La donna stravagante/Atto V

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Atto V

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Atto IV Nota storica
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ATTO QUINTO.

SCENA PRIMA.

Strada con palazzo di don Riccardo in prospetto, con loggia praticabile
e porta chiusa.

Don Rinaldo solo.

Eccomi al duro passo di presentarmi a lei,

Col dubbio di vedere schernir gli affetti miei.
Quante altre volte, oh quante, mi lusingò vezzosa,
Indi languir mi fece, barbara disdegnosa!
Vuole amor ch’io ritorni; l’onor par che l’affretti,
Fede prestando intera di onesta dama ai detti.
Resistere ostinato, dopo un tenero foglio,
Giusta ragion non fora, ma pertinace orgoglio.
So che il cuor suggerisce con suoi motivi ardenti
Alla dubbiosa mente i facili argomenti;

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Ma sia qual esser voglia, la forza o la ragione,

Giustificar può un foglio la mia risoluzione.
Ma come entrar mi lice colà fra quelle porte,
Senza che don Riccardo lo sappia e lo comporte?
Diedi la mia parola, spiegommi i desir sui,
Son cavalier, non deggio tornar senza di lui.

SCENA II.

Donna Livia sopra della loggia, ed il suddetto in strada.

Livia. Eccolo lì; chiamarlo vorrei con un pretesto.

Ma no; mi aspetti ancora, di richiamarlo è presto, (parte)
Rinaldo. (Nell’atto che donna Livia rientra in casa, si avvede ch’ella) è stata in sulla loggia.
Quella, se non m’inganno, è donna Livia: è dessa.
Perchè da me s’invola? torna all’usanza istessa?
Pentita è già d’avermi a rivenir spronato,
O mi ha sol per ischerno deriso e lusingato?
Non vo’ temer sì audace cuor di una dama in petto;
Forse trattien lei pure del zio tema e rispetto.
Se don Riccardo è in casa, non ardirà invitarmi;
Ma voglio in ogni guisa del vero assicurarmi.
Battere all’uscio i’ voglio, cercar del Cavaliere,
E pria d’ogni altro passo far seco il mio dovere.
(s’avvia verso la porta)

SCENA III.

Don Riccardo ed il suddetto.

Riccardo. (Viene per una strada, non veduto da don Rinaldo.)

Dove, signore?
Rinaldo.  A voi guidami ansiosa cura.
Riccardo. Non si sa don Rinaldo staccar da queste mura.
Rinaldo. È ver, sia debolezza, sia amor, non so staccarmi;
Ma ho una ragion novella, che può giustificarmi.

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Riccardo. Si può saper?

Rinaldo.  Voi prima saperla anzi dovete.
Sol per comunicarvela venia da voi. Leggete.
(gli dà il foglio di donna Livia)

SCENA IV.

Donna Livia sulla loggia, ed i suddetti in strada.

Riccardo. (Legge piano.)

Livia. Che legge don Riccardo? Scommetto che in sua mano
Don Rinaldo confida il foglio mio. Villano!
Riccardo. Lessi il tenero foglio, sommesso e lusinghiero.
Rinaldo. Che ve ne par, signore?
Riccardo.  Io non le credo un zero.
Rinaldo. S’ha da temer che inganni?
Riccardo.  Ha da temer chi è saggio.
Livia. Mi pagherà, lo giuro, questo novello oltraggio, (parte)
Rinaldo. Facile è assicurarsi, se ancor de’ torti miei
Sazia non sia la cruda.
Riccardo.  Come?
Rinaldo.  Sentiam da lei,
Se col suo labbro afferma ciò che dettò in un foglio.
Riccardo. Vi capisco.
Rinaldo.  Vi prego.
Riccardo.  Rispondovi: non voglio.
Rinaldo. Meco perchè, signore, questa novella asprezza?
Riccardo. Perchè il mio cuor non soffre la vostra debolezza.
Vano il fidar, voi stesso diceste, in sue parole.
È il suo pensar più instabile, più mobile del sole;
Sdegno ed amor succedono a donna Livia in seno,
Come nel ciel si cangiano le nuvole e il sereno;
E il raggio di speranza, che vi abbagliò in quel foglio,
Può esser divenuto, da che lo scrisse, orgoglio.
Avventurar io sdegno l’onor mio, l’onor vostro:
Rammentatevi, amico, qual fu l’impegno nostro.

