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La guerra gallica/Libro terzo

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Libro secondo Libro quarto
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LIBRO TERZO.


Per la libertà dei valichi alpini.

I. - Partendo Cesare per l’Italia, mandò Servio Galba con la legione dodicesima e parte della cavalleria contro i Nantuati, i Véragri ed i Séduni[1], i cui paesi si estendono dai confini degli Allobrogi, dal lago Lemanno e dal fiume Rodano, fino alle più eccelse Alpi. Motivo di questa spedizione fu che Cesare voleva che il passaggio delle Alpi — che i mercanti non potevano compiere senza grave pericolo e senza onerose dogane[2] — fosse libero. Permise adunque a Galba, se lo avesse ritenuto necessario, di far svernare la legione tra quei monti.

Galba, dopo qualche scontro favorevole e dopo aver espugnato moltissimi di quei castelli — giungendogli da ogni parte ambasciatori e rimettendogli ostaggi —, fatta la pace, stabilì di alloggiare fra i Nantuati due coorti e di svernare con le rimanenti in un villaggio dei Véragri che si chiama Ottoduro[3]. Questo villaggio è in una valle presso ad una breve radura ed è tutt’attorno circondato da alte montagne. Essendo il villaggio diviso in due parti dal fiume, lasciò una parte ai Galli perchè vi svernassero e, fatta loro sgombrare l’altra, l’assegnò alle coorti e fortificò il luogo con fossi e con palizzate. [p. 59 modifica]


Galba accerchiato. — La guerra di montagna.

II. - Essendo trascorsi molti giorni della stagione invernale ed avendo dato ordine che si portasse là il frumento, Galba è improvvisamente avvertito dagli esploratori che, da quella parte del villaggio ch’egli aveva lasciata ai Galli, tutti erano partiti nottetempo, e che i monti prossimi erano occupati da una grande turba di Séduni e di Véragri. Perchè i Galli si fossero indotti a rinnovare così d’improvviso la guerra ed a tentare di sopraffare la legione, parecchi erano i motivi. Prima di tutto perchè consideravano ormai una cosa trascurabile la legione — data la scarsità dell’effettivo già decurtato di due coorti e dall’invio di molta gente alla spicciolata per i rifornimenti —; poi anche perchè, data la svantaggiosa posizione nostra, s’imaginavano che, piombando essi dai monti sulla valle e lanciando freccie, i nostri non avrebbero potuto reggere neppure al primo urto. Essi si dolevano infine che i loro figli fossero stati tolti loro come ostaggi, e si erano ormai persuasi che i Romani, non solo per la protezione dei valichi, ma addirittura per un perpetuo possesso tentassero di occupare tutte le dorsali alpine per annetterle poi alla loro Provincia.


III. - Avvisato di ciò, Galba, non essendo ancora compiuti i preparativi per lo sverno ed i lavori di fortificazione, nè essendo ancora sufficiente la provvista del frumento e degli altri viveri — perchè ormai, avvenuta la resa e ricevuti gli ostaggi, non pensava più ad eventualità di guerra —, convocato rapidamente il suo consiglio cominciò a domandare pareri[4]. Nel consiglio, avendo la repentinità dell’evento sorpreso tutti e vedendosi già tutte le alture gremite di armati, nè essendovi speranza di alcun rinforzo che sopraggiungesse, nè di viveri che potessero arrivare attraverso agli sbarrati sentieri, si sentivano già ventilare propositi disperati di questa fatta: «abbandonare i bagagli, fare una sortita, e, per quella strada per cui s’era venuti, mettersi in salvo».

Tuttavia piacque alla maggior parte — lasciato questo partito per i casi estremi — di attendere intanto quale piega pigliassero le cose e difendere il campo. [p. 60 modifica]


IV. - Passato breve tempo — cioè quel tanto appena che bastava per provvedere alle prime esigenze — i nemici, ad un segnale, da tutte le parti piombano giù, lanciando contro lo steccato pietre e giavellotti pesanti[5]. I nostri respingono dapprima l’urto animosamente e, lanciata dalla loro posizione vantaggiosa, non v’ha freccia che non colga il segno. In qualunque parte del campo la pressione del nemico accenni a farsi troppo forte, tutti accorrono ai ripari e portano aiuto. Ma quello che li mette in condizione d’inferiorità si è che i nemici, quando sono stanchi dall’ininterrotto combattere, possono ritirarsi e farsi sostituire da forze fresche; mentre i nostri non possono far nulla di simile, causa l’esiguità del numero. E non solo a chi sia stanco non è lecito allontanarsi dalle linee, ma neppure a chi sia ferito è permesso di lasciare il luogo di combattimento per medicarsi.


Una coraggiosa sortita.

V. - La battaglia durava già ininterrotta da più di sei ore. I nostri mancavano non solo di forze ma anche di freccie, sicchè i nemici incalzavano i nostri tanto più forte quanto questi più illanguidivano, e cominciavano già a spezzare la palizzata ed a colmare il fosso[6].

Si era insomma già all’estremo, quando Publio Sesto Báculo — centurione primipilo che già vedemmo colpito da molte ferite nella battaglia con i Nervii[7] — e con lui Caio Voluséno, tribuno militare, uomo di grande sagacia e di grande coraggio, accorrono a Galba e lo avvertono che resta una sola speranza di salvezza: fare il supremo tentativo con una sortita. Convocati subito i centurioni, Galba avverte rapidamente i soldati di interrompere per qualche istante la battaglia — quel tanto [p. 61 modifica]cioè che basti a raccogliere le freccie ed a ristorarsi un poco — e, ad un cenno, d’irrompere tutti e riporre nel coraggio ogni speranza di salvezza.


L’epilogo della lotta nelle Alpi Pennine.

