La freccia del parto ed altre novelle/Tonino l'eremita

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Tonino l'eremita

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Bugia Arte antica

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TONINO L’EREMITA

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Come stesse in piedi la casa di Tonino e perchè la chiamassero casa, mentre non era che una cameraccia informe riparata da un tetto fradicio, non lo so e non lo potrei dire.

Quello che ho visto coi miei propri occhi è la suddetta camera, molto bizzarramente mobigliata, e di cui l’oggetto più bizzarro ancora era il proprietario.

Entrando lo si vedeva subito, seduto [p. 248 modifica] al suo deschetto di ciabattino, colle grucce accanto, grucce che gli servivano poco per camminare, ma che egli esercitava volentieri sulle spalle dei monelli che venivano ad importunarlo.

Era un ometto alto poco più d’un metro, brutto come l’orco, col sorriso sarcastico proprio dei gobbi e cogli occhi chiari e sporgenti delle persone afflitte di mal di cuore.

Non era cattivo. Dava gratis i numeri del lotto e il rimedio per i paterecci; strappava i denti di latte ai bimbi, medicava i calli e ci fu anche qualche donna che venne a consultarlo per i disturbi della gravidanza.

Era l’amico di tutti; dei preti quantunque non andasse mai in chiesa; dei liberi pensatori. quantunque avesse le [p. 249 modifica] pareti tappezzate di santi e di madonne e tenesse in un’ampolla di vetro la passione di Nostro Signore Gesù Cristo. I fanciulli poi affluivano in casa sua come alla fiera; era tanto curiosa la casa dell’eremita! Lo chiamavano così perchè viveva completamente solo nella sua bicocca, in mezzo ad un campicello che gli coltivavano un po’ tutti per carità e per simpatia, ed anche perchè fruttava le più belle pesche del circondario. Quando Tonino regalava una delle sue pesche era un regalo da re, ma le regalava difficilmente ed anzi ne era così geloso, che nel mese di luglio dormiva colla finestra aperta e con un pistolone da cavalleria sotto il guanciale, pronto a far fuoco sui ladri notturni. [p. 250 modifica]

Durante il giorno il pistolone stava appeso al muro in mezzo alle immagini di S. Ermolao e di S. Priscilla vergine. Lì presso c’era un mucchio di ciabatte, miste alle pannocchie di gran turco che egli dava di mano in mano al fornaio in cambio del pane. Un cassone da legna gli serviva per riporre gli abiti e quei qualsiansi indumenti di cui usava ricoprirsi; era abbellito sul coperchio da un figurino delle mode di Parigi dell’anno 1821. Il letto dell’eremita compiva la mobiglia, ed era un letto degno in tutto delle Tebaidi; senonchè egli vi teneva sotto i suoi arnesi da cucina, la pentola, il paiuolo e la minestra avanzata. Gli oggetti più interessanti li aveva sul suo deschetto; un frate di cartone che indicava il [p. 251 modifica] cattivo tempo alzando in testa il cappuccio; una noce di tre spicchi; un libro di magia bianca; un dente di Sant’Apollonia; la baionetta di un soldato di Napoleone I; un bastimento intagliato in un nocciolo di ciliegia; nonchè molte altre rarità.

I buli del paese venivano spesso a farlo chiaccherare per ridere alle sue spalle. Egli si dava un’aria ingenua e melensa, fingeva meravigliarsi di tutto e protestava di essere innocente come un bambino appena nato. Ogni tanto volevano dargli moglie, ed egli rideva e non diceva nè sì nè no.

Sua cognata gli rifaceva il letto tutte le domeniche e qualcuno de’ suoi dieci nipotini gli attingeva l’acqua nel corso della settimana. Questi suoi parenti [p. 252 modifica] abitavano poco lontano ed erano così poveri, così poveri che lo zio Tonino sembrava loro un riccone.

Da parte sua Tonino li beneficava, accomodando a tutti le scarpe, senza compenso — è ben vero che di scarpe non ne portavano quasi mai.

