La donna italiana descritta da scrittrici italiane/Sante italiane
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SANTE ITALIANE
I.
L’alta mente e la potente immaginativa che crearono la Divina Commedia, forse non sarebbero bastate a colorire quell’alto ideale di donna spirituale, ispiratrice ed eccitatrice di nobili sensi e di puri e santi affetti, e che dell’amore si servi per conseguire un alto fine morale, religioso, civile; se già nella sua mente non fosse stato adombrato un tipo della donna perfetta.
Di dove gli sorse nella mente e nel cuore tipo siffatto di donna?
Dal paganesimo certo che no; e neanche dal seno di quella così splendida società greca; la quale non seppe additare alle sue donne migliore esempio che la gelosa Giunone, l’altera Minerva, la voluttuosa Venere; nè lodarle e farle salire in fama per altra virtù, che per una perfezione di bellezza fisica, come la bella Crisi dalla rosea guancia, e Climene dal grandi occhi: le quali poi tutte della così esaltata bellezza non servivano che a corrompere gli affetti dell’uomo, a snervare la sua energia, ad accendere la guerra e l’odio nella loro società.
Omero, il poeta sovrano, quando egli volle sublimare una donna sovra tutte le altre del suo tempo, quale virtù le appropriò se non un grado di maggiore bellezza sensuale, più corrotta e più corrompitrice di ogni altra?
Forse che potette discernere nel seno della civiltà latina, Dante, il tipo della sua donna?
Le poche e nobili figure muliebri dell’antica Roma, sono non che assai diverse, di lunga mano inferiori alla donna perfetta imImaginata e rappresentata in Beatrice.
E più tardi, nella superba Roma, specialmente a tempo dei Cesari, che cosa era la patrizia romana?
Fra i molli ozii e le raffinate vanità delle sue camere dove ella trascorreva buona parte del di circondata da schiave, occupate a tingerle di lucido rosso i capelli, di minio le guance, di stibio le palpebre, e metterle attorno ricche vesti orlate di oro, ed ornarla di armille, di collane, di gemme preziose; tra i piaceri del triclinio e delle terme, e le bestiali emozioni del circo, la donna aveva smarrita ogni grazia muliebre ed ogni dignità. Crudele ed irosa con gli schiavi, snaturata coi figliuoli, dimentica della famiglia, che il suo lusso smodato menava a rovina, assetata di piaceri, ed abbandonata ai bassi istinti ed alle sue cieche e volubili passioni, per la facilità del divorzio, ella fu veramente non ultima delle funeste cagioni allo smisurato pervertimento della società romana.
Questi erano i tipi di donna prima della cristianità: salvo qualche raro esempio di virtù, come guizzo di lampo tra cupe tenebre.
A trarla dall’abisso in cui era piombata e riporla su di un seggio luminoso, da schiava dei sensi e delle passioni a poterle elevare un trono spirituale, dalla sirena dell’antica favola, mostro in forma di donna che affascinava l’uomo con la bugiarda bellezza, per trarlo incatenato nelle profonde voragini del mare e dargli la morte; a farne quelle donne forti ed amorose come Beatrice, Matelda e Lucia, felicità e gioia all’uomo, onore e vanto del nostro sesso, bastò il raggio puro, bello, vivifico del cristianesimo.
Quel raggio colpi la coscienza addormentata della donna: dissipò le tenebre che si erano addensate sul cuore di lei e fattosi a mano a mano più forte, sfolgorò sul suo intelletto e sulle potenze spirituali, e circondò la donna di quell’aureola di luce in cui potette guardarla e disegnarla la mente del nostro poeta.
Certo a lui dovė bastare di contemplare la perfezione divina della prima donna cristiana, di quella Vergine Madre, così altamente cantata ed invocata da lui, nel trigesimo terzo del Paradiso. Ma senza dubbio, non furono inefficaci alla sua potente immaginativa le belle, e dolci e grandi figure di quelle Sante italiane che sorsero dal seno della Chiesa cristiana.
