La novella del buon vecchio e della bella fanciulla/IX

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IX

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VIII X

Il vecchio quando voleva mettere ordine nei propri pensieri usava di chiacchierare con la persona che aveva a mano, dunque sempre la sua nemica e la sua unica compagna, l’infermiera. Perciò le raccontò ch’egli si sentiva sollevato perché la giovinetta aveva ricordato anche le lezioni di morale da lui datele in passato, e non s’arrestò per un’occhiataccia di meraviglia che l’infermiera gli inviò. Le raccontò poi bonariamente, come se avesse pensato a voce alta, ch’egli intendeva ora di beneficare la giovinetta e disse anche la somma di denaro che quel giorno intanto le aveva dato.

L’infermiera scattò. Diventava sempre cattiva quando sentiva nominare la giovinetta, ma cominciò con lo sprezzare la cifra di denaro che a lui era sembrata tanto vistosa. Non fu accorta - come poi si vedrà, - ma allora perseguí una certa sua politica con la quale tendeva a farsi aumentare il salario. Effettivamente il vecchio non aveva ancora capito come il denaro fosse divenuto piú vile che mai. Poi, appena, essa soggiunse: - In quanto a quella lí - l’accenno vago della mano era per la fanciulla - le è facile di ricordare le belle lezioni di morale da voi date; è certo che ne approfittò per bene.

Questa seconda osservazione fu per il vecchio meno importante della prima; gli appariva gravissimo il fatto che s’era bruttato di avarizia proprio quando aveva voluto mostrarsi tanto generoso. Se era vero quello che diceva l’infermiera egli aveva sbagliato gravemente perché quella somma doveva rappresentare il proprio riscatto che non poteva essere pagato con un importo lieve.

Questa fu la prima ragione di malcontento dopo tanta fiducia di arrivare alla quiete. In fondo il rimorso non è altro che il risultato di un dato modo di guardarsi in uno specchio. Ed egli si vide misero e piccolo. Sempre egli aveva pagato troppo poco quella giovinetta. Per certe gioie gli uomini generosi assumono equivalenti impegni. Per non assumerne alcuno egli ricordava di non avere in passato neppur preso anticipatamente degli appuntamenti con lei cosí che quando ne ebbe abbastanza gli bastò di non richiamarla. Gli altri uomini usano di pagare le donne ogni giorno perché esse devono mangiare anche quando nulla si chiede da loro. Lui invece l’aveva fatta lavorare alla Tramvia perché potesse mangiare ogni giorno eppoi l’aveva pagata in modo che a lui era sembrato signorile perché gli era parso di non dover altro che il fitto di poche ore. Cosí egli aveva condotto quell’avventura ch’egli, per diminuire l’aspetto sconcio, aveva voluto designare di "vera".

E gli parve che questo fosse il rimorso vero, non il fatto ch’egli, vecchio, si fosse attaccato ad una giovinetta. Perché avrebbe dovuto rimordergli se egli avesse presa con sé la giovinetta e messa al posto di quell’odiosa infermiera? Il vecchio sorrise, con un poco d’amarezza, ma sorrise. La giovinetta eternamente a sé da canto! La grande angina sarebbe intervenuta ben prima. Non adesso perché egli era sicuro che avrebbe potuto vivere vicinissimo alla giovinetta senz’aver a temere alcuna tentazione. Lo seccava ch’essa con lui continuasse ad assumere quelle arie di sirena e questa era la ragione per cui egli ora non avrebbe potuto sopportarla accanto a sé.

Ma in passato, avendola amata, il suo obbligo sarebbe stato di tenerla con sé e sarebbe stata educata meglio. Cosí facevano i giovani, mentre i vecchi amavano e correvano via o spingevano da sé l’oggetto amato.

Come doveva esser stato ridicolo lui quando l’aveva costretta ad assistere alla revisione di quella gran somma ch’egli le offriva! Ma a ciò poteva riparare. Ordinò subito all’impiegato di fargli avere per il primo giorno appresso una somma vistosa di denaro.