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Voi di lasciar giuraste l’ingrata in abbandono;

Se debole voi siete, cieco qual voi non sono.
Rinaldo. Non so che dir, ragione parla in voi, lo confesso.
Riccardo. Non avvilite, amico, l’onor del nostro sesso.
Donna superba ingrata abbia un’egual mercede.
Rinaldo. Ma se pentita fosse...
Riccardo.  Non merita più fede.
Rinaldo. L’ultima prova almeno...
Riccardo.  Il lusingarsi è vano.
Già delle due nipoti tengo la sorte in mano.
Ecco due fogli, in cui d’entrambe ho stabilito:
La strana abbia il ritiro, la docile il marito.
Testè per donna Rosa segnai colla mia mano
Le nozze fortunate di un principe romano.
Ella nol sa per anche, ma lo saprà, e son certo
Che lieta potrà farla un giovane di merto.
Ricco, nobile, dotto, che l’ha veduta e l’ama,
E palesar mi fece da un cavalier sua brama.
Questa, che ha cuor gentile, avrà lo sposo allato,
L’altra diman fia chiusa: lo dico, ed ho fissato.
Compatitemi, amico, se strano a voi mi rendo;
Col mio rigor giustissimo vi giovo, e non vi offendo.
V’inganna, vi seduce amor protervo e rio.
Ritornate in voi stesso, non vi pentite. Addio.
(s’avvia verso la porta del suo palazzo, per la quale entra)

SCENA V.

Don Rinaldo solo.

Misero me! son pieno d’affanno e di rossore.

Saggio l’amico parla, ma non s’appaga il core.
Che dirà donna Livia dell’incivil mio tratto?
Vorrei giustificarmi, vederla ad ogni patto.
Ma il mio dover lo vieta. Chi può, così dispone.
Misera! in un ritiro andrà per mia cagione?

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Sì, sì, lo merta, il vedo, lo merta il suo costume;

Amor tutto non togliemi della ragione il lume.
Chi sa che non si cambi nel rigido contorno?
Chi sa che, men volubile, non si corregga un giorno?

SCENA VI.

Don Properzio, don Medoro ed il suddetto.

Properzio. Amico, se degnate con noi d’accompagnarvi,

Andiam da don Riccardo, venite a consolarvi.
Rinaldo. Per qual ragion?
Medoro.  Si dice che sia concluso e fatto
Fra la minor nipote e un principe il contratto.
Properzio. L’altra maggior germana motivo ha d’invidiarla.
Medoro. Che dite? don Rinaldo non basta a consolarla?
Properzio. È ver, l’esser che vale di titoli ripieno?
Nobile è don Rinaldo di un principe non meno.
Medoro. La nobiltade in lui sopra d’ognun s’apprezza.
Properzio. Ed alla nobiltade congiunta ha la ricchezza.
Rinaldo. Amici, delle lodi non son soverchio amico;
Ma se adular pensate, franco sostengo e dico,
Che son per il mio grado, che son pel mio natale,
Più assai che non credete ai primi lumi eguale.
Properzio. Questo si sa, nel mondo entrambi siete noti.
Rinaldo. Nè meglio don Riccardo locar può le nipoti.
Properzio. (Giustizia ai loro meriti giovaci far con arte,
Se delle nozze loro vogliamo esser a parte).
(piano a don Medoro)
Medoro. (Son cavalieri illustri, son ambi generosi.
Godrem de’ trattamenti magnifici e pomposi).
(piano a don Properzio)
Rinaldo. (Più non si stia dubbioso, giacchè partir conviene).