Non presumo di parlare di loro, perchè non me ne sento degna: nè di nominarle tutte, perchè il novero sarebbe lungo e mi manca la necessaria erudizione: dirò solamente di poche, e non perchè maggiori delle altre, che sarebbe temerario e profano il confronto; ma in quanto mi pare che, quelle di cui potrò accennare, rappresentino ciascuna un diverso aspetto della santità della donna, e un diverso benefizio arrecato da esse all’Italia, e alla civiltà universale.
II.
Quando sull’orizzonte del nostro bel paese spuntò l’alba della nuova civiltà, in quella candida luce nascente, quasi aurora d’un bel giorno, in quel velo luminoso ci si affacciano una schiera di soavi figure di donne, come campate fra cielo e terra, le quali tutte insieme uniscono le loro voci in un sublime inno di amore.
È il coro delle prime donne cristiane, che vissero e morirono per insegnare e proclamare al mondo il nuovo amore, che come soffio di aria pura, entrò a vivificare e purgare l’atmosfera corrotta della famiglia e della società pagana.
Colei che intona altamente le prime note dell’angelico coro, alle quali si accordano le altre voci, è quella sublime Santa Cecilia Metella, che, forse, per quel misterioso primato nel canto del celeste inno, noi quaggiù la salutiamo regina dell’armonia.
Ella nacque a Roma da quella illustre gente Cæcilia che, nel corso di circa sette secoli, annoverò consoli e tribuni, pretori e generali, famosi esempii di rara onestà in quei secoli di vizio, di moderazione tra le ambizioni eccessive e sbrigliate, di coraggio e di virtù cittadine e militari. Le donne poi di quel casato non avevano mai cancellato dalla memoria il ricordo della nobile Caïa Cæcilia, raro esempio di donna pagana, moglie fedele e pudica, ispiratrice al re di savii ed accorti provvedimenti politici, e che nel tempo stesso non isdegnava di filare e tessere colle sue mani le proprie vesti e quelle dei figliuoli. A tempo di Varrone, nel tempio della Fortuna, si serbava ancora la rocca ed il fuso di Caïa Cæcilia, e la veste che ella aveva tessuta per suo figlio Tullio. E se la buona Vipsania figliuola di Attica Cæcilia, non fosse stata da Augusto strappata all’amore di suo marito Tiberio, costui che l’amava, forse guidato dal dolce potere della figlia dei Metelli, non avrebbe funestato il mondo coi suoi vizii.
Cecilia nacque nel secondo secolo del cristianesimo, ed il suo cuore nobile ed ardente fu preso dalla bellezza di quella luce nuova di amore, che brillava come una stella lucidissima nel buio aere del paganesimo. A quell’amore ella consacrò il suo cuore e la sua vita. La feriva e le ripugnava lo spettacolo dell’unione maritale, quale era intesa ai suoi tempi da quella corrotta gente, che non mirava che a contentare le basse voglie e le brutali passioni; sicchè il matrimonio non era più sorgente benefica di purificazione e di moralità; ma un peggiore strumento di corruzione e depravazione. Quando Cecilia fu costretta dai suoi parenti ad accettare per isposo il nobilissimo giovane Valerio, le venne l’ispirazione e s’infiammò in lei il desiderio d’innalzare l’unione dei cuori, tra gli sposi in terra, a quella sovrumana perfezione onde i cuori si uniscono tra loro nella vita celeste: d’innalzarla e di mantenerla in quella sovrumana perfezione. Col desiderio di compiere questa nuova e pura missione, ella vide con gioia avvicinarsi il di in cui doveva andare sposa a Valerio, che l’amava ardentemente.
Egli era pagano, e Cecilia dovette tollerare i riti della cerimonia nuziale quale si usavano tra i pagani. Smesse le sue ricche vesti di seta, indossò una bianca tunica di lana, ricordo della semplice veste di Caïa Cæcilia, ma a lei emblema di purezza di cuore, e con una simile intenzione, io credo, si avvolse il capo del velo fiammeggiante.
