La donna stravagante/Atto II

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Atto II

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Atto I Atto III

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ATTO SECONDO.

SCENA PRIMA.

Camera di donna Livia con canapè e sedia.

Donna Livia sul canapè, che dorme; poi Cecchino.

Cecchino. Eccola qui che dorme. Padrona capricciosa.

Vegliar suol colla luna, col sole indi riposa;
Ma stia, se vuol, le notti in avvenir svegliata,
Con seco non mi gode la giovane garbata.
Non so quel che or mi faccia; vorrei darle il viglietto,
Ma se si desta irata, strilli, minacce aspetto.
Di don Rinaldo il cenno seco eseguir desio,
Tanto più che di farlo m’accorda il padron mio.
Che sarà mai? destarla bel bello i’ vo provarmi.
Quel che sa dir, mi dica; alfin che potrà farmi?
Signora.

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Livia.  Chi mi chiama? (destandosi)

Cecchino.  Son io. Chiedo perdono,
Se disturbarvi ardisco...
Livia.  Cecchino! ah, dove sono? (s’alza)
Cecchino. Ho da dirvi una cosa. (Or ora mi bastona), (con Umore)
Livia. Vieni qui, il mio Cecchino.
Cecchino.  (Zitto; la luna è buona).
(s’accosta)
Livia. Crudel, troncasti un sogno ch’empieami di diletto.
Cecchino. Vi recherà piacere maggior questo viglietto.
Livia. Di chi?
Cecchino.  Di don Rinaldo.
Livia.  Ah, che finora i’ fui
In dolce sonno immersa a ragionar con lui!
Cecchino. Il foglio che vi reco, viene utile al bisogno.
Livia. Pria che dal sen mi fugga, vo’ raccontarti il sogno.
Fermati, ascolta, e taci.
Cecchino.  Prima leggete il foglio.
Livia. Lo leggerò, ma il sogno prima narrarti io voglio.
Pareami in bel giardino seder vicino a un fonte,
In cui l’acque s’udivano precipitar dal monte;
E il mormorio dell’onde, e degli augelli il canto
Diviso il cuor tenevami fra la letizia e il pianto.
Pareami all’aure, ai tronchi narrare il mio cordoglio,
Rimproverar me stessa dell’ira e dell’orgoglio;
Ed impetrar dai numi, che mi rendesse amore
L’amante più discreto, più docile il mio cuore.
Quando, (contento estremo!) quando il mio ben si vede
Mesto tra fronda e fronda, e mi si getta al piede:
Eccomi a voi, mi dice, eccomi a voi dinante,
Punite il mio trasporto, sdegnoso, intollerante.
Se mi riuscì l’attendervi noioso all’aere oscuro,
Soffrirò il caldo e il gelo per l’avvenir, lo giuro.
Starò le intere notti a quelle mura intorno;
Sarò, qual più v’aggrada, mesto o ridente il giorno;

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Ricuserò per voi d’ogni altro cuore il dono:

Donatemi, vi prego, la pace ed il perdono.
Non ti saprei, Cecchino, spiegar la gioia estrema.
Meco a seder l’invito; s’alza, s’accosta e trema.
La man gli porgo in segno del ridonato affetto;
Egli la bacia e stringe, balzami il cuor nel petto.
Sguardi, sospiri e vezzi... ma stolida ch’io sono!
Or dell’error m’avveggo. Di ciò con chi ragiono?
Con un fanciul, che appena sa che l’amor si dia.
Dove, aimè! mi trasporta la debolezza mia?
Tu, di quanto intendesti, non fare altrui parola.
Misero te, se parli. Dagli occhi miei t’invola.
Cecchino. Non parlerò, il prometto. (Oh che grazioso sogno!
Che ragazzate insipide! per essa io mi vergogno).
(in atto di partire)
Livia. Fermati.
Cecchino.  Non mi movo.
Livia.  Rimanti, e a me ti accosta.
Vo’ veder se dal foglio esigesi risposta.
Cecchino. Sembra, per dir il vero, che il Cavalier la brami.
Livia. Leggasi. Già mi aspetto che barbara mi chiami.
Che stanco sia di vivere negli amorosi affanni,
E di provar che i sogni son della morte inganni.
Donna Livia adorata. Amabil cavaliero!
Cecchino. (Se l’ama e la sopporta, è amabile davvero), (da sè)
Livia. Voi mi volete oppresso; ma interpretar io voglio,
Che da un geloso affetto provenga il mio cordoglio.
Ah, non fu vano il sogno! egli m’adora, il veggio.
Cecchino. (Misero! non s’avvede, che coll’amor fa peggio), (da sè)
Livia. Se reo nel vostro cuore d’intolleranza io sono,
M’avrete al piede vostro a chiedervi perdono.
Verificato è il sogno; verrà, verrà prostrato.
Cecchino. (M’aspetto più di prima vederlo strapazzato.) (da sè)
Livia. Se mi bramate in vita, donatemi un conforto;
Se disprezzar mi veggo, idolo mio, son morto.

