La guerra gallica/Libro secondo
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Traduzione dal latino di Eugenio Giovannetti (1939)
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LIBRO SECONDO.
La congiura dei Belgi.
I. - Cesare era nella Gallia citeriore, come sopra dicemmo, quando gli giunse sempre più insistente la voce e finalmente, da una lettera di Labieno, la certezza che tutti i Belgi, i quali — come abbiamo detto — formano una terza parte della Gallia, congiuravano contro il popolo romano e si scambiavano ostaggi. Queste erano le cause della congiura: prima di tutto temevano che, pacificata ormai tutta la Gallia, il nostro esercito movesse ad attaccarli; poi c’era in Gallia chi li istigava. Ed erano Galli che — come non avevano voluto che i Germani fossero rimasti più a lungo in Gallia — così non vedevano volentieri che l’esercito del popolo romano vi svernasse e vi invecchiasse; e Galli che, per volubilità e leggerezza d’animo, fomentavano nuove bramosie d’impero; ed anche Galli infine che, occupando regni ottenuti da principi più potenti — o da quelli che avevano le facoltà necessarie ad armar uomini — temevano che fosse loro meno facile conservare la propria posizione sotto il nostro impero.
Cesare accorre.
II. - Turbato da quegli avvisi e da quelle lettere, Cesare arruola due[1] nuove legioni nella Gallia citeriore e, appena tornata la buona stagione, manda il legato Q. Pedio perchè le conduca nella Gallia ulteriore. Egli stesso poi, non appena vi è abbondanza di foraggi, raggiunge l’esercito. Dà incarico intanto ai Sénoni ed agli altri Galli confinanti con i Belgi, d’informarsi su quello che accade presso i Belgi e di farne avvertito Cesare. Tutti lo tengono continuamente informato: «S’inquadrano i contingenti; l’esercito si aduna nel luogo prestabilito».
Pensa Cesare allora che non vi sia più da esitare e parte a quella volta. Fatta provvista di frumento, muove il campo ed, in circa quindici giorni, arriva alla frontiera dei Belgi.
III. - Essendo arrivato là all’improvviso ed assai più rapidamente di quel che non lo si aspettasse, i Remi[2], che sono tra i Belgi i più vicini alla Gallia, gli mandano ambasciatori Iccio e Andocumborio — capi di quel popolo — perchè dichiarino a Cesare che i Remi affidano sè stessi e tutti i loro beni al popolo romano, e che non hanno fatto alcun patto con gli altri Belgi nè hanno congiurato contro i Romani. Sono pronti a dare gli ostaggi, ad eseguire gli ordini, ad accogliere truppe nelle loro città, ad aiutare i Romani con il frumento e con ogni altra cosa, mentre tutti gli altri Belgi sono in armi ed i Germani che abitano al di qua del Reno si sono congiunti con quelli. Tanto è il furore di tutti, che essi — i Remi — non hanno potuto dissuadere dall’impresa neppure i Suessioni[3], loro fratelli e consanguinei, che si servono dei loro stessi tribunali e delle loro stesse leggi ed hanno comuni con loro il governo ed i magistrati.
Le forze della coalizione belga.
IV. - Chiesto agli ambasciatori dei Remi quali e quante popolazioni fossero in armi e quale fosse la loro efficienza bellica, veniva ad accertare questo. La maggior parte dei Belgi originava dai Germani che avevano varcato il Reno attratti dalla fertilità della terra e vi si erano stabiliti dopo d’aver cacciato i Galli che la abitavano. Quei discendenti dei Germani erano i soli che — come i padri nostri ricordavano — mentre tutta la Gallia era oppressa, avevano saputo impedire ai Teutoni ed ai Cimbri di varcare i loro confini. D’allora e dal ricordo di quel fatto, i Belgi s’erano procacciato una grande autorità ed un grande prestigio militare. Quanto agli effettivi, i Remi dicevano di avere dati sicuri, poichè essi erano congiunti da parentela e da affinità alle altre popolazioni galliche, e sapevano quindi con precisione quale contingente ognuna di esse avesse promesso per la guerra all’assemblea generale dei Belgi.
La più forte popolazione era di gran lunga, quella dei Bellovaci[4], per valore, per autorità e per numero. Questi potevano mettere insieme, da soli, un esercito di centomila uomini e ne avevano promessi sessantamila scelti chiedendo per sè il comando supremo. I Suessioni erano confinanti dei Remi e possedevano terre vastissime e feracissime. Anche noi rammentavamo come loro re fosse stato Diviziaco — il più potente di tutta la Gallia — che aveva ottenuto la sovranità non solo di una gran parte di queste regioni, ma anche della Britannia. Ora era re Galba ed a lui, per la sua equità e per la sua esperienza, era stato affidato, con consenso unanime, il comando supremo della guerra. Governava dodici città e prometteva un esercito di cinquantamila uomini.
Altrettanti ne assicuravano i Nervii[5], che avevano fama di fierissimi fra i Belgi ed erano i più lontani, quindicimila gli Atrébati[6], diecimila gli Ambieni[7], venticinquemila i Morini[8], settemila i Ménapi[9], diecimila i Caléti[10], altrettanti i Veliocassi[11] ed i Viromandui[12], diciannovemila gli Aduatuci[13]. I Condrusi, gli Eburoni, i Ceroesi, i Pémani[14] — che si chiamano tutti genericamente Germani — calcolavano su di un contributo complessivo di circa quarantamila uomini.
Cesare oltre la linea dell’Aisne.
V. - Cesare, rianimati i Remi con un generoso discorso, ordina che si aduni presso di lui il loro senato e che i figli dei principi gli sieno condotti come ostaggi. Tutto questo fu eseguito puntualmente il giorno fissato. Egli stesso esorta intanto vivamente l’eduo Diviziaco, dimostrandogli quanto, per la repubblica e per la comune salute, importi che le forze dei nemici restino divise, in modo che non si abbia da affrontare una così grande massa tutta in una volta. Lo scopo si può raggiungere sempre, quando gli Edui puntino con le loro forze contro i confini dei Bellovaci e comincino a devastare i loro campi.