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SCENA VII.

Donna Livia sulla loggia, e detti.

Livia. (Ma che fa don Rinaldo, che a’ piedi miei non viene?

Eccolo ancora incerto, smanioso e delirante.
Ah, si conosce appieno, ch’è nell’amor costante.
Sì, sarò sua; per esso il cuor diè la sentenza,
Ma ha da soffrire ancora un po’ di penitenza). (da sè)
Che fan qui don Properzio e don Medoro uniti?
Perchè non favoriscono? Che restino serviti.
Rinaldo. (La saluta senza parlare.)
Livia. Serva sua, mio signore. (a don Rinaldo)
Properzio.  A voi siamo indirzzati. (a Livia)
Medoro. Don Rinaldo, venite?
Rinaldo.  Non son degl’invitati.
Livia. Venga chi venir vuole, chi vuol restar si stia.
Properzio. Noi accettiam l’invito.
Medoro.  Venghiam, signora mia.
(s’incamminano, ed entrano per la porta)
Rinaldo. (Eh, non ha don Riccardo a torto dubitato). (da sè)
Livia. Che dice ella, signore, da me non è invitato?
Che far di più potea? ancor mi sembra un sogno.
Al foglio che ho vergato, se penso, io mi vergogno.
Questa è ben altra prova, che starsi all’aria bruna
A tollerar pacifico gl’influssi della luna.
Altro maggiore sforzo essere il mio si vede,
Di quel d’un uom pentito della sua diva al piede.
Donna che scrive e prega, s’abbassa ad un tal segno.
Che di vergogna è fonte, che di rossori è degno.
E il cavalier compito per gradimento umano
Pone di un zio furente le altrui finezze in mano?
Rinaldo. Bella, perdon vi chiedo...
Livia.  Poco il perdono aggrada.
Chi si trattien da stolido a domandarlo in strada, (entra)

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SCENA VIII.

Don Rinaldo solo.

Entrisi dunque... Ah no, non mi convien di farlo.

Vietalo don Riccardo, nè devesi irritarlo.
In casa sua dovuto è a lui cotal rispetto.
Partir forza m’induce; soffrire a mio dispetto...
Livia parlommi in guisa, che a lusingarmi insegna.
Del foglio al zio svelato meco a ragion si sdegna.
E non poss’io gettarmi della sdegnata al piede?
Nè assicurarla io posso per or della mia fede?
E se dal zio domani fia chiusa in aspre mura,
Qual menerò mia vita miserabile e dura?
Per or partirmi io deggio, e al prossimo periglio
Qualche miglior rimedio suggerirà il consiglio. (parte)

SCENA IX.

Camera in casa di don Riccardo.

Don Riccardo e donna Rosa.

Riccardo. Figlia, allor che il vedrete il giovin cavaliere,

Crescerà a dismisura la gioia ed il piacere.
Il sangue, la ricchezza sono i minor suoi fregi:
Grazia, beltà, virtude fa che si laudi e pregi.
Rosa. Signor, fuor di me stessa al fortunato avviso
Trassemi, lo confesso, il giubbilo improvviso.
Felicità sì grande non merita il mio cuore:
Dal ciel lo riconosco, e poi dal vostro amore.
Eppur, chi il crederebbe? scemar il mio contento
Potrà della germana l’invidioso talento.
Riccardo. Questa virtù mi piace, che di bell’alma è un segno.
Rosa. Preveggo le sue smanie, preveggo il suo disdegno.
Quasi rinunzierei, se delirar la vedo...
Riccardo. Basta così, nipote; tanta virtù non chiedo.

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Chinate al ciel la fronte, e al zel de voti miei.

