La guerra gallica/Appendice
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Traduzione dal latino di Eugenio Giovannetti (1939)
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APPENDICE.
I. — Il ponte sul Reno.
La letteratura moderna relativa alla costruzione dei ponti sul Reno, negli anni 55 a. C. e 53 a. C., è assai copiosa. Il fondamento di essa è sempre l’interpretazione del testo cesariano del capo XVII del lib. IV. Riproduciamo qui appresso la traduzione inserita a pag. lxxix dell’opera di A. Cinquini, L’esercito romano ai tempi di Cesare, con le note esplicative che vi sono aggiunte (vedi figure a pp. 244 e 245).
Due travi per parte (a a[1] — tigna bina sesquipedália) dello spessore di un piede e mezzo (45 cm.), appuntate all’estremità inferiore, misurate secondo la profondità del fiume, erano unite tra loro (per mezzo di travicelli incastrati trasversalmente) alla distanza di due piedi (60 cm. circa). Quando queste erano per mezzo di macchine calate nel fiume, conficcate ed affondate a colpi di battipalo, non verticalmente, come il comune sostegno di un ponte, ma a piano inclinato e con la pendenza come il tetto delle case, così che piegavano secondo il verso della corrente, in faccia a queste Cesare piantava due travi, poste nella stessa guisa una vicina all’altra (ad eundem modum juncta) alla distanza di quaranta piedi (circa 12 metri) più a valle inclinate contro l’urto e la pressione della corrente.
Queste due paia di travi (che formavano le varie coppie), dopo che si era fatta passare al di sopra una trave di due piedi
(b b trabes bipedalis) — quanto cioè le due coppie di travi distavano l’una dall’altra — erano tenute a rispettiva distanza (destinabantur secondo alcuni in luogo di distinebantur) a cominciare dall’estremità superiore mediante due chiavi di legno (c c fibulae) per ciascuna parte (utrimque, riferito alle due paia di travi); ora poichè esse (entrambe le tigna) erano forzate e tenute in senso opposto, così grande risultava la solidità del lavoro e tale la naturale disposizione della costruzione, che quanto più era violento l’impeto dell’acqua, tanto più si stringevano i travicelli di sostegno. Costruiti in tal guisa i primi due paia di pile o cavalletti del ponte, se ne stabilirono poi tanti quanti erano richiesti dalla larghezza del fiume. Queste pile erano poi collegate con traverse poste per lungo (d d directa materia) e ricoperte con travicelli e fascine (d d longuriis cratibusque constrata).
Fig. 1
Malgrado tutto questo (per aumentare la solidità del ponte) dalla parte inferiore del fiume erano piantati sostegni i quali, a guisa di ariete appoggiate alle travi più basso delle loro estremità (e e sublicae ad inferiorem partem fluminis obliquae actae) e collegati all’intera opera dalle pile (cum omni opere coniunctae) dovevano sostenere l’urto della corrente; inoltre, per la stessa ragione della solidità, a monte, a breve distanza dalle coppie delle travi, erano verticalmente piantati altri sostegni (f f sublicae supra pontem immissae) affinchè, se i barbari mandassero contro il ponte, per rovinare la costruzione, barche o tronchi d’albero, con quest’opera di
Fig. 2
difesa venisse diminuita la forza d’urto ed il ponte non patisse alcun danno. Compiuti tutti questi lavori dieci giorni dopo che il legname era stato portato, Cesare fece passare il fiume al suo esercito, lasciando una forte guarnigione a ciascuna estremità del ponte».
Nota sulle «fibulae»: Secondo alcuni le fibulae sarebbero state cornici di legno (c c) che, allacciate esternamente, una per parte di ciascun paio di travi, alle travi stesse (a a) ed all’estremità della trave bipedalis (b b) compivano il cavalletto ovvero la pila del ponte. Altri invece ritengono che si tenesse allacciata la trabs bipedalis (b) alle due travi (a a) con due fibulae, o spranghe, che andavano dall’estremità dell’una all’estremità delle altre dal lato interno.
Altri interpretando la voce fibula per caviglia, cavicchio, chiavarda, pensano che la trabs bipedalis (b) appoggiando sulla traversa introdotta nelle due travi della pila, fosse tenuta ferma da due caviglie, o fibulae (c c) che passano dall’estremità superiore della trabs bipedalis stessa fino alla traversa. Altri infine collocherebbe le fibulae all’estremità (ab extrema parte) delle due travi (a a) e precisamente laddove escono i capi della traversa, una per parte (utrimque). In questo modo, la trabs bipedalis (b) appoggiando sulla traversa stretta tra le due travi, come in una morsa, non poteva muoversi ed allo stesso tempo impediva che le due travi cedessero.
