La fine di un Regno/Parte II/Capitolo VI

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Capitolo VI

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CAPITOLO VI


Sommario: La vita mondana a Napoli — Il baciamano del 1° gennaio 1860 — La stagione teatrale al San Carlo e negli altri teatri — Il Caffè d’Europa — Il Caffè della Perseveranza e della Gran Brettagna — Ricordi e aneddoti — Le notizie politiche e il Comitato dell’Ordine — Come nacque e chi gli dette il nome — Teodoro Cottrau e Giuseppe Gravina — Arresti ed esilii — Le burle alla polizia — La vita mondana a Palermo — Le nozze della Stefanina Starrabba di Rudinì — I “saloni„ e le botteghe di moda — I Caffè d’Oreto e di Sicilia — Le villeggiature dei signori — Il giuoco del lotto — La vita sociale a Catania — Teatri, alberghi e clubs — Le signore più belle e i giovani più eleganti — L’irrigazione della piana di Catania — L’intendente Panebianco e il suo carteggio intimo con Maniscalco — La vita di Messina — Feste religiose e mondane — La Madonna della Lettera — Due sindaci — Maturano i nuovi tempi — Apparenze e realtà.


La vita mondana rifiorì in tutto il suo splendore, dopo che Napoli riebbe finalmente una Corte. Tornarono ad aprirsi le grandi sale della Reggia ai ricevimenti ed alle antiche cerimonie. Il corpo diplomatico c’era tutto. La Corte non mancava a nessuno dei grandi spettacoli teatrali, come a nessuna festa religiosa. Francesco II riprese, in breve, le tradizioni interrotte da suo padre, e l’intervento di una Corte così numerosa come la sua, in un teatro, in una chiesa, in una pubblica cerimonia, era di per sé interessante spettacolo.

Il 1° gennaio 1860 ebbe luogo il baciamano di uso, che riuscì più affollato e brillante del primo. Il largo di Palazzo presentò in quel giorno l’aspetto delle grandi occasioni. Una folla enorme vi si addensava, per veder passare tanti cocchi di gala, che portavano alla Reggia diplomatici, ministri, arcivescovi e prelati e alti funzionari civili e militari, in grande uniforme. I Sovrani, [p. 122 modifica]che furono di una cortesia senza pari, erano come di prammatica sul trono, circondati dai principi e dalle principesse.

La sera stessa, gran gala al San Carlo. “Al chiarore dei quintuplicati ceri, scriveva l’enfatico cronista del Giornale Ufficiale, era bello il vedere in tutti gli ordini di palchi e in tutta la platea sfolgorare ricchi abbigliamenti, divise, decorazioni, tutti i fregi preziosi ed infinitamente svariati, dei quali il grado, il fasto, le distinzioni sociali, la moda, il decoro, la bellezza fanno sfoggio pomposo in tali occasioni„. All’apparire del Re e della Regina scoppiarono gli applausi. Erano in compagnia dei conti di Trani e di Caserta, del conte di Siracusa, del conte d’Aquila coi suoi figli, del conte e contessa di Trapani. Si eseguì il ballo Rita del Taglioni, musicato dal Giaquinto, e la Boschetti e il Walpot fecero andare in frenesia il pubblico. Ricco l’allestimento scenico, rischiarato in ultimo da raggi di luce di magnesio, che investirono tutto il teatro. Il 16 gennaio, compleanno del Re, si ripetettero feste e ricevimenti.

Il 18 di quel mese, ci fu a Castellamare il varo della Borbone, fregata ad elica di prima classe, costruita da Giuseppe de Luca, ingegnere del genio navale e, dopo il 1860, deputato e direttore generale al ministero della marina, padre di Roberto, oggi direttore del cantiere Armstrong a Pozzuoli. La festa del varo, allietato dalla presenza de’ Sovrani, de’ principi e di quasi tutto il mondo ufficiale, riusci splendida.

In settembre, s’inaugurò la stagione al San Carlo con la Semiramide e col nuovo ballo Elzebel, che ebbe esito infelice. Tornarono poi in iscena il Trovatore e la Violetta, che colle infinite rappresentazioni avevano annoiate financo le sedie di ferro fuso, come dissero i critici. Sorte migliore ebbe la Norma, con la Steffenoni, che piacque più della Spezia, di cui aveva pari l’altezza, ma assai più bella la voce, e col Negrini che fu un Pollione perfetto. Piacquero i nuovi balli, l’Ida di Badoero e il Benvenuto Cellini, nel quale debuttò Guglielmina Salvioni, la cui bellezza, che fece perder la testa agli hàbitués del San Carlo, fu poi oscurata dalla Boschetti, la quale, nel ballo Loretta l’indovina del coreografo Costa, fanatizzò addirittura i napoletani. La Loretta si rappresentò più volte e la Boschetti fu giudicata la prima ballerina del suo tempo. Torelli, nell’Omnibus, per definire entusiasticamente il talento di lei, così chiudeva una sua poesia: [p. 123 modifica]

Quando a ballar la vedi,
Ti pare che il cervel l'abbia nei piedi.

La signora Amina era allora nella pienezza dei suoi mezzi: graziosa, piena di brio e di charme, contava poco più di vent’anni, ferì molti cuori e più profondamente, si disse, quello del conte d’Aquila. Al San Carlino, il sommo Petito la rifece nella parodia di quel ballo, e il comicissimo De Angelis rifece Walpot. Ballavano il passo a due, ed a vederli si scoppiava dal ridere. La parodia della Loretta al San Carlino segnò uno degli avvenimenti teatrali del tempo.

Al Teatro Nuovo si rappresentò il Ser Pomponio del maestro Tommassini, su parole di Marco d’Arienzo; si riprodussero più tardi Cicco e Cola e Piedigrotta e, ancora più tardi, vi andò in iscena una musica nuova del maestro Valente, Biondolina, con parole di Almerindo Spadetta. Al Fondo si rappresentò nell’ottobre il Pipelet, ma l’esito non ne fu brillante, nè le sorti di quel teatro si rialzarono più. Parve un momento che si volesse ergere ad emulo del San Carlo il Circo Olimpico, il quale riapri le sue porte con la Traviata e le chiuse coi Lombardi.

Ai Fiorentini piacquero molto i Sogni d’amore di Scribe, con la Sivori e la Maggi, il Vestri, l’Alberti e il Bozzo, e caddero la Donna romantica e l’Olindo e Sofronia, giudicati vecchiumi, mentre invece la commedia, gli Uomini di mille colori dell’Altavilla, dove ciascun atto finiva con pugnalate ed assassinii, ebbe successo discreto. Negli ultimi giorni di dicembre 1869 e nei primi del 1860, vi si rappresentò la Francesca da Rimini, con clamorose accoglienze. All’apostrofe di Paolo all’Italia:

Per te, per te, che cittadini hai prodi,


che il Majeroni accentuava colla sua bella voce baritonale, cadeva il teatro dagli applausi, ma, dopo poche rappresentazioni, l’Alberti fu invitato a smettere. Sarebbe lungo enumerare tutti gli spettacoli dei teatri di quel tempo così a Napoli, come nelle provincie, e le promesse degl’impresari, in parte mantenute e in parte no; e ugualmente lungo il tener conto delle critiche dei letterati e delle ardenti polemiche, che continuavano ad avere il posto d’onore nei giornali.

Comparvero in quell’anno le ultime strenne della vecchia [p. 124 modifica]maniera e fece la sua ultima apparizione la Farfalla di Vincenzo Corsi, con prose di Floriano del Zio, di Antonio Piccirilli e versi di Carlo Barbieri, Federico Persico, Enrico Cossovich, Gustavo Pouchain, Marco d'Arienzo, Simone Capodieci: strenna, la quale, per far onore al nome suo, si aprì con alcune melodiose ottave della signora Venturina Ventura di Trani, e si chiuse con alcune strofe di Domenico Zerbi, padre di Rocco: strofe ed ottave dedicate alla Farfalla. Vincenzo Corsi, avvocato e uomo di lettere, aveva data reputazione alle sue strenne per la scelta dei collaboratori, i quali trattavano o cantavano i soggetti più vaporosi, più sentimentali e meno compromettenti. Le ultime parole di quella strenna furono: “Buon Natale e ottimo Capodanno: gentili lettori e leggitrici lo accettate? È fatto col cuore! Ci rivedremo l’anno che viene„. L’anno venne, e che anno!, ma la Farfalla non più. Vincenzo Corsi è oggi avvocato anziano e specialista per la Corte dei conti.


