La guerra gallica/Libro primo
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Traduzione dal latino di Eugenio Giovannetti (1939)
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LA GALLIA TRANSALPINA AI TEMPI DI GIULIO CESARE.
(Dalla traduzione italiana di F. Baldelli. illustrata da A. Palladio,
Venezia, E. Albrizzi, 1737).
LIBRO PRIMO.
La descrizione della Gallia.
I. - La Gallia tutta è divisa in tre parti, una delle quali abitano i Belgi, l’altra gli Aquitani e la terza quelli che nella loro lingua si chiamano Celti e nella nostra Galli [1]. È tra loro diversità di lingua, di istituti, di leggi. I Galli divide dagli Aquitani la Garonna, e dai Belgi la Marna e la Senna. Di tutti i più forti sono i Belgi, essendo lontanissimi dalla coltura e dai costumi gentili della Provincia[2], e poco accessibili a mercanti che importino cose di lusso che effeminino gli animi, e vicinissimi ai Germani che vivono al di là del Reno, con i quali sono continuamente in guerra. Per la stessa ragione anche gli Elvezi superano in valore gli altri Galli, poichè anch’essi s’azzuffano ogni giorno con i Germani, impedendo loro di varcare il confine, o varcandolo essi stessi per muover loro guerra.
Quanto a quella parte che abbiamo detto esclusivamente occupata dai Galli, essa ha principio dal fiume Rodano, è contenuta dalla Garonna, dall’Oceano, dal confine belga e tocca anche — dalla parte dei Séquani e degli Elvezi — il fiume Reno, volgendo a settentrione. I Belgi cominciano all’estremo confine della Gallia, seguono il corso inferiore del Reno e guardano a settentrione e ad oriente. Dalla Garonna, l’Aquitania si estende verso i Pirenei e verso quella parte dell’Oceano che tocca la Spagna, e guarda così tra occidente e settentrione.
Gli Elvezi e la congiura d’Orgetórige.
II. - Fra gli Elvezi, Orgetórige era di gran lunga il più nobile ed il più ricco. Consoli M. Messala e M. Papio Pisone, costui — smanioso di regno — congiurò con la nobiltà del paese e persuase tutto quel popolo a passare in armi il confine. Pensavano essere facilissimo — essendo essi il popolo più guerriero — impadronirsi di tutta la Gallia; e fu tanto più facile persuaderli di questo, quanto più gli Elvezi si sentivano oppressi da ogni lato dalla natura dei luoghi. Da una parte infatti il Reno, larghissimo e profondissimo, che divide il territorio degli Elvezi da quello dei Germani, dall’altra le montagne del Giura, altissime anch’esse, che sono fra i Séquani e gli Elvezi, infine, dalla parte della nostra Provincia, il lago Lemanno ed il Rodano. Ben poco da spaziare in simile angustia: non c’è modo di distendersi, non solo, ma neppure di accapigliarsi con i vicini. Una gran pena per uomini che anelano battersi. Dato il loro numero e la loro gloria militare, gli Elvezi consideravano adunque ormai troppo ristretto tale territorio, che non andava oltre le duecentoquaranta miglia in lunghezza e le centottanta in larghezza[3].
III. - Indotti da queste circostanze ed eccitati dai consigli di Orgetórige, si decidono a preparare tutto per mettersi in cammino: ad acquistare la maggior quantità possibile di quadrupedi e di carri, a far la più vasta seminagione possibile per avere buona provvista di grano lungo la via, a confermare la pace e l’amicizia con i popoli più vicini. Ad apparecchiare tutto questo calcolano che possa bastare un paio d’anni, e la partenza viene fissata per legge al terz’anno. Ad Orgetórige è affidata l’organizzazione, ed egli va infatti a preparare i popoli vicini. Strada facendo, persuade il séquano Castico, figlio di Catamantaloede, — il cui padre aveva per molti anni regnato sui Séquani e dal senato aveva ottenuto il titolo di «amico del popolo romano» — a riprendere lo scettro paterno. Lo stesso fa poi con l’eduo Dumnórige, fratello di Diviziaco[4], che aveva allora un principato su quel popolo ed era gratissimo alla plebe: lo persuade a tentare l’avventura del regno e gli dà in moglie una sua figliuola. All’uno ed all’altro dimostra che l’impresa sarà facilissima, perchè egli stesso si farà re e perchè gli Elvezi sono senza dubbio i più forti di tutta la Gallia.
Egli adunque — ottenuto il potere — avrebbe con le sue ricchezze e con il suo esercito consolidato il trono degli amici. Decisi da questi argomenti, si giurano fede a vicenda ed, occupato il regno, sperano, per mezzo dei tre più potenti e gagliardi popoli, d’impadronirsi di tutta la Gallia.
La fine d’Orgetórige.
IV. — La cosa arrivò agli Elvezi attraverso una denunzia. Secondo il loro costume essi costrinsero Orgetórige a difendere in ceppi la propria causa: se condannato, l’aspettava il rogo. Nel giorno fissato per la discussione, Orgetórige chiama al giudizio da ogni parte i suoi servi — circa diecimila — ed aduna nello stesso luogo tutti i clienti e debitori, che erano in grande numero, e per mezzo di essi evade senza affrontare il giudizio. Il popolo irritato dalla gherminella si decide a far valere con le armi il proprio diritto: i giudici chiamano a raccolta dai campi ma Orgetórige frattanto muore. Tra gli Elvezi è ancora molto diffusa la voce che Orgetórige si sia ucciso.
Il piano degli Elvezi.
V. - Gli Elvezi non rinunciano affatto per questo al loro progetto d’uscire dai confini. Non appena pare loro d’essere ben pronti, eccoli che bruciano tutte le loro città — che erano una dozzina — ed i loro villaggi — che erano un quattrocento — e tutti gli altri edifizi privati e tutto il frumento, all’infuori di quello che intendevano portare seco. Così, tolta ogni speranza di poter tornare a casa, sarebbero stati più pronti ad affrontare ogni pericolo, avendo ordinato che ognuno portasse seco una provvista di viveri per tre mesi. Persuadono infine i confinanti Ráuraci[5], Tulingi e Latóbici (Latobrici)[6] ad unirsi con essi ed a bruciare ogni cosa, ed attraggono a sè anche i Boii che abitavano un tempo al di là del Reno e che poi, invaso il Norico, avevano investito Noreia.
VI. - Non v’erano che due vie per uscire dal paese. Una attraverso ai Séquani, angusta e difficile, fra il Giura ed il Rodano, per cui a stento avrebbero potuto passare ad uno ad uno i carri[7], essendo dominata da un monte altissimo da cui sarebbe bastato un pugno d’uomini a sbarrare il cammino. L’altra per la Provincia nostra, ben più facile e breve, poichè tra il paese degli Elvezi e quello degli Allobrogi ch’erano già stati pacificati scorre il Rodano, il quale in certi punti si passa a guado. La città più avanzata degli Allobrogi, la più vicina al confine degli Elvezi, è Ginevra. Di là, per un ponte, si è senz’altro nel territorio degli Elvezi. E questi s’imaginavano o di persuadere con le buone gli Allobrogi, che non parevano ancora troppo ben disposti verso il popolo romano[8], o di costringerli con la forza a lasciare libero il passo. Preparata adunque ogni cosa per la partenza fissano il giorno per l’adunata generale sulla riva del Rodano: era il cinque dalle calende d’aprile[9], consoli L. Pisone ed Aulo Gabinio.
Cesare a Ginevra.
VII. - Non appena Cesare sa ch’essi si propongono di passare per la nostra Provincia, lascia Roma in fretta. A grandi giornate raggiunge la Gallia ulteriore ed arriva a Ginevra (Genava - Genua). Ordina a tutta la Provincia di mettere assieme il maggior numero d’uomini possibile (la Gallia ulteriore aveva in tutto una legione) e fa senz’altro tagliare il ponte di Ginevra. Non appena gli Elvezi hanno la certezza dell’arrivo di Cesare, gli mandano quali delegati i più nobili della nazione, alla cui testa erano Namméio e Verucloézio, che dovevano assicurare essere intenzione degli Elvezi di passare per la Provincia senza farvi il menomo danno, e ciò solo per mancanza d’ogni altra via: invocano pertanto il consenso di Cesare.
Cesare, che aveva bene in memoria il console L. Cassio ucciso ed il suo esercito battuto e fatto passare sotto il giogo dagli Elvezi[10], non credeva di dover consentire. Nè credeva che gente d’animo ostile, una volta ottenuto il permesso di passare per la Provincia, si sarebbe sul serio astenuta da ogni violenza e da ogni danno. Tuttavia, per guadagnar tempo ed avere in mano le forze che aveva dato ordine di raccogliere, rispose alla delegazione ch’egli si riservava qualche giorno per deliberare; e che, se avevano qualcosa da chiedergli, ritornassero agli idi d’aprile.
Il muro dal Lemanno al Giura.
VIII. - Intanto, con la legione che aveva seco e con le forze adunate nella Provincia, dal lago Lemanno — che immette le sue acque nel Rodano — al Giura che divide i Séquani dagli Elvezi costruisce, per diciannove miglia, un parapetto alto sedici piedi, con fosso[11]. Finito il lavoro dispone le guardie e presidia i fortini perchè gli sia più facile, se i nemici vogliono passare a
(Dalla traduzione italiana di F. Baldelli, illustrata da A. Palladio,
Venezia, P. De Franceschi, 1575).
A) Ginevra.
B) Ponte tagliato per Ginevra.
C) Elvezi sulla riva del Rodano.
D) Parapetto alto sedici piedi.
E) Lago Lemanno.
F) Monte Giura.
G) Castelli fortificati.
H) Elvezi che tentano il passaggio del Rodano.
I) Truppe romane in ordinanza.
tutti i costi, di tenerli lontani. Quando arriva il giorno fissato e tornano i delegati, dice loro ch’egli — fedele al costume ed all’esempio del popolo romano — non può concedere ad alcuno il passaggio in armi per la Provincia e se si volesse ottenerlo per forza dichiara ch’egli saprà impedirlo. Gli Elvezi, disillusi, un po’ con barche congiunte e con molte zattere messe insieme, un po’ dove la profondità del fiume era minima, attraverso i guadi, qualche volta di giorno e ben più spesso di notte, tentano, a più riprese, il passaggio. Ma respinti dalle opere fortificate e dalle frecce dei soldati accorrenti, finiscono col rinunziare anche a questi tentativi.
IX. - Rimaneva soltanto la via attraverso ai Séquani, ma per quegli angusti valichi non si sarebbe potuto mai andare senza il permesso di quel popolo. Non bastando essi a persuaderli, gli Elvezi mandano delegati all’eduo Dumnórige perchè, facendosi patrocinatore, impetri dai Séquani il permesso. Dumnórige, per le sue splendide largizioni, era in grande favore presso i Séquani ed era amico degli Elvezi, poichè aveva sposato una donna di quel popolo figlia d’Orgetórige. Desideroso di regno, brigava in segreto e si studiava d’avvincere a sè il maggior numero possibile di genti galliche. Si assume adunque l’incarico, ottiene dai Séquani che lascino passare gli Elvezi per il loro paese e fa che i due popoli si scambino ostaggi a reciproca garanzia: i Séquani s’impegnano a non sbarrare la strada agli Elvezi e gli Elvezi a non fare alcun danno ai Séquani.
