La fine di un Regno/Parte I/Capitolo VIII

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Capitolo VIII

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CAPITOLO VIII


Sommario: L'esercito — Suo numero e sua costituzione — Lo spirito dinastico — Le cure di Ferdinando II per la milizia — Gli ufficiali — I reggimenti svizzeri — Lo stato maggiore — Le pratiche religiose dei soldati — La disciplina e la severità, delle pene — Il valore dell’esercito nel Regno e fuori — I Napoletani nelle milizie napoleoniche — La condizione morale delle truppe — La marina militare e la mercantile — Loro deficienza — Gl’istituti di marina e l’alta Corte militare — L’attentato di Agesilao Milano — Feste e ringraziamenti per la salvezza del Re — La protesta di San Benedetto Ullano — Agesilao non cospirava — Il contegno del Re dopo l’attentato — Ferdinando II al ministro di Sardegna — Gli amici di Agesilao Milano in pericolo — Astuzie per farli fuggire — Lo scoppio della polveriera e del Carlo III — Rigori della polizia — A Maria Concetta Senza Macchia.


Ferdinando II spese gli ultimi anni del suo regno nell’accrescere e consolidare l’esercito. Fu questa l’unica opera da lui veramente compiuta. Prima del 1848, l’esercito napoletano contava 60 000 soldati di nome, ma in realtà esso non giungeva ai 40 000. Negli ultimi anni soltanto crebbero le milizie a 100 000 uomini ed assorbirono più che la metà delle entrate del Regno, le quali non arrivavano a 30 milioni di ducati. L’esercito ne costava diciotto. Così per il numero, come per la spesa, l’esercito delle Due Sicilie divenne affatto sproporzionato alla popolazione, alle condizioni economiche del Regno e ai proventi del bilancio. Esercito essenzialmente dinastico, che prima del 1848 quasi non aveva spirito di corpo. Dopo il 1848, pur continuando tra gli ufficiali superiori le reciproche iperboliche denigrazioni, onde apparivano peggiori della lor fama, un certo spirito di corpo cominciò a manifestarsi, benchè vi entrassero dalle leve [p. 154 modifica]contadini e popolani, per i quali nulla rappresentavano i bisogni morali, tutto i materiali. Chiunque poteva, sottrarsi al servizio militare con dugento ducati o cambii di persona, consentiti dalla legge, ma i più se ne sottraevano con infinite malizie. La professione delle armi non apparteneva più alla vecchia nobiltà del sangue, secondo le tradizioni della Monarchia napoletana. Le stesse guardie del corpo a cavallo, addette alla persona del Re, formate dapprima da giovani, i quali dovevano avere i quattro quarti di nobiltà, ora eran composte da figli di generali, d’impiegati, appartenevano a famiglie nobili di provincia; nè i capi erano più i gloriosi resti delle guerre napoleoniche. Tranne Filangieri, Ischitella, Castelcicala e Carrascosa, i capi dell’esercito erano di fatto i figliuoli dei compagni di Ruffo, o i rampolli di famiglie nobili ridotte al verde, o alcuni di quei vecchi arnesi del tempo di Murat: uomini senza fede politica, servitori dei Borboni, che disprezzavano in segreto, ma temevano per necessità d’impiego. Quest’esercito aveva acquistato un certo spirito di corpo, come ho detto. Era venuto in superbia per aver soffocata la rivoluzione il 15 maggio, e poi riconquistata la Sicilia e domata la Calabria; perchè sentiva di essere l’unico sostegno della dinastia; perchè vedeva tutte le cure del Re ad esso rivolte. La stessa animosità pubblica, da cui si sentiva colpito, contribuiva non poco a stringerlo più dappresso al trono. Inoltre, l’esser cresciuto di numero lo faceva credere più valoroso. Esercito dinastico, anzi personale di Ferdinando II, esso temeva il Re, disprezzava il proprio paese e odiava la libertà. La rozzezza e la spavalderia prevalevano nei soldati e nei capi, ma soprattutto nei capi.


Il Re più che vere virtù militari ebbe, contrariamente al padre e all’avo, pronunziate tendenze soldatesche, fin dalla prima gioventù. Si racconta che l’avo, volgarissimo spirito, privo di ogni senso di dignità umana, dicesse un giorno al nipote giovinetto, occupato a studiare alcune modificazioni da introdursi nelle divise dei soldati: "Vestili come vuoi, fuggiranno sempre„. Ancora si ricordano in Napoli alcuni versi in dialetto, nei quali Ferdinando I risponde a taluni, che gli consigliavano di affidarsi agli alleati: "Tu che malora dici? fujono chiù de me„.1 A [p. 155 modifica]Ferdinando II, invece che indossava tutti i giorni l’uniforme, piaceva assistere a riviste, andar nei quartieri e parlare con ufficiali e soldati, familiarmente in dialetto, e chiamandoli per nome. Ogni anno a Sessa si formava il campo e si eseguivano evoluzioni tattiche a tema dato, alle quali il Re non mancava mai, anzi era egli che comandava uno dei partiti manovranti. Ogni giorno, a Napoli, una brigata per turno andava a far gli esercizi al campo di Marte; e una volta la settimana, tutta la guarnigione. Ferdinando II teneva a mostrare le sue milizie a quanti cospicui personaggi andavano in Napoli.

Nel 1847 venne a lui in mente di fare un simulacro di guerra per istruzione delle sue truppe e scelse Pozzuoli per campo di battaglia. Il piano era di prendere d’assedio la città, per marciare poi sopra Napoli. Presero parte alla fazione campale ventimila soldati circa, di cui una metà fu disposta lungo la linea da Napoli a Pozzuoli, e l’altra metà imbarcata sovra battelli a vapore. L’armata di terra era comandata dal generale Filangieri, quella di mare dal Re e dal fratello il conte d’Aquila.

Cominciato l’attacco, Ferdinando II tentò di sbarcare a Bagnoli; ma accortosi delle forze nemiche colà appiattate, prese a cannoneggiarle per tutto il littorale, mentre faceva dirigere i piroscafi verso Pozzuoli. Il colpo riuscì vano, perchè Filangieri, in previsione di tale movimento, avea fortificato di artiglierie le alture da Montedolce a Pozzuoli ed impedì lo sbarco.

Allora il Re, fingendo di voler concentrare a Baja il suo corpo d’armata, scese a terra con le truppe, a piè di Montenuovo. Però, invece di muovere per Baja, prese la via littoranea per Pozzuoli, come il conte d’Aquila prese quella della collina superiore denominata Luciano, col disegno di stringere Pozzuoli da ambo i lati. Il generale Filangieri, avvedutosi a tempo della diversione delle truppe regie e dell’imminente pericolo di un assalto alla città, con una strategia bene immaginata, comandò alle sue truppe di retrocedere davanti al nemico con finto fuoco di ritirata, e dopo di aver fatto inoltrare il Re e la sua soldatesca, già sicuri della vittoria, fino all’abitato verso il palazzo Pollis, fu loro addosso con la truppa nascosta nei pressi del tempio di Serapide e sulla collina di San Francesco li circondò d’ogni parte e li fece tutti prigionieri. La sconfitta del Re formò per molti giorni oggetto di commenti. Sull’ [p. 156 modifica]imbrunire Ferdinando II, circondato dal suo Stato maggiore, fece riunire tutte le fanfare in piazza della Malva, quella stessa ora ridotta a giardino pubblico ed ivi, al tocco dell’Ave Maria, scovrendosi il capo, ordinò che al suono delle musiche, tutte le truppe rendessero in ginocchio ringraziamento a Dio della giornata trascorsa. In tal modo finì la così detta Guerra finta, di cui rimane viva la memoria a Pozzuoli.


