La madre/Capitolo 30

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Capitolo 30

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Appena finita la comunione, un vecchio paesano intonò un canto religioso. I fedeli accompagnavano a mezza voce i versetti, e a voce spiegata ripetevano due volte l’antifona.

Era un canto primitivo e monotono, antico come le prime preghiere degli uomini nelle foreste appena abitate; antico e monotono come il battere delle onde al lido solitario; ma bastò quel mormorio attorno alla sua panca nera, perchè Agnese avesse l’impressione di essere davvero a un tratto, dopo un’affannosa corsa notturna attraverso una foresta primordiale [p. 226 modifica]sbucata in faccia al mare, sulle dune fiorite di gigli selvatici e indorate dall’aurora.

Qualche cosa le risaliva dalla profondità dell’essere; le viscere le si sollevavano fino alla gola: e tutto le si capovolgeva, intorno, come s’ella avesse da tanto camminato alla rovescia, con la testa in giù, e adesso riprendesse la sua posizione naturale.

Era tutto il passato suo e della sua razza, che le ritornava su, e la riprendeva, con quel canto di vecchi e di donne, con la voce della sua balia, dei suoi servi, degli uomini e delle donne che avevano fabbricato e arredato la sua casa e coltivato i suoi orti e tessuto la tela delle sue prime fasce.

Come potava accusarsi davanti a quel popolo che la considerava ancora sua padrona, più pura ancora del prete sull’altare?

Allora anche lei sentì la presenza di Dio intorno e dentro di lei, nella sua stessa passione.

Sapeva bene che il castigo che voleva [p. 227 modifica]infliggere all’uomo col quale aveva peccaco era il castigo suo stesso; ma Dio misericordioso le parlava adesso con la voce grave dei vecchi, delle donne, dei fanciulli innocenti; e la metteva in guardia contro sè stessa, le consigliava di salvarsi.

Tutti i suoi giorni solitari le sfilavano davanti, coi versi cantati dal suo popolo; si rivedeva bambina, poi fanciulla, poi donna, in quella stessa chiesa, su quella stessa panca nera consumata dalle ginocchia e dai gomiti dei suoi maggiori: la chiesa stessa apparteneva in qualche modo alla sua famiglia; era stata costrutta da una sua antenata, e il simulacro della Madonnina, la leggenda lo diceva ripreso ai pirati barbareschi e riportato al paesetto da un avo di lei.

Ella era nata e cresciuta fra queste leggende, in un’atmosfera di grandezza che la separava dal piccolo popolo di Aar, pur lasciandola in mezzo ad esso, chiusa in esso come la perla entro la rozza conchiglia. [p. 228 modifica]

Come poteva accusarsi al suo popolo?

Ma appunto questo suo sentirsi padrona anche del luogo sacro le rendeva più insopportabile la presenza dell’uomo ch’era stato suo pari nel peccato e adesso le sì mostrava dall’alto mascherato di santità, coi vasi sacri in mano; alto e luminoso sopra di lei piegata ai suoi piedi colpevole di averlo amato.

Il cuore le si gonfiava di nuovo, d’ira e d’angoscia; e il canto del popolo le fremeva intorno tenebroso, come supplicante da un abisso, e le chiedeva salvezza e giustizia.

Dio adesso le parlava cupo e austero, imponendole di cacciare dal tempio il suo servo impostore.

Diventò pallida, fredda di un sudore mortale. Le ginocchia le tremavano contro la panca; ma non piegò più la testa, ferma a guardare i movimenti del prete sull’altare. E sentiva come un soffio malefico uscirle di bocca, andare diritto a lui e investirlo, fasciarlo del gelo che avvolgeva lei.