Non furono aperti altri caffè di qualche importanza, e il Caffè di Europa seguitò ad avere il primato. Frequentato dalla nobiltà e dalla borghesia ricca, aveva aperte alcune sale al mezzanino, dove pranzavano gli eleganti indigeni ed i forestieri di distinzione. Finito lo spettacolo al San Carlo, il Caffè di Europa raccoglieva, fino ad ora tarda, gli hahitués dei maggiori teatri: letterati, buongustai di musica, epigrammisti e giovani del bel mondo; tutti discutevano a voce alta e si divulgavano epigrammi, attribuiti al D’Urso, al Caccavone o al Proto. Il Caffè di Europa era riguardato come una specie di Gerusalemme dai napoletani non nobili, non eleganti e privi di spirito. C’era anche il Caffè Nocera in via di Chiaja, frequentato specialmente dai militari, ma non poteva competere con quello. Si raccontava del suo esercente uno specioso aneddoto. Essendosi, nei primi mesi del 1860, recato il Nocera dal Re per chiedergli non so qual favore, Francesco II gli disse: “Il tuo caffè è molto frequentato, perchè da te vengono i Realisti„. E il Nocera non potè tenersi dal rispondere: “Maestà, chi vi dà cchiìi i Realisti? A do’ stanno?1

I signori frequentavano anche il piccolo e aristocratico Caffè del Benvenuto in via di Chiaja e vi prendevano il gelato, che si [p. 125 modifica]riteneva il non plus ultra del genere. Ed i provinciali, soprattutto i calabresi, avevano il Caffè delle Due Sicilie, ora d’Italia, e il Testa d’Oro, a Toledo, mentre gli studenti di Puglia frequentavano il De Angelis e quelli di Basilicata il Salvi, pure a, Toledo, ma più particolarmente i caffè degli studenti eran quelli di Foria e di via dei Tribunali. Un manipolo di persone colte, professori e studenti, si cominciò a riunire nei primi mesi del 1869 in un piccolo e umile caffè in via di Costantinopoli, seconda o terza bottega a sinistra di port’Alba, esercitato da un don Michele, del quale nessuno cercò mai di sapere il cognome. Un po’ alla volta, e definitivamente dopo la morte di Ferdinando II, ne crebbero i frequentatori ed erano tra questi: Angelo Beatrice, Luigi Amabile, Tommaso Vernicchi, Pietro Cavallo, Enrico Pessina, Giuseppe Laudisi, oggi deputato, Tito Livio de Sanctis, Giuseppe Buonomo, Peppino Volpe di Campobasso, geniale improvvisatore di versi faceti e genialissimo tipo; Gaetano Tanzarella di Ostuni, Niccola Pedicini, Vincenzo e Nunziato Tandurri, Pasquale Trisolini, Ferdinando Mele, Francesco Vizioli e Antonio Galasso, il quale, ancora giovanissimo, si era rivelato di gran valore nel concorso al grande archivio di paleografia greca. Erano meno assidui Francesco Fede, Luigi de Crecchio, Domenico Capozzi, Aniello d’Ambrosio, Raffaele Maturi, Giustino Mayer, Basilio Assetta, Giuseppe Polignani, Giuseppe Lombardi, Ugo Petrella, Amilcare Lanzilli, Beniamino Cannavina, e i suoi fratelli Florido e Leopoldo, Fedele Cavallo, Rosario Ciocio, Vincenzo Tenore, Beniamino Marciano, Carlo Contrada: tutti giovani pieni di fede liberale, unitari convinti e che onorarono più tardi il Parlamento, l’Università e le pubbliche amministrazioni. Il Laudisi, caldissimo e imprudentissimo, andava a leggere i giornali francesi in quel caffè, che, per l’assiduità dei frequentatori e la costanza delle parche abitudini, fu battezzato dal Beatrice: Caffè della Perseveranza. I fogli francesi erano al Laudisi forniti da Buteaux e D’Aubry, librai al vico Campana. Emanuele Paolucci, cancelliere di polizia e famoso sciaradista, era pur egli de' frequentatori di quel caffè. Da principio fa creduto una spia, ma ingiustamente, perchè ai suoi superiori dava a credere che quei giovani si radunassero per comporre e sciogliere sciarade. E quando la polizia, per accertarsene, vi mandò una vera spia travestita, questa non udì parlar d’altro che di pranzi [p. 126 modifica]squisiti e di sciarade pornografiche, nelle quali il Volpe era maestro insuperato. Fu il Paolucci, che, riconosciuto il nuovo visitatore, ne aveva avvertiti i compagni. E il Volpe giunse sino al punto di dare ad intendere alla spia, che preterito derivasse da prete e rito, e parrocchiano da occhi e ano! Dopo una ventina di giorni di canzonatura, la spia dovè battere i tacchi.

Altri caffè, dove si riunivano giovani liberali, eran quelli della Gran Brettagna, allo Spirito Santo e del Cipolla, al palazzo De Rosa. Vi convenivano Ottavio Serena, Tommaso Sorrentino, Luigi de Crecchio, i fratelli Tufari, Carlo Padiglione, Leopoldo de Bernardis e quello stesso Peppino Volpe, che improvvisava epigrammi e sciarade. In una sera del marzo 1859, i frequentatori erano più numerosi del solito e ridevano sgangheratamente, udendo il Volpe che metteva in versi un manifesto di libraio. Ad un tratto, il caffè fu invaso da birri, e il Campagna, che li guidava, comandò a tutti di non muoversi, anzi di spogliarsi completamente. Il terrore, che invase i malcapitati, fu solamente temperato dalla situazione oltre ogni dire comicissima, nella quale si trovò il Volpe, che, corpulento com’era, non trovava modo di spogliarsi nè di rivestirsi. Furono perquisiti, ma non si trovò nulla.

Altro caffè di qualche rinomanza era quello dei Commercianti, a Fontana Medina, frequentato dalle persone della vicina Borsa. Il Caffè Buono, celebre nel 1848, era già sparito e di altri caffè di qualche celebrità, oltre quelli che ho citati, non ve n’erano altri, perchè la frequenza abituale in queste botteghe non cominciò che dopo il 1860; nè allora vi erano birrerie, e molto meno restaurants nei caffè. Il pasticciere svizzero, che primo aprì bottega nel 1858, fu lo Spiller, al palazzo Berio, dov’è ora il Caflisch e fece fortuna. Erano a Toledo molti altri pasticcieri, ma tutti napoletani, e su loro portava la palma il Pintauro, con le sue celebri sfogliatelle, rimasto al suo posto fra tante vicende.

Famosissime le pizzerie, fra le quali bisogna ricordare quella antichissima in via Sant’Anna di Palazzo che, per i napoletani, è ancora la via di Pietro il Pizzaiuolo, e contava allora più di un secolo di vita, ed è sopravvissuta a tante vicende. Altre due pizzerie, anche molto frequentate, erano quelle al vicolo delle Campane e al vico Rotto San Oarlo, dove i modesti frequentatori del massimo teatro napoletano, e anche i letterati del tempo [p. 127 modifica]solevano andare a far il cenino e a discutere sulle impressioni dello spettacolo.


Ma le strenne, le polemiche letterarie e i teatri non erano più la sola occupazione del pubblico, come una volta. Le notizie politiche, con la coda delle iperboli, di cui era magno artefice quel buono, loquace e immaginoso Teodoro Cottrau, tenevano il primo posto, nonostante gli arresti e le così dette retate. Le notizie politiche date dal Comitato dell’Ordine, che rappresentò la prima organizzazione delle forze liberali, e fuse insieme gli elementi mazziniani, piuttosto scarsi, gli elementi moderati e monarchici, più numerosi e autorevoli, e i giovani più ardenti, i quali non vedevano salute che nel Piemonte, erano comunicate nello stabilimento musicale di Teodoro Cottrau, ai frequentatori di esso, ed a Giuseppe Gravina, e questo bastava perchè in poco tempo tutta Napoli ne fosse piena. Il Gravina, che fu dopo il 1860 ispettore di pubblica sicurezza, era d’inesauribile credulità e di più inesauribile iperbole. Se ne raccontavano tante di lui, che una vai la pena di registrare. Al Congresso degli scienziati di Napoli convennero uomini insigni d’ogni parte d’Italia, e ci venne, tra gli altri, di Toscana, il celebre geologo Targioni Tozzetti. Il Gravina, giovanissimo, ch’era smanioso di discorrere e di darsi importanza, diceva a tutti: “Ho conosciuto Targioni ch’è uomo dotto assai, ma Tozzetti è superiore a Targioni„. Da allora gli rimase il nomignolo di Tozzetti, e lui andava in bizza. Ora è vecchio e in riposo. Ogni volta che vede un antico amico, gli corre incontro, lo bacia e piange. Egli e Teodoro Cottrau furono gl’ iperbolici e instancabili organi del partito liberale, dal 1859 al 1860. Il negozio del Cottrau, in piazza San Ferdinando, divenne via via il maggior centro di propaganda liberale, una vera fucina di notizie esagerate o addirittura inventate. Frequentavano quel negozio molti liberali, e ricordo, tra gli altri, Fedele de Siervo, che dopo il 1860 fu sindaco di Napoli ed oggi è senatore; Niccola Attanasio, che fu prefetto e morì povero e dimenticato; Niccola Ercole, allora giovanissimo e cognato del Cottrau; Beniamino Caso che fu deputato di Piedimonte, il marchese Ercole Cedronio, Giuseppe Rosati, Cammillo Caracciolo, Giuseppe e Attilio de Martino e tanti altri. Cottrau fu più volte chiamato dalla polizia, e rispondendo [p. 128 modifica]ch’egli era francese e amico di Brenier, non fa mai arrestato. Dopo la morte di Ferdinando II, la polizia non ebbe più continuità. Nei pochi mesi che vi stette a capo l’Ajossa, si rinnovarono gli eccessi, ma a intermittenze e le celebri retate si compivano ordinariamente verso la mezzanotte. I feroci circondavano un caffè, ritenuto sospetto e arrestavano quanti vi eran dentro e li menavano alla prefettura, dove i più fortunati se la cavavano con una lavata di testa, che loro faceva il commissario, ovvero, se provinciali, con lo sfratto da Napoli. I più tapini erano chiusi alla Vicarìa o a San Francesco, in attesa d’un giudizio che non veniva mai. Una sera del febbraio, la polizia, facendo una retata nel caffè Testa d’oro, arrestò, fra gli altri, alcuni dei più noti borbonici usciti allora dai Fiorentini. Se ne rise molto e il commissario fu punito. Un’altra sera, in una retata al Caffè De Angelis, vi capitò don Niccola Gigli e lo scandalo fu più enorme, perchè il Gigli era stato ministro nel 1849 ed era di sicura fede borbonica. Ma alla polizia non riusci mai di scoprire la sede del Comitato dell’Ordine, e solo potè arrestarne più tardi i componenti più audaci. Una delle ragioni del successo di questo Comitato fu il suo nome, felicemente escogitato dal giovane studente Giuseppe Lombardi di San Gregorio Magno, uno dei più operosi, anzi dei più temerarii nelle cospirazioni di quell’anno. Il Comitato dell’Ordine si riuniva nei primi tempi in casa di Giuseppe Lazzaro, e ne fecero parte Gennaro de Filippo, Cammillo Caracciolo, Giacinto Albini, Francesco de Siervo, Pietro Lacava, il Lombardi e pochi altri, i quali rappresentavano, come ho detto, la fusione delle forze liberali. Maraviglioso fu l’effetto della parola Ordine, dato a un Comitato rivoluzionario, il quale aveva un piccolo timbro a secco, che il Lombardi custodì fino a quando non fu costretto ad emigrare anche lui.