VI. - I soldati eseguiscono l’ordine: lanciandosi fuori d’improvviso da tutte le porte, non lasciano all’avversario il tempo di capire che cosa accada, nè il tempo di riaversi dalla sorpresa. Mutata così la fortuna, dopo averli circondati, fanno strage dei nemici che erano venuti con la speranza di impadronirsi del campo. Di più di trentamila uomini — quanti cioè risultavano essere i barbari discesi contro i nostri —, più d’un terzo fu ucciso ed il resto, atterrito, s’abbandonò a precipitosa fuga, non permettendosi ai fuggiaschi di restare neppure sulle alture. Così, disperse tutte le forze del nemico e costrettolo a gittare le armi, i nostri ritornarono al loro campo e dentro ai loro fortilizî.

Finita la battaglia, Galba non volendo più tentare la sorte e riflettendo che egli era venuto colà con altri scopi a svernare, e vedendo che era urgente provvedere ad altre cose — data soprattutto la mancanza di frumento e di viveri — il giorno dopo, bruciate tutte le case del villaggio, s’affretta a ritornare in Provincia e, senza incontrare nemici che gli sbarrino o ritardino il cammino, conduce la legione incolume fra i Nantuati e di là tra gli Allobrogi, dove sverna.


La rivolta dei Veneti.

VII. - Dopo queste operazioni, Cesare, considerando ormai la Gallia completamente pacificata, una volta sopraffatti i Belgi, espulsi i Germani e vinti sulle Alpi i Séduni, ad inverno già cominciato, parte per l’Illirico[8], desiderando visitare anche quei popoli e conoscere quelle regioni. Quand’ecco, un’improvvisa guerra insorgere nella Gallia. Questa ne era la causa: il giovane Publio Crasso con la settima legione aveva svernato tra gli Andi[9] presso l’Oceano, ed essendovi in quei luoghi scarsezza di frumento aveva mandato molti prefetti[10] e tribuni militari tra i popoli vicini ad incettarne. Fra gli inviati erano [p. 62 modifica]Tito Terrasidio, mandato fra gli Esúvii[11], Marco Trebio Gallo tra i Coriosoliti[12], Quinto Velanio e Tito Sillio tra i Veneti.


VIII. - Era la supremazia dei Veneti prevalente su tutti quelli che abitano quelle contrade costiere[13], perchè i Veneti hanno moltissime navi con cui sono soliti recarsi in Britannia, e superano tutte quelle popolazioni rivierasche per conoscenza e pratica di navigazione. Nel grande ed aperto impeto del mare, pure avendo soltanto qualche porto qua e là in loro dominio, i Veneti hanno nondimeno resi tributari quasi tutti coloro che navigano da quelle parti.

Essi cominciarono con l’arrestare Sillio e Velanio, nella speranza di poter riscattare così gli ostaggi dati a Crasso. Trascinati dalla autorità dei Veneti, i confinanti — come suole accadere tra i Galli sempre tanto impulsivi nelle loro decisioni — allo stesso scopo arrestano Trebio e Terrasidio, e, mandati rapidamente ambasciatori, per mezzo dei loro capi fanno una lega impegnandosi a vicenda a non far nulla se non di comune accordo e ad affrontare insieme la sorte. Sollecitano pure gli altri popoli a voler difendere quella libertà che avevano ricevuta dai padri loro ed a preferirla alla servitù dei Romani. Persuase così celeremente tutte le genti della costa, mandano un’ambasceria collettiva a Publio Crasso, avvertendolo che, se vuole riavere i suoi, deve rendere gli ostaggi.


I preparativi navali di Cesare — La guerra contro le genti costiere dell’Oceano.

IX. - Informato di ciò Cesare da Crasso — poichè egli era lontano[14] ordina intanto che si costruiscano navi sottili (lunghe) nella Loira[15], che sbocca nell’Oceano, e che nella Provincia si [p. 63 modifica]addestrino rematori e si istruiscano marinai e nocchieri. Provvedutosi rapidamente a tali esigenze, Cesare, non appena la stagione glielo permette, raggiunge l’esercito. I Veneti e tutte le altre popolazioni, saputo l’arrivo di Cesare, comprendendo di quale colpa si fossero macchiati nel trattenere e nel gittare in carcere gli ambasciatori — il cui nome era stato sempre sacro ed inviolato per tutte le nazioni — deliberano di preparare una guerra proporzionata alla grandezza del rischio e di provvedere innanzi tutto alle necessità della flotta. Confidavano i nemici nella natura del paese, perchè tutti sapevano che le strade per terra erano tagliate dagli estuarî, e che la navigazione era impedita ai Romani dalla novità dei luoghi e dalla scarsità dei porti. Nè credevano d’altra parte che i nostri eserciti — data la carestia di frumento — potessero restare a lungo in quel paese; ed anche se tutto fosse andato contro le previsioni, rimaneva pur sempre inoppugnabile la loro superiorità navale, poichè i Romani nè avevano alcun mezzo di procurarsi navi, nè conoscevano i luoghi dove avrebbero dovuto fare la guerra, nè i bassifondi, nè i porti, nè le isole. Altra cosa era infatti navigare in mare chiuso, altra nello sconfinato ed apertissimo Oceano.

Prese queste risoluzioni, fortificano le città, vi ammassano le biade ed adunano il maggior numero di navi possibile nella Venezia[16] dove si pensava che Cesare avrebbe dapprima portata la guerra. Si fanno alleati gli Osismi, i Lexovii, i Namnéti, gli Ambiliati, i Morini, i Diablinti, i Ménapii[17] e fanno venire aiuti dalla Britannia che sta rimpetto a quelle regioni.