Il Re era il capitano generale, cioè il capo supremo dell’esercito, ma più che a ravvivarne lo spirito, studiava di renderselo devoto. Compì alcune riforme più apparenti che reali, più meccaniche che organiche. Non pochi ufficiali superiori erano vecchioni, e chi non ricorda quel tenente generale Massimo Selvaggi che destava quasi la pietà o l’ilarità di quanti lo vedevano nelle parate, reggersi con grande fatica a cavallo? Gli ufficiali venivano in gran parte dalla bassa forza e avanzavano lentamente nella carriera, e solo in età tarda, o quando soverchiamente adiposi, guadagnavano le spalline. Le promozioni erano fatte per anzianità, e su ruolo unico, nelle diverse armi. Altri ufficiali erano forniti dalle guardie reali a cavallo, senza regolari promozioni, ma per semplice grazia del Re. Buoni ufficiali, ma in troppo scarso numero per la quantità dei soldati, uscivano dal Collegio militare della Nunziatella, dove, in ogni tempo, insegnarono professori come Basilio Puoti, Francesco de Sanctis, Paolo Tucci e Tommaso Mandoj. Agli ufficiali il matrimonio era permesso, purché la dote della sposa non fosse minore di 4000 ducati; e quando era al di sotto di questa somma, non mancava la grazia sovrana. E come avrebbe potuto muovere in guerra un esercito, comandato da uno stato maggiore decrepito o vecchio? Ferdinando II non si diede mai pensiero dell’eventualità di una guerra, perchè si credeva sicuro in casa sua.

Egli non si preoccupava che dei moti interni e per reprimere questi, l’esercito soverchiava; e c’erano poi gli svizzeri. Nonostante però il numero esagerato dell’esercito e la devota soggezione di questo, parrà strano, ma Ferdinando II non aveva vera fiducia che nei reggimenti svizzeri. Questi erano quattro, raccolti nei Cantoni principalmente cattolici. Entrarono nel Regno quando ne uscirono gli austriaci, cioè nel 1825, e le capitolazioni furono fatte per trent’anni col governo federale dal [p. 157 modifica]ministro di Napoli a Berna, il duca di Calvello, che divenne più noto col titolo di principe di Castelcicala. Gli svizzeri furono dunque destinati a sostituire gli austriaci, cioè ad essere il più sicuro puntello del trono e della dinastia. E l’origine loro più politica che militare, faceva di essi una milizia affatto dinastica, anzi la più dinastica di tutto l’esercito, e quindi più favorita. Soldato o ufficiale, lo svizzero prendeva uno stipendio maggiore di due terzi del soldato napoletano, il quale aveva cinque grani il giorno, un grosso pane di munizione, carne e maccheroni, ed il venerdì mangiava di magro. Gli svizzeri avevano il letto; i soldati napoletani il pagliericcio; gli svizzeri, ricevendo un vestito nuovo, potevano ritenere il vecchio; il napoletano era obbligato a restituirlo; e quelli, oltre la gran tenuta, portavano ogni giorno un vestito di tela bigia. Erano, insomma, reggimenti privilegiati e costavano più di 600 000 ducati all’anno; spesa la quale, messa in confronto con quella di tutto l’esercito, conduceva alla conclusione che quattro svizzeri costavano quanto sette napoletani. Ma essi rappresentavano la vera forza della dinastia, la quale cadde quando gli svizzeri non ci furono più. Essi si trovavano sempre in prima linea, allorché c’era da menare le mani. Così il 15 maggio nelle vie di Napoli; così in Sicilia nello stesso anno e nel successivo. Dei quattro reggimenti svizzeri, il quarto, reclutato quasi tutto nel cantone di Berna, aveva l’orso cantonale sulla bandiera bianca. Ogni reggimento era diviso in due battaglioni, e ogni battaglione in sei compagnie. Appartenevano ai cacciatori e alla linea; oltre ai quattro reggimenti, vi era uno speciale battaglione di artiglieria. Scadute le capitolazioni nel 1855, Ferdinando II trovando difficoltà a rinnovarle col governo federale, le aveva rinnovate il 9 marzo di quell’anno, per un altro quinquennio, coi singoli comandanti dei reggimenti, per cui non si chiamarono più reggimenti svizzeri, ma battaglioni esteri e seguitarono a portare sulla bandiera lo stemma cantonale e ad avere la nazionalità di origine. Si tenga presente questa circostanza, che servirà a spiegare la loro insurrezione nel luglio del 1859.


Tutto ciò, che era necessario all’esercito, si costruiva o si provvedeva nel Regno. Alla Mongiana si fabbricava il [p. 158 modifica]materiale metallurgico per l’artiglieria, a Napoli si fondevano i cannoni, a Torre Annunziata si facevano i fucili, a Pietrarsa le macchine per i legni da guerra, a Scafati le polveri, a Capua c’era un opificio pirotecnico e a Napoli un ufficio topografico, diretto dal colonnello del genio Visconti, matematico di gran valore. A Castelnuovo esisteva una sala d’armi antiche e moderne, abbastanza importante.

Una ripartizione delle milizie in divisioni territoriali e corpi d’armata non esisteva. Ogni provincia aveva un così detto comandante delle armi, ma le armi mancavano. Il comandante delle armi non disponeva che di una compagnia di gendarmi e di una compagnia di soldati, detti provinciali. Vere guarnigioni di milizie attive si trovavano in Sicilia e in Terra di Lavoro. Tra quei comandanti v’era ancora qualche vecchio e valoroso ufficiale, che non tollerava le esorbitanze poliziesche degli intendenti e perciò cadeva in disgrazia o veniva addirittura messo in riposo.

Ricordo il generale Giovanni Rodriguez, comandante della provincia di Siracusa, già colonnello del valoroso decimo reggimento di linea in Lombardia, nel 1848; il generale Tommaso Romano, antico e bravo ufficiale di Murat, ferito più volte in guerra, che nel 1856 si levò animosamente in difesa di monsignor Caputo di Lecce, e il generale Antonio Veltri, comandante negli Abruzzi. Le truppe del continente erano concentrate fra Gaeta, Caserta, Capua e Napoli, e i comandi generali divisi in due: uno per i dominii del continente ed un altro per la Sicilia. Il posto del comandante generale per il continente era in quegli anni vacante: ne faceva le veci il brigadiere Gaetano Garofalo, capo dello stato maggiore. Le truppe in Sicilia ubbidivano a don Paolo Ruffo, principe di Castelcicala, maresciallo di campo e luogotenente del Re. Dei fratelli del Re, il conte di Trapani, col grado di brigadiere, figurava fra gli aiutanti generali; maresciallo di campo onorario era il conte di Siracusa.

La segreteria particolare del Re aveva per capo il colonnello D’Agostino e vi scriveva le lettere particolari del Re, il maggiore Severino. Prestavano anche servizio presso il Sovrano il colonnello Rodrigo Afan de Rivera, i maggiori Tommaso de Angelis, Anzani e Felice de Schumacher e figuravano, tra i marescialli di campo, il marchese Del Carretto, quasi decrepito, il [p. 159 modifica]conte Luigi Gaetani di Laurenzana, Pietro Vial e Francesco Pinto, marchese di San Giuliano e principe d’Ischitella. Francesco Casella, padre dell’illustre avvocato, era intendente generale ed Emanuele de Gaeta comandava la piazza di Napoli. Ispezionava le guardie reali il cadente Selvaggi; comandava la gendarmeria il brigadiere Francesco Antonio Winspeare; Galluzzo dirigeva il servizio dei corpi facoltativi e Gregorio Lubrano, maresciallo di campo, era ispettore dei soldati provinciali o sedentanei.