Con quest’incarico Cesare licenzia Diviziaco.
Quando vede poi che tutte le forze dei Belgi, radunate, vengono alla sua volta, e sa dagli esploratori e dai Remi stessi che oramai i nemici sono vicini, si affretta a varcare il fiume Aisne[15] che forma l’estremo confine dei Remi, a portare il suo esercito oltre la linea a nord del fiume, ed ivi pone il campo.
Questa posizione gli offriva, con la riva del fiume, la miglior difesa per tutto un lato del campo, teneva al sicuro dai nemici anche il resto e permetteva che i rifornimenti vi fossero recati senza pericolo dai Remi e da tutte le altre popolazioni. V’era sul fiume un passaggio. Cesare costruisce una testa di ponte e lascia sull’altra riva il suo legato Quinto Titurio Sabino con sei coorti: ordina che il campo sia fortificato con un parapetto di dodici piedi d’altezza ed un fosso di diciotto[16].
I Belgi attorno Bibrax.
VI. - Da quel campo era lontana circa otto miglia una città dei Remi che si chiama Bibrax[17]. I Belgi, ancora in marcia, l’assaltarono con grande impeto ed a stento si potè per quel giorno far fronte. La tattica d’assedio dei Belgi è la medesima dei Galli: gittata una grande massa d’uomini tutt’intorno alle opere di difesa, cominciano a lanciare pietre contro le mura, e quando queste sono finalmente sguernite di difensori, fatta la testuggine, incendiano le porte e scavano sotto il muro.
La manovra era facile perchè, essendo così densa la massa degli assalitori, la pioggia delle pietre era tale che non era possibile restare alla difesa delle mura. Avendo la notte posto fine all’azione, il comandante della fortezza — che era il remo Iccio — uomo di gran lignaggio e di gran credito fra i suoi ed uno di quelli che erano andati ambasciatori per la pace a Cesare, gli manda a dire per un messaggero che, senza rinforzi, egli non potrebbe più resistere.
VII. - Alla mezzanotte, sotto la guida di quelli stessi che Iccio gli aveva inviati, Cesare manda in aiuto ai combattenti gli arcieri numidici e cretesi ed i frombolieri delle Baleari. Dal loro arrivo i Remi trassero nuovo conforto alla difesa e nuovo incitamento alla battaglia: viceversa i nemici si demoralizzarono e cominciarono a perdere la speranza d’impadronirsi di Bibrax. Rimasti adunque poco tempo ancora davanti alle mura, devastati i campi dei Remi, bruciati tutti i villaggi e le case in cui avevano potuto mettere piede, rivolsero tutte le forze contro Cesare e posero il campo a meno di due miglia dal nostro. Un campo che — come si arguiva dal fumo e dai fuochi — s’estendeva in larghezza per più di otto miglia.
Cesare rafforza il campo — Lo schieramento.
VIII. - Cesare in principio, per la moltitudine dei nemici e per l’alto concetto che aveva del loro valore, decide d’aspettare prima di dar battaglia. Nel frattempo, ogni giorno, con scaramucce di cavalleria, veniva saggiando quanto il nemico potesse e quanto i nostri osassero. Non appena vede che i nostri non sono affatto inferiori al nemico, essendo innanzi al campo un terreno straordinariamente adatto per sua natura allo schieramento delle truppe — poichè il colle su cui era il campo, sorgendo a poco a poco dalla pianura, si estendeva in larghezza sulla fronte proprio quanto occorreva per lo schieramento in battaglia e, dall’uno e dall’altro fianco, aveva un ripido pendio che, lievemente restringendosi sulla cima, ritornava poi gradatamente alla pianura — dall’uno e dall’altro lato Cesare fa scavare un fosso che taglia il colle in larghezza, per circa quattrocento passi. Alle due estremità costruisce fortini con macchine di difesa perchè, una volta sistemata la fronte, i nemici che tanto preponderavano in numero non potessero aggirarci sui fianchi. Fatto ciò, lasciate nel campo le due legioni che aveva da poco arruolate, perchè — se necessario — potessero accorrere in rincalzo, schiera le altre sei in ordine di battaglia davanti al campo.
I nemici intanto traggono anch’essi forze dal campo e le predispongono per il combattimento.
I Belgi tentano di passare l’Aisne.
IX. - Fra il nostro esercito e quello dei nemici era una non grande palude[18]. I nemici aspettavano per vedere se i nostri la passassero: i nostri invece aspettavano in armi che i nemici
(Dalla traduzione italiana di F. Baldelli, illustrata da A. Palladio,
Venezia, E. Albrizzi, 1737).
A) Fiume Assona (Aisne).
B) Alloggiamenti di Cesare.
C) Ponte fortificato di Cesare.
D) Trincee di Cesare.
E) Esercito di Cesare.
F) Esercito del Belgi.
G) Castelli di Cesare.
H) Palude tra i due eserciti.
I) Battaglia equestre.
cominciassero a passarla per sorprenderli nell’impaccio della traversata. Nel frattempo le cavallerie dei due eserciti s’azzuffarono. Al vedere che nessuno dei due si decideva a passare la palude ed essendo la battaglia equestre favorevole ai nostri, Cesare ricondusse i suoi nel campo. D’improvviso, i nemici puntarono verso l’Aisne, che — come abbiamo detto — scorreva dietro il nostro campo. Scoperti alcuni guadi, tentarono di far passare una parte delle truppe con l’idea, se fosse stato possibile, d’impadronirsi della testa di ponte affidata al legato Quinto Titurio e di tagliare il ponte; o, nella peggiore delle ipotesi, se questo non fosse stato possibile, di devastare le contrade da cui noi traevamo le maggiori provviste e tagliarci i viveri.
La battaglia — I Belgi respinti.
X. - Cesare, avvertito da Titurio, manda al di là del ponte tutta la cavalleria, i Numidi dall’armatura leggera, i frombolieri e gli arcieri, e s’affretta anch’egli contro i nemici. Ivi aspramente si combatte. I nostri, attaccando i nemici ancora impacciati dal fiume, ne fanno strage; i rimanenti, tentando con grande audacia di passar sopra ai cumuli dei cadaveri, sono respinti da una grande scarica di frecce. I primi che, ciò non ostante, riescono a mettere piede sull’altra riva, circondati dalla cavalleria, sono massacrati.
