La guerra (Goldoni)/Atto II

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Atto II

../Atto I ../Atto III IncludiIntestazione 2 giugno 2020 100% Da definire

Atto I Atto III

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ATTO SECONDO.

SCENA PRIMA.

Campagna.

Vari Soldati con capretti, galline, capponi, vino ecc.

1. Soldato. Sospeso l’assalto della fortezza, ecco qui, sono andato a dar l’assalto a un pollaio.

2. Soldato. Ed io ho fatto prigioniero questo capretto.

3. Soldato. Ed io ho cavato sangue a una botte.

2. Soldato. Se non capitolava la resa, avressimo tagliato a pezzi il presidio.

3. Soldato. Meglio per noi; così almeno nell’armistizio ce la godiamo un poco.

1. Soldato. Andiamo a far legna, a cucinare, a mangiare. (parte)

Tutti. Sì, andiamo. (partono) [p. 396 modifica]

SCENA II.

Lisetta contadina, con un cesto di roba,
inseguita da due Soldati.

Lisetta. Via, lasciatemi stare. Lasciatemi andare per la mia strada.

4. Soldato. Venite con noi, che starete allegra.

Lisetta. Che impertinenza è questa? Sono una fanciulla onorata.

5. Soldato. Che cosa avete in quel cesto?

Lisetta. Lasciate stare il mio cesto.

4. Soldato. Se avete roba da vendere, compreremo.

Lisetta. Non ho niente; non vi voglio vendere niente.

5. Soldato. Credete che non vogliamo pagare? Questi sono danari, e vendeteci quello che avete.

Lisetta. Ecco qui: ho del formaggio, della ova e delle frutta.

4. Soldato. Quanto volete di questo formaggio?

Lisetta. Tre paoli.

5. Soldato. E queste ova per quanto le date?

Lisetta. Ne do sei per un paolo.

4. Soldato. Di questo formaggio vi voglio dare quattro baiocchi.

Lisetta. Datemi il mio formaggio.

5. Soldato. Quattro baiocchi di quel formaggio? Avreste intenzione di ingannare questa buona ragazza?

4. Soldato. Cosa c’entri tu con i fatti miei?

5. Soldato. C’entro, perchè so che sei un birbante.

4. Soldato. A me birbante? Eh corponone! (mette mano alla baionetta)

5. Soldato. Eh sanguenone! (mette mano ancor egli alla baionetta; fingono volersi dare, e scappano portando via le ova e il formaggio.)

Lisetta. Le mie ova, il mio formaggio. Poverina me! mi hanno rubato la roba mia. Cosa dirà mia madre? Poverina me! poverina me! (piangendo) [p. 397 modifica]

SCENA III.

Il Conte Claudio con alcuni Soldati, e detta.

Conte. Fanciulla, che cosa è stato?

Lisetta. Mi hanno rubato le ova; mi hanno rubato il formaggio. (piangendo)

Conte. E chi sono stati i bricconi?

Lisetta. Due soldati.

Conte. E dove sono?

Lisetta. Eccoli lì, que’ due che vanno saltando. Hanno finto di volersi dare, ed ora ridono d’avermi gabbata. Mia madre mi griderà, poverina! (piangendo)

Conte. Presto, inseguiteli ed arrestateli. (ai soldati) Il generale ha pubblicato il bando, pena la vita, che niuno ardisca nel!’armistizio di usurpare nemmeno una spilla. Conduceteli al profosso, e saranno, come meritano, castigati, (ai soldati che partono)

Lisetta. Ma io, poverina, non avrò più le mie ova ed il mio formaggio. (piangendo)

Conte. Via, acchetatevi; quanto vale la roba che vi hanno preso?

Lisetta. Quattro paoli. (piangendo)

Conte. E per quattro paoli piangete?

Lisetta. Piango, perchè mia madre mi griderà.

Conte. Via, perchè la mamma non gridi, perchè più non piangiate, eccovi i quattro paoli.

Lisetta. Sono poi veramente quattro paoli?

Conte. Credete ch’io vi voglia ingannare?

Lisetta. Per dirvi la verità, ho paura, mi fido poco.

Conte. Sono uffiziale; son galantuomo.

Lisetta. Sì, vi credo, ma li voglio contare.