Poteva riparare anche ad altro. Provando per essa solo un affetto paterno poteva pur tentare di educarla. Se ne sentiva la forza. Solo doveva prepararsi bene prima d’incontrarla. Adesso non gli importava piú di farle ricordare quelle sciocche parole dalle quali soleva far accompagnare le manifestazioni della propria corruzione. Era stato debole con lei perché ancora sempre preoccupato dell’insensato desiderio di apparire puro.

Per qualche tempo restò ancora a meditare sulla poltrona. Gli sarebbe stato tanto comodo di spiegare a qualcuno le proprie intenzioni prima di metterle in atto. Anche negli affari egli usava consultarsi col procuratore per avere la visione netta di quello ch’egli voleva. Ma in questo affare da lui condotto da solo non poteva avere il consiglio di nessuno. Certo con la sua infermiera non doveva parlarne.

Ed è proprio cosí che nei suoi tardi anni il mio buon vecchio divenne scrittore. Quella sera scrisse solo degli appunti per la conferenza ch’egli voleva tenere alla giovinetta. Abbastanza alla breve: raccontava le proprie colpe senza attenuarle. Egli aveva voluto approfittare di lei e sottrarsi a qualunque obbligo verso di lei. Queste le sue due colpe. Era tanto semplice di scriverle! Avrebbe egli avuto il coraggio di ripetere ciò alla giovinetta? Perché no quando egli era pronto a pagare? Pagare con denaro e pagare di persona, cioè educarla e tutelarla. Quello zerbinotto non avrebbe avuto piú tanto facile il giuoco. Ecco che, scrivendo, veniva a galla anche costui che pur doveva avere avuto la sua parte nei dolori e nei rimorsi del vecchio.

Questi appunti furono scritti prima a matita eppoi copiati accuratamente a penna. I manoscritti in quella stanza non correvano pericolo perché la sua infermiera non sapeva leggere. Scrivendoli in penna vi aggiunse una morale piú generale un po’ noiosa e retorica. A lui pareva di aver corretto e completato. Invece aveva distrutto. Ma era inevitabile questo in un novellino. In passato il buon vecchio era stato uno scettico. Ora che la sua infermità aveva squilibrato il suo organismo si sentiva propenso alla protezione dei deboli e nello stesso tempo incline alla propaganda. Egli credette tutt’ad un tratto di aver qualche cosa da dire e non mica alla sola giovinetta.

Rilesse il manoscritto e a dire la verità fu una disillusione. Ma non assoluta perché egli credette di aver pensato bene e di aver scritto male. Ciò in un secondo tentativo avrebbe potuto essere corretto. Intanto gli pareva che quegli appunti potevano servirgli per la giovinetta. Per lui che tante volte dacché aveva aperti gli occhi al senno aveva dovuto star a sentire predicazioni di morale, quella roba non faceva. Ma la giovinetta era probabilmente stanca a quell’ora di molte cose di questo mondo, ma non di morale. Forse quelle parole ch’egli aveva scritto sentendole ma che ora, leggendole, non sentiva piú, l’avrebbero commossa.

Anche quella notte fu inquieta ma non sgradevole. L’insonnia prolungata è sempre un po’ delirante. Non tutte le cellule rimangono deste. Certe realtà scompaiono e quelle che restano deste si sviluppano senza freno. Il vecchio sorrideva a se stesso come a grande scrittore. Egli sapeva di aver da dire qualche cosa al mondo, solo in quel dormiveglia non sapeva bene che cosa. Però era cosciente di essere a mezzo addormentato e sarebbe pur venuto il giorno e la luce a completare la sua mente.

Quando finalmente, verso la mattina, s’addormentò, ebbe un sogno che cominciò bene e che finí male. Egli si trovava in mezzo ad una folla di uomini disposti in circolo sulla grande piazza d’armi. Egli presentava a tutti la giovinetta vestita dei suoi cenci colorati e tutti l’applaudivano come se l’avesse fatta lui cosí bella. Poi essa s’aggrappava a un trapezio che attaccato ad un trolley camminava in circolo proprio al di sopra di tutta quella gente. E come essa passava tutti le carezzavano le gambe. Anche lui ansioso aspettava quelle gambe per carezzarle, ma a lui mai giungevano e quando a lui giunsero non ne aveva piú bisogno. E tutta quella gente si mise a urlare. Urlava una parola sola, ma egli non la intese finché non fu trascinato ad urlarla anche lui. Suonava: aiuto!