II. — Delle opere di fortificazione.
Una fortezza poteva espugnarsi: a) mediante blocco (obsidio, obsessio) tagliandola dalle proprie linee di rifornimento e di contatto; b) di viva forza (repentina oppugnatio); c) con assedio regolare (longiqua oppugnatio).
Il blocco si praticava con opere di circonvallazione (circumvallatio) intercettando le comunicazioni con la fortezza nemica mediante ridotti e fortini (castella) costrutti nei luoghi più adatti, collegati tra loro con steccati, palizzate e fossi (munitiones, brachia). Dietro queste linee d’investimento accampavano le truppe suddivise, di solito, in più campi.
Di viva forza, si procurava di impadronirsi di una città o fortezza colmandone i fossi con terra e fascine (crates) abbattendone le porte, scalzandone le mura, avvicinando ad esse colonne d’assalto, schermite da mantelletti, vinee e musculi.
A questo scopo i soldati — schermendosi con gli scudi uniti e levati sopra le teste — formavano la così detta testudo, la quale era inclinata a mò di tetto sulle colonne d’assalto, affinchè i proiettili scagliati dagli assediati facessero più facilmente passata.
Alle città di maggior conto ed alle fortezze più cospicue si poneva l’assedio regolare. Anzitutto si sceglieva per ciò il settore più favorevole, poi si investiva la fortezza, si tracciavano le linee di oppugnazione e da ultimo si apriva la breccia.
I lavori d’approccio consistevano nella costruzione dell’«agger» che, spinto fin sotto alle mura, permetteva di farvi giungere le macchine occorrenti ad aprire la breccia. Il terrapieno risultava di materiali d’ogni specie, terra, tronchi d’albero, ramaglia, tavoloni, pietrame, insieme commisti affine di impedire che si sfasciassero.
Lo sviluppo del terrapieno era o parallelo, o perpendicolare alle mura da espugnarsi. Si adottava la prima maniera quando il terreno non offriva grandi ostacoli o gli assediati non disponevano di macchine; diversamente e volendosi ottenere speciali risultati contro qualche settore della fronte si impiegava la seconda maniera. Costruivasi allora una specie di viadotto che si dirigeva perpendicolarmente alla cinta delle mura e permetteva di spingere fino ad esse le macchine per aprire la breccia.
S’incominciava ad innalzare il terrapieno nel punto più vicino a quello d’attacco e fuori del tiro dei dardi, non più lontano normalmente di trecento metri: a mano a mano che gli assedianti si avvicinavano, si schermivano e defilavano dalle armi missili degli avversari con i plutei, le vinee, il porticus ecc.
Sul terrapieno si innalzava una torre di legno che veniva poi spinta verso le mura con carri o rulli, fintantochè arrivati ai fossi questi si riempivano con materiali di colmataggio. Così terminava il periodo dei lavori di approccio.
Per aprire la breccia, si portavano contro le mura le macchine, torri, testuggini, arieti, falci, ecc. Quando le mura resistevano, si impiegavano poderose leve di ferro, si sconnettevano le pietre, si aprivano cunicoli, gallerie sotterranee ecc.
Durante l’assedio, una parte delle truppe era occupata nei lavori di oppugnazione, un’altra occupava i posti di guardia lungo le linee di controvallazione (castella), il rimanente era negli accampamenti, o impiegato in operazioni esterne. I lavoratori si alternavano di continuo sulle linee. Per l’assalto, le truppe si radunavano sul terrapieno.
A loro volta, gli assediati procuravano di contrastare i lavori di oppugnazione colpendo le torri, i plutei e le vinee. Le torri venivano incendiate con materie infiammabili (sego, pece); i musculi lanciavano sassi; con i lacci si imbrigliavano le falci murali per issarle sulle mura.
Tra le macchine ossidionali figurano ordinariamente i plutei, mantelletti semicircolari di vimini o pelli montati su tre ruote; le vineae, barracche di legno mobili su ruote, ricoperte di pelli o sacchi bagnati (centones). Più vinee unite tra loro, a mo’ di galleria, formavano il così detto «porticus».
Anche la testuggine (testudo) era una barracca di legno, montata su ruote, destinata a facilitare ai riparti d’assalto l’accostarsi alle mura.
