La guerra gallica/Libro quarto
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Traduzione dal latino di Eugenio Giovannetti (1939)
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LA GERMANIA CISRENANA AI TEMPI DI CESARE.
(Dalla traduzione italiana di F. Baldelli, illustrata da A. Palladio,
Venezia, E. Albrizzi, 1737).
LIBRO QUARTO.
Gli Usipeti ed i Tencteri passano il Reno.
Costumi degli svevi.
I. - Nell’inverno che seguì — e fu nell’anno del consolato di Cneo Pompeo e di Marco Crasso[1], — gli Usipèti, che sono Germani come i Tenctèri[2], passarono in massa il Reno non lontano dalle foci. Causa dell’emigrazione fu che, da più anni, quelle popolazioni erano straziate dalla guerra che loro facevano gli Svevi sicchè non potevano attendere all’agricoltura. Gli Svevi sono la popolazione di gran lunga più numerosa e più bellicosa di tutta la Germania. Si dice che essi abbiano cento distretti[3] da ognuno dei quali traggono ogni anno mille armati per la guerra. Quelli che restano a casa alimentano sè stessi e gli altri: nell’anno successivo sono essi che vanno sotto le armi mentre gli altri rimangono a casa. Così è possibile attendere insieme sia all’agricoltura sia all’esercizio ed alla pratica delle armi; epperciò non esistono in Svevia poderi privati o suddivisi, nè è lecito restare più d’un anno nello stesso luogo per coltivarlo. Fanno gli Svevi poco conto del frumento e, per la massima parte, si nutrono di latte e di carne delle loro greggi e molti si dilettano della caccia. Questo regime di vita, la specie del cibo, il quotidiano esercizio e la libertà delle pratiche — non essendo essi astretti ad alcun dovere e disciplina dall’infanzia e non facendo mai nulla contro volontà — eccita le forze e foggia uomini di gigantesca statura.
Per di più è loro costume — per quanto abitatori di paesi freddissimi — di non indossare altra veste che non sia una pelle, la cui esiguità scopre assai spesso una grande parte del corpo, e di bagnarsi nelle acque dei fiumi.
II. - Lasciano essi entrare volentieri i mercanti, ma più per vendere loro le prede di guerra che per acquistarne le merci. Si noti che i Germani non importano cavalli — a differenza dei Galli che sommamente se ne dilettano comprandoli a qualunque prezzo —, ma si accontentano di quelli che son nati in casa, piccoli e deformi, e che ciò nondimeno rendono assai resistenti con il quotidiano esercizio. Nelle battaglie equestri spesso balzano da cavallo e combattono a piedi, ed avendo addestrati i cavalli a rimanere sul posto, ritornano ad essi rapidi com’è loro uso.
Secondo il loro costume, nulla è considerato più turpe e più effeminato che servirsi di gualdrappa, per cui non esitano — anche se in pochissimi — ad affrontare qualunque torma di cavalieri che non cavalchi a dosso nudo. Non permettono che s’importi vino d’alcun genere, perchè credono che renda l’uomo disadatto a sopportare il lavoro e lo corrompa.
III. - Considerano pubblicamente come loro più alta lode che, per un larghissimo spazio attorno ai confini, i campi siano deserti, perchè ciò significa che la maggior parte delle popolazioni è stata scacciata con la forza. Si dice infatti che, da un lato della frontiera sveva, si estendano — per circa seicento miglia[4] — terreni desolati; mentre dall’altro sono contigni gli Ubii[5] che formano uno stato vasto e prospero per quanto può desiderarsi in Germania.
Sono perciò gli Ubii un poco più civili delle altre genti germaniche, perchè s’estendono fino al Reno ed esercitano un ottimo traffico con i mercanti e sono, data la vicinanza, assuefatti ai costumi gallici. Dopo ripetute guerre, gli Svevi, non essendo riusciti a scacciarli dal paese — data l’importanza e la potenza degli Ubii — li avevano fatti tributari, riducendo quasi a nulla il loro prestigio e la loro forza.
IV. - Nello stesso caso si erano trovati gli Usipèti ed i Tenctèri di cui sopra abbiamo parlato. Essi avevano, per molti anni, resistito alla pressione degli Svevi ed, alla fine, cacciati dalle loro terre[6], dopo aver vagato per un triennio qua e là per la Germania, erano arrivati al Reno. Popolavano quella contrada i Ménapii che avevano campi, case e villaggi sull’una e sull’altra riva del fiume. Ma spaventati dall’avvicinarsi di tanta moltitudine, avevano sgombrati tutti gli abitati al di là del fiume e, disposti presidi al di qua del Reno, impedivano ai Germani il passaggio.
Questi, dopo aver tentato ogni mezzo, non potendo lottare con la forza per mancanza di navi e non potendo passare di nascosto data la vigilanza dei Ménapii, avevano finto di ritornare ai propri paesi ed, allontanatisi per tre giorni di marcia, erano all’improvviso ritornati sui propri passi. La loro cavalleria, avendo rifatto in una sola notte tutto il cammino, era piombata sugli inconsapevoli e sbigottiti Ménapii, che — avvertiti dagli esploratori della partenza dei Germani — senza timore alcuno, varcato il Reno, avevano fatto ritorno ai loro villaggi. Uccisi costoro, impadronitisi delle loro navi prima che quella parte di Ménapii che era al di là del Reno avesse potuto accorgersene, varcarono il fiume[7] ed occupati tutti i villaggi si nutrirono per tutto il resto dell’inverno con le provviste dei vinti.
L’intervento di Cesare.
V. - Avvertito di ciò, Cesare, preoccupandosi della volubilità dei Galli — che sono così impulsivi nelle loro decisioni e così avidi di novità — pensò che non ci fosse da fidarsi. È nell’uso gallico costringere i viandanti a fermarsi anche a viva forza, e voler sapere da ognuno quello ch’egli abbia sentito dire a qualsiasi proposito, e circondare nelle città i mercanti, e costringerli a dire da qual regione provengano e che cosa vi abbiano inteso. In base poi a quello che ascoltano, prendono assai spesso le decisioni più gravi, di cui debbono poi — ben presto e necessariamente — pentirsi, avendo dato corpo a voci inconsistenti e spesso inventate per far loro piacere.
VI. - Informato di tale costumanza, per non andare incontro ad una più dura guerra, Cesare partì per l’esercito anche più presto di quello che avesse stabilito. Ivi giunto[8], s’avvide che era accaduto proprio quello che aveva imaginato. Qualche popolazione gallica aveva mandato ambascerie ai Germani per indurli a varcare il Reno, promettendo di far trovare loro pronto tutto quello che avessero desiderato. Imbaldanziti da tale offerta, i Germani facevano sempre più larghe incursioni ed erano già arrivati ai confini degli Eburoni e dei Condrusi che sono clienti dei Tréviri. Chiamati a consiglio i capi della Gallia, Cesare credette opportuno dissimulare quello che già aveva saputo e, — blanditi e confortati i Galli ed arruolati i nuovi contingenti di cavalleria, — stabilì di muover guerra ai Germani.
Gli ambasciatori dei Germani a Cesare.