Si destò coperto da un sudore freddo: la grande angina lo crocifiggeva sul letto. Moriva. La morte, nella stanza, non era rappresentata che da un batter d’ali. Era la morte stessa che era penetrata in lui assieme alla spada velenosa che s’arcuava nel suo braccio e nel suo petto. Egli era tutto dolore e paura. Piú tardi pensò che alla sua disperazione avesse collaborato anche il rimorso per il sozzo sogno. Ma nel grande dolore potevano capire tutti i sentimenti che nella sua vita gli avessero offuscata l’anima e perciò anche la sua avventura con la giovinetta.

Quando il dolore e la paura sparvero egli studiò ancora quella sua suprema preoccupazione. Forse egli credeva con quello studio di avviarsi ad una grande cura. Come era importante quella giovinetta nella sua vita! Per causa sua s’era ammalato. Ora essa lo perseguitava nei sogni e lo minacciava di morte. Era piú importante di tutti e di tutto il resto della sua vita. Anche quello che in lei disprezzava era importante. Ecco che quelle gambe che in realtà lo avevano indignato, nel sogno lo avevano corrotto. Nel sogno essa era apparsa vestita di cenci ma le gambe erano proprio quelle del giorno prima, coperte di calze di seta.

Venne il medico con le sue solite prescrizioni e la sua solita calma fiduciosa, inalterabile finché l’angina pectoris toccava a lui, solo per la cura. Dichiarò che questo sarebbe stato l’ultimo assalto. - Il grande dolore era anzi un sintomo favorevole visto che negli organismi sfatti non si producono mai grandi dolori. - Poi: s’avvicinava la buona stagione. Era certo che la guerra stava per finire e che il vecchio avrebbe potuto recarsi in qualche buon luogo di cura.

L’infermiera non dimenticò di avvisare il medico della visita che il vecchio aveva ricevuta il giorno prima. Il medico, sorridendo, raccomandò di non accettare piú simili visite finché egli non lo avesse permesso.

Con fermezza virile il vecchio respinse la proibizione. Bisognava guarirlo senza proibirgli nulla. Quella visita non poteva averlo danneggiato e si risentiva di quella supposizione come di un’offesa. In seguito egli avrebbe chiamato a sé la giovinetta e l’avrebbe veduta di frequente. Il medico - se l’avesse voluto - avrebbe potuto accertarsi che quelle visite non potevano nuocergli.

Tale atteggiamento del vecchio in quello stesso giorno subito dopo di aver tanto sofferto era la manifestazione di una grande vera nobiltà. Egli stesso sentiva di dare una prova di forza. Gli altri non potevano sapere che la grande angina non era stata l’avventura piú importante di quella notte. La sua vita non poteva svolgersi fra letto e lettuccio come sino ad allora. Doveva divenire piú intensa e piú estesa perché il suo pensiero non poteva aggirarsi intorno alla propria personcina. Intendeva di seguire le prescrizioni del medico, ma credeva di saper anche dell’altro ch’era importante per la sua cura e ch’egli non voleva dire al medico.

Il medico non discusse perché da buon praticone com’era non credeva che la discussione fosse una buona cura.

La cessazione di un grande dolore è una grande dolcezza e il vecchio ne visse per quel giorno. La libertà di moversi e di respirare è una vera felicità per chi ne è stato privo e sia pure per qualche istante. Tuttavia egli, quello stesso giorno, trovò il tempo di scrivere alla giovinetta. Le mandava i denari che le aveva destinati fin dal giorno prima e l’avvisava che gliene avrebbe mandati altri in seguito. La pregava di non venire da lui finché egli non l’avesse chiamata visto che s’era ammalato.