Levò gran rumore l’arresto di Enrico Pessina, di Giovanni de Falco, di Giuseppe Vacca, di Gennaro de Filippo, di Federico Quercia, di Giuseppe de Simone e di Gaetano Zir, notissimi, alcuni per posizione sociale, e altri per valore d’ingegno. Qualche mese prima Ferdinando Mascilli, che, dopo l’attentato di Agesilao Milano, era stato per circa due anni chiuso senza processo nel carcere di Santa Maria Apparente, aveva ottenuto, per ispeciale intercessione del Cianciulli zio della moglie, di esser confinato a Capri, nè da quell’isola tornò prima della [p. 129 modifica]costituzione. Gli arrestati furono la mattina seguente quasi tutti imbarcati sul Vatican, e con decreto d’esilio indefinito dal Regno, fatti partire alla volta di Livorno. Il Vacca e il De Falco ottennero di emigrare a Roma. Fu arrestato anche il prete Perez, ex-gesuita, in casa del quale si stampò per qualche tempo il giornaletto clandestino, Il Corriere di Napoli, i cui caratteri di piombo erano stati rubati a spizzico in varie tipografie. Il giornaletto era perciò un ammasso di caratteri diversi. La cassetta coi caratteri andava ramingando di casa in casa, e spesso la polizia perquisiva una casa, quando la cassetta n’era partita, ma scovatala finalmente presso la famiglia Forte, arrestò tre fratelli e tre sorelle di questa famiglia. La pubblicazione del Corriere di Napoli, tanto utile in quei giorni alla causa liberale, fu uno dei maggiori e più utili lavori del Comitato dell’Ordine.

Un episodio curioso. All’Immacolatella, mentre gli arrestati s’imbarcavano, un marinaio domandò a un altro chi fosse quel giovane pallido e con la zazzera, che si mandava in esilio; e, rispostogli che era il Quercia, il migliore scrittore di giornali, che avesse allora Napoli, quel marinaio esclamò: “Com’è f... ’o Re; ’o manna fora, pecchè chillo ’o pitta meglio„.2

L’esilio del Quercia e dei suoi compagni fu dovuto, si disse, a suggerimento del conte d’Aquila, capo della camarilla. Questi faceva finte carezze al Quercia, sino a confidargli il sospetto che un articolo dei Dèbats sulla camarilla di Corte, e segnatamente su di lui, dipinto come nemico astioso di ogni libertà, fosse stato scritto a Napoli. Il Quercia naturalmente negò, e nella notte venne arrestato. Ma la profezia del marinaio dell’Immacolatella doveva avverarsi, perchè il Quercia, giunto a Firenze, fu invitato a scrivere nella Nazione, dove già collaboravano altri tre esuli napoletani, Spaventa, Settembrini e Nisco; e d’allora furono in quattro a ripetere sulle colonne di quel giornale, non doversi dar tregua ai Borboni di Napoli, e a dipingerne il governo con i colori più tristi. Pessina fu nominato professore di diritto penale a Bologna.

Furono banditi più tardi Giuseppe Fiorelli, segretario particolare del conte di Siracusa, Cammillo Caracciolo e ultimo, nel [p. 130 modifica]maggio, Luigi Indelli, il quale, dopo una fuga avventurosa, riparò a Livorno. Più tardi vennero arrestati via via il marchese Rodolfo d'Afflitto, il barone Giuseppe Gallotti, Antonio Capecelatro, i fratelli Carlo e Luigi Giordano, Giuseppe Saffioti, Giuseppe Ferrigni, il marchese di Monterosso e Stanislao Gatti, che furono rilasciati dopo poco tempo, ad eccezione dei Giordano e del Saffioti, i quali ebbero prigionia più lunga. I Giordano villeggiavano alla villa Forino a Portici e vennero arrestati dall’ispettore Castaldi nella notte dal 28 al 29 settembre, dopo una minuziosa visita domiciliare. La polizia non scoprì le carte più compromettenti, perchè nascoste in cantina, ma potè sequestrare alcune lettere di Carlo Poerio, di Giuseppe Pisanelli, di Francesco Stocco, di Ferdinando Bianchi, di Aurelio Saliceti, di Raffaele Mauro, e un memorandum dettato in francese da Antonio Ranieri e scritto da Gabriele Costa, memorandum che il giorno seguente avrebbe dovuto essere consegnato a Brenier, il quale villeggiava a Castellamare. Arrestati, furono condotti a Santa Maria Apparente, che rigurgitava di liberali, e dove la prima sera, da alcuni popolani di San Giuseppe furono a loro e agli altri condetenuti, mandati cinquanta gelati, che la polizia fece tornare indietro. Un’altra visita eseguì la polizia nell’appartamento loro a Napoli e vi sequestrò persino un ritratto ad olio, opera del pittore Andrea Cefaly, il quale rappresentava Carlo Giordano nell’atto di leggere il Siècle. I Giordano scelsero a difensore Federico Castriota, il quale voleva associarsi l’avvocato Francesco de Luca, che più tardi fu deputato di Sinistra e notissimo massone, ma il De Luca prima accettò e poi non volle più saperne. Essi uscirono da Santa Maria Apparente due giorni dopo la Costituzione.

Insieme con loro fu arrestato anche il barone Genovese, il quale, stupito del suo arresto, chiese ai feroci se per caso non fosse mutato il governo. Avrebbe dovuto essere arrestato, pare incredibile, anche Gaetano Filangieri, figliuolo del principe di Satriano, le cui dimissioni da presidente dei ministri e da ministro della guerra, erano state accettate ufficialmente il 31 gennaio. Ma la cosa parve enorme, essendo Gaetano Filangieri gentiluomo di camera, e il mandato non fu eseguito. Ci fu anche ordine di arresto per il principe di Camporeale, e un commissario andò ad eseguirlo. Il principe, come Pari di Sicilia, aveva votata nel 1848 la decadenza della dinastia dei Borboni, [p. 131 modifica]e aveva fama di liberale. Si trovava quella sera in sua casa il ministro di Spagna, Bermudez. Fu detto al commissario che il principe era assente, mentre invece stava in casa. Il commissario non lo credette, penetrò nel salotto e chiese chi fossero i due signori che vi trovò. Bermudez rispose, declinando la sua qualità di ministro di Spagna, e soggiunse che l’altro era il suo segretario. Il poliziotto fece un inchino ed uscì, ma non persuaso della cosa, aspettò giù nel portone che il Bermudez andasse via, e gli tenne dietro sino al palazzo della legazione di Spagna. Col Bermudez uscì anche il principe di Camporeale, che passò quella notte e altre successive alla legazione di Spagna, sino a quando non potè lasciar Napoli.

