partito borgognone di cui Adelaide era l’anima, volle costringerla a sposare Adalberto, di lui figliuolo, e la cacciò in una torre del lago di Garda a espiare il suo rifiuto. Ma protetta da Azzo, Margravio di Tuscia, Adelaide ripara nel castello di Canossa e manda invito di vendicarla a Ottone I. [p. 132 modifica]Nuovo sovrano straniero, novellamente sbarcato sulle fiorite rovine d’Italia, Ottone I viene, la sposa, la vendica, togliendo per sė la corona di Berengario.

Cosi l’autorità imperiale, affermata da Carlo Magno, traslatavasi alla Germania, allontanando dall’orizzonte politico d’Italia ogni probabilità di Monarchia forte e indipendente.

L’opera cavalleresca di Azzo, che nel castello di Canossa aveva raccolta e protetta la fuggente regina Adelaide, valse ad assicurare la potenza di sua famiglia da cui scese Bonifacio, Margravio di Toscana e altre terre dell’Italia centrale, padre di quella contessa Matilde che grandeggia pur nelle memorie dantesche.

Reggente, dapprima colla madre Beatrice, indi sola e da vera regina, gran parte della Toscana, Matilde appare potente anche accanto alla grandiosa figura di Gregorio VII, il maggior intelletto, il più potente ingegno politico, che fiorisse fra i popoli di quei tempi.

Essa univa a straordinaria arditezza e costanza, una mente coltissima. Esperta negli affari di Stato, dettò lettere in latino, tedesco, francese a vari principi d’Occidente; instancabile nel lavoro, ordinò una biblioteca e fe’ raccogliere dal dotto Irnerio il corpo del Diritto Civile e Canonico, e l’aiutò ad aprire in Bologna la prima scuola di legge, divenuta poi la più celebre del mondo.

Ma la sua maggiore operosità, la contessa Matilde l’esplicò partecipando invitta per la Chiesa alla lotta impegnata da Ildebrando per trasformare il pontificato, fatto libero dal patriziato e dall’Impero, in una potenza signoreggiante il mondo.

Debora del papato, la contessa Matilde non vuol esser considerata come una monachella fanatica, posta in fama dall’amicizia per Gregorio; essa giganteggia accanto alle più energiche figure di regine, dalla storia ricordate. Educata alla scuola della madre, donna pia e coraggiosa, la contessa Matilde nella sua forte amicizia per Gregorio, pose tutto il sublime sentimento onde poteva esser capace quel cuore di donna, quello spirito gagliardo, quel carattere forte, indomato nella fede sincera dell’ideale che dell’amico suo s’era formato.

Per quanto l’odio e la sospettosa malignità abbiano tentato di offuscare l’idealità del legame di quelle due anime, chiunque giudichi con calmo intelletto, non può strappare Gregorio VII dalla cerchia sublime del suo animo, che comprendeva il mondo, per immergerlo nel volgarismo di un amorazzo.

Matilde non aveva figliuoli, epperò quell’energia che non [p. 133 modifica]valeva ad assicurare il dominio delle sue terre ad un erede diretto, con slancio generoso la consacrò all’attuazione di un ideale potente e sublime. Sposata a ventotto anni, e di contraggenio, a Goffredo il gobbo, figlio del secondo marito di Beatrice, era come se non fosse maritata perocchè Goffredo, contrario alle idee politiche e all’entusiasmo religioso della moglie, se ne viveva quasi sempre lontano da lei. E di quest’antipatia l’astuto Gregorio si valse per incatenarla sempre più a’ suoi disegni, raccogliendo i voti confidenti li quell’anima, si pia ed energica.

Prima affermazione della potenza morale contro la violenza di despoti rozzi, la lotta iniziata da Gregorio VII, ricercando le intime fibre della vita morale, promovea un risveglio improvviso delle menti in letargo da secoli. E non solo prelati, principi e re porgono intenti l’orecchio al nuovo grido, ma pur la donna scende in lizza, presentendo quanto possa in quel campo l’opera sua. E Matilde appare sublime nella sua fierezza, confusa alle tiare dei Vescovi e dei Prelati nel concilio del 1074, inizio di quella lotta. Nė meno sublime appare, allorchè, con lo splendore di una regina, accoglie Gregorio nel castello di Canossa, e si fa mediatrice di pace fra l’austero frate e l’avvilito imperatore.