Conte. Soddisfatevi pure. E bene, sono giusti?

Lisetta. E non mi volete dar niente, per la paura che ho avuto?

Conte. Oh, questo poi è un altro discorso. Vi è restato niente da vendere?

Lisetta. Mi sono restate queste poche frutta.

Conte. Quanto ne volete? [p. 398 modifica]

Lisetta. Tre paoli.

Conte. Bene: vi darò tre paoli.

Lisetta. Eccole qui.

Conte. Sì, ma portatele al mio quartiere.

Lisetta. Marameo! (espressione caricata per dir di no)

Conte. Cosa vorreste dire?

Lisetta. Non ci vado io al quartiere d’un offiziale.

Conte. E per qual ragione?

Lisetta. Non vorrei che mi succedesse quello che è succeduto a mia madre.

Conte. E che cosa è accaduto a vostra madre?

Lisetta. Non lo so, non ci penso, e non ci voglio venire.

Conte. Quand’è così, tenetevi le vostre frutta.

Lisetta. Voglio i tre paoli.

Conte. Non vi voglio dar niente.

Lisetta. Guardate che bel tratto! Mi promette tre paoli, e non mi vuole dar niente. (piangendo)

Conte. (Costei fa l’innocente, ma la credo furba come il demonio).

Lisetta. Mi avete detto di darmi tre paoli delle mie frutta; intendo di averle vendute. Eccole qui, se non me le volete pagar, non importa. (piangendo getta il cesto colle frutta per terra)

Conte. Io non ricuso di darvi tre paoli, e sei, e dieci, e quanto volete, ma vorrei che foste più buona.

Lisetta. Io non sono cattiva. (rasserenandosi)

Conte. Che nome avete?

Lisetta. Lisetta.

Conte. Avete madre?

Lisetta. Signor sì.

Conte. Padre?

Lisetta. Poverino! mio padre è morto, ed è stata causa la guerra, che è morto. Ha tanto faticato a far legna per voi altri uffiziali, che è morto; e mi dovreste dare qualche cosa per mio padre, che è morto. (piangendo)

Conte. Via, vi darò tutto quel che volete; ma fatemi la finezza di tralasciare di piangere. [p. 399 modifica]

Lisetta. Che cosa mi darete, se io non piango?

Conte. Vi darò uno scudo.

Lisetta. E se rido?

Conte. Un zecchino.

Lisetta. Via dunque, datemi lo zecchinetto. (ridendo)

Conte. Venite al quartiere.

Lisetta. Ecco qui, non si può credere a voi altri bugiardi.

Conte. Lisetta. (accostandosi)

Lisetta. Lasciatemi stare.

Conte. Eccovi un bel zecchino.

Lisetta. Per me? (ridendo)

Conte. Per voi.

Lisetta. Me lo date? (ridendo)

Conte. Se verrete al quartiere.

Lisetta. Maladetto sia quel quartiere.

SCENA IV.

Don Cirillo saltando e cantando, e detti.

Cirillo.Viva la guerra, viva l’amore.

Che bel contento prova il mio cuore,
Quando si trova con gioventù.
Quando combatte tipete tu. (cantando e saltando)

Conte. Mi rallegro, bravo; così mi piace. Che non si perda il tempo: o combattere, o far all’amore1.

Conte. Don Cirillo, questa giovane mi fa disperare.

Cirillo. E perchè?

Conte. Perchè ora piange, e ora ride. Vorrebbe che le dessi de’ danari, e non vuol venire al quartiere.

Cirillo. Non vuol venire al quartiere? non vuol venire al quartiere? E che sì che io la faccio venire al quartiere.

Lisetta. E che no, che non mi fate venir al quartiere? E che no, che non mi fate venir al quartiere? (saltando e caricando come lui) [p. 400 modifica]

Cirillo. Mi burli, fraschetta. (minacciandola con una stampella)

Lisetta. Via, lasciatemi stare. (piangendo, e accostandosi al Conte)

Conte. Lasciatela stare, poverina. Non la fate piangere.

Cirillo. Non le credete; la conosco; è maliziosa, è un diavolo. (saltando)

Lisetta. Che vi strascini. (caricandolo)

Cirillo. Or ora, corpo di bacco.

Conte. Venite qui; non le2 badate. (a Lisetta)

Lisetta. A proposito; dove avete messo il zecchino?

