La guerra gallica/Libro quinto
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Traduzione dal latino di Eugenio Giovannetti (1939)
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LIBRO QUINTO.
La nuova flotta preparata da Cesare — Il nuovo tipo di nave.[1]
I. - Sotto il consolato di Lucio Domizio ed Appio Claudio[2], Cesare, tornando dai quartieri invernali in Italia — come ogni anno soleva —, ordina ai suoi legati messi a capo delle legioni di allestire, durante l’inverno, il maggior numero possibile di navi e di restaurare le avariate. Ecco il tipo di nave che Cesare fa apparecchiare. Per rendere più rapido il carico e facile il trarla a riva, fa fare la nave alquanto più piatta di quelle che siamo soliti costruire per le nostre acque; tanto più che, per il continuo alternarsi delle maree, egli aveva notato che l’ondata era meno alta. Per meglio imbarcare carichi e grande quantità di quadrupedi (jumenta) fa far le navi alquanto più larghe di quelle che siamo soliti usare negli altri mari, e vuole che sieno tutte di tipo sottile, alla qual cosa contribuisce molto la poca altezza di bordo. Infine ordina si faccia venire dalla Spagna tutto ciò che occorre per armare i legni.
Finite le assemblee giudiziarie della Gallia citeriore, parte per l’Illirico, perchè aveva sentito che i Pirusti[3] facevano incursioni devastatrici nelle terre di confine.
Ivi giunto, ordina a quelle popolazioni di preparare soldati e di radunarli tutti in un sol luogo. Diffusasi questa novella, i Pirusti mandano ambasciatori a dirgli che nulla di quanto è accaduto si deve a pubblica deliberazione e si protestano pronti a risarcire in tutti i modi i danni. Udito tale discorso, Cesare chiede ostaggi, fissa il giorno della consegna ed avverte che, se mancassero, punirebbe i Pirusti con la guerra. Arrivati gli ostaggi nel giorno fissato, designa arbitri che giudichino delle contese fra le due popolazioni e fissino la pena.
La potenza costruttrice dei legionari.
II. - Sistemate le cose e tenute le assemblee, ritorna nella Gallia citeriore e di là si avvia all’esercito. Arrivato nella Gallia ulteriore e fatto il giro di tutti i quartieri invernali, trova che — mercè la fervida opera dei legionari —, tra la più grande angustia dei mezzi, erano già state allestite seicento navi del tipo sopra accennato, e ventotto navi sottili, tutte già a tal punto che, in pochi giorni, avrebbero potuto prendere il mare[4]. Encomiati i soldati e quelli che avevano diretto il lavoro, Cesare spiega il suo piano e fa radunare le navi a Porto Izio, dal quale sapeva potersi fare la più comoda traversata per la Britannia, lontana in quel punto dal continente circa trenta miglia.
Per questa impresa lascia quel numero di soldati che gli pare sufficiente ed egli, prendendo seco quattro legioni senza grosso bagaglio[5] (legionibus expeditis) ed ottocento cavalieri, punta contro il paese dei Tréviri, perchè questi nè erano venuti all’assemblea[6], nè obbedivano agli ordini, ed a quel che si diceva istigavano i Germani transrenani.
Induziomaro e Cingetórige.
III. - Questo popolo per la sua cavalleria è il più potente di tutta la Gallia: ha pure grandi forze di fanteria e vive — come già si è detto — presso il Reno. Due vi si contendevano allora il primato e cioè Induziomaro e Cingetórige[7]. Quest’ultimo, non appena sa dell’arrivo delle legioni, corre a Cesare, lo assicura che nè lui nè i suoi mancheranno al dovere ed all’amicizia verso il popolo romano e lo mette al corrente di quel che si sta macchinando tra i Tréviri. Senonchè Induziomaro, raccolte grandi forze di cavalleria e di fanteria e fatti riparare gli inetti per età alle armi nella foresta delle Ardenne — che si estende per mezzo al paese dei Tréviri dal fiume Reno al confine dei Remi —, si prepara a fare la guerra. Ma quando alcuni capi di quel popolo, un po’ per amicizia con Cingetórige ed un po’ per timore del nostro esercito, si furono recati da Cesare ed ebbero intavolate con lui trattative private — poichè non potevano trarre dalla loro tutto il popolo — anche Induziomaro mandò ambasciatori a Cesare.
Egli diceva «che non aveva voluto allontanarsi dai suoi e venire da Cesare, solo perchè gli fosse più facile tenere a freno il popolo ed impedire alla plebe qualche eccesso per la partenza dei nobili. Tutto il popolo adunque era in suo potere ed egli — se Cesare lo avesse permesso — sarebbe venuto al campo ed avrebbe affidato a lui i propri averi e quelli delle sue genti».
Cingetórige messo a capo dei Tréviri.
IV. - Cesare, benchè si rendesse perfettamente conto di quel che si nascondeva dietro quelle parole e di quello che aveva fatto mutar parere a Induziomaro, nondimeno, per non essere costretto a passare l’estate fra i Tréviri, dopo aver già tutto preparato per la spedizione in Britannia, ordina che Induziomaro venga a lui con duecento ostaggi. Venuti questi, tra cui il figlio ed i parenti tutti di Induziomaro — che Cesare aveva specificatamente richiesti — fa onorevoli accoglienze ad Induziomaro e lo esorta a non venire meno al suo dovere. Ciò non pertanto, chiamati a sè i principi dei Tréviri, li riconcilia ad uno ad uno con Cingetórige, perchè gli pare che questi se lo sia meritato, e perchè considera anche di grande importanza che l’autorità di Cingetórige prevalga tra i suoi connazionali, dopo che Cingetórige ha data una così chiara prova della sua buona volontà. Vide assai di malocchio Induziomaro che si diminuisse il suo credito tra i suoi e, già nostro nemico in segreto, arse più che mai d’odio per questa contrarietà.
V. - Sistemate così le cose fra i Tréviri, Cesare arriva con le legioni a Porto Izio[8]. Quivi è informato che sessanta navi che erano state costruite nel paese dei Meldi[9], respinte dalla tempesta, non avevano potuto tenere il mare ed avevano dovuto rientrare in porto.
Trova invece le altre pronte a navigare ed attrezzate in tutto punto. Fa adunque Cesare adunare tutta la cavalleria gallica, in numero di quattromila uomini, ed i principi di tutti i popoli e tra essi sceglie pochissimi, di fede esperimentata, da lasciare in Gallia; mentre tutti gli altri dovevano seguirlo quali ostaggi perchè egli temeva — non appena si fosse allontanato — qualche nuova insurrezione nella Gallia[10].
Gli eterni complotti di Dumnorige.
VI. - Era tra quelli che Cesare portava seco l’eduo Dumnorige, di cui abbiamo parlato poco innanzi. Aveva pensato tra i primissimi a lui, perchè lo sapeva desideroso di novità, avido d’impero, uomo di grande animo e di grande notorietà tra i Galli. A questo s’aggiungeva che, nell’assemblea degli Edui, Dumnorige aveva detto che da Cesare gli era stato offerto il regno su quel popolo; discorso che gli Edui avevano sentito molto mal volentieri, pur non osando mandare a Cesare ambasciatori per opporsi e scongiurarlo a desistere. Cesare aveva risaputo la cosa dai suoi ospiti.
Da principio Dumnorige cominciò a pregare di essere lasciato in Gallia, un po’ perchè — non assuefatto a navigare — temeva il mare; un po’ perchè si diceva impedito da doveri religiosi. Quando vide che Cesare s’ostinava nel rifiuto, perduta ormai ogni speranza, cominciò a cospirare con i principi della Gallia, a far loro paura, a chiamarli in disparte ad uno ad uno e ad esortarli perchè restassero nel continente: «Non senza ragione — egli diceva — la Gallia era stata spogliata di tutti i suoi nobili: questo era un piano di Cesare per uccidere in Britannia tutti quelli che egli non aveva osato sopprimere in cospetto della Gallia». Agli altri giurava, e faceva giurare, che avrebbero fatto di comune accordo quello che avessero trovato utile al paese.
Queste cose da molti erano riferite a Cesare.
Cattura e morte di Dumnorige.
VII. - Informato di ciò, Cesare, che aveva tanta considerazione per il popolo eduo, decise di dissuadere e di ridurre alla ragione Dumnorige, a qualunque costo. Ma non appena si accorse che l’uomo folleggiava ogni giorno di più, gli parve che fosse tempo di porvi riparo perchè non nuocesse nè a Cesare nè alla repubblica. Restato adunque circa venticinque giorni in quel luogo — perchè la navigazione era impedita dal «chorus», vento[11] che, in ogni stagione, soffia in quei luoghi — provvide a rimettere al dovere Dumnorige, senza per questo cessare d’informarsi su i di lui progetti.
Colto alfine un momento propizio, ordina ai soldati ed ai cavalieri d’imbarcarsi. Mentre tutti salivano sulle navi, Dumnorige, con i cavalieri degli Edui, all’insaputa di Cesare, si allontana dal campo per ritornare a casa.
Inteso ciò, Cesare, interrotto l’imbarco e posposta ogni altra cura, manda gran parte della cavalleria ad inseguirlo ed ordina di ricondurlo, e — se osi far resistenza — di ucciderlo; poichè egli era sicuro che, in sua assenza, non avrebbe fatto mai nulla di buono un uomo che, in sua presenza, disobbediva ad un comando. Dumnorige, all’ordine di tornare indietro, comincia a resistere violentemente e ad implorare la solidarietà dei suoi, gridando spesso che egli era libero ed apparteneva ad un libero popolo.
I nostri, com’era loro comandato, lo circondano e lo uccidono ed i cavalieri edui ritornano tutti a Cesare.
Il secondo sbarco in Britannia.
VIII. - Finita questa faccenda e lasciato Labieno nel continente con tre legioni e duemila cavalieri a presidiare i porti, ad incettare il frumento, a controllare tutto quello che si facesse in Gallia ed a provvedervi sempre per tempo, e secondo le circostanze, con cinque legioni e con un numero di cavalieri pari a quello che ha lasciato sul continente, Cesare, al tramonto, scioglie gli ormeggi[12]. Era il convoglio sospinto dapprima da un leggero Africo[13], ma — verso la mezzanotte — cessato il vento, non potè tener la rotta e dalla marea fu costretto a deviare tanto che, all’alba, si avvide d’avere lasciato sulla sinistra la Britannia. Seguendo allora di nuovo la marea, a forza di remi si rivolse verso quella parte dell’isola in cui aveva visto, nella precedente estate, trovarsi un ottimo approdo.