Un’altra burla fu fatta alla polizia da Luigi de Gennaro, genero del Ferrigni, e che abitava col suocero. Si sapeva che il Ferrigni sarebbe stato arrestato; e quando i birri andarono a casa sua e chiesero di lui, si presentò loro il De Gennaro e disse: Eccomi qui, son io; e avendo quelli osservato che era troppo giovane, donna Enrichetta Ferrigni, signora di vivace ingegno e sorella di Antonio Ranieri, rispose loro seriamente: “L’ingegno e la fama non si misurano dai peli del mento„. E così arrestarono il supposto Ferrigni e lo condussero in prefettura; ma qui giunto e introdotto dal prefetto di polizia, fu scoperta la burla. Il giovane De Gennaro se la cavò con un mesetto di carcere, e il Ferrigni, che prima riparò in casa di Giovanni Manna e poi dai Craven, ottenne che il mandato d’arresto non avesse seguito. Ma quegli arresti non facevano più paura, anzi si disse che qualcuno si fosse lasciato arrestare, o fosse fuggito a sfogo di vanità. Si sentiva nell’aria che i tempi erano mutati e accennavano a mutazioni maggiori. Non vi furono processi, e molti arrestati vennero posti in libertà, quando il generale Caracciolo di San Vito, nei primi giorni di giugno, fu nominato direttore di polizia, e l’Ajossa fu licenziato come un cattivo servitore. Dopo che lasciò l’uffizio, andava protestando, che molti di quegli arresti erano dovuti alla polizia occulta, rappresentata da Nunziante e da Scaletta; ed è caratteristico un colloquio, che egli ebbe con Gaetano Filangieri, e che riferirò più innanzi.

Memorabile fu la settimana santa di quell’anno. Il Re, la Regina e i principi in gran lutto, seguiti da numerosa [p. 132 modifica]Corte, uscirono a piedi dalla Reggia il giovedì santo e andarono prima a San Francesco da Paola, dove ebbe luogo la cerimonia della lavanda, che il Re volle personalmente eseguire. Nelle ore pomeridiane visitarono i sepolcri, sempre a piedi, traversando Toledo due volte, tra la generale curiosità. Il 19 marzo andarono in forma pubblica a San Giuseppe dei Nudi, pregarono in quel santuario e presero la benedizione. Anche nei momenti di maggiori ansietà politiche, non mancarono a nessuna cerimonia religiosa. E sin nel maggio, tre giorni prima dello sbarco di Garibaldi, si recarono in forma pubblica al duomo e pregarono nella cappella di San Gennaro, e due giorni avanti erano stati alla processione della traslazione delle reliquie.

Le mutazioni delle autorità in Napoli si succedevano un po’ alla volta. Ricordo le principali. All’intendente di Napoli, Cianciulli, nominato consultore di Stato, fu sostituito il principe d’Ottaiano, don Giuseppe de’ Medici, sopraintendente generale di salute. Con la sostituzione del Cianciulli disparve la triade caratteristica degli ultimi anni di Ferdinando II, la triade dei famosi soprannomi, imposti dal Re; Carafa (il sindaco), Torquato Tasso; Cianciulli (l’intendente) 'O trommone dell’acquaiuolo, e Troja (presidente dei ministri) Sant’Alfonso alla smerza.

Con lo stesso decreto, che nominava il principe d’Ottaiano intendente di Napoli, il 25 febbraio, fu istituita una commissione edilizia, per presentare un “disegno generale di tutti i miglioramenti ed ampliazioni, da portarsi all’abitato della città di Napoli, tanto con la formazione dei nuovi quartieri e rioni, che con l’apertura di nuove strade e piazze, e con la rettifica delle attuali„. Ne fu presidente il Rosica, direttore dell’interno e vi appartennero l’ex intendente Cianciulli, il nuovo intendente principe d’Ottaiano, il sindaco, principe d’Alessandria, don Antonio Spinelli di Scalea, il barone Giacomo Savarese, il generale D’Escamard, don Benedetto Lopez Suarez e ne fu segretario l’ingegnere Luigi Oberty. Parecchi ingegneri del corpo di acque e strade furono destinati alla dipendenza della commissione, che doveva principalmente studiare l’allargamento della città dal lato orientale, fra l’Arenaccia, Poggioreale, lo Sperone e il mare; progettare un nobile accesso al duomo e rettificare la salita del Museo, allora assai malagevole. La commissione si mise all’opera con molto buon volere, distinguendosi sopra tutti [p. 133 modifica]Giacomo Savarese, fratello di Roberto, uomo d’ingegno acuto e vario, che ebbe autorità, prima tra i liberali, poi tra i borbonici, e finalmente tra i malcontenti e i disillusi del nuovo ordine di cose. Era dotto in materie economiche e finanziarie. Di natura scettica e sarcastica, ostentava una gran fede nella virtù e gli piaceva motteggiare su tutto. Si raccontava che, durante la guerra di Crimea, a Ferdinando II che un giorno gli chiedeva da qual parte dei contendenti fosse il buon diritto, rispondesse: “Maestà, per dare un giudizio, bisogna sapere prima chi sarà il vincitore„.


La gaiezza della vita di Napoli in quei mesi fu pari a quella di Palermo, dove gli ultimi inverni del 1859 e del 1860, nonostante le continue agitazioni politiche, furono i più allegri, soprattutto nell’alta società, la quale cominciò a divenire un campo meno chiuso, ammettendo nel suo seno i borghesi più ricchi, e anche i nobili di recente creazione. Benchè l’odio per i napoletani continuasse nella sua maggior intensità, i più alti rappresentanti del governo non furono mai messi da parte dalla società aristocratica. La Reggia seguitò ad essere frequentata forse più ancora che ai tempi di Filangieri, e il principe di Castelcicala, i direttori e Maniscalco, primo fra tutti, nonchè gli alti ufficiali dell’esercito erano simpaticamente ricevuti nei grandi saloni patrizii, così come molti signori siciliani seguitavano a popolare le anticamere delle Reggie di Napoli e di Caserta, spillando beneficii e onori. E da ripetere che, in occasione del matrimonio del duca di Calabria, furono parecchi i giovani dell’aristocrazia chiamati a coprire cariche di Corte. La vita dell’aristocrazia era vivace e allegra, e si affermava con balli, conviti e matrimonii, così come quella del popolo aveva le sue maggiori manifestazioni nelle feste religiose, massima fra tutte quella di Santa Rosalia, che assumeva il carattere di vero avvenimento in tutta l’Isola. I particolari di quella festa sono stati testè raccolti, con lodevole diligenza e illustrati con acuta erudizione, da Maria Pitrè:3 una signorina di rara cultura e d’ingegno eletto, che porta degnamente il nome del padre. Il maggior matrimonio di quell’anno fu quello della Stefanina [p. 134 modifica]Starrabba di Eudini. Ella sposò nell’ottobre del 1859 il conte di Caltanissetta, primogenito del principe di Paternò, e benchè il matrimonio di lei non avesse tutta la pompa, che circondò le nozze di sua sorella maggiore, Caterina, la quale, due anni innanzi, aveva sposato Federico Gravina di Montevago, grande di Spagna e noto col vezzeggiativo di Fifì, nondimeno se ne parlò molto per alcuni aneddoti esilaranti. Si ricordava che al padre di Fifì furono rivolte una sera dalla principessa di Radaly, che lo sorprese nel suo giardino, mentre compiva un’operazione molto .... prosaica, queste argutissime parole: “Je savais que les grands d’Espagne pouvaient se couvrir, pas se découvrir!„ Ma l’aneddoto principale del matrimonio della Stefanina fu invece quest’altro. Il principe di Paternò, padre dello sposo, era uno dei tipi più bizzarri del patriziato siciliano. Il matrimonio fu compiuto nella villa Rudinì all’Olivuzza, quella stessa che nel settembre del 1866 gli autori dei famosi tumulti incendiarono, e che il municipio di Palermo indennizzò al marchese Di Rudinì, allora sindaco. Accostandosi l’ora della cerimonia, il principe non si vedeva comparire. E il figliuolo, non senza preoccupazione, corse a casa e trovò che il padre dormiva della grossa, avendo tutto dimenticato. Si vestì allora in furia e comparve alle nozze con pantaloni color pisello, panciotto giallo e giubba amaranto: una toilette fatta apposta per suscitare, come suscitò, la maggiore ilarità. Nè volle che la carrozza, la quale doveva portare gli sposi a Santa Flavia nella magnifica villa Paternò, fosse scortata dai compagni d’arme, come il bonario don Franco aveva ottenuto da Maniscalco; e poi quasi li sgridò, quando gli sposi si affacciarono al balcone della villa, per rispondere a una dimostrazione assai caratteristica da parte della gente che si affollava sulla strada. La sposa, a ventitre anni, era nel fiore della bellezza e lo sposo ne contava trentotto. Divenuto principe di Paternò dopo la morte del padre, Corrado Moncada fu nominato senatore del Regno d’Italia nel 1892 e mori a Napoli nel 1895, a settantaquattr’anni. Il presente deputato di Augusta, conte di Cammarata, è il suo secondo figliuolo.