VII. - Fatta l’incetta del frumento e reclutata la cavalleria, cominciò a dirigersi verso i luoghi in cui si diceva fossero i Germani. Non era più che a pochi giorni di distanza, quando giunsero i loro ambasciatori[9] che tennero questo discorso: «I Germani non portavano per primi la guerra al popolo romano ma, provocati, non avrebbero esitato di ricorrere alle armi, perchè è consuetudine dei Germani — tramandata dagli avi — che a chiunque porti la guerra si debba far fronte e non implorare la pace. Essi dichiaravano tuttavia questo: erano venuti loro malgrado in quei luoghi cacciati dal loro paese, e se i Romani avessero voluto vivere d’accordo essi avrebbero potuto essere loro utili amici.
«Però i Romani avrebbero dovuto assegnare loro terre o permettere di conservare quelle conquistate con le armi. Essi — dicevano — avevano ceduto soltanto agli Svevi, cui neppure gli Dei immortali avrebbero saputo resistere. All’infuori degli Svevi, non v’erano altri sulla terra che essi non fossero in grado di vincere».
VIII. - Cesare risponde nel modo che gli pare più opportuno e questa è la conclusione: «Nessun accordo era possibile con essi finchè fossero rimasti in Gallia, e non era giusto che quelli che non avevano saputo difendere i loro confini violassero gli altrui. Non v’erano campi senza padroni in Gallia, massime per una così grande moltitudine d’uomini, che potessero essere occupati senza offesa. Egli, al postutto, avrebbe permesso — se proprio l’avessero voluto — di starsene nelle terre degli Ubii, dei quali aveva presso di sè ambasciatori che si lagnavano delle violenze degli Svevi ed invocavano il loro aiuto, ed avrebbe pure dato ordini in tal senso agli Ubii medesimi».
IX. - Gli ambasciatori dei Germani dissero che avrebbero riferito ciò ai loro e che — presa una decisione — allo spirare di tre giorni sarebbero ritornati. Intanto chiesero a Cesare che non avvicinasse il campo ed egli disse che neppure questo poteva concedere. Sapeva infatti che essi avevano mandato, qualche giorno prima, gran parte della loro cavalleria contro gli Ambivariti[10] al di là della Mosa, per far preda ed incettare frumento, che si aspettavano quei cavalieri e che appunto per questo si cercava di guadagnar tempo.
La Mosa ed il Reno.
X. - La Mosa nasce dai Vosgi[11] che sono nelle contrade dei Lingoni e, ricevuto un braccio del Reno che si chiama Vácalo[12] forma l’isola dei Batavi e, non lontano dall’Oceano più di ottanta miglia, sbocca nel Reno. Il Reno poi nasce nel paese dei Leponzi, gente delle Alpi, e si spinge rapido per lungo spazio attraverso le terre dei Nantuati, degli Elvezi, dei Séquani, dei Mediomatrici, dei Tribocchi, dei Tréviri e, avvicinatosi all’Oceano, si apre in un ampio estuario. Formate molte e grandi isole, di cui una gran parte è abitata da popolazioni selvagge e barbare, che — a quel che si crede — vivono soltanto di pesci e di uova di uccelli, sbocca infine per molte foci nell’Oceano.
XI. - Non essendo ormai Cesare lontano dal nemico più di dodici miglia[13], ritornano — secondo il patto — gli ambasciatori che, incontratolo in marcia, lo pregano vivamente di non voler procedere più oltre. Non riuscendo ad ottenere questo, chiedono almeno che ordini ai cavalieri dell’avanguardia di astenersi dal combattere e dia facoltà di mandare ambasciatori agli Ubii, perchè, se i loro capi ed il loro senato si fossero impegnati con giuramento, essi avrebbero accettato le condizioni loro offerte da Cesare.
Per tali pratiche domandano ancora tre giorni di tempo.
Cesare capiva che tutto ciò mirava sempre al solito scopo: guadagnare tempo per altri tre giorni finchè fossero ritornati i cavalieri assenti. Disse tuttavia che, per quel giorno, non si sarebbe avanzato più di quattro miglia per procacciarsi acqua. Fossero venuti adunque l’indomani al convegno nel maggior numero possibile, affinchè si potessero conoscere ben chiare le loro intenzioni. Nell’attesa, ordina ai prefetti che aveva mandati avanti con tutta la cavalleria, di dare disposizioni perchè il nemico non sia provocato a battaglia e, se essi stessi siano provocati, temporeggino, fintantochè egli medesimo si sia avvicinato con le legioni.
La sorpresa della cavalleria germanica.
XII. - Senonchè i nemici, non appena videro i nostri cavalieri, che pure erano in numero di cinquemila mentre essi non ne avevano più di ottocento — perchè quelli che erano andati per frumento al di là della Mosa non erano ancora ritornati —, d’improvviso caricarono i nostri che erano ben lontani dall’aspettarselo; ben sapendo che, poco prima, gli ambasciatori germanici si erano allontanati da Cesare e che, per quel giorno, essi avevano chiesto un armistizio. A quell’atto i nostri si scompigliano: riannodatisi appena, i nemici, secondo il loro costume, appiedano, sventrano per il sotto i cavalli e, fatti cadere molti dei nostri, mettono in fuga tutti gli altri e li sgominano a tal segno da non farli desistere dalla fuga se non in presenza delle nostre colonne in marcia[14].
Caddero in quello scontro settantaquattro dei nostri cavalieri, tra i quali un ufficiale di grandissimo valore — Pisone Aquitano — di nobilissima stirpe, il cui avo aveva regnato su quella popolazione chiamata «amica» dal nostro senato. Pisone, portando aiuto al fratello circondato dai nemici, lo salvò per il momento dal pericolo; ma, caduto egli stesso da cavallo e ferito, resistè gagliardamente, finchè potè. Accerchiato dai nemici e coperto di ferite, morì. Il fratello, che era già fuori della mischia, scorgendo l’episodio da lungi, spronato il cavallo si precipitò di nuovo contro i nemici e rimase anch’egli ucciso.
la vittoria di Cesare.
XIII. - Dopo il combattimento, Cesare comprese che non si poteva ricevere più ambasciatori nè proposta alcuna da gente che, con perfidia ed inganni, chiesta la pace, continuava a fare la guerra. Aspettare che il nemico avesse ricevuto nuove forze e fosse tornata la cavalleria sarebbe stato il colmo della demenza. Conoscendo l’impressionabilità dei Galli, Cesare sentiva già quanto ai loro occhi i nemici si fossero rialzati per questo solo successo. Non credeva adunque che si dovesse concedere al nemico neppure un minuto di tregua. Ed essendo fermo in questo proposito e comunicata già ai legati ed al questore la sua decisione — che cioè non si ritardasse neppure d’un giorno la battaglia — si presentò un’occasione fortunata. L’indomani, di buon mattino, con la solita perfida simulazione, vennero a trovarlo al campo i Germani in gran numero, recando seco tutti i principi e gli anziani. Il pretesto era ch’essi si dolevano che il giorno prima — contro i patti ed il loro stesso desiderio — s’era impegnata l’azione. In realtà essi miravano ad ottenere, se possibile, qualche rinvio ancora a forza di raggiri. E Cesare — felice che gli capitassero in mano così — dette ordine d’intrattenerli e, tratte tutte le forze dal campo, ordinò alla cavalleria, che riteneva ancora scossa dal recente combattimento, di passare alla retroguardia.