Conte. In tasca.

Lisetta. Bella carità! me lo promette, e mi burla. (piangendo)

Conte. Ma non piangete.

Cirillo. Non le credete.

Lisetta. Finalmente sono una fanciulla; senza mia madre al vostro quartiere io non ci posso venire. Se diceste a mia madre, che mi avete dato un zecchino, potrebbe darsi che mi conducesse. (mostrando di tenersi di piangere)

Cirillo. Che tu sia maladetta! Sentite? la sa più lunga di noi. Vi vorrebbe mangiar lo zecchino.

Lisetta. Questo stroppio mi fa venire la rabbia. (piangendo forte)

Conte. Orsù, per un zecchino non voglio disgustare una bella ragazza. Voglio darvelo, e vedrò se mi burlerete.

Cirillo. Non voglio che glielo diate. (corre nel mezzo fra Lisetta ed il Conte)

Lisetta. Voi, che cosa c’entrate? (a Cirillo)

Conte. Lasciatemi gettare un zecchino. (stende la mano per darlo a Lisetta)

Cirillo. Signor no. (vuol impedire che non le dia il zecchino)

Lisetta. Il diavolo che vi porti. (dà una spinta a Cirillo, lo getta in terra, prende il zecchino e corre via.)

SCENA V.

Don Cirillo ed il Conte.

Cirillo. Aiuto. Aiutatemi. (al Conte che lo solleva) Oimè, sono rovinato.

Conte. Ve la siete ben meritata.

Cirillo. Gliel’avete dato il zecchino? [p. 401 modifica]

Conte. Gliel’ho dato, sicuro.

Cirillo. Sì, per farmi dispetto; ma non avete nè testa, nè prudenza, ne civiltà.

Conte. A me questo?

Cirillo. Sì, a voi. Io ho avuto amicizia colle più belle ragazze di questo mondo, e non ho mai speso un quattrino; e voi buttate via il danaro così? Stolido, scimunito, minchione.

Conte. Don Cirillo, parlate meglio.

Cirillo. E al giorno d’oggi, stroppio così come sono, son padrone di farmi correr dietro tutte le donne ch’io voglio; e mi parerebbe di ridere a farvi stare, bertuccione, vigliacco.

Conte. Siete un temerario, un impertinente.

Cirillo. A me temerario? a me temerario? (saltando)

Conte. A voi, e se non foste nello stato in cui siete, v’insegnerei a parlare.

Cirillo. Non ho paura di voi, e, cospetto di bacco, mi voglio battere.

Conte. Non mi vo’ mettere con uno stroppio.

Cirillo. Se ho stroppia la gamba, non ho stroppia la mano; ci batteremo colla pistola.

Conte. Bene, ad altro tempo ci rivedremo. (parte)

Cirillo. Crede forse di farmi paura? Ho fatto ventisette duelli, e son soldato d’onore, e don Cirillo, anche senza una gamba, sempre sarà don Cirillo.

E viva la guerra, e viva l’amore ecc.

(cantando e saltando parte)

SCENA VI.

Camera in casa del Commissano.

Donna Florida e donna Aspasia.

Aspasia. Donna Florida, mi rallegro con voi.

Florida. Sì, cara amica, sono consolatissima. Il cielo ha secondato i miei voti. Terminato è per ora il pericolo di mio padre, [p. 402 modifica] e non mi sento più al cuore l’acerba pena che mi teneva angustiata.

Aspasia. Il motivo della vostra consolazione deriva soltanto dalla salvezza di vostro padre? Non v’interessa punto la salute di don Faustino?

Florida. No, mi sovviene con qual baldanza era disposto a contribuire all’eccidio del mio genitore. M’intenerì alcun poco, allorchè lo vidi incamminarsi alla perdita della vita; ma ora ch’egli è fuor di pericolo, rifletto soltanto alla crudeltà con cui mi venne a ostentare in faccia il suo coraggio, la sua virtù, o piuttosto il suo fanatico desiderio di gloria.

Aspasia. Se aveste pratica del militare, non parlereste così. Gli ufficiali vanno alla battaglia, come si va al festino, alle nozze; e dicono per proverbio: o un bel vincere, o un bel morire.