Tutte le città fortificate avevano un proprio comandante e si dividevano in tre classi. Il maggior Focardi comandava Trapani; il maggiore Cappelli, Milazzo; il capitano Michele Amari, Aquila e il capitano Cecere, l’isola di Capri. Ai tenenti generali si dava il titolo di Eccellenza, agli altri ufficiali il don. I Reggimenti di fanteria, eccetto i primi sei, s’intitolavano da una città o da una provincia e si distinguevano per il diverso colore delle mostre. Il primo reggimento si chiamava Re, e portava mostre rosse; e così il secondo, che aveva nome Regina; mostre gialle portavano il terzo ed il quarto. Principe e Principessa; di colore amaranto il quinto ed il sesto, Borbone e Farnese; celesti il settimo e l’ottavo, Napoli e Calabria; Puglia e Abruzzo di color arancio; Palermo e Messina verdi; Lucania e Sannio di rosso cupo e Messapio di color violetto. Splendide le divise, copiate dalle francesi dei tempi di Luigi Filippo. Tornato da Parigi, Ferdinando II cangiò in bleu l’uniforme rossa della guardia reale e le diè il cappellone di peli; ordinò i calzoni di color rosso cupo alla fanteria ed alla cavalleria, chiamò cacciatori i bersaglieri; ed usseri i cavalleggieri.


L’esercito, privo di qualunque sentimento nazionale, aveva invece esagerato spirito di religione, anzi di bigotteria. Soldati e ufficiali portavano addosso amuleti ed avevano immagini sacre nelle giberne e nei sacchi. Nella stessa misura, colla quale in lui si aumentavano gli scrupoli religiosi, Ferdinando II voleva che crescessero le pratiche di devozione nel suo esercito. Ogni arma aveva il suo santo patrono, e nelle città di presidio, per la festa del protettore, gli ufficiali in alta tenuta con lunghe candele accese in mano, seguivano le processioni e dietro loro, una o due compagnie di soldati con musica. A Napoli molti ricordano la [p. 160 modifica]processione dei Corpusdomini e quella dei Quattro Altari. Le truppe si schieravano lungo le vie, per le quali passava il corteo, e il Re con tutta la Corte a piedi prendeva parte alla processione. Nel giovedì e venerdì santo, i soldati senz’armi in drappelli, si recavano a visitare i sepolcri; e innanzi alla porta maggiore delle chiese come ai lati del sepolcro, si vedevan due sentinelle con i fucili capovolti, in segno di lutto. Nelle feste ciascun reggimento in armi sentiva la messa e all’elevazione la musica intonava l’inno reale. Se suonava l’avemmaria e un reggimento era a manovrare in piazza d’armi, i soldati dovevano inginocchiarsi e rimanere a capo scoperto mentre la musica intuonava l’inno della preghiera. Ferdinando II, in simili casi, dava il segno dell’alt, anche quando un reggimento di cavalleria moveva alla carica. Nel 1855, proclamato il domma dell’Immacolata Concezione, tutto l’esercito in alta tenuta assistè a una messa di ringraziamento, celebrata da monsignor Naselli, cappellano maggiore. E chi non ricorda la spettacolosa parata di Piedigrotta?2

La disciplina nell’esercito napoletano veniva mantenuta con pene severissime, persino crudeli, le quali aumentavano la paura dei soldati verso la persona del Re. Tutta la parte morale, che tiene oggi il maggior posto nell’educazione militare, allora non c’era, nè, dato il modo con cui quell’esercito si reclutava, poteva esistere. Non il sentimento del dovere, nè l’onore della divisa rattenevano il soldato dalle indisciplinatezze o dalle cattive azioni, ma la bacchetta e le legnate, pene che raggiungevano l’orrore di una flagellazione. Nell’esercito c’era la piaga della camorra, che non si riuscì a curare mai neppure con quelle terribili pene. Il condannato alle legnate veniva condotto nell’atrio della caserma, dove già il sua reggimento si trovava disposto in quadrato. Là era svestito e con le sole mutande veniva steso bocconi sopra una scranna di legno. Due caporali con un sottile bastone applicavano al disgraziato cinquanta o cento battiture, secondo la condanna, numerando i colpi ad alta voce. La pena della bacchetta era anche più dolorosa. Il colpevole, nudo sino ai fianchi, doveva passare e ripassare tra due file di soldati, i quali a suon di tamburo lo percuotevano sulle spalle, [p. 161 modifica]con sottili verghe di salice. Alcuni colonnelli erano così spietati da ordinare simili supplizii per lievi mancanze di disciplina, o per poca correttezza nell’insieme della tenuta. I più piangevano sotto i colpi e invocavano la propria madre o la Madonna, ma i camorristi subivano la flagellazione con coraggio e spesso con aria provocante. Condannati alle legnate, tenevano stretto fra i denti un fazzoletto, per non rompere in grida strappate dal dolore. Dopo il supplizio, divenivano peggiori: la pena subita era per essi nuovo titolo di bravura. Non è quindi a maravigliarsi se, deperendo con tali punizioni il sentimento morale nell’animo del soldato, il bigottismo ed il terrore tenessero il luogo di quelle energie intime e di quell’alto sentimento dell’onore, che formano il carattere dell’uomo di guerra.

Più che una raccolta di uomini d’arme, avidi di gloria e di avventure, l’esercito poteva dirsi una raccolta di frati armati, desiderosi di quieto vivere. Le imprese contro il nemico interno li trovavano disposti a menar le mani; ma se il nemico veniva di fuori, era un’altra cosa. Nelle processioni del Corpusdomini, appena si determinava per qualunque inezia quel panico caratteristicamente napoletano, detto fuie-fuie,3 bisognava vedere con che arditezza le guardie reali si stringevano attorno al Re, mentre le truppe allineate sulla via impugnavano le armi; ma andando contro il nemico, di qua o di là dalla frontiera, accadeva il contrario. Non volendo ricordare Antrodoco, nè la famosa ritirata da Roma al principio del secolo, ricordo quella più recente di Velletri, per la quale il generale Roselli scrisse nelle sue Memorie queste parole profetiche: “Il Re di Napoli, facendo alle sue truppe eseguire la ritirata nel Regno, suscitava in loro un’idea d’impotenza e quindi una diffidenza nella vittoria, un disgusto e avversione per la guerra, un peggioramento nello spirito insomma„. Che se poi i soldati napoletani, tolti via di pianta da Napoli, anzi dall’Italia, venivano condotti sott’altro cielo e comandati da un capo di riconosciuto valore, si coprivano di gloria. Durante l’impero napoleonico, i napoletani che combattevano in Ispagna, vennero lodati dai marescialli Suchet e Saint Cyr; nel 1812 Murat ne condusse nella campagna di Russia dieci mila, i quali fecero prodigi e nella [p. 162 modifica]tremenda ritirata di Mosca, Napoleone non ebbe altra scorta che di cavalieri napoletani, comandati da Roccaromana e da Piccolellis, il quale guidava i cavalli della carrozza dov’era l’Imperatore. Questi diecimila napoletani erano comandati da Florestano Pepe, da Rossaroll, da D’Ambrosio, da Cianciulli, da Costa, da Arcovito, da Roccaromana, da Piccolellis e da Campana. Nella famosa ritirata di Mosca il freddo colpì i due colonnelli Campana e Roccaromana e a Florestano Pepe si gelarono i piedi.