Cesare in moto.
X. - S’annunzia a Cesare che, attraverso le terre dei Séquani e degli Edui, gli Elvezi hanno intenzione di puntare contro il paese dei Santoni, che non sono molto lontani dai Tolosati, gente della nostra Provincia[12].
A Cesare non sfugge che — se ciò avvenisse — la Provincia correrebbe un brutto rischio con l’avere confinante un popolo guerriero e nemico dei Romani, in luoghi aperti ed abbondantemente ricchi di frumento. Affida adunque al legato Labieno le opere di difesa che aveva costrutte e parte per l’Italia a grandi giornate. Arruola due legioni, trae dai quartieri d’inverno le tre che dimoravano intorno ad Aquileia e si dirige, con le cinque legioni, al più vicino valico alpino verso la Gallia ulteriore. I Ceutroni[13], i Graiocéli[14], i Catúrigi[15], occupate le alture, tentano di sbarrare il cammino all’esercito. Cacciatili dopo molte zuffe da Ocelo[16] — ultima città della Gallia citeriore — arriva al settimo giorno nella Provincia ulteriore nel paese dei Voconzii. Di là conduce l’esercito tra gli Allobrogi e dagli Allobrogi fra i Segúsiavi[17]. Questi sono già fuori della Provincia ed i primi al di là del Rodano.
XI. - Gli Elvezi intanto erano già passati con tutte le loro genti per gli angusti valichi e per le terre dei Séquani ed, arrivati al paese degli Edui, devastavano le loro terre. Gli Edui, non bastando a difendere nè sè stessi nè i loro averi, mandano ambasciatori a Cesare chiedendo aiuto. «Essi — dicevano — erano stati sempre così benemeriti del popolo romano, da non meritar di vedere, quasi in cospetto del nostro esercito, le loro terre saccheggiate, i loro figli condotti in schiavitù, i loro castelli espugnati». Nello stesso tempo gli Ambarri[18] — amici e consanguinei degli Edui — avvertono Cesare che ad essi, una volta devastate le terre, non è facile tenere lontane dai fortilizi le truppe nemiche. Così gli Allobrogi, che avevano villaggi e possessi al di là del Rodano, si rifugiano presso Cesare e gli dichiarano che loro non resta più che la nuda terra. Spinto da tutte queste ragioni, Cesare sente ch’egli non può stare inoperoso sino a che — andati ormai in rovina tutti i beni degli alleati di Roma — gli Elvezi non sieno arrivati al paese dei Santoni.
La strage dei Tigurini presso la Saona.
XII. - La Saona è fiume che — per le terre degli Edui e dei Séquani — affluisce nel Reno con incredibile lentezza, tanto che agli occhi non è dato scorgere in quale direzione essa vada. Gli Elvezi la stavano attraversando su battelli e zattere. Quando Cesare sa dagli esploratori che già per tre quarti le forze elvetiche hanno passato il fiume e che solo una quarta parte all’incirca resta al di qua della Saona; verso la terza vigilia della notte[19], partito con le legioni dal campo, sorprende le forze che non erano ancora passate. Le attacca, impedite ancora e sorprese, e le annienta[20]. Gli avanzi fuggono rintanandosi nelle prossime selve. Quella stirpe si chiamava tigurina[21] poichè tutto il popolo elvetico si divide in quattro stirpi, e la tigurina appunto era stata proprio quella che, a memoria dei padri nostri, uscita dal suo territorio, aveva ucciso il console L. Cassio e mandato il suo esercito sotto il giogo. Così — o per caso o per volere degli Dei immortali — proprio quella parte del popolo elvetico che aveva causato al popolo romano una grave sciagura fu la prima a pagarne il fio. In questo modo Cesare vendicava non solo le pubbliche ma anche le private offese, poichè l’avo del suo suocero L. Pisone, il legato L. Pisone, era stato ucciso dai Tigurini insieme con Cassio[22].
Il ponte sulla Saona.
XIII. - Finita la battaglia, per inseguire le truppe che erano già passate, fa gittare un ponte sulla Saona e così traghetta l’esercito sull’altra riva. Sorpresi dal repentino arrivo, al vedere ch’egli aveva fatto in un solo giorno quel passaggio sul fiume ch’essi avevano potuto fare, a stento, in venti giorni, gli Elvezi mandano una delegazione a Cesare. Alla testa era quel Divicone che, nella guerra contro Cassio, era stato duce degli Elvezi. Egli dice in sostanza a Cesare: «Se il popolo romano facesse la pace con gli Elvezi, essi andrebbero e resterebbero nel territorio che Cesare volesse loro destinare; ma se egli invece intendesse continuare a tormentarli con la guerra, dovrebbe rammentarsi degli antichi danni toccati al popolo romano e dell’antico valore degli Elvezi. Per avere attaccato una sola stirpe — mentre quelle che avevano già passato il fiume non potevano darle aiuto — Cesare non abbia troppa fiducia in sè stesso e non disprezzi troppo i nemici. Dai loro padri o dai loro avi, essi hanno imparato a combattere più con il valore che con l’astuzia e gli agguati. Non voglia Cesare che quel luogo dove gli Elvezi hanno sostato, tragga il nome e la fama da qualche disastro del popolo romano e da qualche strage del suo esercito».
XIV. - Cesare così risponde: «Egli era tanto più sicuro di tener sempre presenti alla memoria le cose che i delegati elvezi gli avevano ricordato e di sopportarle con pena, quanto meno colpa il popolo romano ne aveva avuta. Se il popolo romano avesse avuto coscienza di qualche torto fatto agli Elvezi non gli sarebbe stato difficile premunirsi; ma s’era ingannato appunto perchè, sapendo di non aver fatto nulla di male, credeva di non avere nulla da temere. Ma anche se Cesare volesse dimenticare l’antica offesa, come potrebbe cancellare dalla memoria le recentissime; il tentativo cioè d’aprirsi con la forza una via per la Provincia, i danni recati agli Edui, agli Ambarri, agli Allobrogi? Che gli Elvezi si gloriassero con tanta insolenza della loro antica vittoria e si stupissero essi stessi della facoltà così a lungo loro data di far impunemente danno ai Romani, erano cose che dipendevano da uno stesso ordine di cause.
«Infatti gli Dei immortali — perchè colpendoli poi all’improvviso i rei si dolgano più della mutata fortuna — hanno l’abitudine di favorirli a volte con una lunga impunità. Benchè le cose siano a questo punto, tuttavia, se si dessero ostaggi a Cesare per dimostrargli la buona intenzione di mantenere i patti, se si accordassero riparazioni agli Edui per i danni recati ad essi ed ai loro alleati e se si assicurassero infine risarcimenti agli Allobrogi, Cesare sarebbe ancora disposto a fare la pace».
Divicone risponde: «Gli Elvezi sono stati avvezzi dai loro padri a ricevere ostaggi e non a darne ed il popolo romano ne sa qualche cosa». E con questa risposta si allontana.
Combattimenti di retroguardia.
XV. - Il giorno dopo muovono il campo. Cesare fa altrettanto ed a scoprire la via che prende il nemico manda avanti tutta la cavalleria — un quattromila uomini — che aveva raccolta da tutta la Provincia, dai paesi degli Edui e dei loro alleati. Nell’incalzare con troppo ardore le retroguardie nemiche, essi s’impegnano su terreno sfavorevole contro la cavalleria elvetica ed alcuni dei nostri cadono. Quest’azione imbaldanzisce gli Elvezi al vedere che essi, con soli cinquecento uomini, avevano respinto una così imponente massa di cavalleria, e cominciano a fermarsi sovente con le retroguardie ed a provocare i nostri a battaglia. Cesare trattiene i suoi e s’accontenta di vietare al nemico rapine e saccheggi. La marcia continua così per una quindicina di giorni, restando sempre la distanza, fra le estreme colonne del nemico e le prime nostre, di cinque o sei miglia appena[23].
XVI. - Cesare intanto sollecitava ogni giorno dagli Edui la consegna del frumento che gli avevano pubblicamente promesso. A cagione dei freddi, poichè la Gallia — come si è detto — è posta a settentrione, non solo il frumento non era ancora maturo nei campi, ma neppure il foraggio era pari alle necessità. Quanto al frumento che Cesare traeva dalle navi lungo la Saona, esso diventava tanto meno utilizzabile, quanto più si allontanavano dalla Saona gli Elvezi, dai quali Cesare non avrebbe voluto a nessun patto distanziarsi. Gli Edui differivano intanto di giorno in giorno la consegna: «Si sta raccogliendo», — essi dicevano — «ora si porta», «è ormai qui»!
Quando si accorge che volevano soltanto tirarla in lungo e che si approssimava il giorno della distribuzione del frumento alle truppe, convoca i principi edui di cui aveva buon numero con sè, e tra essi Diviziaco e Lisco. Questi aveva avuto la magistratura suprema degli Edui, cioè quella del «vergobréto», — come essi dicono nella loro lingua — la quale dura in carica un anno ed ha diritto di vita e di morte sui propri amministrati[24]. Cesare accusa solennemente gli Edui, dicendo che essi gli venivano meno proprio nel momento in cui gli sarebbe stato più necessario il loro aiuto, quando cioè non aveva frumento nè da comprare nè da raccogliere ed era più alle strette col nemico; e ciò a causa degli Edui stessi, alle cui preghiere egli doveva in gran parte d’essersi impegnato in quella guerra. E, quel che più importa, Cesare si lagna di essere stato sorpreso nella buona fede.
XVII. - Allora, finalmente, Lisco dalle parole di Cesare è spinto a dire quello che aveva taciuto. «Che v’era qualcuno cioè la cui autorità era prevalente sulla plebe, qualcuno insomma che, benchè semplice privato, poteva più che gli stessi magistrati. Erano cotesti privati che, con discorsi faziosi, distoglievano il popolo dal consegnare il promesso frumento. Essi andavano dicendo che, non potendo giungere gli Edui alla supremazia sui Galli, sarebbe stato pur sempre preferibile di mettersi a disposizione di altri Galli anzichè dei Romani. E che si poteva stare sicuri che, se i Romani avessero sottomesso gli Elvezi, non avrebbero rispettato la libertà degli Edui più di quella degli altri popoli gallici. Erano essi — continuava Lisco — che riferivano al nemico i nostri piani e tutto quello che si faceva nel campo. Gli stessi magistrati non potevano nulla contro costoro. Chè se era stato costretto a denunziare la cosa a Cesare, egli si rendeva ben conto del grave pericolo personale che ciò importava ed appunto per questo aveva taciuto il più a lungo possibile».
Le mire di Dumnórige.