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Caro foglio adorato! vo’ per amor baciarlo.

Ah, ch’io baciassi il foglio tu non gli dir. (a Cecchino)
Cecchino. Non parlo.
Livia. Ad onta del disprezzo, con cui penar mi fate,
Lo spirto, il cuor, la mano vostr’è, se la bramate.
M’ingannò il mio sospetto; il Cavalier m’adora:
Ma dell’amor ch’ei m’offre, non son contenta ancora.
Pria di gradir l’amore, pria di premiar l’amante,
Vo’ renderlo agli insulti discreto e tollerante.
Di un ordinario affetto il cuor mio non s’appaga,
Son delle cose insolite sol desiosa e vaga:
E i vezzi, ed i sospiri, e le dolcezze, e il pianto,
Piacer fra’ sogni miei mi possono soltanto.
Prendi stracciato il foglio; s’adempia il mio comando.
Digli che, senza leggerlo, lo sprezzo e lo rimando.
Goditi quest’anello per amor mio; non dirmi
Strana, crudel, fantastica, ma pensa ad obbedirmi. (parte)
Cecchino. Io non dirò niente. Grazie dell’anellino.
Il foglio lacerato riporto a quel meschino.
(Con una testa simile, più che le grazie e i vezzi
Farebbero profitto le ingiurie ed i disprezzi.
Finchè l’amante prega, finchè d’amor languisce,
La donna che s’avvede, presume, insuperbisce.
Se l’uom non fosse debole, come in un libro io lessi,
Vedrebbonsi le donne pregar gli uomini stessi;
E dietro correrebbono all’uom le belle tutte,
Come per lor destino far sogliono le brutte). (da sè, e parte)

SCENA II.

Donna Rosa sola, poi il Servitore.

Rosa. Troppo egli è ver, che un solo spirto inquieto, audace.

Basta da una famiglia a esiliar la pace.
Vissi finor contenta senza pensier molesti,
Or per cagion di Livia ho dei pensier funesti;

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E don Riccardo istesso, pacifico, sereno,

Par che per lei nutrisca mille sospetti in seno.
Sperar vo’ che non giunga di lei lo strano umore
A far che me non privi lo zio del primo amore.
Ma coll’usato ciglio or or non mi ha guardata;
Par minaccioso, irato, e son mortificata.
Servitore. Il padron di voi cerca.
Rosa.  V’andrò. Dove si trova?
Servitore. Con donna Livia in sala.
Rosa.  Andarvi or non mi giova.
Servitore. Era, pria d’incontrarla, diretto a questo loco.
Rosa. Perchè da lei si sciolga, qui tratterrommi un poco.
Servitore. Vidi una bella scena testè dalla germana.
Guardate s’è bizzarra, se veramente è strana.
Ordina che le porti il cuoco un brodo caldo;
Gliel porta, e in quel momento s’affaccia don Rinaldo.
Ella, come se colta da fulmine improvviso,
Fugge, e al povero cuoco getta la tazza in viso.
Rosa. Il Cavalier che fece?
Servitore.  Restò pian di spavento,
Facendo a messer cuoco di scuse un complimento.
Rosa. Soverchia sofferenza a derision lo espone.
Servitore. Povero pazzarello.... Ma accostasi il padrone. (parte)

SCENA III.

Donna Rosa, poi don Riccardo.

Rosa. Ci vuol fortuna al mondo; un cavalier sì saggio

Soffre da lei gli scherni, perdonale ogni oltraggio;
E di una, che di Livia avesse maggior merto,
Ogni leggiero insulto sarebbe mal sofferto.
Riccardo. (Eccola, vo’ provarmi svelar del suo pensiero
Con arte a me non usa, se mi riesce, il vero.) (da sè)
Vi ho ritrovata alfine, posso alfin ragionarvi.
Rosa. Unito alla germana temei d’importunarvi.

