La guerra gallica/Libro sesto
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Traduzione dal latino di Eugenio Giovannetti (1939)
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LIBRO SESTO.
Cesare rinforza l’esercito.
I. - Per molti sintomi aspettandosi Cesare una più seria insurrezione della Gallia, a mezzo dei suoi legati M. Silano, C. Antistio Regino e T. Sestio, delibera di fare arruolamenti e chiede nello stesso tempo al proconsole Cn. Pompeo — rimasto presso Roma per ragioni di stato con l’imperium — di chiamare alle armi e di mandargli dalla Gallia cisalpina quelle reclute che già gli avevano prestato giuramento come console[1]. Gli pareva infatti che avesse grande importanza, anche per l’avvenire, che l’opinione pubblica in Gallia si avvezzasse all’idea che l’Italia disponeva sempre di grandi risorse, che qualunque fosse il danno patito in guerra egli poteva sempre non solo risarcirlo in breve tempo ma avere anche più soldati di prima. Avendo a ciò aderito Pompeo per amicizia e per pubblico interesse, Cesare, ultimato rapidamente per mezzo dei suoi ufficiali il reclutamento, messe assieme e condotte in Gallia ben tre legioni[2] prima che finisse l’inverno, raddoppiato il numero delle coorti che con Quinto Titurio aveva perdute, dimostrò con la rapidità delle operazioni e con l’abbondanza degli effettivi a che potessero giungere la disciplina e le risorse del popolo romano[3].
II. - Morto ormai — come vedemmo — Induziomaro, i Tréviri trasmettono il potere ai suoi parenti. Questi non cessano di sollecitare i confinanti Germani e di promettere loro denaro. Non riuscendo a spuntarla con i vicini, tentano i più lontani. Trovate finalmente alcune popolazioni ben disposte, si obbligano tutti fra loro con giuramento e con versamento di contributi garantiti per via di ostaggi. I Tréviri ammettono infine nella loro lega con giuramento anche Ambiórige. Saputo ciò, Cesare, vedendo che dovunque si preparava la guerra e che i Nervii, gli Aduatuci ed i Ménapii — insieme con tutte le popolazioni al di qua del Reno — erano già in armi, che i Sénoni non obbedivano all’ordine di venire a lui e tenevano consiglio coi Carnuti e con le popolazioni confinanti ed, infine, che i Tréviri sollecitavano i Germani con frequentissime ambascerie, pensò che bisognava decidersi per la guerra senza più perdere un minuto.
I primi moti — Il congresso di Lutezia.
III. - Non ancora finito l’inverno, raccolte le quattro legioni più vicine[4], punta d’improvviso contro il paese dei Nervii e — prima che essi possano raccogliersi e fuggire — presa grande quantità di bestiame e di uomini e lasciatili come bottino ai soldati, devastate le campagne, Cesare costringe i Nervii ad arrendersi ed a dargli ostaggi. Finita così rapidamente la spedizione, conduce di nuovo le legioni nei quartieri invernali.
Convocata poi — secondo la norma che egli stesso aveva stabilita — l’assemblea della Gallia per la primavera[5], essendosi presentati tutti, tranne i Sénoni, i Carnuti ed i Tréviri, e considerando ciò come una dichiarazione di guerra ed un primo sintomo di defezione, per far ben comprendere ch’egli intendeva posporre alla guerra tutto il resto, trasferì il congresso a Lutezia dei Parisii (Parigi). Questi confinavano coi Sénoni ed, a memoria dei padri, erano stati sempre con essi uniti; però si presumeva che i Parisii non avessero partecipato a queste congiure. Dichiarate dall’alto della tribuna le sue intenzioni, Cesare punta nello stesso giorno contro i Sénoni e giunge a marce forzate nel loro territorio.
IV. - Saputo del suo arrivo, Accone — che era stato il promotore della congiura — comanda che le popolazioni si raccolgano nelle fortezze. Mentre esse tentano di far ciò e prima che abbiano raggiunto lo scopo, s’annunzia che i Romani sono arrivati. Desistono allora forzatamente dal loro progetto e mandano ambasciatori a Cesare per impietosirlo: si fanno intermediari gli Edui che erano da gran tempo loro patroni. Intercedendo adunque gli Edui, Cesare volentieri perdona ed accetta le scuse, pensando che la stagione estiva sia meglio fatta per la guerra che per le inchieste. Ordinato che gli si consegnino cento ostaggi li affida in custodia agli Edui. Anche i Carnuti gli mandano ambasciatori ed ostaggi, giovandosi come intermediari dei Remi di cui erano clienti: ne hanno la stessa risposta. Cesare presiede l’assemblea ed ordina alle popolazioni di mandargli soldati di cavalleria.
La guerra con Ambiórige e con i Tréviri.
V. - Pacificata ormai questa parte della Gallia, Cesare si dedica per intero agli apparecchi di guerra contro i Tréviri e contro Ambiórige. Ordina che Cavarino, con la cavalleria dei Sénoni, parta con lui perchè non avvenga alcuna ribellione nel paese per la sua iracondia o per l’odio popolare ch’egli s’è tirato addosso. Provveduto a questo, avendo ormai per sicuro che Ambiórige non gli darà battaglia, sta spiando tutte le sue mosse. I Ménapii erano vicini di territorio agli Eburoni e protetti da un’ininterrotta linea di paludi e di selve, ed erano i soli in tutta la Gallia che non avessero mandato ambasciatori a Cesare per la pace. Cesare sapeva che Ambiórige aveva con loro vincoli d’ospitalità ed aveva saputo anche che — per mezzo dei Tréviri — s’erano fatti amici dei Germani. E Cesare pensava fosse prudente sottrarre ad Ambiórige questi aiuti prima di provocarlo, perchè non andasse, disperato, a rifugiarsi fra i Ménapii o non fosse costretto ad aggiungersi ai Transrenani.
Presa questa decisione, manda tutti i bagagli dell’esercito a Labieno, presso i Tréviri, ed ordina che due legioni partano alla sua volta. Egli poi, con cinque legioni, senza grosso bagaglio, marcia contro i Ménapii. Questi, senza fare alcuna resistenza, considerandosi abbastanza difesi dai luoghi, si rifugiano nelle selve e nelle paludi e vi trasportano tutte le loro robe.
VI. - Cesare, ripartite le truppe tra sè, il legato C. Fabio ed il questore M. Crasso, costruiti rapidamente dei ponti, penetra nel paese da tre parti, incendia i villaggi e le case e s’impadronisce d’una gran quantità di bestiame e di uomini[6]. Ridotti con ciò alla ragione, i Ménapii rimandano ambasciatori per chiedere pace. Cesare, ricevuti gli ostaggi, dichiara ai Ménapii che li terrà in conto di nemici se riceveranno nel loro territorio Ambiórige o i suoi ambasciatori. Messe così in chiaro le cose, lascia l’atrébate Commio con la cavalleria a sorvegliare i Ménapii ed egli parte contro i Tréviri.
(Dalla traduzione italiana di F. Baldelli, illustrata da A. Palladio,
Venezia, E. Albrizzi, 1737).
B) Campo dei Tréviri.
C) Fiume di passaggio difficile tra i due campi.
D) Bagagli dei Romani.
E) Scorta dei bagagli.
F) Truppa romana.
G) Truppa gallica.
H) Cavalleria romana.
La vittoria di Labieno sui Tréviri.
VII. - Mentre Cesare fa ciò, i Tréviri, raccolte ingenti forze di fanteria e di cavalleria, si preparano ad assalire Labieno[7] e quella legione che con lui aveva svernato nel loro territorio. Non erano più che a due giorni di marcia, quando vengono a sapere delle altre due legioni che vi erano state mandate da Cesare. Posto allora il campo a quindici miglia di distanza, decidono di aspettare l’aiuto dei Germani. Labieno, conosciuto il piano dei nemici, e sperando che qualche loro imprudenza gli offra una buona occasione alla battaglia, lasciate cinque coorti di guardia ai bagagli, con venticinque coorti e molta cavalleria marcia contro i nemici e fortifica il campo alla distanza di un miglio da loro[8]. Fra lui e l’avversario era un fiume di difficile transito e dalle sponde rupestri: nè egli aveva intenzione d’attraversarlo, nè credeva che i Tréviri volessero tentare l’impresa. Frattanto, ogni giorno cresceva la speranza dei nemici nell’aiuto germanico.