Rosa. Povera donna Livia! Signor, che fia di lei?
Riccardo. Questa curiosa brama, che sì che l’indovino?
È vanità del vostro piacevole destino.
Non è egli ver?
Rosa.  Ma sempre1 a sospettar v’intesi.
Riccardo. Dacchè due donne ho in casa, a sospettare appresi.

SCENA X.

Donna Livia e detti.

Livia. Signor, chiedo perdono; è ver che donna Rosa

Collocata col principe sarà di Selva Ombrosa?
Riccardo. D’una cessione vostra si è fatto uso migliore.
Livia. La mia cession verbale la rivocai, signore.
Riccardo. Non la cession mi calse da voi fatta coi detti,
Ma quella che solenne faceste cogli effetti;
Mostrandovi in amore irrisoluta e strana,
Il dritto delle nozze cedeste alla germana.
Livia. Abbia l’illustre sposa di principessa il nome;
Cinga, se non le basta, coronisi le chiome;
Venga l’eroe sublime, cui la superba ostenta;
Chi sa? quand’io gli parli, può darsi ch’ei si penta.
Riccardo. Non si vedrà lo sposo entrar fra queste porte,
Prima che donna Livia non passi a miglior sorte.
Livia. Ma qual destin, signore, si pensa procacciarmi?
Riccardo. Un ritiro.
Livia.  Un ritiro? si crede spaventarmi?
Sì, vi anderò contenta, perciò non mi confondo.
Darò un addio per sempre alla famiglia, al mondo.
Fate che almen sia tale, come lo bramo ardente:
Non veggami più mai nè amica, nè parente.
Lungi dalle lusinghe, e dalle cure insane,

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Bastami i brevi giorni nutrir con poco pane.

Datemi un foglio adesso, rinunzio alla germana
Quanto di bene ho al mondo. Mandatemi lontana;
Onde di me non giunga dal mio felice nido,
Dove vivrò contenta, memoria a questo lido.
Riccardo. (O delira, o s’infinge). (da sè)
Rosa.  Che favellare è il vostro?
Livia. Quel che nell’alma ho fisso, sinceramente io mostro.
Non crediate ch’io fìnga. Conosco il mio talento.
Pace aver qui non spera il mio temperamento.
Son fiera, intollerante, da mille smanie oppressa;
Talor, ve lo confesso, abborrirei me stessa.
Chi ha da soffrir tal peso? megli’è che sola io viva;
Stabile sarò sempre, se di variar son priva.
Signor, deh permettete...
Riccardo.  Qual cangiamento strano!...
Livia. Non mi mortificate; porgetemi la mano.
Riccardo. Ma come mai?...
Livia.  Vi prego. L’ultimo dono è questo.
Che la nipote or chiede a un cavaliere onesto.
Riccardo. Son fuor di me. Tenete, per compiacervi.
Livia.  Imprima
Su questa mano i segni il cuor della sua stima;
Grazie per me vi renda, per il paterno zelo
Onde voi mi soffriste, grazie vi renda il cielo.
Germana, ogni passato livor si spenga e taccia,
Col cuor vi bacio in viso; vi stringo alle mie braccia.
Rosa. (Le lagrime davvero mi fa cader dagli occhi). (da sè)
Riccardo. (Ancor dubito e temo che finga, e m’infinocchi), (da sè)
Nipote, io sperar voglio, che di virtude un raggio
Scenda nel vostro cuore a renderlo più saggio.
Godrò, che rassegnata al cielo ed alla sorte.
Non vi rincresca o pesi l’andar tra ferree porte.
Ma sia finto o sincero il labbro, il cuore, il guardo,
È già il destin fissato, ed il pensarvi è tardo. (parte)

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SCENA XI.

Donna Livia e donna Rosa.