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Riccardo. Per la germana vostra parmi veder tal sdegno

Nutrirsi in voi, che passa d’ogni ragione il segno.
È ver che spesso abbonda di strani sentimenti,
Ma in lei trovansi ancora dei docili momenti.
Di voi parlommi in guisa testè con cuore aperto.
Che dubitar non posso, che del suo amor son certo.
Del dispiacer che diedemi, sente dolor, si affanna.
Rosa. Signor, l’accorto labbro, credetemi, v’inganna.
Riccardo. Il sospettar mai sempre, il dubitar di tutto,
Della virtù più bella fa che si perda il frutto.
Io che mentir non soglio, facile credo ai detti;
La diffidenza vostra fa che di voi sospetti.
Rosa. Qual mi offre donna Livia prova di vero amore?
Riccardo. Una, che d’ogni prova dee credersi maggiore:
Lascia non sol che a lei vada la suora innante,
Ma pronta si dichiara a cederle l’amante.
Rosa. Signor, voi le credete?
Riccardo.  Il dubitar non giova.
Rosa. S’è ver che di cuor parli, facciamone una prova.
Riccardo. Voi non sprezzate il dono, s’è il di lei cuor sincero?
Rosa. Quando sperar potessi... ma che sia ver non spero.
Riccardo. Facciamone una prova.
Rosa.  Vediam se si ritratta,
Qual già di fare ha in uso.
Riccardo.  Sì, sì, la prova è fatta.
Semplice, qual pensate, non credo ai detti suoi.
Ma semplice non sono nel prestar fede a voi.
Diedemi il vostro ciglio di ciò qualche sospetto;
Dell’arte mi ho servito per trarvi il ver dal petto.
Rosa. Signor, non vi capisco.
Riccardo.  Quella finzione istessa
Che mi ostentate in faccia, rimproveri voi stessa.
Bella prontezza accorta di un cuor che si rassegna!
Se la germana il cede, l’amante non isdegna.
Segno che prevenuta è da un segreto amore:

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Non ponesi per prova a repentaglio il cuore.

Livia che stolta è detta, di voi teme a ragione,
E la sorella incauta al suo livor si espone.
In lei che ha l’alma ardita, men condannar mi piace
Follia che altri nasconde colla menzogna, e tace.
Rosa. Possibile, signore, che me nel vostro petto
Dipinga il mio destino con un sì nero aspetto?
Giuro per tutti i numi....
Riccardo.  Basta così; si taccia.
Smentir faravvi a un tratto quel che or vi viene in faccia.
Rosa. Don Rinaldo? Vedete se amor per lui mi punge.
Parto, e mi vegga ei pure partire allor che giunge.
Nol curo, s’ei mi segue; mi parli, io non l’ascolto.
Riccardo. Franco favella il labbro, ma vi cambiate in volto.
Rosa. Quel che mi cambia in viso, non è colpa o rossore,
Ma il nuovo inaspettato parlar del mio signore.
Da voi non seppi unquanco tradir la dipendenza.
Sa il cielo, ed a voi nota sarà la mia innocenza.
(parte piangendo)
Riccardo. (Fammi sperar quel pianto il di lei cuor sincero.
Donne, chi vi può credere? Quando mai dite il vero?)

SCENA IV.

Don Rinaldo e don+ Riccardo.

Rinaldo. Signor, m’indussi alfine tentar con un viglietto

Prove alla mia tiranna dar di costante affetto.
Di cavalier mi parve opera degna, onesta.
Riccardo. Qual risposta ne aveste?
Rinaldo.  La sua risposta è questa.
(mostra il foglio stracciato)
Riccardo. Lo lesse e io stracciò?
Rinaldo.  Letto lo avesse almeno.
Riccardo. Or che vi dice il cuore?
Rinaldo.  Fremer lo sento in seno.
L’aspro crudele insulto sdegnommi in sul momento.

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Volea contro l’ingrata formare un giuramento,

Ma nel momento istesso la pinse al mio pensiero,
Bella più dell’usato il faretrato arciero;
E dir nel cuor m’intesi: perchè non le perdoni?
Morrai, se tu la perdi, morrai, se l’abbandoni.
Riccardo. Basta, qualunque siasi, amico, il vostro affetto.
Soffrir più lungamente non deesi nel mio tetto.
Se amar donna vi piace, che a voi mal corrisponde,
Ite, perdon vi chiedo, ad incensarla altronde.
Aspro non sono a segno, che tollerar l’amore
A un imeneo vicino non sappia il mio rigore;
Ma s’ella il cuore ha ingrato, e voi l’avete insano,
Sdegno l’amor mi desta, e il tollerarlo è vano.
Rinaldo. So che con voi ardito fui di soverchio, il vedo.
Ma una sol grazia, amico, e fia l’estrema, io chiedo.
Fate che una sol volta possa vederla ancora;
Possa parlarle almeno, poi sarò pago allora.
Riccardo. Non bastavi il disprezzo con cui trattovvi audace;
Onte maggiori e insulti aver da lei vi piace?
Rinaldo. Chi sa che ghi occhi miei non destin nel suo petto
Quella pietà, che invano cercai con un viglietto?
Non è una tigre alfine, e son le fere istesse
Flessibili talvolta alle lusinghe anch’esse.
Riccardo. Oh voglia il cielo, e mi escono caldi dal seno i voti,
Che possa in altro stato mirar le due nipoti!
Non se d’armata in campo mio sol fosse il governo,
Tal proverei qual provo agitamento interno.
Questo vi si conceda ultimo dono onesto.
Ma cavalier voi siete; l’ultimo don sia questo. (parte)

SCENA V.