In tale occasione i nostri soldati diedero prova di uno slancio che non sarà mai abbastanza lodato, perchè con i trasporti gravi di carico, senza cessar mai la fatica del remo, eguagliarono la velocità delle navi sottili. S’arrivò così in Britannia con tutti i legni che era già quasi mezzogiorno: sulla spiaggia non v’era alcun nemico[14]. Ma, come Cesare poi seppe dai prigionieri, molte torme di cavalieri che colà volteggiavano, atterrite dalla quantità delle navi — perchè con quelle dell’anno innanzi e con quelle che i privati del seguito s’erano costrutte per loro piacere[15] apparvero improvvisamente all’orizzonte più di ottocento navi — dopo aver abbandonato la spiaggia si erano ritirate sulle alture.
I Britanni ripiegano - Il rifugio creduto inviolabile.
IX. - Cesare, sbarcato l’esercito e scelto un terreno adatto per il campo, non appena seppe dai prigionieri dove si trovavano le forze del nemico — lasciate dieci coorti[16] presso la spiaggia e trecento cavalieri a guardia delle navi —, alla terza vigilia marciò verso il nemico, poco preoccupandosi per le navi che lasciava all’àncora, presso lidi molli ed aperti. Diede il comando del presidio e della flotta a Q. Atrio.
Avanzatosi poi nella notte per circa dodici miglia, scoprì finalmente i nemici, i quali avanzando con la cavalleria e con i carri verso il fiume, cominciarono da un’altura a tener lontani i nostri ed a combattere[17]. Respinti dalla nostra cavalleria, si ritrassero nella boscaglia, ripiegando in un ridotto assai forte per natura e per opere che — a quanto risulta — avevano già preparato in occasione di lotte intestine, poichè tutti gli accessi erano asserragliati da file di «abbattute». Pochi nemici, combattendo dalla boscaglia, bastavano per impedire ai nostri di forzarne le difese. Ma i soldati della settima legione — fatta la testuggine ed accostata un’impalcatura d’approccio al ridotto avversario — se ne impadronirono e scacciarono il nemico dalla selva senz’altro danno che pochi feriti.
Cesare però ordina che non s’inseguano i fuggenti e perchè ignorava la natura del luogo e perchè, passata ormai una gran parte del giorno, voleva che si dedicasse il resto del tempo a fortificare il campo.
La nuova disastrosa mareggiata.
X. - Il giorno appresso e di buon mattino, in tre schiere, egli mandò soldati e cavalieri ad incalzare i fuggiaschi. Gli inseguitori avevano già fatto molta strada — tanto che già erano avvistati gli ultimi drappelli — quando i cavalieri mandati da Q. Atrio vennero a Cesare per annunziargli che — la notte prima — levatasi una grossa burrasca, quasi tutte le navi erano state strappate dal lido e sbattute contro la costa; perchè nè le àncore nè le funi avevano potuto resistere, nè i marinai nè i timonieri avevano potuto affrontare la furia della bufera. Il cozzar delle navi era stato adunque disastroso.
Le navi ritirate al campo.
XI. - Saputo ciò, Cesare ordina che si richiamino le legioni e la cavalleria, che si arrestino e rovescino la fronte, mentre egli le precede verso le navi. Ivi si accerta che le cose stavano presso a poco come le aveva risapute per messaggeri e per lettere: perdute circa quaranta navi, le altre potevano ancora rattopparsi, però a forza di molto lavoro. Trae operai dalle legioni ed altri ne fa venire dal continente: scrive a Labieno di costruire con le legioni che sono presso di lui il maggior numero possibile di navi. Per quanto poi lo riguarda, benchè si tratti di lavoro grandemente faticoso, pensa che non ci sia di meglio da fare che trarre a riva tutte le navi e ripararle dentro la cinta del campo[18].
In questa sistemazione impiega circa dieci giorni, senza che il lavoro s’intralasci neppure la notte. Tirate in secco le navi e fortificato saldamente il campo, vi dispone a presidio le stesse forze che aveva prima destinate alle navi, ed egli marcia di bel nuovo verso le posizioni da cui era tornato indietro. Arrivato colà, trova che già erano affluite da ogni parte nuove e più considerevoli forze britanniche, essendo stato affidato — col consenso di tutti — il comando supremo a Cassivellauno[19]. Il confine tra il suo paese e le popolazioni costiere era tracciato da un fiume chiamato Tamigi (Tamesis) a circa ottanta miglia dal mare. Per l’innanzi, Cassivellauno era stato continuamente in guerra
(Dalla traduzione italiana di F. Baldelli, illustrata da A. Palladio,
Venezia, E. Albrizzi, 1737).
B) Le navi ritirate al campo.
con le altre popolazioni; ma, spaventati dal nostro arrivo, i Britanni avevano affidato a lui il comando supremo.
Geografia, economia, costumi della Britannia.
XII. - La parte interna della Britannia è abitata da quelli che si vantano, per ricordo tradizionale, nati dal suolo[20]. La parte marittima invece da quelli che, per avidità di preda o smania di guerra, ivi emigrarono dal Belgio — per cui quasi tutti si chiamano ancora col nome dei rispettivi popoli di origine — e che, a guerra finita, ivi si stabilirono e si diedero a coltivare la terra[21]. Infinita perciò è la moltitudine degli uomini, densissime sono le case, quasi identiche alle galliche, ed i greggi in grande numero. Per monete si valgono o del rame, o di pezzi d’oro, o di lingotti di ferro di determinato peso.
Nelle regioni interne si trova lo stagno, nelle costiere il ferro, per quanto non in abbondanza: il rame di cui si servono è importato. Vi si trova pure legname d’ogni fatta come in Gallia, tranne il faggio e l’abete. La lepre, la gallina e l’oca sono considerati cibi illeciti, ma s’allevano tuttavia quegli animali per piacere. Il clima è più temperato che in Gallia ed il freddo meno intenso.
Configurazione della Britannia e suoi popoli.
XIII. - L’isola è di forma triangolare ed un lato guarda la Gallia. Di questo lato, un angolo, cioè il Canzio[22] — dove approdano quasi tutte le navi che vengono dalla Gallia — volge ad oriente e l’altro a mezzodì. L’estensione di questo lato è di circa cinquecento miglia.
L’altro lato guarda la Spagna[23] e l’occidente e da questa parte è l’Ibernia[24] che si crede minore d’una metà nella Britannia, ed è alla stessa distanza dalla Britannia che questa dalla Gallia.
A mezza strada è l’isola che si chiama Mona[25] e vi sono molte altre isole minori[26] intorno alla Britannia, a proposito delle quali alcuni scrissero che in queste isolette, nell’inverno, la notte dura per trenta giorni continui. Per quanto noi domandassimo, non riuscimmo mai a sapere nulla di ciò. Soltanto dai nostri orologi ad acqua si potè rilevare che le notti sono più brevi che nel continente. La lunghezza di questo secondo lato — secondo quegli scrittori — è di settecento miglia.
Il terzo lato è a settentrione e non ha di fronte a sè alcuna terra, ma un angolo di questo lato è rivolto principalmente verso la Germania.
Si dice che questo lato abbia una lunghezza di ottocento miglia, cosicchè tutta l’isola nel complesso ha lo sviluppo di duemila miglia.
XIV. - I più civili tra gli abitanti sono quelli del Canzio, regione tutta costiera ed hanno costumi non molto diversi da quelli dei Galli. Gli abitanti dell’interno per la maggior parte non seminano frumento, ma vivono di latte e di carne e sono vestiti di pelli. Tutti i Britanni poi si tingono con un pastello che dà loro un colore ceruleo e questo li rende più orridi d’aspetto nelle battaglie: hanno lunghe capigliature e radono ogni parte del corpo tranne il capo ed il labbro superiore.
Hanno mogli comuni in dieci o dodici soprattutto tra fratelli e tra genitori e figli, ma quelli che nascono da queste donne si considerano sempre figli di coloro cui la donna andò vergine.
La tattica dei Britanni.
XV. - Marcia durante, la cavalleria ed i carri dei nemici s’impegnarono vigorosamente in un’azione con la nostra cavalleria, pur rimanendo sempre il vantaggio ai nostri che respinsero i nemici sulle colline selvose. Ma dopo averne fatto strage, per troppo ardore nell’inseguirli i nostri perdettero alcuni dei loro. Ed i nemici, passato qualche tempo, mentre i nostri avevano cessato di stare in guardia e non pensavano più che a fortificare il campo, piombarono d’improvviso giù dalle selve, e — scagliatisi su quelli che erano di sentinella davanti al campo — combatterono con estrema violenza. Avendo mandate Cesare in aiuto due coorti scelte tra le prime di due legioni[27], esse si schierarono a breve distanza l’una dall’altra. Senonchè il nemico — essendo i nostri perplessi da quel nuovo genere di tattica — si avventò con straordinaria foga fra le due coorti e poi si ritrasse senza perdite.
In quella giornata rimase ucciso il tribuno militare Q. Laberio Duro. Mandate in aiuto molte altre coorti i nemici finalmente vennero respinti.
XVI. - Dai combattimenti svoltisi fino allora sotto gli occhi di tutti chiaro apparve che i nostri — per la pesantezza delle armi non potendo inseguire il nemico in ritirata nè allontanarsi dalle insegne — erano in condizioni d’inferiorità rispetto all’avversario. I cavalieri poi combattevano addirittura con grande rischio, poichè i nemici il più delle volte cedevano per finta, e quando avevano attratto i nostri un poco discosto dalle legioni, saltavano dai carri e combattevano a piedi in impari mischia. Perchè se il combattimento fosse stato a cavallo dalle due parti, esso sarebbe stato egualmente pericoloso, tanto per chi si ritraeva quanto per chi inseguiva. A ciò si aggiunga che i nemici non combattevano mai in massa, ma radi ed a grandi intervalli, ed avevano sempre forze scaglionate in profondità, e riserve concentrantisi ora presso questa ora presso quella schiera, in modo che truppe fresche potevano sempre rincalzare le logore.
La disfatta improvvisa.
XVII. - Il giorno successivo i nemici si schierarono lontano dal campo, sui colli, e cominciarono a mostrarsi a piccoli gruppi ed a stormeggiare con i nostri cavalieri, però con minor foga del giorno avanti. Senonchè, a mezzogiorno, avendo Cesare mandato a foraggiare tre legioni con tutta la cavalleria — agli ordini del suo legato C. Trebonio — d’improvviso, da tutte le parti, i nemici si slanciano sui foraggiatori con tanto impeto da non fermarsi che alle insegne ed alle legioni. I nostri, contrattaccando con grande violenza, respinsero il nemico e l’inseguirono senza tregua. I cavalieri poi, nel sentirsi spalleggiati dalle legioni, caricarono furiosamente e fecero grande strage dei Britanni, non dando loro tempo nè di raccogliersi, nè di fermarsi, nè di balzare dai carri. Dopo questa fuga improvvisamente tutte le forze ausiliarie venute da ogni parte si dispersero, e da quel giorno i nemici non ebbero più importanti forze da contrapporci.