Florida. Sì, ne son persuasa; ma in faccia mia non doveva mostrarsi indifferente a tal segno. Doveva almeno dissimulare.

Aspasia. Don Faustino è sincero. Dovreste anzi aver di lui maggiore stima, per un sì bella sincerità.

Florida. L’amor che avete per la milizia, vi fa essere avvocata de’ militari. Io non penso come voi pensate. Don Faustino ha un esterno amabile, ma chiude in seno un animo che è feroce. L’amai non conoscendolo, ora mi fa spavento l’amarlo, e temer posso che la ferocia de’ suoi pensieri renda barbaro l’amore istesso, e possa un giorno ricompensare la mia tenerezza con aspri modi e con militare fierezza.

Aspasia. Può essere, se lo rivedete, che non parliate così.

Florida. Può essere, ma non lo credo.

Aspasia. Io so di certo, ch’egli vi ama davvero.

Florida. Guardate la bella prova d’amore. Si è egli curato di venir subito a rivedermi?

Aspasia. Convien sapere, se ha potuto ancor liberarsi dall’obbligo delle sue funzioni.

Florida. Eh, dite piuttosto ch’ei di me non si cura.

Aspasia. A quel ch’io sento, voi avete un’estrema curiosità di vederlo. [p. 403 modifica]

Florida. Sì, è vero. Ho curiosità di vedere se pena, se si rammarica, per non aver riportata quella vittoria che dovea costarmi le lagrime, e fors’anco la vita.

Aspasia. Eccolo, eccolo, potrete or soddisfarvi. Addio, donna Florida.

Florida. Dove andate?

Aspasia. Ho un affar di premura. E poi ho piacere di lasciarvi in libertà. Non vorrei che per soggezione di me voleste sostenere la massima concepita. Ci rivedremo fra poco, e mi lusingo di ritrovarvi cangiata. Oh amica, amore sa far delle cose belle. (parte)

Florida. Amor può far tutto, ma non potrà mai persuadermi ad amare un oggetto che preferisce il pericolo alla tranquillità, e che rinunziò alle tenerezze di un cuore amante, per la barbara compiacenza di una sanguinosa vittoria.

SCENA VII.

Donna Florida e don Faustino.

Faustino. Ah donna Florida, eccomi a voi dinanzi, eccomi pieno di giubbilo e di contento nel rivedervi lieta e felice. Il cielo ha secondato i miei voti. Siete libera dallo spavento, non vi vedrò più in aria mesta, piangente. Libero sarà vostro padre. La tregua è certa, la pace è vicina; il suono lugubre in liete armonie si converte. Le spade pendono oziose al fianco; son cessati i pericoli, le ostilità, le carnificine. Respirate, mia cara, colla dolce lusinga di presto abbracciare il valoroso eroe vostro padre, e se qualche scintilla d’amore per me provate, consolatevi di rivedermi e vivo, e sano, fuor di necessità di combattere, non più vostro nemico, ma vostro servo, e permettetemi il dirlo, vostro fedele, svisceratissimo amante. (sempre con aria di allegria)

Florida. (Questa inaspettata sua contentezza mi sorprende, mi ammutolisce). [p. 404 modifica]

Faustino. Ma come? sì mal rispondete al sincero giubbilo del mio cuore? Non vale la felicità che vi si presenta a rasserenare l’afflitto animo vostro?

Florida. Don Faustino, compatitemi, non vi capisco.

Faustino. E donde nasce la difficoltà di capirmi?

Florida. Non siete voi quello che, poco fa, ilare, animoso e contento, si disponeva a combattere, ad assalire la piazza e ad affrontarsi col medesimo mio genitore?

Faustino. Si, son quel desso.

Florida. Ed ora, come potete voi ostentare la stessa ilarità ed allegrezza in un evento affatto contrario? Come vi può esser cara la pace, se eravate per la battaglia anelante, e come compiacervi potete di essere amico con quegli stessi di cui desideraste poc’anzi la perdita, l’esterminio, la morte?