Don Rinaldo solo.

Lo compatisco; a un zio che sta di padre invece.

Che dell’onor si vanta, più tollerar non lece.
E a me chi dà consiglio sì barbaro, sì strano,

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Di procacciar gl’insulti, di tollerarli invano?

Chi mi avvilisce a segno d’averne alto rossore?
Ah, chi consiglia è un cieco, chi mi avvilisce è amore.
Deggio in dì sì fatale tentar l’ultima sorte;
E se mi sprezza ingrata? qual sarà il fin? la morte.

SCENA VI.

Donna Livia ed il suddetto.

Livia. (Dolce obbedir quel cenno, a cui l’alma consente.

Sempre così comandi, lo zio mi avrà obbediente), (da sè)
Rinaldo. Eccola. Ah donna Livia, non mi fuggite almeno.
Livia. Mio zio vuol ch’io vi veda; posso per lui far meno?
Rinaldo. Soffro, perchè lo merto, questo linguaggio acerbo;
Se qua per me veniste, n’andrei troppo superbo.
Ma qual ragion vi guidi, esaminar non deggio.
Pietà, se non amore, bell’idol mio, vi chieggio.
Udir soffrite almeno dal labbro mio, che vi amo.
Che son fedele ad onta....
Livia.  Signor, quant ore abbiamo?
Rinaldo. L’ore per me son sempre funeste e dolorose.
Non girano le stelle che a danno mio sdegnose.
Dal dì che vi mirai, fin l’ultimo momento.
Notte a’ miei lumi eterna mi offerse il mio tormento.
Livia. E pur di breve notte so che vi pesa il giro.
Rinaldo. Eccomi a’ vostri piedi; toglietemi il respiro.
Ma non rimproverate colpa, da cui già sono
Fieramente punito.
Livia.  Sorgete; io vi perdono.
Rinaldo. Voce che mi consola; cuor generoso umano.
Grazia, grazia compita. Porgetemi la mano.
Livia. (Oh, del felice sogno immagini avverate!) (da sè)
Rinaldo. Deh, sulla destra almeno...
Livia.  (Vo’ tormentarlo.) Andate.
Rinaldo. È ver, troppo vi chiesi: ragion me lo contrasta.
Mi perdonaste, o cara, ed il perdon mi basta.

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Delle sventure andate parlar più non intendo;

Da voi, da’ cenni vostri, in avvenir dipendo.
Fatemi il sole ardente, fatemi il gel soffrire,
Saprò pria di lagnarmi, pria di partir...
Livia.  Morire.
Questo è quel che mi piace, in uom che vanti affetto.
Rinaldo. Voi comandar degnatevi; io d’obbedir prometto.
Livia. Partite.
Rinaldo.  Ancor si cruda?
Livia.  Me d’obbedir vantate.
Ed al primier comando d’acconsentir negate?
Rinaldo. È ver, ma il cuor confonde con il desio il dovere.
Partirò per piacervi.
Livia.  (Povero cavaliere!) (da sè)
Fermate.
Rinaldo.  A’ cenni vostri pronto sarò qual devo.
Livia. Non partite per ora.
Rinaldo.  Per grazia io lo ricevo.
(Fra la speranza e il duolo mi sento il cuor dividere.)
(da sè)
Livia. (Povero appassionato! mi piace, e mi fa ridere.) (da sè)

SCENA VII.

Cecchino e detti.

Cecchino. Signora, è don Properzio unito a don Medoro,

Che riverirvi aspirano.
Rinaldo.  (Che vogliono costoro?) (da sè)
Livia. Sì, sì, vengano entrambi a divertirmi un poco.
Cecchino. Son veramente entrambi due cavalier da gioco.(parte)
Rinaldo. Perdon chiedo, s’io parlo. Stupisco che accettiate
Tai ridicoli arditi.
Livia.  Signor, come c’entrate?
Piacemi di ricevere chi voglio in casa mia.