Cesare marcia contro Cassivellauno.
XVIII. - Cesare, conosciuto il loro piano, conduce l’esercito contro il paese di Cassivellauno verso il Tamigi, fiume che soltanto in un luogo può essere guadato e con molto stento[28]. Arrivato colà, trova schierate sull’altra riva grandi forze nemiche. La riva poi era fortificata con spuntoni aguzzi, e spuntoni dello stesso genere erano sotto l’acqua nascosti dalla corrente. Saputo ciò dai prigionieri e dai disertori, Cesare manda avanti la cavalleria ed ordina che le legioni seguano rapidamente. Ma i soldati s’avanzarono con tanta celerità e tanto impeto abbenchè avessero l’acqua sino al collo che i nemici non poterono sostenere l’impeto delle legioni e dei cavalieri ed, abbandonata la riva, si diedero alla fuga[29].
XIX. - Cassivellauno — come sopra dicemmo — rinunciando ormai ad ogni speranza di successo e congedato il grosso delle forze fino a restare con soli circa quattromila «essedari», spiava i nostri movimenti ed, allontanandosi un po’ dalle vie battute, s’occultava in luoghi impervî e silvestri e nascondeva nei boschi le greggi e gli uomini di tutte quelle regioni per cui sapeva che noi saremmo passati. Quando la nostra cavalleria scorrazzava più sicura nei campi a far preda ed a devastare, Cassivellauno mandava fuori dalle selve per tutte le vie e per tutti i sentieri i suoi «essedari» e, con grande pericolo dei nostri cavalieri, l’obbligava ad azzuffarsi con questi. Impaurendo i nostri con questa tattica, Cassivellauno impediva loro di battere la campagna. Altro non rimaneva adunque a Cesare che vietare alla cavalleria d’allontanarsi dalla presenza delle legioni, e permettere che si devastassero i campi o s’incendiassero le case solo per quel tanto che i legionari potessero, al caso, sovvenirla del loro appoggio.
XX. - I Trinovanti[30] erano forse la più energica popolazione di quelle contrade e, partendo da essa, il giovane Mandubracio — che confidava in Cesare — era venuto a trovarlo nel continente. Il padre di Mandubracio aveva regnato su quel popolo ed era stato ucciso da Cassivellauno. Il figlio, Mandubracio, solo con la fuga poteva scampare la morte. I Trinovanti mandano adunque ambasciatori a Cesare promettendo di sottomettersi e d’accettare le sue condizioni: chiedono che Cesare li difenda contro Cassivellauno e mandi qualcuno nel loro paese che se ne metta a capo e lo governi. Cesare ordina loro di consegnare quaranta ostaggi e frumento all’esercito e manda loro Mandubracio. I Trinovanti eseguiscono rapidi gli ordini ed inviano tutti gli ostaggi richiesti ed il frumento.
Il castello di Cassivellauno.
XXI. - Al vedere i Trinovanti difesi ed immuni da ogni violenza soldatesca, i Cenimagni, i Segonziaci, gli Ancaliti, i Bibrici ed i Cassi[31], mandate ambascerie a Cesare, s’arrendono a lui. Da essi egli viene a conoscere che non era lontano da quel luogo il castello di Cassivellauno, protetto da boschi e paludi, dove erano stati raccolti in grande copia uomini e greggi. I Britanni chiamano castello anche un bosco che sia stato circondato da fossi e da palizzate, e che serva loro di asilo tutte le volte che avvenga un’incursione di nemici. Verso il castello di Cassivellauno Cesare marcia adunque con le legioni. Trova un luogo ottimamente difeso dalla natura e dall’arte e s’affretta, ciò nonostante, ad assaltarlo da due parti. I nemici — rimasti per breve tempo sulle difese — non possono alla fine resistere all’assalto impetuoso dei nostri e si pongono in salvo al di là del castello. Si trova sul luogo grande quantità di bestiame e molti fuggiaschi sono presi ed uccisi[32].
Cassivellauno si arrende.
XXII. - Mentre ciò succede in quei luoghi, Cassivellauno invia ambasciatori verso il Canzio che — come abbiamo detto — è dalla parte del mare ed era allora governato da quattro re; Cingetórige, Carvilio, Tassimagulo e Segóvace. Ordina a quei re di raccogliere tutte le forze, di assaltare all’improvviso ed espugnare il campo navale romano.
Quando vennero, i nostri, con una sortita, ne uccidono molti, catturano anche un duce di nobile lignaggio — Lugotórige — e ritornano senza perdite. Alla novella di questo combattimento, Cassivellauno, dopo tanti rovesci, afflitto per la devastazione dei suoi territori e, soprattutto, per la defezione delle popolazioni, manda per mezzo di Commio l’atrébate ambasciatori a Cesare per trattare della resa.
Cesare, deciso a svernare nel continente a causa dei repentini moti della Gallia, poichè rimaneva ormai ben poco dell’estate[33] ed egli vedeva bene come anche quel poco potesse andarsene presto, ordina che gli si diano ostaggi e fissa l’annuo tributo della Britannia al popolo romano. Infine ordina a Cassivellauno di non fare rappresaglia alcuna, nè contro Mandubracio, nè contro i Trinovanti.
Il ritorno. — Il bilancio navale delle traversate.
XXIII. - Ricevuti gli ostaggi, Cesare riconduce l’esercito alla costa e trova le navi già pronte. Sospintele in mare, avendo con sè grande numero di prigionieri ed essendosi alcuni legni perduti per la tempesta, comanda di trasportare l’esercito in due convogli. Accadde così che, fra tante navi e con tante traversate in quest’anno e nel precedente, neppure una si perdesse di quelle che recavano i soldati. Di quelle invece che gli erano state rimandate vuote dal continente — fossero quelle che avevano sbarcate le truppe del primo convoglio o quelle sessanta che Labieno aveva fatte fare dopo la partenza della spedizione — pochissime arrivarono alla meta, e quasi tutte le altre furono ributtate sulla costa. Dopo averle invano attese, Cesare, perchè la stagione non gli impedisse di navigare — avvicinandosi l’equinozio — dovette per forza affollare ancor più i soldati sulle navi e, al sopravvenire di una straordinaria bonaccia, levate le àncore, al cominciare della seconda vigilia toccò terra al primo albore con tutte le navi illese.
L’ordine per i quartieri invernali.
XXIV. - Tratte a riva le navi ed adunata in Samarobriva[34] l’assemblea dei Galli, essendo in quell’anno in Gallia scarso il raccolto del frumento per la siccità, Cesare fu costretto a disporre le legioni nei quartieri invernali in modo diverso da quello degli anni precedenti, cioè a distribuirle fra parecchie popolazioni. Ne affidò una al legato C. Fabio perchè la conducesse fra i Morini, un’altra a Q. Cicerone[35] perchè l’avviasse fra i Nervii, una terza a L. Roscio perchè la collocasse tra gli Esuvii ed una quarta ordinò che svernasse con Tito Labieno tra i Remi al confine dei Tréviri. Altre tre mandò tra i Belgi e le affidò al questore M. Crasso[36] ed ai legati L. Munazio Planco e C. Trebonio. Una legione da poco arruolata[37] al di là del Po e cinque coorti[38] inviò tra gli Eburoni, che abitano per la maggior parte tra la Mosa ed il Reno, ed erano allora sotto la signoria d’Ambiórige e di Catuvolco.
Pose queste ultime truppe al comando dei legati Q. Titurio Sabino e L. Aurunculeio Cotta.
Distribuite così le truppe, pensò che gli sarebbe stato assai facile rimediare alla scarsezza del grano. I quartieri invernali di tutte queste legioni — eccettuata quella che aveva affidato a L. Roscio perchè la conducesse in una pacificatissima e quietissima contrada — non erano a distanza di più di cento miglia l’uno dall’altro. Cesare intanto decideva di non muoversi dalla Gallia prima d’aver visto a posto tutte le legioni e fortificati i quartieri d’inverno.
L’uccisione di Tasgézio.
XXV. - Fra i Carnuti era un uomo di grande lignaggio, Tasgézio, i cui antenati avevano regnato su quel popolo. Al medesimo, per il suo valore e per l’affetto che aveva per Cesare, dopo essersi straordinariamente giovato dell’opera sua in tutte le guerre, Cesare aveva restituito lo scettro degli antenati, e Tasgézio regnava già da tre anni quando i nemici, di nascosto, ma istigati notoriamente da molti conterranei, l’uccisero. La cosa è riferita a Cesare ed egli temendo che — per essere molti coinvolti nella congiura — tutto il paese potesse insorgere, ordina che L. Planco, con le sue legioni, parta rapidamente dal Belgio verso i Carnuti e là sverni, e, arrestati gli uccisori di Tasgézio, chiunque si sieno, li mandi a Cesare. Intanto, da tutti quelli cui aveva affidato il comando delle legioni è avvertito che i quartieri invernali sono stati raggiunti e che i campi sono stati fortificati.
L’insurrezione degli Eburoni.
XXVI. - Da soli quindici giorni i soldati erano nei quartieri d’inverno, quando scoppiò una rivolta capitanata da Ambiórige e Catuvolco che erano venuti incontro, sui confini del loro regno, a Sabino ed a Cotta per mettersi a loro disposizione, ed avevano portato il grano per i quartieri invernali. Aizzati poi da incitamenti del tréviro Induziomaro, attaccati d’improvviso i nostri legnaiuoli, erano venuti in forze ad assaltare il campo.
Senonchè i nostri, rapidamente armatisi, salirono al vallo, mentre i cavalieri spagnuoli[39], usciti da una delle porte, caricavano vittoriosamente la cavalleria nemica.
Vista la mala parata, i nemici rinunciarono all’assalto e si misero allora a gridare — secondo il loro costume — perchè qualcuno dei nostri uscisse a parlamentare. Essi avevano qualche cosa da dire nell’interesse comune e speravano che ogni ragione di controversia potesse così eliminarsi.
Lo stratagemma di Ambiórige.