In tali frangenti, Labieno così parla nel consiglio di guerra in modo da essere udito: «Dal momento che i Germani si danno già per vicini, egli non comprometterà la sua fortuna nè quella dell’esercito ed il giorno successivo, al primo albore, toglierà il campo». Questo discorso è riferito immediatamente al nemico poichè era naturale che — in tanto numero di cavalieri gallici — ve ne fossero di partigiani per il loro paese. Labieno, durante la notte, adunati i tribuni militari ed i centurioni dei primi ordini, spiega loro il piano e — per dare più facilmente al nemico l’idea che i nostri abbiano paura — ordina che il campo sia tolto con fracasso e precipitazione, contrariamente al costume degli eserciti romani.
Rende così la partenza simigliante ad una fuga. Ed anche questo, data la grande vicinanza dei due campi, prima dell’alba è riferito dagli esploratori al nemico.
VIII. - Non appena la retroguardia è fuori dalle trincee, i Galli si eccitano a vicenda per non lasciarsi sfuggire dalle mani l’agognata preda. Dicevano infatti che, essendo già così impauriti i Romani, sarebbe stato troppo lungo aspettare l’aiuto dei Germani e che la loro dignità non permetteva che, con tante forze, si esitasse ad attaccare una così esigua colonna, massime quando era già in fuga. Non esitano perciò a passare il fiume e ad attaccare battaglia su terreno sfavorevole. Labieno, imaginando che così dovesse accadere, per attrarre tutti i nemici al di qua del fiume continuava a fingere marciando con lentezza.
Mandati poi alquanto innanzi i bagagli e fattili collocare su di un rialto: «Ecco — dice — o soldati, l’occasione da voi attesa: ecco il nemico impacciato e nelle angustie di un terreno svantaggioso: mostrate adunque, sotto la nostra guida, lo stesso valore che il duce supremo vi ha così spesso visto mostrare, e fate conto ch’egli sia qui ed assista alla battaglia». Nello stesso tempo comanda che si volgano le insegne contro il nemico e, lasciati pochi squadroni di guardia ai bagagli, dispone sui fianchi il rimanente della cavalleria. I nostri, levando d’improvviso il loro grido di guerra, lanciano i giavellotti contro i nemici.
Quelli — al vedere che, contro tutte le loro speranze, i presunti fuggitivi, rivoltate d’improvviso le insegne, si slanciavano all’attacco — non seppero resistere all’urto e, voltisi in fuga sino dal primo istante, si rifugiarono nelle prossime selve. Labieno, avendoli inseguiti con la cavalleria ed uccisine moltissimi e moltissimi fattine prigionieri, dopo pochi giorni ebbe l’intero popolo alla sua mercè, perchè i Germani che venivano in aiuto, vista la fuga dei Tréviri, erano ritornati in patria[9]. Con essi partivano pure in esilio i parenti d’Induziomaro che erano stati i promotori della rivolta. Il principato ed il comando furono affidati a Cingetórige che, come abbiamo visto, era rimasto fin dal principio ligio al suo dovere.
Cesare passa di nuovo il Reno.
IX. - Cesare, dopo che dai Ménapii si fu volto ai Tréviri, stabilì di passare il Reno per due ragioni: primo, perchè i Germani avevano mandato aiuto contro di lui ai Tréviri; secondo, perchè non voleva che Ambiórige trovasse asilo in Germania. Presa adunque questa decisione, fa costruire un nuovo ponte sul Reno[10] un poco a monte del luogo dove aveva già fatto passare l’esercito. Poichè ormai il modo di costruzione era familiare, l’opera si eseguisce con alacrità dai soldati in pochi giorni. Presidia poi una forte testa di ponte in territorio dei Tréviri, perchè non si abbiano brusche sorprese da quella parte, e porta al di là del fiume le altre forze e la cavalleria. Gli Ubii — che avevano già dato ostaggi e s’erano arresi — gli mandano ambasciatori per giustificarsi, dicendo che essi nè avevano mandato aiuti ai Tréviri, nè avevano in alcun modo mancato ai patti. Chiedono ed implorano che Cesare non li punisca e che essi, innocenti, non abbiano a pagare il fio per i colpevoli. Se Cesare avesse voluto nuovi ostaggi erano pronti a darli.
Considerato il loro caso, Cesare trova che gli aiuti sono stati mandati dagli Svevi: accetta adunque la giustificazione degli Ubii e cerca i sentieri e le vie per giungere agli Svevi.
Gli Svevi in armi.
X. - Dopo pochi giorni, gli Ubii l’avvertono che gli Svevi hanno già cominciato a concentrare tutte le loro forze ed hanno già dato ordine alle popolazioni che sono sotto il loro dominio di mandare truppe di fanteria e di cavalleria. Saputo ciò, provvede al frumento, sceglie un buon terreno per accamparsi, comanda agli Ubii di condurre via dai campi tutto il loro bestiame e di raccoglierlo nelle città, poichè egli sperava che i nemici, barbari ed inesperti, dalla mancanza di cibo potessero essere indotti a combattere in condizioni svantaggiose. Ordina anche agli Ubii di mandare sovente esploratori verso gli Svevi per sapere quello che essi stanno facendo. Gli Ubii eseguiscono gli ordini e dopo pochi giorni riferiscono: «Tutti gli Svevi, ricevute notizie sicure sull’esercito romano, con tutte le loro forze e quelle raccolte presso gli alleati, si erano ritirati assai lontano, quasi agli estremi confini. Là è una selva di sterminata grandezza che si chiama Bacenia. Questa s’estende nell’interno del paese ed è come una barriera naturale gittata tra i Cherusci[11] e gli Svevi, che vieta ai due popoli le offese e le incursioni reciproche. Gli Svevi avevano deciso di aspettare l’arrivo dei Romani al margine di quella selva».
Costumi e rivalità dei Galli.
XI. - Giunti a questo punto, non sembra fuor di luogo accennare ai costumi della Gallia e della Germania ed alle differenze fra queste due nazioni. In Gallia, non solo in ogni città, ma anche in ogni borgo ed in ogni frazione e perfino nelle singole case esistono fazioni. Chi le capeggia è considerato il più autorevole, talchè in tutte le faccende bisogna rimettersi al suo giudizio ed al suo arbitrio. Pare che questo costume si debba alla necessità di proteggere i popolani contro gli ottimati, poichè il capo della fazione non permette che i suoi possano essere oppressi o sopraffatti, e — se lo tollerasse — perderebbe immediatamente ogni prestigio tra i suoi. E così vanno le cose in tutta la Gallia sicchè tutte le genti sono colà divise in due partiti[12].
XII. - Quando Cesare giunse nella Gallia, a capo d’una fazione erano gli Edui e dell’altra i Séquani. Questi — non sentendosi abbastanza in forze da soli, perchè da gran tempo gli Edui avevano indiscussa autorità e forti clientele — si erano collegati, a prezzo di grandi sacrifici e di grandi promesse, con i Germani e con Ariovisto.
Ma dopo moltissime battaglie favorevoli, distrutta ormai tutta l’aristocrazia degli Edui, la loro potenza era diventata così prevalente da attrarre una gran parte dei clienti degli Edui, da ottenere in ostaggio da essi i figli dei capi, da obbligare gli Edui a giurare pubblicamente di non far nulla contro i Séquani, da occupare e possedere una parte del territorio di confine e da assicurarsi infine l’egemonia su tutta la Gallia.