Quando i nemici videro perduta la speranza d’impadronirsi di Bibrax e di passare il fiume, e videro che il nostro esercito non s’avanzava combattendo su terreno sfavorevole, spinti anche dalla mancanza — sempre più sensibile — di frumento, radunato il loro consiglio di guerra, decisero che il miglior partito era che ognuno ritornasse in patria, che la difesa si raccogliesse intorno a quelli i cui confini erano stati varcati dai Romani; e che, insomma, invece di una guerra offensiva, si conducesse una guerra difensiva, e si provvedesse al frumento con le riserve domestiche.
A tale decisione contribuì, insieme con le altre, anche questa ragione: i Belgi avevano saputo che Diviziaco e gli Edui s’avvicinavano ai confini dei Bellovaci. Essi non avevano potuto rassegnarsi all’idea di rimanere ancora fermi e di non portare aiuto ai loro.
La disastrosa rotta dei Belgi.
XI. Preso questo partito, nella seconda vigilia della notte[19], con strepito e tumulto, uscendo dai campi senz’ordine e senza comando, e cercando ognuno la via più breve per arrivare a casa, fecero che la partenza somigliasse ad una fuga. Conosciuta subito la cosa dagli esploratori e temendo insidie — poichè non sapeva ancora la causa della partenza — Cesare trattenne in campo le legioni e la cavalleria. Alla prima luce, confermando gli esploratori la tumultuosa ritirata, lanciò tutta la cavalleria ad inseguire la retroguardia. Le mise a capo i legati Quinto Pedio e Lucio Aurunculeio Cotta ed ordinò che il legato Tito Labieno tenesse dietro con tre legioni. Queste truppe, assaltando le retroguardie ed inseguendole per molte miglia, fecero grande strage dei fuggenti. Perchè quando le retroguardie, incalzate dai nostri, facevano fronte e sostenevano fortemente l’impeto dei nostri, quelli che marciavano avanti — considerandosi lontani dal pericolo e non sentendosi astretti nè da alcuna necessità nè da alcun comando — appena sentito il rumore, rotti gli ordini, cercavano scampo nella fuga.
Così senza alcun pericolo i nostri poterono fare strage dei nemici ininterrottamente, per tutto un giorno. I nostri si fermarono soltanto dopo il tramonto del sole e, com’era l’ordine, rientrarono al campo.
I Suessioni ed i Bellovaci si arrendono.
XII. - Il giorno dopo, Cesare, prima che i nemici si riavessero dal terrore e dallo scompiglio della fuga, condusse l’esercito contro le terre dei Suessioni — che erano i più vicini ai Remi — e, compiuta una lunga marcia, puntò contro la città di Novioduno[20], tentando di espugnarla di sorpresa, poichè aveva sentito dire ch’era sguernita di difensori.
Ma, a causa della larghezza dei fossi e dell’altezza delle mura, pure essendo pochi i difensori, non gli fu possibile di espugnarla. Afforzato il campo, cominciò a far avanzare le macchine d’assedio (vineae)[21] e tutto quello che poteva servire all’opera. Frattanto, nella notte, tutta la turba fuggente dei Suessioni si raccolse in città. Avvicinate rapidamente le vinee alle mura, alzato il terrapieno ed elevate le torri, i Suessioni — impressionati dalla quantità delle macchine d’assedio che i Galli non avevano mai veduto e non conoscevano neppure di fama, e dalla celerità dei Romani — mandarono ambasciatori a Cesare per la resa e, intercedendo i Remi per il loro perdono, l’ottennero.
XIII. - Presi in ostaggio i più cospicui personaggi di quel popolo — tra cui due figli dello stesso re Galba — Cesare, dopo la consegna di tutte le armi, considera quali sottomessi i Suessioni e conduce l’esercito contro i Bellovaci. Essendosi questi rifugiati con tutte le loro robe nella città dei Bratuspanti[22] e non distando più Cesare dalla medesima che un cinque miglia, tutti gli adulti, usciti dalle mura, tesero a Cesare le braccia, e cominciarono a dire che essi si affidavano a lui, mettendosi in sua balìa, e che non intendevano affatto lottare con le armi contro il popolo romano. Similmente, quando Cesare giunse sotto la città e si accampò, i bimbi e le donne, dalle mura, giungendo le mani alla loro maniera chiesero la pace.
XIV. - In loro nome Diviziaco, che dopo la partenza dei Belgi, rimandate le forze edue, era ritornato a Cesare, così parla: «I Bellovaci erano stati sempre in amicizia ed in concordia con il popolo eduo: essi erano stati spinti a quella guerra dai loro principi che andavano dicendo che gli Edui, ridotti in servitù da Cesare, sopportavano ormai ogni indegnità e contumelia. Così i Bellovaci avevano abbandonato gli Edui per fare guerra al popolo romano. I principali istigatori, vista la grande sciagura che avevano fatto cadere sul loro popolo, erano fuggiti in Britannia. Non solo, adunque, i Bellovaci ma anche, in loro favore, gli Edui chiedevano a Cesare che trattasse i vinti con la sua clemenza e la sua mitezza. Così facendo, avrebbe accresciuto l’autorità degli Edui presso tutti i Belgi, dei cui aiuti e delle cui sostanze erano avvezzi a giovarsi non appena insorgesse una guerra».
XV. - Cesare, per fare onore a Diviziaco ed agli Edui, disse che avrebbe accolto in un patto di resa i Bellovaci e li avrebbe risparmiati. Era questo un grande popolo tra i Belgi e predominava per autorità e per numero, e Cesare chiese seicento ostaggi. Ricevutili e prese tutte le armi che erano nella città, Cesare va dritto verso il paese degli Ambieni, i quali si arresero subito e consegnarono tutte le loro robe. Erano al loro confine i Nervii[23], sul cui carattere e sulle cui costumanze Cesare, informatosi, riseppe questo. Quel popolo non permetteva in alcun modo ai mercanti di entrare nel paese e non permetteva che vi si introducesse vino, o derrate voluttuarie, perchè pensava che per quelle cose potessero infrollirsi gli animi e spegnersi la virtù: erano uomini fieri, di straordinario coraggio, e vituperavano ed accusavano gli altri Belgi che si erano sottomessi al popolo romano ed avevano così avvilito il tradizionale valore. Essi confermarono che nè avrebbero mandato ambasciatori, nè avrebbero mai accettato alcuna condizione di pace.