Dopo Lutzen, Napoleone pubblicò quest’ordine del giorno: S. M. l’Imperatore dei francesi e Re d’Italia, volendo dare alle truppe napoletane che fanno parte del grande esercito, una pruova della sua soddisfazione, pel coraggio da esse addimostrato nelle battaglie di Lutzen, con decreto del 22 maggio, ha loro conceduto ventisei decorazioni della legion d’onore, da distribuirsi ai militari dei diversi gradi e classi, che si sono maggiormente distinti. Murat ne fece di sua mano la distribuzione.

A Danzica le truppe napoletane ebbero elogi dal maresciallo Rapp; e qualche anno dopo combattettero valorosamente, benchè infelicemente, a Modena e a Macerata, condotti dallo stesso Murat. Al ponte San Giorgio il generale Carlo Filangieri, mortalmente ferito, si coprì di gloria. Il decimo di linea si fece molto onore in Lombardia, nel 1848. Strane contradizioni umane, da non maravigliare nel paese delle contradizioni e che io noto, lasciando ai futuri storici l’ultima parola.


Alla mancanza di ogni vera educazione militare si aggiungeva la meschinità del soldo. L’esercito borbonico era il peggio pagato degli eserciti italiani. Mal retribuiti e carichi di debiti, ufficiali e sottufficiali avevano quasi tutti famiglia, che si rimorchiavano appresso nel cambio delle guarnigioni, onde, movendosi un reggimento, pareva che si movesse una tribù. Altra piaga dell’esercito era la clientela. Ufficiali superiori avevano ufficiali inferiori da proteggere; e questi, i sottufficiali; e i sottufficiali, alla loro volta, i soldati; catena di dipendenze, cause ed effetti ad un tempo, d’una situazione moralmente anormale, che spegneva ogni sana energia e manteneva una specie di malessere quasi morboso fra gli ufficiali, e nei soldati un’indomabile disgusto per il mestiere delle armi: disgusto o avversione divisa dal paese, il quale non si era potuto abituare alle leve [p. 163 modifica]che rappresentavano un pubblico lutto. Eppure i coscritti non partivano per la guerra, ma per andar ad oziare nelle guarnigioni di Napoli o delle vicinanze. Se se ne eccettui i soldati del genio, non vi era straordinaria occasione o pubblica disgrazia, nella quale venisse adoperato l’esercito. La vita neghittosa contribuiva a deprimerne il carattere.

Certo non mancavano tra gli ufficiali, soprattutto fra i giovani usciti dal collegio della Nunziatella, con la mente nutrita di buoni studii e appartenenti alle armi dotte, sensi di onor militare, nobili aspirazioni a un avvenire migliore e desiderio di riforme radicali. Erano aspirazioni individuali, che si perdevano in quel generale e rozzo scetticismo, il quale inquinava l’esercito, devoto al Re, ma umiliato dal Re, che non senza ostentazione mostrava di riporre maggior fiducia negli svizzeri; milizia senza ideali nazionali o di conquista, nè scuola del dovere, ben vestita, mal pagata e votata all’immobilità. Per quanto il partito liberale si adoperasse a far proseliti nell’esercito e diffondervi le idee di nazionalità e di patria, non vi riusci finchè visse Ferdinando II. Fu in appresso, quando, lui morto cominciò a sfasciarsi tutto l’edifizio suo, che la propaganda liberale si fece strada nell’esercito, ma aiutata da due circostanze capitali: la partenza degli Svizzeri e l’atto sovrano del 25 giugno 1860.

Una compagnia speciale era quella delle Guardie del corpo, ad alcune delle quali, andate da lui a reclamare perchè nello scegliersi fra loro gli ufficiali, si erano usate ingiuste preferenze, Ferdinando II rispose: "Belli figliuò, io ccà aggia fa comm ’u chianchiere, na chiena e na vacante4. Le guardie del corpo furono istituite nel 1734 da Carlo III, il quale portò a Napoli gli usi e i costumi di quelle di Spagna. Primo capitano delle guardie del corpo fu don Lelio Carosa, marchese di Arienzo. Ferdinando IV, tornato dalla Sicilia, ricostituì la compagnia con un decreto del 1° agosto 1815 e questa rimase così composta: un capitano, un tenente, un secondo tenente, due esenti primi, quattro esenti proprietarii, quattro esenti soprannumeri, quattro brigadieri, otto sottobrigadieri, un sottobrigadiere portastendardo, due trombettieri, centoventi guardie. Come si vede, ventisei tra ufficiali e sottufficiali su centoventi guardie. Erano poi quasi [p. 164 modifica]più i caporali che i soldati. Tutti per esservi ammessi dovevano essere nobili, ma non si andava pel sottile a ricercare la nobiltà. Metà erano guardie a cavallo e metà a piedi, ma per turno, sicchè tutti dovevano essere buoni cavalieri. Erano esenti dal servizio di governo dei cavalli, che veniva fatto da altrettanti garzoni. Dopo questa riforma, il primo capitano fu un tenente generale, il principe di Ruoti, don Giuseppe Capece Minutolo, ed il primo tenente un maresciallo di campo, il principe di Migliano, don Gerardo Loffredo. Ne fecero parte tutti i nobilissimi del Regno, i Tuttavilla, i Carafa di Traetto, i Caracciolo, gli Statella, i Lucchesi, i Del Pezzo, i Del Carretto, i Belgioioso, i Casapesenna, i Paterno, i Mastrilli e via dicendo. L’appartenere alle guardie del corpo, che avevano smaglianti uniformi, era un sogno dei giovani signori napoletani. Di tutti quelli chiamati a comporre la compagnia da Ferdinando IV, nella suddetta riforma del 1815, ne vivevano nel 1882 due soltanto: Achille Paternò e Diego Candida. Un decreto del 13 marzo 1843 modificò alcune delle disposizioni rigorose per l’ammissione dei giovani nella compagnia, ma mantenne la necessità delle stesse prove di nobiltà per gli uscenti nei vari gradi.

Fra le guardie del corpo si mantennero sempre salde le tradizioni di lusso, di giuoco, di debiti e di vita dissipata. Come un giovane era ammesso nel corpo, doveva comprare il cavallo e appena lo presentava, gli veniva pagata la somma di 120 ducati. L’assegno annuo consisteva in circa quindici ducati al mese, oltre al doppio foraggio per il cavallo. Ma le guardie del corpo dovevano obbligatoriamente assistere alle rappresentazioni del San Carlo e pagare l’ingresso; sicchè si prelevavano dalla massa queste spese, e alla fine dell’anno ciascuna guardia non liquidava sul suo stipendio più di un’ottantina di ducati netti. Questo misero assegno, del tutto insufficiente al lusso di cui le guardie del corpo si circondavano, le poneva nella necessità di rovinarsi. Guardia del corpo divenne sinonimo di scapestrato, d’indebitato, di prepotente e di volgare spiritoso. Tutti parlavano come il Re il dialetto napoletano coi suoi più plebei idiotismi.