L’offerta del latte e del vino si compi, il pane dell’alleanza fu spezzato, e Valerio posto in dito alla sposa l’anello, la condusse tra i suoni ed i canti degli epitalamii alla sontuosa dimora che le aveva preparata. E certo quand’ella pose il piede in quella ricca abitazione arredata con tutto il lusso romano, e profumata dei più delicati aromi orientali, ella pensò a quell’altra bellissima, assai più bella dimora celeste dove ella voleva un di condurre il suo sposo La leggenda dice che quando Valerio entrò nella camera nuzial dove era stata condotta dai parenti la sposa, udi che ella cantav così soavemente e con tanta dolcezza, che mai voce umana tan melodiosa aveva colpito il suo orecchio. Lire e cetre accompagn vano il canto, ed un’altra voce più dolce ancora e più soave disposava di quando in quando a quella di lei, si che era una melodia non mai sentita in terra. E quando egli si fece dappresso alla fanciulla, una fragranza di gigli e di rose emanava dalla fronte di lei.
— Donde nasce, o mia diletta, diss’egli, che un cosi grato olezzo ti avvolge, come se un serto di rose e di gigli ti cingesse la fronte? Eppure il crudo verno isterilisce ed agghiaccia ogni fiore! E chi è mai che canta così soavemente teco questa nuova melodia?
— Tu non puoi vederla, o mio dolce signore, la corona che mi cinge il capo, nè colui che mi sta d’appresso e canta meco l’inno dell’amore. Ma se tu vorrai ascoltare la voce della tua sposa, i tuoi occhi si apriranno alla verità: ed una corona simile alla mia ti cingerà la fronte: ed un angelo ti si porrà d’accanto.
Dice ancora la leggenda, che il giovane ascoltò le parole della vergine sposa e quella istessa notte si recò dal Pontefice cristiano, il quale gli pose indosso la candida veste di neofito!.....
Certo in quella notte un prodigio avvenne, e fu l’amore umano e sensuale, tramutato in un amore sovrannaturale e spirituale.
Cecilia ottenne il suo intento, e diede al mondo l’esempio di due anime, di due cuori, di due voleri fusi in uno; di due sposi che vivono insieme per nobilitarsi e santificarsi l’un l’altro: che insieme compiono ogni dovere verso la società, dividendo gioie ed affanni, e la istessa morte, sicuri di ritrovarsi e vivere insieme di una vita migliore.
III.
Accanto a Cecilia attira il mio sguardo un’altra soave figura di donna, non meno luminosa e bella, ma di altro lume e di altra bellezza. È una giovinetta in sui quattordici anni, unica erede di ricchi patrizii romani. Nella storia di lei è scritto, che ella non vesti mai altrimenti che di una candida veste bianca; e non si adornò di alcuno di quei gioielli cosi cari alle donne romane, e che ciò nonostante ella appariva maravigliosamente bella.
Nei suoi occhi ingenui di colomba a quando a quando balenava un lampo misterioso e dolce, un lampo di un affetto intenso ed invitto, affissandosi in un punto luminoso del cielo, dove pareva che ella vedesse un oggetto d’una bellezza incomparabile, d’una soavità infinita che la rapiva in un’estasi gioconda, inesprimibile. In quei momenti la sua bellezza raggiava dal volto, dalla bocca, da tutta la persona, come se un raggio di sole, cadendo su lei, l’avvolgesse in un nimbo di gloria. La gente guardava piena di stupore questa nuova bellezza, che non accendeva la passione ed il desiderio nel loro cuore; ma lo commoveva ad affetto ed ammirazione. Come la sua bellezza, così era singolare in tutto. Ciò che le donne del suo tempo avevano in maggiore orrore, la miseria e il dolore, gli schiavi ed i poveri, che consideravano peggio che vili animali, queste cose ella amava, e di poveri, d’infermi, di schiavi ella formava la sua famiglia e la sua delizia. Che a quattordici anni, ella non iscegliesse ancora uno sposo tra tanti ricchi e nobili giovani che aspiravano alla sua mano, pareva la più strana cosa del mondo; ma ella col suo raggiante sorriso, che si accendeva in alto, diceva:
— La mia scelta è già fatta, ed il cuore l’ho donato ad Uno, la cui bellezza è tale, che solo gli astri ed il sole son degni di contemplare. Non vedete voi le gemme che Egli ha messo in mia mano, ed il velo con cui mi ha incoronato il capo, perchè io non accetti altro sposo che lui?