XVIII. - Cesare dalle parole di Lisco capiva bene che il designato era Dumnórige, fratello di Diviziaco. Ma, non volendo trattare materia simile innanzi a tanta gente, scioglie rapidamente l’assemblea e trattiene Lisco. Da solo a solo chiede spiegazioni e l’altro parla più sciolto e franco. S’informa in segreto anche da altri e tutto gli è riconfermato. Si tratta proprio di lui — di Dumnórige — uomo di somma audacia, in grande favore presso la plebe per le sue liberalità, agitatore ed ambizioso. Aveva appaltato per molti anni ed a poco prezzo le dogane e tutti gli altri diritti fiscali degli Edui, perchè all’asta nessuno osava entrare in gara con lui. Aveva così arrotondato il patrimonio e si era creato larghissime disponibilità, tanto che poteva ininterrottamente mantenere a sue spese e tenersi dattorno un ragguardevole corpo di cavalleria. La sua influenza s’era fatta sensibile non solo in patria, ma anche presso i popoli vicini, cosicchè aveva potuto dare la madre in moglie ad uno dei più nobili e potenti Biturigi: egli stesso aveva sposato un’elvezia ed aveva collocato una sorella da parte di madre e le sue consanguinee presso altri popoli. Favoriva ardentemente gli Elvezi in causa del suo matrimonio ed odiava anche per ragioni sue personali Cesare ed i Romani, perchè il suo potere era stato diminuito dal loro arrivo ed il fratello Diviziaco aveva riavuto l’antico credito ed il vecchio prestigio. Un rovescio dei Romani avrebbe significato adunque per Dumnórige la più seria speranza di pervenire, attraverso gli Elvezi, al regno. L’impero del popolo romano significava invece disperare non solo del regno, ma anche di quel prestigio che Dumnórige era riuscito a salvare. Nella sua inchiesta, Cesare scopriva infine perchè lo scontro tra le due cavallerie avesse preso, qualche giorno innanzi, una dannosa piega: il segnale della fuga era stato dato da Dumnórige e dai suoi — avendo Cesare preposto Dumnórige alla cavalleria ausiliaria degli Edui — e dalla loro fuga era stata travolta l’intera colonna.
XIX. - Saputo ciò, confermandosi i sospetti sempre più con l’evidenza dei fatti, per avere Dumnórige tratto gli Elvezi attraverso i confini dei Séquani, per avere promosso uno scambio d’ostaggi tra i due popoli, per aver fatto ciò non solo contro gli ordini di Cesare e degli Edui, ma in modo subdolo e all’insaputa di tutti, per essere stato, infine, accusato dal magistrato stesso degli Edui, Cesare ritiene che si abbia ormai sufficiente motivo, o per prendere egli stesso dei provvedimenti contro Dumnórige, o per ordinare al suo popolo di prenderli. Una sola cosa in tutta questa faccenda rattristava Cesare. Il pensiero cioè del premurosissimo zelo che il fratello Diviziaco aveva sempre avuto pel popolo romano e della sua devozione personale per Cesare, della sua fedeltà, della sua equità, del suo disinteresse, tante volte sperimentati. Cesare cioè temeva, col castigare Dumnórige, di ferire nel più profondo dell’anima Diviziaco. Prima adunque di prendere qualsiasi decisione, fa venire a sè Diviziaco ed — allontanati gli interpreti ordinari— parla con lui per mezzo di C. Valerio Trucillo, il più autorevole uomo della Provincia gallica, intimo di Cesare e di cui godeva la piena fiducia. Ricorda così Cesare a Diviziaco quello che, alla sua stessa presenza, è stato detto nel consiglio dei Galli e gli comunica quello che, separatamente, ha potuto appurare dai singoli nella sua inchiesta personale. Lo prega adunque ed esorta a volere senza offesa assumersi l’incarico di approfondire la cosa egli stesso, e di provvedere o di dare ordini al suo popolo perchè provveda.
Dumnórige salvato dal fratello.
XX. - Con molte lacrime Diviziaco, abbracciando Cesare, comincia a scongiurarlo di non prendere alcuna grave decisione contro il fratello. Dice ch’egli ben sa come tutto sia vero e che nessuno se ne duole più di lui perchè, godendo del più alto prestigio in patria ed in tutta la Gallia — quando il fratello ben poco poteva ancora per la sua giovinezza — egli stesso aveva elevato il fratello. Ed il fratello, innalzatosi, aveva rivolto tutto il suo potere e le sue forze non solo a diminuire il prestigio del maggiore, ma a tentare di fargli del male. Egli s’era lasciato tuttavia sempre persuadere dall’amore fraterno e dai riguardi dovuti alla pubblica opinione. Ora, se Cesare prendesse qualche grave misura contro Dumnórige avendo egli — Diviziaco — tanto favore presso Cesare, tutti direbbero: è la vendetta di Diviziaco e tutta la Gallia gli diventerebbe ostile. Mentre così, piangendo, supplica con molte parole, Cesare gli prende la destra e, consolatolo, lo prega di non parlarne più. Egli ha condonato alla volontà ed alle preghiere dell’amico l’offesa fatta alla repubblica ed il suo personale dolore, tanto è il favore di cui l’amico gode. Chiama a sè Dumnórige, presente il fratello. Gli dice di che lo si accusi, gli dice chiaro com’egli sappia di che il popolo si lagni e lo ammonisce, infine, ad evitare per l’avvenire ogni sospetto. Il passato — egli soggiunge — lo perdona in grazia del fratello Diviziaco. E pone attorno a Dumnórige custodi in modo da sapere quello che faccia e con chi pratichi.
Elvezi e Romani a contatto - Il colpo mancato.
XXI. - Lo stesso giorno, saputo dagli esploratori che i nemici si sono fermati alle falde d’un monte ad otto miglia dal suo campo[25], manda a riconoscere le adiacenze del monte e quale sia all’ingiro la salita: gli si annunzia che è facile. Dà ordine a Tito Labieno — legato propretore — di salire alla terza vigilia della notte[26] alla sommità del monte con due legioni, guidate da quelli che avevano già esplorati i luoghi, e gli spiega il suo piano. Egli stesso, alla quarta vigilia della notte, s’avvia verso il nemico per la medesima strada che il nemico aveva fatta e si fa precedere da tutta la cavalleria. Manda avanti con gli esploratori P. Considio che aveva fama d’uomo espertissimo, ed aveva già servito nell’esercito di L. Sulla e poi in quello di M. Crasso.
XXII. - Al primo albore, quando già la cima del monte era occupata da Labieno ed egli non distava dal campo avversario più di un miglio e mezzo (i nemici, come poi si seppe dai prigionieri, non si erano accorti nè del suo arrivo nè di quello di Labieno), ecco Considio che — a spron battuto — accorre, annunziando che il monte che avrebbe dovuto essere occupato da Labieno è occupato invece dagli Elvezi. Egli ne aveva la certezza avendo viste le armi e le insegne galliche[27]. Cesare allora conduce le sue forze sul più vicino colle, schierandole in ordine di battaglia. Labieno — avendo avuto da Cesare l’ordine di non impegnarsi se non al momento in cui vedesse le forze di Cesare presso al campo nemico — dall’occupato colle aspettava i nostri astenendosi da ogni azione. Finalmente, a giorno inoltrato, Cesare ha dagli esploratori la certezza che sono proprio i suoi quelli che hanno occupato il monte, che gli Elvezi hanno già tolto il campo e che Considio, allucinato dalla paura, ha detto d’aver visto quello che in realtà non aveva visto. Nello stesso giorno, con la consueta distanza, riprende adunque ad inseguire il nemico e si accampa a tre miglia da esso.
Cesare a Bibracte — Gli Elvezi alla controffensiva.
XXIII. - L’indomani — cioè soltanto due giorni prima di quello in cui si doveva distribuire il frumento alle truppe — poichè si trovava a diciotto miglia appena da Bibracte, la più grande e la più ricca città degli Edui, Cesare credette opportuno provvedere innanzi tutto ai rifornimenti. Allontanandosi dagli Elvezi, punta su Bibracte[28]. Dai disertori di L. Emilio, decurione dei cavalieri Galli, la cosa è annunciata al nemico. Gli Elvezi, sia che credessero allontanarsi i Romani per paura — dal momento che il giorno prima, già occupato il monte, non avevano osato attaccare —, sia che contassero di poterli tagliar fuori dai rifornimenti, mutata idea e fatto dietro fronte, cominciarono ad incalzare ed a provocare la nostra retroguardia.
Lo schieramento per la battaglia.
XXIV. - Segnalato il fatto, Cesare raccoglie le sue forze sul più vicino colle[29] e manda la cavalleria a rintuzzare l’impeto del nemico. Egli intanto, a mezza costa, ordina in tre schiere le quattro legioni dei veterani[30], dispone in vetta le due legioni reclutate di fresco nella Gallia cisalpina[31] con tutte le truppe ausiliarie e copre così di uomini tutta la montagna. Nel contempo fa adunare tutti i sacchi dei legionari (sarcinas) in un sol luogo ed ordina alle truppe disposte sulla vetta di fortificarla. Gli Elvezi, che si avanzavano con tutti i loro carri, ammassano anch’essi in un sol punto tutte le loro robe e, respinta la cavalleria nostra, in ordinanza densissima, fatta la falange, marciano all’assalto contro la nostra prima schiera.
XXV. - Cesare, allontanato il suo cavallo prima di tutti e poi quelli degli altri, perchè — eguagliato il pericolo — non rimanesse ad alcuno speranza di fuga, arringati i suoi, attaccò la battaglia. Dalle loro posizioni elevate i nostri, col lancio dei giavellotti, rompono facilmente la falange nemica e, scompigliatala, l’aggrediscono all’arma bianca. Ai Galli era però d’imbarazzo il fatto che i giavellotti spesso trapassavano ed inchiodavano più scudi assieme; sicchè, tortisi i ferri dietro ad essi, più non era possibile districarsi nè combattere con la sinistra impedita. Scosso a lungo il braccio, molti preferivano lasciar andare lo scudo e combattere allo scoperto[32]. Alla fine, stremati dalle ferite, gli Elvezi cominciano a ritirarsi e, poichè v’era un’altura ad un miglio di distanza, ivi riparano. Occupata l’altura, mentre i nostri incalzano, i Boii ed i Tulingi — che in numero di circa quindicimila chiudevano la marcia e proteggevano la ritirata degli ultimi — all’improvviso attaccano e tentano di aggirare il fianco destro dei nostri[33]; al quale atto gli Elvezi, che si erano già ritratti sul monte, prorompono alle controffese e riaccendono la battaglia. I Romani allora eseguiscono una conversione e fanno testa ai nemici da due lati: la prima e la seconda schiera per resistere ai vinti ed agli sbandati, la terza per affrontare i sopravvenienti.
Il bilancio della vittoria romana.
XXVI. - Così, con la battaglia su doppia fronte, si combatte a lungo ed aspramente. Non potendo gli Elvezi più resistere all’impeto dei nostri, si ritirano in parte — come avevano già cominciato a fare — sull’altura, ed in parte tra i bagagli ed i carri. Durante tutta questa battaglia, prolungatasi dall’ora settima[34] fino a sera, nessuno potè vedere le spalle del nemico. A notte avanzata si combattè pure intorno ai bagagli perchè, a mo’ di vallo, i nemici avevano messi innanzi i loro carri e dall’alto frecciavano i nostri: alcuni perfino tra le ruote dei carri sporgevano lanciotti e giavellotti[35] colpendo gli assalitori.
Dopo lungo combattimento i nostri si impadroniscono finalmente del campo e dei bagagli: ivi fu pure catturata la figlia d’Orgetórige ed uno dei figli. Alla battaglia sopravvissero circa centotrentamila Elvezi che, marciando per tutta quella notte senza riposo e senza mai alcuna sosta o tregua, al quarto giorno giunsero ai confini dei Lingoni[36], avendo dovuto i nostri fermarsi tre giorni per curare i feriti e dare sepoltura ai morti. Cesare mandò lettere ed ambasciatori ai Lingoni, perchè nè con frumento nè con altra cosa aiutassero gli Elvezi, altrimenti avrebbe considerato anch’essi come nemici.