XIV. - In tre schiere[15], compiuta celermente una marcia d’otto miglia, Cesare giunge al campo nemico prima che i Germani abbiano potuto capire di che si tratti. Sorpresi da tutti questi eventi, dalla celerità del nostro arrivo e dall’assenza dei capi, non avendo più tempo nè per consigliarsi nè per prendere le armi, i Germani non sanno più che fare; se condurre cioè le forze verso il nemico, o difendere il campo, o cercare scampo nella fuga. Apparendo ben chiaro il loro timore dal tumulto e dalla confusione, i nostri — irritati ancora per il tranello del giorno innanzi — irrompono nel campo.
Là, quelli che poterono in fretta prendere le armi resistettero ai nostri per qualche tempo e si difesero fra i carri e le salmerie; ma tutta la folla dei bimbi e delle donne — perchè avevano lasciato il paese e passato il Reno con tutti i loro — cominciò a fuggire all’impazzata, qua e là, e Cesare sguinzagliò la cavalleria ad inseguirli.
XV. - I Germani, sentito questo grande clamore alle spalle e vedendo che i loro erano massacrati, gittate le armi ed abbandonate le insegne, si slanciarono fuori del campo. Arrivati alla confluenza della Mosa e del Reno, dopo aver perduto gran numero dei loro, si precipitarono nel fiume e là finirono, vinti dal terrore, dalla stanchezza e dall’impeto della corrente. I nostri, senza aver perduto un sol uomo ed avendo pochi feriti soltanto, dopo aver tanto temuto una grande guerra — poichè i nemici salivano a quattrocentotrentamila — ritornarono al campo.
Cesare diede facoltà ai Germani che erano stati rattenuti nel campo di partire. Ma quelli, temendo le torture dei Galli i cui campi avevano devastati, dissero che preferivano rimanere con lui, e Cesare lasciò loro la libertà.
Cesare decide di passare in Germania.
XVI. - Finita così la guerra germanica, Cesare, per molte ragioni, decise di passare il Reno. Anzitutto, vedendo i Germani tanto propensi a venire in Gallia, egli voleva che si avvezzassero a temere per i loro beni, dal momento che l’esercito del popolo romano poteva e sapeva, occorrendo, varcare il Reno. Un’altra ragione era questa, che quella parte cioè della cavalleria degli Usipèti e dei Tenctèri che — come ho detto più sopra — per predare e far frumento aveva passato la Mosa e non aveva potuto partecipare alla battaglia, dopo la fuga dei suoi s’era ritirata al di là del Reno, nelle terre dei Sicambri e con i Sicambri si era coalizzata. Avendo Cesare mandato loro ambasciatori perchè gli fossero consegnati quelli che avevano combattuto contro di lui in Gallia, i Sicambri avevano risposto: «L’impero del popolo romano finiva al Reno; se egli considerava non giusto che i Germani passassero in Gallia suo malgrado, come poteva egli arrogarsi un dominio ed un potere al di là del Reno?».
Per contrapposto gli Ubii[16], soli fra i transrenani, avevano mandato ambasciatori a Cesare ed avevano stretta amicizia con lui e, consegnati ostaggi, chiedevano a gran voce che si portasse loro aiuto perchè gravemente incalzati dagli Svevi, o, per lo meno, se gli affari della repubblica rattenessero Cesare, lo pregavano di consentire che le legioni varcassero il Reno.
Per il momento sarebbe già stato molto e molto come promessa per l’avvenire. Dopo la fuga d’Ariovisto e dopo quest’ultima battaglia, tanta era la fama ed il prestigio di cui godeva l’esercito di Cesare, che presso le più lontane popolazioni germaniche l’essere notoriamente amici del popolo romano era già la migliore difesa. Gli Ubii promettevano infine una grande quantità di navi per il trasporto delle truppe.
Il ponte sul Reno.
XVII. - Per le ragioni sopra ricordate, Cesare aveva deciso di passare il Reno. Ma passarlo con navi gli pareva cosa non abbastanza sicura nè per certo degna di lui e del popolo romano.
Benchè si affacciassero difficoltà enormi alla costruzione d’un ponte — data la larghezza, la rapidità e la profondità della corrente — egli era però convinto che bisognava farlo, oppure rinunziare all’impresa[17]. Pensò adunque ad un ponte di questa fatta. Accoppiando travi del diametro d’un piede e mezzo, lievemente appuntite e proporzionate alla profondità del fiume, le congiunse fra loro con un intervallo di due piedi tra l’una e l’altra.
Calò le coppie con macchine nel fiume e le affondò con battipali, non a mo’ di piloni ritti, a perpendicolo, ma prone e declinanti in modo da secondare la corrente. Di fronte ad ogni
(Dalla traduzione italiana di F. Baldelli, illustrata da A. Palladio,
Venezia, E. Albrizzi, 1737).
A) Coppia di travi.
B) Simili a riscontro.
C) Una trave.
D) Trave di due piedi.
E) Testata della trave.
F) Branche.
G) Palizzata di riparo.
H) Altra contro l’impeto delle acque.
I) Travi di lunghezza.
K) Pertiche.
L) Graticci.
M) Battipalo.
coppia di travi ne dispose un’altra, medesimamente sistemata, ma reclinata in senso contrario alla corrente, con un intervallo tra l’una e l’altra di quaranta piedi. Messa sull’una e sull’altra coppia una trave trasversale di due piedi — quant’era cioè la distanza dall’uno all’altro palo — le assicurò dall’uno e dall’altro lato con chiavarde doppie[18], a debita distanza, e così, tenuti questi pali a conveniente intervallo ed assodatili dalla parte opposta, tanta era la robustezza dell’opera che — per le leggi stesse della fisica — di quanto più l’acqua incalzava, di tanto più le travi si rinserravano con compatta resistenza. Le travi trasversali erano congiunte con tavoloni longitudinali e questi erano coperti con graticci e fascine.
Altri pali erano oltre a ciò piantati obliqui anche a valle del ponte, affinchè — protesi a mo’ d’arieti e solidali con tutta l’opera — contribuissero a rifrangere l’impeto delle acque. E pure un’altra palizzata era prima del ponte, a breve distanza, in modo che, se i barbari mandassero tronchi d’alberi, o navi, per tentare di squassare il ponte, l’urto ne fosse attutito per quelle difese ed il ponte non ne soffrisse danno[19].
Cesare oltre il Reno.
XVIII. - In dieci giorni da che era cominciato il trasporto dei materiali è compiuto tutto il lavoro e l’esercito passa sull’altra riva. Cesare, lasciato un forte presidio sull’una e sull’altra testa di ponte, si rivolge ai confini dei Sicambri[20]: arrivano intanto da parte di molte popolazioni gli ambasciatori e gli chiedono pace ed amicizia.
Cesare risponde con benevolenza ed ordina che gli si conducano gli ostaggi. Senonchè i Sicambri, che da quando s’era cominciato a costruire il ponte si preparavano a ripiegare, per consiglio di quei Tenctèri ed Usipèti che avevano con loro, abbandonate le proprie terre e recando seco tutti i propri averi, si erano rifugiati in luoghi solitari e boscosi.
Il ritorno in Gallia.