X. - Abbiamo accennato più sopra alle difficoltà di quella guerra, ma Cesare vi era spinto da molte ragioni: l’offesa fatta sequestrando i cavalieri romani, la ribellione dopo la resa, la defezione dopo la consegna degli ostaggi, la congiura di tanti popoli ed il timore soprattutto che, tollerando, gli altri popoli si credessero autorizzati a fare altrettanto. Ben comprendendo [p. 64 modifica]adunque come quasi tutti i Galli aspirassero a novità e fossero eccitati vivamente e rapidamente alla guerra, e come gli uomini per natura loro agognassero la libertà ed odiassero il servaggio, prima che altri popoli si fossero uniti alla rivolta, Cesare stabilì di partire e di dislocare più largamente le legioni.


Il nuovo piano e riparto delle forze in Gallia.

XI. - Manda adunque il legato Tito Labieno con la cavalleria contro i Tréviri che sono prossimi al fiume Reno: gli dà ordine d’avvicinare i Remi e gli altri Belgi e di tenere al dovere i Germani — che si dicevano chiamati in aiuto dai Belgi — e, se tentassero di passare di viva forza il fiume con navi, d’impedirlo. Comanda poi che Publio Crasso, con dodici coorti legionarie ed un grosso contingente di cavalleria, parta per l’Aquitania, perchè da quei paesi non sieno inviate forze ausiliarie per la Gallia e non si uniscano contro di noi troppe popolazioni. Manda il legato Titurio Sabino con tre legioni contro gli Unelli, i Coriosoliti, i Lexovii, perchè li mantenga a dovere. Mette il giovine Decimo Bruto[18] a capo della flotta e delle navi galliche che aveva fatto allestire dai Pittoni[19], dai Santoni[20] e dagli altri popoli pacificati e gli ordina di partire al più presto contro i Veneti. Egli stesso marcia verso quel paese con la fanteria (pedestribus copiis).


Le difficoltà della guerra navale.

XII. - In generale, le città venete sorgevano al margine di sottili lingue di terra e di promontori e non erano quindi accessibili ai pedoni quando sopraggiungeva l’alta marea — che s’alterna due volte ogni dodici ore[21] — nè alle navi, perchè, con la bassa marea, quest’ultime restavano in secca. L’assedio di queste città era adunque impossibile tanto per l’una quanto per l’altra ragione. E pure ammesso che, circuiti a forza di lavoro immane, con gettate di scogliere attraverso il mare fino a giungere sotto gli spalti, i Veneti si fossero indotti a disperare della loro sorte; ecco avvicinarsi gran numero di navi — delle quali avevano grande copia —, eccoli mettere in salvo, con sè stessi, tutte le loro robe e traghettarle nelle città vicine per ivi resistere di nuovo con lo stesso favore dei luoghi. E ciò potevano [p. 65 modifica]fare per una gran parte dell’estate tanto più facilmente, quanto più le nostre navi erano trattenute dalle tempeste ed in quanto maggiori erano le difficoltà del navigare nel vasto ed aperto Oceano, tra grandi maree e quasi senza porti.


Tattica e navi dei Veneti.

XIII. - Le loro navi erano così costrutte ed armate. Le carene erano alquanto più piatte che quelle delle nostre navi, per poter superare più facilmente i bassifondi e la bassa marea; le prore erano assai rilevate e lo stesso le poppe, accomodate cioè all’altezza delle onde ed alla violenza delle tempeste. Gli scafi erano fatti di quercia e così robusti da sopportare lo squasso di qualunque urto. Il fasciame era fatto con tavoloni[22] d’un piede di spessore, inchiavardati con caviglie di ferro grosse un pollice; le àncore in luogo di funi erano assicurate da catene di ferro. Invece di vele adoperavano pelli e cuoi flessibili e sottili, sia per mancanza di lino ed ignoranza del suo uso, sia — più verosimilmente — perchè quella gente pensava che le tempeste dell’Oceano così violente e l’impeto così forte dei venti, meglio si potessero sostenere e che le tele fossero poco adatte a sospingere legni di cosiffatta mole. Incontrandosi quelle navi con la nostra flotta, accadeva che quest’ultima aveva il solo vantaggio della rapidità e dell’impulso dei remi, mentre tutte le altre circostanze di luogo e di tempo erano assai più propizie ed adatte ai nemici che a noi. Infatti le nostre navi non potevano affatto nuocere loro col rostro, tanta era la robustezza di quelle avversarie; nè, data l’altezza, era facile scagliare frecce. Per la stessa ragione non era agevole rattenere le navi nemiche con gli arpioni. Si aggiunge che — quando il vento cominciava ad imperversare ed esse si abbandonavano al vento — era loro assai più facile superare la tempesta e fermarsi al sicuro, nei bassifondi, non avendo nulla da temere dagli scogli durante la bassa marea; eventualità per contro tutte egualmente pericolose per le nostre navi.


XIV. - Espugnate molte fortezze, Cesare, quando s’avvide che tanta fatica era tutta sciupata nè era possibile, prendendo città, [p. 66 modifica]impedire la fuga del nemico, nè fargli alcun danno, pensò che fosse meglio aspettare la flotta[23]. Quando essa arrivò e non appena fu dai nemici avvistata, circa duecentoventi loro navi, prontissime e fornite d’ogni specie d’armi, salpate dal porto, si disposero in battaglia di fronte alle nostre[24]. Pur tuttavia non era ancora chiaro a Bruto — che comandava la flotta — nè ai tribuni e centurioni, comandanti delle singole navi, quello che si dovesse fare e quale tattica convenisse adottare.