La battaglia della Sambra.
XVI. - Avendo marciato per tre giorni nei loro territori, Cesare veniva a conoscere dai prigionieri che la Sambra non distava dal suo campo più di dieci miglia[24], che al di là di quel fiume si erano radunati tutti i Nervii e là aspettavano l’arrivo dei Romani insieme con gli Atrébati ed i Viromandui, loro vicini; avendo persuasi anche questi due popoli a tentare assieme la sorte delle armi. S’attendevano anche forze dagli Aduatuci le quali già erano in marcia. Le donne e tutti quelli che per età sembravano inetti a combattere erano stati avviati in un luogo paludoso ed inaccessibile alle truppe.
XVII. - Saputo ciò, Cesare manda avanti esploratori e centurioni che scelgano un luogo adatto per il campo. Intanto, poichè moltissimi Belgi, anresisi, ed altri Galli seguivano Cesare facendo la sua stessa strada, qualcuno di costoro — come poi si seppe dai prigionieri — notato in quei giorni l’ordine di marcia dell’esercito nostro, arrivò di notte presso i Nervii e spiegò loro come, tra una legione e l’altra intercedendo grande quantità di carriaggi, sarebbe stato facile, una volta entrata nel campo la prima legione, rimanendo ancora le altre a grande distanza, attaccare la prima così impacciata[25]. Una volta battuta questa e scompigliati i carriaggi, ne sarebbe venuto di conseguenza che le altre non avrebbero più osato far fronte.
Il consiglio di quelli che proponevano l’impresa era appoggiato dal fatto che i Nervii, essendo privi fino dai tempi antichi di cavalleria (nè se ne sono più curati poichè hanno sempre rivolto tutti i loro sforzi a formarsi buone fanterie), per impedire più facilmente l’avanzata della cavalleria dei confinanti che venisse per far bottino, usavano, con teneri alberi tagliati e curvati in modo che i densi rami si sviluppassero in larghezza, e con rovi e pruni nel mezzo, di formare fittissime siepi che, a guisa di barriera, servissero di difesa. E questa era tale che non solo non era facile superarla, ma neppure vederla, tant’era insidiosa.
Potendo con tale artificioso mezzo contrastare la marcia delle nostre colonne, i Nervii pensavano che il consiglio ricevuto non fosse da disprezzare.
XVIII. - Questa era la natura del terreno che i nostri avevano scelto per il campo[26]. Un colle, con pendio sempre eguale, che dalla sommità scendeva verso la Sambra ora detta. Dirimpetto, dall’altra sponda del fiume, sorgeva con eguale declivio un altro colle, il cui piede — per circa duecento passi — era scoperto, mentre la parte superiore era boscosa, talmente che non era facile scorgervi dentro. I nemici si tenevano nascosti in quel bosco e giù, nella radura, verso il fiume, si vedevano pochi bivacchi di cavalleria. Il fiume aveva la profondità di circa tre piedi.
La colonna romana in marcia contro i Nervii — La sorpresa.
XIX. - Mandata avanti la cavalleria, Cesare seguiva con tutte le sue forze, ma l’ordine di marcia era diverso da quello che i Belgi avevano descritto ai Nervii perchè, quando s’avvicinava al nemico, Cesare aveva l’abitudine di far precedere sei legioni libere da impedimenti e dopo quelle disponeva i bagagli di tutto l’esercito. La colonna era chiusa dalle due legioni che erano state da poco arruolate[27], le quali proteggevano così l’intera ordinanza. I nostri cavalieri con i frombolieri e gli arcieri, passato il fiume, attaccarono battaglia con i cavalieri nemici. Mentre questi si ritiravano nel bosco tra i loro e di nuovo ne uscivano per irrompere sui nostri, ed i nostri non osavano inseguire i fuggiaschi oltre l’estremo limite del terreno scoperto, le sei legioni che erano in testa, misurato e suddiviso il campo, cominciarono a trincerarsi.
Non appena quelli che erano appiattati nel bosco videro arrivare i primi bagagli del nostro esercito — essendo questo il momento convenuto per attaccare battaglia ed avendo già ordinate le schiere ed essendosi confermati nel loro proposito — d’improvviso sbucarono fuori con tutte le loro forze e si scagliarono contro i nostri cavalieri. Facilmente respintili e sgominatili, con incredibile rapidità corsero al fiume, tanto che quasi nello stesso istante i nemici apparvero presso il bosco, sul fiume e di fronte a noi, e, con la stessa rapidità, salendo il colle, s’avventarono contro il nostro campo e contro quelli che ivi stavano lavorando.
Un momento critico.
XX. - Cesare avrebbe dovuto fare cento cose in una. Far alzare il segnale di combattimento[28], dare l’allarme con la tromba, richiamare dal lavoro i soldati, ricercare quelli che si erano allontanati a raccogliere terra per il vallo, ordinarli in battaglia, arringarli, dare infine la parola d’ordine: troppe cose, data la brevità del tempo e l’irruenza dei nemici. Contro queste difficoltà due erano i rimedi: l’iniziativa e l’esperienza dei soldati che — ammaestrati dalle precedenti lotte — sapevano quello che abbisognasse anche prima che altri l’insegnasse loro e l’ordine impartito ai legati delle singole legioni che vietava di allontanarsi dal lavoro prima che il campo fosse fortificato. Epperciò i legati — data la vicinanza e la celerità del nemico — non potevano più oramai aspettare ordini da Cesare, ma facevano di loro iniziativa quello che credevano più opportuno.
L’appello di Cesare.