Con un Regno, le cui coste si sviluppavano largamente nel mare che lo bagnava da tre parti, Ferdinando II non dedicò [p. 165 modifica]alla marina le stesse cure che dedicò all’esercito, a differenza del suo avo, ai cui tempi la marina napoletana si distinse, combattendo accanto all’inglese. Se Ferdinando II non temeva un’invasione dalla parte di terra, non prevedeva gravi pericoli dal mare. Fu per questo che lasciò le coste indifese. I pochi porti di Calabria, di Sicilia e dello stretto di Messina non erano in grado di opporre seria resistenza. Sebbene nato in Sicilia, il Re non aveva la passione del mare; dopo il 1848 non passò lo stretto che una volta sola; e dovendo recarsi nelle Puglie per il matrimonio del duca di Calabria, affrontò il viaggio di terra nel cuore dell’inverno.

L’organizzazione della marina rimase però superiore a quella degli altri Stati italiani, tanto che il conte di Cavour, ministro della marina in Piemonte, ne adottò le ordinanze, le manovre e i segnali di bandiera, che mancavano alla flotta sarda e prescrisse per gli ufficiali la divisa napoletana.

L’armata si componeva di due vascelli da 80: uno ad elica, il Monarca; l’altro a vela, il Vesuvio; di tre fregate a vela: la Partenope, l’Amalia e la Regina; di due ad elica: la Farnese e la Borbone, che poi divennero la Garibaldi e l’Italia. V’erano inoltre sei fregate a vapore a ruote: il Guiscardo, l’Ercole, il Tancredi, l’Ettore Fieramosca, il Veloce e il Fulminante; quattro corvette a vapore: il Miseno, la Maria Teresa, il Palinuro e il Ferdinando II; e due a vela: la Cristina e l’Amalia; quattro brigantini a vela: il Valoroso, l’Intrepido, lo Zaffiro e il Principe Carlo, e cinquanta bombarde e barche cannoniere.

La marina mercantile era formata quasi interamente di piccoli legni, buoni al cabotaggio e alla pesca e la montavano più di 40 000 marinari, numero inadeguato al tonnellaggio delle navi. La navigazione si limitava alle coste dell’Adriatico e del Mediterraneo, e il lento progresso delle forze marittime non consisteva nel diminuire il numero dei legni ed aumentarne la portata, ma nel moltiplicare le piccole navi. La marina mercantile a vapore era scarsissima, non ostante che uno dei primi piroscafi, il quale solcasse le acque del Mediterraneo, fosse costruito a Napoli nel 1818. Essa apparentemente sembrava la maggiore d’Italia, mentre in realtà alla sarda era inferiore, e anche come marina da guerra, era scarsa per un Regno, di cui la terza parte era formata dalla Sicilia e gli altri due terzi formavano un [p. 166 modifica]gran molo lanciato verso il Levante. La marina e l’esercito stavano agli antipodi: l’esercito era sproporzionato al paese per esuberanza, la marina per deficienza.

Il più alto grado nella marina da guerra l’aveva il conte d’Aquila, viceammiraglio e presidente del Consiglio di ammiragliato, al quale appartenevano i viceammiragli, Francesco Saverio Garofalo, Lucio di Palma e i brigadieri Vincenzo Lettieri e Pier Luigi Cavalcante. Oltre a questi, erano ufficiali generali di marina Giovanni Antonio della Spina, primo istruttore del duca di Calabria; Luigi Jauch, Leopoldo del Re, Antonio Bracco, il marchese Girolamo de Gregorio e Antonio Palumbo. Il brigadiere Cavalcante era pure intendente generale dalla marina. Tra i capitani di vascello, ricordo Francesco e Michele Capecelatro, fratelli di Antonio e di Alfonso, e don Michele d’Urso, più noto per le sue arguzie che per l’ufficio di relatore della Corte marziale marittima. Rammento, tra gli ufficiali superiori, Scrugli, Vacca, Barone, Longo, Brocchetti, Anguissola e tra gli ufficiali più giovani, gli Acton, Civita, D’Amico, Martini, Vitagliano, Persichetti, Accinni, Turi, Libetta, Lubrano, Cottrau, Romano, Palumbo, Sanfelice, Corsi e Serra, i quali entrarono tutti nella marina italiana.

Napoleone Scrugli, che divenne poi aiutante di campo di Vittorio Emanuele e morì senatore del Regno d’Italia, era calabrese e comandava nel giugno del 1860 la pirofregata il Tasso, che si arenò alla foce del Tronto. Giovanni Vacca, che fu uno dei tre ammiragli di Lissa e il solo che avesse avuto una felice ispirazione in quella triste giornata, comandava il Valoroso, poi fu promosso e comandò il Monarca. Edoardo d’Amico, che fu prima capo dello stato maggiore della squadra di crociera, la quale non seppe impedire lo sbarco di Garibaldi a Marsala, e poi ebbe lo stesso ufficio col Persano a Lissa e passò con costui dal Re d’Italia sull’Affondatore, comandava la Maria Teresa, ed era stato incaricato, l’anno prima, di gettare il cavo telegrafico fra Otranto e Vallona. Carlo Longo, che comandò il dipartimento marittimo di Genova, era commissario del Re presso il tribunale di guerra e marina. Tutti e tre erano capitani di fregata. Qui aggiungo, che allo sbandamento della marina contribuì, più di ogni altra cosa, una certa leggerezza di carattere, nota caratteristica di quella ufficialità pur così [p. 167 modifica]intelligente e vivace: leggerezza, che più tardi rivelarono alcuni di loro, saliti a posti politici eminenti. Dei viceammiragli nessuno passò nella marina italiana e il Lettieri, comandante della piccola squadra che accompagnò a Gaeta Francesco II e il Pasca che comandava la Partenope, tornarono alla vita privata dopo il 1860.

V’era nella marina napoletana una classe, che con denominazione un po’ bizzarra, si chiamava dei "brigadieri„ come se la flotta si dividesse in brigate, a somiglianza dell’esercito. Questo grado corrispondeva ai commodori di altre marine militari. Erano allora brigadieri Ferdinando Pucci, che comandava il dipartimento marittimo di Castellammare e i cui figliuoli entrarono nella marina italiana e Carlo Chretien, passato anche lui nella marina italiana, il quale nel 1857 era presidente della commissione per le prede. Vi erano due istituti per la marina: il real Collegio di marina e una scuola per gli alunni marinari e dei grumetti. Uscivano dal primo ufficiali e ingegneri costruttori, e gli alunni non potevano essere più di quaranta: quindici a piazza gratuita e venticinque a pagamento; uscivano dalla seconda piloti, sottufficiali, cannonieri e marinai e vi erano cinquanta posti, dei quali venti gratuiti, dieci a metà retta e venti a retta intera. Il brigadiere Federico Roberti era ispettore di questi istituti.

La marina militare sentiva di non godere la predilezione del Re. Non marinaro lui, nè marinaro il conte di Aquila, non si dava quasi mai il caso di riviste o manovre navali, o di viaggi di istruzione e assai meno, circumnavigazione.

L’alta Corte militare, che era comune all’esercito e alla marina, risedeva a Napoli e la componevano ufficiali di terra e di mare. Era una specie di Cassazione e rivedeva le decisioni dei Consigli di guerra, solo per verificare se la legge o la procedura era stata violata. La formavano un presidente, otto giudici ordinarii, quattro dei quali dovevano essere marescialli di campo, e quattro brigadieri e sei giudici straordinarii: la presedeva don Luigi Niccola de Maio, duca di San Pietro.