Misteriose parole, misteriosa figura la tua, o dolce Agnese, che adombrano un nuovo aspetto di santità, un nuovo benefizio che tu facesti alla società, un’età nuova che tu inaugurasti sulla terra: perchè dopo di te non son mancate mai anime grandi, nobili, purissime, che avendo messo il cuore là, dove si accende e si dilata l’amore, amarono sulla terra non più un uomo, ma l’uomo, l’umanità coi suoi dolori e con le sue miserie. Tu insegnasti come la verginità non è già isolamento e vuoto e inerzia; ma impeto e pienezza di affetto. L’amore che portasti a Gesù t’infiammò d’amore ai poveri, ai deboli, agl’infermi, a tutti gl’infelici.
Come al paragone ci appariscono sterili, cupe le figure di quelle vestali, vergini anch’esse, ma non di cuore, che, vuoto di ogni affetto, concepiva livore e dispetto contro il genere umano, ed esultava agli strazii degl’infelici. Davanti a quella maravigliosa tela del Jérome: alla vista di quelle truci vestali, le quali affisano con occhio impassibile in mezzo al circo il giovane gladiatore, che, coperto di ferite e sul punto di soccombere a tanti strazii, implora la vita con uno sguardo che fa gelare di pietà il sangue nelle vene, e fa scorrere per l’adunanza un brivido di commozione; elleno sole, inesorabilmente, abbassano il pollice e decretano la sua morte.
A tal vista noi sentiamo vergogna di essere donne!!
IV.
La prima luce del cristianesimo purificò, dunque, l’amore nel cuore della donna italiana, e riformò necessariamente i costumi della società nuova.
Ma la luce si avvivava sempre più e la donna scopriva nuovi e più vasti campi, ov’ella potesse esercitare la sua azione rigeneratrice.
Anch’ella sorse dal seno della più alta società romana, questo nuovo tipo di donna, la quale, erede del testamento di Cecilia e di Agnese, lasciò un altro nobile legato alla donna italiana, quello di nobilitare e rialzare e spronare l’ingegno dell’uomo.
Ella si chiamava Paola, ed era della stirpe dei Gracchi e degli Scipioni, ed erede di Paolo Emilio da cui le venne il suo nome di Paola.
Tutto il romano orgoglio, la romana opulenza, unita alla più perfetta felicità domestica, ed all’ammirazione che destava, nell’alta sfera della sua società, la incomparabile bellezza, l’ingegno ardito, lo spirito brillante di lei, avrebbero fatto ascendere una donna pagana al più alto grado di superbia e d’alterigia: ma Paola era cristiana, e tutto le fu incentivo ed aiuto al gran pensiero che germogliò nel suo spirito.
Ella era dotta e versata nelle due letterature, greca e latina; ma undi, studiando la Bibbia, s’imbattè in alcune frasi ebraiche d’importante ma contestata interpretazione: le venne allora il desiderio d’intraprendere il formidabile studio dell’ebraico, e col suo acuto ingegno, in piccol tempo, lo parlò e l’intese correttamente. Letti nel loro idioma natio, i libri sacri sfolgorarono una bellezza ed una forza nuove alla mente di lei.
A quel tempo essendo declinata l’antica e sana cultura greca e latina, dopo aver toccato il fastigio più alto a cui può sollevarsi l’ingegno umano, senza aiuto di lume sovrannaturale; e qui in occidente, essendo ancora ignota nelle sue fonti la dottrina rivelata, era un caos pieno di tenebre, dalle quali sorgevano scuole e sistemi filosofici, ed eresie di ogni sorta, che mettevano scompiglio nelle menti e ceppi a qualunque vero progresso intellettuale.