XXVII. - Si invia loro a parlamentare C. Arpineio, cavaliere romano, amico di Quinto Titurio ed un certo Q. Giunio, spagnuolo, che aveva già avuti contatti frequenti con Ambiórige per incarico di Cesare, ed Ambiórige parla loro in questo modo: «Egli si sentiva obbligatissimo a Cesare per i grandi benefizi che ne aveva ricevuti, perchè per sua opera era stato liberato dal tributo che era avvezzo a pagare agli Aduatuci suoi confinanti[40], e perchè gli erano stati restituiti da Cesare il figlio ed il nipote che gli stessi Aduatuci — ricevutili quali ostaggi — avevano poi ridotto in schiavitù ed in catene. Quel tentativo d’attacco contro il campo egli l’aveva fatto non di sua iniziativa, ma per ordine del suo popolo, perchè il governo di quel popolo era così costituito, che la plebe non vantava minor diritto in confronto col re, di quello che il re avesse in confronto con la plebe.
«Quanto al popolo, questa era la ragione della guerra: esso non aveva saputo resistere alla repentina congiura dei Galli. Egli avrebbe potuto provare la cosa con la stessa pochezza dei suoi mezzi, perchè non era certo così ingenuo da credere che, con forze come le sue, si potesse battere il popolo romano; ma era un progetto comune a tutti i Galli. Quella giornata era stata fissata per attaccare tutti insieme i quartieri invernali di Cesare, in modo che nessuna legione potesse venire in soccorso dell’altra. Non era facile ai Galli negare una simile solidarietà ad altri Galli, massime quando il partito sembrasse preso in nome della libertà comune da rivendicare. Egli aveva adunque dovuto dire di sì per amor di patria e si rendeva ora ben conto dei doveri di riconoscenza verso Cesare ed avvertiva e supplicava Titurio — in nome dei vincoli d’ospitalità che aveva con lui — a voler provvedere alla propria salvezza ed a quella dei soldati. Un grande stuolo di Germani assoldati aveva già passato il Reno e, fra due giorni, sarebbe giunto sul luogo. Decidano essi — i Romani — prima che i popoli vicini s’accorgano che i soldati escono dai quartieri invernali, se andare da Cicerone o da Labieno, uno dei quali è lontano circa cinquanta miglia e l’altro poco più. Quanto a lui, una cosa poteva promettere e confermare con giuramento: che egli avrebbe dato libero passaggio per il suo territorio. Così facendo, egli avrebbe fatto l’interesse del proprio paese liberandolo dai quartieri invernali ed avrebbe nello stesso tempo reso grazie a Cesare per i suoi benefici».
Fatto questo discorso Ambiórige si allontana.
XXVIII. - Arpineio e Giunio riferiscono ai legati ciò che avevano udito, e quelli, turbati dall’improvvisa novità, benchè si trattasse di cose dette da un nemico, non credettero di poterle trascurare. Ed erano soprattutto persuasi da questo argomento: un popoletto umile ed oscuro come quello degli Eburoni, non avrebbe mai osato, di sua iniziativa, fare la guerra al popolo romano. Questo nessuno avrebbe mai potuto credere. Sottopongono adunque la cosa al consiglio e sorge una grande discussione. L. Aurunculeio, molti tribuni militari ed i centurioni dei primi ordini[41] erano del parere che non si dovesse prendere nessuna deliberazione precipitosa, nè si dovesse mai allontanarsi dai quartieri invernali senza l’ordine di Cesare. Essi ritenevano che qualunque fosse la loro forza, in un quartiere invernale fortificato, sarebbe stato pur sempre possibile resistere a quelle dei Germani, per grandi che fossero. Ne era la miglior prova che si era già magnificamente resistito al primo urto dei nemici infliggendo loro gravi perdite. Il grano non mancava ed intanto, dai prossimi quartieri invernali e da Cesare, sarebbero venuti aiuti; infine, essi dicevano che niente era più ridicolo e vergognoso che accettare consiglio in materia così grave dal nemico.
La fatale credulità di Sabino.
XXIX. - Titurio andava però gridando: «Sarebbe stato troppo tardi quando, sopravvenuti i Germani, le schiere del nemico si fossero accresciute, o quando qualche sciagura avesse colpito i vicini quartieri d’inverno. Perciò non v’era tempo da perdere in discussioni. Egli era sicuro che Cesare fosse partito per l’Italia, altrimenti nè i Carnuti avrebbero deciso di uccidere Tasgézio, nè gli Eburoni — se Cesare fosse stato presente — si sarebbero spinti al nostro campo con tanto disprezzo per noi. Egli non guardava chi gli dava il consiglio ma stava ai fatti. II Reno era a poca distanza, i Germani erano ancora esacerbati per la morte d’Ariovisto e per le nostre precedenti vittorie, tutta la Gallia era in fiamme per essere stata ridotta con tanta umiliazione sotto l’impero dei Romani e per veder offuscata ormai tutta la sua antica gloria militare. Infine chi avrebbe mai potuto credere che Ambiórige, se non fosse stato sicuro del fatto suo, si sarebbe mai deciso ad un passo simile?
«Nell’uno e nell’altro caso, Titurio assicurava che la sua proposta non avrebbe compromesso nulla. Se non c’era infatti nulla di serio si sarebbe arrivati senza pericolo alla prossima legione; se invece tutta la Gallia si fosse davvero messa d’accordo con i Germani, nella rapidità era l’unica via di salvezza. La soluzione di Cotta invece e di tutti gli altri dissenzienti a che cosa avrebbe condotto? Poteva forse evitare un momentaneo pericolo, ma con l’assoluta certezza della fame a breve scadenza e di un lungo assedio».
XXX. - Con queste argomentazioni da una parte e dall’altra, tenendo duro Cotta ed i centurioni dei primi ordini, «abbiatela vinta» — gridò Sabino — «se così volete» aggiunse con più forte voce perchè i soldati dattorno lo sentissero. «Non sono io quello che si lascia intimidire da un pericolo mortale. Io lascio giudicare chi ha giudizio: se si arriva a qualche disastro la responsabilità è tua. Se tu volessi, dopodomani, i nostri soldati, congiunti già con quelli dei prossimi quartieri, affronterebbero insieme con gli altri le eventualità della guerra e non sarebbero costretti a morire di ferro o di fame, segregati ed esiliati, lontano dagli altri».
La triste veglia.
XXXI. - Tutti si alzano allora e circondano i due avversari esortandoli perchè, col loro ostinato dissenso, non aggravino irreparabilmente la situazione. Che si parta o si resti tutto è ancora accomodabile purchè regni la concordia: nella discordia invece non resta più alcuna via di scampo. La discussione si protrae così fino a mezzanotte. Finalmente Cotta, vinto, cede e le idee di Sabino trionfano: s’annunzia che all’alba si partirà. Il resto della notte si passa in veglia, rovistando ogni soldato le proprie robe per vedere che cosa possa portar seco e che cosa debba abbandonare del suo corredo individuale. Così mentre non si ovvia ai pericoli della partenza all’alba, si accrescono i pericoli stessi con i disagi della veglia.
Alla prima luce partono adunque dal campo[42], come gente persuasissima che il consiglio avuto da Ambiórige sia non già il consiglio di un nemico, ma quello del più fido degli amici; e partono in profondissima colonna col più grande impaccio di bagagli.
XXXII. - Quando dal notturno trambusto e dalla veglia i nemici compresero che i soldati si preparavano a partire, disposta una duplice imboscata nella selva, da un opportuno luogo nascosto, a circa due miglia dal campo, attesero l’arrivo dei Romani. E quando già la maggior parte della colonna si era addentrata in una profonda stretta, dall’una e dall’altra parte i nemici sbucarono all’improvviso, lanciandosi da un lato sulla retroguardia ed impedendo dall’altro all’avanguardia di sboccare[43]. S’impegnò così il combattimento in un terreno grandemente sfavorevole ai nostri.
La sorpresa.
XXXIII. - Allora finalmente Titurio — che non aveva saputo prevedere nulla — tutto trepidante comincia a correre qua e là ed a schierare le coorti. Ed anche questo fa con incertezza e come se già disperasse d’ogni cosa, ciò che suole bene spesso accadere a coloro che debbono prendere una decisione sul fatto.
In contrapposto, Cotta, che aveva preveduto questa sorpresa in marcia — e per questo appunto aveva sconsigliato la partenza — si moltiplicava per la salvezza di tutti; e ben sapeva fare il suo dovere chiamando ed incitando i soldati come un condottiero e battendosi egli stesso come un valoroso soldato. Non essendo facile per la profondità della colonna personalmente dirigere l’azione, e non potendo giungere essi stessi dovunque fosse necessaria la loro presenza, i due legati passarono l’ordine che si abbandonassero i bagagli e si formasse il cerchio (orbis). Benchè tale manovra non fosse teoricamente da escludere in quei frangenti, fu nondimeno in pratica dannosa, perchè sfiduciò i nostri e fece i nemici ancora più baldanzosi nel combattere, ben sapendo che a tale formazione si ricorre soltanto nei casi disperati.
Accadde inoltre — ciò che era inevitabile — che i soldati si allontanassero in massa dalle insegne per salvare dai bagagli abbandonati le cose più care, per cui ovunque echeggiavano grida e lamenti.
XXXIV. - I barbari invece si contennero con molta sagacia. I loro capi lanciarono su tutta la fronte l’ordine che nessuno si allontanasse dal posto, perchè la preda era ormai sicura e nulla si sarebbe perduto di quello che i Romani avessero lasciato: tutto dipendeva adunque dalla vittoria. I nostri intanto erano pari al nemico per valore ed ardore nel combattimento. Benchè abbandonati dal duce e dalla fortuna, ponevano ancora ogni speranza di salvezza nel valore; ed ogni volta che una coorte si slanciava all’assalto cadeva da quella parte un grande numero di nemici. Accortosi di ciò, Ambiórige dà ordine ai suoi che scaglino da lontano le frecce, e, dovunque i Romani attacchino, cedano; poichè per la leggerezza delle loro armi e per il quotidiano esercizio avrebbero sempre potuto disimpegnarsi senza danno: incalzino invece i nemici dappresso quando retrocedono[44].
XXXV. - Quest’ordine fu eseguito a puntino. Non appena una coorte si discostava dal cerchio per attaccare il nemico, questi si disimpegnava rapidissimo, talchè era inevitabile che da quella parte i nostri restassero allo scoperto e dal fianco esposto ricevessero frecce. Quando poi i nostri ripiegavano al luogo d’onde erano partiti, erano subito circondati dai nemici allontanatisi che ritornavano indietro e da quelli che stavano più vicini ai fianchi. Se poi le nostre coorti non si movevano dal cerchio, il loro valore diventava inutile, nè, essendo così addensati, i nostri potevano evitare le frecce scagliate tutto all’ingiro da tanta moltitudine. Tuttavia — benchè circondati da tanti pericoli e duramente provati — essendosi combattuto per una gran parte della giornata, dalla prima luce sino all’ora ottava[45], i Romani nulla avevano fatto che non fosse degno di loro.