Indotto da tutte queste circostanze, Diviziaco — partito per Roma a chiedere aiuto al senato — se ne era tornato senza aver nulla concluso. Rovesciatasi la situazione per l’arrivo di Cesare, restituiti cioè agli Edui tutti gli ostaggi, ritornate ad essi le vecchie clientele e procacciatene di nuove da Cesare (poichè quelli che diventavano amici degli Edui si vedevano trattati in modo migliore e più giustamente governati), accresciuti insomma in ogni cosa il prestigio e la dignità degli Edui, i Séquani avevano dovuto rinunciare alla loro egemonia. Erano loro successi i Remi, e — poichè era chiaro che essi godevano presso Cesare lo stesso credito degli Edui — quelli che, per le vecchie inimicizie, non avevano potuto in alcun modo riconciliarsi con gli Edui, si erano fatti clienti dei Remi. Questi li proteggevano con gran cura e così godevano di un nuovo ed inaspettato prestigio. Erano adunque allora le cose a questo punto, sicchè gli Edui erano considerati di gran lunga i primi ed i Remi per dignità tenevano il secondo posto.
Druidi e cavalieri.
XIII. - In tutta la Gallia, due sono le classi di persone che hanno prestigio e credito, perchè la plebe è quasi considerata come un gregge di schiavi, e non può prendere alcuna iniziativa e non può dire il suo parere in nulla. I più — quando sono troppo oppressi dai debiti, o dalla gravezza dei tributi, o dalle violenze degli ottimati — si danno in schiavitù ai nobili e questi hanno su quelli gli stessi diritti che i padroni sugli schiavi. Quanto alle due classi di ottimati, l’una è quella dei druidi l’altra quella dei cavalieri[13]. I druidi si occupano delle cose divine, attendono ai sacrifizi pubblici e privati e celebrano le cerimonie religiose. Attraggono a sè una gran parte della gioventù, ansiosa d’educarsi nelle cose del culto, e sono perciò in grande onore presso i Galli. Decidono infatti in quasi tutte le controversie pubbliche e private, e, se avviene qualche misfatto, se un delitto è stato compiuto, o ci sia lite per una eredità, o per una questione di confini, sono essi che decidono, essi che fissano i premi e le pene. Se un privato o un popolo non s’attiene al loro giudizio lo interdicono dai sacrifizi. Questa pena è fra i Galli la più grave. Chi è stato colpito dall’interdetto è considerato un empio ed uno scellerato, e tutti schivano e fuggono la sua presenza e la sua parola, quasi ad evitare un contagio. Nè all’interdetto si fa alcuna giustizia o si rende alcun onore. A tutti questi druidi presiede uno che ha tra essi la più alta autorità. Morto questo, se v’è fra i rimasti qualcuno che eccella per dignità, gli succede. Se vi sono parecchi di eguale dignità, essi lottano per conquistarsi il primato col suffragio dei druidi e talvolta addirittura con le armi. In un certo periodo dell’anno, i druidi si radunano in un luogo consacrato posto nel territorio dei Carnuti, che si considera come il centro di tutta la Gallia. Ivi traggono da ogni paese quelli che hanno liti e s’attengono tutti ai pareri ed alle sentenze dei druidi. Si crede che la scienza druidica sia nata in Britannia e di là sia stata introdotta nella Gallia, tanto che, anche ai nostri giorni, coloro che vogliono approfondirsi in detta scienza si recano in quell’isola[14].
Educazione e dottrine druidiche.
XIV. - I druidi sono soliti astenersi dalla guerra e non pagano i tributi come gli altri: sono esenti dal servizio militare e da ogni altra gravezza. Allettati da tanti privilegi ed anche per spontanea inclinazione, molti si danno alla disciplina druidica, o sono mandati ad apprenderla dai parenti e dai congiunti. Si assicura che questi alunni druidici imparino a memoria una grande quantità di versi, e c’è persino chi rimane vent’anni a studiare. Non trovano conveniente per la religione affidare alle scritture i sacri precetti, mentre in tutte le altre materie pubbliche e private si servono dell’alfabeto greco.
Mi pare che due ragioni debbano averli indotti a ciò. Il non volere che la scienza venga diffusa tra il volgo ed il timore che quelli che imparano attraverso alla scrittura s’affidino più ai caratteri che alla memoria. Perchè accade ai più che — quando ci sia l’aiuto dei caratteri — si metta meno diligenza nello studiare e si lasci impigrire la memoria. Prima di tutto, i druidi insegnano che l’anima è immortale ma che, dopo la morte, passa dall’uno all’altro, e credono che questo contribuisca ad esaltare il valore come a fugare la paura della morte. Spiegano anche ed insegnano alla gioventù molte altre cose sulle stelle e sul loro moto, sulla grandezza dell’universo, sulla natura delle cose, sul potere e sulla forza degli Dei immortali.
I cavalieri - I sacrifizi umani - La religione.
XV. - L’altra classe è quella dei cavalieri[15]. Questi, quando è necessario o quando succede qualche guerra — cosa che, prima dell’arrivo di Cesare, accadeva quasi ogni anno, movendo essi all’offensiva o dovendo respingere le offese altrui — prendono tutti le armi ed ognuno di loro, a seconda della nascita e delle ricchezze, ha intorno a sè un minore o maggiore numero di fedeli (ambacti) e di clienti. In questo solo consiste per essi il credito e la potenza.
XVI. - Tutto il popolo gallico è oltremodo religioso. E per ciò quelli che essendo colpiti da grave malattia, o trovandosi in battaglia ed in pericolo, o sacrificano uomini come vittime, o fanno voto d’immolare vittime umane, si servono per questi sacrifizi del ministero dei druidi. I druidi credono infatti che, se non si paghi la vita di un uomo con la vita di un altro uomo, non sia possibile placare l’ira degli Dei immortali ed hanno perciò istituiti sacrifizi pubblici di tal genere. Altri hanno simulacri di straordinaria grandezza, le cui membra — conteste di vimini — riempiono di uomini vivi ed appiccatovi il fuoco gli uomini spirano avvolti dalle fiamme[16]. I druidi credono che ancora più grati sieno agli Dei i supplizi di quelli che sono colti in fragrante furto o ladrocinio o altro delitto; ma quando manchi gente di tal fatta non esitano di mandare al supplizio anche gli innocenti.
XVII. - Il Dio che sopra tutti adorano è Mercurio e le sue statue sono le più numerose. Lo considerano inventore di tutte le arti, segnacolo e guida delle vie ed il più potente patrono per far denaro e tutelare i traffici. Dopo Mercurio adorano Apollo, Marte, Giove e Minerva[17]. Su questi hanno presso a poco le stesse idee degli altri popoli: Apollo scaccia i mali, Minerva insegna i principi delle arti e dei mestieri, Giove ha l’impero dei cieli, Marte presiede alla guerra. A quest’ultimo, quando hanno deciso di venire a battaglia, consacrano di solito le prede di guerra. Quando riescono vincitori, immolano tutto quello di cui si impadroniscono vivo ed adunano in un solo luogo tutto il resto. In molte città si vedono, in luoghi consacrati, cataste formate di queste cose, ed è raro che qualcuno in offesa alla religione osi nascondere presso di sè le cose prese o appropriarsi delle depositate. Questa colpa è punita con la morte tra i più atroci tormenti.
L’educazione e gli istituti domestici.
XVIII. - I Galli si dicono tutti nati da Dis Padre ed affermano che ciò è tramandato dai Druidi[18]. Essi misurano il tempo non già sul corso dei giorni ma su quello delle notti: i giorni natalizi, i principî dei mesi e degli anni son contati a partire dalla notte. Nelle altre costumanze della vita non c’è forse con gli altri popoli che questa differenza: i Galli non permettono ai loro figli di presentarsi in pubblico se non già adolescenti ed in grado di portare le armi, e considerano cosa disonorevole che un figlio in età infantile compaia in pubblico al cospetto del padre.