Anche i musculi erano macchine d’assedio assai affini alle precedenti, cioè barracche mobili, montate su rotelle. Erano di
Fig. 4
FORTIFICAZIONI ROMANE ATTORNO ALESIA.
due tipi: per colmare i fossi e spianare il terreno d’approccio alle mura, cioè di modello leggero; e per smantellare le mura nemiche, cioè di modello più pesante. Gli arieti consistevano in grosse travi dall’estremità di ferro, lunghe da 60 a 180 piedi, sospesi a palchi, treppiedi, capriate, per trarne la forza d’urto: erano manovrati da squadre apposite.
Fig. 5
LE LINEE SOTTO AVARICO.
Spesso l’ariete era disposto sotto tettoie, o barracche mobili (testudo arietaria) ricoperte di pelli, graticci ecc. Le falces, lunghe pertiche, munite ad una estremità di punte di ferro a mo’ di uncino, o arpione, servivano a diroccare le mura nemiche: alla loro specie appartiene la vectis, o leva per smuovere le pietre più basse delle mura avversarie. Le turres ambulatoriae erano torri mobili su ruote, in legname e ricoperte di ferro, di pelli o di materassi, per neutralizzare i colpi nemici. Si costruivano a più piani (tabulatae) da tre fino a dieci e nell’inferiore era normalmente disposto l’ariete, mentre nei superiori si disponevano ponti levatoj, argani e congegni elevatori, adatti a sollevare ed abbassare gli assedianti fino sulle mura[2].
III. Sulle navi da guerra.
Le navi delle armate romane erano essenzialmente di due tipi: da trasporto (onerariae) e sottili o da guerra (longae). Normalmente le truppe si trasportavano sulle navi onerarie, mentre le sottili disimpegnavano còmpiti da combattimento.
Le navi da guerra si distinguevano da quelle da trasporto per essere longae et rostratae, cioè maggiori in lunghezza per ottenere maggiore velocità: la loro prora, a livello della chiglia o anche al di sotto della linea d’immersione, era fornita di sperone a triplice punta (rostrum). Per difendersene, si usava talvolta fasciare la chiglia, o parte di essa, con lamine di bronzo (navis aerata). I tipi più comuni delle navi da guerra cesariane erano le quinquiremis o penteris, la triremis o trieris, e la quadriremis: le biremis erano pure usate, specie quelle del tipo liburnico (liburnae) cioè dalmata, le quali decisero con il loro intervento della battaglia di Azio. Le navi più grandi erano seguite da legni minori come il myoparo, il catascopus o speculatorium navigium, a due ordini di remi, e si impiegavano per l’esplorazione, il fiancheggiamento, la trasmissione degli ordini, il servizio di corrispondenza ecc. V’erano inoltre le lance ed i battelli (scaphae).
Le navi onerarie si servivano delle vele, quelle da guerra erano spinte dai remi. Gli equipaggi si distinguevano in remiganti (remiges) ed in marinai propriamente detti (nautae) pressochè forniti per intero dalle città alleate (socii navales), dalle colonie marittime, dai liberti ed, eccezionalmente, dagli schiavi.
Sulle navi si trovavano i magistri navium, o ufficiali di governo e di amministrazione, i gubernatores, piloti e timonieri ed i praefecti navium, o ufficiali di vascello, mentre il comando era affidato ai tribuni militari o ai centurioni. L’espressione classiarii riflette più specialmente i gubernatores ed i nautae piuttostochè i soldati delle navi da guerra. Questi ultimi si denominavano più particolarmente epibatae, propugnatores, defensores ed erano scelti tra i legionari migliori.
Di regola il comando della flotta era affidato ad un legato.[3]
LA BRITANNIA PROVINCIA ROMANA.
(Dalla traduzione italiana di F. Baldelli, illustrata da A. Palladio,
Venezia, E. Albrizzi, 1737).
Note
- ↑ Le lettere a a-b b ecc., si riferiscono alla figura 2.
- ↑ A. Cinquini, L’Esercito romano ai tempi di Giulio Cesare, Milano, F. Vallardi edit., 1900; Marquardt et Moмmsen, Manuel des antiquités romaines, op. cit.; R. Paribeni, Optimus Princeps, Messina, Principato edit., 1926, vol. I, p. 53 sgg.
- ↑ E. Ferrero, L’ordinamento delle armate romane, Torino, Bocca e lit., 1878; F. Corazzini, Storia della marina militare italiana antica, Livorno, R. Giusti, 1882, cap. II: Le guerre di Cesare; Fiebiger, De classe romana; E. Ferrero, Iscrizioni e ricerche intorno all’ordinamento delle armate dell’Impero romano, Torino, E. Loescher, 1884.