Poche le botteghe di barbiere, chiamate come a Napoli, “saloni„. I migliori erano reputati quelli del Serù e del Messina al Toledo, sull’angolo di via Mezzani e presso il Duomo, e di [p. 135 modifica]Bastiano Ballo in via Macqueda. Primo sarto per gli uomini, Giorgio Amabilino, che faceva onore al suo nome, tanto era gentile e squisito, e Ferdinando Calvi; per le signore, Luigi Milazzo e la celebre Calabro, che aveva carrozza propria. Sarto accreditato era anche il Ciralli, la cui notorietà salì addirittura a celebrità, a causa di una clamorosa barruffa succeduta in sua casa, in occasione di un matrimonio. Spentisi i lumi, corsero bastonate alla cieca e venne fuori un motto, che tuttora vive: Finire a festa di Ciralli. Botteghe di moda erano quelle di monsieur Merle e del Langer a Toledo, per chincaglierie e gioielli; dell’Hugony, del Cardon e del Senés per profumerie; del Santoro e del Lodi per guanti e cravatte. Il Cardon aveva per insegna di bottega: l’ami des enfants, perchè vendeva anche giocattoli. La prima casa editrice era quella della ditta Pedone, che cominciò con Giovanni, associatosi prima ad Antonio Muratori e poi al Lauriel, e divenuta celebre in tutto il Regno delle Due Sicilie per le sue belle edizioni. Aveva bottega con annessa biblioteca in piazza Bologni. Ma le più belle edizioni furono fatte in quegli anni da Francesco Lao, editore del Giornale di Sicilia e singolarmente protetto dal generale Filangieri, il quale gli fece stampare, con eleganza di tipi, la Scienza della legislazione del padre, che figura pubblicata a Parigi e che si vendeva al prezzo di una piastra, benché fosse libro proibito! Il Lao, che aveva la tipografia in via Celso, fu indiscutibilmente il primo tipografo, ed anche un po’ editore, dell’Isola, guadagnò molto e morì in miseria.

Avvocati principi nel fôro civile erano Scoppa, Viola, Belila, Napolitani, Agnetta, Di Marco e Todaro. Il Di Marco fu deputato nella prima legislatura per il collegio di Corleone, e del Todaro si è discorso. Nel fôro penale portavano il primato per dottrina, integrità e coraggio civile, il marchese Maurigi, il quale, mutati i tempi, fa procuratore generale della Cassazione di Palermo e senatore, Giuseppe Mario Puglia, del quale si è pure discorso, ed anche Gaetano Sangiorgi, che ebbe parte notevole dopo il 1860, morì senatore del Regno e fu fratello ad Antonio, morto l’anno scorso, primo presidente della Cassazione di Palermo e senatore egli pure. Il Maurigi era padre del presente deputato. Fra i medici celebri, oltre al Gorgone, al Pantaleo e a don Antonino Longo, che contò come clinico valoroso, e oggi fa [p. 136 modifica]maraviglia come possa esser stato tenuto per tale, si contava Gaetano La Loggia, il quale, benché notoriamente liberale, non soffrì molestie dalla polizia, avendo curato e salvato il primo figlio del Maniscalco. Il La Loggia, eccellente uomo, era anche celebre per una delle più madornali dimenticanze, che richiama quella del principe di Paternò: la sera delle sue nozze dimenticò che doveva andare a sposare, e gl’invitati e i fratelli della sposa dovettero correre a cercarlo di qua e di là per tutta Palermo! Aveva reputazione anche il Cervello, già professore di matematica, come il suo amico e collega Giuseppe Coppola, e poi di materia medica all’Università; a lui è succeduto degnamente il figliuolo Vincenzo.

I caffè erano pochissimi, non essendovi abitudine di frequentarli, anzi non erano molto stimati coloro che li frequentavano. Più noti, l’Oreto in piazza Marina e il Sicilia in via Toledo. Il primo esiste tuttora nella sua caratteristica modestia, e il secondo ha cambiato nome. I nuovi tempi non hanno mutate le abitudini, e di caffè, dopo il 1860, non ne son sorti che due soli: uno ai Quattro Canti di campagna, e uno presso ai Quattro Canti di città, detto il Progresso. Nei nuovi tempi si aprì il Caffè Bologni, sotto il palazzo Riso, che fu vera fucina elettorale. Quivi si riunivano i caporioni di parte democratica, e quivi si battezzavano consiglieri comunali e si criticava l’opera delle amministrazioni del comune. Naturale che i critici più arrabbiati fossero quelli, cui gli amici pervenuti al potere negavano l’elezione a qualche pubblico uffizio, o un qualunque favore, o magari un biglietto per feste al Municipio o per i fuochi d’artifizio, in occasione del festino. Sarebbe assai aneddotica ed oltremodo curiosa la narrazione della vita del Caffè di donna Rusidda, come era comunemente inteso dai frequentatori. I principali alberghi erano la Trinacria al fôro Borbonico, con ingresso dall’angusta via Butera e l’Hotel de France in piazza Marina; e chi volesse saperne di più, potrebbe consultare la celebre guida di Sicilia, che pubblicò nel 1869 il padre Salvatore Lanza, o meglio, la Guida istruttiva per Palermo e suoi dintorni del beneficiale Girolamo di Marzo Ferro, regio cappellano dei reali veterani. Come guida pratica anzi, sarebbe preferibile questa, riprodotta su quella di don Gaspare Palermo e che si legge con vivo interesse anche oggi. Ma questi alberghi, particolarmente i secondarii, lasciavano molto a [p. 137 modifica]desiderare, tanto che don Lionardo Vigo di Acireale, l’autore del Ruggiero, il siciliano più siciliano e più enfatico del suo tempo, facendo nel giugno del 1861 un viaggio nell’alta Italia, scriveva da Torino: “A Torino sono alberghi e trattorie di cui in Sicilia non si ha idea„.... E da Genova, il 4 luglio dello stesso anno: “Siamo barbari a lato a Genova„ . E persino parlando di Aci, sua patria, da lui tanto amata e cantata, scriveva dopo aver visto Como “Como è Aci gentile, Aci è Como selvaggio„; e da Milano, il 6 giugno 1861: “Torino è glaciale e francese; Milano è caloroso ed italiano„. Sono lettere caratteristiche scritte al padre, alla moglie e al figlio. Fu quella la prima e ultima volta, in cui il Vigo, sessantenne, lasciò l’Isola nativa.4


Il giuoco del lotto, ripristinato nelle provincie napoletane l’anno 1713, passò e si diffuse in breve tempo in Sicilia ove fu chiamato: Iocu di Napoli. La superstizione popolare siciliana lo favorì grandemente, e fin d’allora furono formulati dal popolo tutti quei proverbi e modi di dire caratteristici, che ancora rimangono. Nè solo il popolino giuocava, ma erano giocatori anche tutti quelli che costituivano la piccola borghesia, attratti dalla speranza di un grosso guadagno, e che volentieri si privavano ogni settimana di quanto non era strettamente necessario, e tentavano la fortuna. Così sorsero cabale, regole e controregole, alle quali con ardore e fiducia si applicavano le menti puerili e fantastiche di molti. I più reputati cabalisti erano per il solito, come sono oggi, i frati; e la cieca fiducia che essi riscuotevano, incitava molti a indossare la tonaca per sfruttare ancor meglio la superstizione popolare. Chi raggiunse maggior celebrità nell’Isola fu un tal frà Luigi, morto da una ventina d’anni, ma ancor presente alla memoria di molti. Ogni suo gesto, ogni sua parola venivano commentati, studiati diligentemente, e poi convertiti in numeri. Infiniti sono poi i metodi immaginati per favorire la vincita: la superstizione vi porta il maggior contributo con una caratteristica confusione di sacro [p. 138 modifica]e di profano. Si giuocano anche terni e ambi periodici: ogni anno il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio, si giuoca 4 (porco), 9 (santo) e 17 (giorno del mese). Dopo che si è giuocato, la credenza vuole che si custodisca religiosamente la polizza e la si ponga vicino ad un’immagine di San Giuseppe e si preghi il santo fervorosamente. La passione del lotto aveva dato origine a tutta una letteratura. Nel 1847 da Michele Valente si pubblicò a Palermo un libro intitolato: Dialoghi fra il Destino, la Fortuna, il Desiderio e il Capriccio, ovvero modo facilissimo di arricchire al lotto. Si pubblicava ogni anno L’Astrologia, almanacco di Rutilia Benincasa nata Fanfarricchio, una specie del celebre Barbanera di Foligno. Chi poi volesse saperne di più, può consultare la bellissima pubblicazione di Giuseppe Pitrè: Usi, costumi, credenze e pregiudizii del popolo siciliano: pubblicazione unica nel suo genere.