XIX. - Gli uomini — quando hanno ricevuto la dote della moglie — mettono in comune quel tanto dei loro beni personali che, fatta la stima, corrisponda al denaro portato dalla moglie. Di tutto questo capitale si fa poi un unico conto ed i frutti si accumulano. Quello dei coniugi che sopravvive ha le parti dell’uno e dell’altro, più tutti gli interessi accumulati. Gli uomini hanno sulle mogli[19] come sui figli diritto di vita e di morte; e quando muore un padre di famiglia d’alto lignaggio i suoi congiunti s’adunano, e, se si ha qualche sospetto sulla morte, le mogli sono interrogate alla stessa maniera degli schiavi. Se qualche cosa s’accerta a loro carico, sono condannate al rogo o sottoposte ad ogni specie di tormenti. I funerali, data la civiltà dei Galli, sono magnifici e sontuosi: si gitta sul rogo tutto quello che si suppone prediletto al cuore del morto, compresi gli animali; e non è molto che il rito funebre esigeva che fossero cremati con il morto anche gli schiavi ed i clienti che si sapeva essergli stati più cari.
Rapporti dei cittadini con lo Stato.
XX. - Quei popoli che hanno fama di meglio governarsi, banno fissato per legge che se qualcuno abbia appreso dai popoli vicini — in modo diretto o per sentito dire — qualche notizia che interessi lo stato, sia tenuto a riferirla direttamente al magistrato. E non deve comunicarla a nessun altro, perchè spesso gli uomini imprudenti ed ignoranti si lasciano impressionare da false voci, si lasciano spingere a qualche eccesso e prendono risoluzioni di estrema gravità. I magistrati tengono nascosto quello ch’essi credono necessario, e quello che invece considerano utile riferiscono alla moltitudine. Non è permesso poi di parlare di affari pubblici se non prendendo la parola nell’assemblea.
Costumi e religione dei Germani.
XXI. - I Germani hanno costumi assai differenti. Non hanno infatti druidi che presiedano alle cose divine, nè dànno troppa importanza ai sacrifizi. Mettono nel novero degli Dei soltanto quelli che vedono e della cui potenza si giovano: cioè il Sole, Vulcano e la Luna[20]. Degli altri non è giunta loro neppure la fama. Tutta la loro vita consiste nel cacciare e nell’addestrarsi alla guerra, e fino da piccoli s’avvezzano alle fatiche ed agli stenti. Quelli che osservano più a lungo la castità, acquistano il più alto titolo di lode, perchè pensano che se ne avvantaggino e la statura e la saldezza dei nervi: conoscere poi una donna prima dei vent’anni è considerato come una delle cose più turpi. Di queste faccende peraltro non fanno alcun mistero, poichè si bagnano insieme uomini e donne nei fiumi, e, non avendo altro vestito che pelli o corte pellicce, lasciano nuda una grande parte del corpo.
L’organizzazione guerriera, la collettività rurale
e le cinture desertiche.
XXII. - Non hanno alcuna passione per l’agricoltura e la maggior parte del loro vitto consiste in latte, cacio e carne. Nessuno possiede un tratto determinato di terreno con propri confini, ma i magistrati ed i principi assegnano ogni anno alle tribù ed ai gruppi affini una terra, la cui estensione ed ubicazione sono fissate a loro talento. E, d’anno in anno, gli abitatori devono passare altrove.
Dànno molte spiegazioni di questo fatto. Anzitutto non vogliono che i loro uomini, attratti dalla consuetudine, sostituiscano a poco a poco all’amore per le armi l’amore per l’agricoltura; non vogliono che l’avidità li spinga a farsi confini sempre più larghi e che, quindi, i più potenti possano cacciare dalla terra i più umili; non vogliono che essi costruiscano case per paura del freddo e del caldo; non vogliono che nasca cupidigia di denaro la quale generi a sua volta fazioni e discordie; non vogliono, infine, che la plebe esca dalla sua tranquillità e s’alteri l’assoluta eguaglianza delle fortune.
XXIII. - Per le popolazioni germaniche, il più grande titolo di lode è farsi dattorno il più vasto deserto possibile. Questa è per esse la miglior prova di valore, che cioè i vicini abbiano dovuto allontanarsi e che nessuno osi stabilirsi presso i loro confini; e questo serve anche a dare loro maggior tranquillità essendo tolto di mezzo ogni pericolo di repentine incursioni. Quando un popolo si difende contro un attacco, o porta guerra ad un altro, si eleggono magistrati che conducano la guerra stessa ed abbiano diritto di vita e di morte. In pace, invece, non vi sono magistrati che esercitino giurisdizione comune, sicchè i capi delle regioni e dei villaggi amministrano la giustizia tra i loro e decidono delle controversie. Non si considerano come vergognosi i furti commessi fuori del territorio della propria popolazione; anzi si pretende che giovino ad esercitare la gioventù ed a combattere la pigrizia. E quando qualche capo nell’assemblea propone una spedizione e dice che si facciano avanti quelli che vogliono seguirlo, s’alzano quelli che aderiscono alla causa ed all’uomo, promettono il loro aiuto e si rallegrano con lui. Ma se taluno di questi non segue poi il condottiero è considerato come un disertore e spergiuro, e non trova più credito per l’avvenire. Considerano i Germani un sacrilegio violare l’ospitalità: proteggono contro ogni offesa quelli che, per qualsiasi ragione, vengono nel loro paese, li considerano come sacri, schiudono loro le porte di tutte le case e mettono in comune con loro la mensa.
Galli e Germani.
XXIV. - Ma ci fu un tempo in cui i Galli superavano per valore i Germani e portavano loro guerra nel loro paese, e, per la densità della popolazione e la scarsità delle terre galliche, mandavano colonie al di là del Reno. Infatti i luoghi fertili della Germania — quelli cioè che sono intorno alla selva Ercinia, che vedo nota per fama ad Eratostene e ad altri Greci che la chiamano Orcynia — erano stati occupati dai Volchi Tectósagi[21] che vi si erano stabiliti; gente che ancora oggi è in quelle sedi ed ha fama di ottimamente ordinata, di assai valorosa e bellicosa. Ma ora, se i Germani sono rimasti nelle stesse strettezze, nella medesima dura inopia e virile sobrietà ed hanno sempre lo stesso cibo e lo stesso modo di vestire, i Galli, in contrapposto, per la vicinanza delle nostre province e per il commercio marittimo, hanno imparato a vivere con maggior liberalità ed agiatezza. Avvezzandosi a poco a poco ad essere vinti e battuti in molte battaglie, hanno ormai senz’altro rinunciato essi stessi a paragonarsi con i Germani.
La selva Ercinia e la sua fauna.
XXV. - L’estensione della selva Ercinia — che abbiamo poc’anzi nominata — è di nove giorni di marcia per un viandante spedito, poichè non è possibile tracciarne altrimenti i limiti, nè i Germani sanno misurare le distanze. La selva principia alle frontiere degli Elvezi, dei Neméti, dei Rauraci e si protende seguendo la linea del Danubio fino ai confini dei Daci e degli Anarti[22]. Di là si volge a sinistra allontanandosi dai paesi del Danubio, e, data la sua ampiezza, tocca i territori di molti popoli. Non c’è nessuno in questa parte della Germania che possa vantarsi d’esser giunto al lembo estremo della selva — pur avendo camminato per sessanta giorni — o che sappia dove sia questo estremo limite. Risulta che nascono nella selva fiere di diverse specie, mai viste in altre parti: quelle che più differiscono dalle altre e sembrano degne di menzione sono le seguenti.
XXVI. - C’è un bue che ha l’aspetto del cervo, dal mezzo della cui fronte, tra l’uno e l’altro orecchio, spunta un corno più alto e più dritto di tutti quelli che ci sono noti. Alla sommità esso si ramifica come una palma. Maschi e femmine sono di identico aspetto e la forma e grandezza delle loro corna sono eguali.