Nel Giornale del Regno delle Due Sicilie del 9 dicembre 1856, si leggeva: "Un individuo, da pochi mesi entrato con male arti al real servizio militare, osò ieri uscir di riga mentre sfilavano le truppe al Campo, e spingersi avverso la Sacra [p. 168 modifica]Persona del Re nostro Augusto Signore, il quale, la Dio mercè, non solo rimase sano ed illeso, ma conservò la calma, la serenità e la imperturbabilità consueta, continuando ad assistere allo sfilar delle truppe, come se nulla fosse accaduto, sicchè non se ne avvidero se non ben pochi dei presenti„. E nel numero del 13 dicembre era scritto: "Il Consiglio di guerra di corpo del 3° battaglione dei cacciatori, procedendo in conformità delle leggi a carico del soldato Agesilao Milano, reo dell’esecrando reato da lui commesso contro la persona del Re, nostro Augusto Signore, lo condannò ieri alla pena di morte col quarto grado di pubblico esempio. La qual sentenza è stata eseguita questa mattina alle dieci e mezza, dopo la degradazione militare, nel largo del Cavalcatolo, fuori Porta Capuana. Il reo, che ha ricevuto a lungo tutti i conforti della nostra sacrosanta religione si è mostrato compunto. L’ordine pubblico è stato perfettamente osservato, e la generale esecrazione ha seguito il colpevole fino al suo estremo respiro„. Ecco l’alfa e l’omega di quello strano e imprevedibile attentato.

La stessa onda di degradazione, che si levò nel Regno fra il 1849 e il 1850 per chiedere al Re l’abolizione dello Statuto, si levò dopo quel fatto. È carità di patria non attingere dagli archivii note così poco .... eroiche, e non esumare gl’indirizzi magniloquenti, nè ricordare le tante deputazioni, le quali sfidando i disagi di un viaggio lungo e di una stagione cruda, si recarono a presentare al Sovrano i rallegramenti per lo scampato pericolo. Quante giamberghe furono sbattute dalla tramontana innanzi alla Reggia di Caserta, e quanti raffreddori e polmoniti! La rettorica dell’alto clero, ma più quella dei gesuiti, fu spesa a magnificare il miracolo fatto dalla Concezione, di cui, l’otto dicembre giorno dell’attentato, ricorreva la festa. Si tennero nei seminarli e nei collegi molte accademie, con musiche e componimenti; ci furono luminarie, tridui di grazia alla Vergine e Te Deum in ogni chiesa del Regno. Primo a darne l’esempio fu l’arcivescovo di Napoli, che con pastorale apposita prescrisse un triduo in tutte le chiese della diocesi. Se Ferdinando II fosse stato il principe più amato dai suoi popoli, non avrebbe raccolto tante dimostrazioni, quante ne raccolse allora. Ma la nota grottesca venne raggiunta dal comune di San Benedetto Ullano, patria di Agesilao Milano, che spedi al Re il seguente indirizzo:

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Sire,

Massimo fu l'orrore quando seppe la rea notizia del nefando attentato del sacrilego Agesilao Milano.

Immenso giubilo provò, ed infiniti ringraziamenti rese all'Altissimo nel Sacro Tempio, dove si celebrò messa solenne coll'esposizione del Santissimo, col canto dell'Inno Ambrosiano e colla processione del Santissimo per l'intero abitato, per la conservata preziosa vita della Maestà Sua, ritenendosi come soprannaturale essere evidentemente protetto da Dio e dalla Beatissima Vergine.

Lontano trecento miglia da Napoli in una recondita giogaia delle Calabre montagne, il comune di San Benedetto Ullano, divenuto oggetto di triste celebrità per aver dato i natali ad un mostro di esecranda memoria, ne rinnega tale infausta relazione, e ripudia ogn’idea di comunione col medesimo. L'empio sacrilego che osa attentare ai preziosi giorni di un Sovrano così pietoso, delizia dei suoi sudditi, non ha patria, ed in ogni angolo della terra sarà straniero abborrito; l’umanità intera abbomina di averlo nel suo numero.

L'intera popolazione umilmente prostrata ai piedi della Sacra M. S. osa implorare la Sovrana clemenza a pro di essa, assicurando la lodata M. S. dell'attaccamento e divozione verso la Sacra Real Corona.


Agesilao Milano era nato a San Benedetto Ullano, in provincia di Cosenza; aveva 26 anni ed apparteneva a famiglia civile, albanese di stirpe. Nel 1848 s’era trovato a Spezzano fra i militi del Ribotty; e fin d’allora, si asserì, concepisse il disegno di liberare i popoli delle Due Sicilie dal tiranno. Era un eroico alluccinato, il quale credeva che, tolto il Re di mezzo, la libertà sarebbe stata assicurata nel Regno. Volontà di ferro, carattere chiuso, spirito esaltato, ma che sapeva dominarsi e dissimulare, mazziniano ardente, egli agi per suo conto. Ai suoi amici più intimi, ai soli intimi che avesse in Napoli, Giambattista Falcone di Acri e Antonio Nocito di San Demetrio, studenti, lasciava intendere che, un giorno o l’altro, avrebbe compiuta una gran cosa e gli amici del Nocito e del Falcone lo ripetevano nell’orecchio di altri pochi intimi; ma per gli uni e per gli altri, questo giovane albanese quasi mutolo, che non rideva mai, era un punto interrogativo. Nessuna cospirazione armò la mano di lui. Maturò a lungo il disegno e lo eseguì, diciamolo, pur deplorando tanto coraggio, eroicamente. Nessun regicida affrontò il Re a capo delle sue truppe, alla luce del sole e in una solenne occasione. Quel giorno erano sul campo di Marte 8000 soldati, e un immenso pubblico che, allora come [p. 170 modifica]oggi, accorreva alle rassegne militari. Fu fortuna ch.e il tentativo non riuscisse: un tremendo eccidio avrebbe insanguinata Napoli, perchè i reggimenti svizzeri, fedelissimi al Re, credendo all’esistenza d’un complotto fra le truppe indigene, avrebbero tirato su di esse e sulla folla e rinnovata forse la tragedia del 15 maggio. All’eventualità della morte di Ferdinando II nessuno era preparato e, assai meno, a una morte in condizioni così inverosimili. Pareva inverosimile difatti, anzi addirittura assurdo che da quell’esercito, descritto più sopra, uscisse un regicida; e nei primi momenti fu grande la sorpresa, credendosi all’esistenza di una cospirazione militare, la quale, ucciso il Re, avrebbe mutato il governo e sconvolta ogni cosa. I borbonici dissero che la cospirazione l’avevano ordita i liberali, nè li dissuasero le parole di Agesilao, i suoi precedenti e la impossibilità in cui si trovò la polizia, di scoprire le fila della congiura, perchè congiura non v’era. Il contegno del Re salvò tutto. Ferdinando II diè prova in quell’occasione di vera fortezza di animo e il Giornale ufficiale, che ne lodò l’imperturbabilità, non fu iperbolico. Egli non volle che si sospendesse la sfilata delle truppe; continuò ad assistervi; tornò alla Reggia in carrozza, e nel pomeriggio uscì con tutta la famiglia, percorrendo le vie più popolose della città. Alla Reggia fece subito chiamare il dottor Rosati, nel quale aveva una fiducia immensa. Rosati notò una piccola scalfittura sotto la mammella sinistra. Essendo il Re eccitato, lo rassicurò che non era nulla e gli prescrisse un calmante, che il medico stesso preparò. Il giorno seguente prese dell’antacido e si mostrò calmo, quasi ilare, nel ricevimento delle autorità e del corpo diplomatico, che andarono a rallegrarsi con lui. All’incaricato di affari di Sardegna, che era il Gropello, si affermò che avesse detto ironicamente: "scrivete al nostro carissimo cugino che non è stato nulla, e che sto bene„. Invece parve che particolarmente gradisse i reiterati atti d’interessamento del Gropello, il quale andò due volte a Corte, la prima, poche ore dopo l’attentato con gli altri capi di legazioni, e la seconda volta, quindici giorni dopo, per incarico speciale del Re Vittorio Emanuele. In ambo le occasioni Ferdinando II fu col Gropello marcatamente cortese. Era egli troppo furbo per lasciarsi andare col corpo diplomatico a qualche sfogo, o a qualche espressione meno che meditata e ponderata. Non è dunque esatto [p. 171 modifica]che adoperasse dell’ironia, rispondendo ai rallegramenti dell’inviato Sardo.