XIX. - Rimasto alcuni giorni nei loro paesi, incendiati tutti i villaggi e casolari e tagliato il frumento, Cesare entrò nel territorio degli Ubii e, promettendo il suo aiuto se fossero stati oppressi dagli Svevi, seppe da loro questo. Gli Svevi, dopo aver avuto notizia della costruzione del ponte dai loro esploratori, tenuta l’adunanza secondo il costume, avevano mandato messaggeri da ogni parte perchè si sgombrassero i villaggi, si nascondessero i figli, le mogli ed ogni bene nelle selve, e tutti gli idonei alle armi si raccogliessero in un luogo prestabilito. Poichè questo si trovava quasi al centro di quelle contrade che gli Svevi occupavano, là essi aspettavano l’arrivo dei Romani e là avevano deciso di dare battaglia.
Quando Cesare lo seppe, raggiunti ormai tutti gli obiettivi per cui aveva deciso di far passare l’esercito oltre il Reno — cioè intimidire i Germani, trarre vendetta dei Sicambri, liberare dalla pressione gli Ubii —passati oramai diciotto giorni oltre il Reno e parendogli d’averne già ritratto sufficiente onore e profitto, ritornò in Gallia e tagliò dietro a sè il ponte[21].
Preparativi per la prima spedizione in Britannia.
XX. - Non rimaneva più che una piccola parte dell’estate. Ciò nondimeno Cesare, benchè in quei luoghi — per essere tutta la Gallia volta a settentrione — gli inverni siano precoci, pure s’affretta a partire per la Britannia, perchè sapeva che in quasi tutte le guerre galliche essa aveva fornito aiuti ai nostri nemici[22].
Per quanto la stagione inoltrata non permettesse più una campagna, Cesare nondimeno comprendeva che gli sarebbe stato di grande utilità approdare almeno nell’isola, conoscerne le popolazioni e le terre, rilevare lo stato dei porti e degli approdi; cose tutte che erano pressochè ignote ai Galli. Infatti, all’infuori dei mercanti, nessuno mai aveva osato di sbarcarvi, e neppure essi si erano mai allontanati dalla riva o erano andati oltre quel littorale che prospetta la Gallia. Chiamati adunque a sè d’ogni parte i mercanti, Cesare non aveva potuto sapere nè quanto grande fosse l’isola, nè quali e quante fossero le sue popolazioni, nè quali gli usi di guerra e le istituzioni, nè quali infine i porti adatti ad una flotta di grosse navi[23].
XXI. - Ritenendolo adatto a riconoscere tutte queste cose, Cesare, prima di avventurarsi, manda innanzi Caio Voluséno[24] con una nave sottile (lunga) e gli ordina di tornare al più presto, cioè non appena abbia compiuta la sua missione.
Nel frattempo, Cesare parte con tutte le sue forze alla volta dei Morini perchè di là era più breve il tragitto in Britannia[25]. Ordina che ivi si adunino le navi da tutte le vicine regioni e la flotta che aveva costrutta l’estate scorsa per la guerra contro i Veneti. Conosciutosi intanto il suo progetto e diffusa dai mercanti la novella tra i Britanni, molte genti dell’isola, per via di ambasciatori, promettono a Cesare di dare ostaggi e d’ottemperare agli ordini del popolo romano. Cesare benignamente li ascolta, ha promesse generose, li impegna ad attenersi ai sentimenti espressi e rimanda gli ambasciatori in patria accompagnati da Commio che — dopo la sconfitta degli Atrébati — aveva fatto loro re, apprezzandone il valore, la prudenza e considerandolo fedele ed assai accetto in quelle regioni[26].
Cesare adunque gli dà l’ordine di avvicinare il maggior numero possibile di popolazioni, di esortarle ad avere fede nel popolo romano e di annunziare loro il suo imminente arrivo. Voluséno intanto, esplorate tutte le spiagge per quanto la cosa era fattibile — perchè non osava uscir di nave ed affidarsi ai barbari — dopo cinque giorni torna a Cesare e l’informa delle eseguite ricognizioni.
Cesare in vista della Britannia.
XXII. - Mentre Cesare s’intrattiene in quei luoghi per preparare le navi, dalla maggior parte dei Morini gli vengono ambasciatori a chiedere che perdoni la condotta da loro tenuta nel passato.
Essi — da barbari ed inesperti delle nostre consuetudini — avevano osato fare la guerra al popolo romano, ma ora erano pronti a promettere che i Morini avrebbero eseguito fedelmente gli ordini di Cesare. Cesare, considerando che ciò tornasse a proposito perchè, nè voleva lasciarsi un nemico dietro le spalle, nè aveva — data la stagione — più tempo per fare una guerra, nè credeva, d’altra parte, che si potessero anteporre secondari interessi allo sbarco in Britannia, chiese ai Morini un grande numero di ostaggi. Avutili, riceve in fede i Morini.
Adunate ed equipaggiate intanto circa ottanta navi da carico — che considerava sufficienti al trasporto di due legioni[27] — tutto quello che ancora aveva di navi sottili (lunghe) assegnò al questore, ai legati ed ai prefetti.
C’erano inoltre diciotto navi da trasporto che erano trattenute dal vento, a circa otto miglia di distanza, senza poter raggiungere il porto, e queste assegnò alla cavalleria. Il resto dell’esercito affidò ai legati Q. Titurio Sabino ed L. Auruculeio Cotta, perchè lo guidassero verso i Ménapii e verso quella parte dei Morini che non gli aveva mandato ambasciatori. Ordinò infine al legato P. Sulpicio Rufo di presidiare il porto[28] con quelle truppe che occorrevano.
XXIII. - Date tutte queste disposizioni e colto il buon momento per navigare, verso la terza vigilia della notte[29] scioglie gli ormeggi, ordina alla cavalleria che si rechi al porto più a settentrione[30], che ivi s’imbarchi e segua il convoglio.
Ma essendosi tutto ciò trascinato per le lunghe, egli arriva con le prime navi in vista della Britannia a quattro ore circa di giorno[31] e scorge le forze dei nemici schierate su tutti i poggi. La natura dei luoghi era tale ed il mare talmente rinserrato nei canali che, dalle sovrastanti alture, si sarebbe potuto scagliare frecce sulla riva[32].
Persuaso che uno sbarco mai si sarebbe potuto tentare in tali circostanze, Cesare aspetta all’àncora fino all’ora nona[33], in attesa che giungano le altre navi. Frattanto, chiamati a rapporto i legati ed i tribuni militari, li informa di ciò che ha appreso da Voluséno, spiega loro e raccomanda quello che intende di fare conforme ai buoni precetti dell’arte e, soprattutto, della guerra navale, in cui mutando la situazione ad ogni istante, è più che mai necessario che tutto ed a tempo debito risponda ad un cenno.
Rimandatili, potè approfittare di un vento favorevole e della marea. Dato il segnale, tolte le àncore, ed allontanatosi da quella costa circa sette miglia, egli potè alla fine ancorare le navi rimpetto ad una spiaggia aperta ed unita[34].
Il drammatico sbarco.
XXIV. - Ma i barbari, compresa l’intenzione dei Romani, mandata avanti tutta la cavalleria ed i carri armati (essedarii) di cui nelle battaglie sono soliti valersi in prevalenza ed avvicinatisi con le altre truppe, impedivano ai nostri d’uscire dalle navi. Vennero quindi i nostri a trovarsi in situazione assai critica perchè, data la loro mole, non avevano potuto schierare le navi che a distanza dalla spiaggia[35] ed i soldati, senza alcuna conoscenza dei luoghi, con le mani impacciate, curvi sotto il grande e grave peso delle armi, dovevano in una balzare dalle navi, tenersi ritti tra le onde ed affrontare i nemici; mentre questi ultimi, a piedi asciutti, o di poco inoltrandosi in acqua, con tutte le membra libere e conoscendo mirabilmente i luoghi, potevano con audacia scagliare frecce e spingere contro i nostri i loro cavalli avvezzi al mare.