XXI. - Cesare, dati soltanto gli ordini indispensabili, corse per far animo ai soldati qua e là, a caso, dovunque potè. Arrivò alla decima legione ed incoraggiò i suoi con un discorso non più lungo di questo[29]: «Ricordatevi del vostro antico valore, non v’impressionate e sostenete fortemente l’urto, perchè il nemico già lo avete a portata dei giavellotti». Diede poi il segnale della battaglia e, corso in un’altra parte per far animo ai soldati, li incontrò che già si slanciavano all’attacco. Tanta fu la repentinità dell’urto e tanto fu pronto alla battaglia l’animo del nemico, che non rimase tempo, non solo di rivestire le insegne, ma neppure di mettere in capo l’elmo e di togliere le fodere agli scudi[30]. Dovunque il caso volle che si trovasse lasciando il lavoro e presso alla prima insegna che capitò in vista, ognuno si apprestò a combattere per non perdere tempo nel ricercare i compagni.
XXII. - Ordinate così alla meglio le truppe, più come volevano la natura del luogo, lo scosceso colle e la necessità del tempo, che come avrebbero voluto le buone regole dell’arte militare, avviate qua e là le legioni, quale in questa e quale in quella parte, si resisteva al nemico; mentre le frapposte siepi densissime — di cui si è già parlato — impedivano la vista, e non era più possibile nè disporre di tempestivi rinforzi, nè di provvedere a quel che occorresse qua e là, nè accentrare in uno solo i comandi.
Così, in tanta avversità di frangenti, si combatteva con diversa fortuna.
Le vicende della lotta.
XXIII. - I soldati della nona e decima legione[31] che si erano schierati sul fianco sinistro, dopo il lancio dei giavellotti cacciarono rapidamente dall’altura verso il fiume gli Atrébati, già senza fiato per la corsa e per la stanchezza e sfiniti per le ferite (dappoichè erano gli Atrébati che si trovavano da fronte). E mentre i nemici tentavano di passare il fiume, i nostri, inseguendoli con le spade alle reni, ne uccisero gran parte ancora nell’impaccio della traversata. I nostri allora non esitarono a passare il fiume e, riordinatisi per quanto in terreno svantaggioso misero in fuga il nemico che tentava ancora di resistere.
Al centro della linea di battaglia due legioni — l’undecima e l’ottava — cacciati i Viromandui, con cui si erano azzuffati sull’altura, erano discese a combattere sulle stesse sponde del fiume. Epperciò, trovandosi ormai sguernito tutto il campo sulla fronte ed a sinistra, e trovandosi la legione dodicesima sul fianco destro ed a non grande distanza da questa la settima, tutti i Nervii, in foltissima schiera, e sotto la guida di Boduognato — che aveva il comando supremo — concentrarono contro queste ultime legioni i loro sforzi. E mentre una parte cominciava ad aggirarle per il fianco scoperto, un’altra cercava di impadronirsi della sommità del campo[32].
XXIV. - Nel frattempo, i nostri cavalieri e la fanteria leggera che era con essi, dopo essere stati respinti — come ho detto — dal primo impeto dei nemici, rifugiatisi al campo, si imbattevano nei sopravvenienti Nervii. Si davano allora alla fuga per un’altra parte. A loro volta i disarmati che[33] dalla porta decumana e dalla sommità del colle avevano visto i nostri, vincitori, passare il fiume, uscendo per far bottino, videro d’improvviso i nemici entrare nel nostro campo, per cui si davano anch’essi a precipitosa fuga.
Sorgeva così grande clamore dovunque tra quelli che sopraggiungevano con i bagagli, e, per lo spavento, chi correva di qua e chi correva di là. Spinti dagli eventi, i Treviri — che hanno fama in Gallia di uomini singolarmente valorosi e che arrivavano mandati dal loro paese a Cesare come ausiliari — allo scorgere il nostro campo invaso dalla massa dei nemici e le legioni incalzate e quasi circondate, ed i disarmati, i cavalieri, i frombolieri ed i Numidi, sgominati e dispersi, fuggire per ogni dove; consideratici ormai per spacciati, fecero fronte indietro e tornarono a casa per annunziare al loro popolo che i Romani erano stati battuti e disfatti, e che i nemici si erano impadroniti del campo e dei bagagli.
Cesare in prima linea con la spada in pugno.
XXV. - Cesare, dopo il discorso alla decima legione, si era spinto verso l’ala sinistra. Quando vide che i suoi erano incalzati e che, essendosi raccolte in un sol punto tutte le insegne, i soldati della dodicesima legione, affollati, si impacciavano a vicenda, che erano già morti tutti i centurioni della quarta coorte ed ucciso anche l’alfiere e l’insegna perduta; quando vide che anche in tutte le altre coorti erano già morti o feriti quasi tutti i centurioni — tra i quali ultimi anche il primipilo[34] P. Sestio Bàculo, fortissimo soldato, colpito da molte ferite tanto da non reggersi più —; quando vide gli altri esitare ad avanzarsi ed alcuni della retroguardia allontanarsi dalla battaglia e schivare i colpi; quando vide infine sempre nuovi nemici salire il colle e minacciare sull’uno e sull’altro fianco e farsi la situazione sempre più critica senza aver un rincalzo sotto mano; strappato ad uno della retroguardia lo scudo — poichè egli era venuto là senza scudo — si precipitò in prima linea. Ivi, chiamati a nome i centurioni, esortati gli altri soldati e dato mano alle insegne, ordinò che si attaccasse il nemico e che i manipoli allargassero le file[35] per maneggiare più comodamente la spada.
Rinfiammandosi la speranza con l’aiuto di Cesare e risollevatisi gli animi, si persuase ognuno a fare il suo dovere fino all’estremo in presenza del duce, sicchè l’impeto dei nemici fu un poco trattenuto.