Quell’estate, che ci fu il cholera, Tonino incominciò a dar giù; aveva una paura maledetta, si tastava la pancia tutto il giorno. Accese un lumino davanti a S. Ermolao e promise a S. Priscilla una cornice nuova se lo [p. 253 modifica] scampava dal morbo, — ben inteso che dal momento che si fosse creduto obbligato a S. Priscilla, avrebbe spento subito il lumino a S. Ermolao.

Non curava nemmeno più le sue pesche. Di notte la finestra la teneva chiusa per via dell’umido, e di giorno mentre lavorava al suo deschetto, guardava fuori nell’orticello e apostrofava l’albero: «A me non me l’appioppi! De’ tuoi frutti per quanto polposi e morbidi, io non so che farmene; non vo’ mica crepare io, per far piacere agli eredi! Vi saranno ancora pesche quando non vi sarà più cholera.» A’ suoi nipotini proibiva di toccare i frutti e guardava loro la lingua per sapere se avevano la gastrica.

— O Tonino, vi rincresce a morire [p. 254 modifica] per lasciare i quattrini, gli diceva sua cognata.

E lui:

— Sicuro! Mi rincresce a lasciarli a voi che prenderete marito la seconda volta.

— Se poi lo pigliassi, dove sarebbe il male?

— Prendete me allora che sono vostro parente e di figliuoli ve ne regalerò altri dieci e saranno tutti cugini.

— Nespole! Restiamo cognati che è meglio.

Una lontana speranza di eredità la cognata l’accarezzava davvero. Nessuno aveva mai visto il fondo al cassone dell’eremita e poteva ben darsi che ci tenesse il gruzzolo. Egli poi era uno sparone; diceva sempre che morto lui [p. 255 modifica] i parenti sarebbero andati in carrozza, e che solamente a vendere il dente di S. Apollonia a qualche persona pia c’era da guadagnare mille lire.

Però quel malanno del cholera — (pensava la cognata) che Dio confonda i ricchi, trovano sempre qualche mezzo per tormentare i poveri — quel malanno del cholera mungeva la borsa a Tonino. Aveva incominciato col regalare un paio di scarpe nuove fiammanti al farmacista, poi s’era inscritto sulla lista dei contribuenti per far cantare una messa speciale tutti i venerdì primi del mese; teneva i profumi in casa come un signore e i soldi li riceveva in un piattello pieno d’aceto.

— Tonino, vi preme troppo la pelle! — diceva ancora la cognata. [p. 256 modifica]

— Guà! ne ho una sola; mia madre s’è scordata di farmi il cambio.

— A riguardarsi per burla ci si ammala davvero.

— Il Signore ha detto: «Aiutati ch’io ti aiuterò....»

— Già, gli uomini, quando si tratta di mali, sono tutti pulcini bagnati. Guardate me che ho avuto dieci figliuoli, e dieci figliuoli non sono mica pillole.

— Per fortuna! se erano pillole ne avreste fatti venti.

La cognata nutriva il sospetto che Tonino non dovesse morir più, perchè era troppo cattiva lingua.

Eppure sul finire dell’estate quando il calore incominciava ad andarsene e Tonino già rammaricavasi di aver regalato un paio di scarpe al farmacista [p. 257 modifica] e di aver tenuto acceso per tanto tempo il lumino davanti all’immagine di S. Ermolao, fu assalito una notte da dolori così forti che morì in men che si dice Jesus.

La cognata pianse un poco, che in fin dei conti era fratello di suo marito; ma poi si chetò, riflettendo che egli era andato in un mondo migliore e che in fondo al cassone ci doveva ben essere qualche cosa per fargli dire delle messe.

Strillò come un’aquila al vedere che le bruciarono tutto, il letto, il materasso e la coperta, sotto pretesto del contagio; disse che lei non aveva paura dei mali, ma tant’è lasciarono la casa pulita come una mano. Il cassone, non c’era stato nemmeno bisogno di pulirlo, che era vuoto. [p. 258 modifica]

— Ah! Tonino me l’avete fatta grossa — lamentavasi la donna, seduta sul mucchio delle ciabatte — sapevate bene che avevo dieci figli da mantenere! C’era proprio bisogno di morire di cholera per farsi portar via tutto?