In questo mentre Tito Balvenzio, che l’anno innanzi era stato primipilo, uomo gagliardo e di grande autorità ha tutte e due le coscie trapassate da un giavellotto (trágula). Quinto Lucanio, dello stesso grado, è ucciso mentre combatte eroicamente per correre in aiuto del figlio circondato; il legato Lucio Cotta mentre eccita tutte le coorti e gli ufficiali è percosso da un colpo di fionda in pieno volto.
XXXVI. - Oppresso da questi eventi, Titurio, visto da lungi Ambiórige che incitava i suoi, gli manda l’interprete Cneo Pompeo a chiedergli che risparmi lui ed i soldati. Ambiórige risponde che se Titurio vuole parlare con lui gli è concesso: egli spera di ottenere il consenso del suo popolo a che si salvino i soldati. Quanto a Titurio non gli sarà fatto alcun male: egli ne dà la sua parola. Titurio fa sapere a Cotta — che è ferito — che, se vuole, possono allontanarsi insieme dalla battaglia e recarsi a trattare con Ambiórige. Egli spera così di potere ottenere da lui la salvezza per essi e per i soldati.
Ma Cotta dice che egli non andrà mai presso un nemico in armi e si ostina nel rifiuto.
Il sacrifizio dell’«Aquilifero».
L’olocausto dei legionari.
XXXVII. - Sabino[46] ordina a tutti i tribuni che ha dattorno ed ai centurioni dei primi ordini che lo seguano. S’avvicina ad Ambiórige e, ricevuto l’ordine di deporre le armi, le depone ed ordina ai suoi che facciano altrettanto. Intanto mentre si discute sui patti ed Ambiórige tira in lungo, Sabino — circondato а росо а росо — è ucciso. Allora i Galli gridano vittoria secondo il loro costume, prorompono in alti clamori, e, fatto impeto contro i nostri, scompigliano le schiere. Qui L. Cotta combattendo è ucciso con la maggior parte dei suoi soldati. I rimanenti si ritirano verso l’accampamento da cui erano usciti. Tra questi è l’aquilifero L. Petrosidio che, incalzato da grande folla di nemici, gitta l’aquila entro la palizzata e cade eroicamente combattendo innanzi al campo. Sostengono a grande fatica l’assalto sino alla notte, e — perduta ormai tutti la speranza — si uccidono a vicenda. Pochi sfuggiti dalla battaglia, per malcerti sentieri attraverso le selve, arrivano al legato T. Labieno e gli narrano l’accaduto.
La baldanza di Ambiórige.
XXXVIII. - Esaltato da questa vittoria, Ambiórige parte immediatamente con la cavalleria verso gli Aduatuci[47] che sono al confine del suo regno. Non si ferma nè di notte nè di giorno ed ordina alla fanteria di tenergli dietro. Raccontate le sue gesta ed eccitati gli Aduatuci, il giorno dopo arriva tra i Nervii e li esorta a non perdere l’occasione di liberarsi una volta per sempre dai Romani e di vendicare su questi le offese da essi patite. Annunzia che due legati sono stati uccisi e che gran parte dell’esercito è distrutta. Non è adunque più cosa difficile attaccare la legione che sverna con Cicerone e massacrarla. Egli offre il suo aiuto all’impresa e con questi argomenti facilmente convince i Nervii.
XXXIX. - Mandati adunque al più presto messaggeri ai Ceutroni, ai Grudii, ai Lévaci, ai Pleumossi ed ai Geidumni — che sono tutte tribù soggette ai Nervii — raccolgono le maggiori forze possibili e piombano sul campo di Cicerone, cui non era ancora giunta la notizia della morte di Titurio[48]. Anche a lui accadde — com’era inevitabile — che alcuni soldati che erano a far legna nella selva per i lavori di fortificazione, fossero sorpresi dal repentino irrompere della cavalleria. Circondati questi ultimi, gli Eburoni, i Nervii, gli Aduatuci e tutti i loro alleati e clienti, in gran numero cominciarono ad aggredire la legione. I nostri corrono rapidi alle armi e salgono alla palizzata. Fu assai dura la lotta per quel giorno, perchè i nemici contavano su d’un rapido colpo di mano e presumevano oramai di avere ipotecata la vittoria per sempre.
Q. Cicerone messo a dura prova.
XL. - Cicerone manda subito a Cesare[49] una lettera dopo aver promesso grandi premi ai corrieri, ma essendo ormai tagliate tutte le vie i corrieri sono catturati. Durante la notte, col legname che avevano portato per le fortificazioni, i nostri alzano con incredibile rapidità circa centoventi torri e finiscono tutto ciò che mancava ancora alle opere di difesa. I nemici il giorno dopo, raccolte forze di molto maggiori, assaltano il campo e riempiono i fossi. I nostri resistono allo stesso modo del giorno innanzi e così ancora avviene nei giorni successivi. Di notte non si cessa mai il lavoro e non si concede riposo neppure ai malati ed ai feriti. Tutto quello che occorre a fronteggiare l’assalto del giorno dopo, si prepara durante la notte: si allestiscono molti pali con le punte indurite al fuoco ed una grande quantità di giavellotti pesanti d’assedio. Si fa il tavolato nelle torri e si rafforzano gli spalti con merli e parapetti di fascine. Lo stesso Cicerone — malato al punto da reggersi appena —
(Dalla traduzione italiana di F. Baldelli, illustrata da A. Palladio,
Venezia, E. Albrizzi, 1737).
B) Palizzata del Nervii.
C) Fosso di 15 piedi.
D) Torri dei Nervii.
E) Alloggiamenti romani incendiati.
F) Nervii che tentano la scalata dello steccato.
G) Ambiórige muove verso gli Aduatucl.
non si concede un minuto di tregua, neppure durante la notte, tanto che i soldati gli si serrano dattorno per indurlo a forza di preghiere a risparmiarsi.
XLI. - Allora quei capi e principi dei Nervii che avevano qualche ascendente su Cicerone ed un pretesto per chiamarsi suoi amici, dicono di voler parlare con lui. Ottenutone il permesso, ripetono le stesse cose che Ambiórige aveva dette a Titurio: «Tutta la Gallia era ormai in armi, i Germani avevano passato il Reno, i quartieri invernali di Cesare e degli altri duci erano già bloccati». Parlano anche della morte di Sabino e mettono innanzi Ambiórige per dare più forza di persuasione al discorso. Soggiungono che i Romani sbagliano se s’aspettano qualche aiuto da chi deve pensare ormai ai casi propri. I Nervii — essi dicono — non sono ostili nè a Cicerone nè al popolo romano, e domandano soltanto di essere liberati dai loro quartieri d’inverno, perchè non diventino un’abitudine. Offrono ai Romani di ritirarsi dove vogliano senza molestia e per quella via che più loro aggrada.
Cicerone risponde soltanto questo: «Non essere abitudine del popolo romano ricevere imposizioni dal nemico armato. Se intendono deporre le armi, si valgano pure dei suoi buoni uffici e mandino ambasciatori a Cesare: egli dice di sperare che Cesare, nella sua equanimità, vorrà accontentarli»[50].
XLII. - Perduta ormai questa speranza, i Nervii circondano con una palizzata alta dieci piedi ed un fosso largo quindici, i nostri quartieri d’inverno. Avevano imparato a far ciò da noi negli anni precedenti e si erano fatti istruire anche da qualche nostro prigioniero. Ma mancando loro quasi del tutto gli strumenti necessari, erano stati costretti a tagliare le zolle (cespites) con le spade ed a portare la terra con le mani e col saio[51]. Si potè allora rilevare col fatto il grande numero dei nemici perchè, in meno di tre ore, essi avevano finito tutto all’ingiro una linea fortificata di quindici mila piedi di sviluppo. Nei giorni seguenti cominciarono anche a preparare torri proporzionate all’altezza della palizzata, e falci[52] e testuggini che avevano pure imparato a costrurre dagli stessi prigionieri.
Il quartiere invernale in fiamme.
XLIII. - Al settimo giorno dell’assedio, levatosi un grande vento, i nemici cominciarono a scagliare contro le case — che secondo il costume gallico erano coperte di strame — palle d’argilla infiammabile[53] arroventata al fuoco e frecce in fiamme. Ben presto le case s’incendiarono e le fiamme, per la forza del vento, s’allargarono a tutto il campo. I nemici, ad alte grida, — come se avessero già in pugno la tanto sospirata vittoria — cominciarono a mettere in moto le loro torri e testuggini ed a salire le scale appoggiate alla palizzata. Ma tanto fu il valore dei soldati e tale la loro presenza di spirito che, abbrustoliti per ogni dove dalle fiamme ed incalzati dalla grande pioggia delle frecce — pur sapendo ormai che tutto il bagaglio e le loro robe erano in preda al fuoco —, nessuno aveva l’aria d’accorgersene e combattevano tutti con il più gagliardo ed animoso impeto.
Quella giornata fu di gran lunga la più dura per i nostri, ma questo almeno ne fu il risultato, che i nemici ebbero perdite più gravi che mai in morti e feriti, essendosi stipati sotto la palizzata e non dando gli ultimi spazio ai primi per ritirarsi. Essendosi alquanto quietate le fiamme ed essendo stata una torre avvicinata alla palizzata, i centurioni della terza coorte si ritirarono da quel luogo e fecero allontanare tutti i loro; poi — con il gesto e con la voce — cominciarono a sfidare i nemici ad entrare nel campo ma nessuno di quelli osò avanzarsi. Rovesciata allora una pioggia di pietre da ogni parte sui nemici stessi, questi furono sgominati e la torre incendiata.
I due centurioni rivali Pullone e Voréno.
XLIV. Erano in quella legione due centurioni, uomini di straordinario coraggio e prossimi ormai alla promozione, cioè T. Pullone e L. Voréno. Tra i due era un continuo litigio per il conseguimento dei gradi e, ogni anno, la gara riaccendeva tra di loro la grande controversia. Pullone adunque, combattendo con esemplare vigore presso la palizzata, gridò d’improvviso: «Che stai pensando, o Voréno? Che promozione t’aspetti per le tue gesta d’oggi? Questa è la giornata che deciderà di tutti i nostri dissensi»).