Passati tre giorni, con tutte le forze riprende l’inseguimento degli Elvezi.
I frutti della vittoria.
XXVII. - Costretti dalla mancanza di viveri, gli Elvezi mandano ambasciatori a Cesare per trattare la resa. Questi, incontratolo in marcia, gli si gittano ai piedi e, supplici, invocano piangendo la pace. Egli ordina loro che gli Elvezi si fermino nel luogo dove si trovano ed aspettino il suo arrivo: obbedirono. Cesare, arrivato sul luogo, chiede gli ostaggi, le armi, gli schiavi rifugiati. Mentre si cerca e si mette insieme tutto ciò, scesa la notte, circa duemila uomini di quel cantone che si chiama Verbigéno, sia per il timore di essere condotti al supplizio una volta consegnate le armi, sia per la speranza di salvarsi — credendo che in tanta folla di arresi la loro fuga potesse passare inosservata — usciti con il favore delle tenebre dal campo degli Elvezi, corrono verso il Reno per riparare in Germania.
XXVIII. Non appena Cesare viene a conoscere attraverso quali genti marci la schiera fuggitiva, ordina loro di catturarla e di ricondurgliela se non vogliono essere punite. Tratta i ricondotti come nemici e tutti gli altri, consegnati gli ostaggi, le armi, i transfughi, accoglie in un patto di resa. Comanda agli Elvezi, ai Tulingi, ai Latóbici, di rientrare nelle loro terre e poichè, perduti ormai tutti i raccolti, non vi avrebbero trovato di che sfamarsi, ordina agli Allobrogi di fornire loro frumento ed obbliga i vinti a ricostruire tutti i castelli ed i villaggi incendiati. Con ciò mirava soprattutto ad evitare che il territorio abbandonato dagli Elvezi attraesse, con i suoi buoni campi, i Germani che abitano al di là del Reno, facendoli transitare nell’Elvezia e facendone i confinanti della Provincia gallica e degli Allobrogi. Chiedendo gli Edui che i Boii, noti per il loro valore, fossero disposti sui loro confini, Cesare lo concede; e gli Edui assegnano campi ai Boii e li accolgono nella loro libera cittadinanza con parità di diritti.
Le masse dei vinti.
XXIX. - Nel campo degli Elvezi si trovarono tavole a caratteri greci e furono portate a Cesare. In esse erano specificati il numero degli uscenti dal paese, il numero degli atti alle armi ed il numero dei fanciulli, dei vecchi e delle donne. Le cifre erano queste: Elvezi 263.000, Tulingi, 36.000, Latóbici 14,000, Ráuraci 23.000, Boii 32.000. Tra tutti questi gli atti alle armi erano circa 92.000 e la massa emigrante, nel suo complesso, saliva a circa 368.000. Fatto, come Cesare aveva ordinato, il censimento di quelli che ritornavano in patria, risultò che essi ascendevano a 110.000[37].
Le ripercussioni politiche in Gallia.
La conferenza pangallica.
XXX. - Finita la guerra elvetica, ambasciatori di quasi tutta la Gallia e principi dei loro popoli vennero a rallegrarsi con Cesare. Essi dicevano di veder ben chiaro come, pur avendo egli puniti gli Elvezi per le antiche loro offese al popolo romano, fosse quel castigo non meno utile alla Gallia che al popolo romano medesimo; dal momento che, con deliberato proposito ed in piena prosperità, gli Elvezi avevano lasciato le loro case per fare guerra a tutta la Gallia e conquistarne il dominio e, scelto a domicilio il luogo migliore tra tanti — quello cioè che pareva loro il più comodo ed il più ricco — far tributari tutti gli altri popoli. Gli ambasciatori chiedevano che si permettesse loro di fissare la data per un’assemblea[38] di tutti i rappresentanti della Gallia con il consenso di Cesare: essi avevano, nell’interesse comune, qualcosa da domandare a Cesare. E poichè egli acconsentì, fissarono il giorno e si obbligarono con giuramento a non fare comunicazioni a Cesare se non per mandato dell’assemblea ed a nome di tutti.
La questione di Ariovisto e dei Germani.
XXXI. - Finita la conferenza, gli stessi rappresentanti della Gallia che erano già stati al campo di Cesare vi ritornano, chiedendo che in segreto sia loro permesso trattare con Cesare di cosa estremamente grave per tutti. Ottenuto ciò, si gittano tutti piangendo ai piedi di lui. Non meno essi imploravano il segreto sulle loro comunicazioni che l’assenso ai loro desiderî, perchè, se la cosa fosse trapelata, essi erano sicuri di averne un tremendo castigo. Parlò per tutti l’eduo Diviziaco.
«La Gallia — egli diceva — è divisa in due fazioni, su di una hanno il predominio gli Edui e sull’altra gli Arverni[39]. Essendosi per tanti anni le due fazioni conteso il primato, era accaduto che i Germani fossero stati assoldati dagli Arverni e dai Séquani. Dapprima avevano passato il Reno un quindicimila Germani e, poichè quei rudi barbari avevano ben presto preso gusto alla fertilità, alla civiltà ed all’abbondanza dei paesi gallici, altre schiere più numerose avevano passato il Reno, tanto che ormai erano in Gallia non meno di centoventimila Germani.
«Con questi, gli Edui ed i loro clienti avevano combattuto una prima ed una seconda volta, ma, in una disastrosa battaglia, avevano perduto tutta la nobiltà, tutto il senato, tutta la cavalleria. Affranti da tanto disastro essi, che per il loro valore e per la protezione del popolo romano erano avvezzi a predominare nella Gallia, erano stati costretti a dare in ostaggio ai Séquani i più nobili cittadini, ad obbligare con giuramento tutto il popolo a non richiedere mai quegli ostaggi, a non domandare mai aiuto al popolo romano, a non ribellarsi mai al perpetuo ed illimitato imperio dei Séquani. Era lui, Diviziaco, il solo di tutto il popolo eduo che avesse saputo non lasciarsi costringere nè a giurare nè a dare in ostaggio i figli. Per questo egli aveva potuto fuggire dal suo paese e, venuto a Roma, aveva potuto chiedere aiuto al senato. Egli era anche il solo che non fosse vincolato nè da giuramenti nè da ostaggi. Ma ai vincitori Séquani era accaduto peggio che ai vinti Edui, poichè Ariovisto, re dei Germani, si era insediato entro i confini dei Séquani ed aveva occupato una terza parte di quel territorio che è il più fertile di tutta la Gallia; ed ora imponeva ai Séquani di cedere un altro terzo perchè, pochi mesi prima, si erano aggiunti ventiquattromila Harudi[40] cui bisognava pure fare un po’ di posto.
«In pochi anni sarebbero stati così tutti in Gallia cacciati dai loro confini e tutti i Germani avrebbero varcato il Reno, perchè non v’ha confronto fra il territorio dei Galli e quello dei Germani, nè v’ha paragone fra questo regime di vita e quello.
«Ariovisto poi, una volta distrutte le forze dei Galli nella battaglia campale accaduta presso Admagetóbrige[41], s’era messo a comandare con superba crudeltà, a volere come ostaggi i figli d’ogni nobile cittadino, a straziarli con le più atroci torture se non gli si obbediva in tutto e per tutto. Un barbaro, infine, iracondo, temerario: non era più possibile soffrirne il giogo. Se Cesare ed il popolo romano non avessero dato qualche aiuto, tutti i Galli sarebbero stati costretti a fare quello che avevano fatto gli Elvezi: emigrare, cioè, trovarsi un altro domicilio, un altro paese, lontano dai Germani; andare insomma alla ventura ed allo sbaraglio[42]. Se ad Ariovisto fosse stato riferito questo passo dei Galli, Diviziaco era sicuro che egli avrebbe inflitto agli ostaggi i più atroci tormenti.
«Cesare però, con il prestigio della sua persona e del suo esercito, con la forza persuasiva della recente vittoria e con l’autorità del popolo romano, avrebbe potuto farsi sentire in modo che altre orde germaniche non passassero il Reno ed ai Galli tutti fosse dato difendersi dalle violenze d’Ariovisto».
Cesare invocato contro Ariovisto.
XXXII. - Dopo questo discorso di Diviziaco, tutti i presenti, con grande pianto, cominciarono ad invocare l’aiuto di Cesare. Notò Cesare che, soli fra tutti, i Séquani non partecipavano alla manifestazione e, chinato il capo, guardavano tristi in terra. Meravigliato ne chiese loro il motivo. I Séquani non risposero e taciti rimasero nella loro tristezza. Insistendo Cesare nel chiedere e non riuscendo ad ottenere una parola dai Séquani, lo stesso Diviziaco eduo rispose: «Essere più misera e grave la condizione dei Séquani che, soli, non avrebbero mai osato neppure in segreto lagnarsi ed invocare aiuto, temendo la crudeltà d’Ariovisto assente come se fosse presente. Agli altri rimaneva pur sempre qualche via di scampo; ma ai Séquani che avevano accolto Ariovisto in casa e ne avevano fatto il padrone delle loro città, erano riserbati tutti i supplizi».
XXXIII. - Saputo ciò, Cesare fece cuore ai Galli assicurandoli che si sarebbe dato pensiero della cosa. «Egli aveva molta ragione di sperare — disse — che un po’ con i favori già fattigli ed un po’ con il peso della sua autorità, sarebbe riuscito a far rinsavire Ariovisto». Con tali parole sciolse l’assemblea.
Oltre alle suddette considerazioni, molte altre l’inducevano ad assumersi l’impresa e, prima d’ogni altra, il pensiero che gli Edui, chiamati così spesso dal senato «fratelli e consanguinei», potessero essere tenuti schiavi alla mercè dei Germani e dovessero dare ostaggi ad Ariovisto ed ai Séquani. Ciò, in tanto impero del popolo romano, gli pareva insopportabile onta per Cesare e per la repubblica. E trovava ancora pericoloso che i Germani, a poco a poco, pigliassero l’abitudine di varcare il Reno e di stabilirsi in grandi masse nella Gallia; perchè Cesare era uomo da non credere che una stirpe così fiera e barbara avrebbe saputo contenersi ed una volta occupata tutta la Gallia — come già i Cimbri e i Teutoni[43] —, non avrebbe invaso la Provincia e mirato all’Italia, non essendoci che il Rodano da varcare per essere dal paese dei Séquani nella nostra Provincia stessa. Ragioni tutte per le quali bisognava correre al più presto ai ripari.
Quanto ad Ariovisto poi, gli pareva diventato veramente intollerabile con la sua superbia e con la sua tracotanza.
I primi contatti con Ariovisto.
XXXIV. - Trovò opportuno adunque mandare ambasciatori ad Ariovisto, per chiedergli che scegliesse un luogo intermedio per un colloquio volendo egli conferire con lui su cose di somma importanza per la repubblica e per entrambi. Ariovisto rispose: «Che se avesse voluto qualcosa da Cesare sarebbe andato da Cesare, e se Cesare voleva qualcosa da lui, venisse da lui. Nè d’altra parte, — aggiunse — avrebbe mai osato venire senza esercito nei territori gallici posseduti da Cesare, nè avrebbe potuto raccogliere l’esercito senza radunare vettovaglie e fare preparativi. Quanto a lui, personalmente, non riusciva a capire che cosa nella sua Gallia — ch’egli s’era conquistata con buona guerra — potesse interessare e Cesare ed il popolo romano».