Essi sapevano bene ormai che il rostro a nulla serviva e che, alzate le torri, le poppe delle navi barbare soverchiavano ancora e che, da un luogo più basso, non era semplice lanciare frecce; mentre quelle lanciate dai Galli colpivano invece più dritte il segno. Senonchè un ordigno, di grande utilità, era stato apparecchiato dai nostri; cioè falci assai taglienti assicurate a pertiche di foggia non diversa da quella delle falci murali[25]. Ghermite e tirate con quelle falci le funi che assicuravano le antenne all’albero maestro — spinte le nostre navi con la maggior forza dei remi —le funi si recidevano. Tagliate le funi, necessariamente le antenne precipitavano; e poichè tutta la forza delle navi galliche si affidava alle vele ad agli attrezzi, con le antenne la nave perdeva subito ogni sua efficienza. Per il rimanente, le sorti della lotta venivano ad essere poste tutte nel valore ed in questo i nostri soldati erano facilmente superiori, tanto più combattendosi in presenza di Cesare e di tutto l’esercito cui nessuna prodezza poteva sfuggire. Tutti i colli infatti e le alture che dominavano il mare erano gremiti di armati.


La vittoria navale dei Romani.

XV. - Abbattute adunque — come abbiamo detto — le antenne ed accerchiata ogni nave nemica da due o tre delle nostre, i soldati s’avventarono con grande ardore all’arrembaggio. Quando i barbari s’accorsero della nostra tattica, avendo già [p. 67 modifica]perdute parecchie navi e non trovando alcun rimedio, s’affrettarono a trovar scampo nella fuga. Ma, volti i legni da quella parte da cui spirava il vento, sopraggiunse d’improvviso una tale bonaccia[26] che le navi galliche non poterono più muoversi. E la cosa giovò immensamente a decidere la battaglia, perchè i nostri — inseguendole ad una ad una — le debellarono; sì che pochissime di tante, sopraggiunta la notte, riuscirono ad accostar terra, essendosi combattuto dalla quarta ora del giorno fino al tramonto[27].


XVI. - Con questa battaglia finì la guerra dei Veneti e di tutte le genti costiere, poichè per quella lotta si erano mobilitati tutti i giovani non solo, ma anche i più anziani di qualche influenza e dignità, e si erano pure radunate in un sol luogo tutte le navi dovunque disponibili. Per cui, una volta perdute queste, gli uomini non avevano più dove rifugiarsi e non avevano più modo di difendere le loro fortezze. Sottomisero adunque sè stessi e tutte le loro cose a Cesare, il quale decise di vendicarsi più duramente affinchè con più cura rispettassero i barbari in avvenire il diritto degli ambasciatori. Fatto quindi uccidere tutto il senato, vendette gli altri all’incanto[28].


La campagna di Sabino in Normandia.

XVII. - Mentre ciò avviene tra i Veneti, Quinto Titurio Sabino, con quelle truppe che aveva ricevuto da Cesare, giunge ai confini degli Unelli[29]. Era loro capo Viridóvice, il quale comandava tutte quelle genti che avevano defezionato e dalle quali aveva tratto l’esercito e grandi ricchezze. Pochi giorni dopo l’arrivo di Sabino, gli Aulerci-Eburovici ed i Lexovii, mas[p. 68 modifica]sacrato il loro senato perchè non voleva che si facesse la guerra, chiusero le porte e passarono a Viridóvice.

Presso di lui era pure convenuta da tutta la Gallia molta gente perduta e predoni d’ogni fatta, che l’esca della preda e l’amor della battaglia avevano distolti dall’agricoltura e dal quotidiano lavoro.

Sabino aveva collocato il campo in un luogo sotto ogni punto di vista assai forte[30], quando Viridóvice si piantò contro di lui, a due miglia di distanza, ed ogni giorno, schierate le truppe, si sforzava di provocarlo a battaglia. Così Sabino principiò ad essere disprezzato dai nemici, a far correre sarcasmi sul suo conto tra i nostri soldati, a contagiare talmente tutti del suo timore, sì che gli avversari osarono avvicinarsi allo steccato. Sabino aveva deciso di agire così perchè, trovandosi fra tanta moltitudine di nemici, e, soprattutto, nell’assenza di colui che aveva il supremo comando, pensava che un legato non dovesse battersi se non su terreno assai favorevole ed in occasione propizia.


XVIII. - Divulgatasi così la persuasione generale del timore di Sabino, questi sceglie un Gallo — forte e scaltro — uno di quelli che erano fra i suoi ausiliari. Con grandi premi e promesse lo convince a passare al nemico e gli spiega quello che dovrà fare. Giunto infatti il Gallo con aria di disertore al nemico, fa presente la paura dei Romani, dimostra in quali imbarazzi lo stesso Cesare sia stato messo dai Veneti e come non vi sia più dubbio ormai che, nella prossima notte, Sabino tragga di nascosto le truppe dal campo e marci in aiuto di Cesare.

Al sentir questo, gridano tutti che non si deve perdere tale magnifica occasione e che si deve attaccare il campo. Molti sintomi confermavano in tale presunzione i Galli: l’incertezza di Sabino nei giorni precedenti, la conferma data dal disertore, la mancanza di vettovaglie — cui i nemici non avevano provveduto con sufficiente cura —, le speranze che essi avevano nella guerra dei Veneti e la facilità con cui gli uomini, in genere, prestano fede a ciò che più desiderano. Spinti da tutto ciò, non lasciano partire dall’assemblea Viridóvice e gli altri duci, prima che essi abbiano dato l’ordine di prendere le armi e di assalire il campo romano. Ottenuta questa concessione, lieti come d’una vittoria riportata, raccolte fascine e ramaglia per colmare i fossi dei Romani, marciano contro gli avversari. [p. 69 modifica]


XIX. - Era il campo in un luogo eminente che si elevava a poco a poco dalla bassura per lo spazio di circa un miglio. I Galli lo percorrono a corsa veloce, per dare meno tempo possibile ai Romani di radunarsi e di armarsi, ed arrivano sfiniti. Sabino, arringati i suoi, dà il segnale agognato. Mentre i nemici sono ancora impacciati dal carico portato seco, Sabino comanda che si contrattacchi all’improvviso da due porte[31]. Per il vantaggio del terreno, per l’imperizia e la stanchezza dei nemici, per il valore dei soldati e per l’esperienza acquistata nelle precedenti battaglie, accadde che neppure uno dei barbari attendesse l’urto dei nostri e, immediatamente, tutti volgessero in fuga. Inoltre, essendo essi impacciati dal carico ed inseguendoli i nostri con grande ardore, ne fu fatta strage, sicchè i cavalieri incalzandone i resti ben pochi dei fuggitivi scamparono.