Livia. Deh per pietà, germana, dite allo zio sagace,

Che non mi tratti austero, che non mi parli audace.
Sincero è il labbro mio, non ardirei mentire;
Ma il dir, così dev’essere, farmi potria pentire.
Rosa. Eh via, rasserenatevi, che farlo alfin vi lice:
Potete, se vi aggrada, potete esser felice.
Poco vi vuole il cuore a impietosir del zio;
Sposo non mancheravvi, che possa star col mio;
E se vi cal ch’io ceda...
Livia.  No, suora mia, non cura
Il cuor da voi quel dono che deve alla natura.
Non mi svegliate in seno pensier troppo funesti.
Quello che ho detto, ho detto; i miei pensier son questi.
Rosa. Non so che dir, secondi le vostre brame il nume.
Felicità vi prego. (Conosco il suo costume;
S’è ver che al nuovo stato passar voglia contenta.
Il cielo la consoli, innanzi che si penta). (da sè, parte)

SCENA XII.

Donna Livia, poi Cecchino.

Livia. Tant’è, vo’ che si veda che ho spirito e ragione

Di sostener capace la mia risoluzione.
Chi in un ritiro a forza veder potriami oppressa,
Se a chiudermi negassi condurmi da me stessa?
E chi mi sforza andarvi? L’ho detto, e vo’ una volta
Disingannar chi credemi volubil donna e stolta.
Alfin di donna Rosa le nozze hansi concluse;
E me, nata primiera, zio sconoscente escluse.
Vano sarà l’oppormi, deggio soffrire il torto,
E sol dal rassegnarmi sperar posso un conforto.

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Veggendo il mondo in prima la suora accompagnata,

Dirà ch’io lo soffersi, dal mondo ritirata.
Ma di me don Rinaldo che dirà mai? stupisca.
E s’egli è ver che mi ami, ei per amor languisca.
Ah, pria d’escir dal mondo, pria di staccarmi appieno,
Potessi rivederlo una sol volta almeno.
Quest’unico conforto per ultimo desio:
Vederlo un sol momento, dirgli per sempre addio.
Chi è di là?
Cecchino.  Mi comandi.
Livia.  Va tosto, il mio Cecchino.
Cerca di don Rinaldo. Digli che il mio destino...
(Ma no, sol da me sappia il duol che gli sovrasta).
Digli che venga tosto a rivedermi, e basta.
Cecchino. Ma se il padron non vuole ch’egli entri, il poverino?
Livia. Pazienza. Due parole dirò dal terrazzino.
Pregalo in nome mio, che partirà ben tosto.
Cecchino. Non si potrebbe in casa condurlo di nascosto?
Livia. No, figlio mio; non lice far quel che non conviene.
Cecchino. (Capperi, come parla! che giovane dabbene!) (da sè)
Livia. Va presto, il mio Cecchino, a te mi raccomando;
Questo della padrona è l’ultimo comando.
Perdonami, se teco fu il mio costume austero.
Cecchino. Signora... mi perdoni... mi fa pianger davvero.
(singhiozzando parte)

SCENA XIII.

Donna Livia sola.

Tutti si stupiranno di tal risoluzione.

Ho piacer che si parli di me dalle persone,
E che si dica un giorno, dopo i discorsi vari:
Donna Livia che alfine2 risolto ha da sua pari.
Che dirà don Rinaldo? Questi mi sta nel cuore;

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Ma nulla ho superato, se mi molesta amore.

Quando l’avrò veduto, sarò contenta appieno;
Potrò più facilmente staccarmelo dal seno.
Strano direbbe alcuno il mio pensier fallace.
Ma posso compromettermi di rivederlo in pace.
E parmi cotal forza aver nel seno mio,
Da dirgli francamente: sì, don Rinaldo, addio.
E se il cuor mi tradisse? No, dubitar non giova,
Vo’ far del mio coraggio, vo’ far l’ultima prova. (parte)

SCENA XIV.

Strada come sopra, colla casa e loggia solita.

Don Properzio e don Medoro escono dalla porta.

Properzio. Bel trattamento invero, che a noi fu praticato!