La casuccia dell’eremita nuda e cadente, imbevuta di cloro fino al tetto, accolse la povera famiglia della vedova che continuava a piangere e a lagnarsi.

Il maggiore dei suoi figli aveva tredici anni; guadagnava quattro soldi al giorno e gli altri non guadagnavano [p. 259 modifica] nulla. La miseria li stringeva da tutte le parti.

Al cadere delle foglie l’orticello diventò la più squallida cosa che si potesse immaginare; nessuno lo curava; i bambini si arrampicavano sul pesco e ne schiantavano i rami; quando pioveva si formavano per terra delle larghe pozze, e i bambini andavano a guazzarvi dentro. Venne poi il gelo, e i bambini sdrucciolavano.

Dietro alla finestra dove c’era una volta il deschetto di Tonino, la vedova rattoppava i suoi cenci guardando con occhio disperato quelle tempeste di ragazzi che stracciavano tutto. Il suo maggiore, che era un omino, tentava consolarla, promettendo di aiutarla quando sarebbe grande; ma ella aveva [p. 260 modifica] le sue buone ragioni per non abbandonarsi più alla speranza.

— Quando tu sarai grande — diceva — io sarò morta.

L’inverno, che è il nemico dei poveri (veramente qual’è il loro amico?) accrebbe tanta miseria. I piccini sparuti e malazzati, piangevano tutto il giorno, ammontichiati due o tre insieme in una culla di legno. La mamma aveva una tosse d’inferno; al maggiore gli si ammalarono i piedi e non potè più andare a guadagnarsi i suoi quattro soldi.

Un uragano furioso aveva spezzato i vetri della finestra, sì che il vento soffiava fortemente; non c’era angolo della camera dove potersi riparare dal freddo. Dal soffitto guasto e fradicio piovevano [p. 261 modifica] le filtrazioni del tetto; la culla dei bimbi era tutta bagnata.

— O Signore Iddio gemeva la donna — noi siamo troppi in questo mondo, non c’è pane per tutti. Toglieteci, Signore, me e i miei figli!

Alla fine di novembre uno le venne tolto davvero. Quando lo portarono via, nella piccola bara coperta di bianco, la madre si sentì struggere dal desiderio di seguirlo. Povero angelo! almeno aveva finito di soffrire!

Non era ancora nevicato quell’anno. Dopo piogge dirotte, il tempo s’era messo all’asciutto e al gelo — un bellissimo tempo per passeggiare con stivalini a suola di sughero e pelliccie fin sopra le orecchie.

Ma nella casa di Tonino ci si stava [p. 262 modifica] come in piazza; non aveva un grado di più. Di due sottane che possedeva, la vedova aveva dovuto tagliarne una per fare delle vesticciuole alle sue bambine, e tutti insieme tremavano dal freddo ch’era una pena a vederli.

La fame poi aumentava il freddo; mangiavano in media un giorno sì e l’altro no.

Dall’alba al tramonto e dal tramonto all’alba c’era sempre qualcuno che piangeva sotto il tetto dell’eremita — e non erano solamente i bimbi. [p. 263 modifica]

La mattina dell’Epifania, Tonino, il maggiore (era stato il figlioccio dell’eremita), levandosi dal saccone che gli serviva di letto, esclamò:

— Che cosa mangeremo oggi, mamma?

— I signori, — saltò su la piccola Luigina — mangiano oggi tante buone cose, e per i figli dei signori la Befana porta tanti bei regali. O non dovrebbe invece portarli a noi che siamo poveri?

— La Befana non sa che siamo poveri — credè ben fatto di rispondere Tonino. [p. 264 modifica]

— Ma la Befana sa tutto! — ribattè la Luigina.

— Pregate — disse la mamma — Dio avrà compassione di voi. Andarono alla messa tutti in fila sotto un bel sole pallido; un sole di lusso che non scaldava. Tornarono a casa mesti e intirizziti.