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Voi del partir potete riprendere la via;

E se restar volete, meglio è tacer.
Rinaldo.  Non parlo.
Livia. (Son genti ch’io non curo, ma fo per tormentarlo.)
(da sè)

SCENA VIII.

Don Properzio, don Medoro e detti.

Properzio. Servo di donna Livia.

Medoro.  Son servitor di lei.
Livia. Son serva. Favorite seder, signori miei.
Properzio. Vi siam, di qua passando, venuti a riverire.
Livia. Voglio seder nel mezzo. (siede in mezzo alli due)
Rinaldo.  (Questo ho ancor da soffrire?)
(da sè)
Medoro. Donna Rosa dov’è?
Livia.  Sarà nella sua stanza.
Medoro. Sta ritirata in camera? Che patetica usanza!
Properzio. La madre sua nol fece. So che si è divertita
Fin l’ultimo respiro ancor della sua vita.
Medoro. E donna Livia anch’essa segue i paterni esempi.
Che s’ha da far al mondo?
Rinaldo.  (Quest’è il parlar degli empi).
(da sè)
Livia. Sì certo, un miglior bene non ho dell’allegria.
Piacemi l’ore oziose passare in compagnia.
Properzio. L’amico don Rinaldo sarà il più ben veduto.
Livia. Oibò; per accidente stamane è qui venuto.
Rinaldo. (Bella finezza invero!) (da se)
Medoro.  Diteci in confidenza:
Come si sta d’amori?
Livia.  Ne sono affatto senza.
Chi volete che il tempo meco disperda al vento?
Medoro. Basta che voi vogliate, cento ne avrete e cento.

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Livia. Può darsi che taluno di me fosse invaghito;

Ma dopo brevi giorni vedrebbesi pentito.
Sono una giovin strana, se nol sapete, e tanto
Pretendo dagli amanti, che li riduco al pianto.
Rinaldo. Tutto soffrir si puote, quando passione ardente
Sforza e violenta un cuore.
Livia.  Questo non è niente.
Verrà l’amante afflitto a chiedermi perdono;
Gli negherò crudele fin della destra il dono.
E quando piange e freme, e suol giurar ch’è fido,
Godo de’ suoi deliri, e del suo pianto io rido.
Rinaldo. (Parla per me l’ingrata. Il suo rigor confessa), (da sè)
Properzio. È amabile il ritratto che fate di voi stessa.
Medoro. Amare ad un tal patto? Nemmeno una regina.
Rinaldo. (E pur quest’è l’amore che il fato a me destina), (da sè)
Livia. Non ho però fissato d’esser così mai sempre:
Cangiandosi gli oggetti, amor può cangiar tempre.
Chi sa ch’io non ritrovi tal aria e tal sembiante,
Che delirar non facciami nel divenir amante?
Medoro. S’io mi mettessi al punto!
Properzio.  Se mi provassi anch’io!
Livia. Uditemi: voi siete fatti sul taglio mio.
La franchezza mi piace.
Rinaldo.  (Troppo soffrir m’impegno).
(da sè)
Livia. Don Rinaldo, che dite?
Rinaldo.  Ammiro il bell’ingegno.
Properzio. Per me con una donna non vorrei far da schiavo;
L’uomo servir non deve, ma comandarle.
Livia.  Bravo.
Medoro. Quando una donna è cruda, quando l’amante è schiva,
Lasciola, e con un’altra cerco rifarmi.
Livia.  Evviva.
Rinaldo. Se donna Livia applaude a’ bei concetti e nuovi.
Chi la soddisfi e apprendali, esser può che si trovi.

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Livia. Trovili pur chi soffre mal volentieri il giogo, (s’alza)

Faccia l’ardir vendetta, faccia l’amor suo sfogo.
Le leggi dell’amore non studio e non insegno,
Ciascuno a suo talento uscir può dall’impegno.
Cambiar le sue catene, saldar le piaghe sue.
Son serva a don Rinaldo. Seguitemi voi due.
(Di rabbia e gelosia quel misero è ripieno;
Ma tornerà a pregarmi, voglio sperarlo almeno.) (parte)
Properzio. Andiamo. (Ho già capito.) (piano a don Medoro)
Medoro.  (Anch’io me n’ho avveduto).
(piano a don Properzio, e parlano)
Rinaldo. Non so che dir; si sdegni. Soffrii finchè ho potuto.
Vivere a una tal legge non vo’, non so, non devo.
Son dell’onore offese, i torti ch’io ricevo.
S’ha da morir? si mora d’affanno e di dolore.
Ma s’abbandoni un’empia, e si disciolga il cuore, (parte)

Fine dell’Atto Secondo.