Faustino. S’io fossi più filosofo che soldato, rendervi potrei ragione del modo con cui in un medesimo cuore per due contrarie ragioni può succedere l’una all’altra allegrezza. Alcuni principi di naturale filosofia sono per altro comuni a tutti, onde permettetemi ch’io vi dica, che i piaceri ed i dispiaceri vengono da noi concepiti secondo la disposizione dell’animo, e questa ora è mossa dall’affetto, or dal dovere, ed ora dalla necessità. Quindi avviene, che lasciandosi l’uomo regolar dall’affetto, concepisce e desidera un bene; poi, riflettendo al dovere, ne brama un altro, e la necessità, talvolta, dell’animo intieramente dispone. Ognuna di queste cause moventi è capace di occupar tutto l’uomo, ed è assai meglio abbandonarsi ad una immagine sola, che soffrire l’interna pugna delle irresolute passioni. Capite ora, perchè fui lieto nell’adempimento del mio ministero, perchè or son lieto nel contentamento della inclinazione che a voi mi lega, e compatendo quel giubbilo che mi conduceva alla gloria, gradite or la letizia che al vostro piè mi conduce. (inginocchiandosi)

Florida. Sì, adorabile cavaliere. Ammiro il vostro talento, applaudisco al vostro valore e mi compiaccio dell’amor vostro. Compatite, se dubitai vanamente della sincerità de’ vostri teneri [p. 405 modifica] affetti, ed attribuite l’inganno a corta mente e ad inesperienza di mondo.

Faustino. Anzi la dubbietà ragionevole del vostro cuore giustifica la premura che di me avete, e lungi dal lamentarmene, vi ringrazio, o mia cara, di una sì segnalata bontà.

Florida. Ma quando poss’io sperare di rivedere il mio genitore?

Faustino. Ciò non so dirvi precisamente. Spedito fu don Ferdinando dal generale a interpellare la sua intenzione. Se trovasi in necessità di doversi arrendere, si proporranno i capitoli della resa, e quanto prima potrete essere consolata.

Florida. Speriamo che sia terminata la guerra?

Faustino. Sì, certo; si hanno fondamenti per credere che non sia lontana la pace.

Florida. Deh non ritardi quel momento per me felice, in cui possa gettarmi a’ piedi del caro mio genitore, e chiedergli in dono la permission di potervi amare.

Faustino. E s’egli ve lo negasse, lasciereste per ciò d’amarmi?

Florida. So quanto amore ha per me, e mi lusingo a ragione della sua pietosa condiscendenza.

Faustino. Ma se mai l’avversione concepita contro di noi, che componiamo un’armata nemica, lo stimolasse a negarvi la grazia, che fareste voi in simil caso?

Florida. Morirei di dolore; ma prendendo l’esempio dalla vostra istessa virtù, anteporrei il dovere all’amore, e studierei di obbedire al padre con quella stessa costanza con cui sareste voi disposto ad assalirlo sulle mura nemiche.

Faustino. Sì, donna Florida, con tai sentimenti piucchè mai mi piacete. È troppo vile quella passione che può soffrire il rossore, ed è l’amor virtuoso la vera consolazione delle anime delicate.

Florida. Il mio cuore per altro desidera trovar il padre a’ suoi desideri secondo.

Faustino. Non cede l’animo mio alle premure del vostro, e vo cogl’interni voti sollecitando il mio bene.

Florida. Or più che mai desidero di rivedere il padre.

Faustino. Or più che mai desidero la conclusion della pace. [p. 406 modifica]

SCENA VIII.

Don Polidoro e detti.

Polidoro. Signor alfiere, l’ha saputa la novità?

Faustino. Si è forse dichiarata la pace?

Polidoro. Che pace? che pace? Guerra, guerra, e vorrei io viver tanto, quanto durerà questa guerra.

Florida. Ma che novità siete voi venuto a recarci?

Polidoro. La novità è questa. Don Egidio vostro padre, il castellano della fortezza assediata, ha esposto bandiera bianca, per volersi arrendere e capitolare; ma vuol pretendere tutti gli onori militari possibili: vuol bandiere spiegate, tamburo3 battente, carri coperti e cento altre cose, e il nostro generale non gliene vuole accordar nessuna; e non se ne farà altro, e si tornerà a battere la fortezza, e si darà l’assalto alla piazza, e si prenderà a discrezione, e si darà il saccheggio, e si darà il saccheggio. (con allegria)

Florida. Ah don Faustino, tornerete voi a lasciarmi? Tornerete voi al cimento? Vi esporrete di nuovo all’azzardo d’infierire contro il povero mio genitore?