XXVI. - Vedendo la settima legione, che si era fermata poco lungi, egualmente incalzata dal nemico, Cesare ordinò ai tribuni[36] che le legioni a poco a poco si rinserrassero e volgessero le raccolte insegne contro l’avversario. Compiuta questa manovra, portando l’uno aiuto all’altro e non temendosi più l’accerchiamento, i soldati cominciarono a resistere con più audacia ed a battersi con più ardore. Intanto i soldati delle due legioni che formavano la retroguardia e proteggevano i bagagli[37], all’annunzio della battaglia s’affacciarono di corsa alla sommità del colle al cospetto del nemico. Tito Labieno che, a sua volta, s’era impadronito del campo avversario e vedeva dall’altura quello che stava succedendo nel nostro campo, mandò in rinforzo dei nostri la decima legione. I soldati di essa, avendo compreso dalla fuga dei cavalieri e dei disarmati a che punto stessero le cose ed in quale pericolo versassero il campo, le legioni ed il duce, s’avvicinarono con tanta rapidità che non si sarebbe potuto desiderare maggiore.
Omaggio all’eroico nemico.
XXVII. - Al loro arrivo, la situazione cambiò, talmente che i nostri — perfino coloro che erano caduti sfiniti per le ferite — appoggiandosi agli scudi risollevarono le sorti della battaglia. I disarmati, vedendo sgominati i nemici, non esitarono a slanciarsi contro gli armati, ed i cavalieri, infine, per cancellare col valore l’onta della fuga, combatterono in tutti i luoghi in cui fosse possibile spingersi innanzi ai legionari. I nemici da parte loro, pur non avendo più alcuna speranza, mostravano nondimeno tanto valore che — caduti i primi dei loro — i più vicini montavano sui cadaveri per combattere. Caduti anche questi, fatto di tutti i cadaveri un mucchio, vi salivano sopra e, dal tumulo, frecciavano i nostri e rimandavano gli intercettati giavellotti. Nessuna meraviglia adunque che uomini di sì grande coraggio avessero osato passare un fiume larghissimo, scendere altissime rive e combattere su sfavorevolissimo terreno: cose tutte che, da difficilissime, aveva rese facili appunto la grande virtù degli animi.
XXVIII. - Combattuta questa battaglia e pressochè annientata la gente ed il nome dei Nervii[38], i vecchi che insieme con i bimbi e le donne abbiamo visti rifugiati in estuari e paludi, pensando che nulla ormai rattenesse i vincitori e nulla più potesse proteggere i vinti, con il consenso di tutti i superstiti mandarono ambasciatori a Cesare ed a lui si sottomisero. Per dare un’idea del disastro che aveva colpito il loro popolo, dissero che i loro senatori, di seicento, erano ridotti a tre, ed i loro uomini da sessantamila a cinquecento, appena, atti ancora alle armi. Cesare, affinchè apparisse ben chiara la sua clemenza, ebbe per essi tutti i riguardi ed ordinò che si lasciassero loro intatte le città e le terre e comandò ai confinanti di astenersi da ogni offesa e da ogni danno.
La fortezza degli Aduatuci.
XXIX. - Gli Aduatuci che — come abbiamo visto sopra — venivano con le loro forze in aiuto dei Nervii, saputo di questa battaglia, cambiarono strada e tornarono a casa. Sguerniti tutti gli altri castelli e tutte le altre città, raccolsero i loro averi in una fortezza gagliardamente difesa per natura. Essa aveva infatti tutt’attorno altissime balze e precipizi, e da una sola parte s’apriva un accesso in pendio di larghezza non maggiore di duecento piedi[39].
Gli Aduatuci avevano costrutto da quel lato una poderosa difesa con una duplice altissima muraglia ed avevano collocato sul muro pietre di grande peso e pali acutissimi. Discendevano questi Aduatuci dai Cimbri e dai Teutoni che, avviandosi verso la Provincia nostra e l’Italia — abbandonati al di là del Reno quei carichi che non potevano portar seco — vi avevano lasciato a custodia genti della loro stirpe ed un presidio di seimila uomini. Questi, dopo la rotta dei Cimbri e dei Teutoni, incalzati per molti anni dai vicini, un po’ portando la guerra ed un po’ difendendosi, fatta finalmente la pace, col consenso di tutti s’erano scelti quel luogo a dimora.
XXX. - Al primo arrivo delle legioni, facevano frequenti sortite dalla città e scaramucciavano con i nostri. Poi, rafforzatisi tutto all’ingiro con una trincea di quindicimila piedi di circuito[40] e con numerose ridotte, si tennero quieti nelle loro mura. Ma quando — accostatesi le vinee ed alzatosi il terrapieno — videro da lungi sorgere una torre, cominciarono dapprima a motteggiare dalle mura ed a schernirci perchè si preparavano tante macchine a tanta distanza. E chiedevano con quali mani — e con quali forze soprattutto — uomini di così piccola statura (poichè per la maggior parte dei Galli, in confronto della loro, la nostra statura sembrava assai umile) presumessero di poter sollevare all’altezza delle mura una torre di tanta mole.
Le trattative.
XXXI. Ma quando scorgono alzarsi il terrapieno e la torre avvicinarsi alle mura, sbalorditi dall’impensato prodigio mandano parlamentari a Cesare per la resa, e questi dicono: «Essi non potevano credere che i Romani facessero la guerra se non con l’aiuto divino, potendo muovere macchine di tanta altezza con tanta celerità».
Gli Aduatuci sottomettevano adunque sè stessi ed i loro beni ai Romani. «Soltanto di una cosa li pregavano, se, per avventura, data la clemenza di Cesare e la sua mitezza — di cui da altri avevano sentito parlare — egli volesse risparmiare gli Aduatuci, non li spogliasse in tal caso delle loro armi. Quasi tutti i vicini erano loro ostili e preoccupati del loro valore. Una volta consegnate le armi, gli Aduatuci non avrebbero più potuto difendersi. Essi avrebbero preferito — qualora dovessero ridursi a questo — qualunque altro castigo dal popolo romano all’essere uccisi fra i tormenti da coloro che essi erano usi a disprezzare».
XXXII. - Rispose Cesare: «Più per clemenza sua che per loro merito egli avrebbe risparmiato gli Aduatuci se, prima che l’ariete avesse toccato il muro[41], avessero capitolato. Nessun patto perciò di resa prima d’avere consegnate tutte le armi. Nulladimeno egli avrebbe fatto per essi quello che aveva fatto già per i Nervii, cioè avrebbe ordinato ai popoli confinanti di non recare alcun danno a chi si fosse arreso al popolo romano». Avuta questa risposta, gli Aduatuci promisero di fare quello che era stato loro comandato.