Medoro. Ci hanno lasciati soli; ci ha ciaschedun piantato.
Properzio. Donna Livia promise di ritornar, ma invano.
Medoro. Don Riccardo con noi potea parlar più strano?
Properzio. Non soffre volentieri, che siano visitate
Le due nipoti in casa. Vuol che stian ritirate.
Medoro. Per me più non le vado a visitar, lo giuro.
Properzio. Nè il tempo mio vo’ perdere sì mal, ve l’assicuro.
Medoro. Ora poi, che si dice che donna Livia andrà
Sollecita in ritiro.
Properzio.  Che sia la verità?
Parmi ancora impossibile, ch’ella lo soffra in pace.
Medoro. Una, qual lei fantastica, d’un’altra è più capace.
Properzio. Senza far all’amore star non saprebbe un’ora,
E quando vede un uomo, cogli occhi lo divora.
Medoro. Le nozze della suora saran di ciò cagione.
Properzio. Dunque la sua dovrebbesi chiamar disperazione.
Medoro. Vedete don Rinado col paggio a questa volta.
Properzio. Che sì, che se le parla l’amico, la rivolta?
Medoro. Veggiam s’egli entri in casa.
Properzio.  Restiamo inosservati.
Medoro. Dietro di quella casa coperti e rimpiattati, (si ritirano)

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SCENA XV.

Don Rinaldo e Cecchino.

Cecchino. La sorte veramente mi ha reso fortunato,

Facendo che sì presto io vi abbia ritrovato.
Rinaldo. Sai da me che richieda?
Cecchino.  Nol so, ma l’ho veduta,
Credetelo, signore, sì languida e svenuta,
E tal cose m’ha detto, e tai sospiri ha tratto,
Che stupido rimasi, e lagrimar mi ha fatto.
Rinaldo. Cieli, che sarà mai? potessi alle sue pene
Recar qualche conforto.
Cecchino.  Eccola, che sen viene.
Rinaldo. Dov’è?
Cecchino.  Vien sulla loggia.
Rinaldo.  Potessi almen d’appresso....
Ma la parola ho data; entrar non mi è permesso.

SCENA XVi.

Donna Livia sulla loggia, e detti.

Livia. (Eccolo. Ah, nel vederlo sento nell’alma un foco...)

Rinaldo. Eccomi ai cenni vostri.
Livia.  Accostatevi un poco.
Rinaldo. Vuole il destin ch’io soffra vedervi in lontananza.
(accostandosi)
Livia. (Oimè! sento nel cuore smarrir la mia costanza.
Ma coraggio vi vuole.) (da sè)
Rinaldo.  Se del mio amor chiedete
Nuove costanti prove, dall’amor mio le avrete.
Se reo nel vostro cuore per mia sventura io sono,
Son pronto nuovamente a chiedervi perdono.
Nè arrossirò di farlo, se altrove non vi aggrada,
In faccia al mondo tutto, nel mezzo ad una strada.
Basta che certa siate, mio ben, dell’amor mio.
Livia. (Ah, se così mi parla, più non gli dico addio). (da sè)

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Rinaldo. Non rispondete? oh numi! son vani i sospir miei?

Livia. Troppo è quel che dir deggio. Troppo parlar dovrei.
Restringere non valgo quel che mi cale, in poco;
E al desir mio si oppone la convenienza, il loco.
Rinaldo. Quel che si può, si dica.
Livia.  Addio, ma ciò non basta.
Oh rigor inumano, che al desir mio contrasta!
Vo’ che mi senta il zio, che a un cavalier si oppone;
Vedrà quel che sa fare la mia disperazione. (entra)

SCENA XVII.

Don Rinaldo, Cecchino; poi don Properzio e don Medoro.

Rinaldo. Ah Cecchino, sollecito entra tu in quelle soglie.