XXVII. - Vi sono anche quelle che si chiamano alci. Rassomigliano, per la forma e per il vario pelame, alle capre, ma sono un po’ più grandi ed hanno le corna mutile e le gambe senza nodi nè articolazioni; tanto che non si sdraiano per dormire e se per accidente cadono, non possono nè rimettersi in piedi nè sollevarsi. Gli alberi servono loro di letto; vi si appoggiano e così un po’ reclinate dormono. Quando i cacciatori hanno potuto scoprire dalle orme il loro abituale rifugio, sradicano o tagliano al livello del suolo gli alberi, in modo che abbiano tuttavia l’aria di star dritti. Quando le alci — secondo la loro abitudine — vi si sono appoggiate, l’albero che non può resistere cede sotto il loro peso ed esse stramazzano insieme all’albero.
XXVIII. - Una terza specie è quella degli uri[23], che sono di grandezza un poco inferiori agli elefanti ed hanno la forma ed i colori del toro. Grande è la loro forza e grande la loro velocità e non perdonano, una volta avvistati, nè all’uomo nè alle fiere. I cacciatori li uccidono dopo averli fatti cadere con molte cautele in qualche buca ed è esercizio questo che ingagliardisce gli adolescenti. Essi esercitano volentieri questo genere di caccia, e quelli che hanno ucciso più uri ne presentano in pubblico le corna e ne riscuotono grandi lodi. Gli uri non possono assuefarsi agli uomini ed addomesticarsi, neppure se catturati da piccoli: le loro corna, per ampiezza, forma e specie, differiscono molto da quelle dei nostri buoi. Le corna degli uri — molto ricercate — sono orlate d’argento, e, nei grandi banchetti, i Germani se ne servono come di calici.
Cesare ritorna in Gallia.
XXIX. - Cesare dopo che — per mezzo degli esploratori Ubii — seppe che gli Svevi si erano ritirati nelle selve, temendo una carestia di frumento, perchè — come sopra dicemmo — i Germani trascurano quasi del tutto l’agricoltura, decise di non procedere più oltre[24]. Soltanto, perchè i barbari non si liberassero del tutto dal timore del suo ritorno, e perchè i loro aiuti tardassero, ricondotto l’esercito in Gallia, tagliò — per un tratto di duecento piedi — la parte estrema del ponte che toccava la riva degli Ubii e, sull’altro estremo, alzò una torre di quattro piani e lasciò un presidio di dodici coorti[25] a custodia del ponte, rafforzando il luogo con robuste opere. Affidò le difese e gli uomini al giovane C. Volcacio Tullo ed, al primo maturare delle messi, partì in guerra contro Ambiórige attraverso la foresta delle Ardenne, che è la più grande di tutta la Gallia e che, dalle rive del Reno e dal paese dei Tréviri, va verso i Nervii, estendendosi per più di cinquecento miglia. Manda avanti L. Minucio Basilo, con tutta la cavalleria, perchè tragga profitto dalla rapidità e d’ogni buona occasione. Gli raccomanda di proibire nel campo i fuochi, perchè non si abbia da lungi alcun segno del suo avvicinarsi e promette di seguirlo al più presto.
La fortuna di Ambiórige.
XXX. - Basilo fa ciò che gli è stato ordinato, Percorsa la sua strada celermente ed all’insaputa di tutti, sorprende molti nei campi: sulle loro indicazioni, si affretta contro lo stesso Ambiórige verso il luogo dove si diceva che egli si trovasse con pochi cavalieri. Senonchè la parte della fortuna è grande in tutte le cose, ma specialmente nelle operazioni militari. Infatti, uno straordinario caso volle che Ambiórige si vedesse dinanzi il nemico ancora prima che alcun uomo, o alcuna voce, avesse potuto metterlo sull’avviso. E volle pure un altro caso, non meno straordinario, che Ambiórige potesse salvarsi pur perdendo tutti i suoi bagagli, i carri[26] ed i cavalli.
Ecco come andarono le cose. Trovandosi Ambiórige nella sua casa circondata da una selva — secondo l’usanza dei Galli che si dilettano di abitare presso boschi e fiumi per sentir meno il caldo — i suoi compagni, data l’angustia dei luoghi, poterono rintuzzare attorno ad essa per qualche istante l’impeto dei nostri cavalieri; e, mentre questi combattevano, uno dei suoi mise a cavallo Ambiórige e le boscaglie protessero il fuggiasco.
In questo modo, successivamente, il medesimo destino gli tese il pericolo e poi ne lo preservò[27].
XXXI. - Non è chiaro se Ambiórige rinunciasse di sua spontanea volontà ad adunare le sue forze, non giudicando opportuno tentare la sorte delle armi, o se lo facesse per la ristrettezza del tempo, o per il repentino arrivo dei cavalieri, imaginando che seguisse il resto dell’esercito. Certo è che, mandati qua e là messaggeri per le campagne, egli comandò che ognuno provvedesse ai casi propri. Ed alcuni si rifugiarono nella foresta delle Ardenne, altri nelle regioni delle paludi ed i più vicini all’Oceano ripararono nelle isole che le maree sogliono formare lungo le coste. Molti, uscendo dal paese, sottomettevano sè stessi e le proprie robe a genti straniere. Catuvolco, re d’una metà del paese degli Eburoni, che si era alleato con Ambiórige, carico d’anni, non potendo più sostenere i disagi delle guerre e della fuga — coperto di maledizioni Ambiórige che l’aveva così ridotto a quella rovina — si avvelenò col tasso[28], albero assai diffuso in Gallia ed in Germania.
Cesare prepara lo sterminio degli Eburoni.
XXXII. - I Segni ed i Condrusi[29], Germani d’origine e tra i Germani annoverati — interposti tra gli Eburoni ed i Tréviri — mandarono ambasciatori a Cesare per pregarlo di non metterli nel numero dei nemici e di non considerare tutti in blocco come ostili i Germani che abitavano al di qua del Reno. «Essi — dicevano — non avevano affatto pensato alla guerra e non avevano mandato alcun aiuto ad Ambiórige». Cesare, appurata la cosa con l’interrogare i prigionieri, ordinò ai Segni ed ai Condrusi la consegna di quegli Eburoni fuggitivi che eventualmente si fossero rifugiati nel loro paese. Promise di rispettare il loro territorio se avessero obbedito a quest’ordine. Poi, divise in tre corpi le sue forze, radunò i bagagli di tutte le legioni in Aduatuca[30], chè tale è il nome della fortezza quasi al centro del territorio degli Eburoni, là dove Titurio ed Aurunculeio si erano fermati per svernare.
Oltre che per altre ragioni, il luogo gli sembrava preferibile per il fatto che vi erano rimaste intatte le fortificazioni dell’anno prima e si alleggeriva così la fatica ai soldati. Lasciò a custodia dei bagagli la quattordicesima legione[31], una cioè di quelle tre che, arruolate recentemente, aveva fatto venire dall’Italia. A quella legione ed al campo prepose Q. Tullio Cicerone e gli assegnò duecento cavalieri.
XXXIII. - Tripartito l’esercito, ordina che T. Labieno parta con tre legioni verso l’Oceano per quei paesi che confinano con quelli dei Ménapii; manda C. Trebonio con pari numero di legioni verso quella terra che è attigua a quella degli Aduatuci[32] per saccheggiarla. Egli, infine, con le tre legioni rimanenti decide di marciare verso la Schelda, affluente della Mosa e verso il lembo estremo delle Ardenne[33], dove aveva sentito dire che s’era rifugiato Ambiórige con pochi cavalieri. Partendo, assicurava che avrebbe fatto ritorno in Aduatuca fra sette giorni, perchè sapeva che, al settimo giorno, si doveva dare il frumento alla legione ivi lasciata di presidio. Prega anche Labieno e Trebonio — se sia loro possibile farlo senza pregiudizio — di ritornare per lo stesso giorno perchè, adunato di nuovo il consiglio ed esaminata la situazione dei nemici, sia possibile iniziare le operazioni con nuovi piani.
