La madre amorosa/Lettera di dedica

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Lettera di dedica

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La madre amorosa L’autore a chi legge
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A SUA ECCELLENZA LA NOBIL DONNA

SIGNORA

ELISABETTA BALBI

NATA

CONTESSA ANGARAN1

DUE sono i motivi, Nobilissima Dama, per cui sogliono gli Scrittori dedicar le opere loro: o per provvederle di una autorevole protezione che le difenda, o per dare colle medesime un segno di rispetto, di amore e di gratitudine alle persone dalle quali alcun benefizio abbiano riportato. Tutte due unite insieme queste ragioni hanno indotto l’animo mio a dedicare a V. E. questa mia Commedia, procurando ad essa una validissima Protettrice, e a Voi recando colla medesima un testimonio dell’ossequio mio e della mia più umile riconoscenza. Quell’amor vero che non solamente ha legato la vostra mano a quella del Nobilissimo vostro Sposo, ma di due cuori ne formò un solo, fa sì che secondando l’inclinazione del di lui animo, siate Voi di me Protettrice, qual egli mi è sempre stato benignissimo Protettore. Sono innumerabili gli obblighi miei verso l’Eccellentissimo Signor Niccolò Balbi2, e innumerabili sono i benefizi che largamente ho da Lui ricevuti, e di quanto faceva egli a mio pro, veduti ho sempre nel vostro volto i segni di compiacenza, non essendo Voi già di quelle Mogli caparbie, che spiriti di contraddizione si chiamano, che odiano tutto quello che ama il marito, ed amano tutto quello che non vorrebbe il marito che amassero. Io son di parere che non diasi al mondo stato migliore di quello de’ maritati, [p. 224 modifica]quando amore li unisca, e la virtù li mantenga in pace. Iddio creatore dell’universo ha formato nell’uomo la più perfetta creatura delle sue mani, e tutte le cose create tendono al piacere, al benefizio, alla conservazione dell’uomo; ma per prima consolazione, e utilità, e diletto diedegli la compagnia dolcissima della donna, maritando insieme Iddio stesso i nostri primi parenti, onde una tale unione non può essere che cosa buona, se il Creatore medesimo l’ha ordinata. Vero è pur troppo che il superbo Lucifero, invidiando all’uman genere un sì gran bene, avvelenò colla colpa la tranquillità coniugale, e tuttavia continua il Persecutore degli uomini a seminar la discordia; ma quella Grazia suprema, che scancellò il delitto de’ primi Padri, dona liberamente la tranquillità e la concordia a tutti quelli che sanno desiderarla, e meritano di conseguirla.

Sono le belle virtù dell’animo i mezzi efficacissimi per rendere un maritaggio felice, e Voi, Nobilissima Dama, non meno che lo Sposo vostro, siete di tante ammirabili virtù forniti, che dolcissimo vi sarà sempre il nodo, a tanti altri duro e pesante; e là dove cambiasi presto negli animi capricciosi colla noja il diletto, in Voi una virtuosa costanza mantiene vegeta e viva la pace soave, e la tenera compiacenza del primo giorno. Scorgesi chiaramente la benedizion del Signore nella numerosa prole non solo, che vi ha concessa, ma nel docile temperamento de’ figli vostri, suscettibile di quelle perfette massime che il buon esempio de’ Genitori e l’ottima educazione loro va nei tenerelli animi a poco a poco imprimendo. O Madre veramente amorosa! Quanto a voi giustamente conviene il titolo della Commedia che or vi presento! Nel dedicare le opere nostre noi non sogliamo affettare che l’argomento di esse convenga per somiglianza al carattere de’ Mecenati, ma l’animo questa volta mi ha suggerito di rendere a Voi giustizia, scegliendo alla protezione del vostro eccelso nome un argomento che vi conviene, e che più d’ogni altro vi sarà caro.

Nota è a tutti quelli che hanno l’onor di conoscervi l’amorosa sollecita cura onde impiegate le attenzioni vostre alla custodia, al provvedimento ed alla educazione de’ figli. Questi sono le [p. 225 modifica]vostre delizie, i vostri più amabili passatempi; e se vi chiama tal volta il grado, le convenienze o la compiacenza onestissima fuor delle vostre mura, non ne sapete uscire che dopo un’anticipata metodica provvidenza alla Nobile famigliuola, ed a coloro che destinati avete alla sua custodia, e in mezzo ai brevi, moderati divertimenti, l’animo avete sempre rivolto ai cari parti del vostro tenero amore.