Sgomentati per tutti questi frangenti ed impreparati ad un siffatto genere di lotta, i nostri avevano così del tutto smarrito quell’alacrità ed ardore che sempre li distinguevano nelle battaglie terrestri.
Il salto dell’Aquilifero.
XXV. - Quando Cesare s’avvide di ciò, ordinò che le navi sottili[36] (lunghe), la cui forma non era molto familiare ai barbari e la cui manovra era più agile e spedita, si allontanassero alquanto dalle navi onerarie, ed — a forza di remi — guadagnassero il fianco scoperto dei nemici: di là, con fionde, saette e macchine belliche, incalzassero e respingessero l’avversario. Turbati infatti e dall’aspetto delle navi e dal modo di remare e dall’inusitato genere di guerreschi ordigni, i barbari si fermarono e cominciarono un poco a retrocedere.
Mentre i nostri soldati tuttora esitavano — massime per la profondità dell’acqua — l’aquilifero[37] della decima legione, invocati gli Dei perchè l’impresa riuscisse felicemente alla legione: «Saltate — gridò — o soldati in mare, se non volete consegnare l’aquila ai nemici: io certo farò il mio dovere per la repubblica e per il duce».
Ciò detto a gran voce balzò dalla nave e rivolse l’aquila contro i nemici. Allora i nostri, eccitatisi a vicenda perchè fosse scongiurata una tale vergogna, uscirono tutti fuori dalla nave e l’esempio trascinò quelli delle navi vicine che si fecero più sotto all’avversario.
XXVI. - Si combattè con accanimento da entrambe le parti. Ma i nostri non potendo serbare gli ordini, nè rannodarsi con prestezza, nè seguire le insegne, e dovendo raccozzarsi qua e là, chi da una nave e chi dall’altra, alla prima insegna che capitasse, si trovavano in serio imbarazzo. In contrapposto i nemici, conoscendo tutti i bassifondi, a mano a mano che vedevano dalla spiaggia i nostri uscire alla spicciolata dalle navi, spronati i cavalli, assaltavano gli impediti, accerchiavano in forze i drappelli, frecciavano in massa i nostri sul fianco scoperto. Accortosene, Cesare ordinò che si riempissero di soldati le scialuppe delle navi lunghe ed i battelli esploratori e li mandò in aiuto a quelli che aveva visto in situazione più critica. Non appena i nostri riuscirono a mettere piede sulla spiaggia, raggiunti da tutti i loro, attaccarono finalmente il nemico e lo posero in fuga. Ma non poterono inseguirlo a lungo, solo perchè mancavano i cavalieri, i quali non avevano potuto seguir la rotta e mettere piede nell’isola. Questo solo mancò alla buona fortuna che Cesare aveva avuto sempre.
I Britanni chiedono pace.
XXVII. - Sconfitti in battaglia, i nemici, non appena possono riannodarsi, si affrettano a mandare ambasciatori a Cesare per la pace, e promettono che avrebbero dato ostaggi e si sarebbero messi ai suoi ordini. Insieme con questi ambasciatori viene pure quel Commio atrébate che abbiamo visto sopra mandato da Cesare in Britannia. Non appena egli era uscito dalla nave, avanzandosi a mo’ d’oratore per riferire il messaggio di Cesare, i Britanni l’avevano catturato e messo in catene, e soltanto allora, dopo la battaglia, lo rimandavano.
Nel chiedere la pace, di quella violenza contro Commio danno la colpa alla folla e chiedono che si perdoni all’ignoranza.
Dopo essersi lagnato perchè — dopo aver mandati gli ambasciatori nel continente a chiedere pace s’erano messi senza ragione a fare la guerra — Cesare dice di voler scusare l’ignoranza ed ordina che gli si diano ostaggi.
Quelli, una parte ne consegnano subito ed un’altra parte, — che avrebbe dovuto venire da luoghi lontani — dicono che avrebbero consegnata tra pochi giorni. Ordinano intanto ai loro di tornare ai campi ed i principi cominciano a venire d’ogni parte per raccomandare sè stessi ed i loro popoli a Cesare.
Le difficoltà delle traversate.
XXVIII. - Consolidata così la pace, dopo quattro giorni dall’arrivo in Britannia, le diciotto navi di cui sopra parlammo — cioè quelle su cui si erano imbarcati i cavalieri — sciolsero finalmente gli ormeggi dal porto settentrionale[38] con un vento leggero. S’erano avvicinate alla Britannia ed erano già avvistate dal campo, quando sorse d’improvviso una tempesta tale che nessuna delle navi potè seguire la rotta ed, in parte, furono respinte là donde erano partite, in parte sospinte con grave pericolo verso la parte inferiore dell’isola che guarda ad occidente. Non servendo in tali frangenti le áncore e sotto la minaccia di essere sommerse nei flutti, esse dovettero adunque, in piena notte, riprendere il largo e toccarono alla fine il continente[39].
La marea disastrosa.
XXIX. - Volle il caso che fosse luna piena in quella notte e che coincidesse con il punto in cui la marèa oceanica suole raggiungere il suo colmo[40]. I nostri non ne sapevano nulla, cosicchè le navi sottili (lunghe) con cui Cesare aveva trasportato i fanti e che erano state tratte in secco, furono invase dalla marea, ed i trasporti che si trovavano all’áncora furono orribilmente flagellati dalla tempesta. Nè ai nostri era possibile rimediare in alcun modo. Sfasciatesi parecchie navi ed essendo ormai le altre — perduto il sartiame, le áncore e l’attrezzatura — impossibilitate a tenere il mare, era ovvio che i legionari si trovassero in grande angoscia, perchè non v’erano altre navi per ripassare nel continente e mancava tutto il necessario per racconciarle, e tutti sapevano che bisognava svernare in Gallia non essendosi provvisto in quei luoghi al frumento per l’inverno.
I Britanni rialzano la testa.
XXX. - Appena inteso ciò, i capi britannici che si erano affrettati verso Cesare dopo la battaglia, cominciarono a complottare tra di loro, e vedendo che i Romani mancavano di cavalleria, di navi, di frumento, e deducendo dall’esiguità degli accampamenti stessi la scarsezza dei soldati (tanto più evidente per il fatto che Cesare aveva trasportate le legioni senza grosso bagaglio), pensarono di fare un magnifico colpo ribellandosi, tagliando ai nostri il frumento ed i viveri e tirando in lungo le cose verso l’inverno. Una volta battuti questi e tolta loro ogni possibilità di ritorno, quei capi erano sicuri che mai più alcuno sarebbe passato in Britannia per fare la guerra. Giurato adunque il nuovo patto, a poco a poco cominciarono ad allontanarsi dal nostro campo e, di nascosto, a richiamare gli uomini dalle campagne.
XXXI. - Ma Cesare, benchè non conoscesse ancora il loro disegno, dopo quello ch’era toccato alle sue navi e dopo l’interrotta consegna degli ostaggi, aveva già il sospetto di quanto stava per accadere. Si apparecchiò adunque contro ogni eventualità; fece portare ogni giorno frumento dalle campagne nel campo, si servì del legname e del bronzo delle navi più malandate per racconciare le altre ed ordinò che si portasse dal continente tutto quello che occorreva a tali necessità. Lavorando così i soldati con straordinaria alacrità ed essendo, in sostanza, soltanto dodici le navi perdute, fece sì che con le restanti si potesse ancora comodamente navigare.