XXXV. - Recate le risposte a Cesare egli manda di nuovo ambasciatori con quest’incarico.
«Dal momento che, dopo essere stato beneficato da Cesare personalmente e dal popolo romano a tal segno da ricevere, sotto il suo consolato appunto, dal senato il titolo di re e di amico, egli se ne ricordava così poco da ricalcitrare dinnanzi ad un invito a colloquio, sì da rispondere ch’egli non aveva nulla da dire, ecco quello che Cesare aveva da chiedergli. Prima di tutto che non conducesse più gente dal di là del Reno nella Gallia, poi che restituisse gli ostaggi che aveva degli Edui, che permettesse ai Séquani di restituire quelli che essi avevano, senza difficoltà da parte sua, che non offendesse più in alcun modo gli Edui e non facesse loro guerra nè ai loro alleati. Se a ciò si fosse attenuto, sarebbe sempre vissuto d’amore e d’accordo con il popolo romano e con Cesare. Se no, Cesare, dal momento che — consoli M. Messala e M. Pisone — il senato aveva stabilito che chiunque avesse la Provincia della Gallia difendesse, nell’interesse della repubblica, gli Edui e gli altri amici del popolo romano, non avrebbe potuto dimenticare i torti che gli Edui avevano ricevuti da Ariovisto»[44].
XXXVI. - Ariovisto rispose: «Il diritto di guerra voleva che i vincitori imponessero le condizioni ai vinti: così il popolo romano era solito dare ordini ai vinti non secondo i desideri altrui ma a suo talento. Come egli non aveva mai prescritto al popolo romano in qual maniera dovesse esercitare il suo diritto, così non c’era ragione che il popolo romano impedisse a lui di far valere il proprio. Egli aveva reso suoi tributari gli Edui, perchè avevano preferito tentare la fortuna delle armi, ed in regolare battaglia erano stati vinti. Cesare gli faceva adunque un gran torto col ridurre al suo arrivo gli imposti tributi. Egli non avrebbe restituito gli ostaggi agli Edui e non avrebbe recato ingiusta guerra nè ad essi nè ai loro alleati, finchè essi fossero rimasti fedeli ai patti ed avessero pagato il tributo annuale: se no, il nome di fratelli dato loro dal popolo romano non avrebbe giovato a nulla. Chè se Cesare dichiarava di non poter dimenticare i torti fatti patire agli Edui, lui gli diceva che nessuno aveva mai osato affrontarlo senza aversene a pentire. Quando volesse, egli non aveva che ad attaccare: Cesare avrebbe capito allora che cosa potesse il valore degli invitti Germani, esercitatissimi nelle armi e che da quattordici anni vivevano in campo».
XXXVII. - Mentre queste risposte erano riferite a Cesare, giungevano ambasciatori degli Edui e dei Tréviri[45]. Gli Edui per lagnarsi degli Harudi che — già passati in Gallia — devastavano le loro terre e per annunciare che essi Edui non avevano potuto ottenere pace da Ariovisto, neppure dopo la consegna degli ostaggi. I Tréviri poi per annunziare che cento comunità di Svevi si erano stabilite sulle rive del Reno per tentare di passarlo, e che erano loro duci i fratelli Nasua e Cimbério.
Fortemente turbato da queste novelle, Cesare pensò di affrettarsi perchè, se nuovi elementi svevi si fossero congiunti con le vecchie forze d’Ariovisto, sarebbe stato meno facile resistere. Messa adunque insieme al più presto possibile la provvista di grano, muove a grandi giornate contro Ariovisto.
Cesare a Besançon - Il panico fra le truppe.
XXXVIII. - Dopo tre giorni di marcia, gli si annunzia che Ariovisto con tutte le sue forze punta su Besançon — la più importante città dei Séquani — e che già da tre giorni era in marcia fuori dei propri confini.
Cesare sentiva che bisognava sbarrargli la via a qualunque costo. In quella città era una straordinaria abbondanza di provvigioni e di materiale bellico, e la natura stessa del luogo l’assicurava talmente sì da concedere tenaci pregi di resistenza al difensore, perchè il fiume Doubs (Dubis), come se fosse tracciato con il compasso, rinserra il paese quasi in un cerchio. Per lo spazio residuo — che non è di più di mille e seicento piedi — il cerchio è chiuso da un monte[46] di grande altezza, le cui radici da un lato e dall’altro sono bagnate dalle acque del fiume. Un muro che lo circonda fa di questo monte una fortezza e lo congiunge con la città. A marce forzate diurne e notturne Cesare giunge sul luogo ed, occupata la città, vi colloca un presidio.
XXXIX. - Mentre sosta per qualche giorno a Besançon per il grano e per i rifornimenti, dalle ciarle ansiose dei nostri e dalle voci dei Galli e dei negozianti, che descrivevano i Germani come uomini di straordinaria statura e d’incredibile valore e destrezza nelle armi — dicevano persino che, incontratisi con essi, non si riusciva a sostenerne nè l’aspetto nè lo sguardo — d’improvviso, tutto l’esercito fu invaso d’un tale panico che tutte le menti ne furono profondamente scosse. Il timore sorse prima fra i tribuni militari, i prefetti ed altri simili che, mossisi da Roma soltanto per amicizia con Cesare, non avevano alcuna seria disciplina militare. Ed allora, chi andava cercando una scusa per chiedere a Cesare una licenza immediata, chi, invece, vergognandosi di simile gherminella, per evitare il sospetto della paura si sforzava di rimanere un poco ancora. Ma questi non sapevano darsi un contegno ed a volte non riuscivano neppure a trattenere le lacrime. Nascosti sotto le tende, imprecavano contro il loro destino ed, insieme con gli amici, commiseravano il loro comune pericolo. Apertamente si facevano intanto per tutto il campo i testamenti.
Dai discorsi e dal panico di costoro a poco a poco erano stati conquistati anche quelli che vivevano da gran tempo ormai la vita del campo, cioè militi, centurioni ed ufficiali di cavalleria. Quelli che volevano sembrare meno timidi andavano dicendo ch’essi avevano timore non già del nemico ma dell’insidia del cammino[47], della vastità delle selve che intercedevano fra essi ed Ariovisto, e che essi ritenevano non fosse possibile trasportare per simili sentieri il frumento. Alcuni annunziavano già a Cesare che — dato il segnale della partenza — i soldati non avrebbero obbedito all’ordine e non avrebbero, per il panico, mosso le insegne.
Cesare parla ai legionari.
XL. - Al sentire ciò, chiamati a rapporto tutti gli ufficiali, compresi i centurioni, Cesare li rimprovera con grande veemenza. Prima di tutto perchè avevano voluto discutere in qual parte e con quale intenzione li conducesse il duce. «Durante il suo consolato — soggiunge Cesare — Ariovisto s’era dato grande premura di chiedere l’amicizia del popolo romano. Perchè adunque v’era qualcuno che aveva imaginato che costui potesse con tanta temerità allontanarsi ora dal suo dovere? Egli credeva fermamente che, conosciuti i suoi desiderî e vista l’equità delle condizioni, Ariovisto tenesse ancora ed assai al favore di Cesare ed a quello del popolo romano. Ma anche se, spinto da furore e da pazzia, egli facesse guerra, che vi sarebbe da temere? E perchè disperare del proprio valore e dell’avvedutezza di Cesare? L’esempio dei padri nostri ci ammoniva che imprese simili erano tutte a rischio del nemico, poichè, respinti da Caio Mario i Cimbri ed i Teutoni, parve che l’esercito ne avesse non minor gloria che lo stesso condottiero. Imprese simili si erano viste anche in Italia durante la rivolta degli schiavi che avevano potuto — per un certo tempo — giovarsi dell’esperienza militare e della disciplina da noi appresa. Da questo si poteva indurre quale valore avesse nelle armi la resistenza, perchè solo a forza di costanza i Romani erano riusciti a superare, armati e vincitori, quegli schiavi che, senza ragione, essi avevano mostrato di temere ancora inermi. Infine, questi Germani erano pure i medesimi con cui gli Elvezi s’erano spesso battuti, non solo nel proprio, ma anche nel loro territorio; e li avevano bene spesso battuti gli Elvezi che pur non avevano saputo resistere al nostro esercito. Se qualcuno poi si fosse turbato al sentir parlare della disfatta e della fuga dei Galli dinnanzi ai Germani, informandosi meglio avrebbe potuto scoprire che — stanchi ormai i Galli per la lunghezza della guerra — Ariovisto, dopo essere rimasto per molti mesi chiuso in un campo circondato da paludi senza dare al nemico alcuna possibilità d’attacco, d’improvviso, assaltati i Galli che avevano ormai rinunciato ad ogni speranza di battaglia, li aveva dispersi e vinti più con la fredda astuzia che con il valore. Ma, se la furberia aveva potuto servirgli contro uomini barbari ed inesperti, Ariovisto non avrebbe certamente potuto sognare di servirsene contro il nostro esercito.
«Quelli poi che adducevano come scusa del loro panico le difficoltà dell’approvvigionamento del grano e l’angustia del cammino, erano presuntuosi che si arrogavano cure riguardanti soltanto il duce e s’affannavano e consigliavano senza che alcuno ne li richiedesse. Quella era faccenda sua: il frumento sarebbe stato somministrato dai Séquani, dai Leuci[48], dai Lingoni[49] e già era maturo nei campi. Quanto al cammino, essi ne avrebbero potuto giudicare tra poco, e quanto poi a non obbedire all’ordine della partenza egli non se ne curava gran che. Egli sapeva che a tutti coloro cui l’esercito aveva disobbedito, si poteva imputare o il venir meno della fortuna per aver male condotto un’impresa, o una provata accusa di disonestà per qualche mala azione commessa.
«Per quel che riguardava lui, la sua integrità era attestata da tutta una vita e la sua fortuna dall’esito della guerra contro gli Elvezi. Adunque, egli oramai aveva detto loro tutto quello che avrebbe fatto in avvenire, e la prossima notte — alla quarta vigilia — avrebbe tolto il campo per sapere al più presto se per loro valesse più la vergogna, o il dovere, o la paura. E se nessuno l’avesse seguìto, sarebbe partito egualmente con la sola decima legione, su cui non aveva alcun dubbio e quella gli avrebbe servito da coorte pretoriana»[50]. Cesare aveva sempre prediletto quella legione ed aveva nel suo valore una fiducia illimitata.
Gli effetti della parola di Cesare.
XLI. - Dopo questo discorso si vide uno straordinario mutamento e tutti parvero ansiosi di cominciare la guerra. Prima d’ogni altra, la decima legione inviò ringraziamenti a Cesare per mezzo dei tribuni militari, perchè aveva dato su di lei un così lusinghiero giudizio e confermò d’essere prontissima a combattere.
Allora, anche le altre legioni trattarono con i tribuni militari e con i centurioni delle loro prime coorti per dare soddisfazione a Cesare, dichiarando che esse non avevano mai nè dubitato nè temuto, e che non spettava ad esse ma solo al duce di giudicare delle operazioni. Accettate le loro scuse ed informatosi del cammino per mezzo di Diviziaco, in cui aveva più fiducia che in qualunque altro, questi gli consigliò un giro[51] di più che cinquanta miglia in terreno scoperto, ed alla quarta vigilia[52], come aveva promesso, Cesare partì. Non avendo mai intralasciata la marcia, al settimo giorno è informato dagli esploratori che le forze di Ariovisto non distano più dai nostri che ventiquattro miglia[53].