Gittata una grande quantità di armi dalle mura nel fossato che era davanti alla fortezza, sì che le cataste quasi toccavano la sommità del muro e l’altezza del nostro terrapieno — ne rimaneva pur tuttavia una terza parte conservata e nascosta all’interno — aperte le porte, ebbero per quel giorno la pace.
L’agguato sventato.
XXXIII. - A sera, Cesare ordinò che le porte si chiudessero ed i soldati uscissero dalla fortezza perchè, nella notte, i difensori non potessero aver molestia dai nostri soldati. Ma quelli fatto già — come poi si intese — il loro piano, sicuri che dopo la resa i nostri avrebbero ritirato i presidî o, per lo meno, avrebbero diminuito la vigilanza; parte con quelle armi che avevano tenute nascoste, parte con scudi improvvisati di cortecce o intessuti di vimini che, in fretta, come la brevità del tempo voleva, avevano coperti di pelli, passata per tre quarti la notte[42], in quel punto in cui l’attacco alle nostre difese sembrava più facile, con tutte le forze fecero un’improvvisa irruzione dalla città. In un attimo — in conformità degli ordini di Cesare — fatte le segnalazioni con i fuochi dalle prossime torri[43] i soldati accorsero, ed i nemici si batterono così aspramente come poteva battersi soltanto chi non aveva più altra speranza di salvezza che nel proprio valore, ad onta del luogo svantaggioso e contro gente che frecciava dalla palizzata e dalle torri. Caduti già circa quattromila uomini, gli altri furono ricacciati nella città.
Il giorno dopo, spezzate le porte, nessuno osava più difendersi. Entrati i nostri, i nemici furono venduti in massa ed i compratori riferirono a Cesare che avevano acquistato un cinquantatremila capi.
La resa delle popolazioni costiere.
XXXIV. - Nello stesso tempo[44] Cesare era informato da Publio Crasso, che aveva mandato con una legione contro i Véneti, gli Unelli, gli Osismi[45], i Coriosoliti[46], gli Esuvii, gli Aulerci ed i Redoni — popolazioni della costa oceanica — che tutti costoro erano venuti a patti e si erano sottomessi al popolo romano.
XXXV. - Compiute queste campagne di guerra e pacificata tutta la Gallia, tale fu l’impressione che ne ebbero i barbari, che quelle popolazioni che abitavano al di là del Reno mandarono ambasciatori a Cesare promettendo di dare ostaggi e di mettersi ai suoi ordini. Cesare, dovendo affrettarsi verso l’Italia e l’Illirico, ordinò che ritornassero a lui al principio della prossima estate. Avviate ai quartieri invernali le legioni verso i Carnuti, gli Andi, i Turoni e le altre popolazioni vicine ai paesi dove Publio Crasso aveva condotta la guerra, egli partì per l’Italia[47].
Per l’opera compiuta e riferita con un messaggio da Cesare, furono dal senato decretate azioni di grazia (supplicatio) di quindici giorni; onore che non era mai stato tributato ad alcun altro[48].
Note
- ↑ Il senato aveva assegnato originariamente a Cesare quattro legioni (7ª, 8ª, 9ª, 10ª) e nel 58 a. C. egli ne reclutò altre due (11ª, 12ª). Le due nuove legioni erano la 13ª e 14ª sicchè, fino al 54, l’esercito cesariano constava di otto legioni con un effettivo combattente di circa 40.000 fanti, con 12-13.000 ausiliari, arcieri cretesi, frombolieri, numidi ecc. V’era inoltre un corpo di cavalleria di 5000 cavalieri ed il corpo eduo di Diviziaco: complessivamente, oltre 60.000 combattenti.
- ↑ Abitanti della regione del Champenois, tra Marna, origini dell’Oise, Tardenois, Argonne e Mosa.
- ↑ Popoli delle terre del Soissonnais gravitanti verso l’Aisne (Axona) da Berry-au-Bac fino alla confluenza dell’Oise. La via legionaria romana, a differenza della gallica dei tempi di Cesare, percorreva la sinistra dell’Aisne. La frontiera tra i Remi ed i Suessioni passava nelle adiacenze di Fines (Fismes).
- ↑ Territorio di Beauvais, tra Senna, Somme ed Oise.
- ↑ Tra Escaut e Sambra, il cui dominio si estendeva fino ad Anversa (Jullian, VI, p. 462 e sgg. note).
- ↑ Contrade dell’Artois.
- ↑ Genti della Somme con il capoluogo di Samarobriva (Amiens) (Jullian, VI, p. 456).
- ↑ Dipartimento del Passo di Calais.
- ↑ Bocche dell’Escaut, della Mosa e del Reno.
- ↑ Contrade di Caux (Senna inferiore).
- ↑ Vexin nella Normandia.
- ↑ Vermandois nell’alta valle della Somme.
- ↑ Territorio di Namur (Civitas Tungrorum).
- ↑ I Condrusi, gli Eburoni, i Ceroesi ed i Pémani abitavano nelle Ardenne e se ne dividevano il dominio.
- ↑ Forse nei pressi di Berry-au-Bac. Rice Holmes opina invece presso Pontavert (Conquest of Gaul, 2ª ediz., p. 659).
- ↑ Alcuni scavi ordinati da Napoleone III nel 1862 hanno scoperto gli avanzi di queste linee di fortificazione dei Romani.
- ↑ Probabilmente presso Vieux-Laon o Beaurieux: trae nome da una divinità locale (Dea Bibracti) (Jullian, III, p. 253 nota 2).
- ↑ La vallata acquitrinosa della Miette. Per le operazioni sull’Aisne vedasi pure Napoleone I, Précis sur les guerres de Jules César — Correspondence, op. cit., vol XXXII; cap. II, Paris, 1870.
- ↑ Tra le ore 21 e mezzanotte.