Egli ora sapeva ch’egli amava la fanciulla dai cenci colorati e l’amava come una figlia. L’aveva posseduta in realtà e l’aveva posseduta nel sogno, anzi nei due sogni. In ambedue i sogni, affermava il vecchio a se stesso non sapendo che i sogni si fanno di notte e si completano di giorno, c’era stato un grande dolore forse causa del male da cui era stato colto, quello della compassione. Cosí era fatto il destino della giovinetta ed egli vi aveva collaborato. Per colpa sua essa aveva camminato le vie col campanello di richiamo attaccato ai piedi oppure, addirittura legata ad un trolley, era scivolata su quel cerchio, offrendosi agli occhi e alle mani degli uomini. E non importava che la giovinetta ch’era stata a trovarlo il giorno prima, non avesse saputo destare nel suo animo alcun sentimento di compassione o di affetto. Essa, ora, era fatta cosí e bisognava salvarla mutandola in modo da farla ridivenire la buona, cara fanciulla, che - purtroppo! - era stata sua e che egli ora amava per la sua debolezza che chiamava carezze e protezione.

Quanta dolcezza gli derivava da tale proposito! Una dolcezza che invadeva ogni sua fibra ma che modificava ogni cosa ed ogni persona, persino la sua infermiera, ma anzi persino la propria malattia che egli pensava di poter combattere.

Già il giorno appresso egli chiamò il notaio e fece un testamento col quale all’infuori di alcuni legati che a lui parvero importanti, ma che in confronto al suo patrimonio erano esigui, legò tutto quanto possedeva alla giovinetta. Ecco ch’essa almeno non avrebbe piú avuto alcun bisogno di vendersi.

L’educazione della giovinetta avrebbe cominciato quando egli, dopo di essersi raccolto, sarebbe stato capace di dargliela. Impiegò alcuni giorni a rifare gli appunti stesi il giorno prima e che dovevano servire di base alle prediche che voleva tenere alla giovinetta. Poi li distrusse non essendone soddisfatto. Egli ora sapeva esattamente dove stava l’errore commesso da lui e da lei e che aveva procurato a lui la malattia e a lei la corruzione. Non era il fatto di non aver pagato adeguatamente l’amore o di avere abbandonato la giovinetta che doveva rimordergli. Egli aveva sbagliato quando l’aveva accostata a quel modo. Era quello l’errore che bisognava studiare. Perciò cominciò a stendere nuove note sui rapporti che dovevano e potevano correre fra giovani e vecchi. Egli sentiva di non aver diritto d’interdire l’amore alla giovinetta. L’amore, per essa, poteva ancora essere morale, ma bisognava interdirle ogni amore disordinato e prima di tutto l’amore coi vecchi. Nei suoi appunti, per qualche tempo, egli cercò di cacciare accanto ai vecchi che bisognava evitare anche quello zerbinotto dall’ombrello fine ch’egli non aveva ancora dimenticato. Ciò gli complicava il compito e rendeva i suoi appunti meno sicuri e diritti. Lo zerbinotto poi scomparve da quegli appunti e restarono soli, di faccia l’uno all’altro, il vecchio e la giovine.

Il tempo passava ed egli non si sentiva mai pronto a chiamare a sé la giovinetta. Aveva scritto molto, ma bisognava metter ordine in quei suoi appunti perché fossero a portata di mano al momento in cui ve ne sarebbe stato bisogno. Faceva pervenire alla giovinetta ogni settimana col mezzo del proprio impiegato un certo importo e le scriveva che non stava ancora abbastanza bene per riceverla. Credeva di dire la verità il buon vecchio ed era vero che del tutto bene non stava, ma non certo peggio di quanto era stato prima dell’ultimo assalto. Però ora tendeva alla salute assoluta dell’uomo operoso e quella non era ancora giunta.

Si sentiva meglio perché in lui era rinata la fiducia. Questa fiducia per un certo tempo aumentò continuamente in rapporto diretto all’attaccamento suo alla vita, cioè al suo lavoro. Un giorno, rileggendo quanto aveva scritto, nacque nella mente del vecchio la teoria, la pura teoria e dalla quale fu eliminata la giovinetta e lui stesso. Anzi la teoria nacque precisamente per queste due eliminazioni. La giovinetta che riceveva da lui solo denaro perdette presto ogni importanza. Le piú forti impressioni finiscono col lasciare nell’animo solo una leggera eco che non si percepisce se non si ricerca, e a quell’ora il vecchio, dal ricordo di quella giovinetta ch’egli aveva amata e che non esisteva piú, sentiva sorgere un coro di voci giovanili che domandavano soccorso. In quanto a lui, in seguito alla teoria, cambiò d’aspetto per una doppia metamorfosi. Prima di tutto egli divenne tutt’altra cosa di quel vecchio egoista che aveva corrotto una giovinetta per goderne e non pagarla, perché si vedeva confuso con mille altri che volentieri avrebbero fatto o facevano la stessa cosa. Non era possibile soffrirne. La sua si trovava accanto a migliaia d’altre teste candide e sotto a quel candore v’era in tutte la stessa malizia. Lui, poi, divenne tutt’altra cosa di tutti gli altri! Egli era l’alto, il puro teorista nettato dalla sua sincerità da ogni malizia. Ed era una sincerità facile perché non si trattava di confessare, ma di studiare e scoprire.