L’imboscata durante il vettovagliamento.
XXXII. - Mentre si corre così ai ripari, mandata, secondo il solito, a far frumento una legione — che era la settima — e non essendoci ancora neppure un sospetto — perchè una parte dei nemici era ancora nelle campagne ed una parte frequentava perfino il nostro campo — quelli ch’erano di guardia innanzi alle porte del campo d’improvviso annunziano a Cesare che, da quella parte da cui la legione si era allontanata, si scorgeva più polvere del solito.
Sospettando Cesare — com’era in realtà — che i barbari tentassero qualche colpo di mano, ordinò alle coorti che erano di guardia di marciare con lui da quella parte, ad altre due di subentrare nella guardia a quelle che si allontanavano, ed alle altre di prendere le armi e di seguire le partenti con la maggiore celerità possibile[41]. Di poco allontanatosi dal campo, Cesare vide infatti i suoi incalzati dal nemico e messi a dura prova: la legione aveva dovuto prendere una formazione serrata e su di essa piovevano da ogni lato le frecce. Essendosi infatti già mietuto il frumento da ogni parte, tranne che da una, sospettando i nemici che i nostri sarebbero andati colà[42], si erano appiattati di notte nelle selve e, di repente, li avevano aggrediti, mentre deposte le armi attendevano a mietere alla spicciolata. Ne avevano uccisi alcuni, avevano messo lo scompiglio in tutti gli altri e li avevano accerchiati con la cavalleria e con i carri.
La tattica dei Britanni ed i carri d’assalto.
XXXIII. - II combattimento con i carri si fa così. Dapprima si avventano per ogni dove scagliando frecce in modo che per la sola paura che suscitano i cavalli e per lo strepito delle ruote, le file nemiche si scompiglino. Poi, essendosi i carri insinuati tra gli squadroni di cavalleria, i guerrieri saltano dai carri e combattono a piedi, mentre i cocchieri a poco a poco si allontanano dalla battaglia e dispongono i carri in modo che — se i guerrieri sono incalzati dalla massa nemica — trovino sui carri un immediato appoggio. I Britanni assommano così nel combattimento il doppio vantaggio della mobilità dei cavalieri e della solidità dei fanti, e con l’esperienza quotidiana e con l’esercizio arrivano a tal segno che, giù per un declivio e per un precipizio, riescono ancora a rattenere gli eccitati cavalli e, in un attimo, a fermarli ed a farli voltare[43].
Ed i guerrieri sono provetti nel balzare sul timone, nel piantarsi sul gioco e di là nel tornare fulminei al carro.
XXXIV. - Essendo disordinati i nostri per quest’inattesa tattica, Cesare, con il suo soccorso, non avrebbe potuto arrivare in più buon punto. Per il suo arrivo i nemici si arrestarono ed i nostri si riebbero dalla sorpresa. Dopo ciò, parendogli che non fosse il momento per provocare ed arrischiare battaglia, Cesare si tenne sulle sue posizioni e, poco dopo, ricondusse al campo le legioni.
Mentre tutti i nostri erano così occupati, i Britanni che erano ancora nelle campagne se ne allontanarono. Seguirono alcuni giorni di continue intemperie, che tennero i nostri nel campo ed impedirono al nemico di combattere. Frattanto i barbari mandavano messaggeri da ogni parte mettendo bene in vista la scarsità delle nostre forze ed insistendo sulla magnifica occasione che s’offriva di far preda e di liberarsi per sempre con la cacciata dei Romani dal campo.
Con tale miraggio i barbari — messa insieme rapidamente una grande massa di cavalleria e di fanteria — si rivolsero al nostro campo.
XXXV. - Cesare, benchè sapesse che non v’era da attendersi un risultato diverso da quello di pochi giorni avanti — cioè che, cacciati i nemici, essi avrebbero sempre schivato il pericolo con la loro rapidità — nondimeno, assicuratasi una trentina di cavalieri che quel Commio atrébate, di cui s’è parlato, aveva condotto seco, schierò le legioni a battaglia davanti al campo. Cominciata la zuffa, i nemici non poterono reggere a lungo all’impeto dei nostri e volsero le spalle. Dopo averli inseguiti fin dove le forze permettevano d’arrivare, uccisi molti ed incendiate per lungo e per largo tutte le case, i nostri ritornarono al campo.
Cesare ritorna in continente.
XXXVI. - Nello stesso giorno, il nemico mandò a Cesare ambasciatori per la pace. Cesare raddoppiò il numero degli ostaggi richiesti ed ordinò che gli si conducessero nel continente, perchè non credeva prudente rimandare la navigazione al giorno dopo, con navi poco sicure e per nulla adatte alla navigazione invernale. Cogliendo poi il buon momento, poco dopo la mezzanotte[44], sciolse gli ormeggi e le navi arrivarono tutte incolumi nel continente. Due trasporti soltanto non poterono accostare allo stesso porto degli altri e furono sospinti dal vento alquanto più in basso.
XXXVII. - Da queste navi discesero circa trecento soldati per raggiungere il campo. Ma i Morini che Cesare, partendo per la Britannia, aveva lasciati pacificati, spinti dalla speranza di preda, li accerchiarono dapprima con un non grande numero d’uomini ed intimarono loro di consegnare le armi se non volevano essere massacrati.
Mentre quelli, formato il cerchio[45], si difendevano, s’adunarono rapidamente al clamore circa seimila nemici. Avvertito della cosa, Cesare mandò dal campo in aiuto tutta la cavalleria. Intanto i nostri sostennero l’impeto e per più di quattro ore combatterono gagliardamente e, non avendo avuti che pochi feriti, uccisero molti nemici. Non appena apparve la nostra cavalleria, i nemici, gittate le armi, volsero le spalle e furono annientati.
XXXVIII. - Il giorno dopo, Cesare manda il suo legato Tito Labieno, con quelle legioni che aveva ricondotte dalla Britannia, contro i Morini ribelli. Questi, essendo ormai secche le paludi e non avendo quindi più il rifugio di cui s’erano valsi l’anno prima, caddero quasi tutti in potere di Labieno.
I legati Q. Titurio e Lucio Cotta che avevano condotto le legioni verso il paese dei Ménapii, devastati tutti i loro campi, tagliato il frumento, incendiate le case — poichè i Ménapii s’erano nascosti in foltissime selve — fecero ritorno a Cesare, che preparò nel Belgio i quartieri invernali di tutte le legioni[46]. Due sole popolazioni della Britannia mandarono gli ostaggi, le altre non si curarono di farlo.
Compiute queste campagne di guerra, il senato, in base al rapporto di Cesare, decretò un periodo di preghiere (supplicatio) di venti giorni.
Note
- ↑ Cioè al principio del 55 a. C. Il proconsolato di Cesare era stato allora prorogato per almeno quattro anni (54-50).
- ↑ Popolazioni germaniche del Nassau.
- ↑ «Centum pagi» probabilmente cento centri di reclutamento, conforme alla sistemazione politico-militare dei Germani.