Così, ad un tempo[32], Sabino ebbe la notizia della vittoria navale e Cesare della vittoria di Sabino; e tutte le popolazioni si arresero subito a Titurio poichè l’animo dei Galli — come è fervido e pronto a prorompere alla guerra — così è poco resistente e volubile non appena principiano i rovesci.


La campagna di Crasso in Aquitania.

XX. - Quasi allo stesso tempo, Publio Crasso, arrivato nell’Aquitania che — come dicemmo — per la vastità delle terre e per il numero degli abitanti si può considerare come una terza parte della Gallia, sapendo di dover far guerra in quelle medesime contrade in cui — pochi anni prima — il legato Lucio Valerio Preconino in una disfatta era stato ucciso[33], e da cui il proconsole Lucio Manlio, perduti tutti i bagagli, aveva dovuto fuggire, comprendeva di dover agire con somma circospezione.

Provvisto adunque al frumento, messi in ordine la cavalleria e gli ausiliari e fatti venire molti soldati esperti, nominativamente designati[34], da Tolosa e da Narbona — città della Pro[p. 70 modifica]vincia gallica vicine a quelle regioni — oltrepassò con l’esercito i confini dei Sotiati[35]. Questi, saputo del suo arrivo, raccolte molte truppe e la cavalleria di cui erano particolarmente forti, attaccarono la nostra colonna in marcia, cimentandosi dapprima in una battaglia equestre; poi, essendo stata la loro cavalleria respinta ed inseguendola la nostra, d’improvviso, scoprirono le fanterie che avevano collocate in agguato in una stretta. Queste, attaccando i nostri disordinati, rinnovarono di sorpresa la battaglia.


XXI. - Si combattè a lungo ed aspramente perchè i Sotiati, forti delle precedenti vittorie, consideravano riposte in essi tutte le speranze dell’Aquitania; ed i nostri, dal canto loro, desideravano di far vedere quanto sapessero fare, assente il duce, lontane le altre legioni e condottiero un giovane. Messo fuori combattimento un numero grande di nemici ed altrettanti uccisi, Crasso si accostò alla cittadella dei Sotiati, tentando di averla di soprassalto[36]. Incontrando però tenace resistenza, fece avanzare le vinee e le torri. I nemici, dopo aver tentato una sortita e dopo aver scavato cunicoli verso la palizzata e le vinee — poichè in questo genere di lavori sotterranei gli Aquitani sono maestri, avendo in molti luoghi della loro regione miniere di rame — persuasisi finalmente che non v’era da attender alcun risultato, data la vigilanza dei nostri, mandano ambasciatori a Crasso dicendo di sottomettersi. Accettata la resa e dato l’ordine di consegnare le armi, l’eseguiscono.


L’episodio della guardia del corpo di Adiatuano.

XXII. - Mentre da questa parte tutti erano coinvolti nella mischia, in un altro lato della città comparve Adiatuano[37] — che aveva il comando supremo — con seicento seguaci, di quelli che i Galli chiamano ‘soldurii’. La condizione dei soldurii [p. 71 modifica]è questa: durante la vita essi godono di tutti gli agi unitamente a coloro alla cui amicizia si sono votati, ma se il patrono patisce qualche violenza, debbono patirla con lui o uccidersi. Ed a memoria d’uomo non s’è visto mai alcun soldurio che, morto il patrono diletto, abbia ricusato di morire. Con questa scorta adunque Adiatuano tenta di evadere: levatosi un grande clamore da quella parte delle nostre linee, i nostri soldati corrono alle armi e la battaglia si riaccende tosto, accanita. Respinto nondimeno in città, Adiatuano ottiene da Crasso di poter essere compreso nei patti di resa.


XXIII. - Ricevute le armi e gli ostaggi, Crasso partì verso le contrade dei Vocati e dei Tarusati[38]. Ma allora i barbari, sconvolti al sentire che una cittadella — forte per natura ed opere — era stata espugnata in pochi giorni dall’arrivo del nemico, cominciarono a mandare ambasciatori da ogni lato, a tramare, a scambiarsi ostaggi, a radunare truppe. Si inviano pure ambasciatori alle popolazioni della Spagna citeriore, confinanti con l’Aquitania, e di là si fanno venire rinforzi ed ufficiali. Il loro arrivo permette di entrare in guerra con un ottimo comando e copiose truppe. Per condottieri sono scelti coloro che hanno già militato con Quinto Sertorio e sono perciò considerati esperti conoscitori dell’arte della guerra. Questi cominciano alla maniera romana a sottomettere le terre, a fortificare il campo, a tagliare i viveri ai nostri.

Quando s’avvede che dalle sue forze — data l’esiguità — non si può pretendere troppo, che il nemico scorrazza per ogni dove e blocca le strade e lascia forti presidî nel campo, sicchè il vettovagliarsi diventa sempre più arduo, e che di giorno in giorno il numero dei nemici cresce, Crasso comprende che più non si deve esitare un minuto per attaccare battaglia. Convocati i suoi a consiglio, al sentire che sono tutti del medesimo avviso, fissa la battaglia per l’indomani.


Crasso combatte contro gli Aquitani.