Vincenzo Florio, aprendo la Sicilia al mondo, aveva portato una rivoluzione nei patriarcali costumi dell’Isola. Se nel 1846 fu impiantata la prima navigazione a vapore fra Napoli e Palermo, e nel 1849 i primi vapori di Florio cominciarono a solcare i mari lontani, negli ultimi anni la Sicilia aveva comunicazioni dirette e periodiche con Genova, Livorno, Marsiglia e New-York, e due volte la settimana con Napoli, il che sembrava una grande fortuna. Nel 1856, a causa del tempo, per trentasei giorni Palermo non ebbe alcuna notizia dal continente e nessuno se ne maravigliò. Se prima del Florio era segnato a dito chi facesse un viaggio fuori l’Isola, cominciò poi ad accadere il contrario fra i signori e la ricca borghesia. Ma il nuovo amore per i viaggi all’estero (credo non vi sia esempio di villeggiature in Isvizzera e in Lombardia prima del 1860), non distolse i signori dalle loro tradizionali e magnifiche villeggiature della Bagheria, di Santa Flavia e dei Colli. A Bagheria erano le ville Butera, Palagonia, Valguarnera e la Certosa, dove il capriccio del vecchio principe di Trabia volle rappresentare in cera un’intera comunità di certosini e i personaggi più celebri del suo tempo. Intorno a un tavolo, in una colletta, siedono fra gli altri, in abito monacale, grandi al vero, Ferdinando I di Borbone, Luigi XVI e il principe di Butera. Tutti sono ritratti ed hanno la loro importanza storica. Il palazzo del [p. 139 modifica]principe di Palagonia, considerato dal Goethe come tempio della demenza, ha volte e mobili stranissimi, con sedie intarsiate di agate e dozzine di mostri, alla creazione dei quali non giunse neppure la fantasia dell’Ariosto. Quella villa fu venduta, con tutto il contenuto, dagli amministratori della eredità del principe di Palagonia e la vendita provocò scandali e diatribe, che andarono a finire in tribunale. Acquirenti ne furono i Castronuovo di Bagheria. Da qui a Santa Flavia la distanza è assai breve, e a Santa Flavia sono disseminate altre magnifiche ville, tra le quali quella dianzi ricordata del principe di Paternò. I dintorni di Palermo sono tutti un incanto, da qualunque punto si voglia guardarli, perchè non vi è città al mondo che offra tanta varietà di spettacolo. A vedere la città dalla parte del mare, si direbbe strozzata dai monti che la circondano: monti arsicci e scoscesi, dalle cime aguzze e stravaganti. Palermo non s’inerpica come Napoli su per le colline verdi, ma si distende in quella magica conca d’oro, offrendo tanti diversi spettacoli, quanti sono i punti dai quali si contempla e coi più strani effetti ottici. Il mare, cristallino e quasi etereo, forma lo sfondo di tanti quadri, i quali esaltano lo spirito e fanno levare un inno alla Provvidenza. E il piano di Palermo, sia salendo verso Monreale, sia verso i colli e le pendici del Pellegrino, fra Partanna e Mondello, sia verso Bagheria, anzi fino a Termini, è tutto una foresta di agrumi, popolata da borghi, più numerosi fra i Colli e Partanna. Borghi bianchi, in mezzo a giardini, dove vive una popolazione laboriosa, maliziosa e stranamente suscettibile, la quale dette il maggior contingente in ogni tempo alla mafia e alle sommosse palermitane, e dove non si sa concepire un uomo senza fucile, né altra giustizia che non sia la propria, quando si sia ricevuta una offesa, che non si creda di rivelare. Nel contemplare con un mio carissimo, da un vecchio fortilizio di Mondello, quella spiaggia e quei monti, si riceve la impressione che il capo Zafferano, a forma di cono sporgente dalle acque, fosse il punto estremo del monte Pellegrino: così bizzarri sono gli effetti ottici di quella marina, in una giornata di primavera.


Rivaleggiavano con Palermo, nella vita dei teatri, dei balli e delle villeggiature, le città di Catania e di Messina. Al Comunale di Catania andò in iscena nel 1868, con lusso di [p. 140 modifica]addobbi scenici, il Pirata del Bellini, con la Sutton. Quel teatro, dotato dal comune con 1600 ducati, rimaneva aperto quattro mesi dell’anno e ne era ordinariamente impresario don Cesare Tornabene, un elegante signore, il quale aveva pure un magazzino di vestiari. Il Pirata destò fanatismo. Diresse l’orchestra il maestro Rosario Spedalieri, e scenografo fu Carmelo de Stefano. L’anno innanzi era stata rappresentata la Straniera, con la Prati, col Bettazzi tenore, col Bandi baritono e vi ebbe ottimo successo. Dei trattenimenti, che in quegli anni destarono maggiore impressione e lasciarono più vivo ricordo, vanno ricordate le improvvisazioni, che nel 1862 vi fece la Giannina Milli. Il Comunale serviva per musica e prosa.

Tommaso Salvini, che fu preceduto nel 1854 dalla compagnia Domeniconi, la quale rimase mezzo decimata dal colera di quell’anno, andò la prima volta in Catania nell’ottobre del 1858, con la compagnia diretta dall’artista Cesare Dondini, nella quale era prima attrice Clementina Cazzola. Il Salvini recitò al Comunale e fu festeggiatissimo. Molta gente vi andava dalla villeggiatura e tornava la stessa sera, dopo la recita. Di produzioni furono date: Otello, Francesca da Rimini, Elisabetta d’Inghilterra, Le smanie della villeggiatura e La forza dell’amor materno. La sera del 9 ottobre ebbe luogo la prima recita, e quando il gran tragico apparve sulla scena, fu una pioggia di versi e di fiori.

Un sonetto dell’avvocato Emmanuele Rapisardi, fratello del pittore Michele, ebbe acerba critica per la forma e per un ingiusto rancore verso il proprio paese, che si vide trasparire in quei versi e che suscitò una polemica nel Giornale di Catania. E si ebbe ragione, perchè il sonetto era proprio questo:


A TOMMASO SALVINI.

(Acrostico)

Tristo quel cor, che ad ogni affetto è muto;
Onta a quel cor, che nella melma giace;
Muta è per essi ogni beltà verace;
Morta è l’arte; il sublime è sconosciuto.

Ad essi, di natura anco rifiuto,
Spenta è in eterno ogni celeste face;
Odiano il dì; la notte ad essi è pace;
Sol la forma han dell’uom, l’alma del bruto.

[p. 141 modifica]

A te però dinanzi or li vegg’io
Levati udirti, ed agitati e scossi
Veder per te, dirsi per te beati.

In te chi parla, se non parla un Dio?
Non son costor per te tanto commossi?
Il son color d’alto sentir dotati?


Le opere di musica erano a preferenza belliniane, in omaggio al grande maestro, la cui memoria esaltava ed esalta i catanesi, ma non fu prima del 1860, che Catania costruì un grandioso teatro, intitolandolo al sommo maestro e concittadino, al quale innalzò pure un monumento e ne trasportò le ceneri da Parigi.

Catania aveva, oltre ai suoi giornali, una specialità significante: un negozio di libri, con gabinetto di lettura, fondati l’uno e l’altro dal toscano Ettore Fanoi, il quale trasformò la libreria, come il Viessieux, in gabinetto di lettura, proprio nel centro della città, sotto la casa Vasta. Dei giornali, va ricordato il Giornale di Catania, che si occupava di politica estera, con gazzettino commerciale, rivista dei mercati, movimento del porto e teatri. Va anche ricordata la piccola rivista del gabinetto Gioenico, organo della celebre e antica accademia. Fondata nel 1834, visse fino al 1865, conservando lo stesso formato in ottavo, con copertina gialla e il motto: Prudens magis quam loquax. Era un giornale strettamente scientifico. Si pubblicava inoltre il Giornale dell’Intendenza, ufficiale per gli atti di ciascuna provincia, che veniva fuori a fascicoli ed era stampato in quello stabilimento del regio Ospizio, diretto da Crescenzo Galatola, il quale se non può proprio dirsi il fondatore dell’arte tipografica in Catania, che aveva da qualche secolo buone tipografie, ne è il maggior benemerito.

I clubs servivano anche da caffè, e in via Stersicorea, ai Quattro Cantoni, era quello dei nobili, col Caffè di Parigi, che bruciò nel 1862, e i Caffè Sicilia e Tricomi, tuttora esistenti, nonché il Casino della Borsa, dove conveniva l’alta borghesia e si davano memorabili feste da ballo. La vita sociale era animatissima, e in carnevale assai si gareggiava in maschere e balli. La casa, che raccoglieva la società più eletta, era quella del principe di Biscari, gran signore, munificente e stravagante. Vi convenivano quanti uomini illustri [p. 142 modifica]visitavano Catania, e Giuseppe Regaldi vi fu ospite gradito nel 1842. In casa Biscari esisteva pure un museo di antichità interessantissimo, cosi come ad Acireale il barone Pennisi possedeva un notevole medagliere. Non erano però queste le sole collezioni archeologiche private. Lo studio dell’archeologia fu sempre in grande onore non solo a Catania, ma in ’tutta la Sicilia. I catanesi avevano, come i messinesi, la passione della caccia e della villeggiatura, la quale cominciava ai primi di settembre e finiva ai Morti. Più che passione, era per essi una vera mania. Villeggiavano al Bosco, contrada, dove sono compresi i villaggi del versante meridionale dell’Etna, cioè Mascalucia, San Giovanni La Punta, Via Grande, Trecastagne e San Gregorio; e, tra le ville più eleganti, vanno ricordate quelle del principe di Biscari a Mascalucia, del marchese San Giuliano alla Leucatia e del principe Carcaci ad Aci Sant’Antonio, tappe di gitanti e di cacciatori e però divertentissime. È da ricordare anche la villa Currò a San Giovanni la Punta, aperta ai villeggianti dei borghi vicini.

Eccellevano tra le più belle signore del tempo la marchesa di San Giuliano, figlia anche lei del principe di Cassaro e madre del presente ministro delle poste; la signora Pettini, moglie dell’amministratore del principe di Manganelli; le sorelle Laura e Teresa Nani, la signora Elena Calì, nata San Giuliano, la signora Catalano, moglie del professore di diritto penale dell’Università e madre del defunto diplomatico. A Catania, come a Palermo, le signore non uscivano sole, o uscivano coperte col lungo e caratteristico manto di seta nera, quando andavano in chiesa o a far visite di confidenza; in carrozza non si adoperava il manto. La casa San Giuliano era anch’essa aperta alla più eletta società.