- ↑ Cifra controversa e che appare per certo esagerata, talmente che Cesare la attenua con un «dicuntur»: dovrebbe corrispondere a circa 900 chilometri. Si può inoltre osservare che «sexcenti» si usava in latino anche per esprimere un numero grande ma indeterminato.
- ↑ Abitanti della zona di Colonia.
- ↑ Cioè dal territorio di Nassau (Jullian, III, p. 46, nota 5 e p. 324). Il triennio di vita nomade (58-56) deve essere trascorso, come pare, in Westfalia.
- ↑ Il passaggio deve essere avvenuto o verso Xanten oppure, secondo altre fonti, presso Clèves (56-55 a. C.). Oltrepassato il Reno gli invasori dilagarono per le terre della Mosa. Xanten corrisponde alla Tricensimae oppido, che fu pure stazione della flottiglia romana del Reno ai tempi dell’imperatore Giuliano.
- ↑ La radunata delle legioni deve essersi compiuta ad Evreux, oppure sotto Amiens. Quivi era pure la sede del quartier generale romano nel 54-53 a. C.
- ↑ Forse sotto Maëstricht.
- ↑ Probabilmente appartenenti alla stirpe gallo-belgica dei Ménapii. La radicale indica che si tratta di genti abitanti ambe le sponde di un corso d’acqua (Ivara) sia esso nel Brabante olandese, sia nei bassopiani del Limburgo.
- ↑ La Mosa trae realmente origine dall’altopiano di Langres, che fa parte del territorio dei Lingoni. Sull’interpretazione dei nomi geografici nel testo cesariano, si consulti: César, Guerre des Gaules - Collection des universités de France - Introduction, I, p. 14 e lib. IV, pp. 102-103.
- ↑ «Vacalus» o Wahal.
- ↑ Circa diciotto chilometri.
- ↑ La sorpresa della cavalleria germanica deve esser forse avvenuta nella regione tra Straelen e Gueldres (Appiano, Celt. 18; Plutarco, Ces., 22; Dione, 47, 3).
- ↑ «Acie triplici instituta». Data la situazione, Cesare dovette compiere una marcia eccezionale di avvicinamento di circa dodici chilometri in ordine di combattimento, come attesta il vocabolo «acies». La colonna in marcia è ordinariamente indicata con la parola «agmen» e quindi risponde ad un criterio logistico.
- ↑ Gli Ubii popolavano le contrade di Colonia. Verso nord principiava il territorio dei Sicambri.
- ↑ Il luogo scelto per il passaggio del fiume è alquanto controverso. Le maggiori probabilità stanno per Bonn oppure per Colonia, dove il fiume è largo da 4 a 500 metri e la profondità della corrente si aggira intorno ai 3 metri. Per Napoleone III, Colonia sembrava troppo discosta verso nord (op. cit., II, p. 144 nota) sicchè egli propendeva per Bonn; mentre Jullian si pronunzia per Colonia (op. cit., III, p. 331 nota 9) anche a motivo delle estese foreste esistenti nei paraggi, ricche di legname da costruzione.
- ↑ Si tratta delle «fibulae» tanto controverse. «Nihil tota pontis structura magis ambiguum» (P. Ramus, De J. Caesaris militia, Francofurti, 1574, pp. 17-18).
- ↑ Tutta la materia relativa alla tecnica di costruzione del ponte sul Reno è largamente trattata nell’opera di Napoleone III (op. cit., vol. II, p. 143 sgg.) ed illustrata nel relativo atlante (vol. II). E però opportuno riportare in parallelo la traduzione di Francesco Baldelli commentata da Andrea Palladio: «Cesare ordinò adunque il ponte in questa guisa: faceva primieramente giungere insieme due travi di un piede e mezzo di larghezza l’una, alquanto aguzzate da piedi, dell’altezza appunto delle acque del fiume, discoste due piedi l’una dall’altra. Ed avendo fatto fermare queste, con macchine ed istrumenti adatti a ciò, nel fondo del fiume e battutele ben sopra con un maglio, che si dice monaco, non le metteva diritte a piombo, a guisa di pertiche, ma piegate nella sommità, di sorte che pendessero appunto secondo il corso delle acque del fiume. Ne faceva poscia fermare due altre, all’incontro delle due prime, giunte insieme nel medesimo modo, discoste dalle prime quaranta piedi nelle parti più basse, volte appunto contro l’impeto e corso delle acque. Ambedue queste, frammessevi dalla parte di sopra travi di grossezza di due piedi, capaci alla distanza della giuntura di esse, erano tenute nelle estreme loro parti da amendue i capi da due legature; le quali disgiunte e rilegate l’una contraria all’altra, era sì grande la fermezza dell’opera, e cosiffatta la natura di tali cose, che quanto maggiore la furia delle acque fosse venuta, tanto più strettamente si venivano a giungere assieme. Sopra queste così drizzate si gittavano altre robe, vi si faceva un intrecciamento sopra, con un piano di pertiche e di graticci, che vi si distendevano.
«Quindi si fermavano in quel modo medesimo dalla parte più bassa del fiume altri legni a pendio, i quali fermati ivi sotto in cambio di ariete e giunti a tutta l’opera servissero a ritenere l’impeto delle correnti acque del fiume.
«Ne fermavano eziandio sopra il ponte alcuni altri, poco dal ponte lontani, acciocchè se quei popoli barbari gittassero giù pel fiume tronchi d’alberi, o navi, per guastare tale edifizio, essi, difendendolo dalle percosse di quelle, venissero a far minore l’impeto di tali cose e non potessero altrimenti nuocere al ponte».
(I Commentari di Giulio Cesare, con le figure in rame degli alloggiamenti, dei fatti d’armi, delle circonvallazioni delle città e di molte altre cose notabili descritte in essi etc., fatte da Andrea Palladio, Venezia, Pietro Franceschi edit., 1575, p. 70).
Per i particolari di costruzione del ponte sul Reno si vedano anche: Napoleone I, Précis des guerres de Jules César — 3e Observation — Correspondence, vol. XXXII; Cohausen, Caesars Rheinbrüchen, Lipsia, 1867. A. Cinquini, L’Esercito Romano ai tempi di Giulio Cesare, Milano, Vallardi, 1900, p. 77 sgg. e l’Appendice al presente volume. Una completa bibliografia tecnica in proposito si trova in Jullian, III, p. 333 nota 8, ediz. 1923. - ↑ Internandosi assai probabilmente nelle contrade della Ruhr.
- ↑ La risoluzione di Cesare è straordinariamente saggia, considerate le incognite di una guerra attraverso il silvestre ed insidioso paese degli Svevi, verso il cuore della Germania. Come la decisione di Alessandro di ripiegare dall’Indo, così quella di Cesare attestano insieme la classica audacia e consapevolezza dei due più grandi condottieri dell’antichità.
- ↑ Per la campagna di Cesare in Britannia si veda la bibliografia citata dal Jullian, III, p. 336 nota 3. Si consulti pure: Rice Holmes, Ancient Britain, Londra 1907.
- ↑ F. Corazzini, Storia della marina militare italiana antica, op. cit., capo II, p. 188 sgg. La spedizione in Britannia era il necessario complemento militare e politico delle operazioni eseguite nella Gallia e oltre il Reno.
- ↑ C. Voluséno Quadrato, tribuno militare.
- ↑ Sulla spiaggia di Boulogne presso all’antico porto di Itius.