Agesilao Milano fu impiccato la mattina del 13 dicembre; e l’esecuzione, preceduta dalla solita questua delle sante messe, fu così lunga e lugubre, che strappò le lacrime a molti e lasciò nei soldati incancellabile impressione. Egli morì con coraggio, dichiarando di non essere un volgare assassino, di aver affrontato il Re alla luce del sole, il Re a cavallo e armato, e ripetendo di averlo fatto per la felicità dei popoli. Si disse che il Re inclinasse a far la grazia al Milano, e ne fosse distolto dal partito militare, soprattutto dal Nunziante; ma la cosa non è verisimile, perchè Ferdinando II aveva natura vendicativa, non era facile alla commozione e l’attentato sul campo di Marte lo impressionò così dolorosamente, che da quel giorno non stette più bene. Vero è che in Corte si diffuse la voce che il Re volesse far la grazia al Milano e che, nella mattina dell’esecuzione, fosse stato visto piangere. Anzi fu affermato che in anticamera giungesse la voce di Raffaele Criscuolo, il quale, con la consueta familiarità, ammoniva il Re: "Ma se v’aveva da dispiacè tanto, potevate fa a grazia a ’o calavrese: site vui ca cummanate„.5 La domanda di grazia ci fu e la presentò al Re l’avvocato don Giocondo Barbatelli, il quale aveva ufficiosamente difeso il Milano. Quella domanda, molto caratteristica, si trova oggi nell’archivio privato di casa Scaletta e si chiude cosi: "Giocondo Barbatelli, difensore ufficioso di Agesilao Milano, al piè della M. S. le bacia affezionato e devoto la mano„. Il Re la respinse, anzi non volle neppur ricevere il Barbatelli, che più tardi, mutati i tempi, fu consigliere comunale di Napoli, grande elettore del Sandonato e grande cacciatore di quaglie. I nemici del Nunziante, che lo fecero segno ai più nefandi sospetti dopo la sua condotta nel 1860, dissero pure che egli fosse a parte della congiura del Milano e di questo volesse la morte, per paura che il regicida parlasse. E il De Sivo lo insinua, perchè per lui e per quanti rimasero fedeli ai Borboni, Alessandro Nunziante fu l’uomo più abbominevole della sua età. Vero è che Nunziante e Lecca parlarono con Agesilao dopo l’attentato, [p. 172 modifica]ma basterà osservare che Nunziante era comandante dei Cacciatori, ai quali apparteneva il regicida, e il generale Lecca era albanese di origine. Il Nunziante non aveva tanto potere, da imporre ad Agesilao il silenzio e al Re il rifiuto della grazia. Io escludo in modo assoluto che Nunziante fosse a parte del segreto del Milano o che, peggio ancora, ne armasse il braccio. Ma l’opinione opposta rimane ancora radicata nella testa dei vecchi borbonici, i quali pretendono rintracciarne la causa, che sarebbe stata questa. Nel febbraio del 1855 era morto l’imperatore Niccolò di Russia, già ospite a Napoli di Ferdinando II, cui regalò i due famosi cavalli di bronzo. Il Re scelse Nunziante per rappresentarlo alla incoronazione del nuovo Czar, che ebbe luogo nell’agosto del 1856. Passaporto, credenziali, ordini cavallereschi e doni da distribuire, tutto era ordinato e disposto, e Nunziante riceveva i rallegramenti per questa nuova missione di fiducia; ma all’ultim’ora, si disse per opera della Regina, l’incarico di andare in Russia gli fu tolto e dato al colonnello svizzero Steiger. Di questo il Nunziante fu così offeso, che da quel giorno, mi scrive persona che conosceva lo Steiger ed era nell’esercito, appartenne alla rivoluzione anima, corpo e onore. E avvenuto l’attentato, quattro mesi dopo, i nemici di lui crearono la doppia leggenda che Nunziante fosse a parte del complotto, e per timore che il regicida parlasse, insistesse sul Re di negargli la grazia. Certo il Nunziante non subì in pace l’oltraggio, e suscettibile com’era, dev’essersi sfogato con parecchi e forse con poca prudenza, contro il Re che glie l’aveva inflitto. Fin qui è verosimile e umano; di là, no. Finchè visse Ferdinando II, idee di liberalismo o di voltafaccia non passarono mai per la testa di quell’uomo, e molto meno poteva passar quella di far ammazzare il Re: i cortigiani, d’altra parte, usavano la tattica di non far risalire mai al Re la responsabilità di tutto ciò che era odioso e commoveva il sentimento pubblico. Le persecuzioni della polizia crebbero in maniera inaudita, dopo l’attentato. Furono fatti molti arresti, soprattutto di calabresi. I due intimi di Agesilao, il Falcone e il Nocito, furono dagli amici tenuti nascosti, sino a che non riusci loro di farli imbarcare sopra un vascello inglese. Gli episodii di quelle fughe e le astuzie adoperate, sono un romanzo che vai la pena di ricordare sommariamente.

[p. 173 modifica]In quei tempi si riuniva nel caffè De Augelis a Toledo un gruppo di giovani liberali, quasi tutti studenti e, fra essi, Cesare e Giuseppe De Martinis, di Cerignola; Tommaso Arabia di Cosenza; Giovanni d’Erchia, di Monopoli; Antonio de Santis, di Altamura; Francesco Napoli, di Baronissi e Vincenzo Cosentino, di Palmi. Erano tutti cavurriani e non vedevano salute per Napoli, che nel Piemonte e in Casa di Savoia. Quello stesso caffè era frequentato dal Nocito, amico loro, però mazziniano molto caldo, e in istretti rapporti col gruppo mazziniano di Napoli, specie col Fanelli, per cui fra lui e i suoi amici non erano infrequenti le disputa, i dissensi e qualche volta corsero anche i pugni. Tranne il Nocito, nessuno di quelli conosceva il Milano.