XXXIV. - Come abbiamo detto sopra, non era da quelle parti alcuna milizia regolarmente costituita, non v’era fortezza, non v’era presidio pronto a difendersi, ma solo gente dispersa qua e là. Ed ognuno s’era fermato dovunque aveva trovato o una valle nascosta, o un luogo silvestre, o una palude inaccessibile che gli offrisse qualche speranza di rifugio e di salvezza. Questi luoghi erano ben noti alla gente del vicinato, ed era necessaria un’estrema prudenza non già per difendere le truppe nel loro insieme (nessun pericolo infatti esse potevano correre da parte d’una popolazione atterrita e dispersa), ma per tutelare i soldati che fossero usciti alla spicciolata; cosa che pure rientrava nell’interesse generale dell’esercito. L’avidità della preda attirava infatti molti lontano e per di più, essendo malcerti i sentieri della selva, non era possibile avanzare indrappellati attraverso ad essa. Volendo finirla una buona volta con quella genia di scellerati, sarebbe stato necessario frantumare l’esercito in innumerevoli squadre, ma se invece si volevano i manipoli[34] serrati intorno alle loro insegne — come esigeva lo spirito e la tattica dell’esercito romano — il vantaggio del terreno passava allora ai barbari, cui non mancava l’audacia nel tendere agguati e nell’accerchiare i dispersi. Come imponevano le difficoltà dell’ambiente, si provvedeva adunque con la maggior cautela possibile, in modo da rinunciare talvolta a nuocere al nemico — benchè tutti ardessero dalla smania di vendicarsi — piuttostochè, nuocendogli, correre il rischio di attirare qualche danno sui nostri. Cesare manda ambasciatori alle popolazioni vicine e chiama tutti a sè eccitandoli, con la speranza della preda, allo sterminio degli Eburoni, perchè in quella guerriglia tra le selve egli preferiva si mettesse in pericolo la vita dei Galli piuttostochè quella dei legionari. Voleva anche che, a punire un così odioso delitto[35], circondata da una grande moltitudine, tutta la razza ed il nome degli Eburoni fossero per sempre distrutti. Orde numerose si raccolsero così accorrendo da ogni parte[36].
Il campo di Q. Cicerone sorpreso dai Germani.
XXXV. - Mentre ciò accadeva nel territorio degli Eburoni, s’avvicinava il settimo giorno in cui Cesare aveva detto di ritornare ai bagagli ed alla legione. Si potè allora vedere ben chiaro quanto in guerra possa il destino e quali sorprese sappia produrre. Dispersi ed atterriti i nemici — come abbiamo accennato — non c’era più alcuna forza organizzata di cui si dovesse temere. Senonchè risaputosi al di là del Reno, presso i Germani, che gli Eburoni erano stati saccheggiati, tutti si ritennero invitati a far bottino sul loro territorio. I Sicambri, che sono più vicini al Reno e che — come sopra dicemmo — avevano ospitato i fuggiaschi Tenctèri ed Usipèti, raccolgono duemila cavalieri.
Essi passano adunque il Reno con barche e zattere, un trenta miglia a valle del nostro ponte[37], là dove Cesare aveva lasciato un presidio. Prima di tutto questi Germani invadono le terre degli Eburoni, fanno una gran retata di gente dispersa qua e là nella fuga e si impadroniscono di molto bestiame di cui i barbari sono avidissimi. Eccitati dalla preda vanno sempre più avanti: non c’è palude, non c’è selva che possa trattenere costoro, nati tra le guerre e le rapine. Chiedono ai prigionieri dove sia Cesare, e sentono che egli è partito e che tutto l’esercito s’è allontanato. Ed uno dei prigionieri: «Ma che state voi — si mette a dire — inseguendo una così scarsa preda, voi che potreste farne una magnifica? In tre ore[38] voi potreste essere ad Aduatuca. Là l’esercito romano ha radunato tutte le sue ricchezze. C’è un così piccolo presidio che non arriva nemmeno a proteggere il giro delle mura e nessuno osa uscire dalle trincee».
Balenata una simile speranza, i Germani nascondono in fretta il bottino che avevano già fatto e puntano su Aduatuca, facendosi guidare da quel medesimo uomo che aveva loro consigliato l’impresa.
XXXVI. - Cicerone, nei giorni innanzi, aveva rattenuto con somma cura i soldati al campo secondo gli ordini di Cesare e non aveva permesso che neppur un disarmato se ne allontanasse. Al settimo giorno, ritenendo oramai che Cesare non potesse tornare entro il termine prefisso — perchè aveva sentito dire che era andato più lontano del previsto e nessun avviso gli era giunto del suo ritorno —, spinto anche dalle voci di coloro che dicevano che la sua pazienza li metteva in una specie d’assedio volontario, dal momento che non era più lecito uscire dal campo, manda fuori a far frumento nelle prossime campagne — che erano separate dal campo solo da un colle — cinque coorti, non imaginando mai che vi potesse essere qualcosa da temere dal momento che il nemico, disperso e quasi distrutto, aveva dinanzi a sè nove legioni e numerosissima cavalleria.
Le legioni avevano anche lasciato molti malati e quelli che in quei giorni erano guariti — circa trecento — sono aggregati alle coorti che escono. Cicerone dà anche il permesso di sortire — con un largo stuolo di quadrupedi — ad una gran folla di disarmati rimasti al campo.
XXXVII. - Il caso volle che — proprio in quell’istante — arrivassero i cavalieri germanici. Improvvisamente, con la stessa foga con cui arrivavano, i Germani tentano d’irrompere nel campo dalla porta decumana. E non li si potè vedere prima che fossero già al campo medesimo, perchè la boscaglia nascondeva la vista da quella parte; tanto che i mercanti che avevano le loro baracche presso al vallo non fecero in tempo a porsi in salvo. I nostri sono talmente sbigottiti dalla sorpresa che la coorte di guardia regge appena al primo urto. A grande stento si barricano le porte; gli altri trovano schermo soltanto nella natura dei luoghi e nelle fortificazioni. Tutto il campo è sossopra: l’uno chiede all’altro la causa del tumulto e nessuno pensa di dire dove si debbano portare le insegne e da che parte si debba andare. Questi va dicendo che il campo è già preso, quell’altro che i barbari arrivano vincitori dopo aver distrutto il nostro esercito ed ucciso il duce supremo, i più rievocano suggestioni superstiziose e ricordano l’eccidio di Cotta e di Titurio avvenuto in quei medesimi luoghi[39].
Tutti sconvolti ormai i nostri per queste voci, i barbari si confermano più che mai nell’idea che non ci sia dentro al campo alcun presidio — come hanno già sentito dire dal prigioniero — e si sforzano d’irrompervi. Si eccitano a vicenda a non lasciarsi sfuggire dalle mani una così fortunata occasione.
L’eroico Bàculo.
XXXVIII. - Era stato lasciato infermo al campo P. Sestio Bàculo, che era stato primipilo di Cesare e che è stato già ricordato nelle precedenti battaglie[40]. Da cinque giorni non toccava più cibo. Egli, disperando ormai della propria vita e di quella di tutti, ciò nondimeno esce inerme dalla tenda, vede che i nemici incalzano e che l’attimo è decisivo: afferra le armi dei più vicini e si pianta sulla porta. Lo seguono i centurioni della coorte che è di guardia e, tutti insieme, sostengono per un poco la zuffa. Gravemente ferito, Sestio sviene ed a fatica vien tratto in salvo passandoselo dall’uno all’altro sulle braccia. Guadagnato così un poco di tempo gli altri si rinfrancano: riescono a prendere posizione sull’alto del vallo e ad opporre qualche principio di resistenza.
I disarmati ed i legionari alla prova.