Paola intese immediatamente, cioè ebbe l’intuito che propagando e rendendo facile la lettura delle sacre carte, in una più fida versione latina, l’alba della nuova cultura, i principii della vera scienza, la più splendida delle letterature sarebbe data all’Italia. Da quel giorno, la forte e santa donna non ebbe altro pensiero, altra cura, che eccitare il genio, spronare la volontà, accendere il desiderio, aiutare in ogni maniera il suo gran maestro S. Gerolamo, fino a che egli ebbe, con le sue versioni ed esposizioni, aperta un’èra nuova a questa parte così rilevante e fondamentale della letteratura cristiana.
È certamente un altissimo vanto per noi donne italiane il potere affermare con verità, che da una donna italiana mosse l’impulso a quella cultura che, in occidente, doveva pigliare il luogo dell’antica e sorpassarla. Ella ebbe chiara visione del vanto di questa nuova letteratura sulle antiche, il quale consiste appunto, com’ella lo intese, nella unione della Scienza con la Teologia, della Ragione con la Fede, del naturale col sovrannaturale.
È certo un bel vanto il poter dire che tutti i grandi ingegni che sorsero dal seno della civiltà nuova, Agostino, Tommaso di Aquino, Dante e tanti altri gloriosi devono tutti una certa gratitudine ad una donna; ma nel tempo stesso considerando la qualità della dottrina di Paola, e come ella si servi di essa e del suo ingegno per farsi discepola ed ispiratrice di quella scienza che non corrompe, ma purifica ed edifica, mi accorgo a quai patti è permesso alla donna di entrare nel campo della filosofia, della scienza, delle lettere e delle arti: e con qual mezzo ella può divenire veramente stimolo al progresso della cultura e della civiltà.
V.
Il nome di Dante, (che mi è venuto spontaneo sulle labbra, dell’uomo cioè che concepì e lumeggiò la divina figura di Beatrice, mi fa sorvolare una storia di circa otto secoli, e mi ferma innanzi ad una celeste figura di donna, gloria della cristianità e dell’Italia, che nacque nel secolo in cui Dante scrisse e mori. Non è già che in tale spazio di tempo non potessimo ricordare nomi di gran sante e grandi donne, che abbiano continuata l’opera della rigenerazione della società italiana; ma il tempo stringe, e la forma speciale della loro santità, le avvolge di un mistico velo, che ci fa troppo difficile e forse poco opportuno il parlare di loro degnamente.
Però il cammino ascendente che la donna ha fatto nella stima universale in questo tempo che per brevità, passo sotto silenzio, si può argomentare dalla sommità in cui vediamo collocata la gran donna del secolo decimoquarto. Tutti intendete che alludo a Caterina da Siena. Solo a contemplare questa donna mi sento esaltata e scoraggiata; tanta è la sua altezza e la luce che ella spande dalla sua persona. Una mente vasta sovra ogni altra, un ingegno profondo e versatile, un gran cuore, ed una intelligenza dei misteri spirituali che riempiono la vita intima dei santi, bisognerebbe a chi volesse ritrarre, con mediocre fedeltà, la grandezza di lei! Tanti sono i suoi meriti con la religione, e con la civiltà, con la Chiesa e con la Nazione, cosi alte e benefiche le opere sue, che basterebbe una piccola parte a far glorioso e benedetto qualunque nome di uomo!
Ella menò vita solitaria e lontana, si può dire, da ogni consorzio umano fino al diciottesimo anno. Questo però non fu un vuoto ed una inerzia del suo spirito; ma apparecchio alle straordinarie imprese compiute nel rimanente di sua vita, non lunga. Meditando sulle proprie passioni e sui moti del suo cuore, acquistò quella profonda conoscenza del cuore umano, che rese più tardi così efficace la sua parola, che colpiva sempre nel segno.