Non scriveva piú per la giovinetta. Avrebbe dovuto tenersi terra terra per essere da lei compreso e non ne valeva la pena. Egli credeva di scrivere per la generalità e forse anche per il legislatore. Non ricercava egli una parte importante delle leggi morali che, secondo lui, dovevano reggere il mondo?

Sconfinata era la fiducia che fu versata nel suo animo dal lavoro. La teoria era lunga e perciò non si poteva morire prima di averla compiuta. Gli pareva di non dover aver fretta. Una potenza superiore avrebbe vigilato perché egli potesse arrivare alla fine della sua opera tanto importante. Fece il titolo con la sua bella e grande scrittura: Dei rapporti tra vecchiaia e gioventú. Poi, quando s’accinse alla prefazione, pensò che per la pubblicazione avrebbe dovuto far disegnare una bella vignetta illustrativa del titolo. Non trovò il modo di mettervi quella piattaforma della Tramvia con la giovinetta al freno e un vecchio che la strappa al lavoro. Era difficile, anche da parte del miglior disegnatore, di esprimere chiaramente l’idea con quegli elementi. Poi ebbe un’ispirazione (non gli mancava neppure un’ispirazione): la vignetta doveva rappresentare un fanciullo decenne che conduce un vecchio ubriaco. Chiamò anche un disegnatore che eseguisse subito il disegno. Ne ebbe uno sgorbio e il vecchio lo rifiutò e dichiarò che quando sarebbe stato ben sano avrebbe cercato lui stesso in città il disegnatore che facesse al caso suo.

Nella bella stagione ch’era finalmente arrivata, il vecchio si metteva a scrivere già di buon mattino. Lasciava poi volentieri di scrivere per sottoporsi alle solite cure perché ciò non significava un’interruzione del suo lavoro. Niente poteva stornare il suo pensiero che camminava e si evolveva sempre. Scriveva poi di nuovo fino all’ora della colazione poi dormiva per un’oretta sulla sua poltrona, di un sonno tranquillo e privo di sogni e ritornava al suo tavolo per rimanervi scrivendo e meditando fino all’ora della sua passeggiata giornaliera in vettura. Andava a Sant’Andrea accompagnato dalla sua infermiera o, talvolta, dal medico. Faceva qualche passo lungo la spiaggia. Guardava l’orizzonte dove tramontava il sole, con tutt’altro occhio - a lui pareva - di quello che aveva avuto in passato per le bellezze della natura. Gli pareva di esserne piú intimamente parte ora che meditava su alti problemi invece di fare affari. E guardava il mare colorito e il cielo terso associandosi in certo modo a tanta purezza perché se ne sentiva degno.

Poi cenava e passava ancora un’oretta a bearsi del proprio lavoro rileggendo le cartelle che andavano accumulandosi in un cassetto del suo tavolo. Nel suo letto puro, accompagnato dalla sua teoria, dormiva di un sonno sereno. Una volta sognò della sua giovinetta vestita di cenci colorati e non ricordò neppure in quel sogno ch’esistesse quell’altra giovinetta dalle calze di seta. Con essa parlò in tedesco ch’essa parlava intelligibilmente. Niente di eccitante neppure quella volta e a lui ciò parve una grande prova della riacquistata salute.