Allorchè Gregorio VII, chiuso nel Castel Sant’Angelo, mirava con occhio impavido il suo destino, solo la spada della Gran Contessa stette salda nel difenderlo, respingendo i consigli degli stessi Vescovi e le grida di dolore delle sue città devastate.

La generosa donna non voleva dover arrossire dinanzi al suo grande amico; e come lo spirito battagliero di Gregorio parve trasfuso ne’ suoi successori, le armi tedesche venendo in Italia, sempre ritrovaronla pronta alla difesa.

La tenacia fanatica di questa donna ha del misterioso per noi, così alieni dai bollori delle indomite indoli primitive; ma ogni tempo ha i suoi ideali, e l’attrattiva del Medio Evo risiede appunto in questi caratteri potentemente infiammati negli odii e negli amori.

La contessa Matilde moriva nel castello di Bondeno dei Roncori presso Canossa il 24 Luglio 1115, lasciando «a suffragio dell’anima sua e dei parenti» i suoi beni alla Chiesa. E questa donazione, vero capolavoro dell’arte politica dei Papi, fu il pomo della discordia che diede nuova esca alla controversia tra la podestà spirituale e la civile, ma fu però degno suggello dell’opera cui aveva sacrata tutta la vita la pia e coraggiosa Principessa di Toscana. [p. 134 modifica]Pagina:La donna italiana descritta de scrittrici italiane, 1890.djvu/160 [p. 135 modifica]Pagina:La donna italiana descritta de scrittrici italiane, 1890.djvu/161 [p. 136 modifica]Pagina:La donna italiana descritta de scrittrici italiane, 1890.djvu/162 [p. 137 modifica]Pagina:La donna italiana descritta de scrittrici italiane, 1890.djvu/163 [p. 138 modifica]Pagina:La donna italiana descritta de scrittrici italiane, 1890.djvu/164 [p. 139 modifica]Pagina:La donna italiana descritta de scrittrici italiane, 1890.djvu/165 [p. 140 modifica]Pagina:La donna italiana descritta de scrittrici italiane, 1890.djvu/166 [p. 141 modifica]Pagina:La donna italiana descritta de scrittrici italiane, 1890.djvu/167 [p. 142 modifica]Pagina:La donna italiana descritta de scrittrici italiane, 1890.djvu/168 [p. 143 modifica]Pagina:La donna italiana descritta de scrittrici italiane, 1890.djvu/169 [p. 144 modifica]Pagina:La donna italiana descritta de scrittrici italiane, 1890.djvu/170 [p. 145 modifica]Pagina:La donna italiana descritta de scrittrici italiane, 1890.djvu/171 [p. 146 modifica]Pagina:La donna italiana descritta de scrittrici italiane, 1890.djvu/172 [p. 147 modifica]Pagina:La donna italiana descritta de scrittrici italiane, 1890.djvu/173 [p. 148 modifica]Pagina:La donna italiana descritta de scrittrici italiane, 1890.djvu/174 [p. 149 modifica]donna, che dal santo asilo domestico sferrando l’operoso pensiero, della patria vi prepara i destini.

Fior dischiuso al primo bacio del sole di libertà, il genio dei nuovi tempi s’annunzia recando sull’ali dorate, nuovo ideale di Sovrana cinta d’oliva,» «vestita del color di fiamma viva» Margherita di Savoia.

Amore e Pace le aleggiano d’intorno, intrecciando le vaghe ghirlande ch’Ella, pia, benefica, forte e gentile, ricinge al biondo crine dell’orfano, e ripone ovunque si pianga, si dubiti e si lotti.

Sull’augusta sua fronte, fra i fulgidi raggi dell’itala stella, brilla il serto intrecciato da nove secoli di virtù, di sacrifizio e di sangue, cui deve il popolo italiano l’essere:

«D’un sol voler, saldo, gittato in uno.»

E n’è si fulgida la luce che, similmente allo sguardo «Fiammeggiante nel caldo amore» nuova virtù ravviva nel cuore del suo popolo, che riverente L’inchina, ma di riverenza, «Che non può tutta la virtù che vuole.»

Natalina Baudino.