Detto ciò balza dal vallo e si slancia dove più fitto è il nemico. Nè Voréno allora — temendo di parer dammeno agli occhi di tutti — può rimanersi dentro i limiti del campo ed esce anch’egli fuori delle trincee. Non manca che un breve spazio, quando Pullone lancia il giavellotto contro i nemici e trafigge uno tra i tanti che gli si parava innanzi. I nemici proteggono con gli scudi l’uomo che cade esanime, scaricano contro il romano tutte le loro frecce e gli impediscono di avanzare. Lo scudo di Pullone è passato da parte ed un giavellotto gli si conficca nella bandoliera della spada, talchè il colpo la sposta; e, mentre il centurione s’indugia con la destra nell’estrarre la lama dal fodero, i nemici gli piombano addosso. Corre in suo aiuto il rivale Voréno e cerca di trarlo d’impaccio. I nemici abbandonando Pullone, si rovesciano allora su Voréno, credendo che l’altro sia stato spacciato dal giavellotto. Voréno, la spada in pugno, combatte in mischia serrata; uccide un nemico, fa retrocedere di qualche passo gli altri, ma trascinato dal suo ardore incespica in una buca. Mentre i nemici circondano a sua volta il caduto, Pullone accorre, ed alla fine uccisi molti nemici ritornano entrambi incolumi e coperti di gloria al campo.
In tal modo la fortuna fece sì che i due centurioni rivali si porgessero aiuto l’un l’altro, che l’un l’altro si salvassero la vita, senza poter ancora una volta decidere quale dei due avesse maggior titolo per la promozione[54].
Gli assediati ridotti agli estremi.
XLV. - Quanto più l’assedio si faceva di giorno in giorno periglioso ed aspro — essendo ormai per il grande numero dei feriti i difensori ridotti agli estremi —, tanto più sovente si mandavano lettere e messaggeri a Cesare. Molti di questi corrieri e messaggeri, catturati dal nemico, erano torturati a morte sotto gli occhi dei nostri soldati.
Ma v’era nel campo un nervio di nome Verticone, di buon lignaggio, che, fin dal primo momento dell’assedio, s’era rifugiato presso Cicerone offrendogli in pegno la sua fedeltà. Questo Verticone, facendo balenare ad un suo schiavo la speranza della libertà e grandi premi, l’induce a portare una lettera a Cesare. L’uomo la porta legata ad un suo giavellotto, e — Gallo tra i Galli — passa senza sospetto ed arriva a Cesare. Da questa lettera Cesare conosce il pericolo di Cicerone e della legione.
XLVI. - Cesare, ricevuta la lettera verso l’ora decima[55], s’affretta a mandare un messaggero fra i Bellovaci al questore M. Crasso, il cui quartiere invernale distava dal suo venticinque miglia[56]. Gli ordina di partire a mezzanotte con la legione e di venire da lui, e Crasso esce dal campo unitamente al messaggero. Un altro messaggero Cesare invia al legato C. Fabio[57], perchè conduca la legione nel paese degli Atrèbati attraverso al quale sapeva di dover passare. Scrive a Labieno che — se gli sia possibile farlo senza danno — venga con la sua legione nel paese dei Nervii[58]. Non crede di dover chiamare la rimanente parte dell’esercito che era alquanto più discosta. Raccoglie infine circa quattrocento cavalieri dai più vicini quartieri.
XLVII. - Verso l’ora terza, Cesare è avvertito dagli esploratori dell’arrivo di Crasso, che in quel giorno aveva fatto una marcia di venti miglia[59]. Dà a Crasso la giurisdizione di Samarobriva[60] e gli assegna la legione che aveva seco perchè guardi colà i bagagli dell’intero esercito, gli ostaggi, i registri pubblici ed il frumento che vi aveva raccolto per tutto l’inverno. Fabio — come gli era stato ordinato — senza perdere un minuto di tempo gli viene incontro con la legione.
Labieno aveva saputo la notizia dell’uccisione di Sabino e del massacro della legione. Ma, essendo venute contro di lui tutte le forze dei Tréviri, temeva che con una partenza dai quartieri invernali che arieggiasse una fuga, non gli fosse più possibile fronteggiare l’impeto dei nemici, massime ora che li sapeva così inorgogliti per la riportata vittoria.
Egli risponde adunque a Cesare significando quanto sarebbe arrischiato trarre la legione fuori dai quartieri invernali e gli manda un rapporto particolareggiato di quanto è avvenuto presso gli Eburoni, avvertendolo che tutta la fanteria e la cavalleria dei Tréviri sono ferme a tre miglia dal suo campo.
Cesare si avvicina — La «tràgula del Gallo».
XLVIII. - Cesare, approvato il piano di Labieno — benchè ridotto a dover oramai contare su due sole legioni anzichè su tre — comprende che l’unica via di salvezza sta nella rapidità. Marcia adunque a grandi giornate nel paese dei Nervii e quivi apprende dai prigionieri ciò che era accaduto nel campo di Cicerone e come la situazione fosse critica. Persuade allora con vistosi premi un cavaliere dei Galli a portare una lettera a Cicerone e la scrive in caratteri greci[61] perchè, anche nel caso che la lettera sia intercettata, non si vengano a conoscere i nostri piani.
Qualora poi il cavaliere non possa entrare nel campo, Cesare gli dice — che legata la lettera alla correggia (amentum) del suo giavellotto — scagli il tutto oltre il vallo nel campo di Cicerone. Scrive nella lettera che, partito con le legioni, egli arriverà al più presto ed esorta il legato a serbare integro il suo coraggio. Il Gallo, temendo il pericolo, come gli era stato insegnato scaglia il giavellotto. Questo, per caso, s’infigge in una torre dove per due giorni resta inosservato dai nostri: solo al terzo giorno un soldato lo vede e, strappatolo di là, lo porta a Cicerone. Questi, scorsa la lettera, la legge davanti alle truppe raccolte che si rallegrano della novella. Ed ecco apparire da lontano un fumo d’incendio il quale non lascia più dubbio sull’avvicinarsi delle legioni[62].
Q. Cicerone liberato - Gli assedianti contro Cesare.
XLIX. - I Galli — saputa la cosa per mezzo dei loro esploratori — abbandonano l’assedio e marciano contro Cesare con tutte le loro forze: erano all’incirca in sessantamila. Cicerone, per mezzo dello stesso Verticone di cui sopra si è parlato, trova un Gallo che porti una lettera a Cesare e gli raccomanda di procedere con estrema cautela. Scrive a Cesare che i nemici si sono allontanati di là ed hanno rivolto contro di lui tutta la loro massa. Giunta questa lettera verso la mezzanotte, Cesare avverte i suoi e li prepara alla battaglia. Il giorno dopo, al primo albore, muove verso il campo ed avanzatosi di circa quattro miglia al di là d’una valle e di un rivo, scorge la massa nemica.
Sarebbe stato troppo pericoloso con sì poche forze battersi su terreno tanto sfavorevole. Ma, dal momento che sa ormai Cicerone liberato dall’assedio, Cesare pensa che si può con più tranquillità rinunciare alla fretta: si ferma adunque nel luogo più adatto che sia possibile e traccia il campo.
Benchè questo fosse già di per sè piccolo, — non essendovi che seimila uomini appena e senza bagagli — nondimeno riduce il campo stesso quanto più si può, restringendo anche le vie affine di farlo apparire ancora più misero agli occhi dei nemici. Frattanto manda in ogni direzione esploratori per vedere dove gli sia più facile attraversare la valle[63].
L. - In quel giorno avvengono scaramucce di cavalleria presso il rivo[64], ma l’uno e l’altro esercito rimane sulle proprie posizioni. I Galli perchè aspettavano l’arrivo di forze più considerevoli, Cesare perchè sperava di poter dare battaglia al di qua della valle, innanzi al campo, se fosse riuscito, col simular timore, ad attrarre il nemico su quel terreno; o, se non avesse potuto ottenere ciò, per passare con minor pericolo la valle ed il rivo dopo aver fatto ben riconoscere tutti gli accessi. Alla prima luce, la cavalleria nemica si avvicina al campo ed attacca battaglia con i nostri cavalieri. Cesare comanda intenzionalmente ai cavalieri di cedere e di ritirarsi nel campo, e — nello stesso tempo — ordina che da tutti i lati il campo sia rafforzato con un più alto parapetto, che le porte sieno barricate, e che tutte queste cose si facciano con grande precipitazione simulando paura.
Lo scatto improvviso.
LI. - Ingannati da tutte queste parvenze, i nemici fanno uscire le truppe dal campo e le schierano a battaglia su terreno svantaggioso. Si accostano più che mai al campo e quando vedono che i nostri si ritirano anche dalla palizzata, cominciano a lanciare da ogni parte frecce dentro le nostre difese. Mandati tutt’intorno araldi, fanno loro gridare che chiunque — Gallo o Romano — voglia, prima dell’ora terza[65], passare al campo nemico, ha il permesso di farlo, ma dopo quell’ora non gli sarà più possibile. I nemici avevano tale disprezzo per i nostri che, sdegnando di sfondare le porte che noi, per ingannarli, avevamo barricato con una sola fila di zolle, cominciarono gli uni a far breccia nella palizzata con le mani e gli altri a colmare i fossi. Allora Cesare, ordinata una sortita da tutte le porte e lanciata la cavalleria, mette in fuga il nemico sì che nemmeno uno osa di tener testa. Ne uccide grande quantità e non si trova neppur uno che non gitti le armi.
Le truppe a raccolta - Cesare annunzia il disastro di Sabino.
LII. - Temendo d’avanzarsi troppo su di un terreno boscoso e paludoso e vedendo d’altra parte che tutto il danno che poteva fare al nemico l’aveva già fatto, arrivò nello stesso giorno al campo di Cicerone senza aver avuto la benchè menoma perdita. Si stupì allora vedendo le torri, le testuggini e le fortificazioni del nemico: schierata la legione, s’avvide che ogni dieci soldati uno ve n’era appena che fosse senza ferite. Da tutto questo comprende con quanto pericolo e con quanto ardore si sia combattuto, e loda Cicerone e la legione secondo i loro meriti. Chiama ad uno ad uno i centurioni ed i tribuni militari dei quali Cicerone gli aveva segnalato l’alto valore. Sui casi di Sabino e di Cotta, i prigionieri lo informano con maggior precisione. Il giorno dopo, radunate le truppe, narra loro i fatti, conforta e rassicura i soldati. «Il danno ricevuto per la colposa leggerezza di un legato — egli dice — può essere sopportato con animo tranquillo, dal momento che, per beneficio degli Dei immortali e per il valore dei soldati, vendicata l’offesa da noi ricevuta, la gioia dei nemici non è stata lunga. Non v’ha dunque ragione perchè i soldati romani se ne addolorino».