XXIV. - Al primo albore, tratte tutte le forze dal campo, ordinatele in due schiere[39] e messi tra l’una e l’altra gli ausi[p. 72 modifica]liari, Crasso aspettava quel che decidessero di fare i nemici. Questi per quanto, data la loro massa, la loro antica gloria militare e l’esiguità dei nostri, si sentissero oramai perfettamente sicuri; ciò nondimeno ritennero più prudente — tagliate tutte le strade ai nostri rifornimenti — di avere la vittoria senza colpo ferire. In ogni modo anche se, per mancanza di frumento, i Romani avessero tentato liberarsi, essi credevano che sarebbe stato per loro più vantaggioso assaltarli durante la marcia mentre erano impediti dal carico e demoralizzati, Approvati tali concetti dai duci, mentre i Romani si schieravano a battaglia fuori del campo, essi continuavano a restare sotto le tende. Visto ciò, avendo i nemici — col loro temporeggiare e con l’aver l’aria di temere — eccitato alla battaglia i nostri, e dicendosi ormai da ogni parte che non bisognava più perdere tempo ma lanciarsi contro il campo avversario — arringati i suoi — Crasso, con il plauso di tutti, muove all’attacco.


XXV. - In tali frangenti, alcuni riempivano i fossi, altri, lanciate molte freccie, respingevano i difensori dalle trincee e dalle palizzate. Perfino gli ausiliari — in cui Crasso non aveva grande fiducia per la battaglia — con l’apprestare pietre e frecce, e col portare zolle contro la palizzata dimostravano almeno la buona volontà di combattere. E battendosi anche i nemici con fermezza e senza timore e lanciando non invano dall’alto le frecce, i cavalieri, che avevano fatto il giro del campo nemico, annunziarono a Crasso che la porta decumana non era tanto diligentemente custodita e che di là si sarebbe potuto facilmente entrare.


La vittoria romana in Aquitania.

XXVI. - Crasso, arringati i prefetti della cavalleria perchè eccitino i loro uomini con la promessa di grandi ricompense, spiega il suo piano. Ed essi, come ne hanno avuto l’ordine, fatte uscire le coorti che, rimaste di presidio al campo, sono ancora freschissime, con un largo giro — perchè non siano viste dal campo nemico, mentre tutti gli occhi e gli spiriti sono [p. 73 modifica]intenti alla battaglia — le conducono rapidamente a quel punto indifeso cui si è poc’anzi accennato. Di là, rovesciato ogni intoppo, penetrano nel campo nemico anche prima che qualcuno possa vederli e sapere di che si tratti.

Sentito allora il clamore da quella parte, i nostri con nuova lena — come quando si sente prossima la vittoria — incalzano con maggior impeto i nemici. Circondati da ogni lato e perduta oramai ogni speranza, questi si gittano attraverso le difese e cercano scampo nella fuga. Avendo potuto la cavalleria inseguirli per campi apertissimi[40], di cinquantamila — cioè quanti constava essersi adunati dall’Aquitania e dalle terre dei Cántabri — appena una quarta parte potè, a tarda notte, rifugiarsi al campo.


XXVII. - Avuto notizia di questa battaglia, una parte dell’Aquitania s’arrese a Crasso e gli lasciò ostaggi. Erano tra gli arresi i Tarbelli, i Bigerrioni, i Ptiani, i Vocati, i Tarusati, gli Elusati, i Gati, gli Ausci, i Garunni, i Sibuzati ed i Cocosati. Poche genti lontane, confidando nella stagione — poichè era già sopraggiunto l’inverno — non vollero imitarli[41].


La campagna delle Fiandre.

XXVIII. - Quasi nello stesso tempo, Cesare, benchè fosse ormai trascorsa l’estate, trovando che, pacificata tutta la Gallia, soli i Morini ed i Ménapii rimanevano ancora in armi e non gli avevano mai mandati ambasciatori per la pace, condusse da quelle parti l’esercito, presumendo di poter così presto sbrigare la guerra. Ma quella gente cominciò a combattere in modo ben diverso dagli altri Galli. Al sentire che le principali popolazioni che avevano prese le armi erano state respinte e battute, avendo essi, per rifugiarsi, boschi e paludi, vi ripararono con tutte le loro robe. Arrivato Cesare al margine delle selve, decise di fortificarvi il campo, poichè ancora non s’era visto alcun nemico[42]. Quando, d’improvviso, sbucando fuori da ogni parte [p. 74 modifica]della selva, i barbari si avventarono contro i nostri disseminati qua e là per i lavori di fortificazione. Questi, prese in fretta le armi, respinsero gli avversari e, dopo averne uccisi moltissimi, continuarono l’inseguimento sino al folto della selva perdendo soltanto pochi uomini.


XXIX. - Nei giorni seguenti, Cesare ordinò di tagliare la selva, e perchè non vi fossero più sorprese sul fianco contro i nostri inermi e non vigilanti, dispose gli alberi — a mano a mano che venivano abbattuti — verso il nemico e li assiepò innanzi allo steccato dall’uno e dall’altro lato. Con incredibile celerità, denudato in pochi giorni un grande spazio, i nostri s’impadronivano già del bestiame e degli ultimi bagagli ed entravano già nel più folto della foresta, quando sopraggiunsero tali tempeste che il lavoro dovette essere interrotto perchè, data la persistenza delle piogge, i soldati non avrebbero potuto restare colà più a lungo, neppure sotto le tende[43].

Devastato adunque tutto il campo nemico, bruciati i villaggi e le case, Cesare ricondusse l’esercito a svernare tra gli Aulerci, i Lexovii ed altre popolazioni che avevano di recente impugnate le armi.