Faustino. Donna Florida, non so che dire. Voi conoscete il mio cuore: noti vi sono i miei sentimenti. Approvaste voi stessa, e virtù chiamaste il modo mio di pensare; vogliono i fatti, che l’onor mio non esiga il sagrifizio della mia passione.

Florida. Eccomi nuovamente precipitata nel cupo seno delle sventure.

Faustino. Deh non vi affliggete cotanto, e non cercate d’indebolire la mia costanza.

Polidoro. Signor alfiere.

Faustino. Che cosa volete? (a don Polidoro, con alterezza)

Polidoro. Perdoni. È vero che Marte e Venere sono stati amici; ma si ncordi bene che Marte fu colto in rete, e gli si fecero le fischiate. [p. 407 modifica]

Faustino. Che vorreste dire per ciò? Parlate meglio di me; pensate meglio di un cavaliere e di un uffiziale d’onore: amo una dama, che merita di essere amata, nè dubito che l’amor mio possa esser deriso, poichè la virtù non abbandona il mio cuore. Son conosciuto all’armata. È cognito il mio valore, ho dato prove del mio coraggio, nè mi può essere rimproverata l’onesta fiamma che nel mio seno coltivo. Voi arditamente parlaste, e saprei ben anco mortificarvi, se non rispettassi il tempo e il luogo in cui siamo. Io venni a combattere per la gloria, voi siete al campo per l’interesse; la varietà dei nostri principili e dell’esser nostro, fa si che voi conoscete male il vostro dovere, e che io per mio decoro vi risparmi ora quella mercede che meritate. Ma se avrete più ardire di frammischiarvi in cosa che mi appartenga, troncherò gli argini alla sofferenza, e saprò farvene amaramente pentire.

Polidoro. Benissimo.

Faustino. Donna Fionda, permettete ch’io parta. Lasciate ch’io vada a rilevar con più fondamento ciò che a noi ha recato una voce sospetta. Non vi abbandonate intieramente al dolore; sperate, sì, sperate nel cielo, confidatevi nella clemenza dei numi, ed assicuratevi dell’amor mio. (parte)

Florida. Speranze infide! funesto amore! peripezie dolorose! Nacqui sotto un astro infelice: ho da penar fin ch’io viva; ed un momento di bene mi viene con successive amarezze ricompensato. Miserabile vita! crudel destino! immutabile condizion del mio fato! (piangendo parte)

Polidoro. Benissimo. Ella vorrebbe la pace, ed io vorrei che continuasse la guerra. Così vanno tutte le cose di questo mondo; chi ne desidera una, chi ne desidera un’altra. Per esempio, quel contadino vuol seminare, vorrebbe che la pioggia gì’inumidisse il terreno; quell’altro vuol battere il grano, vorrebbe che fosse sole. Un marinaro che vuol andar in levante, brama il borino; un altro vuol andar in ponente, brama il scirocco. Una donna che ha degli abiti per comparire, vorrebbe sempre bel tempo. I commedianti vorrebbero che tutto il mondo andasse [p. 408 modifica] al teatro, i giocatori al ridotto, i sonatori al ballo. In somma disse bene colui che disse:

Vari sono degli uomini i capricci:

A chi piace la torta, a chi i pasticci4 (parte)

SCENA IX.

Campo di battaglia con veduta della Fortezza assediata con bandiera bianca, e la breccia aperta.

Il campo è intieramente ingombrato, come segue. Un manzo scorticato ed aperto attaccato a’ legni. Un carro con una botte di vino. Una o due some con frutti, erbaggi ecc. Una tavola con soldati, che mangiano e bevono; e soldati, paesani e donne che ballano. Soldati che vendono e comprano, altri che cavano il vino dalla botte ecc.

Don Cirillo, un Aiutante con un Trombetta e Soldati.

Trombetta. (Suona. Tutti si fermano ad ascoltare.)

Aiutante. D’ordine di Sua Eccellenza il Signor General Comandante, si sbarazzi immediatamente il campo per dar luogo all’erezion delle tende.

Cirillo. Animo, presto, sbarazzate il campo. Per qual motivo vuole il generale che si erigano qui le tende? (all’Aiutante)

Aiutante. Deve abboccarsi col comandante della fortezza assediata, per trattar di capitolazione, e vuol riceverlo qui, a vista di tutto l’esercito.