La vittoria ha le ali.
LIII. - Intanto, attraverso ai Remi[66], giunge a Labieno la notizia della vittoria di Cesare con incredibile rapidità. Infatti, essendo Labieno lontano circa sessanta miglia dai quartieri invernali di Cicerone, ed essendovi Cesare arrivato dopo l’ora nona del giorno[67], prima della mezzanotte sorse un grande clamore innanzi alle porte del campo di Labieno, e con quel clamore i Remi annunciavano a Labieno la novella della vittoria di Cesare e facevano i loro rallegramenti. Giuntane l’eco tra i Remi, Induziomaro — che aveva deciso d’attaccare il giorno dopo il campo di Labieno — fugge durante la notte e riconduce tutte le sue truppe fra i Tréviri. Cesare rimanda Fabio con la sua legione nei quartieri invernali, ed egli decide di svernare con tre legioni intorno a Samarobriva, in tre diversi quartieri. Ed essendovi tanti minacciosi moti in Gallia, delibera di rimanere egli pure tutto l’inverno presso l’esercito, perchè — diffusasi la notizia della morte di Sabino — quasi tutte le popolazioni della Gallia non parlavano più che di guerra e mandavano qua e là messaggi ed ambascerie. Ogni popolazione voleva essere al corrente di quello che decidessero le altre, e sapere di dove la guerra dovesse cominciare; donde continui conciliaboli in luoghi romiti. Per quasi tutto quell’inverno Cesare non ebbe un minuto di tregua, poichè ogni giorno giungeva qualche notizia di nuove conventicole e nuovi moti dei Galli. Fra l’altro da L. Roscio — cui aveva affidato la tredicesima legione — seppe che grandi forze galliche di quelle popolazioni che si chiamano armoricane, s’erano adunate per assaltarlo ed erano arrivate già ad otto miglia dai suoi quartieri invernali. Ma, arrivato l’annunzio della vittoria di Cesare, se ne erano allontanate con una partenza tanto precipitosa che rassomigliava assai ad una fuga.
Le ostilità latenti - La propaganda d’Induziomaro.
LIV. - Cesare, chiamati a sè i capi di tutte le popolazioni, un po’ spaventandoli col dire ch’egli sapeva già tutto ed un po’ esortandoli, tenne in rispetto una gran parte della Gallia. Tuttavia i Sénoni — popolazione che è tra le più salde e più autorevoli della Gallia[68] tentarono uccidere per pubblica deliberazione Cavarino che Cesare aveva fatto loro re ed il cui fratello — Moritasgo — regnava già in Gallia all’arrivo di Cesare come avevano fatto i suoi predecessori. Avvertito in tempo e fuggiasco, Cavarino era stato inseguito sino ai confini, bandito dal trono e dalla patria. Mandati poi a Cesare ambasciatori a chiedere perdono, avendo Cesare ordinato che tutto il senato venisse a lui, i Sénoni non obbedirono. Perchè su questi uomini barbari tanta influenza aveva avuto il fatto che si fossero trovati alcuni principi capaci di farci guerra, e tale suggestione aveva provocato nei loro spiriti che, all’infuori degli Edui e dei Remi per cui Cesare aveva sempre avuto speciali riguardi — per i primi data la loro antica e costante amicizia per il popolo romano, per i secondi dati i loro recenti servigi nella guerra gallica —, non si trovò quasi più popolazione che non ci diventasse sospetta. Non so quanto ci fosse da meravigliarsene perchè — a parte tutte le altre ragioni — era ben naturale che una nazione che aveva sempre avuto su tutte le altre il primato per il suo valore militare, profondamente soffrisse nel doverlo smarrire, a tal punto da dover mettersi agli ordini del popolo romano.
LV. - Ma i Tréviri ed Induziomaro, in tutto quell’inverno, non passò giorno che non mandassero ambasciatori al di là del Reno, non sollecitassero le popolazioni e non promettessero denaro dicendo che, distrutta ormai una gran parte del nostro esercito, ben poco rimaneva. Tuttavia Induziomaro non riuscì a persuadere alcuna popolazione germanica a passare il Reno. I Germani dicevano che avevano già due volte fatto quell’esperienza, con la guerra d’Ariovisto e con l’emigrazione dei Tenctèri; nè avrebbero ritentata la prova. Rinunciando a quella speranza, Induziomaro s’ostinò allora a raccogliere forze galliche, ad esercitarle, a procurarsi cavalli dalle popolazioni vicine, ad attrarre presso di sè con grandi premi gli esuli ed i condannati da tutta la Gallia; e con tali mezzi s’era già acquistato tanta autorità in Gallia che accorrevano a lui da ogni parte ambascerie per invocare pubblicamente il suo favore e la sua amicizia.
Induziomaro contro Labieno.
LVI. - Quando s’avvide che la cosa pigliava buona piega, che da una parte i Sénoni ed i Carnuti erano istigati dalla coscienza del male già fatto e che, dall’altra, i Nervii e gli Aduatuci preparavano la guerra ai Romani, e quindi non gli sarebbero mancate le forze volontarie se avesse cominciato ad uscire dal suo territorio, il re dei Tréviri convocò un’assemblea armata[69]. I Galli hanno l’abitudine di cominciare così la guerra. Per una legge comune, tutti quelli che hanno raggiunto la pubertà accorrono in armi, e quello tra loro che arriva ultimo in cospetto della moltitudine è ucciso fra i più atroci tormenti. Nell’assemblea da lui indetta, Induziomaro condanna come nemico suo genero Cingetórige, capo della fazione avversaria, che — come sopra abbiamo detto — s’era dato a Cesare e non s’era più allontanato da lui, e confisca pure i suoi beni. Fatto ciò, dichiara all’assemblea ch’egli è chiamato dai Sénoni, dai Carnuti e da molte altre popolazioni della Gallia e che egli si recherà là attraverso il paese dei Remi devastando i loro campi. Ma prima di far questo assalterà il campo di Labieno ed in questo senso dà tutti gli ordini.
LVII. - Labieno, mantenendosi in un campo assai forte per natura e per arte[70], non aveva alcun timore nè per sè nè per la propria legione, e pensava di non lasciar passare alcuna occasione per fare un buon colpo. Saputo adunque da Cingetórige e dai suoi parenti il discorso fatto da Induziomaro nell’assemblea, Labieno manda messaggeri alle popolazioni vicine e chiama da ogni parte cavalieri fissando loro il giorno dell’adunata. Intanto, quasi ogni giorno, con tutta la cavalleria, Induziomaro scorrazzava nei dintorni del campo, un po’ per conoscere i luoghi ed un po’ per entrare in trattative, o intimorirci. Per lo più tutti i cavalieri lanciavano frecce al di là delle nostre difese, ma Labieno tratteneva i suoi dentro di esse e favoriva con qualunque mezzo nel nemico l’idea che avessimo paura.
Induziomaro ucciso.
LVIII. - Sempre più audace di giorno in giorno, Induziomaro si avvicinava al campo, quando, una notte, Labieno vi introdusse tutti i contingenti di cavalleria raccolti per sua cura nel vicinato. Con tanta diligenza dai suoi corpi di guardia seppe far sbarrare tutte le vie d’uscita, che nulla trapelò della cosa e non ne giunse ai Tréviri alcun sentore. Intanto — fedele alla sua quotidiana abitudine — Induziomaro s’avvicina al campo ed in quei pressi trascorre buona parte del giorno. I cavalieri lanciano frecce e con molte parole ingiuriose provocano i nostri a battaglia. Non dando i nostri alcuna risposta, quando pare loro il tempo, a sera, i nemici se ne vanno alla sbandata. D’improvviso, Labieno, da due porte, lancia fuori tutta la cavalleria con l’ordine categorico che, sgominati i nemici — perchè questo prevedeva e questo accadde — ognuno rivolga i suoi sforzi a raggiungere Induziomaro e nessuno curi di ferire altri prima d’averlo visto morto. Labieno non voleva che — perdendo tempo nell’inseguire gli altri — quello potesse sfuggire. Promette adunque grandi premi a coloro che l’uccideranno e manda le coorti a rincalzo della cavalleria. La fortuna viene a provare così che Labieno aveva veduto giusto. Mirando tutti ad uno stesso scopo, Induziomaro, colto mentre passa a guado un fiume[71], è ucciso e la sua testa è portata al campo. Al ritorno, i cavalieri inseguono ed uccidono quanti più possono. Saputo ciò, tutte le forze degli Eburoni e dei Nervii che s’erano adunate s’allontanano e da allora Cesare ebbe una Gallia più tranquilla[72].
Note
- ↑ Sul tipo e sulle caratteristiche delle navi piatte e delle «naves longae» di cui appresso, si veda: E. Desjardins, op. cit., I, pp. 281-282; Ermanno Ferrero, L’ordinamento delle armate romane, Torino, Bocca edit., 1878, p. 13 sgg.
- ↑ Corrisponde all’anno 54 a. C.
- ↑ I Pirusti sono genti dell’Alpe Giulia (Napoleone III, vol. II, p. 166), il cui contegno specialmente interessava la base di Aquileja. Traggono forse nome da una radice celtica (phrn). Non sarebbe infondato considerarli nell’orbita delle popolazioni della Selva di Piro, data l’importanza militare ed economica del valico di Nauporto rispetto al campo trincerato di Aquileja.
- ↑ Il cantiere navale doveva trovarsi alle foci della Senna (Strabone, II, p. 160). La disponibilità totale delle navi deve essere stata di 828, contando quelle costrutte nella campagna precedente.
- ↑ Cioè con il solo bagaglio da combattimento: i legionari erano «sub sarcinis», portavano il solo equipaggiamento ed armamento individuale, l’elmo pendente sul petto assicurato da una correggia e lo scudo ricoperto da una fodera.
- ↑ Il così detto «concilium Galliae».
- ↑ Cingetórige era genero di Induziomaro.
- ↑ Otto doveva essere il numero delle legioni ivi raccolte: il corpo di spedizione doveva però contarne cinque, con 2000 cavalieri.
- ↑ Nella regione di Meaux: le navi erano state costrutte sulla Marna, ne avevano discesa la corrente e poi avevano percorso la Senna. I Meldi abitavano il territorio di Meaux. Le boscaglie della Brie debbono aver fornito buon materiale da costruzione.
- ↑ Jullian, cp. cit., III, cap. VI, p. 350 sgg.
