La figlia di Iorio/Atto secondo/Scena quarta

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Atto secondo

Scena quarta

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Atto secondo - Scena terza Atto secondo - Scena quinta


Mila guarderà la donna con una tristezza composta, e la rassegnazione disperata farà sorda e tarda la sua voce.

MILA
Perdóno, passeggiera di Cristo.
La tua carità non mi valse.
L’olio è sparso, e rotto l’utello.
La mala ventura è su me.
Dimmi che vuoi. Queste cose
le ha lavorate il pastore.
Una conocchia nuova col fuso
vuoi? Vuoi mortaio e pestello?
Dimmi tu, ché io nulla so.
Ormai son nel mondo di giù.
L’AMMANTATA
(con la voce tremante) Figlia di Iorio, venni per te,
e ti portai questa còscina,
per dimandarti una grazia.
MILA
Ah voce di cielo, nel mezzo
dell’anima mia, sempre udita!
L’AMMANTATA
Per te venni dall’Acquanova.
MILA
Ornella! Ornella tu sei!

(Ornella si scoprirà la faccia).

ORNELLA
Sono la sorella di Aligi,
sono la figliuola di Lazaro.
MILA
Ti bacio i tuoi piedi umilmente,
che ti portarono a me
perch’io rivedessi il tuo viso
nell’ora dell’ambascia mortale.
Tu alla pietà fosti la prima
ed ora sei l’ultima, Ornella!
ORNELLA
Se la prima fui, penitenza
grande n’ho fatta. Te lo dico
in verità, Mila di Codra.
E la penitenza mi dura.
MILA
Ti trema la voce tua dolce.
Nella piaga il coltello che trema
fa più strazio, ah quanto più strazio!
E tu non lo sai, giovanetta.
ORNELLA
Sapessi quale ho io dolore!
Sapessi quanto male rendesti
per quel poco di bene ch’io feci!
Dalla casa mia desolata
venni, dove si piange e perisce.
MILA
Perché vestita sei a lutto?
Chi ti morì? Tu non rispondi.
Forse... forse... la cognata tua?
ORNELLA
Ah quella vorresti tu morta!
MILA
No, no. Dio mi vede. Ho temuto,
ho avuto spavento di dentro.
Dimmi, dimmi: Chi dunque? Rispondi,
per Dio e per l’anima tua!
ORNELLA
Nessuno ancor ci morì,
ma tutti il lutto si fa
del caro che andarsene volle
in ruina del capo suo.
Però se vedessi tu quella,
se tu la mia madre vedessi,
tremito ti prende. Per noi
venne la state nera, venne
l’autunno amaro intoscato,
ché più tristo l’anno bissesto
non poteva a noi essere. Pure,
quand’io chiusi la porta a salvarti,
in ruina del capo mio,
tu non parevi già dispietata,
tu che ci pregavi pietà.
E tu mi dimandasti il mio nome
per volermi in lode nomare!
E al mio nome è fatta vergogna
mane e sera nella mia casa,
e vituperata e cacciata
io sono in disparte, ché ognuno
grida: «Eccola dunque colei
che mise la spranga alla porta
perché dentro restasse il malanno
appiattato nel focolare».
E più non posso. E dico: «Piuttosto
cavate le vostre coltella
e a pezzi stracciatemi». Questa
è la mercé, Mila di Codra.
MILA
È giusto, è giusto che tu
mi percuota, è giusto che tu
m’abbeveri in questa amarezza,
con questo patimento accompagni
la mia colpa nel mondo di giù.
Forse per me il sasso e la stipa
e la paglia e il legno insensato
parleranno, e l’Angelo muto
che al fratel tuo è vivo in quel ceppo
e la Vergine senza il suo lume
parleranno; e non io parlerò.
ORNELLA
Creatura, ora sembra che a te
l’anima tua sia vestimento
e ch’io possa toccarla stendendo
verso te la mia mano di fede.
Or come tu sai tanto male
gettare alla gente di Dio?
Se Vienda nostra vedessi,
tremi tutta. Fra poco la pelle
le si schianta su l’ossa per l’arido,
e le sue gengive più bianche
son che i denti nella sua bocca.
E, come cadeva la prima
pioggia, sabato, mamma ci disse
piangendo: «Ecco, ecco, ora sen va,
nella frescura si piega e si disfa».
Ma non piange il mio padre: il suo fiele
ei mastica senza far motto.
Gli s’invelenì la ferita.
La resipola trista lo colse
(San Cesidio e San Rocco ci guardi!)
e nell’enfiagione la bocca
gli lasciò per dì e notte latrare.
Tutto un fuoco scuro eragli il capo.
E incanito le grandi biasteme
ei facea, da scuoter la casa:
e noi sbigottivamo... Tu batti
i denti, creatura. Hai la febbre,
che così ti ricorre riprezzo?
MILA
Sempre, a calata di sole,
m’entra addosso il freddo; ché usa
non sono alla sera dei monti.
A quest’ora s’accendono i fuochi.
Ma parla, parla senza pietà.
ORNELLA
Ieri da un motto compresi
ch’ei s’era messo in pensiero