I giovani più eleganti del tempo erano il barone Pucci, il barone Pauli di Scordia, Matteo Sava di Belpasso e Ludovico Florio, che credeva di somigliare a Vittorio Alfieri e portava delle cravatte monumentali, come il tragico astigiano. Il barone Felice Spitaleri, il duca Pramestieri, il barone Saverio Landolina e i fratelli Casalotto venivano anch’essi considerati fra i signori più galanti; esisteva pure un gruppo di giovani, i quali avevano fama di vaghezza ed erano: un fotografo, chiamato Zurria, un dentista, chiamato Cacciaguerra e un avvocato Patti, onde si disse:

I tre belli della terra
Zurria, Patti e Cacciaguerra;

[p. 143 modifica]E poiché non bastavano, il poeta aggiunse:

Ma voi saper volete
Dove beltà riposa?
In Gaetan Mondello
E Salvator La Hosa,


perchè anche costoro la pretendevano a belli. E tra gli eleganti non va dimenticato l’ingegnere Niccolò Ardizzone, poeta satirico e parente del barone Spitaleri.

Catania, che possiede oggi quel giardino pubblico Bellini, indiscutibilmente uno dei primi di Europa, e il giardino fuori porta Uzeda, sul mare, non ne aveva nessuno prima del 1860. Suonava la musica alla Marina, fra la porta suddetta e il palazzo arcivescovile, e si fittavano le sedie, al grido burlesco tradizionale: Franchi di cimici, mentre i venditori di piccoli biscotti offrivano la loro merce, gridando: Nciminati ’n facci ’a musica. 5 Il popolo accorreva numeroso a sentire la musica, come correva numeroso in piazza Stersicorea, per assistere alle parate militari. Sulla piazza, dov’è ora il monumento al Bellini, sorgeva una statua di Ferdinando II; in piazza degli Studi e proprio innanzi all’Università, sorgevano le statue di Carlo III e di Ferdinando IV, e in piazza dei Cereali, quella di Francesco I. Di tutte queste statue oggi non ve n’è più una. 6

Meschine le locande. Va ricordata quella di don Salvatore Abbate, filodrammatico, il quale recitò con Salvini nell’ottobre del 1868. L’albergo più antico e forse migliore, era quello in piazza del duomo, dietro l’elefante; ma quando diluviava, ingrossandosi il fiume Amenano, che una volta scorreva nella città, e raccoglieva nel basso anche le acque delle colline vicino alla sua foce, i forestieri vi rimanevano bloccati. V’era pure la locanda della Colomba, che serviva ai ritrovi amorosi, e ancora esiste in via Zappalà Bozzomo.

Maestro di scherma più reputato era quel Blasco Florio, che [p. 144 modifica]aveva avuta la vivace polemica con l’Inguaggiato di Palermo, e la cui sala era frequentata dai giovani signori e dai borghesi più noti.

I negozianti principali a Catania erano Eduardo Jacob, Alfio Scuto, De Benedetto, Motta e Calogero Costanzo. Fra i negozi di tessuti di lana e generi esteri vanno ricordati quelli di Fischetti e di Gentile; e di tessuti indigeni di cotone, quelli di Dovi, Russo, Licciardello. Pregiati ed importanti erano i tessuti in seta, che si fabbricavano in larga scala e si mandavano in tutto il Regno. Rinomati i negozi dei fratelli Auteri che tenevano un’importante succursale a Napoli, e quelli di Fragalà. L’industria della seta, assai fiorente e fonte di lavoro lucroso per Catania, decadde dopo il 1860.

Quelli che non frequentavano i circoli, nè case private, solevano radunarsi la sera nelle farmacie, dove si fermavano sino a due ore dopo l’avemaria, in attesa che le persone di servizio andassero a prenderli all’ora designata con le lanterne, essendo scarsa l’illuminazione pubblica, la quale veniva aiutata dalla maggior parte dei padroni di casa, che sul loro portone accendevano il lampione. E dire che oggi è una delle città meglio illuminate d’Italia. La festa di Sant’Agata, aveva la curiosa specialità delle così dette Ntuppatelle, che erano le signore, le quali nascondendosi il volto col Manto, prendevano i signori a braccio, e si facevano condurre a passeggio e comprare dolciumi.

Si rifece vivo l’antico disegno d’irrigare la piana di Catania con le acque del Simeto. L’idea risaliva fino al 1826; ma nonostante gli illuminati eccitamenti di Giambattista Guarneri e di Carlo Afan de Rivera, non prese forma concreta, che nell’agosto 1846, quando l’ingegnere napoletano Enrico Dombrè presentò un progetto completo. Il governo di Napoli non l’approvò che nel marzo del 1852, per le insistenze di Filangieri. Si formò la società con un capitale di 180 000 ducati, inferiore di molto a tanta opera, per la quale occorreva una somma almeno di due milioni e mezzo. Cominciarono i lavori nel dicembre del 1868. Il primo arginamento venne eseguito presso la “Barca di Paternò„, e di là furono fatti partire i canali principali. Questi lavori non dettero però tutto l’utile che se ne sperava. Della nuova [p. 145 modifica]forza motrice fu utilizzata solo quella del canale destro, che muove anche oggi due mulini da grano; mentre la forza del canale di sinistra, di circa cento cavalli, rimase morta. Il Simeto è il maggior fiume di Sicilia, ricco di acque, soprattutto nella piana, a pochi chilometri dalla foce. Nè da allora si è fatto altro, nonostante che a Catania siano tutti convinti della necessità di quest’opera, che farebbe di quella piana feracissima e delle convalli superiori, la regione più ubertosa del mondo. Oggi i lavori incompiuti ammorbano l’aria, perchè alimentano una quantità di piante palustri lungo i condotti.


Era intendente della provincia il conte Angelo Panebianco di Terranova, il cui fratello, frate conventuale a Roma, fu creato cardinale da Pio IX nel 1861. L’intendente aveva fama di rigidezza eccessiva in politica, ma in verità non si ricorda alcun suo eccesso veramente biasimevole. Teneva bensì d’occhio i liberali e li molestava all’occorrenza, tanto da indurre Luigi Gravina, oggi senatore del Regno, a lasciar Catania nel 1852 e ad emigrare volontariamente a Malta. Il Gravina era stato aiutante di campo del generale Mierolawski. L’intendente nativo, come ho detto, di Terranova, apparteneva a ricca e civile famiglia, ma il titolo di conte l’ebbe da Pio IX, ad insistenza del fratello cardinale. Governò Catania circa nove anni, e fu tenuto in grande considerazione da Filangieri e da Maniscalco; da quest’ultimo soprattutto, il quale soleva scrivergli lettere autografe, che si aprivano con un pregevole amico, e si chiudevano costantemente: credetemi pieno di affetto. Le lettere difatti che gli scriveva, erano addirittura intime, e con lui si abbandonava a sfoghi e a confidenze, delle quali a nessun costo avrebbe onorato altri.

Nelle lettere, che vanno dal febbraio 1859 a pochi giorni dopo il tentativo della Gancia, si leggono periodi di questo genere: “Una mano di occulti demagoghi agitano a quando a quando il paese, ma non sono ignorati dal direttore di polizia. Io rifuggo dalle prigionie politiche, di un castigo, che nobilita per così diro della canaglia, che nulla sente di generoso e peregrino; li seguo da lunga mano, aspettando l’occasione di dare un colpo ardito„. — Dopo l’attentato contro di lui, l’epistolario ha un tono più severo, anzi addirittura minaccioso. — “Uno dei flagelli della Sicilia — scriveva in data 20 ottobre 1859 — sono i magistrati, che [p. 146 modifica]manomettono la giustizia e alimentano il malcontento„. E in altra del 10 novembre: “La magistratura disserve e non serve il governo, ed una delle fatalità del paese sta nella mala amministrazione della giustizia civile e penale„. E concludeva: “I tempi sono tristi, e non vedo ancora un raggio di speranza per uscire da tanti guai„. Il 21, scrive, più caratteristicamente: “La nobiltà palermitana mi onora del suo odio, per averla io calpestata, quando pensò di agitarsi: io mi rido di questa malvoglienza e di questi odii„. E in data del 29 dicembre, facendogli gli auguri per il nuovo anno, gli dice: “La mia salute risente ancora le conseguenze dell’attentato; il paese è materialmente in calma; i tristi si preparano ad una lotta, se ad essi verrà un ausilio dallo straniero. Noi li aspettiamo a piè fermo„. Per lui lo straniero era il Piemonte, e Garibaldi per esso, il cui nome ricorre più volte in questo epistolario, perchè Maniscalco si può dire intuisse ciò che avvenne pochi mesi dopo. Difatti, in una lettera degli 11 febbraio 1860, lunga e sempre tutta di suo pugno, scriveva: “Le vostre apprensioni sulle condizioni perigliose, nelle quali si trova la Sicilia, sono divise da me e da quanti sono attaccati alla causa dell’ordine. Io non temo un’insurrezione, ma temo d’uno sbarco di emigrati. Gli agitatori sanno che non si possono misurare colle forze del governo, e contano sull’ausilio straniero. La mala contentezza si fa sempreppiù maggiore e tutti credono l’autorità perduta. Dio salvi il Re ed il Regno e dia forza a noi per scongiurare i pericoli, che minacciano la quiete del Reame„ . E sette giorni dopo scriveva: “Palermo è agitata, ed io temo che fra non guari verremo alle mani con una gioventù dissennata. Il sangue ricada sul capo di coloro che provocheranno la lotta„. E alla fine di febbraio: “Lo spirito fazioso imperversa in Palermo, e si manifesteranno sintomi gravi. Io sono apparecchiato a tutto, e ricorrerò alle ultime estremità„. E il 13 marzo, con spirito profetico: “Qui v’è una certa calma, ma calma aspettante. La febbre politica ferve, e gli animi sono disposti ad un movimento. Nessun effetto hanno prodotto le ultime sovrane largizioni in Palermo„. Dieci giorni prima del tentativo della Gancia, scriveva: “Il paese sta sulle bragi e si fanno sforzi sovrumani per contenere i rivoluzionari. La rivoluzione di Sicilia è aspettata in Italia. Dio ci aiuterà ed il nostro buon Re, il cui senno è superiore alla età Sua, saprà scongiurare la procella„.