- ↑ Vento di nord-ovest, detto anche «caurus» (E. Desjardins, op. cit., I, p. 361; Jullian, op. cit., I, p. 104 e III, p. 352).
- ↑ Era il 20 luglio, all’incirca.
- ↑ Vento di sud-ovest, solito a spirare d’Africa verso l’Italia (R. Holmes, Anc. Br., pp. 656-658).
- ↑ Presso Sandown Castle a nord di Deal. Altri propendono per l’ancoraggio di Rutupiae (Richborough) (E. Desjardins, op. cit., I, p. 362). Dione afferma che lo sbarco avvenne in più luoghi contemporaneamente (XL, 1, 3). Per la bibliografia relativa si veda: Jullian, op. cit., III, pp. 356-357.
- ↑ Appartenenti al seguito di Cesare, a clienti ed a mercanti italiani destinati alla penetrazione economica dell’isola.
- ↑ Cioè una legione di formazione, costituita forse con due coorti distaccate da ciascuna delle cinque legioni sbarcate.
- ↑ Sul grande Stour, verso Canterbury.
- ↑ Secondo i calcoli, la flotta sarebbe così venuta a disporsi dentro un rettangolo di 1280 metri per 140 (Napoleone III, op. cit., vol. II, p. 188 nota). Il campo poteva trovarsi o presso Sandwich o presso Stonar.
- ↑ Nome di origine celtica, come Mandubracio, e come quelli di Cingetórige, Carvilio, Tassimagulo, Segóvace, Lugotorige (cap. XXII). Dinotano la stretta parentela linguistica tra Britanni e Galli, che è pure documentata dalla numismatica locale. Si notino le analogie con i nomi di Vercingetórige e del cugino suo Vercassivellauno.
- ↑ C. Tacito, Vita di Agricola, p. 11.
- ↑ Le emigrazioni principiarono circa nel 200 a. C.
- ↑ Regione di Kent (lib. V, cap. 22).
- ↑ Gli errori di apprezzamento geografico dipendono dal fatto che Cesare si serviva di carte sulle quali i Pirenei risultavano orientati da sud a nord. Si vedano in analogia gli elementi geografici riferiti da Tacito (Agr., 10, 2).
- ↑ Irlanda.
- ↑ Man, isola abitata dalle sacerdotesse druidiche esiliate dalla Gallia, e che opposero fiera resistenza ai legionari di Svetonio Paullino, come riferisce Tacito (Annali, XIV, 30).
- ↑ Probabilmente le Ebridi o le Orcadi.
- ↑ Cioè riparti scelti, perchè i graduati ed i legionari della prima coorte erano il fiore della legione. Sulla tattica dei Britanni si veda Dione, XL, 2, 4; 3, 1.
- ↑ Località controversa, probabilmente presso Brentford (Sharpe, Bregant-forda, Brentford, 1904).
- ↑ Sulle marce dei Romani al Tamigi si veda Jullian, op. cit., III, p. 360 nota 2.
- ↑ Trinobantes (Jullian, op. cit., III, p. 355).
- ↑ I Cenimagni erano nella regione di Suffolk, i Segonziaci in quella di Hampshire e Berkshire, gli Ancaliti abitavano nella zona occidentale del Middlesex, i Bibroci nel Wealds (Anderida silva), i Cassi appartenevano alle contee del centro (Hertfordshire, Bedfordshire, Buckinghamshire), i Trinovanti alla contea di Essex, o di Suffolk, essendo confinanti con i Cenimagni.
- ↑ Località controversa nella regione di Saint-Albans (Verulamium) (R. Holmes, op. cit., p. 701 sgg.).
- ↑ Era la fine di agosto.
- ↑ Cioè ponte (briva) sulla Samara ossia Amiens sulla Somme, metropoli degli Ambiani.
- ↑ Fratello cadetto dell’oratore M. Tullio Cicerone.
- ↑ M. Licinio Crasso figliuolo del triumviro.
- ↑ Era la legione (14ª) delle reclute, o «tirones», da poco arruolata nella Gallia citeriore. Le legioni romane risultavano così largamente dislocate dalla Normandia alle Ardenne.
- ↑ Coorti di coscritti: ciò spiega la poca omogeneità e solidità delle truppe dipendenti da Sabino e da Cotta.
- ↑ Si tratta di riparti di cavalleria provenienti dalla Spagna, dove Cesare era stato questore e propretore e d’onde aveva tratto una parte degli equipaggi e del materiale per la flotta.
- ↑ Per i riferimenti e precedenti si veda II, 29, 5 e II, 33, 6-7. Sull’opera di Ambiórige nella insurrezione generale della Gallia nel 54 a. C. si consulti Jullian, op. cit., III, cap. XI.
- ↑ S’intendono per «primi ordines» i centurioni (priores) della prima coorte. Avevano il diritto di partecipare ai consigli di guerra, alle trattative col nemico ed alle ricognizioni più importanti del terreno, con i legati ed i tribuni. Erano, di fatto, considerati quali ufficiali superiori della legione (A. Cinquini, op. cit., pp. 10-11; D. Guerrini, Le istituzioni militari dei Romani, op. cit., pp. 25-26).
- ↑ Presso Aduatuca (Tongres) al centro del paese degli Eburoni (Jullian, op. cit., III, p. 376 nota 6). I Romani avevano così deciso di ripiegare verso Labieno, supposto luogotenente generale in assenza di Cesare, nel paese dei Remi.
- ↑ Si tratta forse dell’angusto vallone di Lowaige, nella bassura del Geer, non lontano dalla città di Tongres, profondo oltre due chilometri e mezzo (Napoleone III, op. cit., II, p. 205; Jullian, op. cit., III, p. 379 nota 4).
- ↑ «Rursus se ad signa recipientes insequantur». Si ricordi che le insegne della legione prescrivevano i movimenti, i quali prendevano così nome dalle indicazioni delle insegne medesime: «ad laevam ferre» volgere a sinistra; «ad dextram ferre» volgere a destra; «constituere» fermarsi; «retro recipere» ripiegare; ecc. (Vedasi: E. Barbarich, Costumi legionari nelle colonie di Roma, in Rivista Militare Italiana, dicembre 1927; W. Riepl, Das Nachrichtenwesen des Altertums, Leipzig, Teubner edit., 1913).
- ↑ Tra le ore due e le tre pomeridiane.
- ↑ Sabino deve essere stato il comandante della legione e Cotta il comandante delle cinque coorti non inquadrate.
- ↑ Cioè verso le frontiere della regione di Tongres (Napoleone III, op. cit., II, p. 201 nota). Le perdite dei Romani possono valutarsi in circa 6000 legionari e due legati.
- ↑ Il campo di Q. Cicerone doveva trovarsi assai, probabilmente, presso Binche, tra i Nervii (Jullian, op. cit., III, p. 383 nota 2). Si deve però rilevare la notevole distanza — 100 chilometri — tra Aduatuca e Binche.
- ↑ Si trovava ancora a Samarobriva (cap. XXIV).
- ↑ Si noti in questi frangenti il contegno fermo e dignitoso di Q. Cicerone in contrapposto a quello di Sabino sotto Aduatuca.
- ↑ Sagulum o sagum, indumento di origine celtica. Era la prima volta che i Galli ricorrevano a pratiche regolari d’assedio.
- ↑ Falci murali. Per «falce» si intende l’estremità di una trave armata per squassare, contundere o sbrecciare parapetti. Il senso delle «falces» è precisato da Vegezio: «Quae (trabs) aut adunco prefigitur ferro et falx vocatur ab eo quod incurva est, ut de muro extrahant lapides» (IV, 14). Le falci murali sono precedentemente citate nel libro III, 14.
- ↑ Ferventes fusili ex argilla glandes. La frase ha sbizzarrito in ogni tempo i commentatori. Taluni pensano a proiettili d’argilla intrisa d’olio, altri ad argilla surriscaldata, altri più probabilmente a proiettili impastati di argilla e carbon fossile, o di argilla, torba o lignite. Napoleone osserva che nella zona di Charleroi, dove avvennero i combattimenti, i banchi di antracite affiorano in più luoghi (Napoleone III, op. cit., II, p. 211); Palladio traduce: «fuochi artificiosi» (op. cit., p. 80).
- ↑ L’episodio tiene luogo di un’incomparabile citazione all’ordine del giorno dell’esercito, perchè tramanda ai posteri il valore dei due centurioni rivali nella gloria.
- ↑ Verso le ore quattro di sera. Lo schiavo, partito forse nel settimo giorno dell’assedio, deve essere arrivato l’indomani ad Amiens.
- ↑ Si trovava nel Beauvaisais.
- ↑ Dislocato nel territorio di Boulogne.
- ↑ Labieno trovavasi sulla Mosa presso Mouzon (Mosomagus).
- ↑ Circa 30 chilometri.
- ↑ Cioè sull’intero territorio di Amiens, a guardia del quartier generale romano. L’ortografia esatta è Samarabriva, come indica il milliario di Tongres.
- ↑ Si tratta forse di un linguaggio convenzionale con alfabeto ellenico, oppure più verosimilmente di un cifrario.
- ↑ Cesare deve avere percorso con le sue truppe 54 miglia (87 chilometri circa) in tre giorni, cioè 18 miglia in media al giorno (chilometri 26,604).
- ↑ Ammesso che l’accampamento di Cicerone sia stato presso Charleroi, il campo cesariano avrebbe potuto sorgere sull’altura di Sainte Aldegonde. Ogni designazione è però controversa.
- ↑ Val d’Estiune secondo le fonti più attendibili.
- ↑ A quell’epoca (principî di novembre) l’ora terza cominciava verso le nove.
- ↑ Per mezzo di segnalazione alla voce, secondo l’usanza gallica, oppure mediante fumate (vedasi lib. VII, cap. III).
- ↑ Intorno alle ore tre e trenta pomeridiane.
- ↑ Genti originarie dal bacino della Senna: loro capitale era Agedincum (Sens). Dal loro seno erano sortiti i vincitori dell’Allia.
- ↑ Concilium armatum.
- ↑ Forse presso Mouzon, o nel paese dei Remi, o verso la frontiera dei Tréviri. Ogni giudizio in proposito è però incerto.
- ↑ L’episodio deve essere avvenuto nel territorio di Mouzon e presso le rive della Mosa.
- ↑ Fine di novembre, alla quale epoca si può ritenere oramai crollato ogni tentativo collettivo o parziale di rivolta nelle Gallie. Per il rimanente dell’inverno, la legione di Fabio deve essersi trattenuta tra i Morini, quelle di Trebonio, Cicerone e Crasso devono essere rimaste presso Amiens.