Voi, preziosa parte del Sangue illustre degli Angarani, famiglia Nobilissima che trae l’origine dalle più illustri ed antiche del Vicentino, e che nell’ordine eccelso dei Veneti Patrizi ebbe l’onor più volte di sostenere Gradi sublimi e Porpore segnalate; Voi, Sposa di tal Consorte che, oltre la gloria di derivare per lunghi secoli dai primi fondatori della Repubblica, ha tutti i caratteri e le virtù ed i meriti che costituiscono il buon cittadino, il forte sostenitor delle Leggi, il Padre della Patria e il saggio amministratore della Giustizia; Voi, Moglie amorosa, fedel compagna e consolatrice, seguiste l’ottimo Sposo vostro all’Isola del Zante3, ove lo destinò la Repubblica Serenissima collo specioso titolo di Provveditore al governo di quella vasta Provincia, dando con ciò una pubblica testimonianza dei di lui meriti, e della materna sua gratitudine.

Anteponeste i disagi della navigazione e di quel remoto soggiorno all’amorosa sollecitudine di non istaccarvi dal di lui fianco. Faceste molto più ancora, privandovi per il lungo termine di tre anni dell’amabile vista delle vostre figliuole, lasciate in tutela di ottime Religiose in nobilissimi Monisteri, a solo fine di non privare il Consorte della dolcissima compagnia vostra, e i figli maschi della più esatta e più profittevole educazione.

Permettami però l’E. V. che qui per un dolce sfogo di mia passione vaglia a riflettere, che se vi fu dispiacevole il distaccarvi dalla Patria vostra, dai vostri congiunti e dalle tenere figlie vostre, aspro fu niente meno al cuor mio l’allontanamento del vostro adorabile Sposo; anzi, se voi trovaste in esso il dolce [p. 226 modifica]alleviamento alle vostre pene, io senza lui rimasi privo del miglior mio conforto, del mio Protettore benefico, del mio amorosissimo Padre: Padre per l’autorità, per il sapere, per l’affezione, di me più giovane per l’età, di me più vecchio per il consiglio. Oh quanto gli devo, se colla mente ritorno a molte delle mie vicende passate! Ad esso, mio fervido autorevole Mecenate, consacrai anni sono un’altra delle opere mie, intitolata la Vedova Scaltra, che fu stampata nel primo Tomo dal Bettinelli, e sta nel quarto della Fiorentina edizione4. Mi si aprì il campo fino d’allora di scorrere ampiamente in pubblici fogli colla piena delle sue lodi, e colla estensione de’ benefizi a me benignamente impartiti, ma troppo erami vicino colla persona, e troppo fresco il di lui comando che mi obbligava a non parlare di tutto questo, e mi trovai per la soggezione costretto a soffocar le parole, che uscir volevano dalla penna. Ora ch’egli è lontano, posso prendermi un poco più di libertà. I suoi comandi sono per me rispettabili in ogni tempo ed in ogni distanza; ma qualche cosa si tollera in chi opera per passione, ed in me che trovomi nella pena della sua lontananza, sarà meno colpevole un innocente sfogo d’amore. Perchè non dovrei dir ne’ miei fogli essere S. E. il Signor Niccolò Balbi un Cavaliere dotto, virtuoso e Cristiano? Dotto nelle belle lettere, nella sana Filosofia, nelle Leggi, principalmente della sua Patria, nell’amministrazione della Giustizia, nella economica direzione della Famiglia. Virtuoso nel conoscere le passioni, nel coltivar le migliori, nel superar le più forti; nell’essere generoso ed umano; sociabile ed amoroso; amico sincero e consigliere leale; Cristiano nelle massime e nel costume; nemico dell’impostura, amico de’ buoni, e consolator degli afflitti. Forse non dovrei dirlo, perchè lo sa ciascheduno che lo conosce? Io lo dirò per quei che non lo conoscono, e lo dirò se non altro per onor di me stesso, onde i lontani sappiano chi sia quel Protettore che mi ama, ed i vicini formino di me qualche buon concetto, veggendo che io so discernere la virtù, e venerare chi la possiede. [p. 227 modifica]Dovrei forse tacere la cognizione perfetta ch’egli possiede intorno alle Opere Teatrali di ciascun genere, quasi che una simile dilettazione indegna fosse di un uomo Grande in lettere ed in Governi? Non lascierò di farlo per questo. Fra i seriosi studj di un Giudice, di un Letterato, la Comica Poesia è un commendevole trattenimento; e Dio volesse che tutti quelli che per sollevarsi dalle fatiche cercano di ricreare lo spirito, lo facessero con tali mezzi innocenti.