Di’ che si freni e taccia, che di furor si spoglie;
Che soffra il rio destino, che un dì si cangierà.
Cecchino. Questa volta senz’altro l’orecchio se ne va. (entra in casa)
Rinaldo. Di don Rinaldo alfine si placherà lo sdegno,
Se in noi vedrà rivivere il primitivo impegno.
Properzio. Amico, compatiteci, s’entriam ne’ vostri affari.
Star come i cani all’uscio non è da vostro pari.
Rinaldo. (Questi importuni io abborro.) (da sè)
Medoro.  Entrate in quella porta.
Se dubbio alcun v’arresta, noi vi sarem di scorta.
Properzio. Dovrebbesi per voi aver miglior riguardo.
Medoro. Noi la faremo in barba vedere a don Riccardo.
Rinaldo. Lasciatemi, vi prego, in libertà.
Properzio.  No certo.
Si oltraggia il grado vostro.
Medoro.  Si offende il vostro merto.

SCENA XVIII.

Cecchino e detti.

Cecchino. Signor, se non venite, la dama è mezza morta;

Scese le scale in fretta, s’avvia verso la porta.
Giura, quando da lei l’amante suo non vada,

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Venir pubblicamente a far la scena in strada.

Rinaldo. Dille che del decoro più dell’amor le caglia:
L’onor, la convenienza alla passion prevaglia.
Cecchino. È inutile ch’io parli; anzi sarebbe questo
Un stimolo per farla risolvere più presto.
Rinaldo. Stelle, che far degg’io?
Cecchino.  Vi domando perdono;
È ver che son ragazzo, che giovine ancor sono.
Ma pure ardisco prendermi, signore, un ardimento,
Dandovi in caso tale un mio suggerimento.
Rinaldo. Parla, amato Cecchino: ah, se possibil fia,
L’onor non si cimenti della parola mia.
Cecchino. Al palazzo contigua la casa è di un staffiere.
Che quando è regalato, disposto è a far piacere.
Comunica di dentro per il cortil l’entrata:
Colà, per dirvi tutto, la dama è ritirata.
Parmi che là si possa salvar ogni riguardo.
Rinaldo. È ver, di mia parola non manco a don Riccardo:
Soccorrisi la dama, che d’uopo ha di consiglio.
Mostrami tu la via.
Cecchino.  Venga con me.
Rinaldo.  Sì, figlio.
(entrano per una porta contigua al palazzo)
Properzio. Son curioso d’intendere... entriam per altra parte.
Medoro. Sì, se sarem veduti, ci sottrarrem con arte.
(entrano per la porta solita del palazzo)

SCENA XIX.

Camera in casa dello staffiere, contigua al cortile del palazzo di don Riccardo.

Donna Livia, poi don Rinaldo.

Livia. Se per l’ultima volta qui non lo veggo in faccia,

Non so che mi risolvere, non so quel che mi faccia:
Della ragione il lume smarrisco a poco a poco.
Eccolo. Ah che dirà, veggendomi in tal loco?

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Rinaldo. Possono i cenni vostri trarmi ’ve più v’aggrada;