— Ci fosse almeno una bracciata di legna per fare un po’ di fuoco! — sospirò Tonino.

Ma non c’era.

Il povero ragazzo uscì fuori, sulla soglia della porta, colle mani nelle tasche dei calzoni. Intanto capitò una buona donna dei dintorni a portare del riso e del pane per i figli della vedova.

Era un’operaia e non poteva fare di più; la vedova la benedisse. [p. 265 modifica]

— Ci fosse almeno una bracciata di legna! — ribattè la pappagallina Luigia — faresti cuocere il riso, nevvero mamma?

— La legna c’è! — esclamò Tonino dalla soglia, non vedete che il pesco è morto?

— È proprio morto? — domandò la madre con indifferenza, insensibile a quel leggero aiuto.

— Sì, è morto, a toccarlo lo si sente secco che canta.

— Ah! le belle pesche dello zio Tonino! gemette la vedova.

— Quello ch’è passato è passato. Lo zio è morto e muore anche il suo pesco. Andiamo ad abbatterlo, mamma, che almeno ci scalderemo.

— Oggi è il giorno dell’Epifania, figlio mio, non si lavora. [p. 266 modifica]

— Coloro che non lavorano, mamma, stanno accanto al fuoco.

— E poi nessuno ci vede nel nostro orto, appoggiò la Luigina.

— Abbiamo fame e freddo, mamma mia. Colla legna del pesco faremo cuocere il riso, e terremo ben coperta la bragia sotto la cenere, così ne avremo per un pezzo.

Senza aggiungere altro Tonino spiccò da un chiodo una vecchia falce arruginita.

— Ti farai male! gridò la donna.

— No, no, vedrai; legheremo l’albero con una corda ed io lo scalzerò, adagino, adagino, finchè cadrà da sè dolcemente come se si mettesse a letto.

Questo paragone fece rider molto la [p. 267 modifica] Luigina, che impadronitasi della corda aprì la marcia con passo trionfante. E la mamma e Tonino e tutti i bimbi dietro. L’alberello sottile e sfrondato presentava pochissima resistenza; Tonino non aveva campo di sfoggiare tutta la sua abilità; ai primi colpi di falce il fusto tremò e prese a dondolare come un briaco.

— Uh! uh! uh! — gridava la Luigina, picchiando l’una contro l’altra le sue piccole mani. Pareva la mosca della favola che mandava avanti l’aratro. A un tratto la falce urtò contro un oggetto duro. Tonino rimosse la terra, e intanto che l’albero cadeva da un lato mettendo all’aria tutte le sue radici, apparve una cassettina di legno bruno scrostata e vetusta che Tonino si [p. 268 modifica] affrettò a prendere in mano. La vedova impallidì per la commozione.

— Andiamo ragazzi — disse — andiamo in casa. Erano tutti agitati e curiosi. I piccini speravano che nella cassetta ci fosse qualche bel fantoccino, o delle chicche colla carta d’oro, come ne avevano visto qualche volta ai bimbi dei signori. Furono invece sorpresi, quando sollevando il coperchio, Tonino ne cavò fuori delle manciate di monete bianche e gialle che gettava in grembo alla mamma, urlando come un pazzo:

— Il tesoro! il tesoro!

Sì, era il tesoro di Tonino l’eremita. La vedova pianse in una volta tutte le lagrime che teneva in serbo e i bambini stretti intorno a lei un po’ ridevano e un po’ piangevano senza capirne [p. 269 modifica] il motivo. Quasi si scordavano di accendere il fuoco e di far cuocere il riso. Ma Tonino ci pensò; nè solamente fece cuocere il riso in quel giorno memorabile; una bella salsiccia, un pezzo di cacio e una bottiglia di vino vennero ad alietare il pranzo improvvisato.

— Mamma — domandò Luigina — è stata la Befana a mandarci il tesoro?

— Sì, rispose la mamma; ma nel suo interno pensò:

— Lo sapeva che non era cattivo il cognato Tonino!

Requiem eterna all’anima sua.


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