[p. 147 modifica]E, quindici giorni dopo, in data del 20: “L’insurrezione è vinta dappertutto, ed ora non resta che consolidare l’ordine che fu, ove più ove meno scosso. La vostra provincia è stata ammirevole; siane lode alla vostra operosità„.7


Della vita sociale di Messina ho avuto occasione di parlare, narrando l’ultimo viaggio di Ferdinando II, nel 1862. Messina grazie al porto franco e agli altri privilegi di cui godeva, gareggiava con Palermo nello splendore di quella vita, e per alcuni riguardi la superava. Città soprattutto mercantile e signora dello stretto, grande e storica via fra l’Oriente e l’Occidente, il suo ceto più influente e operoso era quello dei commercianti e dei banchieri. Benchè desolata prima dal bombardamento del 1848 e poi dal colera del 1854, che vi fece strage, non perdette mai il suo aspetto di città gaia e ospitale. Fra le più belle signore del tempo erano la Giulia Grill Clausen, figlia del console danese Clausen e moglie di Paolo Grill, negoziante ricchissimo, rappresentante la ditta Valser; la signora Di Cola, la maggioressa Piccirilli, e fra le più belle signorine, le Parlato e le Fischer. Principe fra gli avvocati, Vincenzo Picardi, padre di Silvestro, oggi deputato di Messina.

Messina, non centro di studii, benchè avesse un’Università, era di tutte le città dell’Isola la meno isolana. La sua vicinanza al continente, le antiche e non mai interrotte relazioni sue con Napoli, dettero sempre a Messina una fisonomia propria, dissimile soprattutto da quella della rivale Catania, stretta dall’Etna e dal mare. Le colonie di commercianti stranieri, soprattutto tedeschi, congiunsero Messina ai più lontani paesi e le dettero consuetudini e gusti cosmopoliti, ingentilendone i costumi e le idee. In quegli anni i suoi commerci fiorirono e il porto franco fu una miniera d’oro. Se parecchi messinesi ebbero in ogni tempo l’amore della libertà e dell’indipendenza, questo era per i più un amore piuttosto platonico; il popolo non odiava i Borboni e ne die una prova nell’ultimo viaggio di Ferdinando II. Popolo inclinato anch’esso all’iperbole, la sua fede religiosa aveva bisogno di manifestarsi con pompe straordinarie e quasi inverosimili. So i pregiudizi per la jettatura erano pari a quelli di Napoli, la [p. 148 modifica]divozione per la Madonna della Lettera, patrona della città, e per l’Assunta, superava forse quella di Palermo per Santa Rosalia e di Catania per Sant’Agata. E più radicata v’era la tradizione del soprannaturale, poichè davvero la Madonna, che, dall’opposta riva di Reggio, scrive ai messinesi una lettera in lingua ebraica, da San Paolo tradotta in greco e da Lascari in latino, e comincianto con le parole: vos omnes fide magna, e ne affida il recapito a San Paolo stesso, varca di molto i limiti anclie del miracoloso. Le processioni vi erano frequenti, lunghe e solenni, e vi solevano parte cipare gentiluomini recanti ceri accesi, uniti alla folla e alle numerose congreghe; ne mancavano poi magnifiche luminarie e fuochi pirotecnici sul mare, come in tutta la Sicilia. Questa fede religiosa, che si nutriva di pompe esteriori, non era, bisogna riconoscerlo, senza radice vera nelle coscienze dei messinesi. La donna, popolana, borghese o patrizia, era madre esemplare, figliuola devota e quasi sempre moglie fedele ed onesta. La mafia, che in Palermo e in altre parti dell’Isola aveva diffusione quasi in ogni ordine sociale, era poco diffusa a Messina, dove si è anche oggi più sinceri, più espansivi e meno violenti. Benché gelosi, come tutti gì’ isolani, nei messinesi la gelosia appariva meno. Nei teatri, nei passeggi pubblici, nei balli, le abitudini, borghesi od aristocratiche, erano affatto continentali. Non accadeva di vedere, come in altre città della Sicilia, entrando in una sala da ballo, gli uomini da una parte e le signore dall’altra. E ciò perchè, come ho detto, i contatti con gli stranieri avevano cancellato quasi interamente il ricordo de’ vecchi costumi, e soppresse le forme esteriori d’una gelosia tanto più ridicola, quanto meno acconcia a serbare la fedeltà coniugale. Messina si affermava sempre sorella primogenita di Catania, e se riconosceva la superiorità di Palermo, la subiva di mala voglia.

Fu sindaco in quel tempo il marchese di Cassibile, ricco ma strano signore, che tentò più tardi la deputazione e non vi riusci mai. Egli fu sostituito dal barone Felice Silipigni, che tanto si distinse nella tremenda epidemia colerica del 1854, e lasciò buon nome e raccolse grandi lodi dal generale Filangieri, il quale, in occasione del colera, si recò personalmente a Messina a distribuire soccorsi e a rincuorare la cittadinanza, atterrita forse più che a Palermo.

[p. 149 modifica]L’indipendenza, ecco la parola magica che politicamente esaltava il siciliano di qualunque grado e creava una vera eguaglianza, anzi la sola eguaglianza sociale, nell’odio contro i napoletani. Sotto quella vernice di gaiezza e di benessere covava un fuoco sempre vivo di odii e di rancori verso i napoletani. I nuovi tempi maturavano, e la Sicilia dei siciliani, chiunque ne fosse il Re, anche un tiranno, pur di vederlo nella vecchia Reggia normanna, con una magnifica Corte, accendeva le fantasie. Un Niruni o chiano ’u palazzu, e più comunemente: 'u Riuzzo o chiano ’u palazzu, ecco l’ideale ed ecco il lievito del malcontento, che in quei mesi si andava addensando. Se il fondo del carattere siciliano è l’orgoglio, le manifestazioni dell’orgoglio sono infinite, e sovente, per un eccesso di furberia, prendono le forme più umili e carezzevoli. Se l’accattone, non mai lacero e sporco, stendendo la mano si studia di umiliarsi il meno che può; se il popolo ribelle alle prepotenze vi soggiace con falsa rassegnazione, quando non può reagire, senza dimenticar mai; se il signore simula e dissimula a perfezione e non si lascia scoprire, nondimeno la vita esteriore dell’Isola, in quegli ultimi mesi del 1859, non rivelava davvero ciò che avvenne poco tempo dopo: la tentata insurrezione del 4 aprile e poi lo sbarco di Garibaldi a Marsala agli 11 di maggio e il suo ingresso a Palermo il 27 di quel mese. Gli avvenimenti nel resto d’Italia fecero precipitare le cose nella Sicilia.





Note

  1. Maestà, chi vi dà più i Realisti? dove sono?
  2. Com’è f.... il Re; lo manda fuori, perchè quello lo dipinga meglio.
  3. Maria Pitrè, Le feste di Santa Rosalia in Palermo e della Assunta in Messina. — Palermo, Reber, 1900.
  4. Giambattista Grassi Bertazzi, Vita Intima. — Lettere inedite di Lionardo Vigo e di alcuni illustri suoi contemporanei — Catania, cav. Nicolò Giannetta editore, 1896, pag. 230 e 231 — Lo stesso autore pubblicò l’anno appresso, anche pei tipi del Giannetta: Lionardo Vigo e i suoi tempi.
  5. Vuol dire: coperti di sesamo e di fronte alla musica.
  6. Furono del pari distrutte le altre che sorgevano nel Fôro Borbonico, oggi Italico, di Palermo. Delle bellezze di questi, e di altri monumenti che abbellivano ed arricchivano quella passeggiata, fa una viva descrizione il Palermo nella Guida di Palermo, riprodotta poi dal Di Marzo Ferro e che è il più completo libro del genere.
  7. Archivio Panebianco.