Anderò tra le fiamme, se a voi piace ch’io vada.
Veggovi da per tutto con gioia e con diletto.
Ma spiacemi vedervi in loco altrui sospetto.
Livia. Perdonar si può bene quest’ultimo deliro,
A donna che sacrifica se stessa in un ritiro.
Rinaldo. Ah sì, di don Riccardo suo fine ha la minaccia:
Me l’ostentò egli stesso barbaramente in faccia.
Dunque a sì fier comando vi rassegnaste umile?
Livia. Chiudermi per suo cenno? alma non ho sì vile.
Volli il novel mio stato eleggere da me.
Rinaldo. Voi rinunziare3 al mondo? Idolo mio, perchè?
Livia. Non so. Dalla germana mi si fa un torto indegno.
In voi, più che l’amore, so prevaler lo sdegno.
M’odiano i miei congiunti, mi opprime il dolor mio.
Odio l’ingrato mondo; vo’abbandonarlo. Addio.
Rinaldo. Ah, se mighor consiglio non vi favella al cuore.
Lo stato a cui cedete, per voi sarà peggiore.
Pace al ritiro invita, non ira e non impegno.
Non quel livor domestico, d’una bell’alma indegno.
Se amor di casta vita scendesse in cuor più saggio,
A costo del mio duolo saprei darvi coraggio.
Ma in voi predominando l’ira, l’affanno, il tedio,
Vuol l’amor mio che vi offra più facile il rimedio.
Della germana il torto può riparar la mano
Di un che vi adora, e sdegnasi con chi v’insulta invano.
Dell’amor mio le prove con sì bel mezzo avrete.
Torna lo zio ad amarvi, docile allor che siete.
Renda sereno il viso bell’animo giocondo;
Può, chi ragione intende, viver felice al mondo.
Che vi par, donna Livia?
Livia.  Vorrei... ma il mio rossore...
La man, gli affetti vostri mi si offrono di cuore?
Rinaldo. Non ardirei di farlo, senza un consiglio interno.

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V’amo, lo giuro ai numi, e vi amerò in eterno.

Livia. Posso sperar che, prima della germana ardita,
Sia la destra di sposo alla mia mano unita?
Rinaldo. Può di ciò assicurarvi mia mano in sul momento.

SCENA XX.

Don Riccardo di casa, e li suddetti

Riccardo. Olà, qui la nipote? Signor, tale ardimento?

Tentar nobil fanciulla? Pria che di peggio accada,
Delle parole invece, rispondami la spada.
(impugna la spada)
Rinaldo. Son cavalier, signore... (mette la mano sulla spada)
Livia.  Fermate; (a d. Rinaldo) il torto vostro
Di riparar qual devesi, sarà l’impegno nostro.
Cessino i fieri sdegni, e sia con minor caldo
La spada che rispondevi, la man di don Rinaldo.
Riccardo. Il ritiro è codesto?
Rinaldo.  Signor, questa è mia sposa.
Livia. E l’imeneo precedere vedrassi a donna Rosa.
Rinaldo. Deh signor, compatite, se amor mi rese ardito.
Riccardo. Farà amor le mie parti nel rendervi punito.
Livia. Signor, qui esposti siamo di bassa gente al guardo.
Riccardo. Per donna di consiglio il pensamento è tardo.
Pria che da me non sciolgavi il titolo di sposi,
Rientrar donna fantastica nel tetto mio non osi.
Livia. Ecco la man.
Rinaldo.  Son pronto.
Riccardo.  Sia solenne il contratto.

SCENA ULTIMA.

Don Properzio, don Medoro e detti.

Properzio. Ecco due testimoni.

Medoro.  Il matrimonio è fatto.
Properzio. Or sarà più contenta ancor vostra germana. (a Livia)

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Riccardo. Oh nozze capricciose, degne di donna strana!

Livia. Conosco i miei deliri, fui Donna stravagante.
Nuovo non è il mio titolo, voi lo sapeste innante.
Perdonimi lo zio, mi torni il primo affetto;
La suora compatiscami; mi soffra il mio diletto.
Rendemi la vergogna della ragione il lume:
Cambiar prometto il cuore, cambiare il mio costume.
E in quella vita umile, che aveami destinata,
Vivere collo sposo prometto accompagnata.
Non so se donna simile al mondo ora si dia:
Quando ci sia, si specchi, corregga la follia.
E se perdon dal popolo non merita il ritratto,
Si applauda all’intenzione almen di chi l’ha fatto.

Fine della Commedia.

  1. Così il testo. Forse dovevasi stampare Mai sempre.
  2. Guibert-Orgeas, Zatta e altri: Che donna Livia alfine ecc.
  3. Guibert-Orgeas. Zatta e altri: rinunziaste.