Egli si è divertito moltissimo formando una sì ampia raccolta di Tragedie, di Commedie e di opere di ogni genere Teatrale, antiche e moderne, che può passare in Italia per singolare e magnifica. Non per questo ha egli lasciato di arricchire il suo studio di scelti libri in ogni facoltà più esquisiti, per soddisfare la propria letteratura, e per provvedere i Figliuoli suoi, che dietro le orme di un sì gran Padre cammineranno per la via delle scienze e della erudizione perfetta. Egli sa render conto di Sofocle, di Euripide, di Seneca tragico, di Cornelio, di Voltaire, di Racine, del Trissino, del Maffei, di Menandro, di Aristofane, di Plauto, di Terenzio, di Molier, dell’Ariosto, del Dolce, e di tanti altri della Tragica o della Comica arte Maestri; ma sa egualmente discorrere di Demostene, di Tucidide, di Aristotile, di Cicerone, di Newton, di Lock, di Puffendorf, di Grozio, e di tutti i celebri Autori nostri Italiani, in ogni facoltà elegantissimi. Si è divertito non solo a leggere e confrontare le Opere Teatrali di tutti i tempi; ma a tessere egli stesso una sì purgata Tragedia5, che se dalla sua modestia gli verrà concesso di pubblicarla, potrà servir di esemplare a quei che aspirano a un sì dilettevole studio. Ma ha egli mai per questo trascurate un giorno le sue incombenze? Ha differito un’ora a comparir sollecito ai Tribunali? Ha mai posposto il carico della Famiglia? Ha mai tampoco lasciato d’intervenire alle piacevoli riduzioni de’ suoi amici? Ha mai perduto di vista gl’interessi di quelli che al suo consiglio o alla protezione sua si sono raccomandati? Tutti trovano l’adito [p. 228 modifica]facilissimo per porgere ad esso le loro suppliche; basta ch’ei le ritrovi oneste per impegnarsi a proteggerle, ed impegnato ch’egli è, può ciascheduno esser certo ch’ei non risparmia nè uffizi, ne fatiche, ne tempo, per rendere operosa e benefica la di lui mediazione; e siccome è liberale con tutti delle sue grazie, così può sperare da chi che sia, a prò degli altri, una favorevole compensazione.

Ho io detto molto, Nobilissima Dama? Siete Voi malcontenta di quel che ho detto? Spero che no. Le lodi che giustamente convengono al vostro Sposo, diventano lodi vostre; poichè siete due in una carne, come dice lo Spirito Santo; e noi diciamo più volgarmente, siete con esso lui due corpi ed un solo cuore. Temo bensì ch’egli meco si sdegni per un arbitrio presomi contro il suo comando primiero, quasi che non fosse vicino il termine del suo Governo del Zante6, e non si approssimasse quel giorno in cui sentir dovessi i suoi rimproveri e la mia mortificazione.

Ma venga egli ben tosto; volino questi giorni più tormentosi, venga a rimproverarmi, se gli dà l’animo, dopo aver detta la Verità. La sua modestia me lo poteva impedire, la sua giustizia non mi può condannare, e per conciliare nell’animo suo queste due virtù nel caso mio contrarie, vagliami l’efficacissimo mezzo di Vostra Eccell. Ella, che tutto può sopra del di lui cuore, mi faccia strada al perdono, promettendogli che lascierò di lodarlo allora quando cesserà egli di meritare le lodi; ma all’incontrario egli si affatica di meritar sempre più, ed io vengo meno per le pesanti brighe che mi circondano, e per gli anni che affaticati mi crescono; onde se mi mancherà la lena di scrivere, non cesserò coll’animo di dimostrarmi ammiratore ossequioso del Cavaliere Marito, e della Dama consorte, a cui profondamente m inchino.

Di V. E.

Umiliss. Dev. Obblig. Servidore
Carlo Goldoni.


  1. La lettera di dedica che segue fu stampata in testa alla Madre amorosa nel t. II del Nuovo Teatro Comico dell’avv. C. C. (Venezia, ed. Pitteri) dentro l’anno 1757.
  2. Si veda il vol. II della presente edizione, pp. 285-6, 395-6.
  3. Nel 1755: vedasi vol. Il cit. della presente edizione, p. 395.
  4. Intendesi dell’ed. Paperini. Vedi vol. II della presente edizione.
  5. La Lega di Smalcalda: vedasi l. c.
  6. Durò detto governo tre anni, dal 1755 al 1758, secondo le leggi della Repubblica.