La sera dopo l’attentato, certo De Stefano, conterraneo e casigliano del Nocito, richiese per questo un asilo a Cesare de Martinis e all’Arabia. Il Nocito si era per un momento rifugiato in casa di un signore inglese, in via di Chiaia. L’Arabia andò a prenderlo lì, e col De Martinis lo condusse prima in casa di Francesco Napoli, e poi presso lo scaccino della chiesa della Concezione a Monte Calvario, albanese anche lui. La polizia ricercava pure il Falcone, ma anche questi si era unito al Nocito. A un tratto, la casa dello scaccino fu visitata dalla polizia, ma i due ricoverati, scavalcando i tetti, potettero rifugiarsi in casa di Vincenzo Cosentino. Però a Napoli non erano sicuri; la polizia li cercava attivamente e su entrambi pose una taglia. Fu allora che, per trovare un asilo meno pericoloso, Giovanni Marini, il De Martinis e l’Arabia si rivolsero a donna Giulia Pandòla, che più tardi divenne marchesa D’Afflitto, e in quel tempo era vedova del barone Gennaro Compagna. Giovanni Marini ero amico dell’abate Gradilone, aio delle figlie della baronessa e albanese anche lui. Donna Giulia offerse il castello di casa Pandola, a Lauro, e colà i due fuggiaschi rimasero parecchi giorni. Ma non erano sicuri neanche in quel luogo. Occorreva farli imbarcare a qualunque costo. De Martinis si rivolse a Ferdinando Mascilli, il gran padre dei patrioti e cospiratori, ma il Mascilli, dopo pochi giorni, fu arrestato anche lui. La sua signora, donna Rosalia Cianciulli, per mezzo del dottor Poppi e del Read, corrispondente del Times, ottenne che il Nocito ed il Falcone fossero raccolti sulla Surprise, corvetta inglese, la quale [p. 174 modifica]portava da Malta a Napoli la corrispondenza politica. Ma l’arrivo di questo legno non era periodico, e però bisognava stare ben attenti, senza ingenerar sospetti alla polizia, la quale teneva appostati i suoi agenti presso la piccola lanterna, che si prolungava tra il porto mercantile e il militare, dov’è ora il Punto Franco. Cesare de Martinis, due volte al giorno con eroica pazienza, per circa due mesi, si recò al porto; e quando finalmente, scoprì la Surprise, corse ad avvisarne la signora Mascilli e poi Giuseppe Petrilli che aveva trovato per il Falcone e il Nocito un ultimo rifugio in Napoli presso un fido amico. Un barcaiuolo, cui furono date cinque piastre, portò in salvamento i due fuggiaschi a bordo del legno inglese.

Il Falcone scese un anno dopo a Sapri, con Pisacane e Nicotera e fu trucidato a Sanza; il Nocito entrò nell’esercito garibaldino, poi nel regolare, ed è morto da pochi anni col grado di colonnello. V’ha chi afferma che l’uno e l’altro sapessero che la gran cosa, la quale voleva compiere Agesilao, era l’uccisione del Re; la sapessero come la rivelazione di un segreto, non come partecipi di una cospirazione, perchè questa veramente non vi fu, ma io credo che neppure la sapessero.


Il 17 dicembre, a mezzodì, scoppiò la polveriera, posta all’estrema parte del molo militare, ne distrusse la batteria, uccise e ferì alcuni ufficiali e soldati di guardia e non lasciò intatto un vetro solo della Reggia e delle vicine case. Lo spavento del Re, della famiglia reale e di tutta Napoli fu enorme. Si disse che la stessa setta, che aveva indotto Agesilao al regicidio, avesse fatto appiccare il fuoco alla polveriera, il cui scoppio fu invece dovuto a combustione spontanea di alcuni razzi incendiarli, che fabbricava il tenente di artiglieria Bandini, allora direttore della polveriera di Posillipo. Crebbero i sospetti, crebbero gli arresti e crebbero le espulsioni dall’esercito; ma in quella guisa che di cospirazione non si trovò traccia nell’attentato, non se ne trovò nello scoppio della polveriera.

Due settimane dopo, ai primi del nuovo anno 1857, verso la mezzanotte, mentre terminava lo spettacolo al San Carlo, saltò in aria la fregata Carlo III sul punto di salpare per la Sicilia, carica di soldati e di munizioni. Non tutto l’equipaggio perì, perchè la corvetta inglese Malacca assai si [p. 175 modifica]adoperò per il salvataggio. Nuove e incredibili paure suscitò il nuovo disastro. Anche qui si volle vedere la mano dei liberali e anche qui fa accertato che non vi avevano avuta parte; anzi, ripescandosi più tardi la carcassa del bastimento, si accertò che la porta di bronzo della Santa Barbara era aperta, e la chiave nella toppa: circostanza la quale provò che un tentativo di furto di polvere pirica, fatto da qualche inesperta ladrone, con candela accesa, generò la catastrofe. Nondimeno, la polizia si abbandonò ad ogni sorta di eccessi. Arresti in Calabria ed arresti a Napoli; sfratto di studenti; punizioni del capitano, del tenente e dell’alfiere della compagnia nella quale militava il Milano; espulsione dal suo reggimento di 67 fra sottufficiali e soldati. Gli arresti in Calabria avvennero in provincia di Cosenza; prima, i fratelli Del Milano, Cammillo e Ambrogio, e poscia alcuni compagni di studio del giovane soldato, nel collegio italo-greco di San Demetrio. Ma i tre avvenimenti, accaduti in meno di un mese, e tutti e tre nel mondo militare, quasi scossero la fede del Re nella solidità e fedeltà dell’esercito: certo ne guastarono il sangue e lo resero vecchio a 45 anni.

Dopo l’attentato degli otto dicembre e i due scoppii, il Re andò a Napoli più di rado; ma presso il campo di Marte, al principio della via di Secondigliano, fece costruire una chiesa in onore della Concezione, a memoria dello scampato pericolo, nonché una piccola cappella votiva nel posto dove Agesilao gli vibrò i due colpi di baionetta. Gl’intendenti, con ripetute circolari, obbligarono tutti i comuni del Regno a contribuire con offerte alle spese di costruzione della chiesa. Qualche raro comune però, ricordo ad onore Corleto di Basilicata, si rifiutò di contribuire, su proposta del decurione Carmine Senise.

Sulla porta della chiesa c’era, ai miei tempi e forse c’è anche oggi, l’epigrafe italiana col primo verso:


A Maria Concetta Senza Macchia:


verso che suscitava l’ilarità di quanti lo leggevano, per il dubbio che il tempio fosse dedicato ad una Maria Concetta, di cognome Senza Macchia.

Un ricordo curioso. Tra le persone che assistettero al consiglio di guerra, che condannò Agesilao Milano, fu Augusto [p. 176 modifica]Zamboni, intimo del generale Filangieri. Zamboni ritrasse furtivamente con poche linee le sembianze del regicida e nascosta la carta nel cappello, corse a mostrarla al generale, il quale guardò e riguardò quelle linee e volle sapere dallo Zamboni i particolari del dibattimento. E disse in quell’occasione che il Re avrebbe commesso un grave errore non graziando il Milano, regicida non volgare, ma che l’avrebbe commesso. Egli conosceva Ferdinando II meglio di tutti.

Il fratello maggiore del Milano, Cammillo, è morto da poco. Fu prima garibaldino e poi ebbe un piccolo impiego nell’amministrazione finanziaria dello Stato. Vi rinunziò, ritirandosi nel suo paese nativo, dove tranquillamente si è spento a 76 anni.









Note

  1. Tu che malora dici? Fuggono più di me.
  2. Le riviste militari si chiamavano parate.
  3. Fuggi, fuggi.
  4. Belli figlioli, io qui devo fare come il macellaio, una piena e una vacante. — Idiotismo dialettale, che vuol dire giocar d’altalena.
  5. Ma se vi doveva dispiacere tanto, potevate fare la grazia al calabrese; siete voi che comandate.