XXXIX. - Intanto, finito di far frumento, i nostri odono il grande frastuono. I cavalieri si lanciano innanzi e vedono quanto sia grave la situazione: ancorchè coscritti[41] e privi d’ogni istruzione militare, i soldati voltano la faccia a guardare i tribuni ed i centurioni in attesa di ordini. Nessuno è così forte da non sentirsi scosso in tali frangenti. I barbari intanto viste da lontano le insegne desistono dall’attacco, perchè credono da principio che sieno ritornate quelle legioni che il prigioniero aveva date per allontanate; poi, scorgendo l’esiguità della schiera, l’incalzano da ogni parte.
XL. - I disarmati corrono ad un vicino poggio[42]: rapidamente cacciati di là si gittano tra le insegne ed i manipoli ed accrescono così lo scompiglio dei pavidi soldati. C’è chi pensa che — formato il cuneo[43] — si debba celermente spezzare la massa nemica dal momento che il campo è così vicino, ed anche se una parte, circondata, debba cadere, gli altri si possano salvare; c’è chi pensa invece che si debba restare sull’altura e correre tutti la medesima sorte. Questo non approvano i vecchi soldati che formavano il distaccamento di scorta. Cosicchè, eccitatisi a vicenda, sotto la guida di C. Trebonio — cavaliere romano che era stato messo alla loro testa — irrompono tutti nel folto dei nemici ed arrivano incolumi tutti, fino all’ultimo, al campo. I disarmati ed i cavalieri che tenevano dietro sono così salvati da quest’audacia dei legionari.
Coloro invece che si erano soffermati sulla collina — non avendo ancora alcuna esperienza militare — non seppero attenersi al proposito di restare in difensiva sull’alto, e neppure seppero imitare la celerità e l’audacia che avevano visto salvare i commilitoni. Così, nel tentare di raggiungere il campo, si esposero al nemico su terreno sfavorevole. I loro centurioni, — alcuni dei quali dai bassi gradi delle altre legioni erano saliti, a forza di valore, agli alti gradi tra i soldati in cui si trovavano — per far onore al loro nome caddero fortissimamente combattendo. Ed una parte dei militi, avendo l’eroismo dei centurioni scosso un poco il nemico, riuscì — quando oramai pareva svanita ogni speranza — a raggiungere incolume il campo; l’altra parte perì circondata dai barbari.
XLI. - I Germani, nel vedere già i nostri fermi sulle trincee, disperando ormai d’espugnare il campo, si ritirarono al di là del Reno con quella preda che già avevano nascosta nelle selve. Ciò nondimeno, anche dopo la partenza dei nemici, il terrore rimase; sicchè quando C. Voluséno, mandato avanti con la cavalleria, arrivò quella notte al nostro campo, non trovò nessuno che volesse credergli mentre egli diceva che Cesare stava arrivando con l’esercito perfettamente intatto. La paura aveva invaso l’animo di tutti e, come stralunati, andavano ripetendo che — distrutte ormai tutte le altre forze — sola la cavalleria s’era salvata con la fuga e che se l’esercito fosse stato davvero incolume, i Germani non avrebbero osato attaccare il campo. Solo l’arrivo di Cesare riuscì a dileguare questo timore.
Il rimprovero di Cesare - La caccia ad Ambiórige.
XLII. - Ritornato, Cesare, che non ignorava gli eventi della guerra, solo di questo si lagnò, che cioè le coorti destinate alla guardia ed al presidio fossero state fatte uscire dal campo, perchè non si doveva lasciare nulla alla mercè del caso[44]. D’altra parte, egli trovava che il destino aveva potuto molto sull’arrivo dei nemici, e che più ancora aveva potuto allontanandoli quando erano già sul vallo ed alle porte. Soprattutto pareva straordinario che i Germani — dopo aver attraversato il Reno con l’idea di saccheggiare le terre d’Ambiórige — spingendosi fino al campo romano avessero reso ad Ambiórige il più segnalato servigio.
XLIII. - Cesare, ripigliando la sua campagna punitiva, raccolto dalle popolazioni vicine un grande numero di cavalieri, li sguinzaglia da ogni lato. Tutti i villaggi e tutte le case che s’incontrano sono incendiate ed ovunque si fa bottino. I cereali non solo erano consumati da così grandi quantità di quadrupedi e di uomini, ma erano anche abbattuti dalla stagione delle piogge, tanto che anche se una parte dei nemici per il momento fosse riuscita a nascondersi, una volta partito Cesare con l’esercito, sarebbe forse ugualmente perita di stenti. E spesso, con tanta cavalleria disseminata da ogni parte, s’arrivava a questo, che i prigionieri assicuravano d’aver visto pur allora Ambiórige in fuga e che non doveva essere lontano, ma ancora là sotto gli occhi. Ed allora, riaccesasi la speranza di poterlo acciuffare, sobbarcandosi ad infinite fatiche con l’idea d’acquistarsi la gratitudine di Cesare, tutti facevano sforzi di volontà incredibili e, sempre, all’ultimo momento, per un nonnulla, falliva il colpo.
Ambiórige nascondendosi in antri e boscaglie riusciva sempre a sfuggire, e, celandosi nella notte, raggiungeva sempre nuove terre e nuovi paesi non avendo altra scorta che quattro cavalieri ai quali soli osava affidare la vita.
XLIV. - Devastate così quelle regioni, Cesare ricondusse l’esercito — diminuito di due coorti[45] — a Durocortoro dei Remi[46]. Radunata in quel luogo l’assemblea della Gallia, aprì un’inchiesta sulla congiura dei Sénoni e dei Carnuti e fece giustiziare, secondo l’antico costume romano[47], Accone che, quale promotore della congiura, era già stato condannato a morte.
Alcuni per evitare il giudizio fuggirono. Avendo lanciato contro di loro l’interdetto dall’acqua e dal fuoco[48], Cesare collocò nei quartieri invernali le sue legioni: due presso i confini dei Tréviri, due nel territorio dei Lingoni e le sei rimanenti ad Agedinco[49], nel territorio dei Sénoni. Fatta la provvista di frumento per l’esercito partì, come era sua abitudine, per l’Italia a presiedere le assemblee.
Note
- ↑ Facoltà concosse a Pompeo e Crasso consoli, nel 55 a. C.
- ↑ Cioè la 1ª (di Cisalpini) e la 14ª che surrogavano le distrutte ad Aduatuca e la 15ª: trenta coorti in totale, forza veramente cospicua per effettivi e per qualità di truppe.
- ↑ Con le trenta coorti nuove si raddoppiava infatti il numero di quelle perdute da Sabino (15): Cesare veniva così ad avere al suo comando dieci legioni ed a dimostrare magnificamente «quid populi romani disciplina atque opes possent».
- ↑ Al quartier generale di Amiens; cioè le legioni di Fabio, di Crasso, di Cicerone e di Trebonio. Era forse il principio di marzo.
- ↑ Probabilmente ancora ad Amiens.
- ↑ Il progetto di Cesare è di un avviluppamento delle forze d’Ambiórige e dei Tréviri per linee esterne ed a vasto raggio, per poi eseguire nell’interno della zona avversaria una metodica battuta. Disponeva per ciò di un esercito veramente formidabile, e cioè di dieci legioni, oltre a dodici coorti non inquadrate in unità superiori.
- ↑ Forse sotto Mouzon (Jullian, op. cit., III, p. 398). Vedasi nota precedente (lib. V, cap. LVII).
- ↑ Probabilmente sulla Semoy presso Izel (Jullian, op. cit., III, p. 398 note 4-5).
- ↑ In questa maniera, per la prima volta, un esercito legionario romano penetrava in Val di Mosella e la percorreva minacciando la Germania (aprile 53 a. C.). La manovra per linee esterne a vasto raggio — dai Menapii ai Tréviri — si avviava al suo grandioso epilogo.
- ↑ Nel territorio di Bonn, a monte del luogo prescelto per il passaggio due anni prima, ammessa però l’ipotesi che i Romani abbiano varcato allora il Reno sotto Colonia (Napoleone III, op. cit., p. 260; Rice Holmes, op. cit., p. 697; Jullian, op. cit., III, p. 400).