Ariovisto manda ambasciatori.
XLII. - Saputo dell’arrivo di Cesare, Ariovisto gli manda ambasciatori. «Ormai — egli diceva — gli era possibile far quello che prima Cesare gli aveva chiesto circa un colloquio, dal momento che Cesare si era avvicinato a lui ed egli, Ariovisto, credeva ormai di poter fare senza pericolo ciò che gli era stato chiesto».
Non respinse le trattative Cesare e già sperava che Ariovisto tornasse alla ragione, poichè prometteva a Cesare quello che, per l’innanzi, sempre gli aveva negato. Cesare sperava adunque seriamente che Ariovisto — dati i grandi favori fattigli da lui e dal popolo romano — una volta conosciuti i desideri di Cesare tornasse a più miti consigli, e così fu fissato un colloquio per il quinto giorno a partire da quello.
Frattanto — nell’attesa — andando e venendo di frequente ambasciatori da una parte e dall’altra, Ariovisto domandò che Cesare non conducesse seco al colloquio armati a piedi, poichè egli temeva d’essere insidiosamente aggirato. «L’uno e l’altro avrebbero dovuto venire con la sola cavalleria: altrimenti egli non sarebbe venuto». Cesare, non volendo che per tale ragione il colloquio sfumasse e non osando, d’altra parte, affidare la sua vita alla cavalleria ausiliaria dei Galli, pensò che la cosa più prudente sarebbe stata, tolti tutti i cavalli ai cavalieri Galli, di farli montare dai legionari della decima legione di cui aveva illimitata fiducia, in modo che — se ce ne fosse bisogno — egli avesse a fianco il più fido dei corpi di guardia.
Mentre ciò avveniva, qualcuno dei militi della decima legione osservò — non senza arguzia — che Cesare manteneva anche di più di quello che aveva promesso. Aveva cioè promesso che avrebbe fatto della decima legione la sua coorte pretoriana ed ecco che egli ne faceva persino un corpo di cavalleria (ad equum rescribere[54]).
Un convegno drammatico.
XLIII. - Si era in una grande pianura dalla quale sorgeva un poggio eminente[55]. Questo era all’incirca egualmente lontano dal campo d’Ariovisto e da quello di Cesare. Là, come era stato fissato, convennero i due a colloquio. Cesare fermò la legione che aveva montata sui cavalli a duecento passi dal poggio, ed i cavalieri d’Ariovisto si fermarono ad eguale distanza. Ariovisto chiese che si parlasse stando in sella e che ognuno conducesse con sè al colloquio dieci dei suoi. Quando si venne sul posto, Cesare cominciò rammentando ad Ariovisto i favori che egli stesso ed il senato gli avevano fatti: «Che il senato lo aveva chiamato ‘re ed amico‚ e lo aveva colmato di doni, cosa che egli ricordava essere capitata a ben pochi e solersi fare soltanto con uomini di singolare zelo nel loro dovere. Lui, invece, — Ariovisto — senza avere alcuna seria ragione per pretendere a ciò, aveva ottenuto quegli alti premi soltanto in grazia di lui — Cesare — e della liberalità del senato. Ricordava inoltre quali vecchie e giuste ragioni di amicizia legassero i Romani agli Edui e quali senatoconsulti e quante volte, e con che onorevoli motivazioni, fossero stati fatti in loro favore, riconoscendo che gli Edui avevano avuto il principato su tutta la Gallia in ogni tempo, e prima ancora che essi avessero chiesta la nostra amicizia.
«Era consuetudine del popolo romano, non solo tener sempre nel debito favore gli alleati e gli amici, ma accrescere con ogni mezzo il loro credito, la loro dignità, il loro onore. E chi avrebbe adunque potuto permettere che fosse tolto agli Edui ciò che avevano affidato all’amicizia del popolo romano?».
Cesare chiese da ultimo quello che già aveva chiesto per mezzo degli ambasciatori: «Che cioè Ariovisto non facesse guerra nè agli Edui nè ai loro alleati, che restituisse gli ostaggi, che se non poteva rimandare neppure in parte i Germani a casa, almeno non permettesse che altri oltrepassassero il Reno».
XLIV. Poche cose rispose Ariovisto alle domande di Cesare e parlò invece molto delle proprie benemerenze. «Non per volontà sua egli aveva varcato il Reno ma perchè invitato e trattenuto dai Galli: non senza grandi speranze e grandi premi aveva lasciato patria e parenti. Egli aveva in Gallia sedi dai Galli medesimi concessegli ed ostaggi da essi stessi affidatigli: riscuoteva un tributo per diritto di guerra, quello insomma che tutti i vincitori sogliono imporre ai vinti. Non lui ai Galli, ma i Galli a lui avevano portato la guerra. Tutte le popolazioni della Gallia erano venute ad assaltarlo ed avevano campeggiato contro di lui, ma egli con una sola battaglia le aveva tutte respinte e disfatte.
«Se volevano di nuovo tentare l’esperimento egli era di nuovo pronto a battersi; se preferivano invece la pace era ingiusto rifiutare ad esso un tributo che gli avevano promesso, a quel tempo, di loro spontanea volontà. L’amicizia del popolo romano avrebbe dovuto essergli di ornamento e di presidio e non già di danno: con tale speranza almeno egli l’aveva richiesta. Se per mezzo del popolo romano si sopprimesse il tributo e gli si sottraessero gli ostaggi, egli rifiuterebbe senz’altro l’amicizia del popolo romano e non meno volentieri di quello che l’aveva domandata.
«Quanto poi al portare grandi masse di Germani in Gallia, egli lo faceva per sua difesa e non per assalire la Gallia. Di ciò era prova il fatto che non era mai comparso se non chiamato e non aveva mai fatto guerra ad alcuno ma si era soltanto difeso. Egli era venuto in Gallia prima del popolo romano e mai finora l’esercito del popolo romano era uscito dai confini della Provincia gallica.
«Che cosa si voleva adunque da lui? Perchè Cesare veniva nei suoi possessi? Quella era la Provincia che lui aveva in Gallia, come noi avevamo la nostra. Come sarebbe stato sciocco non resistere a lui se egli avesse minacciati i nostri confini, così era iniquo interloquire nei suoi diritti. Quanto all’appellativo di ‘fratelli’ dato agli Edui, egli non era così barbaro nè così inesperto da non sapere che, nella recente guerra degli Allobrogi, gli Edui non avevano affatto aiutato i Romani nè avevano mai pensato — nelle contese che avevano avuto con lui e con i Séquani — ad invocare l’aiuto del popolo romano. Egli doveva sospettare adunque che Cesare, simulando amicizia, conducesse quell’esercito in Gallia per sopraffare lui, Ariovisto. Se Cesare non si fosse deciso a sgombrare con l’esercito da quelle contrade, egli non solo non l’avrebbe potuto più considerare amico, ma avrebbe addirittura dovuto trattarlo come un nemico. Egli diceva di sapere del resto che, se avesse ucciso Cesare, avrebbe fatto cosa ben grata ai più nobili e cospicui personaggi del popolo romano. Dai loro inviati, egli aveva saputo come il più sicuro mezzo per assicurarsi il loro favore e la loro amicizia sarebbe stata l’uccisione di Cesare.
«Ma se Cesare fosse partito lasciando lui — Ariovisto — libero arbitro della Gallia, egli avrebbe rimunerato Cesare con un grande premio, e qualunque guerra Cesare avesse voluto fare avrebbe potuto condurla senza fatica e senza pericolo mercè l’aiuto di Ariovisto»[56].
XLV. - Cesare spiegò diffusamente come non gli fosse possibile desistere dall’impresa. «Non era abitudine sua nè del popolo romano abbandonare alleati benemeriti, nè egli credeva d’altra parte che la Gallia appartenesse ad Ariovisto piuttostochè al popolo romano. Gli Arverni ed i Ruteni erano stati vinti in guerra da Quinto Fabio Massimo[57] ed il popolo romano aveva loro perdonato. Non aveva fatto del loro paese una provincia e non aveva imposto loro alcun tributo. Anche risalendo ai tempi più remoti, si deduceva che l’impero del popolo romano in Gallia era stato sempre il più giusto, e se si voleva rispettare il giudizio del senato romano, la Gallia doveva essere considerata libera dal momento che, vintala in guerra, il senato aveva voluto che continuasse a governarsi con le proprie leggi».
XLVI. - Mentre di questo si discorre, si annunzia a Cesare che i cavalieri d’Ariovisto s’avvicinano al poggio e cominciano ad incalzare i nostri ed a gittare pietre e dardi. Cesare tronca il colloquio e si ritira presso i suoi, ordinando loro di non scagliare alcuna freccia contro il nemico. Benchè non vedesse alcun pericolo per la scelta legione in una zuffa con la cavalleria, nondimeno non credeva che i nostri dovessero impegnarsi in modo che, respinti i nemici, si potesse dire ch’egli aveva teso loro un agguato. E quando tra i soldati si riseppe con quanta arroganza Ariovisto avesse negato ai Romani ogni diritto sulla Gallia, e come i suoi cavalieri avessero aggredito i nostri in modo da costringere Cesare a troncare il colloquio, l’esercito tutto si sentì preso da un nuovo ed alacre ardore di battaglia.
La diffidenza di Ariovisto — La tattica dei Germani.
XLVII. - Due giorni dopo, Ariovisto manda ambasciatori a Cesare. Egli avrebbe voluto trattare ancora di quelle cose che avevano cominciato ad essere discusse ed erano state lasciate in sospeso. E pregava Cesare di fissare un altro giorno per il convegno, o — non volendo più saperne — di mandargli qualcuno dei suoi legati. Cesare pensa però che non vi sia più motivo a discorsi, tanto più che il giorno prima i Germani non avevano saputo astenersi dal lanciar dardi contro i nostri; e ritiene ormai che anche un suo legato avrebbe dovuto esporsi a troppo grave pericolo ed essere considerato come abbandonato ad uomini barbari.
Più saggia cosa invece gli sembra mandare ad Ariovisto Caio Valerio Procillo — figlio di C. Valerio Caburo — giovane di grande coraggio e di grande abilità, il cui padre aveva ricevuto la cittadinanza in dono da Caio Valerio Flacco[58]. E sceglie questo giovane per la sua fedeltà e per la conoscenza che aveva della lingua gallica — di cui per lunga pratica Ariovisto soleva già molto valersi — ed anche perchè i Germani non avrebbero trovato in lui alcun pretesto a violenze.
Con esso manda Marco Mezio che era legato da vincoli d’ospitalità con Ariovisto. Affida l’incarico ai due di sentire quello ch’egli voglia e di riferirglielo. Ma Ariovisto, non appena li vide in campo, gridò alla presenza di tutti: «Che cosa vengono a fare costoro? A spiare forse?».
E proibì loro di parlare e li fece caricare di catene.