- ↑ Noviodunum Suessionum o Soissons. Per la toponomastica regionale si noti che il suffisso «dunum» significa città fortificata, spesso in posizione dominante (Viro-dunum, Novio-dunum, Uxello-dunum ecc.); briva indica invece passaggio, ponte, o guado; magus luogo di mercato.
- ↑ Mantelletti di graticcio, guerniti di pelli e spesso montati su carrette; i precursori dei gatti del medio-evo e dei gabbioni. Ordinariamente, collegate assieme le vinee costituivano delle gallerie di approccio (agere vineas) disposte sia perpendicolarmente, sia parallelamente alle opere di difesa nemiche; specie di «parallele» ed «approcci» della fortificazione moderna (Vedasi Appendice e Napoleone III, op. cit., vol. II, Atlante).
- ↑ Probabilmente presso Beauvais (Caesaromagus) (Jullian, III, p. 259 nota 7; Desjardins, II, p. 451).
- ↑ I Nervii come è detto sopra — abitavano le valli dell’Escaut e della Sambra (Sabis).
- ↑ Forse presso Bavay (Jullian, III, p. 261 nota 2).
- ↑ Sub sarcinis, cioè sotto l’impaccio dell’equipaggiamento individuale portato a dosso: le salmerie ed il carreggio costituivano gli impedimenta. Di regola però si valevano dei carri i mercanti ed i vivandieri al seguito delle legioni.
- ↑ Doveva trovarsi tra Hautmont e Neuf-Mesnil, a qualche chilometro da Maubeuge. I Nervii dovevano essere dirimpetto, sulla collina di Hautmont e nel bosco di Quesnoy (Napoleone III, Atlante, vol. II, tav. 9).
- ↑ La 13ª e 14ª legione. Le altre sei erano la 7ª, 8ª, 9ª, 10ª, 11ª e 12ª. Sugli effetti della sorpresa si veda Napoleone III. Précis des guerres de César, p. 45 e Histoire de Jules César, II, p. 100, Atlante, tav. IX.
- ↑ Cioè il «vexillum», drappo di porpora inalberato sulla tenda del generale (Vedasi pure: De bello alexandrino, capo XLV).
- ↑ Si tratta della «cohortatio» così frequente nelle tradizioni guerriere romane.
- ↑ Per «insignia» si debbono intendere gli adornamenti degli elmi (la «crista» di penne rosse, o nere, oppure la «iuba» o «l’equina crista») ed i distintivi esteriori di grado e di dignità obbligatori, per ragioni di indole morale e tattica, nel combattimento e forse anche decorazioni (falerae).
- ↑ Enumerate secondo l’ordine di battaglia da sinistra a destra ed in tal senso si debbono rettificare i piani del combattimento. Le legioni erano al comando di Labieno.
- ↑ Cioè dal lato della porta decumana, opposta alla porta pretoriana donde provenivano i nemici.
- ↑ Si tratta qui del complesso dei non combattenti — cioè dei disarmati — ed erano i corrieri ed i porta-ordini (tabellarii), i conducenti (muliones), gli attendenti (servi), i rancieri e vivandieri (calones) ecc.
- ↑ Era il primo centurione del primo manipolo o, più correntemente, il centurione della prima centuria dei triari («primi pili centurio»).
- ↑ Cioè «laxatis ordinibus» o ordine aperto. Gli intervalli e distanze tra combattenti potevano in questa formazione salire a 6 piedi (m. 1,77 circa) in contrapposto all’ordine chiuso, o serrato, cioè alla «densa acies» oppure ai «conferti ordines». Ordo significa centuria.
- ↑ Ogni legione aveva sei tribuni militari in organico (tribuni militum), ognuno dei quali stava in carica per un bimestre. Gli altri erano impiegati — come insegna il passo di Cesare — nell’adempimento di speciali missioni tattiche, logistiche, o affini all’odierno servizio di stato-maggiore.
La nomina dei tribuni militari spettava originariamente ai consoli, più tardi una parte di essi fu designata dagli stessi tribuni (tribuni rufuli), mentre gli altri erano nominati dai comizi popolari (tribuni comitiati). Alla fine della repubblica tutti i tribuni militari avevano dignità di cavalieri (angusticlavii), di senatori (laticlavii) e portavano, a datare dalla terza guerra punica, l’anulus aureus. - ↑ La 13ª e la 14ª legione che marciavano a distanza.
- ↑ Sessantamila nemici caddero sul campo di battaglia.
- ↑ Si tratta probabilmente della cittadella di Namur o di quella di Mont Falhize (Jullian, III, p. 270).
- ↑ Corrispondenti a 3000 passi, cioè a circa 4 chilometri e mezzo.
- ↑ L’ariete, lunga trave dai 60 ai 180 piedi, guernita in vetta da un robusto massello di ferro raffigurante assai spesso la testa appunto di un ariete. Si manovrava per via di cordami dall’interno di un capanno mobile. Vedasi: Appendice.
- ↑ Cioè tra la mezzanotte e le ore due.
- ↑ Lungo il terrapieno si costruivano delle torri a prestabilita distanza.
- ↑ Primi di settembre.
- ↑ La Civitas Osismorum si identifica con il capoluogo di Castell’Ach (E. Desjardins, op. cit., I, pp. 318-319).
- ↑ La Civitas Coriosolitarum aveva per capoluogo Corseul (Fanum Martis). Gli Unelli (Veneli) di Cesare e di Plinio corrispondono alle genti del Crociatonnum, verso la Punta della Hague.
- ↑ Le legioni risultavano quindi dislocate in due grandi zone; una presso la Loira, l’altra nel Belgio.
- ↑ Attestato veramente straordinario, perchè Pompeo non aveva avuto che una «supplicatio» di dodici giorni e ciò dopo la sua vittoria su Mitridate (66 a. C.). Ordinava in queste circostanze il senato che in nome dell’«imperator», o del generale vittorioso da onorarsi, si aprissero i templi e si offrissero sacrifizi di ringraziamento agli dei. Talvolta la «supplicatio» si considerava il preludio del trionfo epperciò era pure chiamata «praerogativa triumphi».