- ↑ I Cherusei abitavano il territorio tra Elba, Weser ed Hartz. Gli Svevi comprendevano una larga collettività di popoli germanici, ma — specificatamente per Cesare — dovrebbe qui trattarsi delle genti della riva settentrionale del Meno. In tal caso la «silva Bacensis» potrebbe essere l’Harz, la selva di Turingia o la zona boscosa dell’Assia; mentre la selva Ercinia (Hercynia silva) potrebbe abbracciare la Foresta Nera, l’Odenwald, ed il territorio tra alto Danubio e Meno (Napoleone III, op. cit., vol. II, p. 75 sgg.).
- ↑ Sulle fazioni galliche si veda Napoleone III, op. cit., II, p. 41; Jullian, op. cit., III, p. 137 sgg.
- ↑ I «principes» o ottimati sono detti da Cesare «equites». Le loro assemblee dovevano costituire in prevalenza il «concilium totius Galliae». Sui Druidi si veda: Desjardins, op. cit., II, p. 514 sgg.; Jullian, op. cit., II, p. 84 sgg. e la nota bibliografica relativa.
- ↑ Il druidismo proviene dalla Britannia e quivi pure, come in Irlanda, si è ritirato al tempo delle persecuzioni. Costituiva una potente setta con salda organizzazione gerarchica di ordini (bages, file, bardi), obbedienti ad un pontefice (ollam) da essi medesimi eletto (E. Desjardins, op. cit., II, pp. 514, 518 nota 2, 520 sgg.). Per le correlazioni etimologiche, culturali e sociali del druidismo si veda: Jullian, op. cit., II, cap. IV.
- ↑ Cavalieri e sacerdoti costituivano la classe privilegiata dei maggiorenti cui si accedeva soltanto, rispettivamente, o per nascita o per iniziazione. Le funzioni dei cavalieri erano politico-militari, quelle dei druidi religiose e giudiziarie. I cavalieri esplicavano la loro azione per via di clienti e seguaci (ambacti).
- ↑ Vestigia di questi riti da Moloch gallici si sono tramandate assai tenaci nei tempi, fino sotto Luigi XIV (per es. la fiammata del gigante di vimini di Via degli Orsi, a Parigi).
- ↑ Nomi espressi nella corrispondente terminologia latina. Mercurio è forse Teutates, Apollo è Belenos, Marte è Esus, Giove è Taranis. Il nome gallico di Minerva è controverso (Desjardins, op. cit., II, 505).
- ↑ Dis Pater cioè il Dio della morte gallico che impersona la fatale contraddizione tra la vita che si tronca e la vita che si rinnova in sempiterno.
- ↑ In uxores: non si deve però con questo intendere che i Galli praticassero la poligamia.
- ↑ Si legge in Tacito (Germania, IX, 1) che essi adoravano anche Mercurio, Ercole e Marte. Per i riferimenti precedenti circa gli usi e costumi dei Germani, si veda lib. IV, cap. I sgg.
- ↑ I Volchi Tectósagi di Gallia si estendevano tra Pirenei e Cevenne. Propaggini di quella stirpe si sono spinte anche in Galazia.
- ↑ Gli Anarti sono popolazioni della valle del Tibisco.
- ↑ È il bos primigenius, — il bisons jubatus di Plinio — scomparso fino dal secolo XVII.
- ↑ Si ricordi che Cesare aveva seco un esercito di dieci legioni, oltre agli ausiliarî, più dodici coorti non inquadrate; massa di truppe quindi non facile a vettovagliarsi con un grande fiume alle spalle, in contrade insidiose e deserte. Il soggiorno oltre il Reno deve essersi prolungato per circa un mese.
- ↑ Forse le dodici coorti non inquadrate per migliore disponibilità organica e tattica.
- ↑ Redis. Celticamente la reda era una vettura da trasporto a quattro ruote trainata da due cavalli. Il vocabolo è stato altre volte adoperato da Cesare parlando dei Germani (lib. I, cap. 52).
- ↑ Il rifugio di Ambiórige deve essersi trovato sulla strada da Bonn a Tongres forse nelle vicinanze di quest’ultima località. La sua evasione non rallenta la manovra di Cesare, il cui cerchio d’inviluppo si restringe ora dalla parte degli Eburoni.
- ↑ La taxus baccata di Plinio che aveva grandi qualità tossiche. Se ne mesceva a dosi nel vino per avvelenarlo.
- ↑ I Segni corrispondono forse all’alta valle dell’Ourthe, i Condrusi al territorio di Condroz (a mezzodì della Mosa, da Namur a Liegi).
- ↑ Tongres, già teatro della disfatta di Sabino, diventato così residenza del quartier generale di Cesare durante le operazioni contro Ambiórige.
- ↑ La nuova quattordicesima legione che surrogava la vecchia distrutta (vedasi lib. VI, cap. I).
- ↑ Tra Sambra ed alta Mosa.
- ↑ Nelle contrade dell’Escaut.
- ↑ L’ordinamento legionario alla fine della repubblica era su dieci coorti (cohortes), le coorti su tre manipoli (manipuli) ed i manipoli su due centurie (centuriae, ordines): la coorte era l’unità tattica legionaria, il manipolo l’unità organica ed amministrativa. Il mezzo manipolo nella nomenclatura militare cesariana è pure chiamato normalmente «ordo», corrispondente a colonna, o schiera, in senso generico.
- ↑ Cioè di aver massacrato i soldati di Roma.
- ↑ Le popolazioni accorse all’appello erano principalmente i Menapii, Tréviri, Nervii, Aduatuci e Remi, cioè le «finitimae civitates»; la massa di manovra operante contro gli Eburoni era quindi di nove legioni oltre gli ausiliari.
- ↑ Forse presso Colonia o verso la confluenza della Wipper nel Reno. I duemila cavalieri dei Sicambri si devono intendere rinforzati, probabilmente, da altrettanti veliti.
- ↑ I Sicambri potevano allora trovarsi nei dintorni di Maestricht, a qualche ora di marcia da Tongres, cioè da Aduatuca, sede del quartier generale romano.
- ↑ Per i riferimenti si veda lib. V, cap. XXVII e sgg.
- ↑ Cap. II, 5 e 25.
- ↑ Erano da soli cinque mesi alle armi.
- ↑ Dove, probabilmente, sorge oggi il villaggio di Berg presso Tongres (Napoleone III, op. cit., II, p. 237) lungo la rotabile di Maestricht.
- ↑ Per Vegezio, la forma a «cuneo» è così definita: «Una moltitudine di fanti unita all’ordinanza che procede, prima stretta eppoi larga, e rompe le schiere del nemico perchè da molti in un medesimo punto vengono gittati i lanciotti» (lib. III, cap. 19) (traduz. di Bono Giamboni, Firenze, G. Marenigh edit., 1815, p. 125).
- ↑ Lagnandosi del contegno di Quinto Cicerone, Cesare così scriveva al fratello, l’oratore: «Egli non si è condotto in campo come sarebbe stato dovere di un generale prudente e scrupoloso» (neque pro cauto ac diligente se castris continuit (Charisius, ediz. Keil, I, p. 126).
- ↑ Quelle cioè perdute ad Aduatuca.
- ↑ Reims (Durocorturum o Durocorterom), nuova sede del quartier generale di Cesare, in luogo di Amiens e Tongres (autunno del 53 a. C.). Passerà poi a Sens.
- ↑ Il condannato legavasi ad un palo, era battuto con le verghe e poi decapitato.
- ↑ Vale per esilio.
- ↑ Sens.
- Testi in cui è citato Francesco Baldelli
- Testi in cui è citato Andrea Palladio
- Testi in cui è citato Camille Jullian
- Testi in cui è citato Publio Cornelio Tacito
- Testi in cui è citato il testo La Germania
- Testi in cui è citato Gaio Plinio Secondo
- Testi in cui è citato Publio Vegezio Renato
- Testi in cui è citato Bono Giamboni
- Testi in cui è citato Marco Tullio Cicerone
- Testi SAL 75%