Dalla vittoria che riportò sui proprii istinti e sulle potenze inferiori, sicchè ella nel fiore di giovinezza si tramutò in un essere tutto spirituale, ebbe coscienza della forza del suo carattere nel volere il bene.
Due volte, durante gli anni del suo ascondimento, appariscono a noi segni di questa sua virile forza di volontà: una volta quando si recise i bellissimi e lunghi capelli, per torre ai suoi ogni speranza di darle marito; e poi quando si tuffo nelle acque sulfuree bollenti, per isfuggire ai pericoli di quei bagni mondani dove l’avevano condotta. Da quella vita ascosa, la trasse un impeto di pietà verso i suoi concittadini colpiti dal flagello di quella tremenda peste, cosi efficacemente descritta da un gran prosatore italiano. La carità vinse in lei ogni altro sentimento, e la giovinetta bella, timida, inesperta, non ebbe più timore nė ritrosia di trovarsi in contatto degli uomini e franca, risoluta, sola, corse per la città, per le campagne, di e notte, assistendo gente di ogni età, di ogni condizione, disprezzando ad un tempo i vigliacchi consigli di prudenza dei parenti, i sospetti e le calunnie dei tristi.
Onore a te, o valorosa giovinetta, che inalberasti per la prima quel nobile vessillo di carità, al quale accorrono da quel di, con islancio di caldo entusiasmo, fanciulle timide ed inesperte, che la carità trasforma in eroine di coraggio virile e di prudenza senile.
Lanciata così in mezzo al mondo, ella conobbe la società e fu conosciuta da essa. A lei ne venne una infinita pietà dei mali morali che travagliavano gli uomini; ad essi una confidente speranza di aver trovata in lei la loro migliore consolatrice.
La Carità le fu lume all’intelletto a conoscere dove si annidava il germe del male che travagliava la sua età, e quali fossero i rimedii efficaci e necessarii. Il suo intento civile è chiaro che fu di conservare e nobilitare la libertà dei diversi Stati italiani, con l’amicare la plebe e la nobiltà, e stringere repubbliche e comuni in un legame di fratellanza, sottomessi all’autorità spirituale e santa di un Pontefice italiano e dimorante in Roma.
Perciò, con un ardimento ed una energia davvero sovrannaturale, ella si fece paciera tra la nobiltà ed il popolo, tra le repubbliche ed i comuni, ed ottenne ciò che invano avevano domandato re ed ambasciatori; ottenne cioè che il Pontefice francese, lasciata la sua patria, e gli agi e la quiete del suo soggiorno nella rispettosa Avignone, tornasse a questa Italia, turbolenta e minacciosa.
Sento che durerei ore intere a parlare delle gesta della popolana senese, consigliera e ammonitrice di papi e di repubbliche, riformatrice e riordinatrice della società religiosa e civile del suo tempo.
Ma più che da ogni altra sua virtù, noi donne italiane di questo secolo, siamo attirate dall’ardore con cui ella amò la religione e la patria.
E considerando l’altissimo fine che ella si propose, di riamicare la società civile con la Chiesa, e ricreare la perfetta armonia della religione con la scienza, con la storia, con le arti belle, con la politica e col progresso civile, un ardente, un immenso desiderio, un voto di tutta l’anima nostra ci sgorga dal cuore. Caterina da Siena, erede delle perfezioni di Cecilia, di Agnese, di Paola, donna sublime per santità di propositi, per energia di carattere, per nobiltà di sentimenti e per quell’ardentissimo desiderio di pace, che le struggeva il cuore, di pace in tutto il mondo civile, di pace fra la Chiesa e lo Stato, di pace fra popolo e nobiltà, di pace nel santuario domestico, dove la donna regna e governa, di quella pace che fu il suo voto supremo e l’ultima sua parola, Caterina da Siena sia il tipo della donna italiana, il tipo della donna del secolo decimonono.
È questo il più bello, il migliore augurio che io sappia fare alla donna d’Italia e alla dolce patria nostra.
Virginia Fornari.