Cirillo. E il comandante nemico verrà qui in persona a trattare?

Aiutante. Così è, così hanno stabilito di fare. Ma che si fa? non si obbedisce al comando? Soldati, fate voi sbarazzare. (a’ suoi soldati; e parte con don Cirillo)

Suonano i tamburi; i soldati dell’Aiutante si avanzano per far eseguire. Portano via ogni cosa con confusione e rumore; si rovescia la tavola, cadono le some. I paesani gridano, e i soldati bastonano. Liberato il campo, al suono dei tamburi vengono altri soldati a piantare il padiglione del Generale con due sedili. [p. 409 modifica]

SCENA X.

Don Sigismondo,nota Conte Claudio, don Faustino,
don Ferdinando, don Fabio, Soldati

Vengono al suono di trombe e tamburi. Don Sigismondo si ferma al suo padiglione, gli altri uffizioli prendono posto all’intorno, alla testa delle milizie.

SCENA XI.

Dalla Fortezza, a suono di tamburo, scende don Egidio, con seguito di alcuni Uffiziali, quali restano indietro, e don Egidio si avanza al padiglione, dove è ricevuto da don Sigismondo, che lo fa sedere alla dritta, sedendo anch’egli alla sinistra.

Sigismondo. Don Egidio, lasciate prima di tutto ch’io mi congratuli con esso voi della valorosa difesa, che fatta avete sinora della piazza al vostro merito raccomandata, e che mi congratuli insieme col vostro Sovrano, che può vantarsi d’avere in voi uno dei più poderosi capitani de’ nostri tempi. Dieci giorni continui ci avete defatigati sotto una piazza, che doveva arrendersi all’avvicinarsi delle nostr’armi, nè figurar mi poteva, che all’aprire della nostra trincea aveste cuor di risponderci colla scarsa batteria del castello, e molto meno tentare disordinarci colle sortite, e resistere al fuoco delle nostre batterie duplicate. Al primo aspetto parve la vostra difesa soverchio ardire, immentevole di ascoltare verun patto nell’occasion della resa; ma rispondendo l’esimio vostro valore all’apparato di guerra con cui v’incominciaste a difendere, lodo il coraggio, mi compiaccio di vincere un buon soldato, nè ricuso con voi di capitolare. Riflettete per altro alla qualità della piazza, allo stato in cui vi trovate, all’inimico che avete a fronte, e moderate le vostre pretese, se volete trovare in noi quell’umanità che ci alletta, e quella condiscendenza che ad un esercito vittorioso, all’onorato suo condottiere conviene. [p. 410 modifica]

Egidio. Grate mi sono, don Sigismondo, le laudi vostre, quantunque io sappia non meritarle; poichè chi serve al suo Principe non fa che il proprio dovere, servendolo con fedeltà e con zelo. Permettetemi però ch’io vi dica, che mal conoscete la piazza cui attaccaste, e che merita da voi maggior stima e miglior concetto. Ella era talmente fortificata, che senza un formale assedio non si poteva sperare di soggiogarla, e i suoi magazzini provveduti di viveri e di monizioni non posero mai in veruna angustia il presidio. Non parlovi del coraggio de’ suoi difensori. Li conoscete per prova, e sapete esser quelli che, disputatovi a palmo a palmo il terreno, soverchiati dal numero, seppero senza disordine ritirarsi, e in quelle mura costretti furono a ricovrarsi. Ditelo voi, valoroso condottiere d’eserciti, qual è a’ dì nostri quella fortezza, che senza un campo volante resister possa più lungamente al tormento della formidabile artiglieria? Non mancò verun di noi al proprio dovere. Ci provaste nelle sortite, intrepidi ci vedeste all’azzardo, disposti a sagrificare la vita per la difesa comune. Vi sortì finalmente lacerare le nostre mura, e aperta e dilatata la breccia, siamo a quel punto in cui qualunque capitano onorato può chieder tregua, e può capitolare la resa. Per me, vi accerto che trovavami assai disposto a continuar la difesa, e la mia spada, unita a quelle de’ miei valorosi compagni, non vi avrebbe lasciato sì di leggieri salir le mura e penetrar nel recinto. Ma dubitai, che fossevi nel presidio chi amasse meglio una cession vantaggiosa, anzi che una pertinace difesa. La mia carica, il mio dovere vuole ch’io possa rendere giusto conto dell’ardire e della prudenza; perciò seguitando le leggi ed il costume degli assediati, esposi candida insegna, vi chiesi triegua, e vi esibisco la resa.