Avrebbe voluto avere accanto a sé qualcuno cui poter leggere l’opera sua e controllarla sulla propria viva voce e sulla faccia altrui. Ma questa facilitazione non poté avere. Egli sapeva, con la pratica di scrittore che aveva già acquisita, come la teoria fosse insidiata da un pericolo grande: quello di allontanarsi dalla linea che le era assegnata dalla realtà. Quante cartelle non furono sacrificate perché in esse egli si era lasciato deviare dal suono delle parole! Per aiutarsi egli aveva descritto su una cartella il suo punto di partenza e la teneva sempre a sé dinanzi: il vecchio è fatto in modo che la potenza di cui dispone può divenir dannosa al giovine il quale, solo, è importante per l’avvenire dell’umanità. Bisogna renderlo attento a ciò. Visto che però egli detiene la potenza che conquistò durante la sua lunga esistenza è necessario ch’egli la dedichi al vantaggio del giovine. Per restare alla verità il moralista si riferiva poi esattamente alla propria avventura: bisognava ottenere che il vecchio non desiderasse la giovinetta su quella piattaforma senz’altro curarsi della domanda di soccorso rivoltagli dalla bella giovinetta. Altrimenti la vita ora appassionata e corrotta sarebbe divenuta pura ma di ghiaccio.

Seguivano molti punti d’esclamazione per segnare la difficoltà del compito che il moralista s’imponeva. Come infatti si sarebbe potuto provare ai vecchi, ch’era loro dovere di curarsi come di figlie di quelle fanciulle che - se fosse stato permesso - essi si sarebbero prese per amanti? La pratica insegnava che i vecchi erano disposti di prendersi a cuore il destino solo di quelle giovinette ch’essi già avevano avute per amanti. Occorreva provare che non era necessario di passare per l’amore per arrivare all’affetto.

Il pensiero del vecchio batteva su questo modo: finora ne sorrideva perché riteneva che come la indagine metodica procedeva egli avrebbe potuto veder piú chiari i particolari del problema.

Tentò di associare al proprio lavoro la sua infermiera. Non avrebbe domandato da lei altro che di starlo a sentire. Alle prime sue parole costei divenne furiosa: - Ancora di quella lí si occupa lei?

Era evidente che ogni teoria moriva strangolata se si cominciava dal designare come quella lí la giovinetta vera madre di quella.

Allora tentò col dottore. Pareva che questi amasse la teoria. Il dottore constatava una vera miglioria nello stato del vecchio e perciò non poteva che amare quella teoria che gli pareva utile. Però gli era difficile di accettarla per sé. Anche lui vecchio, trovandosi in buona salute, guardava col vivo desiderio della persona intelligente alla vita e non ammetteva di essere escluso da alcuna sua manifestazione.

- In fondo - egli disse al vecchio, - tu vuoi attribuirci un’importanza troppo grande. Non siamo mica tanto seducenti. - Guardava il vecchio poi guardava se stesso nello specchio.

- Eppure seduciamo, - disse il vecchio sicuro della sua esperienza.

- Quando ci capita non è tanto male, - osservò il dottore sorridendo.

Anche il vecchio tentò di sorridere, ma fu una smorfia. Egli sapeva invece ch’era molto male.

Il dottore ricordava allora di essere prima di tutto medico e cessava di discutere la teoria, cioè la medicina cui egli stesso attribuiva una importanza. Volle persino aiutare alla teoria, collaborarvi, ma era naturale che dove egli toccava distruggeva i fantasmi del vecchio: - Se lo desideri - disse al vecchio - io ti procuro un’opera dal titolo: Il vecchio. La vecchiaia, purtroppo, vi è considerata quale una malattia. Non di lunga durata, però.

Il vecchio discusse: - Malattia la vecchiaia? Malattia una parte della vita? E che cosa sarebbe allora la gioventú?

- Credo che neppur essa sia l’assoluta salute, - disse il medico, - ma è un’altra cosa. La gioventú molto spesso piglia delle malattie, ma sono usualmente delle malattie prive di complicazioni. Invece nei vecchi anche un raffreddore è una malattia complicata. Questo pur dovrebbe significare qualche cosa.

- Ciò significa soltanto che il vecchio è debole. È infatti - gridò il vecchio vittoriosamente - nient’altro che un giovine indebolito. - L’aveva trovata. Questa scoperta andava a far parte della sua teoria che grandemente se ne avvantaggiava. - Perciò e acciocché la sua debolezza non si converta in malattia ha bisogno di una morale ben solida. - La modestia gl’impediva di dire che tale morale sarebbe stata fornita dall’opera sua, ma lo pensò.