XLVIII. - Lo stesso giorno muove il campo ed, a sei miglia da quello di Cesare, si ferma alle falde d’un monte[59]. Il giorno dopo porta le sue forze al di là del campo di Cesare e pone il suo a due miglia da lui[60], col proposito d’intercettare i convogli di frumento e di viveri che avrebbero dovuto venire dai Séquani e dagli Edui. D’allora, per cinque giorni consecutivi, Cesare schiera innanzi al campo tutte le sue forze e le tiene ordinate a battaglia, perchè — se Ariovisto vuole affrontare la sorte delle armi — non gliene manchi il destro. Per altrettanti giorni Ariovisto tiene l’esercito chiuso in campo ed ogni giorno provoca a combattimento equestre.
Era questo un genere di mischia in cui i Germani erano molto provetti. Avevano seimila cavalieri ed altrettanti fanti, velocissimi e fortissimi, ognuno dei quali ultimi veniva scelto da qualcuno dei cavalieri in tutta la massa per propria difesa, talchè fanti e cavalieri affrontavano così insieme la battaglia. I cavalieri trovavano nei fanti il loro rifugio ed i fanti, quando la lotta dei cavalieri si faceva più aspra, accorrevano. Se un cavaliere, per qualche grave ferita, cadeva da cavallo, lo circondavano; se invece si doveva fare una scorreria più lunga del consueto o conveniva ritirarsi in gran fretta, tanta era la celerità che i fanti avevano acquistata con l’esercizio che — avvinghiati alla criniera dei cavalli — ne adeguavano la corsa[61].
Il nuovo campo di Cesare.
XLIX. - Quando Cesare si persuade che l’altro non sarebbe mai uscito dal campo, per non compromettere i rifornimenti sceglie un luogo adatto per accamparsi — circa un seicento passi al di là di quello in cui si erano fermati i Germani — e viene ad occupare il nuovo alloggiamento con le truppe disposte in tre schiere.
Ordina che la prima e la seconda schiera restino in armi e che la terza fortifichi il campo. Il luogo — come si è detto — distava dal nemico un seicento passi. Ariovisto manda colà circa sedicimila fanti leggeri, con tutta la cavalleria, perchè atterriscano i nostri ed impediscano loro il lavoro delle trincee. Malgrado questo, Cesare in conformità del suo piano ordina che le due prime schiere tengano lontano il nemico e che la terza attenda al lavoro. Fortificato il campo, vi lascia due legioni ed una parte degli ausiliari: le altre quattro legioni riconduce nel campo maggiore.
L. - Il giorno dopo, Cesare, di sua iniziativa, trae le forze dall’uno e dall’altro campo ed, avanzatosi un poco dal campo maggiore, ordina le forze offrendo battaglia al nemico. Quando vede che neppure allora il nemico si muove, verso mezzogiorno riconduce l’esercito al campo. Allora, finalmente, Ariovisto manda una parte delle sue truppe ad assaltare il campo minore.
Si combatte accanitamente da una parte e dall’altra fino a sera. Al tramonto, Ariovisto fa rientrare al campo le sue forze
(Dalla traduzione italiana di F. Baldelli, illustrata da A. Palladio,
Venezia, E. Albrizzi, 1737).
A) Truppe di P. Crasso.
B) Destra dei Romani.
C) Sinistra dei Romani.
D) Cavalleria dei Romani.
E) Armati alla leggera dei Romani.
F) Fanterie di Ariovisto.
G) Cavalleria di Ariovisto.
H) Suoi bagagli ed impedimenta.
I) Campo minore di Cesare.
K) Campo maggiore di Cesare.
L) Truppe fiancheggianti di Cesare.
che erano state duramente provate e che pure avevano messo a dura prova il nemico. Avendo Cesare chiesto ai prigionieri perchè Ariovisto non si fosse deciso ad una battaglia campale, apprendeva che questa era la ragione. Presso i Germani è consuetudine che le madri di famiglia dichiarino con sortilegi e vaticini se sia, o no, il momento buono per dare battaglia ed esse avevano predetto che i Germani non avrebbero potuto ottener la vittoria se avessero impegnato battaglia prima della nuova luna.
Lo schieramento romano ed il germanico.
LI. - L’indomani, Cesare lasciò il presidio che gli parve sufficiente nell’uno e nell’altro campo e dispose tutti i suoi ausiliari[62] di fronte al nemico innanzi al campo minore, perchè essendo in realtà inferiore di forze al nemico stesso, gli ausiliari gli servissero per ostentare forze. Egli poi, disposti i suoi in tre schiere, marcia contro al campo avversario. Allora finalmente i Germani si decidono a trarre le truppe dal campo, ordinandosi tribù per tribù, ad eguali intervalli: Harudi, Marcomanni, Triboci, Vangioni, Neméti, Sédusi, Svevi. E dietro la loro linea di battaglia formano un’interrotta linea di sbarramenti con le vetture ed i carri, perchè non rimanga alcuna speranza nella fuga. Sui carri pongono le donne che, a mani giunte, piangendo, implorano i partenti per la battaglia a non volerle dare in schiavitù ai Romani.
LII. - Cesare prepose a ciascuna delle sue legioni un legato ed un questore, perchè ognuno avesse in loro i migliori testimoni del proprio valore, ed attaccò battaglia dall’ala sinistra, poichè aveva notato che era da quella parte il punto più vulnerabile del nemico. I nostri, appena dato il segnale, si avventano con tale impeto e, da parte loro, i nemici s’avanzano con sì furiosa rapidità, da non rimanere più spazio per lanciare i giavellotti. Rinunciando adunque a questi si venne senz’altro alle spade[63]. Ma i Germani, avvezzi a formare rapidamente la falange, tengono fermo all’urto delle spade. Vi furono non pochi soldati nostri che balzarono sulla muraglia degli scudi e superatala, colpirono dal disopra[64]. I nemici erano già respinti ed in fuga sull’ala sinistra, ma sull’ala destra la pressione della massa avversaria sui nostri era ancora fortissima. Avendo notata la cosa, il giovane Publio Crasso, che guidava la cavalleria — dominando l’azione meglio di quelli che v’erano presi dentro — mandò allora a rincalzo dei nostri, oppressi, le truppe della terza schiera.
La disfatta e la fuga dei Germani.
LIII. - L’equilibrio della battaglia fu così ristabilito in nostro favore. Tutti i nemici volsero le spalle e non cessarono di fuggire fino a che non giunsero al Reno, che è a circa cinque miglia da quel luogo. Là pochissimi, confidando nelle proprie forze, tentarono la traversata a nuoto e, trovate zattere, vi cercarono scampo. Tra questi era Ariovisto che, saltato su di una barca legata alla riva, riuscì a fuggire. Tutti gli altri inseguiti dalla nostra cavalleria furono massacrati.
Ariovisto aveva anche due mogli: una, sveva di nascita, che aveva condotto con sè dalla patria; l’altra, norica, sorella del re Voccione, che aveva sposata in Gallia, mandatagli dal fratello. L’una e l’altra perirono in quella fuga. Ed aveva pure due figlie di cui una fu uccisa e l’altra presa.
Caio Valerio Procillo — mentre era tratto dai guardiani in fuga avvinto da una triplice catena — s’imbattè nello stesso Cesare che inseguiva con la cavalleria il nemico. Cesare ebbe non meno piacere di quell’incontro che della stessa vittoria, perchè si vedeva restituito un amico ed un ospite strappato dalle mani dei Germani.
Così la fortuna, risparmiandolo, volle che nulla mancasse a tanta festosa gioia. L’uomo raccontava infatti che, alla sua presenza, tre volte si era tratto a sorte se egli dovesse essere subito bruciato, o se il supplizio dovesse essere rimandato ad altra occasione, ed il sorteggio gli era stato sempre favorevole. Anche Marco Mezio fu ritrovato e ricondotto a Cesare.
LIV. - Sparsasi la notizia di questa battaglia al di là del Reno, gli Svevi, che erano già sulla riva del fiume, cominciarono a ritornare a casa; e questa schiera terrorizzata fu inseguita dagli Ubii che vivono vicinissimi al Reno e fecero grande strage degli Svevi. Compiute così in una sola estate due importantissime campagne, Cesare, un po’ prima di quello che la stagione non comporti, conduce a svernare l’esercito[65] tra i Séquani. Ai quartieri invernali prepone Labieno ed egli se ne va in Gallia citeriore a presiedervi le assemblee giudiziarie.
Note
- ↑ La suddivisione etnica di Cesare corrisponde allo stato delle conoscenze del tempo. Celti e Galli si debbono però considerare quasi termini sinonimi (E. Desjardins, Géographie historique et administrative de la Gaule Romaine, Paris, Hachette Edit., 1878, II, p. 193), gli Aquitani invece hanno origine iberica e la dualità della famiglia gallica in Celti propriamente detti e Belgi — o Celti puri — è evidente anche nei rispetti etnografici e storici. L’Aquitania dei tempi di Cesare si deve intendere delimitata dall’Oceano, dai Pirenei, dalla vallata della Garonna e dal suo bacino di ricevimento.
- ↑ Romanamente «provincia» significava territorio nel quale — per delega di Roma — il magistrato era investito del doppio «imperium» giudiziario e militare. Territorialmente essa trasse origine dalla colonia Narbonense (118 a. C.) «specula populi romani et propugnaculum» (Cic., Pro Fonteio, IV, 3) e si allargò progressivamente fino ad abbracciare, ai tempi di Cesare, tutta la regione denominata «Provincia Ulterior», in contrapposto alla «Provincia Citerior» della valle del Po, confermando così la perfetta identità etnografica dei popoli abitanti al di qua ed al di là dell’arco alpino d’occidente. La denominazione di Gallia Togata e Gallia Bracata — questa per la Provincia, quella per la Citeriore — significava che la prima doveva oramai considerarsi romanizzata e la Bracata in via di romanizzarsi, mentre l’appellativo di Gallia Comata corrispondeva al rimanente dei territori compresi tra Reno, Oceano, Pirenei e Provincia, cioè allo scacchiere delle guerre cesariane. Tale sistemazione corrisponde a quella delle «Tres Provinciae» di Augusto (27 a. C.).
- ↑ Il miglio romano era di m. 1478,70, calcolando il passo romano in cinque piedi (m. 0,29574 ogni piede) ed il piede in dodici pollici (m. 0,024645 ogni pollice, o uncia).
- ↑ L’eduo Diviziaco, aristocratico e dignitario del sacerdozio druidico, fedele collaboratore di Cesare, fu il più tenace avversario del partito nazionalista e popolare gallico capeggiato dal fratello Dumnórige (Dubnoreix).
- ↑ Nella regione di Basilea (Augusta Rauracorum) o Augst dei primi tempi dell’Impero.
- ↑ Abitatori forse del Baden e quindi alleati degli Elvezi: i Tulingi non sono esattamente determinati. L’accenno ai Boi ed a Noreia (Neumarkt) si riferisce alle invasioni celto-galliche nella valle del Danubio.
- ↑ Presso la Chiusa (Pas de l’Ecluse).
- ↑ Gli Allobrogi, ribellatisi nel 61 a. C., erano stati riassoggettati l’anno seguente dal pro-pretore C. Pomptino all’imperio di Roma.
- ↑ Probabilmente il 24 marzo 58 a. C., giorno dell’equinozio (Napoleone III, Histoire de Jules César, vol. II, p. 46. Nota ed Appendice A).
- ↑ Allude alla battaglia di Agen, nel 107 a. C., ai tempi di Mario.