Note

  1. Abitatori tutti dell’alta valle del Rodano: i Nantuati presso Saint Maurice, i Véragri presso Martigny, i Séduni presso Sion nel Vallese. Servio Galba aveva il titolo di legato (Jullian, VI, cap. IV, p. 508 sgg.).
  2. Si tratta o del diritto di «portorium» o di dogana (portorium publicum) o, più probabilmente, di imposizione forzata da parte delle bellicose popolazioni del Vallese.
  3. Martigny-Bourg (Forum Claudii) diviso in due dalla Drance. Con questi provvedimenti Cesare voleva assicurarsi militarmente del valico del Gran San Bernardo e delle comunicazioni tra l’Italia, la Gallia settentrionale e la Germania (Jullian, III, pp. 283-285; IV, p. 51 nota; V, p. 83). Per le operazioni militari nel Vallese si veda: Jullian, III, p. 284. Per la bibliografia della campagna alpina nel Vallese, oltre il Rice Holmes (op. cit.), si veda Rothpletz, Die Schlacht bei Martigny. Sono suggestive le analogie tra queste operazioni di guerra cesariane ed il passaggio compiuto da Napoleone I nel 1800.
  4. Normalmente, il consiglio di guerra di legione, presieduto dal comandante, si componeva dei sei tribuni militari e di sei centurioni scelti tra i più distinti per valore o tra i più anziani di grado (primorum ordinum centuriones) (F. Kraner, L’Armée romaine, Paris, C. Klincksieck edit., 1884, p. 99).
  5. La gaesa, vocabolo di origine celtica, o picca-giavellotto di ferro, era in origine arma propria degli alpigiani (alpina gaesa): poi se ne generalizzò l’uso (Properzio, V, 10, 43; Vergilio, Aen., VIII, 662; Silio It., I, 629; Diod., V, 30, 4).
  6. Il vallo indicava propriamente lo steccato — dai valli o pali — mentre il parapetto — o terrapieno — era l’agger. Correntemente, il vallo abbracciava entrambi gli elementi di difesa considerati solidali unitamente ai fossi. Il terrapieno era fatto di terra, fascine, travatura, pietrame, calcinacci, sabbia ecc. L’etimologia del vocabolo agger rivela evidentemente la sua radice terriera (ager).
  7. Libro II, cap. XXV. Il merito di Báculo e di Voluséno, oltrechè dal personale loro impulso, deriva dalla condotta dell’azione contro il fianco ed il tergo dei montanari del Vallese, cioè dal senso della manovra alpina.
  8. Cesare aveva avuto dal senato e dal popolo romano giurisdizione sulle due Gallie e sull’Illirico, molto probabilmente quest’ultima nei limiti dell’Istria e di una parte della Carniola, con Aquileia per metropoli e piazza forte di base.
  9. Regione dell’Anjou.
  10. Praefecti equitum, alarum, sociorum, fabrum etc.
  11. Probabilmente tra gli abitanti della fertile regione di Séez.
  12. Territorio di Saint-Brieuc e prospiciente sulla baja omonima.
  13. Il loro dominio — originario dal Morbihan in Bretagna — si estendeva sull’antico estuario delle bocche della Loira, oggigiorno rinsaldato alla terraferma, come Adria, Spina e Ravenna. La popolazione guerriera e marinara era arbitra della navigazione littoranea e dei transiti con la Britannia. Esercitava un’egemonia militare, navale ed economica con larghe forme federative (F. Corazzini, Storia della marina militare italiana antica, Livorno, Giusti edit., 1882, cap. II: Le guerre di Cesare contro i Veneti ed i Britanni). Per la bibliografia relativa ai Veneti si veda: Jullian, III, p. 290 sgg.
  14. Trovavasi a Ravenna o a Lucca dove, nell’aprile del 56, erano pure convenuti Pompeo e Crasso per la divisione dei poteri (Cic., Ad fam., I, 9, 9. Vedasi pure A. Matscheg, Cesare e il suo tempo, op. cit., vol. II, p. 187).
  15. In flumine Ligere.
  16. Forse si allude al vasto estuario della baja di Quiberon, che fu pure base delle operazioni del generale Hoche — nel giugno del 1795 — contro gli Inglesi. Altri propendono per qualche insenatura o estuario del Morbihan (Porto Navalo, estuario dell’Auray ecc.).
  17. Popoli tra la foce della Loira e quella dell’Escaut citati da Cesare all’infuori di ogni ordine geografico. Gli Osismi appartenevano al contado di Finesterre, i Lexovii al Calvados (Lisieux), i Namnéti alla Loira inferiore (Nantes), gli Ambiliati (Ambibarii?) più a monte di essa, i Morini al Boulonnese, i Diablinti (Aulerci) alla Mayenne, i Ménapii alla zona delle bocche dell’Escaut, della Mosa e del Reno. Per i riferimenti alle popolazioni finitime si veda più sopra: lib. II, cap. IV.
  18. Comandante della flotta cesariana all’assedio di Marsiglia nel 49 a. C., governatore della Gallia transalpina nel 48.
  19. Regione del Poitou nelle contrade di sinistra della Loira.
  20. Territorio di Saintonge presso la Charente.
  21. «Quod bis accidit semper horarum XII spatio».
  22. Sull’interpretazione delle «transtra ex pedalibus in altitudinem trabibus confixa clavis ferreis etc.» si veda: F. Corazzini, Storia della marina militare italiana antica (op. cit., p. 186 nota 1). Tutto il contesto del passo tende a porre in rilievo le sostanziali differenze dell’arte navale mediterranea — nota ai classiarî di Cesare — e la nuova arte dei Veneti (Napoleone III, p. 144; Jullian, III, p. 292 sgg.).
  23. Proveniva dalle foci della Loira: la flotta dei Veneti doveva essere allora o presso lo sbocco dell’Auray (Napoleone III) oppure a Port Navalo (Jullian, III, p. 295).