Quest’abboccamento col dottore da cui gli era provenuto tanto vantaggio avrebbe dovuto incoraggiare ad averne degli altri. Ma un giorno il dottore tradí tanto chiaramente la sua intima fede, che il vecchio comprese che fra loro due non v’era alcun punto di contatto.

Nel corso delle sue elucubrazioni, il vecchio un giorno si trovò a dover analizzare quali diritti spettassero alla vecchiaia verso la gioventú. Dio mio! La Bibbia non era mica stata scritta invano. Doveva la gioventú obbedienza alla vecchiaia? Rispetto? Affetto?

Il dottore si mise a ridere e quando rideva amava di rivelare il suo piú intimo pensiero. - Obbedienza? Immediata perché non bisogna far aspettare i vecchi. Rispetto? Tutte le giovinette di Trieste in ginocchio perché si possa piú facilmente sceglierle. Affetto? Di quello buono e solido, braccia al collo o altrove e bocca su bocca.

Insomma il povero vecchio non aveva fortuna e non trovava l’anima gemella. Egli non sapeva che al dottore mancava l’esperienza della grande angina e che non era perciò un vecchio come lui.

Anche tale discussione ebbe un effetto, ma negativo. Diverse cartelle già scritte vennero poste dal vecchio in quarantena, entro un foglio bianco su cui scrisse: - Che cosa deve la gioventú alla vecchiaia?

Talvolta la teoria s’ingarbugliava ed era difficile di procedere. Il vecchio allora si sentiva molto male. Aveva riposto il lavoro pensando che un breve riposo gli avrebbe dato la chiarezza di cui mancava, ma come le giornate trascorrevano vuote! Subito la morte era piú vicina. Il vecchio ora trovava il tempo di sentire la pulsazione malsicura del proprio cuore e il proprio respiro affaticato e rumoroso.

Fu in uno di tali periodi ch’egli mandò a pregare la giovinetta di venire da lui. Sperava che sarebbe bastato di rivederla per sentir rinnovato il proprio rimorso ch’era il principale stimolo a scrivere. Ma neppure da quella parte gli venne l’aiuto sperato.

La giovinetta aveva continuato ad evolversi. Elegantissima come l’altra volta s’era evidentemente aspettata d’essere accolta a baci. Il vecchio non fu molto severo e questa volta non per imbarazzo, ma perché gl’importava poco. Egli a quest’ora amava tutta la gioventú, maschi e femmine, compresa la cara giovinetta vestita di cenci e affatto questa pupattola tanto superba dei propri vestiti da parlarne davanti allo specchio.

S’era però tanto evoluta da lagnarsi che il denaro non le bastava piú e pregava di aumentare il suo stipendio.

Qui il vecchio sfoderò la propria antica pratica d’affari. - Perché credi ch’io ti debba denaro? - domandò sorridendo.

- Non sei stato tu che m’hai sedotta? - domandò la povera giovinetta che doveva esser stata istruita da qualcuno.

Il vecchio rimase calmo. Purtroppo il rimprovero non gli faceva piú né caldo né freddo. Discusse e disse che quando si faceva all’amore si era in due e che da parte sua non c’era stata né violenza né astuzia.

Essa subito si lasciò convincere e non insistette. Probabilmente era pentita e seccata di aver parlato a quel modo, lei che aveva sempre fatto del suo meglio per non apparire interessata.

Egli, per renderla ancora piú buona e sperando di aver a sentire almeno in minima parte l’antica emozione, le raccontò che l’aveva ricordata nel proprio testamento.

- Lo so e te ne ringrazio, - disse essa. Il vecchio non rilevò la stranezza per cui essa credeva di sapere di un suo testamento ch’era tenuto segreto e accettò i suoi ringraziamenti.

Quell’abboccamento lo disilluse al punto che si propose di rifare il proprio testamento e lasciare il residuo della propria sostanza a qualche istituto di beneficenza.

Non fece nulla solo perché i teoristi sono persone molto lente quando si tratta di agire.