di salire quassù allo stazzo.
Tornar non lo vidi iersera,
e il sangue mi si fermò.
Allora apprestai questa còscina.
M’aiutarono le mie sorelle;
ché tre siamo, nate di madre,
tutte e tre segnate al dolore.
E stanotte lasciai l’Acquanova,
passai il fiume alla scafa
e la montagna pigliai...
Ah, creatura di Cristo,
a questa pena non reggo.
Che posso io fare per te?
Or tu tremi più malamente
che quando eri presso il camino
e i mietitori incanivano.
MILA
E tu l’hai scontrato? Tu sai
che venuto egli è allo stazzo?
Sei certa, Ornella, sei certa?
ORNELLA
Non l’ho più veduto. Né so
s’egli siasi partito per monte.
So che anco aveva faccenda
al Gionco. E forse non viene.
Non isbigottire! Ma sentimi,
sentimi. Per l’anima tua
salvare, Mila di Codra,
abbi pentimento e rimuovi
questo malificio da noi.
Ridónaci Aligi: e con Dio vatti,
che abbia misericordia di te!
MILA
Sorella d’Aligi, contenta
sempre sono a te d’ubbidire.
È giusto che tu mi percuota,
me femmina malvagia, me figlia
di mago, svergognata sortiera,
che per carità supplicai
alla viatrice di Cristo
che un poco d’olio mi desse
da nutrire una làmpana santa!
Forse dietro a me l’Angelo piange
un’altra volta; e forse le pietre
per me parleranno, ma io
non parlerò. Soltanto, pel nome
di sorella, ti dico (se il vero
non dico, in questo punto sobbalzi
dalla fossa la madre mia cara
e pe’ capegli prendami e in nera
terra mi sbatta e testimonio
faccia contro la figlia bugiarda)
soltanto ti dico: Io son senza
peccato inverso il fratel tuo.
Te lo dico: Innanzi al giaciglio
del fratel tuo, sono monda.
ORNELLA
Dio possente, miracolo fai!
MILA
E questo è l’amore di Mila,
questo è l’amor mio, giovanetta.
Altra cosa non parlerò.
Contenta sono a te d’ubbidire.
Sa le sue vie la figlia di Iorio;
e incamminata già s’era
l’anima sua, prima che tu
venissi a chiamarla, o innocente.
E non diffidare, sorella
d’Aligi, che non hai d’onde.
ORNELLA
Fede ho più ferma che pietra.
Tra ciglio e ciglio t’ho vista
la verità. E il resto è caligine.
E io poverella mi sperdo.
Per ciò ti bacerò i tuoi piedi
che sanno le vie, umilmente.
T’accompagnerò nel viaggio
col mio compianto nascosto;
pregherò che ti sieno contati
tutti i tuoi passi e ti sia
rallentato il dolore ad ognuno.
E la pena che abbiamo patita
non più la metterò sopra te.
Non giudicherò la sciagura.
Non giudicherò l’amor tuo.
Poiché tu inverso fratelmo
sei senza peccato, in cuor mio
ti chiamerò la mia suora,
la mia suora sbandita; e vederti
vo’ talvolta ne’ sogni dell’alba.
MILA
Ah, coricata già fossi
su la terra nera con chiusi
già gli occhi, e fossero queste
le ultime parole da me
udite in promessa di pace!
ORNELLA
Per la vita tua ho parlato.
E t’ho recato il consólo,
che almeno nel primo cammino
non ti manchi un po’ di viatico.
Per te apprestai questa còscina
col mangiare e col bere (ora l’olio
è versato!); ma un fiore non misi,
perdonami, ché non sapevo...
MILA
Un fiore turchino, l’acònito,
messo non me l’hai nella còscina:
e messo non m’hai né il lenzuolo
tagliato nella tela tessuta
in quel tuo telaio che vidi
tra il focolare e la porta!
ORNELLA
Mila, aspetta l’ora da Cristo.
Dov’è il fratello? Allo stazzo
non era, dianzi. Dov’è?
MILA
Tornerà, certo, prima di notte.
Bisogna ch’io m’affretti, bisogna.
ORNELLA
Non vuoi tu rivederlo? parlargli?
Dove andrai tu di notte? Rimanti
e anch’io mi rimarrò nel ricetto,
e dinanzi al dolore saremo
noi tre. Poi all’alba tu andrai
per la tua via, noi per la nostra.
MILA
Son già lunghe le notti. Bisogna
ch’io m’affretti. Non sai.
Te lo dico: Da lui anche m’ebbi
il viatico, che non si può
dare due volte. Addio. Vagli incontro,
cercalo: ora è certo allo stazzo.
Trattienilo intanto; raccontagli
quel che si soffre laggiù.
E ch’ei non m’insegua! Ma in via
nascosta sarò. Benedetta,
sempre benedetta! Sii dolce
al suo dolore come al mio fosti.
Addio, Ornella, Ornella, Ornella!

(Ella così parlando si ritrarrà di continuo verso l’ombra del fondo; mentre la giovanetta, soffocata dal singulto, si allontanerà fuggendo. Riapparirà sul limitare la vecchia dell’erbe. Ancor si udrà, ma sempre più fievole, il cantare dei pellegrini giù per il valico).