Sigismondo. La triegua vi fu accordata. La resa non si ricusa accettarla. Ma a qual patto intendereste voi d’accordarla?

Egidio. A buoni patti di guerra.

Sigismondo. Tutti i patti non convengono ad ogni piazza.

Egidio. Merita la mia quegli onori che alle frontiere si accordano, [p. 411 modifica] ed io non credo nè col mio nome, nè colla mia difesa, averla punto discreditata.

Sigismondo. Accorderò al vostro nome ed al vostro valore quello che non accorderei al merito della fortezza.

Egidio. Nulla per me vi chiedo. Pretendo che onorate si veggano le insegne del mio Sovrano.

Sigismondo. Su via, don Egidio, spiegatevi: a quali patti intendereste voi di capitolare la resa?

Egidio. Eccoli qui sommariamente distesi. (mostra un foglio e legge) Primo. Che debba uscire il presidio armato, con sei cariche per ciaschedun soldato, colle bandiere spiegate e coi tamburi battenti. Secondo, quattro carri coperti, oltre il libero asporto degli equipaggi.

Sigismondo. Sospendete di maggiormente inoltrarvi. La piazza è ridotta agli estremi; nè può pretendere una capitolazione sì avvantaggiosa. Il presidio dovrebbe arrendersi a discrezione. In grazia vostra gli si concede l’uscita, ma senz’armi, e senza bandiere, e dei carri coperti non ne parlate.

Egidio. No, non ho l’animo così vile per cedere in una maniera sì vergognosa. O accordatemi quegli onori che mi convengono, o mi difenderò sino all’ultimo sangue.

Sigismondo. L’esercito è già disposto all’assalto, ed impazienti siam tutti di segnalare il nostro coraggio.

Egidio. Nè manca in noi il valore e l’intrepidezza.

Sigismondo. Proviamoci adunque, e poichè vi ostinate a difendervi, preparatevi al destino de’ disperati.

Egidio. Signore, voi ed io facciamo il nostro dovere. Ma se in mezzo all’onorato impegno delle nostr’armi può aver luogo la cortesia, ardisco chiedervi per me una grazia.

Sigismondo. Chiedete pure. Son nemico delle vostr’armi, non della vostra persona.

Egidio. Ecco; disposto già mi vedete ritornar per la stessa strada alla combattuta fortezza. Rimesso colà dentro il mio piede, tornate pure alle ostilità, ed usi ogni uno di noi il diritto ed il poter della guerra; ma pria ch’io torni fra quelle mura, [p. 412 modifica] permettetemi che per brievi momenti possa rivedere la mia figliuola.

Sigismondo. Con quanto fervore vi ho saputo negare la capitolazione, con altrettanto piacere vi accordo questa picciola compiacenza. Andate su la vostra parola.

Egidio. Grazie alla vostra bontà. Eh là, tornate al castello. Dite che a momenti colà mi aspettino; e in pena della vita, niuno ardisca di moversi senza mia commissione. (a’ suoi Uffiziali, quali tornano nella fortezza.)

Sigismondo. Amico, preparatevi alla difesa. Noi verremo con animo di soggiogarvi.

Egidio. Ed io vi aspetterò con intrepidezza.

Sigismondo. Guardatevi dalle nostre spade.

Egidio. I miei colpi non saranno meno risoluti dei vostri.

Sigismondo. Addio, don Egidio.

Egidio. Addio, Sigismondo. (si abbracciano e si baciano)

Al suono delle trombe partono tutti. Poi, allo strepito del tamburo escono, soldati, paesani e donne a ballare, ed altri a mangiare, a bere, a vendere ecc.

Fine dell’Atto Secondo.


Note

  1. Ed. Zatta: o far l’amore.
  2. Così il testo.
  3. Nel testo, qui e sempre, è stampato tamburro.
  4. Questi due versi si trovano anche in fine della sc. 3, atto III, delle Donne di buon umore (v. vol. precedente).