- ↑ La regione sistemata a difesa da Cesare corrisponde alle falde dei Monti Vuache. La natura degli afforzamenti è controversa, ma sembra che l’espressione cesariana del «murum.... fossamque perducit» debba intendersi nel senso che venne praticata una trincea longitudinale la cui terra, disposta all’esterno quale massa coprente, venne munita di palizzata. Si vedano in proposito le indagini e le conclusioni contenute nell’opera di Napoleone III sopra citata (vol. II, p. 49 segg., con note relative e la tav. 3 del vol. II degli Atlanti annessi) e Napoleone I, Précis sur les guerres de Jules César, — Correspondance, op. cit., vol. XXXII, Paris, 1870. Si consulti pure: C. Jullian, Histoire de la Gaule, vol. III, p. 199 (Paris, Hachette, edit., 1923).
- ↑ Gli Elvezi avevano stabilito di rivolgersi al paese dei Santoni (Saintonge) sulla costiera dell’Oceano, a settentrione della Gironda.
- ↑ Alto Isère e convalli attigue (Tarantasia).
- ↑ Moncenisio.
- ↑ Alta Durance e colle del Monginevra.
- ↑ L’identificazione con Usseau, in Val Chisone, trovò un fautore in Napoleone III. Più recentemente invece l’«Ocelum oppidum» parve corrispondere meglio all’attuale borgata di Drubiaglio, rimpetto ad Avigliana, sulla sinistra della Dora, nel territorio di Almese (C. Promis, Storia dell’antica Torino, p. 288). Vedasi anche: E. Desjardins, op. cit., I, pp. 82, 84, 85: C. Jullian, op. cit., III, p. 202 nota 11; César, Guerre des Gaules (Collection des Universités de France, tome I, Paris, 1926).
- ↑ Regione di Lione, o presso Sathonay o presso Fourvières.
- ↑ Rivieraschi dell’Arar (Saône).
- ↑ Due o tre ore avanti l’alba.
- ↑ Forse tra Villafranca e Trévoux (Napoleone III) oppure presso Mâcon (Jullian).
- ↑ Tigurinus pagus. Corrisponde ai cantoni di Vaud, Friburgo ed a parte del cantone di Berna.
- ↑ Nuova allusione alla rotta sofferta dal console L. Cassio presso Agen, nel 107 a. C. per opera degli Elvezi Tigurini guidati da Divicone (Orosio, V, 15-23; Appiano, Celt., I, 3). L. Pisone era padre di Calpurnia moglie di Cesare. I legati — tratti dall’ordine senatorio — assistevano quali luogotenenti il comandante in capo, disimpegnando uffici di varia natura (custodia dei campi, comando di legioni o di riparti di legione, allestimento di flotte, intendenze, missioni politico-militari ecc.). Vedasi anche l’Appendice al presente volume.
- ↑ Otto chilometri circa.
- ↑ Secondo la costumanza edua, annualmente il governo era affidato ad un «vergobréto», ossia sommo giudice investito essenzialmente della giustizia criminale. L’autorità del «vergobréto» era distinta da quella degli aristocratici ed ottimati, spesso anzi era in contrasto.
- ↑ Forse Sanvignes, nel contado di Saint-Romain — sous — Gourdon (Napoleone III).
- ↑ Tra la mezzanotte e le ore due del mattino.
- ↑ I lunghi scudi ed i cimieri a corni, caratteristici dei Galli.
- ↑ Sul monte Beuvray ad occidente di Autun.
- ↑ Forse presso Montmort, ad occidente di Toulon sur Arroux.
- ↑ La 7ª, 8ª, 9ª e 10ª legione. L’acies triplex constava di quattro coorti di ogni legione in prima schiera, di tre in seconda e di tre in terza, disposte a scacchiera (quincunx).
L’acies duplex aveva cinque coorti per ogni schiera.
- ↑ L’11ª e 12ª reclutate in Lombardia.
- ↑ Questa crisi dipendeva dalla disposizione tattica della falange celtica e germanica, in cui la prima riga si schermiva dietro gli scudi a contatto tra loro, mentre le righe seguenti levavano gli scudi sopra le teste dei combattenti a guisa di tegole in un tetto. Il pilum romano era lungo da metri 1,70 a 2 e terminava con una punta sottile e flessibile, assai spesso spinosa: la sua portata media era di circa 25 metri.
- ↑ Latere aperto, cioè sul fianco destro, poichè lo scudo si imbracciava col sinistro.
- ↑ Cioè dalle 13 alle 19 all’incirca. Le ore della giornata si contavano romanamente dal sorgere al calar del sole, quelle della notte dal tramonto all’alba e quindi variavano secondo le stagioni.
- ↑ Le «matarae», o «madaris» di Strabone (IV, 4, 3) e le «maderies» di Nonnio Marcello (I, 5) erano specie di giavellotti pesanti di uso difensivo: le «trágulae» erano invece giavellotti più leggeri, di uso offensivo, specialmente usati dalla cavalleria, muniti di correggia (amentum), per cui la loro gittata era assai più rilevante.
- ↑ Altopiano di Langres (Andemantunum).
- ↑ L’emigrazione si era così ridotta a meno di un terzo. La capitolazione dei popoli elvetici (Tulingi, Verbigéni, Tigurini e Ráuraci) nonchè dei loro alleati deve essere avvenuta sull’Armançon, verso Tonnerre. Sul computo delle cifre di cui sopra e sulla loro attendibilità, si veda Jullian, op. cit., III, p. 197, nota 8.
- ↑ Il «concilium totius Galliae» non era ignoto ai costumi politici del tempo e si compieva con differenti modalità — militari e civili — ed interventi. Questo dell’anno 58 a. C. doveva essere tenuto in circostanze d’eccezione.
- ↑ La rivalità tra le due stirpi edua ed arverna era assai remota a motivo di gare politiche ed economiche: i Sèquani parteggiavano per gli Arverni.
- ↑ L’origine degli Harudi, popolo nomade, non è certa (Amburgo?). L’impero arverno, declinato con la scomparsa di re Bitùito, aveva avuto transitorie riprese al tempo di re Celtillo (80 a. C.). Jullian, op. cit., vol. III, cap. I.
- ↑ Forse nel contado di Schlestädt in Alsazia.
- ↑ In questo capitolo sono chiaramente prospettate le ragioni di rivalità tra Germania e Gallia, tra le quali nazioni doveva elevarsi arbitra la potenza dell’imperio di Roma. Nè si deve trascurare che, nei destini di tale rivalità, un còmpito di grande rilievo doveva spettare ai Belgi, in maggioranza Germani di origine, epperciò proclivi ad accostarsi ai popoli transrenani e ad allearsi con essi (A. Matscheg, Cesare ed il suo tempo, vol. I, p. 64, Venezia, Tip. Fontana, 1862). Vedasi pure: Tacito, Storie, IV, 13.
- ↑ Nuovo accenno alle grandi invasioni degli anni 113-101 a. C. ed alla vittoria di Mario sui Campi Raudii. Vedasi: E. Pais, Dove e quando i Cimbri abbiano valicate le Alpi per giungere in Italia e dove siano stati distrutti da Mario e da Càtulo (Torino, C. Clausen, Edit., 1891).
- ↑ Senatoconsulto dell’anno 61 a. C. provocato da Diviziaco durante il suo soggiorno a Roma. Per i riferimenti si veda più sopra al capitolo XXXI dei presenti Commentari.
- ↑ I Tréviri sono popolazioni comprese tra Mosella e Reno.
- ↑ Monte Buis, dove sorge la cittadella moderna di Besançon.
- ↑ Si tratta probabilmente delle lunghe strette della valle del Doubs per dirigersi a Belfort.
- ↑ Nelle contrade di Toul.
- ↑ Nel territorio di Langres.
- ↑ Cioè la coorte di guardia alla persona del generale in capo.
- ↑ Per trasferirsi da Besançon in val di Reno, le legioni romane debbono aver attraversato le dorsali settentrionali del Giura. L’itinerario deve essere stato verosimilmente: Voray-Val d’Ognon-Villersexel-Arcey-Belfort-Cernay (Jullian, op. cit., III, p. 230).
- ↑ Militarmente, la notte si suddivideva in quattro vigilie, tra il calare ed il sorgere del sole, la cui lunghezza variava con le stagioni. Mezzanotte segnava il termine della seconda vigilia. Da tale costumanza deriva il servizio marinaro di «quarto» (A. Guglielmotti, Vocabolario marino e militare, Roma, Voghera edit., 1889, colonna 1401).
- ↑ Circa 36 chilometri.
- ↑ Doppio senso, romanamente capace di denotare tanto la trasformazione dei legionari in unità di cavalleria, quanto la loro ammissione all’ordine equestre (César, Guerre de Gaules, op. cit., I, p. 35 nota 1. Collection des universités de France, Paris, 1926).
- ↑ Verosimilmente tra Thann e Mulhouse, verso Cernay, nella pianura alsaziana. Località in ogni modo assai controversa nei giudizi dei critici, quali il colonnello Stoffel ed il Winkler (Jullian, III, p. 231 nota 4).
- ↑ Per i riferimenti circa le rivalità tra Germani e Galli vedasi cap. XXXI dei Commentari.
- ↑ Console nel 121 a. C. e vincitore dell’impero degli Arverni e di Bitúito.
- ↑ Governatore della Gallia Narbonense nell’83 a. C.
- ↑ Forse tra Soultz e Feldkirch, non lungi dalla Lauch, o sulla Thur.
- ↑ Dintorni di Sennheim (Thur); ma è pure designazione controversa.
- ↑ Su questa tattica dei Germani si veda Tacito, Germ., VI, 4. Analoghi procedimenti erano pure usati dagli Iberi, Numidi, Macedoni ecc. e Cesare li rese regolamentari per gli ausiliari germanici nel 52 a. C. (Commentari, lib. VII, 65; lib. VIII, 13).
- ↑ Alarii o truppe leggere ausiliarie, fiancheggianti, di ala. La cavalleria degli alleati era più specialmente detta, equites alari, alares, equites auxiliarii ecc.
- ↑ Le modalità di combattimento erano ordinariamente le seguenti: il concursus ossia l’assalto a passo di corsa eseguito, di preferenza, su terreno digradante verso l’avversario, quindi l’emissio pilorum, o lancio di giavellotti, infine l’impetus gladiorum, cioè la zuffa corpo a corpo (Rüstow, Heerwesen etc., p. 49).
- ↑ Si tratta dell’assalto dato dai Romani alle prime righe degli scudati germanici, come risulta pure dal lib. I, cap. XXV dei presenti Commentari e da Livio (X, 25-26).
- ↑ Per esercito ordinariamente s’intendeva la fanteria legionaria, sempre quando non si usava il vocabolo «pedestribus copiis» (lib. III, cap. XI).
- Testi in cui è citato Francesco Baldelli
- Testi in cui è citato Andrea Palladio
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- Testi in cui è citato Marco Tullio Cicerone
- Testi in cui è citato Camille Jullian
- Testi in cui è citato Carlo Promis
- Testi in cui è citato Ernest Desjardins
- Testi in cui è citato Paolo Orosio
- Testi in cui è citato Appiano di Alessandria
- Testi in cui è citato Strabone
- Testi in cui è citato Publio Cornelio Tacito
- Testi in cui è citato Ettore Pais
- Testi in cui è citato il testo La Germania
- Testi in cui è citato Tito Livio
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