- ↑ Sulla controversa questione del regno di Commio (Comm) e sulla cosidetta sua opera di «furiere» delle legioni romane, si veda Jullian, III, p. 315 nota 4 e p. 336. Commio deve aver probabilmente approdato al littorale di Douvres.
- ↑ Le legioni che dovevano sbarcare in Britannia erano la 7ª e la 10ª rispettivamente al comando di Galba e di Labieno, oltre ad un riparto di 450 cavalieri. Ogni nave era capace di 150 fanti, sicchè le ottanta del convoglio potevano agevolmente trasportare i dodicimila fanti delle due legioni — con il bagaglio di combattimento —, ammesso tale effettivo come massimo. Le diciotto navi assegnate alla cavalleria, trasportando cinquanta cavalli ognuna, erano sufficienti al trasporto dell’intero riparto. Il convoglio destinato alla cavalleria, a motivo dei venti, deve essersi indugiato all’àncora nelle acque di Ambléteuse, a circa otto miglia a nord di Boulogne. Si noti che Cesare usa ordinariamente il vocabolo «exercitus» per indicare la sola fanteria all’infuori della cavalleria (exercitus, equitatumque, II, 11: IV, 29).
- ↑ Cioè Boulogne, o Porto Izio della seconda spedizione di Cesare in Britannia (Jullian, III, p. 337 nota 8 e VI, pp. 457-458 note). Porto Izio celticamente significa porto inferiore, Gesoriacum è la città bassa, Bononia (Boulogne) la cittadella dominante il porto e l’estuario della Liane. Il porto avrebbe quindi mutato più volte nome e designazione topografica attraverso ai tempi — come accade assai spesso alle città marinare, in forza delle loro vicende economiche, navali e militari — fino ad unificarsi in quello di Boulogne-sur-mer.
- ↑ La cronologia di questi avvenimenti può così prospettarsi: costruzione del ponte sul Reno (10 giorni) dal 12 al 21 giugno; campagna oltre Reno (18 giorni) dal 22 giugno al 9 luglio; marcia dal Reno a Boulogne (più di 400 chilometri) dall’11 al 28 luglio; preparativi terrestri e navali per lo sbarco in Britannia (26 giorni) dal 28 luglio al 24 agosto. Ne consegue che il convoglio deve essere salpato da Boulogne dopo il 24 agosto, e che la terza vigilia a tale epoca potrebbe calcolarsi all’incirca (fere) tra la mezzanotte e le ore 2.30.
- ↑ Cioè ad Ambléteuse.
- ↑ Intorno alle ore 9 del mattino.
- ↑ Si tratta della costa di Douvres sulla quale era sbarcato Commio.
- ↑ Verso le ore 2 del pomeriggio.
- ↑ Forse la spiaggia tra Walmer Castle e Deal Castle (Jullian, III, p. 341 e sgg.; Rice Holmes, Ancien Britain, Londra, 1907, p. 605 e sgg.).
- ↑ La pescagione delle navi sottili romane poteva calcolarsi sui tre piedi (m. 0,90 circa).
- ↑ Cioè le triremi, sette o otto volte più lunghe che larghe, mentre tale proporzione nelle navi onerarie era da quattro ad uno.
- ↑ L’aquilifero della legione era assegnato alla 1ª centuria della 1ª coorte: in marcia procedeva alla testa della coorte, nel combattimento in coda. Ciò premesso, risalta subito il valore dell’iniziativa dell’aquilifero, cui può fare degno riscontro l’episodio del centurione Cesio Sceva, raccontato da Valerio Massimo (III, 2, 23) e citato anche da Plutarco (Ces., 16). Il peso dell’aquila legionaria era assai notevole (Floro, IV, 4) epperciò l’insegna non poteva essere portata che da persona assai gagliarda.
- ↑ Sul porto d’«Itius», sulla cui postura e storia esiste una intera biblioteca, sembra oramai si possa concludere in favore di Boulogne e littorale attiguo, tra Capo d’Alprech (Itium pr.) ed Ambléteuse (Portus Ulterior) (E. Desjardins, op. cit., I, p. 348 sgg. note e tavola 15; Corazzini, op. cit., p. 188 e sgg.; Jullian, III, p. 337 nota 8; Rice Holmes, p. 737).
- ↑ Rice Holmes, The classical Quaterley, III, 1909, pp. 26-39.
- ↑ Napoleone III dice che il plenilunio deve essersi verificato nella notte sul 31 agosto del 55 a. C. Rice Holmes fornisce qualche altro elomento al riguardo (The classical Quaterley, III, 1909, pp. 26-39).
- ↑ Di regola a guardia di ciascuna porta del campo romano stava una coorte — cioè quattro in totale — per cui Cesare deve avere, in un primo tempo, surrogato a ciascuna di esse una mezza coorte.
- ↑ Nei pressi di Deal, o sulla strada da Deal a Worth.
- ↑ In origine, l’uso dei carri da guerra era riserbato ai nobili e nessuna aristocrazia dell’antichità ne era sprovvista. I Celto-Galli emigrati in Italia ed in Oriente trascurarono man mano la costumanza, talmente che i carri non figurano nè all’Allia e neppure nelle incursioni in val di Danubio. Aveva invece carri l’esercito gallico alla battaglia di Sentino, presso Sassoferrato (295 a. C.) e li impiegò con compiti offensivi (essedis, carrisque - Livio, X, 28) contro la sinistra dei Romani, determinando il leggendario sacrifizio di Publio Decio Mure. Avanzi di carri gallici si sono infatti rinvenuti nella radura di Gaville sul campo di battaglia di Sentino (Nicoletti, La battaglia nell’Agro Sentinate, Roma, Alfieri edit., 1927).
La tattica dei carri da guerra deve essersi invece tramandata con originarie caratteristiche offensivo-difensive in Britannia, perchè solo Cassivellauno ne disponeva di quattromila. Anche tra i Belgi si trova menzionata l’esseda (belgica esseda, gallicana vehicula; Servius, ad Georg.; Virg., I, V, 204). L’«esseda» era carro a due ruote e di esso Cesare non parla che a proposito della tattica dei Britanni. I carri da guerra dei Galli erano più propriamente detti «petorita» (Quintiliano, I, V, 57; Aulo Gellio, XV, XXX): avevano quattro ruote (petora), erano condotti dai «soldati dei carri» (Diodoro, V, 29) e corrispondevano quindi piuttosto ad esigenze logistiche che tattiche. - ↑ Era mezzo settembre, all’incirca. Sul luogo di approdo dei due trasporti isolati, si veda: E. Desjardins, op. cit., I, p. 359.
- ↑ L’orbis era formazione di marcia e di combattimento. Era ordinanza piena, impiegavasi in frangenti critici e corrispondeva, presso a poco, al senso dei nostri «quadrati» o alle forme di «in circolo»; con la differenza però che quest’ultime sono vuote. Sull’impiego dell’«orbis» in difensiva si veda anche Vegezio, I, 16. È suggestivo il commento dei nostri scrittori militari del Cinquecento a proposito del valore tattico dell’«orbis» Si veda: F. Ferretti, Dell’osservanza militare, p. 78 e sgg., Venezia, C. Borgominieri, edit. 1568; Idem, Arte militare, p. 56, Ancona, 1608; A. Cicuta, Disciplina militare, Venezia, L. Avanzo, 1572, Lib. II.
- ↑ Probabilmente nella regione di Amiens.
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- Testi in cui è citato Andrea Palladio
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