  24. La battaglia navale deve essere avvenuta, secondo ogni probabilità, nelle acque di Saint-Gildas.
  25. F. Corazzini, Storia della marina militare italiana antica (op. cit., p. 187). Sulle falci murali, vedasi Appendice (Falces praeacutae insertae adfixaeque longuriis, non absimili forma muralium falcium). La tattica dei Romani doveva inspirarsi al concetto di impiegare le loro navi, snelle ed agili, a guisa di catapulte galleggianti contro le massicce fortezze natanti dei Veneti.
  26. Malacia, calma di mare, vocabolo marinaresco di marca ellenica altrimenti conosciuto per albasia - Seneca (Epist. LXVII) ne spiega il significato scrivendo: «In otio inconcusso jacere non est tranquillitas, malacia est: haec vero in mari dicitur, cum stat sine vento ac sine motu».
  27. Cioè dalle ore nove all’incirca infino a sera: si rammenti che la battaglia ebbe luogo alla fine di agosto.
  28. Sub corona perchè gli schiavi da vendere erano contraddistinti da una corona. Il significato del vocabolo odierno di vendere «all’asta» rivela pure la sua origine guerriera ed allude chiaramente al diritto del vincitore.
  29. Probabilmente si debbono comprendere sotto la denominazione generica di Unelli anche i popoli del paese di Avranches, del mezzodì del Cotentin ed anche quelli dei paesi insorti di Normandia, Maine ed Armorica, tutti capeggiati da Viridóvice.
  30. Presso Châtelier, nel territorio di Avranches (Napoleone III), oppure sotto Vire, paese assai ricco, nodo stradale di grande importanza alla frontiera degli Unelli (Jullian, III, p. 302).
  31. Certamente dalla principalis dextra et sinistra.
  32. Fine di agosto.
  33. Si allude forse ad un episodio della guerra contro Sertorio, nella cui orbita si aggira pure la figura di L. Manlio (78-77 a. C.).
  34. Si tratta a questo punto di «evocati» — cioè di legionari richiamati — i quali, offrendo elemento provetto di impiego o di specializzazione, alludono al primo nucleo dei «permanenti» nelle ordinanze militari di Roma (D. Guerrini, Le istituzioni militari romane, Torino, 1905, Scuola di Guerra, p. 29; A. Cinquini, L’esercito romano ai tempi di Cesare, pp. 16-17, Milano, Vallardi, 1906). Gli «evocati» ricevevano un soldo superiore a quello dei legionari ordinari, erano dispensati dai lavori di trincea, dai servizi più gravosi e, nelle marce, potevano talvolta servirsi di un cavallo. Combattevano sia frammisti agli altri legionari, sia in corpi scelti al comando del «praefectus evocatorum» (Cic., Ad Fam., III, 6). Vegezio doveva dire di essi, a suo tempo, che «eorum opera atque virtute exercitui vigens vis crescit» (II, 7). Vedasi pure Kraner, op. cit., p. 99.
  35. Popolazioni del contado di Sos (Sotiates) nel Lot-et-Garonne (Jullian, III, p. 305).
  36. Assai probabilmente si tratta di Sos (Jullian, III, p. 305).
  37. Si hanno monete galliche con le leggende: «Rex Adietuanus» «Sotiota» (A. Blanchet, Traité des monnaies gauloises, I, p. 96). L’episodio di Adiatuano (o Adiatunno) e della sua guardia del corpo di seicento «siloduri», o «vincolati dal voto», rivela la grande potenza delle consorterie politiche e religiose druidiche (Dione, XXXIX, 46, 2).
  38. I Vocati appartenevano al territorio di Bazas, i Tarusati forse a quello di Tartas. Entrambi i nomi alludono, con la loro desinenza, ad origini liguri (ati) o, comunque, confermano le presunzioni circa l’importanza di questa coalizione ibero-aquitana contro le armi di Cesare e di Roma.
  39. Formazione eccezionale (duplex acies) laddove la normale era la triplex acies. Crasso forse voleva con ciò abbracciare più vasta fronte e, nel contempo, assicurarsi del contegno degli ausiliari collocati tra le due schiere. Per estendere ancora di più la fronte di combattimento si ricorreva alla «acies simplex», formazione legionaria completamente lineare (De Bello Afr., XIII). Le necessità del momento consigliavano infatti un combattimento temporeggiante, dovuto alla presenza dei vecchi ufficiali di Sartorio, all’indole circospetta e tenace dei combattenti Aquitani, sensibilmente diversa dall’impulsività gallica.
  40. Si allude forse alla pianura tra Landes e Chalosse, o tra Béarn ed Armagnac, o verso Saint-Sever (Jullian, III, p. 310, nota 2).
  41. Non è agevole identificare con certezza tutte queste genti: gli Ausci corrispondono forse al paese dell’Auch (Augusta Auscorum), i Bigerrioni a quello del Bigorre, gli Elusati all’Eauze, i Tarbelli a Tarbes, i Gati e Ptiani al Tursan, i Garunni, i Sibuzati ed i Cocosati al territorio delle Landes. Dei Vocati e Tarusati è cenno più sopra. Vedasi: Index nominum nell’edizione del Cesare, Venezia, Albrizzi, 1737.
  42. Forse nella zona selvosa di Thourout.
  43. Sub pellibus, perchè le tende legionarie erano fatte di pelli. Le espressioni «sub pellibus esse», oppure «sub pellibus habere milites» valgono quindi essere accampati. Il vocabolo tenda deriva dal tendere le pelli per ripararvisi sotto. Le tende erano per dieci soldati, i quali costituivano un «contubernium». I dieci «contubernales» erano sottoposti alla autorità dei «decani, o «decuriones», o «capita contubernii», corrispondenti ai graduati di truppa. Ogni centurione aveva una tenda per sè e più tende erano assegnate agli ufficiali superiori.